9 dicembre forconi: ospedale
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lunedì 31 dicembre 2018

E' MORTA LA 70ENNE DELLO SRI LANKA FOTOGRAFATA RICOPERTA DI FORMICHE IN UN OSPEDALE DI NAPOLI

L’AVVOCATO DELLA DONNA: “LA MANCANZA DI CURE CHE LE HA PROVOCATO PIAGHE DA DECUBITO PROFONDISSIME CHE LE HANNO LESO LA CUTE E LA CARNE”, MA LA DIREZIONE SALUTE CAMPANIA ATTACCA: "DIFFAMATORIO ASSOCIARE IL DECESSO DELLA PAZIENTE ALLA VICENDA DELLE FORMICHE"

donna sommersa dalle formicheDONNA SOMMERSA DALLE FORMICHE
E' morta la donna dello Sri Lanka che, ricoverata in un ospedale di Napoli, era stata trovata e fotografata ricoperta di formiche, poco più di un mese fa, mentre era intubata. Thilakawathi Dissianayake non ce l'ha fatta, è deceduta. La Direzione Salute regionale spiega che non vi è un collegamento tra il decesso e il "caso formiche".

L'avvocato della donna, Hillary Sedu, negli scorsi giorni ha presentato denuncia alla Procura di Napoli: "La mancanza di cure - sostiene - ha provocato nella donna piaghe da decubito profondissime che le hanno leso la cute e la carne fino a quasi far intravedere le ossa. Il 21 dicembre era stata trasferita con urgenza nel reparto di Rianimazione dell'Ospedale del Mare, dove purtroppo è deceduta". Versione smentita con forza dalla Regione.

donna sommersa dalle formicheDONNA SOMMERSA DALLE FORMICHE
Regione: "Nulla a che fare con caso formiche"
La Direzione Salute della Regione Campania ha diffuso una nota per precisare alcune questioni.

“In merito al decesso della paziente T. D., originaria dello Sri Lanka, avvenuto nella serata del 29 dicembre all’Ospedale del Mare di Napoli, a fronte delle notizie apparse sugli organi di informazioni, inesatte e diffamatorie, e che associano il decesso alla vicenda delle formiche (sulla quale è in corso un’indagine della Procura per accertare la verità dei fatti) e addirittura alla presunta “mancanza di cure” ricevute, l’Asl Napoli 1, presenterà una denuncia a tutela del lavoro svolto dal personale medico sanitario e dell’immagine stessa della Sanità campana, ancora una volta oggetto di strumentali attacchi mediatici", si legge nella nota.

donna sommersa dalle formicheDONNA SOMMERSA DALLE FORMICHE
"La paziente, 70 anni, era affetta da doppio ictus cerebrale con tetraparesi, triplice by pass aorto coronarico, insufficienza respiratoria trattata con tracheotomia. Il quadro clinico complesso registrava inoltre diabete e ipertensione arteriosa.

Per queste gravissime patologie è stata curata con tutte le attenzioni mediche e umane del caso all’Ospedale del Mare, dove la paziente era stata trasferita dal San Giovanni Bosco, dove era stata accolta a causa del previsto compassionevole rimpatrio in aereo, negato dalla compagnia di volo per la gravità delle sue condizioni.

Il quadro generale ne consigliava il trasferimento a una struttura di accoglienza permanente, non accettato dalla famiglia. Per un ulteriore peggioramento del già gravissimo quadro clinico i medici del San Giovanni Bosco hanno richiesto il 21 dicembre scorso il trasferimento presso l’Ospedale del Mare dove si è assistito ad un ulteriore decadimento della funzionalità cardiaca e respiratoria per cui, nonostante trattamenti massimali e intensivi si è avuto il decesso della paziente. Questi sono i fatti”, conclude la nota della Direzione Salute regionale.“

Fonte: qui

lunedì 10 dicembre 2018

STUPRO NELL’OSPEDALE DI PADRE PIO



UN INFERMIERE DELLA “CASA SOLLIEVO DELLA SOFFERENZA” DI SAN GIOVANNI ROTONDO È ACCUSATO DI AVER VIOLENTATO UNA PAZIENTE: ARRESTATO E SOSPESO, SARÀ LICENZIATO 

SECONDO GLI INQUIRENTI AVREBBE EFFETTUATO PRATICHE SANITARIE MOLTO INVASIVE SULLA DONNA…


padre pioPADRE PIO
Avrebbe stuprato una paziente in ospedale, nella Casa Sollievo della Sofferenza di San Giovanni Rotondo, l'ospedale voluto, creato e inaugurato da San Pio da Pietrelcina negli anni '50: per questo un infermiere in servizio nella struttura è stato arrestato e sospeso dal lavoro, e nei suoi confronti è in atto la pratica di licenziamento. A quanto si apprende l'infermiere, le cui generalità non sono state rese note per tutelare la vittima, è stato posto ai domiciliari.

Secondo la ricostruzione dei carabinieri, l'episodio è accaduto un mese fa. La vittima, subita la violenza, ha immediatamente chiesto aiuto ai medici di San Giovanni Rotondo che hanno informato dell'accaduto i militari. Gli inquirenti sostengono che l'infermiere avrebbe effettuato pratiche sanitarie non di sua competenza e, tra le altre cose, molto invasive.     

