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mercoledì 4 dicembre 2019
martedì 12 novembre 2019
DON MICHELE MOTTOLA, IL PRETE DEL CASERTANO ARRESTATO PER ABUSI SESSUALI NEI CONFRONTI DI UNA BAMBINA DI 11 ANNI, HA CONFESSATO: “CHIEDO SCUSA ALLA SUA FAMIGLIA, SPERO RIESCANO A PERDONARMI. MI AFFIDO ALLA GIUSTIZIA DIVINA E TERRENA”
VIDEO: IL SERVIZIO DELLE IENE CON LE REGISTRAZIONI DELLA BAMBINA FATTE CON IL TELEFONINO
VIDEO: IL SERVIZIO DI NINA PALMIERI DE “LE IENE” SU DON MICHELE MOTTOLA
Prete pedofilo nel Casertano al gip: "Sono colpevole"
"Mi assumo tutte le responsabilità. Sono colpevole di tutte le accuse che mi vengono contestate. E' tutto vero". Confessione choc di don Michele Mottola, il prete della parrocchia di Trentola Ducenta arrestato la scorsa settimana per abusi sessuali nei confronti di una bambina di 11 che frequentava la parrocchia. Lo racconta all'Agi il suo legale, Antimo D'Alterio.
Il prete, assistito dal suo legale, è stato interrogato questa mattina nel carcere di Secondigliano dal gip Santoro. Il sacerdote, sospeso già a maggio anche dal vescovo Angelo Spinillo dal celebrare messa e avere rapporto con i fedeli, durante l'interrogatorio, oltre ad assumersi ogni responsabilità ha aggiunto: "Chiedo scusa alla famiglia della bambina. Spero riescano a perdonarmi. Ho intrapreso un percorso spirituale. Mi affido alla giustizia divina e terrena. Sono colpevole". Il legale del sacerdote ha in sede di interrogatorio chiesto i domiciliari ritenendo non sussistano elementi per la detenzione carceraria.
Arrestato, dopo la nostra denuncia, il prete accusato di abusi su una bambina
Don Michele Mottola è stato arrestato. Il prete di cui abbiamo parlato nel servizio di Nina Palmieri, che potete vedere qui sopra, è accusato di abusi nei confronti di una minore sua parrocchiana. L’arresto è stato eseguito dalla polizia su ordine del tribunale di Napoli.
Noi de Le Iene abbiamo denunciato il caso raccontando della storia di Marina (il nome è di fantasia, ndr) una bambina di soli 11 anni che con incredibile coraggio e lucidità era riuscita a registrare con il suo telefonino gli abusi sessuali di cui sarebbe stata vittima a 10 anni a opera del prete per incastrarlo, anche perché all’inizio non era stata creduta.
Il sacerdote era già stato sospeso e isolato dalla comunità parrocchiale su decisione della diocesi di Aversa. “È stata fornita ai familiari della minore la collaborazione affinché fosse sporta anche regolare denuncia alle autorità giudiziarie”, aveva fatto sapere l’ufficio del vescovo. E adesso le autorità si sono mosse, arrestando il prete. Fonte: qui
domenica 27 ottobre 2019
ACCUSATO DI STUPRO, STA IN CELLA UN ANNO. POI LA VITTIMA CI RIPENSA E SVELA DI ESSERSI INVENTATA TUTTO. LA PM, CHE AVEVA CHIESTO 7 ANNI DI PENA, NON HA MAI SENTITO LA TESTIMONE CHIAVE.
CHE HA PARLATO SOLO DAVANTI AL GIUDICE DEL DIBATTIMENTO, CONFERMANDO LA VERSIONE DEL PRESUNTO STUPRATORE.
A QUEL PUNTO…
Filippo Facci per ''Libero Quotidiano''
La sintesi è questa: lui è stato in galera per oltre un anno con l' accusa di stupro, per rinchiuderlo era bastata l' accusa di una connazionale peruviana che si era inventata tutto, il pubblico ministero aveva chiesto sette anni di carcere e aveva indagato così bene che l' interrogatorio alla testimone chiave (mai sentita dall' accusa) ha dovuto farlo in extremis il giudice del dibattimento, che poi ha anche interrogato la connazionale peruviana (la vittima) che infine ha confessato, e ha detto: mi sono inventata tutto; notare che il pubblico ministero che aveva chiesto la condanna, nel giorno in cui la falsa vittima è crollata e ha confessato, non era neppure presente in aula e si era fatta sostituire, dopodiché la sostituta, forse imbarazzata, ha chiesto ugualmente una condanna a sette anni nonostante la confessione.
