9 dicembre forconi: diritti umani
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sabato 28 settembre 2019

L’ARABIA SAUDITA E LA LOTTA AL TERRORISMO ISLAMICO!

Nel 2019 –  che non è ancora finito  – il regno saudita alleato dell’Occidente e di Sion, ha giustiziato già 134  persone.  Non solo con la tradizionale decapitazione alla scimitarra; ha anche usato la crocifissione. Ovviamente la tortura ha preceduto  le esecuzioni.  Sei degli uccisi erano minori al momento dell’arresto.
Lo dice un rapporto di “The Death Penalty Project” al  Consiglio del diritti Umani dell’ONU a Ginevra, il quale aggiunge che attualmente altre 24 persone sono in pericolo imminente di esecuzione capitale.
Particolari interessanti:  58 degli ammazzati erano stranieri:  21  pakistani, 15 yemeniti, 5 siriani e 4 egiziani;  due giordani, due nigeriani, un   somalo e due di nazioni non identificate.
I  famosi diritti delle minoranze da noi gelosamente pretesi  per i clandestini delle suddette etnie.
Nel solo  giorno del 22 aprile scorso,  sono state  giustiziate pubblicamente  37 persone,  nella capitale Ryadh, alla Mecca e nella provincia di Qassim dove abita la minoranza sciita.  Infatti 34 erano sciiti, colpevoli di professare la loro fede –  un delitto capitale nel regno wahabita.   Undici di questi erano accusati di spionaggio per l’Iran  in un processo farsa, secondo Amnesty International; altri 14 per aver partecipato a manifestazioni anti-governative, a volte violente, nelle aree popolate da sciiti fra il 2011 e il 2012.
In compenso pare fosse sunnita  il colpevole a cui, dopo  la decapitazione davanti ad una folla esultante, la testa è stata appiccata  in cima  ad un palo pour encourager le autres, come  si diceva in Francia.  Non è chiaro se è  lo stesso delinquente  il cui corpo, dopo la decapitazione è stato crocifisso  –  pena aggiuntiva di spregio, che si applica a quanto pare per reati particolarmente gravi secondo il wahabismo petroliero, ma probabilmente si tratta di due casi distinti.
Di  quello dalla testa posta sul palo si conosce il nome, Khaled bin Abdel Karim al-Tuwaijri colpevole  di  “adottare l’ideologia estremista terrorista, formare cellule terroristiche” e danneggiare la “pace e sicurezza della società”
Uno di quelli decapitati fu Abdulkareem al-Hawaj, che fu arrestato mentre partecipava a una protesta antigovernativa quando aveva solo 16 anni.   Aveva 17 anni  Mujtaba al-Sweikat, ed era iscritto alla Western Michigan University  negli Stati Uniti,  dove stava per volare,  quando è stato arrestato: la sua colpa, aver diffuso informazioni su una protesta anti-governativa.  E’ stato torturato con la classica battitura sulla pianta dei piedi, dopo di che ha confessato i suoi crimini  ed è stato consegnato al boia.
Non è nemmeno  il caso di ricordare che  l’esecuzione di minorenni è  condannata dal diritto internazionale. L’Arabia Saudita  – del resto, non ha un codice penale scritto (c’è il Corano, che bisogno ne ha?) combatte al nostro fianco, con le  bombe e gli aerei e i missili  Usa e francesi ed inglesi, e il valido appoggio dell’ISIS,  contro  il vero  ed unico stato-terrorista  islamico, colpito da sempre  più gravi sanzioni dall’Occidente civilissimo: l’Iran
Dei due giovanissimi decapitati, del resto,  si sanno i nomi perché, certamente, appartenevano a famiglie di rilievo, con agganci all’estero.  Degli stranieri,  per lo più  poveri  servitori emigrati in Arabia  per lavoro,  giustiziati in gran numero, è raro sapere  qualcosa: si sa solo che nel 2018, erano stranieri il 77% dei decapitati  in giustizia. Nell’ottobre,  si è saputo il nome di una cameriera indonesiana , Tuti Tursilawati,   solo perché  la  sua famiglia s’è rivolta alle autorità dell’Indonesia; le  quali, per via consolare, hanno scoperto che la donna era già stata ammazzata senza avvertire  l’ambasciata.  Del resto, la colpa non era dubbia:  nel 2011 aveva ucciso il suo datore di lavoro saudita, ma aveva affermato di aver agito per autodifesa dopo aver tentato di violentarla.
Non mancano le note pene alternative. Nel 2015 una  cameriera dello Sri Lanka, di 45 anni, colpevole di adulterio (in patria era sposata) con un altro immigrato cingalese, è stata uccisa per lapidazione.  Il suo partner ha subito per la stesa offesa  100 frustate.
Millle frustate invece (mille) sono state inferte a un blogger colpevole di un blog critico della monarchia, di nome Raif Badhawi, insieme alla pena di 10 anni di carcere. Lo sappiamo solo perché la moglie , fuggita in Canada nel 2013 con i figli della coppia, ha pubblicato il video, realizzato nel 2015, su Twitter.