Fonte: qui

giovedì 6 dicembre 2018

SI CHIAMA LUIGI AMORUSO L’UOMO CHE HA FERITO LA DOTTORESSA FUORI DALL’OSPEDALE A CROTONE. 50 ANNI, L’HA COLPITA CON UN CACCIAVITE PER ''VENDICARE'' LA MORTE DELLA MADRE


IL MEDICO, MARIA CARMELA CALINDRO, NON E' IN PERICOLO DI VITA. NELLA CITTÀ È ALLARME SICUREZZA: NEI MESI SCORSI ALTRI DUE MEDICI SONO STATI MALMENATI E…

Carlo Macrì per il “Corriere della Sera”

ospedale san giovanni di dio crotone 1OSPEDALE SAN GIOVANNI DI DIO CROTONE
Se è viva lo deve a un cittadino extracomunitario che ha immobilizzato il suo aggressore, un disoccupato di 50 anni, che avrebbe voluto ucciderla. La dottoressa Maria Carmela Nuccia Calindro, del reparto di Medicina dell' ospedale San Giovanni di Dio, a Crotone, se la caverà con una prognosi di trenta giorni, nonostante le ferite alla testa, al collo e all' addome che il suo aggressore, Luigi Amoruso, le ha inferto con un cacciavite. L' uomo è stato arrestato con l' accusa di tentato omicidio.

Amoruso ha agito per vendicare la morte di sua madre, deceduta nel 2017 per un male incurabile, dopo essere stata ricoverata proprio nel reparto in cui svolge la sua attività la dottoressa Calindro. «Devi essere punita. Hai fatto morire mia madre», avrebbe detto l' uomo prima di colpire la dottoressa.
maria carmela calindro, la dottoressa aggredita a crotoneMARIA CARMELA CALINDRO, LA DOTTORESSA AGGREDITA A CROTONE

Amoruso ha atteso il medico nel parcheggio del nosocomio: per non farsi riconoscere si è coperto il viso con una sciarpa e il capo con un cappello. Il suo era un piano ben preparato. Quando il medico stava per aprire la portiera della sua automobile, Amoruso le si è avventato contro iniziando a colpirla. Le urla della donna hanno attirato l' attenzione di Mustafa El Aoudi, venditore ambulante che, come ogni giorno, se ne stava seduto vicino al suo bancone in attesa che i parenti di qualche ammalato spendessero qualche euro, acquistando una delle sue cianfrusaglie.

MARIA CARMELA CALINDROMARIA CARMELA CALINDRO
L' immigrato non ha perso tempo ed è corso in aiuto del medico. Tra Mustafa e Amoruso è nata una violenta colluttazione: l' extracomunitario, però, ha avuto la meglio riuscendo a disarmare l' aggressore. Ecco il suo racconto: «Ho visto che la colpiva con un cacciavite e l' ho buttato giù, poi è scappato e l' ho inseguito sino al bidone della spazzatura, gli ho fatto lo sgambetto ed è caduto. A quel punto l' ho tenuto fermo sino all' arrivo della polizia». In un breve messaggio dal letto d' ospedale Maria Carmela Nuccia Calindro ha scritto: «Ringrazio il venditore ambulante che è intervenuto in mio soccorso».

l'uomo che ha salvato la dottoressa aggredita a crotoneL'UOMO CHE HA SALVATO LA DOTTORESSA AGGREDITA A CROTONE




La polizia ha ricostruito la vicenda e con il coordinamento della Procura, si è arrivati a risolvere il caso e capire il motivo dell' aggressione. Luigi Amoruso per molti anni ha lavorato all' estero, dove faceva il cameriere. L' aggravarsi delle condizioni di salute della madre l' hanno costretto a rientrare a Crotone. Raccontano che per tutto il periodo in cui la madre è stata ricoverata lui non si era mai staccato dal suo letto. 

ospedale san giovanni di dio crotoneOSPEDALE SAN GIOVANNI DI DIO CROTONE
Il decesso della donna, l' anno scorso, gli avrebbe provocato un inizio di depressione. Ma soprattutto, Amoruso si era convinto che la morte di sua madre fosse un caso di malasanità. In sostanza, che i medici crotonesi non avessero saputo curarla come era necessario. Questo l' ha spinto a presentare una denuncia alla magistratura contro il personale del reparto dov' era stata ricoverata l' anziana donna. 

maria carmela calindro 5MARIA CARMELA CALINDRO




Denuncia che non ha fatto il suo corso, perché lo stesso Amoruso aveva deciso di ritirarla. Tutto pareva finito lì. Gli stessi medici del San Giovanni di Dio sembra non temessero nulla. Nella mente del disoccupato, però, la voglia di vendetta è andata via via aumentando con il trascorrere dei giorni. Fino all' epilogo di ieri. Il legale della dottoressa, Francesco Verri, ha detto che «si è trattato di un gesto di una gravità inaudita che ha colpito l' intera categoria dei medici». C' è un problema di sicurezza all' ospedale di Crotone.
ospedale san giovanni di dio crotone 2OSPEDALE SAN GIOVANNI DI DIO CROTONE 

L' aggressione di ieri sera non è un fatto isolato. Nei mesi scorsi altri due medici sono stati malmenati. In un caso un sanitario ha subito un trauma cranico solo perché non avrebbe ricoverato un parente di un pregiudicato. Nel secondo caso un medico della Rianimazione è stato colpito con pugni e calci perché avrebbe osato offrire ai parenti di un ragazzo di Rosarno, che stava per morire, l' opportunità di vedere per l' ultima volta il proprio congiunto.