Risultato: lui assolto e scarcerato, questo grazie al giudice e nonostante il pubblico ministero. Morale: noi gli pagheremo l' ingiusta detenzione, il giudice ha fatto le verifiche che doveva fare il pm, il pm non si capisce che cosa abbia fatto se non incarcerare un innocente in base alla sola parola di una mitomane, e chiedere poi, indirettamente, che fosse condannato anche dopo che era stata dimostrata la sua innocenza. Dopodiché facciamo i nomi dei giudici, anche se in genere tendiamo a evitarli per non sovraesporre una professione sin troppo delicata che corrisponde al giudicare, disporre della libertà personale altrui, rubare un anno di vita che non tornerà, marchiare per sempre la vita di una persona.
Il nome
Il pubblico ministero si chiama Monia Di Marco, che in passato - unica notizia trovata in rete - aveva firmato un appello in difesa di Laura Boldrini in cui esprimeva «profonda indignazione e grande preoccupazione per le offese volgari e sessiste ricevute da donne che rivestono cariche istituzionali anche di massima importanza». Siamo certi che questo pm saprà fornire delle spiegazioni - che ovviamente non è tenuta a fornire - senza le quali il suo comportamento parrebbe inspiegabile. Il giudice invece ha una certa esperienza e si chiama Ambrogio Moccia: se non fosse stato per lui la vita di un uomo sarebbe stata sequestrata per sette anni con un marchio infamante.
Ma raccontiamola da capo: magari l' abbiamo capita male. Nell' ottobre 2018 una peruviana di 40 anni sporge denuncia e racconta che una decina di giorni prima era stata violentata in un parco della zona Lorenteggio dove spesso si riuniscono gruppi di peruviani; il pubblico ministero manda ad arrestare l' uomo il 17 ottobre del 2018 con l' accusa di stupro di gruppo: ma la posizione di un altro peruviano sarà stralciata perché non sarà mai trovato. Non sappiamo quali indagini (e di che qualità) siano state fatte nel frattempo, sta di fatto che l' uomo viene lasciato in carcere per tutto il tempo e anche per tutta la durata del processo.
La difesa nega tutto, spiega che la presunta vittima e il presunto stupratore si conoscevano bene e produce anche alcune chat tra i due, ma poi lui aveva denunciato lei per un' aggressione e da questa denuncia era scaturita una rissa tra lui, lei e alcuni amici di lei. Dopodiché era spuntata la denuncia della peruviana per violenza sessuale e, di passaggio, furto della sua borsa.
IL PROCESSO
Ripetiamo: non conosciamo molti dettagli, sta di fatto che il processo giunge alla requisitoria dell' accusa e all' arringa della difesa (con lui dentro) ma il quadro generale non sembra chiaro per niente: ed è qui che i giudici (Moccia-Messina-Papagno) su richiesta della difesa decidono di convocare una testimone che era presente quella sera al parco e che tuttavia l' accusa non aveva neppure mai convocato. Morale: la testimone racconta tutta un' altra storia che combacia con la versione che l' accusato aveva dato subito dopo l' arresto: ma quale stupro, c' era stata solo una mezza rissa tra lui, lei e un' altra donna per via di alcune storie vecchie.
Colpo di scena, destinato ad accrescersi più tardi, quando viene chiamata sul banco dei testimoni anche la presunta vittima dello stupro: la quale, in aula - non sottoposta, cioè, a particolare pressione - crolla e confessa dopo una serie di domande del presidente del collegio, Ambrogio Moccia.
La vittima non è una vittima e ammette di non esser mai stata violentata. A questo punto le parti richiedono la parola per le repliche, ma la Procura (non la pm Monia Di Marco, che non c' era) chiede lo stesso la condanna a sette anni. No comment. I giudici assolvono l' imputato disponendo che sia scarcerato subito. Amici come prima, fine della storia. Anzi no.
Qualcuno ci spieghi, per favore. La pm Monia Di Marco ci spieghi.