Il blogger Badawi riceve le prime delle mille frustate.

Sul web circolano le foto di 5 corpi di decapitati che poi sono stati poi appesi ad  un palo orizzontale, sollevato da due gru;  le teste tagliate di ciascuno sono contenute in sacchetti  di plastica.  Sembra si trattasse di yemeniti. L’esposizione ha avuto luogo di fronte all’Università di Jizan,” dove gli studenti che stavano sostenendo gli esami si svolgono in una piazza pubblica per fungere da deterrente”.


corpi di cinque yemeniti decapitati sono lasciati appesi  vicino all’Università, ché gli studenti li vedessero.

Strano  che i nostri militanti per i diritti umani,  che vediamo ripetutamente  scendere in piazza contro le orrende discriminazioni che subiscono da noi i  compagni sodomiti, non dedichino mai un piccolissima  protesta ai diritti umani  violati in Arabia Saudita.  Mai una delle giornaliste che tante lacrime hanno sparso sui presunti ospedali  pediatrici di Aleppo,  gasati da  Assad  secondo le  veridiche testimonianze  degli Elmetti Bianchi,hanno mai alzato un gemito sui cinque appesi nelle foto.  Mai i media che seguono a Mosca ogni manifestazione di Navalny per riprendere in video come in Russia si  infrangono le libertà fondamentali politiche… mai mai niente sul regno wahabita.
Sarà perché in questi giorni, esponenti di Daesh sconfitti in Siria vengono  portati in volo da forze speciali USA verso le  regioni settentrionali delll’Afghanistan,  “per destabilizzare  le zone ai confini con la Federazione degli Stati Indipendenti”, come ha affermato  Sergei  Beseda, capo del dipartimento delle relazioni internazionali  della Comunità degli Stati Indipendenti, legati alla Russia? I talebani confermano  gli  arrivi.   Il wahabismo dimostra ancora una volta di essere necessario all’espansione della democrazia e dunque della civiltà. Come del maiale, non si butta via niente.


Si parte! Eliportati da USA, elementi di Daesh sono trasferiti in Afghanistan. Anche i talebani confermano.

Una decapitazione. ATTENZIONE immagini forti. Adatte ad un pubblico adulto. 
Fonte: qui

mercoledì 12 settembre 2018

IL GOVERNO ITALIANO DOVREBBE SBATTERE LA PORTA E USCIRE DAL CONSIGLIO DEI DIRITTI UMANI, CON L'ALTO COMMISSARIO MICHELLE BACHELET (GRANDE AMICA DI CASTRO, CHAVEZ E MADURO) CHE SI PERMETTE DI MANDARE GLI ISPETTORI IN ITALIA

IL CONSIGLIO HA CONDANNATO 68 VOLTE ISRAELE E MAI VENEZUELA, CINA, O ARABIA SAUDITA, CHE ANZI L'HA PRESIEDUTO, MENTRE DECAPITAVA GLI OPPOSITORI POLITICI E TENEVA LE DONNE SEGREGATE IN CASA

Maria Giovanna Maglie per Dagospia
michelle bachelet nicolas maduroMICHELLE BACHELET NICOLAS MADURO

Provate a immaginare procedure speciali aperte contro l'Italia, ispettori che vengono a mettere il naso in campi rom e centri di accoglienza, con il loro manuale politically correct che tutti condanna e indica come colpevoli di poca solidarietà, ma che assolve sempre loro, gli ispettori del Grande Fratello, quelli che “ce lo dice l'ONU”, che fa a gara con “ce lo dice l'Europa”.