Fonte: qui

martedì 27 novembre 2018

I VIRUS UCCIDONO IL DOPPIO DEGLI INCIDENTI STRADALI

E’ RECORD NEGATIVO IN EUROPA 

OGNI ANNO 530MILA PAZIENTI SUBISCONO INFEZIONI CHE DIVENTANO MORTALI PER 7800 PERSONE 

"IL PROBLEMA SONO I BATTERI E L’IGIENE DEI MEDICI..."

MELANIA RIZZOLI per Libero Quotidiano
Ogni anno sono circa 33mila nell' Unione Europea le persone che muoiono per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici, la maggior parte contratte in ospedale, e circa un terzo di questi decessi avviene nel nostro Paese, dove la probabilità di infettarsi durante un ricovero ospedaliero è del 6 per cento. Il Centro Europeo Malattie Infettive (ECDC) ha stimato 530mila casi ogni anno di questi contagi, con oltre 7.800 decessi, pari al doppio delle morti legate agli incidenti stradali.
Una strage silenziosa, che ha classificato l' Italia all' ultimo posto in Europa, una maglia nera che non meritavamo. Le infezioni ospedaliere sono la complicanza più frequente e più grave dell' assistenza sanitaria, e sono quelle che insorgono durante il ricovero in ospedale o subito dopo le dimissioni del paziente, che al momento dell' ingresso non erano clinicamente manifeste, né erano in incubazione. Esse sono l' effetto della progressiva introduzione di nuove tecnologie sanitarie, che, se da una parte garantiscono la sopravvivenza di malati ad alto rischio di infezioni, dall' altra consentono l' ingresso di microorganismi in sedi corporee normalmente sterili.
Il fattore cruciale di questo tipo di infezioni è rappresentanto dall' aumento esponenziale di ceppi batterici resistenti agli antibiotici, visto il largo uso di questi farmaci a scopo profilattico o terapeutico, ed anche il graduale aumento dei fattori di rischio specifici, come l' uso ormai inevitabile dei cateterismi per le indagini vascolari e cardiache o degli endoscopi per il tratto gastro-intestinale o urinario, che costituiscono sistemi invasivi che spesso veicolano anche i batteri.
GRAVI PATOLOGIE Le infezioni ospedaliere non colpiscono i medici che quotidianamente sono a contatto con questi agenti patogeni altamente infettanti, né il personale sanitario, gli assistenti volontari o i tirocinanti, perché le persone a rischio di contrarre questo tipo di infezione sono i pazienti ricoverati per gravi patologie, quindi immunologicamente depressi o con altre gravi malattie concomitanti, come tumori, diabete, anemie, cardiopatie, insufficienza renale o polmonare, o coloro che sono in attesa o hanno subìto un trapianto d' organo o di midollo, oppure i degenti ricoverati nelle terapie intensive dopo un intervento chirurgico.
La maggior parte dei batteri però viene veicolata al paziente da un operatore sanitario, ed è stato calcolato che il lavaggio frequente delle mani in ambito ospedaliero è in grado di prevenire più del 25% delle infezioni.
Il contagio avviene per via diretta tramite un veicolo contaminato (cibo, sangue, liquidi di infusione, disinfettanti), per via indiretta attraverso un endoscopio od uno strumento chirurgico, oppure per via aerea, a causa di microorganismi che sopravvivono nell' aria e vengono trasmessi a distanza (tosse, starnuti) ed inalati.
Tutti i pazienti ricoverati sono potenzialmente a rischio di infezione ospedaliera, ma i soggetti ricoverati nelle unità di cura intensiva, quindi quelli più gravi, hanno il rischio più alto, ed il 70% dei batteri coinvolti nel contagio sono resistenti ai comuni antibiotici. L' 80% di tutte le infezioni ospedaliere riguarda quattro sedi principali: il tratto urinario, l' apparato respiratorio, le ferite chirurgiche e le setticemie, e negli ultimi anni si sta assistendo ad un aumento delle batteriemie e delle polmoniti.
ospedale medici barellaOSPEDALE MEDICI BARELLA
QUALITÀ DELL' ASSISTENZA Non tutte le infezioni ospedaliere sono prevenibili, ma è opportuno sorvegliare selettivamente quelle che sono attribuibili a problemi nella qualità dell' assistenza, con l' adozione di misure più sicure, che garantiscano le maggiori condizioni asettiche. Purtroppo per evitare questo rischio fatale, e per diminuire la proliferazione di batteri multi resistenti che provocano setticemie letali, è necessario rivedere e riconsiderare l' uso spesso inappropriato di antibiotici a largo spettro, molto potenti, che spesso vengono somministrati per patogeni che potrebbero essere curati con molecole più comuni, con tempi e dosaggi minori.
Il Piano Nazionale di contrasto all' antibiotico -resistenza (Pncar) 2017-2020, a cura del Ministero della Salute, ha emesso linee guida e programmi con corrette pratiche di prevenzione, che potrebbero ridurre del 20/30% questo rischio nel percorso ospedaliero, concorrendo a migliorare anche l' impatto economico sul SSN, considerato che i costi di trattamento di una singola infezione pesano dai 5 ai 9mila euro a paziente.
Nel 2050 le infezioni batteriche causeranno circa 10milioni di morti all' anno, superando ampiamente i decessi per tumore (8,2milioni), per diabete (1,5milioni), o incidenti stradali (1,2milioni), a causa dell' antibiotico resistenza, una emergenza ormai internazionale.

