9 dicembre forconi

lunedì 26 settembre 2016

CIAMPI, IL VITALIZIO VERGOGNOSO? CONTINUERAI A PAGARLO ALLA “SIGNORA FRANCA”: LEGGI CHE CIFRA MOSTRUOSA ..

CIAMPI? DA MORTO CI COSTERA’ PIU’ CHE DA VIVO, SENZA CONTARE I DANNI DELLE SUE SCIAGURATE POLITICHE ECONOMICHE

LA SCIURA FRANCA? NON SOLO EREDITA LA PENSIONE DA PARASSITA, MA AVRA’ DIRITTO ANCHE AD UNA LIQUIDAZIONE DA VERGOGNA

La morte del “sedicente” presidente emerito non stoppa il pagamento di vitalizi vergognosi. La moglie Franca, quella che si permetteva di sindacare sui costumi degli italiani erediterà le prebende che ogni mese intascava il maritino, a carico degli italiani dal lontano 1946.

Qualche anno fa “La Stampa” rivelò l’ammontare. Tenetevi forte “Il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi cumula 30 mila euro/mese di pensione Bankitalia con 4000 euro dell’Inps ed i 19.054 euro dell’indennità da parlamentare”.

Tutti i Senatori a vita hanno regolarmente ricevuto gli assegni di fine mandato dagli anni ’50 fino ad oggi. In tutto ne sono stati erogati 34, regolarmente incassati alla morte dei legittimi eredi in 32 casi e da associazioni di beneficenza in altri 2.

Il caso Cossiga – Con i suoi 22 anni da Senatore a vita, Andreotti non è stato il più longevo: nella classifica generale viene battuto da Cesare Merzagora (28 anni), Amintore Fanfani (27) e Giovanni Leone (23). Poi c’è Cossiga con 18 anni di Senatore a vita: il suo è l’unico caso in cui l’assegno di fine mandato è stato inserito nel bilancio pubblico del Senato. Per inciso, nel fondo di solidarietà per i senatori dell’anno 2010 è indicato il “pagamento agli eredi di persona deceduta” della cifra di 901.818,23 euro. E Cossiga era il solo senatore in carica deceduto nel 2010. Gli eredi Andreotti superarono la cifra del Milione.

Gli altri nomi – Tra gli altri Senatori a vita deceduti nella storia repubblicana, tra gli altri, si rircordano Norberto Bobbio (20 anni di attività), Leo Valiani (19 anni), Giuseppe Saragat (17), Giovanni Gronchi(16 anni), Eugenio Montale (14 anni), Oscar Luigi Scalfaro (13 anni),Gianni Agnelli (12 anni) e Rita Levi Montalcini (11 anni). Tra i meno longevi, Arturo Toscanini (1 giorno solo, poi le dimissioni), Trilussa (20 giorni), Mario Luzi (4 mesi) e Vittorio Valletta (9 mesi).

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Obama, veto alla legge che rende imputabile l’Arabia Saudita per gli attentati dell’11 settembre

Il presidente Usa esprime “profonda solidarietà” ai familiari delle vittime. Tuttavia, conferma la contrarietà per una legge “lesiva degli interessi nazionali”. 

Riyadh aveva minacciato di strappare gli accordi economici con Washington. 

I promotori del testo annunciano battaglia: il veto può essere superato con i due terzi dei voti del Congresso. Favorevole la Clinton. 

Washington (AsiaNews/Agenzie) - Barack Obama ha posto il veto sulla controversa  legge approvata di recente dal Congresso Usa, che permette ai parenti delle vittime dell’11 settembre di citare in giudizio i Paesi sospettati di aver sostenuto gli attacchi. Fra questi vi è anche l’Arabia Saudita, alleato storico degli Stati Uniti nella regione mediorientale. In una nota la Casa Bianca sottolinea che il presidente degli Stati Uniti esprime “profonda solidarietà” con i familiari delle oltre 3mila persone uccise negli attentati; tuttavia, egli non può permettere il via libera a una norma [il  Justice Against Sponsors of Terrorism Act, ndr] che sarebbe “lesiva degli interessi nazionali”. 