A loro invece dice che sono impuniti comunque, le violenze sui bambini, gli stupri delle donne, la testa girata da un'altra parte quando ci sono le stragi, l'inutilità di grandi missioni internazionali, l'insipienza dimostrata per anni in Libia, le abitudini e vizi da satrapi, non costituiscono responsabilità alcuna.
michelle bachelet lula chavezMICHELLE BACHELET LULA CHAVEZ

Provate a immaginare una nazione democratica messa sotto accusa da esponenti e amici di dittatori, affamatori, corrotti. Non è arrivata l'ora di dire basta, non bisogna cogliere l'occasione offerta dalla gentile signora Michelle Bachelet per sbattere la porta e dire tanti saluti e fuori dalle palle i vostri ispettori?


michelle bachelet fidel castroMICHELLE BACHELET FIDEL CASTRO







Gentile Presidente del Consiglio Giuseppe Conte, che, a meno di un mio errore, non ha finora ritenuto di dire una parola sulla gravissima vicenda degli ispettori del Consiglio per i Diritti Umani Onu, e non vorremmo che imparasse troppo dai silenzi del presidente Mattarella; gentile ministro Matteo Salvini, che è il vero obiettivo dell'attacco di Ginevra, e che ha risposto duramente, ma non basta minacciare ritorsioni economiche; gentile ministro Enzo Moavero, che rappresenta l'Italia all'estero, e che ha con un qualche ritardo emesso un comunicato che mi azzardo a definire di flebile difesa della nostra democrazia e della pazienza degli italiani nell'accoglienza;
michelle bachelet chavezMICHELLE BACHELET CHAVEZ

signori rappresentanti del governo, dal cosiddetto Consiglio per i Diritti umani delle Nazioni Unite, che è fin dalla sua creazione, per la sua composizione, per le scelte attuate, per l'antisemitismo dominante, per lo strapotere di dittature musulmane, l'ultimo scherzo del carrozzone illiberale delle Nazioni unite, è doveroso, dopo un'offesa così grave al popolo e alle istituzioni italiane, ritirarsi.
michelle bachelet chavezMICHELLE BACHELET CHAVEZ






E certamente una decisione impegnativa, ma è anche una decisione dovuta agli italiani dal governo del cambiamento nel quale, così ci dicono rilevazioni e sondaggi, ripongono grande fiducia nonostante attacchi nazionali e internazionali furibondi e scomposti.

L'imminente Assemblea Generale annuale delle Nazioni Unite a New York è l'occasione giusta per un annuncio del genere. Basta fare come hanno fatto gli Stati Uniti due mesi fa con la loro ambasciatrice Nikki Haley.

"Prendiamo questa decisione perché il nostro impegno non ci permette di continuare a far parte di un'organizzazione ipocrita e asservita ai propri interessi che ha fatto dei diritti umani una barzelletta. Gli Stati Uniti si ritirano da questa fogna di pregiudizio politico”. Semplice, efficace, definitivo.
MICHELLE BACHELETMICHELLE BACHELET


Apprendiamo invece del sito della Farnesina che l'Italia in quel Consiglio ci vuole entrare, e con orgoglio. Cito.
“Nell’autunno 2018 si svolgeranno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite le elezioni per il rinnovo parziale del Consiglio Diritti Umani (CDU) per il triennio 2019-2021. L’Italia ha presentato la propria candidatura perché conduce da sempre un’azione convinta di tutela e promozione dei diritti umani.

Il Consiglio Diritti Umani (CDU) è il consesso elettivo più prestigioso e importante delle Nazioni Unite dopo il Consiglio di Sicurezza. Istituito nel 2006, il CDU prosegue il lavoro della Commissione Diritti Umani, che dal 1946 aveva assicurato massima risonanza internazionale all’esigenza del rispetto dei diritti umani nel mondo. Il CDU è composto da 47 Stati membri eletti per un mandato triennale dall’Assemblea Generale, con seggi ripartiti secondo il principio dell’equa distribuzione geografica. Il Consiglio si riunisce in sessione ordinaria tre volte all’anno (marzo, giugno e settembre) e in sessione speciale su richiesta di 1/3 dei suoi membri.
donne arabia sauditaDONNE ARABIA SAUDITA

L’Italia, che è già stata membro del Consiglio Diritti Umani nei mandati 2007-2010 e 2011-2014, ha presentato ufficialmente i propri impegni e priorità in vista della auspicata elezione al CDU, e attualmente segue con assiduità e partecipa ai lavori come Paese osservatore. Tra i temi per noi prioritari figurano: la lotta contro ogni forma di discriminazione, i diritti delle donne e dei bambini, la moratoria universale della pena di morte, la libertà di religione o credo e la protezione delle minoranze religiose, la lotta contro la tratta di esseri umani, i diritti delle persone con disabilità, la protezione del patrimonio culturale e religioso, i difensori dei diritti umani.