INFEZIONI IN OSPEDALE: 7800 MORTI L' ANNO
ALESSANDRO GONZATO per Libero Quotidiano
I numeri gelano il sangue: in Italia, a causa di infezioni provocate da batteri resistenti agli antibiotici, muoiono 10.762 persone all' anno. Nel 72,4 per cento dei casi, che equivalgono a circa 7.800 pazienti, l' infezione è correlata all' assistenza ospedaliera.
Stando a quest' ultimo dato la media è di 21 decessi al giorno, quasi uno all' ora, quanto le morti per Aids, tubercolosi e influenza messe assieme, addirittura il doppio rispetto al numero delle vittime provocate dagli incidenti stradali. Nel nostro Paese, maglia nera di questa preoccupante classifica, la probabilità di contrarre un' infezione più o meno grave mentre siamo in cura in un ospedale è del 6 per cento: ogni anno i casi sono 530 mila e le cure per ogni singolo trattamento costano dai 5 ai 9 mila euro.
I dati, riferiti al 2015-2016 - gli ultimi disponibili - sono stati diffusi dal Centro Europeo Malattie Infettive (Ecdc) durante la settimana mondiale sull' uso consapevole degli antibiotici. In Europa sono 33mila le persone che ogni 12 mesi muoiono per infezioni da batteri resistenti agli antibiotici.
In Italia la situazione è dovuta soprattutto all' aumento del numero dei pazienti più fragili, ossia quelli con più di 65 anni, all' uso di sistemi sempre più invasivi per l' organismo come cateteri o endoscopi - portatori di batteri - e, denuncia l' Ecdc, per la scarsa adozione di strategie di prevenzione.
UTILIZZO SCORRETTO «Dobbiamo fare molto in questo campo» ci conferma il professor Silvio Brusaferro, ordinario di Igiene e Sanità Pubblica dell' Università di Udine e nel gruppo di ricerca del ministero della Salute. Da una parte, come evidenzia lo studio, le infezioni vengono contratte a causa dell' utilizzo scorretto degli strumenti medici.
Talvolta viene sottovalutata anche la più semplice norma igienica del lavaggio delle mani. Dall' altra - prosegue il professore - prima di ricorrere alle cure ospedaliere succede che facciamo un uso sbagliato degli antibiotici, ne prendiamo troppi, magari senza la prescrizione perché abbiamo avanzato dei blister in casa dalle volte precedenti, oppure sbagliamo i modi e i tempi, diciamo "Ma sì, mi è passato ormai, prendo una pastiglia in meno", ed è così che si sviluppano le resistenze».
ospedaleOSPEDALE
Analizzando i dati ancor più nel dettaglio vediamo che, in base a uno studio dell' Università di Torino sulle "infezioni correlate all' assistenza e sull' uso di antibiotici" effettuato su 28.157 pazienti distribuiti in 135 ospedali, il 41,6 per cento di questi era stato ricoverato nei reparti di specialità mediche, il 29,6 in specialità chirurgiche, il 4,7 in Terapia Intensiva, il 4,6 in Ginecologia e Ostetricia e il 3,9 in Pediatria.
Su 67 tipologie di patogeni identificati come responsabili delle infezioni, il più diffuso è l' Escherichia coli (13 per cento), seguito dal Klebsiella pneumoniae (10,4) e dallo Staphylococcus aureus (8,9). Gli antibiotici più utilizzati sono stati: Piperacillina e inibitori enzimatici (13,3 per cento), Ceftriaxone (10,3), Levofloxacina (8,4), Cefazolina (7,6) Amoxicillina e inibitori enzimatici (7,6).
CAMPAGNA AL VIA Per contrastare l' aumento delle infezioni correlate all' assistenza ospedaliera, "3M Salute", società specializzata nella cura della persona e nei prodotti per la salute, ha lanciato la campagna "Ospedale senza infezioni", che si propone di informare i cittadini con un programma condiviso con gli operatori sanitari.
«Siamo convinti che il nostro contributo non debba limitarsi a rendere disponibili tecnologie avanzate ma che debba andare oltre, migliorando le condizioni dei pazienti che affrontano, ad esempio, un intervento chirurgico o una terapia oncologica» afferma Patrizio Galletta, direttore finanziario di "3M". «Pazienti più informati e sicuri e personale sanitario aggiornato sulle migliori pratiche cliniche e sulle azioni più efficaci di prevenzione aiuteranno certamente a ridurre gli eventi avversi correlati alle infezioni ospedaliere».
ospedaliOSPEDALI

Il tema verrà trattato a Firenze da oggi fino a venerdì in occasione della tredicesima edizione del "Risk Forum Management in Sanità" al quale parteciperanno 1.540 relatori tra medici, infermieri, operatori socio-sanitari e professionisti che si alterneranno in 130 sessioni scientifiche.
Fonte: qui

domenica 18 novembre 2018

LA 48ENNE MARISA CHARRERE, INFERMIERA VALDOSTANA, HA UCCISO I DUE FIGLI DI 7 E 9 ANNI CON UNA DOSE DI POTASSIO E POI E’ TOLTA LA VITA


“NON CE LA FACCIO PIU’” 

LA DONNA HA LASCIATO DUE LETTERE AL MARITO PER SPIEGARE LE RAGIONI DEL SUO GESTO: “NON SOPPORTO PIU’ QUESTA VITA PERCHE’…”
Nadia Muratore per “il Giornale”
«Non ce la faccio più». Sono le prime parole che Marisa Charrère, 48 anni, infermiera di Aymavilles, in Valle d' Aosta, ha scritto in una delle due lettere lasciate al marito, prima di uccidere i suoi due bambini con una iniezione letale, per poi suicidarsi subito dopo.
Secondo una prima ricostruzione degli inquirenti la donna, con una siringa, avrebbe iniettato ai figli Nissen di 7 anni e Vivien di 9 un cocktail di farmaci, portato a casa sua direttamente dall' ospedale, dove da anni lavorava nel reparto di cardiologia.