Fonte: qui
martedì 8 ottobre 2019
A MILANO UN RIFUGIATO 32ENNE DELLA COSTA D’AVORIO HA AGGREDITO UNA STUDENTESSA DI 18 ANNI ALL’USCITA DI UN LOCALE

L’UOMO HA VISTO LA RAGAZZA CHE SI ERA PERSA E PARLAVA AL TELEFONO CON UN’AMICA, L’HA SPINTONATA A TERRA, L’HA BLOCCATA, LE SI È MESSO A CAVALCIONI SOPRA CALANDOSI I PANTALONI E HA CERCATO DI VIOLENTARLA
MA LA GIOVANE È RIUSCITA A…
Andrea Galli per "www.corriere.it"
In una tasca anteriore dei pantaloni, i carabinieri hanno trovato l’iPhone di colore giallo oro che poco prima aveva rubato a una studentessa liceale di diciotto anni, appena uscita dal locale «Geko23» in via Brembo, a poca distanza dalla Fondazione Prada. Ma c’è altro, molto altro.
La presa del telefonino è stato l’ultimo atto dell’aggressione compiuta nella notte tra sabato e ieri da Mamadou T., un 32enne con residenza ufficiale in un dormitorio, quello di via San Giovanni alla Paglia, nella zona di Porta Venezia, disoccupato e dal primo agosto dell’anno scorso in possesso d’un permesso di soggiorno rilasciato per motivi umanitari.
L’uomo, originario della Costa d’Avorio, alle 2.30, in via Adamello, ha incrociato la ragazza, che era sola, si era persa e parlava al telefonino con un’amica, e l’ha spintonata a terra, l’ha bloccata, le si è messo a cavalcioni sopra calandosi i pantaloni, e ha cercato di stuprarla, trovando ogni volta la ferma opposizione della 18enne, fin quando il balordo ha deciso di arraffare il cellulare e scappare via.
Ancora una volta, a Milano è andata miracolosamente bene. La ragazza si è salvata, pur al netto di uno stato di choc e di una paura che chissà quanto dureranno, e il balordo è stato catturato. Decisiva la memoria della stessa studentessa, che alla prima pattuglia del Nucleo radiomobile intervenuta e prontamente in allerta — lei camminava con atteggiamento «strano» e piangendo — ha parlato di un tipo sul metro e ottanta d’altezza, muscoloso, vestito di nero, con i capelli rasati ai lati e con una cresta nel mezzo della testa.
L’avvio della ricerca, con l’ausilio di altre pattuglie di carabinieri, ha permesso di trovare Mamadou T. in via Orobia all’angolo con via Vezza d’Oglio, non lontano. L’ivoriano avanzava tranquillo, come se niente fosse successo, forse convinto che la ragazza fosse talmente terrorizzata da non avere la forza di chiedere aiuto e indirizzare gli investigatori. Trasferito in galera a San Vittore su ordine del sostituto procuratore Luigi Furno, vedremo ora le prossime decisioni della giustizia.
Due settimane fa, sempre da queste parti, un nigeriano, appena uscito di prigione dopo aver — due giorni prima soltanto — cercato di uccidere un clochard davanti alla stazione Centrale, aveva braccato la ex e l’aveva ferita al collo con una bottiglia rotta. Le sue intenzioni erano quelle di assassinarla. Sarà soltanto una coincidenza geografica, ma rimane un dato oggettivo.
Ciò detto, torniamo a Mamadou T., che ha provocato alla ragazza ferite a una mano, alle ginocchia e alla fronte, tutte subito medicate al Policlinico e non gravi. Secondo quanto appreso in Procura, la studentessa ha messo a verbale che mentre stava appunto camminando, ha visto quest’uomo che la inseguiva, più e più volte gli ha detto d’allontanarsi, quello se n’è fregato, e improvvisamente la ragazza si è trovata a terra, buttata sull’asfalto dal balordo.
Pur «angosciata», anche per il fatto che «era molto, molto più forte fisicamente di me», si è messa a urlare, ha scalciato, l’ha respinto con le mani e le gambe, si è divincolata, lui l’ha ripresa, di nuovo si è sottratta, Mamadou T. le ha sfilato l’iPhone e se n’è andato, in direzione di via Lorenzini.
Non c’erano complici nei dintorni per prendere in «custodia» il rifugiato politico e farlo sparire; lo stesso non s’è per esempio acquattato sotto una macchina il tempo necessario di sottrarsi a un’eventuale ricerca delle forze dell’ordine, e non si è nascosto in un angolo buio. Sicuro che tanto non l’avrebbero mai cercato e men che meno stanato.