L’Arabia Saudita è un alleato di lungo corso degli Usa. Dal regno wahhabita provengono 15 dei 19 attentatori che hanno compiuto gli attacchi dell’11 settembre negli Stati Uniti, in cui sono morte circa 3mila persone; tuttavia, non sono mai emersi in questi anni legami diretti dei vertici di Riyadh negli attacchi. 

La legge, che ha ricevuto il via libera dalla Camera e dal Senato, è stato oggetto di critiche anche da parte delle monarchie del Golfo, perché “contraddice le fondamenta e i principi delle relazioni fra Stati” e, in particolare, va a colpire “l’immunità giurisdizionale”. 

Obama si è sempre detto contrario alla sua approvazione, perché potrebbe renderebbe imputabili gli Stati Uniti in procedimenti intentati da governi stranieri. Inoltre, la legge rischia di incrinare ancor più i già delicati rapporti con Riyadh che ha criticato con forza la scelta dell’amministrazione Usa di stringere un accordo sul nucleare con l’Iran, nemico storico dei sauditi. 

Nelle scorse settimane il ministero saudita degli Esteri aveva minacciato di ritirare gli investimenti e i contratti economico-commerciali fra Riyadh e Washington. L’Arabia Saudita ha investito 750 miliardi di dollari nelle banche degli Stati Uniti. 

Intanto fra i promotori - molti dei quali compagni di partito del presidente - regna malumore e disapprovazione per la scelta di Obama. Il senatore democratico Chuck Schumer, che ha promosso in prima persona il testo di legge - di dice “contrariato” e annuncia nuove azioni parlamentari per superare il veto. “Se i sauditi non hanno fatto nulla di male - ha aggiunto - non hanno nulla da temere riguardo alla norma. Ma se sono colpevoli, devono rispondere dei crimini commessi”. 

Il veto di Obama potrà essere superato da una votazione congiunta di entrambe le Camere, che abbia almeno i due terzi dei consensi fra deputati e senatori. 

E proprio sul provvedimento legato alle stragi dell’11 settembre si era consumato il primo strappo fra l’attuale amministrazione e la candidata democratica alle presidenziali di novembre. Poco prima dell’annuncio di Obama, infatti, Hillary Clinton aveva annunciato che, in caso di elezione, avrebbe dato il suo via libera alla norma.

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domenica 25 settembre 2016

IL CAPO DELL'ANTICORRUZIONE SI LANCIA PURE ALL'INSEGUIMENTO DEI RICERCATORI IN FUGA: ''LA CORRUZIONE NELLE UNIVERSITÀ, TRA PARENTOPOLI E CONCORSI PILOTATI, FA EMIGRARE I GIOVANI ITALIANI''


E LE LEGGI PER CONTRASTARE QUESTO FENOMENO NON HANNO CAMBIATO NULLA: 3MILA 'DOTTORATI' SE NE VANNO OGNI ANNO

1. «LA CORRUZIONE NEGLI ATENEI SPINGE ALL' ESTERO I TALENTI»
Sergio Rizzo per il ''Corriere della Sera''

Tenevano famiglia. E continuano a tenerla ancora oggi, dopo che una legge dello Stato ha prescritto ben cinque anni fa il divieto ai parenti di insegnare nella stessa facoltà. Il bello è, dice il presidente dell' Autorità anticorruzione, «che si è trovato evidentemente il modo di aggirarla». Tante sono le segnalazioni che gli piovono sul tavolo: «Siamo subissati». Lettere che denunciano anche sospetti di malaffare nei concorsi, puntualmente girate alla Procura della Repubblica. Così numerose da far dire a Raffaele Cantone che «esiste un collegamento enorme fra la fuga dei cervelli e la corruzione».
raffaele cantoneRAFFAELE CANTONE

Del resto, perché un giovane bravo e capace dovrebbe restare in Italia avendo l' opportunità di insegnare all' estero, se sa già che la sua strada sarà sbarrata da un concorso taroccato mentre il figliolo del barone ce l' avrà spianata? Le segnalazioni che arrivano all' Anac sono tutte da verificare, ovvio. Ma l' odore della parentopoli universitaria in barba alle norme è penetrante.