DONNE ARABIA SAUDITADONNE ARABIA SAUDITA
Si tratta di una richiesta avanzata nel marzo scorso, hai elezioni politiche italiane già avvenute, ma ancora con il precedente ministro degli Esteri e il precedente governo. Dunque, c'è tutto il tempo è l'occasione per tirarsi indietro e magari per chiedere che vengano dimenticate espressioni come “consesso più prestigioso” o “equa distribuzione geografica”’, Anche perché se già ci siamo stati per due volte, e osserviamo in modo attento e assiduo, non dovrebbero esserci rimaste residue speranze su che cosa sia il consiglio per i Diritti Umani dell'Onu.
ESECUZIONI ARABIA SAUDITAESECUZIONI ARABIA SAUDITA

Istituito con grande pompa nel 2006, in luogo della precedente commissione, nei primi dieci anni di attivita il Consiglio ha condannato 68 volte Israele, 20 volte la Siria, 9 volte la Corea del Nord, 6 volte l’Iran e mai Venezuela, Arabia Saudita o Cina.

Veniamo all'equa distribuzione geografica ricordata dalla Farnesina, perché il Consiglio prevede 47 membri eletti dall’Assemblea generale, con una maggioranza di seggi (13+13) all’Africa e all’Asia, 8 al Sud America e ai Caraibi, 6 all’Est europeo, 7 seggi in tutto per la Ue e il resto dell’Occidente.
moavero salviniMOAVERO SALVINI






Quando misero in piedi questa meraviglia di arbitrio, la presidenza Bush disse grazie no, e resto’ fuori, poi arrivo’ Barack Obama e si affrettò ad aderire.
Seguirono scelte eclatanti.

Nel 2014 sono stati eletti tra i membri del Consiglio Cina e Arabia Saudita, noti campioni di diritti umani. Non basta, nel 2015 l’ambasciatore saudita Faisal bin Hassan Trad è stato eletto a capo del Consiglio per l’anno 2016.

Esercito contro i monaci tibetaniESERCITO CONTRO I MONACI TIBETANI
Ora, qui nessuno è caduto con l'ultima pioggia e si sa che l'economia e il petrolio contano. Ma di qui a mettere a vigilare sui diritti umani nel mondo un Paese che ha il quarto record mondiale di esecuzioni capitali, molte per decapitazione, ma resta tempo per crocifiggere alcuni condannati, che non garantisce il diritto di stampa, espressione, libertà religiosa, che tratta come schiavi gli stranieri entrati per lavoro, che nega i diritti delle donne, tenute in tutela e segregazione tutta la vita, che mette fuorilegge e riserva pene durissime agli omosessuali, un paese che non ha mai firmato la Dichiarazione universale dei Diritti Umani, ecco, dovrebbe intervenire un minimo di pudore. Invece no .

Invece no, perché alle Nazioni Unite noi paghiamo, gli altri comandano. Un solo esempio. Nel 2016 l'Arabia Saudita era stata condannata per i bombardamenti in Yemen che avevano ucciso centinaia di bambini. Una sorta di Blacklist dalla quale però l'allora segretario delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, fu convinto a recedere perché a lui e alla dirigenza arriverà una serie di minacce pesanti e di ricatti da parte non solo dei sauditi ma di tutti i Paesi dell’Organizzazione della cooperazione islamica.

ManganellateMANGANELLATE
Se la distribuzione geografica non è equa figuratevi quella economica. Fare i conti veri dei costi dell’Onu e delle sue agenzie è praticamente impossibile. Diciamo circa 6 miliardi di dollari di bilancio ordinario si raddoppiano e arrivano a 12 con le agenzie tra cui anche il Consiglio per i Diritti Umani con sontuosa sede a Ginevra. L'Italia è tra i primi 10 finanziatori, 95 milioni di dollari nel 2017, ma ci dovete aggiungere 4 milioni di dollari per i tribunali internazionali e circa 30 milioni di dollari solo nel primo semestre 2017 per le missioni di peacekeeping. Poi ci sono le missioni direttamente finanziate come quella al confine tra Libano e Israele.