Fonte: qui
lunedì 30 settembre 2019
IL 45ENNE BOSNIACO DI ETNIA ROM CHE, A PISA, AVEVA COSTRETTO LE FIGLIE A SPOSARE DUE CUGINI, VENDENDOLE PER 12 MILA EURO, HA CHIAMATO LA POLIZIA QUANDO LE RAGAZZE SONO FUGGITE SOSTENENDO CHE DUE RUMENI LE AVESSERO RAPITE
PER CONVINCERE LE DUE RAGAZZE A RIENTRARE E SPOSARE I CUGINI HA ANCHE MINACCIATO DI VENDICARSI SUI FRATELLINI PIÙ PICCOLI RIMASTI NEL CAMPO ROM…
Grazia Longo per “la Stampa”
Matrimonio combinato a suon di botte, umiliazioni e vendita al miglior offerente.
PISA - UNA RAGAZZA ROM VENDUTA DAL PADRE - IL FURGONE IN CUI ERA TENUTA PRIGIONIERA
A Pisa, un bosniaco di etnia rom di 45 anni non solo ha costretto le due figlie maggiori a sposare due cugini a cui le aveva proposte a 12 mila euro l' una, ma poiché le ragazze sono fuggite per evitare le nozze, ha sequestrato in roulotte la figlia minore di appena 8 anni e ha denunciato alla polizia il rapimento di tutte e tre.
Un passo falso che ha fatto scattare le indagini culminate con l' arresto del padre-padrone per «induzione e costrizione al matrimonio», per effetto del nuovo Codice rosso.
PISA - UNA RAGAZZA ROM VENDUTA DAL PADRE
E' il primo caso eclatante in Italia e ha scritto la parola fine a una storia dal sapore medievale. Due sorelle di 19 e 21 anni, sono state picchiate e vessate dal padre per anni - ad una sono stati anche rasati i lunghi capelli neri perché aveva osato ribellarsi - e lo scorso agosto, quanto il padre ha imposto il matrimonio con due cugini sono fuggite nel Nord Italia. Il padre allora, non riuscendo a rintracciarle, ha segregato la piccola di casa nella roulotte e si è presentato dalla polizia sostenendo che tutte e tre erano state rapite da due rumeni.
Ma i poliziotti della squadra mobile di Pisa non gli hanno creduto, i cellulari dell' uomo e delle figlie sono stati intercettati ed è emersa la verità. Dalla perquisizione nella roulotte è stato inoltre scoperto il nascondiglio della bambina. L' orecchio investigativo ha inoltre fatto emergere uno spaccato di violenza psicologica inaudito: il padre per convincere le due ventenni a rientrare a Pisa e sposare i cugini ha anche minacciato di vendicarsi sui fratellini più piccoli rimasti nel campo rom. Tanto che la ventunenne, più fragile rispetto alla sorella, ha ceduto al ricatto ed è tornata per sposare il cugino.
PISA - UNA RAGAZZA ROM VENDUTA DAL PADRE
Le immagini della vendita della sposa e delle nozze combinate sono state postate su Facebook e monitorate dalla polizia: al centro del tavolo nuziale una bottiglia di whisky con attorno al collo un massiccio bracciale d' oro in segno di opulenza, poi lo scambio dei 12 mila euro. Il banchetto era stato organizzato nel parcheggio del campo rom dove stazionano le roulotte delle due famiglie. L' altra figlia diciannovenne, invece, si trova nel Nord Italia e convive con il fidanzato e ha definitivamente cambiato vita interrompendo qualunque rapporto con la famiglia e l' ambiente di origine.
Ma questo di Pisa non è un caso isolato di applicazione del Codice rosso. A Loiano, sull' Appennino bolognese, un giardiniere moldavo di 44 anni è stato arrestato dai carabinieri per aver preso a calci, ubriaco, la porta e la portafinestra del balcone dell' ex fidanzata, costringendo la donna a barricarsi all' interno, terrorizzata.
PISA - UNA RAGAZZA ROM VENDUTA DAL PADRE
L' uomo non si rassegnava alla fine della relazione.