E pensare che già dieci anni fa, quando era solo un ufficetto in centro a Roma, e prima che il governo Berlusconi la sopprimesse nella culla, la neonata autorità anticorruzione guidata dall' ex prefetto Achille Serra aveva sfornato un esplosivo dossier sulla scuola universitaria di alta formazione europea Jean Monnet di Caserta. Dove si raccontava che «frequenti rapporti di parentela, affinità o coniugio legano nel 50% dei casi il corpo docente (82 persone) con personalità del mondo politico, forense o accademico».

striscione per cantoneSTRISCIONE PER CANTONE
Quasi un decennio dopo, al convegno dei responsabili amministrativi degli atenei, Cantone racconta che in una università meridionale «è stata istituita una cattedra di Storia greca in una facoltà giuridica e una cattedra di Istituzioni di diritto pubblico in una facoltà letteraria». E che i titolari erano «i figli di due professori delle altre università». Destini incrociati, di cui la storia dell' università italiana offre ampia letteratura. Con gli stessi protagonisti che ne vanno fieri: tanto la cattedra alla discendenza è sempre stata ritenuta non un sopruso, ma un diritto.

Quando scoppia il caso dei familiari di Luigi Frati, rettore della Sapienza di Roma e preside per moltissimi anni della facoltà di Medicina, a chi chiede spiegazioni lui sbatte in faccia una strepitosa metafora: «Quando Cesare Maldini è diventato commissario tecnico della Nazionale, Paolo Maldini non è stato buttato fuori dalla squadra».
raffaele cantoneRAFFAELE CANTONE

Peccato che un rettore non sia un allenatore di calcio e che nella squadra della sua facoltà di Medicina non ci sia un familiare, ma tre. Suo figlio cardiologo, sua moglie laureata in Lettere docente di Storia della medicina e sua figlia laureata in Giurisprudenza docente di Medicina legale: di più, nominata dal governo di Enrico Letta nel comitato nazionale di bioetica. Tre Paolo Maldini?

Narrano che questa scintilla inneschi il famoso divieto contenuto nella legge di Mariastella Gelmini. Anche se non ci sono prove. Che quella decisione scateni invece singolari effetti collaterali, invece, è noto. Il Messaggero racconta che alla vigilia dell' approvazione della norma la dottoressa Paola Rogliati, nuora del preside della facoltà di Medicina di Tor Vergata a Roma, Renato Lauro, diventa professore associato della cattedra di Malattie dell' apparato respiratorio.

Sottolineando la circostanza che nella stessa facoltà e nel medesimo dipartimento, riporta l' Ansa, «c' è anche il marito della signora, nonché figlio del preside, David Lauro, professore ordinario di Endocrinologia, cattedra detenuta prima di lui dal padre». Tutto regolare. Ma difficile sostenere che sia normale.
luigi frati CONTESTATO ALLA SAPIENZALUIGI FRATI CONTESTATO ALLA SAPIENZA

Eppure per anni è stata questa la normalità delle cronache giornalistiche. All' Università di Bari c' era il corridoio Tatarano, dove c' erano le stanze del professore di Diritto privato Giovanni Tatarano e dei suoi figli Marco e Maria Chiara.

C' era la dinastia dei Massari: nove, per l' esattezza. E dei Girone: cinque, considerando anche il genero. Così a Bari, dove nel saggio L' università truccata Roberto Perotti aveva contato 42 parenti su 176 docenti di Economia. Ma così pure nel resto d' Italia. E le inchieste, da Nord a Sud, non si contano. Anche se quasi tutte finiscono sempre al solito modo: in una bolla di sapone.
LUIGI FRATILUIGI FRATI

La legge, dice Cantone ha ora «istituzionalizzato il sospetto». E Mariastella Gelmini replica che il divieto aveva proprio l' obiettivo di ripulire i concorsi. Resta il fatto che in un Paese normale di una norma del genere non ci sarebbe mai stato il bisogno. Lo ha detto anche Cantone, precisando di non averla «attaccata»: «Ho detto che è un paradosso che ci debba essere una legge che stabilisce un divieto che dovrebbe essere scontato».