Una manifestante pro TibetUNA MANIFESTANTE PRO TIBET
UN Watch ed altri organismi internazionali di controllo producono regolarmente materiale su uno stato delle cose incredibilmente illegale e corrotto. Altro che la casta italiana! Le denunce cadono regolarmente nel vuoto perché i Paesi finanziatori non intervengono, Donald Trump è stato il primo a cominciare a passare dalle parole ai fatti.

Di Michelle Bachelet, già presidente del Cile, da un mese alto commissario per i Diritti Umani, Un Watch ricorda che quando morì Fidel Castro lo definì «un leader per la dignità e la giustizia sociale a Cuba e in America Latina», poi andò in visita da Raul Castro. Ma si rifiuta di incontrare qualunque esponente dell'opposizione cubana.

Forze antisommossa cinesiFORZE ANTISOMMOSSA CINESI
Quando morì Chávez lo ricordò come un «grande amico», col merito di “aver sradicato la povertà, generato una vita migliore per tutti, e per il suo profondo amore per l' America Latina”. Naturalmente è una grande amica del brasiliano Lula, e anche ora che Maduro ha condotto il Venezuela alla fame, ha dichiarato che e' solo colpa della mancanza di dialogo”.

 Ora inaugura la sua attività di Commissario annunciando : "Abbiamo intenzione di inviare personale in Italia per valutare il riferito forte incremento di atti di violenza e di razzismo contro migranti, persone di discendenza africana e rom”.
salvini e conte guardia di finanzaSALVINI E CONTE GUARDIA DI FINANZA

A una così si risponde sbattendo la porta, non bussando per entrare.

Fonte: qui

mercoledì 20 giugno 2018

Gli Stati Uniti escono dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu

Gli Stati Uniti si ritirano dal Consiglio dei diritti umani dell’Onu, in segno di protesta per l’atteggiamento nei confronti di Israele. L’annuncio è stato dato dall’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, che ha definito l’organismo con sede a Ginevra — di cui fanno parte 47 nazioni — «la fogna della faziosità politica»: «Prendiamo questa decisione — ha dichiarato — perché il nostro impegno non ci permette di continuare a far parte di un’organizzazione ipocrita e asservita ai propri interessi che ha fatto dei diritti umani una barzelletta». È l’ennesimo schiaffo dell’amministrazione Trump alle organizzazione internazionali che non condividono la linea della presidenza Usa.
Per Haley l’organo delle Nazioni Unite è diventato «protettore di chi viola i diritti umani». Accusandolo di pregiudizi nei confronti di Israele, rinfacciando di avere inserito il Congo tra i suoi membri e di non avere affrontato le violazioni dei diritti umani in Venezuela e in Iran. «Voglio chiarire che questo passo non significa che ci ritiriamo dai nostri impegni sul fronte dei diritti umani», ha affermato il segretario di Stato Mike Pompeo: «Anzi, facciamo questo passo perché il nostro impegno non ci consente di rimanere parte di un’organizzazione ipocrita e egoista che si fa beffe dei diritti umani». Gli Stati Uniti avevano già boicottato per tre anni il Consiglio dei Diritti Umani. Fonte: qui 

venerdì 15 dicembre 2017

Gli errori delle armi intelligenti: Vittime civili dei bombardamenti aerei “di precisione” in Iraq ed in Siria


Risultati immagini per Smart Weapons fallacy
L’eliminazione definitiva dell’Isis in Iraq ed in Siria è vicina, ma, benché possa essere la sconfitta di questi mostruosi movimenti, è stata raggiunta solo a costo di grandi distruzioni e perdite di vite umane. Questa è la nuova faccia della guerra che i governi cercano di nascondere: un numero limitato di truppe da combattimento a terra chiama devastanti attacchi aerei compiuti dagli aeroplani, dai missili e dai droni, siano essi americani o russi, per spianare la strada alla loro avanzata.

I governi fingono che le guerre aeree oggi siano molto diverse dal Vietnam mezzo secolo fa quando le città erano notoriamente “distrutte per poter essere salvate”. In questi giorni le forze aeree – siano gli americani in Iraq, i russi in Siria od i sauditi in Yemen – affermano che queste distruzioni di massa non avvengono più grazie alla maggiore precisione delle loro armi: usando un singolo cecchino, una stanza in una casa può presumibilmente essere colpita senza danneggiare una famiglia che si accovaccia terrorizzata nella stanza accanto.