A Lecce un cinquantasettenne è stato arrestato dai militari dell' Arma perché è arrivato sotto casa dell' ex moglie nonostante il divieto di avvicinamento a meno di 200 metri dai luoghi frequentati dalla donna, essendo ritenuto responsabile dei reati di atti persecutori e lesioni personali nei suoi confronti. Il Codice rosso, infatti, tutela le vittime di violenza domestica, madri, mogli, figlie che quotidianamente sono minacciate, perseguitate, stalkerizzate, sottoposte a violenze fisiche o psicologiche da ex compagni, padri o da conoscenti.
A PISA UN BOSNIACO DI ETNIA ROM VENDE LE FIGLIE PER DARLE IN SPOSE AI CUGINI
L’UOMO LE PICCHIAVA E LE SOTTOPONEVA A PRATICHE UMILIANTI, COME QUELLA DEL TAGLIO DEI CAPELLI
INOLTRE LE COSTRINGEVA A LUNGHI PERIODI DI PRIGIONIA NELLE ROULOTTE, DOVE VENIVANO TENUTE A PANE E ACQUA
L’OBIETTIVO ERA TENERLE LONTANE DAI FIDANZATI, DIVERSI DA QUELLI CHE LUI AVEVA SCELTO PER LORO…
PISA - UNA RAGAZZA ROM VENDUTA DAL PADRE
Vende le figlie per il matrimonio con i cugini e le picchia e segrega per farle lasciare i fidanzatini: primo arresto per codice rosso. L'uomo, un bosniaco di etnia rom, è stato arrestato dalla polizia di Pisa in esecuzione di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere perché avrebbe picchiato, maltrattato e segregato le due figlie fidanzate con uomini diversi dai cugini da lui prescelti e a cui le aveva già vendute in cambio di denaro. Per il reato di induzione al matrimonio, introdotto dal cosiddetto codice rosso, si tratta - è stato spiegato dagli inquirenti - della prima ordinanza di custodia cautelare in carcere eseguita in Italia.
L'uomo, da quanto spiegato, è accusato di reiterate violenze, lesioni, segregazioni nei confronti delle due figlie, una delle quali da poco maggiorenne. Le violenze, che risalirebbero sin dalla minore età per una delle due, non si sarebbero limitate a calci, pugni e pratiche umilianti, come quella del taglio dei capelli, ma spesso consistevano in veri propri periodi di segregazione nelle roulotte, dove le ragazze venivano cibate a pane e acqua. Fonte:
qui
mercoledì 18 settembre 2019
“SPERAVO DI MORIRE, VOLEVO RAGGIUNGERE IL PARADISO DI ALLAH”, ALLA STAZIONE DI MILANO UN 23ENNE YEMENITA CLANDESTINO COLPISCE AL COLLO E ALLA SCHIENA CON UNA FORBICE UN CAPORALE DELL' ESERCITO E POI GRIDA “ALLAH E’ GRANDE”

I PM INDAGANO PER TERRORISMO
LORENZO GOTTARDO per Libero QUotidiano
Lo ha aggredito alle spalle approfittando della confusione all' esterno della stazione Centrale di Milano. Il militare ha fatto appena in tempo a sentirsi bloccare da dietro, poi in rapida successione i due fendenti sferrati con un paio di forbici affilate mirando alla gola della vittima. Uno ha effettivamente raggiunto il bersaglio, fortunatamente non provocando lesioni gravi, l' altro si è fermato sulla spalla. Poi, quando carabinieri e commilitoni del soldato ferito sono riusciti a bloccare l' aggressore, quel grido arrivato a gelare il sangue.
«Allah akbar», ripetuto pare più di una volta. Una rivendicazione, come a testimoniare che dietro quell' aggressione non c' era l' azione di un singolo squilibrato, ma un disegno più grande ispirato dall' odio religioso.
Questi i momenti salienti dell' attentato terroristico compiuto ieri nel cuore di Milano, tra turisti e passanti, puntando un obiettivo non casuale. Un soldato dell' Esercito italiano, ma anche un simbolo che in sé rappresenta lo Stato italiano tutto.
L' aggressore, catturato dai militari dei carabinieri e subito condotto in caserma per un lungo interrogatorio, si è scoperto essere un 23enne yemenita di nome Mahamad Fathe.
L' uomo è in stato di arresto con l' accusa di attentato per finalità terroristiche o eversione, tentato omicidio e violenza. «Speravo di morire dopo l' aggressione, volevo raggiungere il paradiso di Allah», ha detto l' uomo agli inquirenti.