2. GIOVANI, BRILLANTI, BEN PAGATI COSÌ TREMILA RICERCATORI L' ANNO VANNO (E RESTANO) ALL' ESTERO
Antonella De Gregorio per il ''Corriere della Sera''

Ad abbandonare la nave sono tremila giovani all' anno, dei circa 11 mila che conseguono il titolo di dottori. Vanno via soprattutto se le loro discipline di riferimento sono Scienze fisiche (31,5%) Matematica o Informatica (22,4%).

Meno mobili i dottori in Scienze giuridiche (7,5%), in Agraria e Veterinaria (8,1%), dice l' Istat.

mariastella gelminiMARIASTELLA GELMINI
Che ha fatto un identikit del dottore di ricerca che cerca fortuna all' estero, dove ci sono più opportunità e si fanno lavori più qualificati e meglio retribuiti. Proviene per lo più da famiglie del Centro-Nord, con elevato livello di istruzione ed è diventato dottore prima dei 32 anni. Se si calcola che in Italia l' età media di ingresso (meglio, di stabilizzazione) nella professione è di 37 anni, e che gli scatti retributivi sono rimasti congelati per anni, si intuisce quanto sia difficile avere gratificazioni in patria.

«Le nostre università assumono con il contagocce e i posti sono riservati a gente che è in lista da anni, tendenzialmente allievi dei professori», dice Michele Tiraboschi, docente di Diritto del lavoro a Modena. «Una tradizione che nella sua accezione più nobile premia i migliori delle varie scuole. Ma che ha portato a una forte degenerazione del sistema. In Danimarca, Svezia, Giappone, Stati Uniti, non si premia la fedeltà dell' allievo, ma c' è un' effettiva competizione meritocratica».

stefania gianniniSTEFANIA GIANNINI
Con l' associazione Adapt, fondata da Marco Biagi, Tiraboschi ha lavorato a una proposta di legge per creare un mercato della ricerca privato, per dare riconoscimento ufficiale ai ricercatori nelle aziende: «Ci allineerebbe alla tendenza europea e consentirebbe di far fronte alle esigenze di crescita e sviluppo del Paese».

E invece le piccole e medie imprese italiane a gestione familiare, specializzate in settori a medio-basso contenuto tecnologico, sono poco propense a investire in ricerca e sviluppo e in capitale umano.

A livello accademico sono burocrazia e baronie, più che il merito, a decidere chi fa carriera. Ecco perché i nostri ricercatori se ne vanno. A guadagnare il doppio, a volte quattro volte più dei colleghi che rimangono, a utilizzare meglio le proprie competenze.

Il mercato del lavoro nazionale «non riesce a valorizzare appieno il percorso formativo e il potenziale professionale dei dottori», conferma Almalaurea. Così vanno ad arricchire chi cresce e investe sul talento: in Gran Bretagna prevalentemente (16,3%), negli Usa (15,7%), in Francia (14,2%), Germania (11,4%), Svizzera (8,9%).
1 massachusetts institute of technology1 MASSACHUSETTS INSTITUTE OF TECHNOLOGY


Alcuni, più avventurosi, trovano le opportunità che l' università italiana non offre in Nepal, Cina, Finlandia. E non si tratta di «circolazione» di cervelli, perché il numero di giovani che emigrano non è compensato da flussi di italiani, con pari qualifiche, che rientrano in patria. Tanto meno da cittadini di altri Paesi, di pari livello, che scelgono l' Italia. «Concorsi e insegnamenti in lingua italiana, pochi posti e già assegnati... Perché uno straniero dovrebbe partecipare?» commenta Tiraboschi.