La vendita di armi di alta precisione molto costose a paesi come l’Arabia Saudita è persino giustificata come misura umanitaria volta a ridurre le vittime civili.
Le public relations sono cambiate ma non la realtà. Nonostante le affermazioni di una maggiore accuratezza, le foto dei droni di Mosul ovest assomigliano molto alle immagini di Aleppo est, Raqqa o di grandi parti di Damasco, dove ogni edificio è sventrato o ridotto a cumuli di mattoni rotti intervallati da crateri. Il problema per i giornalisti o le organizzazioni per i diritti umani è che è quasi impossibile verificare le affermazioni delle vittime o le smentite dei presunti colpevoli al momento.
I testimoni, quando non sono morti, sono fuggiti o sono troppo spaventati per parlare; i governi, gli eserciti regolari e le forze aeree probabilmente se la caveranno se si nasconderanno dietro ad un diretto rifiuto di aver fatto qualcosa di sbagliato. Anche se alla fine emergessero informazioni dannose, l’interesse dei mezzi di informazione si sarà già spostato e l’interesse pubblico sarà stato lieve.
E’ stato frustrante durante le ultime settimane dell’assedio di Mosul, che è durato nove mesi, sapere che c’era stata una pesante perdita di vite di civili grazie agli attacchi aerei, sostenuti dalle forze irachene nella città vecchia, ma era impossibile dimostrarlo. Ero in contatto con il cellulare con due persone diverse intrappolate dietro le linee dell’Isis che si trovavano di fronte al dilemma di restare dov’erano e di essere uccisi dai bombardamenti, o di cercare di fuggire verso il territorio governativo e rischiare di essere uccisi dai cecchini dell’Isis.
I due uomini hanno preso decisioni diverse, ma nessuno dei due è sopravvissuto. Uno è stato ucciso dall’Isis mentre lui e sua madre si sono uniti ad un gruppo che cercava di fuggire attraverso il Tigri usando pneumatici perché non potevano nuotare. Il secondo uomo è stato ferito in un attacco aereo e ucciso da un secondo nelle ultime settimane dell’assedio. La maggior parte dei parenti dei due uomini erano morti al momento in cui l’assedio è finito.
Fortunatamente alcuni giornalisti continuano a guardare ciò che è realmente accaduto in battaglie come Mosul molto tempo dopo che il resto dei media ha spostato la sua attenzione altrove. Joel Wing, nel giornale online  Musings on Iraq, scrive che nuove informazioni sulle vittime aumentano “il numero totale di morti durante l’operazione [per catturare la città di Mosul e l’area circostante] ammonta a 21.224 e 30.996 feriti. 17.404 nella prima e 24.580 in quest’ultima. I nuovi numeri hanno evidenziato il fatto che ci sono ancora molte altre vittime non documentate in quanto il numero dei  feriti dovrebbe essere da quattro a sei volte più alto del numero dei morti. Anche se sottrai le 5.325 persone che sono state giustiziate dallo Stato islamico, ciò significherebbe comunque che per i combattimenti dovrebbero esserci circa 60.000-90.000 feriti “.
Il numero sembra alto ma è credibile, tenendo conto dell’uso dell’artiglieria tradizionale e dei lanciarazzi multipli russi nell’attacco ad ovest di Mosul. Le vittime di attacchi aerei sono aumentate, anche perché le regole per le truppe di terra che hanno lanciato attacchi aerei sono state allentate prima che iniziasse l’attacco a ovest di Mosul. L’Isis stava uccidendo civili che cercavano di fuggire dalla ristretta enclave da loro detenuta e molte più persone erano confinate in un piccolo numero di case, quindi se una  fosse stata colpita il numero di vite umane perse sarebbe stato alto.
Ancor prima che questo accadesse, molti più civili erano uccisi dagli attacchi aerei di quanto non ammettesse la coalizione aerea guidata dagli Stati Uniti. L’unico modo per ottenere la verità è guardare un grande campione di attacchi aerei sul terreno e vedere se sono stati segnalati dalla coalizione ed, in tal caso, quanto è accurato quel rapporto.
Questo è stato fatto per la prima volta da Azmat Khan e Anand Gopal, che hanno visitato i siti di circa 150 attacchi aerei nel nord dell’Iraq tra aprile 2016 e giugno 2017. In un lungo studio chiamato “The Uncounted”, pubblicato sul New York Times del 16 novembre, hanno raggiunto conclusioni devastanti. Scrivono che “abbiamo scoperto che uno su cinque degli attacchi della coalizione che abbiamo identificato ha provocato la morte di civili, un tasso di 31 volte più alto di quello  riconosciuto dalla coalizione”. Aggiungono che quando si parla di morti civili questa “potrebbe essere la guerra meno trasparente della recente storia americana”.
La coalizione ha negato che molti degli attacchi aerei che avevano ucciso quelle persone siano mai avvenuti, ma i giornalisti hanno scoperto che c’erano video di alcuni dei bombardamenti sul canale YouTube della coalizione, sebbene questi affermassero di mostrare la distruzione degli obiettivi dell’Isis. Quando lo hanno sottolineato, i video sono stati ritirati in silenzio.
Il quadro che la coalizione ha presentato della sua offensiva aerea si rivela essere una finzione. In un campione di una zona residenziale chiamata Qaiyara, vicino alla città di Mosul, la coalizione ha affermato di aver ucciso un solo civile nella o vicino alla città e l’aviazione militare irachena ha detto di non aver ucciso nessuno. Si è scoperto che c’erano stati 40 attacchi aerei in quest’area che avevano ucciso 43 civili, di cui 19 uomini, otto donne e 16 bambini, di 14 anni o più giovani. In circa un terzo dei fatali attacchi, l’Isis si trovava in prossimità dei civili, ma in metà dei casi non vi era stata alcuna presenza Isis riconoscibile.
Dove c’era la prova di presenza dell’Isis, spesso l’informazione era inconsistente e vecchia: in un caso una famiglia di sei persone era stata strappata via ad un bambino di due anni perché un informatore locale aveva visto un mortaio vicino alla loro casa anche se era stata portato via molto prima dell’attacco.
L’importanza di questo studio è grande perché per la prima volta può essere mostrato ciò che sta realmente accadendo in una serie di guerre in Medio Oriente a partire dall’Afghanistan nel 2001. Non esistono attacchi aerei di precisione.
La coalizione ha affermato che solo uno su 157 dei suoi 14.000 attacchi aerei in Iraq dal 2014 ha provocato la morte di un civile, ma le prove sul campo mostrano che il tasso reale è di uno su cinque. La rassicurante affermazione dei comandanti aerei americani e britannici secondo cui le armi intelligenti consentono loro di evitare l’uccisione di civili è semplicemente falsa. 