Saranno gli esami, disposti già per le prossime ore, a dire quale sia stata la sostanza che ha ucciso la mamma e i piccoli. Durante la perquisizione gli agenti hanno trovato nella abitazione numerose siringhe, ma nessuna sostanza particolare. La prima ipotesi avanza è quella di avvelenamento da potassio.

Marisa Charrère dopo aver ammazzato i due figli, come in un rituale di morte studiato nei minimi particolari, li ha adagiati su un divano letto in una stanza degli ospiti, al piano terra della loro abitazione e, dopo averli sistemati come se stessero dormendo, si è uccisa con un' altra iniezione. A trovare i tre corpi ormai privi di vita, è stato il marito di Marisa, Osvaldo Empereur, appena rientrato dal lavoro.

Quando ha aperto la porta di casa, ha visto la moglie, coricata per terra e dopo aver capito che per lei non c'era più nulla da fare, disperato e in preda ad un brutto presentimento, ha cercato i due bambini. La speranza di trovarli ancora in vita si è infranta davanti a quel divano letto, diventato un sacrario di morte. L'uomo, scioccato, è stato ricoverato in ospedale.

In un attimo l'agente del Corpo forestale della Valle d'Aosta, in servizio alla caserma di Arvier, ha tragicamente realizzato che tutta la sua famiglia era stata sterminata da un attimo di follia della moglie che, per spiegare il suo gesto, gli ha lasciato due lettere sul tavolo della cucina.

Con quelle poche righe, la donna, ha cercato di spiegare al marito, quel malessere che da tempo la tormentava e che l'ha portata a diventare l' assassina dei suoi figli, prima di togliersi la vita. Un atto dettato dalla disperazione, che ha travolto anche due piccole vittime innocenti.
LA CASA DI MARISA CHARRERELA CASA DI MARISA CHARRERE

La polizia ha accertato che a scrivere le lettere è stata proprio Marisa, confrontando la grafia con altri scritti presenti in casa. La vita dell' infermiera, è stata costellata di lutti e grandi dolori: era ancora una ragazzina quando in un incidente stradale ha perso il padre. E, nell' inverno del 2000 la stessa sorte era toccata al fratello Paolo, al quale era molto legata, morto mentre stava sgomberando la neve sulla strada regionale di Cogne.

La tragedia che si è consumata ad Aymavilles, dove la donna era conosciuta per essere una mamma amorevole e una infermiera molto prepara, ha sconvolto tutta la comunità.
«Stiamo parlando di una famiglia normale, che partecipava alla vita sociale del paese attraverso il volontariato - ha detto il sindaco Loredana Patey -. Lei aveva un carattere un po' chiuso ma nessuno poteva immaginare una cosa simile.

Siamo sgomenti. Marisa l' ho vista l' ultima volta sabato scorso, in occasione dell' arrivo del nuovo parroco e tutto sembrava a posto, lei era tranquilla come sempre».
«Adorava i suoi figli - hanno scritto i colleghi dell' infermiera - era una mamma attenta ai bisogni dei figli, rammaricata per averli avuti da grande ma questo era un motivo in più per accompagnarli sempre nelle loro attività scolastiche e sportive». Nel messaggio c' è anche il «dolore di non aver colto, nei suoi occhi, quella grandissima sofferenza che aveva nell' animo».

LE BORSE DELLA SPESA LASCIATE NELL' AUTO E LE DUE LETTERE: «BASTA SOFFERENZA»
Alessandro Fulloni per il “Corriere della Sera”

Sul tavolo del soggiorno due lettere dal contenuto quasi uguale. Scritte a mano, calligrafia curata, indirizzate al marito Osvaldo Empereur, 47 anni, sottufficiale del Corpo Forestale valdostano. Una frase è questa: «Non sopporto più questa vita». Poi altre parole tra cui «infelicità» e «sofferenza». Che «ora» riguarderebbero «sia me», «sia te».
MARISA CHARREREMARISA CHARRERE
Civico 13 di Clos Savin, un viottolo di settanta metri: ci sono la casa e subito accanto la pieve dove andava a pregare da sola al mattino. Più in là una pizzeria dove spesso ordinava la cena per la famiglia.

Scorreva in gran parte qui la vita di Marisa Charrère, 48 anni, l' infermiera professionale del reparto di cardiologia dell' ospedale Parini di Aosta che giovedì sera ha ucciso i due figli di 7 e 9 anni, Nissen e Vivien, iniettandogli una soluzione letale a base di potassio, lo stesso modo con cui poi si è tolta la vita lei. Vicini e amici descrivono una coppia in apparenza senza problemi, ma poi nei tre bar di Aymavilles, borgo di due mila abitanti a 4 chilometri da Aosta e a una quindicina in linea d' aria da Cogne, qualcuno sussurra di «liti», «scenate», «gelosia».