VITA DA SBANDATO
L' attentatore era giunto in Italia dalla Libia nel 2017 come richiedente protezione internazionale. L' iter, però, non era mai stato completato perché l' uomo si era allontanato dal Paese verso la Germania. Salvo fare poi ritorno lo scorso luglio dopo essere stato espulso in base al trattato di Dublino. Il 23 agosto la questura di Mantova gli aveva anche riconosciuto un permesso di soggiorno provvisorio e l' ospitalità presso l' ex hotel California di Ortiglia.
Ma da lì Fathe aveva raggiunto Milano per vivere come uno sbandato senzatetto. Fino alla giornata di ieri.
Ieri, verso le 10,45 circa, Mahamad Fathe si è incamminato verso la stazione Centrale e, giunto in piazza Duca d' Aosta con in tasca un paio di forbici, ha individuato la vittima "perfetta" per il suo folle gesto terroristico. Un caporal maggiore 34enne dell' Esercito italiano che stava risalendo a bordo del mezzo blindato in dotazione.
Fathe lo ha aggredito alle spalle colpendolo due volte alla gola e alla schiena. Per bloccare l' aggressore è stato necessario l' intervento non solo dei commilitoni di pattuglia, ma anche dei carabinieri in servizio presso la piazza. Nell' azione le Forze dell' ordine sono state assistite anche da un cittadino senegalese di 52 anni intervenuto in loro aiuto.
In quel momento, Mahamad Fathe, circondato e ormai immobilizzato, ha urlato la rivendicazione «Allah akbar». Il 23enne è stato arrestato con le accuse di lesioni e violenza a pubblico ufficiale, ma ulteriori indagini sono in atto per verificare la "radicalizzazione" dell' attentatore ad opera del pool antiterrorismo di Milano guidato dal pm Alberto Nobili.
Il caporal maggiore è stato ricoverato all' ospedale Fatenebefratelli in codice verde e successivamente dimesso con una prognosi di 12 giorni.
Ovviamente, nel corso della giornata, sono arrivate numerose le attestazioni di solidarietà nei confronti del militare ferito provenienti da esponenti di diversi partiti politici che si sono poi anche fermati ad analizzare la vicenda.
«GUARDIA RESTI ALTA»
«Possiamo dire che questa volta è andata bene!», ha spiegato il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana.
«Si tratta dell' ennesimo episodio di violenza che ci induce a non abbassare la guardia. Un segnale che deve giungere forte e chiaro, soprattutto al nuovo governo». Su Facebook Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d' Italia, ha puntato il dito contro le pene troppo «leggere» per chi commette simili reati. «Continuiamo a chiedere condanne più severe per i farabutti che aggrediscono i nostri uomini e donne in divisa. Difendiamo chi ci difende».
Il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Mariastella Gelmini, ha invece parlato di «massima attenzione perché il degrado non diventi uno strumento del pericoloso radicalismo religioso». Fonte: qui
lunedì 16 settembre 2019
L’ATTRICE GLORIA CUMINETTI PRESA A PUGNI DA UN 34ENNE MAROCCHINO IRREGOLARE A TORINO
L’AGGRESSORE, IN STATO DI AGITAZIONE FORSE PER L’ASSUNZIONE DI DROGHE, E’ STATO ARRESTATO DAI CARABINIERI CON L’UTILIZZO DEL TASER. LA DONNA HA TRASCORSO LA HA TRASCORSO LA NOTTE IN OSPEDALE...
Elisa Sola per corriere.it
È stata colpita da un pugno così violento da finire a terra, praticamente svenuta. E’ un’aggressione che non ha un motivo, quella che ha subito sabato sera l’attrice Gloria Cuminetti, diplomata al Teatro stabile di Torino e volto noto nel mondo del cinema e della tv. La donna è stata picchiata in via Cecchi da un marocchino di 34 anni che camminava per strada urlando e manifestando segni di squilibrio.
GLORIA CUMINETTI
Il marocchino prima ha insultato e colpito una coppia, poi ha incontrato l’attrice e ha infierito contro di lei all’improvviso. Cuminetti, di origini bergamasche, attrice che conosce bene Torino, città dove ha scelto di vivere, ha chiamato i carabinieri, che nel giro di poco tempo sono riusciti a individuare Halim Ben Daoud, irregolare in Italia. L’uomo è stato violento anche con i carabinieri.