UNIVERSITA DI BARIUNIVERSITA' DI BARI
L' altra faccia della medaglia è la certezza che l' attività di ricerca svolta in Italia sia di ottima qualità. Lo confermano i dati sui fondi Erc (i fondi europei per la ricerca) ma, tra i titolari italiani dei finanziamenti, una quota crescente di ricercatori li spende all' estero. Il Paese, conclude il docente, «sta rinunciando a qualcosa che sa fare bene, e che è più che mai essenziale per la crescita di un' economia avanzata».

Fonte: qui

sabato 24 settembre 2016

Occidente in declino, Asia è il nuovo motore di sviluppo di tutto il mondo



Il 21 settembre la società Allianz, uno dei principali fornitori di servizi assicurativi e finanziari in tutto il mondo con circa 85 milioni di clienti sparsi tra circa 70 Paesi, ha pubblicato i risultati di una ricerca internazionale sul benessere della popolazione mondiale.

Secondo la ricerca, l'unica regione in fase espansiva di sviluppo è l'Asia (escluso il Giappone). 

Inoltre il gap tra l'Asia e il resto del mondo sta crescendo. 

La ricerca mostra che per molti Paesi, tra cui quelli dell'Europa, i tempi buoni appartengono ormai al passato: nel 2015 le attività finanziarie di tutto il mondo sono cresciute del 4,9%, con un tasso solo leggermente superiore alla crescita economica reale. 

Nel corso dei 3 anni precedenti, le attività finanziarie erano cresciute 2 volte più velocemente. 

La riduzione del tasso di crescita delle attività finanziarie riguarda in particolare l'Europa, l'America e il Giappone. Anche in due sottoregioni in espansione come l'America Latina e l'Europa orientale, la crescita media è stata la metà di quella registrata in Asia. 

Complessivamente il valore lordo totale delle attività finanziarie della popolazione mondiale ammonta a 155 trilioni di euro. 

In Asia (escluso il Giappone) nel 2015 è arrivato il 18,5% delle attività finanziarie globali: questo indicatore non solo è aumentato di 3 volte a partire dal 2000, ma ha superato per valore quello dell'eurozona (14,2%). 

La Russia è al 42° posto nella classifica mondiale per livello di attività finanziarie nette pro capite. Oggi è nell'ultimo terzo della classifica globale secondo questo indicatore. 

Questa posizione bassa riflette la debolezza del rublo russo. 

Nella top-20 non c'è nessun Paese dell'Europa orientale. Slovenia e Repubblica Ceca occupano solamente il 26° e 27° posto rispettivamente. In vetta ci sono la Svizzera, gli Stati Uniti, i Paesi scandinavi e l'Asia. 

Negli ultimi anni a livello globale è emersa una vera e propria classe media. 

Oggi il leader di questo processo è principalmente la Cina. 

In Occidente la classe media sta scomparendo, portando un contributo minore al benessere generale, soprattutto nei Paesi colpiti dalla crisi dell'eurozona (Italia, Irlanda e Grecia), così come nelle economie avanzate (Stati Uniti, Giappone e Regno Unito). 

In generale il divario tra le classi sociali sta diventando sempre più profondo e la distribuzione della ricchezza non può considerarsi uniforme nel mondo. 

Tuttavia non si è registrato nessun cambiamento per le persone più ricche del pianeta, i cui patrimoni sono in costante crescita.

Leggi tutto: sputniknews

venerdì 23 settembre 2016

Multa ad Airbus, la guerra tra Usa e Ue continua

La World trade organization sanziona Airbus. Ma è chiaro che dietro l'organizzazione internazionale ci sono gli Usa, in aperta guerra con l'Ue

Ma a chi risponde il Wto? 