Lui esuberante, sportivo, appassionato di sci di fondo, animatore delle serate allo «Sci club Drink», il posto di ritrovo del paese. Lei assai più riservata, silenziosa, la vita segnata da due pesantissimi lutti: il padre, un operaio del soccorso stradale, morì quando Marisa era bambina, rotolando in una scarpata con un mezzo spazzaneve mentre infuriava una tormenta. E su quelle stesse strade di montagna morì anche il fratello di lei, nel novembre 2001, schiantandosi contro un Tir mentre era alla guida di un' utilitaria.

Un'infermiera scrupolosa nel lavoro, preparata e diligente, a detta dei colleghi in Cardiologia: «Adorava i figli, era attenta ai loro bisogni e presente». Semmai il rammarico era «di averli avuti da "grande" - aggiunge qualcuno in corsia - ma questo era un motivo per stare sempre con loro, accompagnandoli a scuola e a lezione di sci di fondo».
LA CASA DI MARISA CHARRERELA CASA DI MARISA CHARRERE
Davanti al cancello del civico 13 - la casa ha un giardino con scivoli e altalene - sostano giornalisti e telecamere.

Un uomo che vive al pianterreno, Simone Reitano, si affaccia dalla finestra dicendo solo di non sapere se Marisa fosse depressa: «Non li ho mai sentiti litigare». Sul vicino sagrato della chiesetta di Cristo Re, il sindaco Loredana Petey, in lacrime, parla di «uno strazio difficile da accettare. Questo non è solo un paese, è una grande famiglia dove tutti conoscono tutti».

Dall' altra parte del piazzale è parcheggiata la Suzuki Ignis usata tutti i giorni dall' infermiera. Dai finestrini, davanti al sedile lato passeggeri, si vedono diversi pacchi di carta igienica ancora avvolti nel cellophane; danno l' idea di essere stati acquistati da poco.
Nell' abitacolo, oltre a due palloni da calcio, ci sono anche tre o quattro buste della spesa piene per metà. In un cassettino sotto al volante è stata trovata la patente di Marisa. Almeno in apparenza, sembrava poggiata con cura e non dimenticata. Un investigatore della Mobile scuote la testa: «È andata a fare l' ultima spesa normalmente». Poi ha ucciso i due figli e si è tolta la vita.

Fonte: qui

martedì 25 settembre 2018

UNA DONNA DI 62 ANNI, RICOVERATA PER PROBLEMI AL CUORE, RIMANE BLOCCATA IN ASCENSORE IN UN OSPEDALE DI PALERMO PER UN QUARTO D’ORA


MINUTI PREZIOSI CHE RITARDANO L’INTERVENTO, CONCLUSO CON LA MORTE DELLA PAZIENTE 

I PARENTI SCATENANO IL CAOS E NELLA STRUTTURA SI VOCIFERA CHE QUELL’ASCENSORE AVESSE PROBLEMI DA TEMPO…

Felice Cavallaro per il "Corriere della Sera"

ospedale villa sofia a palermo 3OSPEDALE VILLA SOFIA A PALERMO
Hanno impiegato vent' anni per costruire e attivare il monoblocco di Villa Sofia, ma nella nuova area del vecchissimo ospedale palermitano l' ascensore dedicato ai pazienti in barella si sarebbe arrestato ieri per 15 minuti ritardando un intervento operatorio concluso con la morte di una donna di 62 anni, Giuseppa Gambino, arrivata poco prima colpita da infarto e sottoposta a coronarografia.

Un' affannata corsa domenicale per salvarla quella dei parenti ora infuriati contro medici e amministratori di Villa Sofia perché convinti che il tempo perduto in ascensore sia stato fatale. Di qui la denuncia ai carabinieri in servizio al pronto soccorso, poi l' intervento della magistratura e la decisione di procedere al sequestro della cartella clinica e, forse, all' autopsia, come sarà deciso in giornata.
ospedale villa sofia a palermo 6OSPEDALE VILLA SOFIA A PALERMO

È un' altra tegola che s' abbatte su un ospedale dove il cattivo funzionamento degli ascensori è sempre stato considerato il male minore, nel caos di tante insufficienze, delle attese infinite al triage, delle liti fra parenti, medici e infermieri.

Ma stavolta nemmeno il direttore sanitario Pietro Greco riesce a spiegarsi cosa sia potuto accadere nel trasferimento della paziente fra l' ottavo e il settimo piano: «La signora è arrivata in ospedale dopo che da tre giorni stava male. Inviata per i primi esami in Cardiologia all' ottavo piano ed evidenziata la grave condizione del cuore, è stato deciso di procedere ad altri accertamenti, al piano di sotto...».
ospedale villa sofia a palermo 5OSPEDALE VILLA SOFIA A PALERMO

Ma l' ascensore sarebbe stato risucchiato fino al secondo sotterraneo, bloccato al piano -2, per poi risalire al settimo. «Roba comunque di pochi minuti», minimizza Greco, convinto che non si sia arrivati al quarto d' ora ipotizzato nella denuncia dal fratello della paziente.