Ha aggredito anche i militari che sono stati costretti ad azionare il taser in dotazione e hanno sparato un colpo. Il giovane è stato portato all’ospedale San Giovanni Bosco ed è stato poi dimesso: era in stato di agitazione psicomotoria, forse anche per l’assunzione di droghe. L’attrice, trentenne, protagonista, tra l’altro, di “Sexxx” di Davide Ferrario, ha passato la notte in ospedale dove è stata ricoverata per accertamenti. Fonte: qui
venerdì 30 agosto 2019
PARLA IL 57ENNE CHE HA SALVATO UNA DONNA DA UNO STUPRO DA PARTE DI UN 21ENNE AFRICANO A TORINO: "IL RAGAZZO ERA NUDO E ANCHE LEI LO ERA PERCHE' LUI LE AVEVA STRAPPATO TUTTI I VESTITI DI DOSSO. SONO INTERVENUTO E…"

"MI SONO TROVATO DAVANTI A UNA SCENA DA BESTIA. LEI PIANGEVA, LUI LA TRATTAVA COME UN ANIMALE"
Federico Garau per il Giornale
A distanza di pochissimi giorni dal brutale tentativo di stupro avvenuto all'interno di un palazzo di Torino, il 57enne che ha soccorso la vittima, immobilizzando l'aggressore africano, ha deciso di parlare.
I dettagli del suo racconto sono raccapriccianti.
Intervistato da Gioele Urso, giornalista per "TorinoToday", El Sayed Salem Shaker, da 40 anni nel nostro Paese, torna con la memoria a quei terribili attimi.
Sono circa le 6:30 di lunedì mattina quando una donna, uscita in strada per portare a passeggio i propri cani, viene improvvisamente afferrata e trascinata nell'androne di un palazzo di corso Giulio Cesare. Dopo averla picchiata e tramortita, il suo aggressore, un 21enne guineano, le ha strappato i vestiti di dosso e si è poi denudato cercando di costringerla a subìre un rapporto sessuale.
Salem è intervenuto proprio in quel momento. L'uomo, secondo quanto da lui riferito, stava uscendo di casa per andare a lavoro quando ha udito le grida disperate della vittima e si è imbattuto nell'orribile scena.
"Mi sono trovato davanti a una scena da bestia. Il ragazzo era nudo e anche lei era nuda, perché le aveva strappato tutti i vestiti di dosso. La trattava come un animale. Ho visto la scena mentre stavo scendendo le scale. Lei perdeva sangue dalla faccia perché le aveva spaccato il naso. Era ridotta male" racconta il 57enne, che continua. "La donna stava piangendo e gridando aiuto mentre l'aggressore le stava addosso e faceva delle cose incredibili. Sono intervenuto e ho bloccato l'uomo. Poi mia moglie ha chiamato la polizia e abbiamo aspettato fino a quando sono arrivati e l'hanno arrestato".
Salem si è avventato contro il 21enne, riuscendo ad atterrarlo mentre venivano allertate le autorità. Colto in flagranza di reato, il guineano è stato immediatamente arrestato dagli agenti della questura di Torino.
Ferita e sotto choc la vittima, una 50enne, è stata accompagnata al pronto soccorso dell'ospedale San Giovanni Bosco, dove ha ricevuto tutte le cure necessarie.
"Abito in quel palazzo da più di vent'anni e sono in Italia da 40anni, sono italianissimo. Persone come queste andrebbero castrate subito senza ragionarci troppo sopra. Per colpa di gente così la pagano anche tutti quelli che sono a posto e lavorano" commenta Salem con amarezza.
Fonte: qui
martedì 27 agosto 2019
UN ALTRO AMERICANO A ROMA CHE SI METTE A FAR DANNI. AGGREDISCE E RAPINA UNA ESCORT: ARRESTATO UN INGEGNERE INFORMATICO DI 28 ANNI, LAWAL ADETOLA OLA, CHE HA FINITO LA SUA VACANZA ROMANA IN UNA CASERMA DEI CARABINIERI
DOPO CENA, UBRIACO, È ANDATO A CACCIA DI PROSTITUTE A VIALE MARCONI, FINENDO PER ASSALTARNE DUE, FRUGANDO NEL REGGISENO PER SOTTRARRE L'INCASSO.