Chi sono i burattinai di questo carrozzone internazionale, l'Onu del commercio mondiale, la "World trade organization" che ha stangato il consorzio Airbus - pardon: preteso di stangare, perché chissà se e quando i sanzionati pagheranno pegno - contestandogli di aver intascato circa 22 miliardi di dollari in sussidi illegali per la costruzione di aerei da parte di Ue, Germania, Francia, Regno Unito e Spagna, e di aver violato così il regime di libera concorrenza con l'americana Boeing?

"Il Wto non è solo il comitato d'affari delle multinazionali. È stato pensato come la centrale di sviluppo del mondo. (...) Con una specifica. Gli Usa hanno aderito al Wto, ma, con norme di applicazione, si sono riservati una way-out, in caso di gravi pregiudizi alle loro industrie o di reiterate restrizioni di operatività. L'Europa ha invece aderito e basta!". Lo scrive Giulo Tremonti, ex ministro dell'Economia e fine polemista, nel suo "Rischi fatali" del 2005. È bene rileggersi queste righe per ricordare, in premessa, che il Wto è uno strumento voluto simmetricamente da America ed Europa, ma sostanzialmente pilotato dagli americani, padroni del campo oggi più che mai, dopo oltre un decennio di asimmetria economica a loro favore, con l'Europa ferma o recessiva e gli Stati Uniti al galoppo. Quindi al Wto comandano loro.

La premessa sembra banalizzante. ma chiunque abbia letto di diritto, internazionale in specie, sa che pretendere di entrare nei dettagli di questi contenziosi giuridici internazionali per trovarvi la "verità" non è solo difficile: è inutile, perché un bravo giurista vi rinvenirà sempre altrettante tesi a favore sia di una parte che di un'altra. 

Se in questo momento il Wto attacca l'Europa sull'Airbus - proprio mentre sempre davanti ai suoi uffici istruzione anche gli Stati Uniti sono sotto accusa per analoghi aiuti di Stato illeciti, sia pur più contenuti (5 miliardi) proprio alla rivale di Airbus, la Boeing - è solo per ragioni politiche. È perché le Autorithy indipendenti dal potere politico - anzi, meglio: dalla classe dirigente del Paese-guida - sono una chimera, un'illusione: non ci sono. E anche i vertici del Wto prendono ordini, se non direttamente dalla Casa Bianca, dalle lobby economiche che la ispirano.

La sanzione su Airbus conferma che l'Europa frammentata, insicura, economicamente lenta se non ferma, politicamente lacerata e sul punto di aggravare le spaccature sia sui temi sociali che economici che internazionali - welfare, sviluppo, occupazione, immigrazione, difesa - non fa più paura a nessuno. 

Non ha alcuna chance in questo momento di far prevalere il suo punto di vista nel conflitto commerciale ormai conclamato contro gli Usa. E vien da dire: meno male che non c'è ancora Donald Trump, con il suo piglio muscolare, a pilotare la corazzata americana.

Certo che gli Usa hanno bisogno del mercato europeo e dei suoi consumatori. Ma ne paventano la concorrenza a tutto campo che di quando in quando patiscono, e vogliono soffocarla. Qualunque diversa ed eufemistica definizione di questa contrapposizione è un'utopia. Certo, tra la proclamazione di una "multa" e il suo pagamento ne corre: questo vale ieri contro la Apple e oggi contro l'Airbus. Ma questa schermaglia, questa guerra dei nervi, queste minacce rituali reciproche dicono male, malissimo.

Otto anni di crisi finanziaria a matrice americana e otto anni di crescita asimmetrica della Cina rispetto al resto del mondo e ancora otto anni di destabilizzazione del mercato energetico sono altrettanti fattori di stress che non potevano che indebolire o vanificare i collaborazionismi economici. L'unico vantaggio è che oggi il mondo - per fortuna - pur avendo tante, troppe, sanguinose guerre "a capitoli", come dice il Papa, non ha più la valvola crudele della guerra mondiale. 

E incanala sull'economia la rivalità e l'odio che in due occasioni ha scaricato nel sangue. 