Quest' ultimo avrebbe riferito di avere appreso da uno dei medici per il momento senza nome per la cronaca che il cattivo funzionamento dell' ascensore era ben noto a tutti. Particolare fondamentale, ma non confermato dal direttore sanitario: «Si tratta di ascensori dedicati utilizzati solo dal personale.
ospedale villa sofia a palermo 7OSPEDALE VILLA SOFIA A PALERMO

E per questo non ci spieghiamo perché si sia verificato il ritardo. Ma analizzeremo anche questo...» dice, annunciando la nomina di una commissione interna che dovrebbe indagare sui tempi impiegati per le cure, compreso il trasferimento in ascensore.

ospedale villa sofia a palermo 2OSPEDALE VILLA SOFIA A PALERMO






Infinito lo sconforto dei familiari che avevano atteso per un' ora davanti alla sala operatoria l' esito di un complesso intervento infine effettuato dopo quel ritardo.

ospedale villa sofia a palermo 1OSPEDALE VILLA SOFIA A PALERMO




Attesa culminata nella notizia del decesso, ripetevano sbigottiti ieri sera, raccolti fino alla chiusura della camera mortuaria attorno al corpo senza vita della signora Pina, come tanti chiamavano la donna che con la sua drammatica fine rilancia il tema della malasanità in un ospedale con vecchi reparti dove ascensori fatiscenti e spesso con cartelli «fuori servizio» costringono malati e parenti a ripiegare sulle scale.

Fonte: qui

ROMA - PRIMO INTERVENTO PER SOSTITUIRE IL VISO AD UNA DONNA DI 49 ANNI, VITTIMA DI UNA GRAVE MALATTIA DETURPANTE



IL PRELIEVO È AVVENUTO DA UNA RAGAZZA VITTIMA NEL LAZIO DI UN INCIDENTE STRADALE 

SONO STATI NECESSARI TRE ANNI DI PREPARAZIONE PER ORGANIZZAZIONE E PERSONALE


JEROME HAMON UOMO DAI TRE VOLTI CON L EQUIPE CHE LO HA OPERATOJEROME HAMON UOMO DAI TRE VOLTI CON L'EQUIPE CHE LO HA OPERATO
Si è aperto un nuovo capitolo per i trapianti in Italia, con il primo intervento per sostituire il viso ad una donna di 49 anni, vittima di una grave malattia deturpante. Il prelievo è avvenuto da una ragazza vittima nel Lazio di un incidente stradale ed è stato realizzato nella notte fra venerdì e sabato. Poi un lunghissimo intervento (la conclusione in nottata) per impiantare il viso. Tecnicamente si definisce un trapianto 'multitessuto', con pelle, fasce muscolari e cartilagine. Un intervento complesso per il quale sono stati necessari tre anni di preparazione, da parte dell' organizzazione e del personale.

Il trapianto è stato eseguito su una paziente di 49 anni affetta da neurofibromatosi di tipo I, (una malattia genetica che causa gravi manifestazioni sulla pelle, negli occhi e nervose), ed è stato possibile proprio grazie alla giovane di 21 anni che ha donato anche altri organi: fegato e reni. Alla famiglia della donatrice «va il ringraziamento della rete trapianti», ha fatto sapere il Centro Nazionale Trapianti.

TRAPIANTO DI FACCIATRAPIANTO DI FACCIA
Nel mondo sono già stati realizzati una cinquantina di trapianti di faccia, in Europa una decina e la maggior parte di questi in Francia. L' intervento rientra in un protocollo sperimentale, autorizzato dal Centro Nazionale Trapianti dopo l' acquisizione del parere positivo del Consiglio Superiore di Sanità; le équipe per il prelievo del tessuto facciale da donatore deceduto e per il successivo trapianto sono dirette dal professor Fabio Santanelli di Pompeo, responsabile dell' Unità Operativa di Chirurgia Plastica del Sant' Andrea di Roma, e dal dottor Benedetto Longo, che fa parte della stessa unità operativa.

Lorenzo Sommella, il direttore sanitario che ha lasciato la struttura 5 mesi fa, ma che aveva seguito le procedure organizzative, oltre ad esprimere soddisfazione per lo sforzo realizzato dal reparto, ha ricordato il grande impegno necessario per arrivare ad un risultato simile: tre anni preparatori con i chirurgi che si sono formati anche all' estero dove queste operazioni erano state già realizzate.

Come sempre, anche in questo caso sarà necessario aspettare del tempo, solo dopo che sarà stata sciolta la prognosi sarà possibile capire l' esito dell' operazione che ha un elevatissimo livello di complessità. Era il 2005 quando una donna francese di 38 anni è diventata la prima ad avere parte della faccia ricostruita, e da allora ne sono seguite una cinquantina. Il team di ricercatori che nel novembre del 2005 ha operato Isabelle Dinoire ad Amiens, nel nord del paese, ha battuto sul tempo quello della Cleveland Clinic statunitense, che all' epoca era in attesa di un donatore.

Fonte: qui


SALVARE LA FACCIA 
ALL’OSPEDALE SANT’ANDREA DI ROMA IL PRIMO TRAPIANTO DI VISO IN ITALIA: MA CI SONO COMPLICAZIONI, LA PAZIENTE RIGETTA IL TESSUTO E ORA RISCHIA DI DOVERSI SOTTOPORRE A UN ALTRO INTERVENTO 
UNO DEI CHIRURGHI CHE HA ESEGUITO L’INTERVENTO HA 41 ANNI MA È ANCORA UN PRECARIO: ECCO QUANTO GUADAGNA

TRAPIANTO DI FACCIA AL SANT'ANDREA, COMPLICAZIONI PER LA PAZIENTE: «C'È RIGETTO DEL TESSUTO»

Da www.ilmessaggero.it
ospedale sant'andreaOSPEDALE SANT'ANDREA

Dall'entusiasmo per un intervento unico in Italia alla preoccupazione per il possibile esito, con la paziente che non è in pericolo di vita ma che dà segni di rigetto tali da far decidere i medici di optare per il 'piano B'. In poche ore è completamente cambiata la situazione all'ospedale Sant' Andrea di Roma, teatro del primo trapianto di faccia tentato in Italia.