''GUADAGNO 150MILA DOLLARI L'ANNO, NON HO BISOGNO DI RUBARE''. MA…
PROSTITUTE A ROMA
Marco Carta per ''Il Messaggero - Cronaca di Roma''
Giovani, carini e spesso ricchi sfondati. Sognano le «Vacanze Romane», come nel film di Gregory Peck e Audrey Hepburn. Si ritrovano in una brutta copia di Trainspotting o Amore Tossico. Atterrano all'aeroporto di Fiumicino da cittadini modello. Dopo qualche notte romana sono già dei delinquenti. Sarà il ponentino o qualche bicchiere di troppo. O più semplicemente i controlli e le leggi meno restrittive in tema di consumo di alcolici e stupefacenti. Fatto sta che sempre più spesso giovani turisti provenienti dagli Stati Uniti, una volta messo piede in Italia, si ritrovano ad avere problemi con la legge, magari dopo una notte brava a base di alcool e droghe.
PROSTITUTE A ROMA
La vicenda di Finnegan Lee Elder e Christian Hjorth Natale, i due giovani americani in carcere per la morte del carabiniere Mario Cerciello Rega, accoltellato mentre si trovava in servizio lo scorso luglio, è solo il caso più eclatante di una serie di episodi che da tempo segnano le notti della movida romana, dove lo sballo è garantito a tutte le ore: che sia Trastevere, Campo de' Fiori o Testaccio. Basta avere i soldi e tutto è possibile. Anche infrangere la legge. L'ultimo a cacciarsi nei guai è Lawal Adetola Ola, un ingegnere informatico di 28 anni, che venerdì notte è stato arrestato per tentata rapina dai carabinieri del nucleo radiomobile, al termine di una notte estrema che si è chiusa in caserma come in un film hollywoodiano.
LA VICENDA
SOLDI REGGISENO
Fisico da giocatore di basket e camiciona a quadri, l'americano, che a Roma dormiva in un hotel esclusivo di fronte al Senato, voleva chiudere la serata in bellezza. E così, dopo l'ennesimo bicchiere di vino, si è recato presso viale Marconi, all'esterno della fermata della metro B, in cerca di una donna disposta a soddisfare le sue pulsioni sessuali. «Quanto vuoi per venire con me?». Visibilmente ubriaco, il turista statunitense, originario di Stamford, città del Connecticut, inizia a informarsi del tariffario con le ragazze che incontra.
Ma, non riuscendo ad accordarsi con nessuna delle giovani in strada, perde letteralmente la testa. Dapprima strattona una ragazza romena di 26 anni. Poi aggredisce anche una sua connazionale più giovane, una 21enne, infilandole le mani nel reggiseno e cercando di derubarla. Quando i carabinieri vengono allertate dalle due ragazze, Lawal, caracollante, si sta avviando verso casa. Come se nulla fosse accaduto. «C'è stato un malinteso. Sono un ingegnere, guadagno 150mila dollari all'anno, non ho bisogno di rubare».
SOLDI REGGISENO
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l'americano avrebbe cercato di «impossessarsi dei proventi dell'attività di meretricio» di una ragazza, «strattonandola, scuotendola e poi frugando nella sua borsa», come si legge nel capo d'imputazione. Non soddisfatto, l'ingegnere informatico si sarebbe scagliato contro un'altra ragazza in strada, «spintonandola a terra per poi infilare le mani nel suo reggiseno al fine di sottrarre la somma di euro 200».
Accusato di tentata rapina, sabato mattina, Lawal si è ritrovato a piazzale Clodio di fronte al giudice monocratico per la direttissima. L'americano, che sul volto riportava ancora i segni della notte alcolica, rispondendo alle domande del pm d'aula, Mario Pesci, ha negato di aver aggredito le due donne, spiegando di aver solo discusso sul prezzo della prestazione sessuale. «Sono innocente - ha assicurato il giovane che ha rifiutato ogni proposta di patteggiamento. - Non ho fatto male a nessuno e lo dimostrerò nel processo».
Ad inchiodarlo, però, oltre alla relazione dei carabinieri giunti sul posto, c'è anche la testimonianza delle due prostitute, che ora potrebbero essere chiamate in aula il prossimo dicembre quando avrà luogo il processo. Nel frattempo Lawal è già tornato a casa, pronto a riprendere la sua vita di ingegnere modello. Fonte: qui
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