Meglio le opposte sanzioni e le ristrettezze economiche che guerre che comportano delle bombe atomiche. Ma comunque le società europee rischiano, purtroppo, di pagare a questa contrapposizione un prezzo complessivo ben più salato delle opposte multe... A causa proprio delle divisioni interne che hanno indebolito a livelli mai visti la capacità di dialettica internazionale dell'Unione nel suo insieme.

L'attacco americano sul caso Volkswagen, la rottura tedesca sul Ttip, la procedura europea contro la Apple per l'elusione fiscale e il take-over tedesco della Bayer sulla Monsanto, ora le sanzioni Usa su Airbus. Allacciamoci le cinture, il rally è solo agli inizi.


Fonte: qui

Venezuela, in ospedale non ci sono culle: neonati finiscono nelle scatole di cartone

L'immagine pubblicata da una avvocato venezuelano per i diritti umani documenta lo stato di degrado in cui versano alcune strutture sanitarie del Paese sudamericano, vittima ormai da tempo di una gravissima crisi economica.



Venezuela, in ospedale non ci sono culle: neonati finiscono nelle scatole di cartone


La grave situazione economica in cui versa il Venezuela continua ad avere tragiche ripercussioni sulla vita quotidiana. Ne è una prova la foto scattata da Manuel Ferreira, un avvocato esperto in diritti umani che così ha provata a gettare luce su quanto succede in un reparto maternità di un ospedale locale: in mancanza di culle sono state riciclate delle scatole di cartone per accogliere i bimbi venuti al mondo negli ospedali pubblici. 

La foto è diventata immediatamente virale su Facebbok e Twitter. Il fatto sarebbe avvenuto nel reparto maternità dell'ospedale Domingo Guzman Lander, nello stato di Anzoategui (nord-est del Paese). Il tweet riporta come didascalia una citazione di una nota canzone di Ali Primera, celebre cantautore impegnato: "Che triste come arrivano i bimbi nelle loro culle di cartone".

La vicenda ha catalizzato l’attenzione dei media non solo in Venezuela. Inizialmente il direttore dell'ospedale, José G. Zurbarán, ha definito la diffusione di queste immagini su Twitter “un attacco mediatico feroce”, mentre i dipendenti del nosocomio  hanno postato immagini, molto diverse, dello stesso luogo, al fine di contrastare questa “foto tendenziosa”. Il medico ha prima assicurato, dal suo account twitter, che “è falso che i bambini vengono messi nelle scatole di cartone”, aggiungendo però in un altro messaggio che “ci sono persone che utilizzano situazioni isolate per attaccare chi, giorno dopo giorno, dà il meglio di sé”. Quel che è certo è che ora i neonati sono stati sistemati all’interno di vere culle. "La mia denuncia almeno è servita a fare accomodare un po' meglio quei bebé", ha commentato Ferreira.

Fonte: qui

I LEADER EUROPEI IN PUBBLICO SOSTENGONO LA CLINTON, MA IN CUOR LORO SOGNANO LA VITTORIA DI TRUMP

COSI’ POTREBBERO FINALMENTE ELIMINARE LE SANZIONI ALLA RUSSIA, CONTANDO SULL’AMMIRAZIONE DI “THE DONALD” PER LO ZAR. E ADDIO TTIP

Carlo Nicolato per “Libero Quotidiano

JIMMY FALLON SCOMPIGLIA I CAPELLI DI DONALD TRUMPJIMMY FALLON SCOMPIGLIA I CAPELLI DI DONALD TRUMP
C' è un mondo parallelo, politicamente scorretto, in cui gli americani anziché stare con la Clinton o con Trump tifano il russo Putin e gli europei, specie quelli più «democratici», anziché parteggiare per la dem Hillay, in cuor loro sperano segretamente nella vittoria dell' impresentabile magnate. 

Il primo sorprendente dato è stato semplicemente svelato dal Financial Times che nei giorni scorsi ha pubblicato un sondaggio di Economist-YouGov dal quale risulta che attualmente solo il 27% dei repubblicani ha un' opinione negativa di Vladimir Putin.