Nonostante l'intervento sia stato giudicato "tecnicamente riuscito" i bollettini di oggi parlano di problemi per la paziente tali da far scegliere ai medici di optare per una ricostruzione temporanea con il tessuto della paziente.

«Le condizioni generali della paziente permangono buone e non ci sono preoccupazioni per la sua vita - si legge nella nota diffusa in serata -. In considerazione del permanere della sofferenza del microcircolo, si è deciso di procedere alla ricostruzione temporanea con tessuti autologhi della paziente, in attesa di una eventuale ulteriore ricostruzione con tessuti facciali da nuovo donatore».

trapianto di faccia 1TRAPIANTO DI FACCIA 
I tessuti trapiantati, spiega il bollettino, hanno manifestato durante la prima notte passata in terapia intensiva dalla paziente segni di sofferenza del microcircolo per sospetto rigetto, nonostante «il cross-match negativo tra donatore e ricevente».

Le poche righe diffuse dall'ospedale hanno gelato le speranze di riuscita dell'intervento, e hanno portato all'annullamento la conferenza stampa prevista per oggi, a cui dovevano partecipare oltre al professor Fabio Santanelli di Pompeo, responsabile dell'Unità Operativa di Chirurgia Plastica del Sant' Andrea e coordinatore del trapianto e al suo assistente, il dottor Benedetto Longo, anche il governatore della Regione Lazio Nicola Zingaretti e la ministra della Salute Giulia Grillo.
TRAPIANTO DI FACCIATRAPIANTO DI FACCIA

La conferenza era già stata annunciata sabato scorso, quando la notizia era prima trapelata da fonti 'non ufficialì per venire poi confermata dall'ospedale e dal Centro Nazionale Trapianti.

All'intervento si era arrivati dopo diversi anni di preparazione, in cui i chirurghi erano stati in visita all'estero per imparare la tecnica, e la procedura era stata vagliata e autorizzata anche dal Consiglio Superiore di Sanità.

All'eventualità di un rigetto era sicuramente preparata la paziente, una donna di 49 anni colpita da neurofibromatosi di tipo 1, una malattia rara fortemente deturpante, che ha ricevuto la faccia da una giovane di 21 anni vittima di un incidente stradale.

l'equipe che ha effettuato il trapianto di facciaL'EQUIPE CHE HA EFFETTUATO IL TRAPIANTO DI FACCIA
Secondo Bohdan Pomahac, il chirurgo che ha effettuato il primo intervento di questo tipo negli Usa, questo evento avverso si verifica nel 90% dei pazienti entro un anno dall'operazione, e anche se in molti casi si risolve con i farmaci che sopprimono in parte il sistema immunitario esiste una percentuale di pazienti che invece deve rinunciare alla nuova faccia, e prepararsi ad un nuovo trapianto. Sembrerebbe essere questo il caso anche della donna romana, vista la decisione annunciata in serata.

TRAPIANTO DI FACCIA, UNO DEI MEDICI DELL'EQUIPE È UN PRECARIO CHE GUADAGNA 2 MILA EURO LORDI AL MESE

fabio santanelli di pompeo e benedetto longoFABIO SANTANELLI DI POMPEO E BENEDETTO LONGO
Eccellenza della medicina, tra i protagonisti di un intervento rivoluzionario per l'Italia, eppure precario. Benedetto Longo, 41 anni di Crotone, è stato uno dei chirurghi che ha eseguito il primo intervento in Italia di trapianto facciale a una donna ma, pur essendo un valido dottore, è un precario e guadagna 2 mila euro lordi al mese.

In tutto il mondo questo intervento è stato eseguito solo 50 volte, si tratta di interventi di avanguardia, che richiedono molta ricerca, precisione, dedizione, studio, oltre che ore di sacrificio e fatica in sala operatoria.

TRAPIANTO DI FACCIATRAPIANTO DI FACCIA
Capacità e doti che sono state messe in pratica durante l'intervento svoltosi al Sant'Andrea di Roma e che hanno mostrato, ancora una volta, come nel nostro Paese, in campo medico scientifico, ci siano delle vere eccellenze. La bravura e i sacrifici però non pagano sempre e il dottor Longo in un'intervista a La Repubblica ammette: «Vado avanti con incarichi da un anno ma è la passione che conta: il trapianto di faccia è uno degli interventi più difficili della medicina».

La passione. Sicuramente nel suo lavoro ce ne vuole tanta, svolgendolo nelle condizioni in cui lo svolge, ce ne vuole un po' di più. Sicuramente più dei ricercatori e medici profumatamente retribuiti in molti altri paesi d'Europa e del mondo.
L'operazione condotta dal chirurgo è un intervento di microchirurgia altamente sofisticata che ha richiesto tre anni di organizzazione. Longo opera insieme al professor Fabio Santanelli di Pompeo, primario di chirurgia plastica al Sant’Andrea di Roma, ma è un precario.
Lo stesso medico ha dichiarato di lavorare da 10 anni nella struttura ospedaliera e ogni anno gli viene fatto un contratto a tempo determinato per 12 mesi. Il contratto prevede una retribuzioni pari a 25 mila euro lordi l'anno per un lavoro che impegna 5 giorni alla settimana.    

Fonte: qui