Fino a due anni fa lo stesso sondaggio aveva registrato un dato diametralmente opposto, e cioè che quelli contro il presidente russo erano il 66%. L' 85% dello stesso campione intervistato ritiene poi che Putin sia un leader forte, di cui ci si può fidare, mentre Obama è uno smidollato senza attributi per l' 81%.
JIMMY FALLON SCOMPIGLIA I CAPELLI DI DONALD TRUMPJIMMY FALLON SCOMPIGLIA I CAPELLI DI DONALD TRUMP

Insomma, non solo Putin stravince le elezioni in casa sua, ma se si presentasse a quelle americane darebbe del filo da torcere a chiunque. 

I repubblicani dovranno però accontentarsi di Trump che non ha mai dimostrato di saper governare come il presidente russo ma quantomeno ha ammesso di essere un fan di Putin, così come quest' ultimo lo è, anche se probabilmente non con la stessa convinzione, del magnate.

Se ne facciano una ragione a Washington, a differenza di qualche annetto fa quando il comunismo faceva la differenza, la cosiddetta «nuova guerra fredda» ha fatto solo danni e ha perfino diviso gli americani che su Putin in larga parte la pensano in modo diametralmente opposto ai leader occidentali.
vladimir putinVLADIMIR PUTIN

E qui arriviamo al secondo punto, perché i leader occidentali di cui sopra sono gli stessi che sostengono pubblicamente la Clinton, che mai e poi mai si lascerebbero scappare una parola di favore o di ammirazione per Donald Trump, considerato nella migliore delle ipotesi semplicemente inadeguato a diventare l' inquilino della Casa Bianca e quindi l' uomo più potente della Terra. Eppure se azzardassimo che molti di loro non sarebbero poi così dispiaciuti se il magnate diventasse veramente il presidente, non andremmo poi così lontano dalla realtà.

Per chiarire subito cosa intendiamo prendiamo ad esempio il Ttip, il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti in corso di trattativa, che oramai nessun leader politico europeo vuole per i più svariati motivi ma che gli americani al contrario vogliono imporre all' Europa a loro vantaggio.

vladimir putin alla conferenza di fine annoVLADIMIR PUTIN ALLA CONFERENZA DI FINE ANNO
Se vincesse la Clinton è evidente che il trattato, pur tra mille difficoltà, prima o poi verrà firmato. Come fanno i leader europei a rompere con una «moderata» (si fa per dire) e democratica presidenza Usa? Come fanno a dire no all' alleato storico impersonato così propriamente da una rappresentante di un' altrettanto storica famiglia Dem? Cambierebbe tutto se invece fosse eletto Trump, la personificazione, ai loro occhi, dell' America becera e prepotente. Con lui sarebbe molto più facile rompere, ne va dei principi di democrazia e libertà.

JUNCKER FARAGEJUNCKER FARAGE
Insomma, per assurdo, l' elezione dell' odiato magnate tornerebbe comoda ai leader europei per ridiscutere l' alleanza con gli Usa, per contestare le intromissioni di Washington nella politica di Bruxelles. La tensione tra Usa ed Europa è già lì, latente: basti ad esempio il caso Apple in Irlanda che ha fatto dire a Juncker che «noi non siamo gli Stati Uniti d' Europa». Come dire «non ci rompano le scatole», e quanto sarebbe più facile dirlo all' improponibile Trump.

erdogan junckerERDOGAN JUNCKER
Ma gli esempi si sprecano. Le sanzioni alla Russia? 

Visti i rapporti con Putin, Trump le revocherebbe immediatamente, ma se così non fosse l' Europa non ci penserebbe su due volte a mandare al diavolo l' intruso della Casa Bianca e a revocarle unilateralmente. 

E che dire delle odiate basi militari Usa: le sinistre di tutti i Paesi europei ne chiederebbero l' immediata chiusura. 

Perfino la Nato potrebbe essere rimessa in discussione, e per qualcuno sarà l' occasione buona per tornare a parlare, con qualche concreta speranza, di esercito europeo.

Fonte: qui