Per concessione di Comedonchisciotte

mercoledì 4 gennaio 2017

Riyadh, scioperano contro il mancato pagamento di stipendi: immigrati arrestati e fustigati

Un tribunale saudita ha inflitto quattro mesi di carcere e 300 frustate per danneggiamento di beni pubblici. Sconosciuta la nazionalità degli immigrati condannati. I lavoratori erano dipendenti della Binladin Group e di Saudi Oger, giganti nel settore dell’edilizia. Dietro la crisi il crollo delle entrate nel settore petrolifero, che ha influito sul bilancio dello Stato.
Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - Un tribunale saudita ha condannato al carcere e alla fustigazione decine di lavoratori migranti, dipendenti del colosso dell’edilizia Binladin Group, per aver scioperato contro il mancato pagamento degli stipendi arretrati. La stampa saudita non ha sinora precisato la nazionalità degli operai, che hanno incrociato le braccia per le molte mensilità non percepite; le proteste sarebbero poi sfociate in violenze di piazza, che hanno portato all’arresto.
I primi a riferire delle condanne sono i giornali arabi Al-Watan et Arab News, i quali però non chiariscono la nazionalità dei lavoratori migranti. Alcuni diplomatici contattati dall’Afp non hanno potuto (o voluto) chiarire la vicenda, affermando di non conoscerne i dettagli.
Un gruppo di operai ha subito una condanna a quattro mesi di carcere e 300 frustate per danneggiamento di beni pubblici e istigazione al disordine pubblico. Altri hanno ricevuto pene inferiori, per un massimo di 45 giorni di prigione inflitti da un tribunale della Mecca.
Da tempo gli operai del settore edile, dipendenti della Binladin Group e di Saudi Oger, non ricevono lo stipendio anche a causa della crisi nel settore petrolifero, che ha portato a un crollo nei ricavi. Lo stesso governo saudita sarebbe in ritardo sui pagamenti, aggravando così i conti già in rosso delle due imprese.
Come rivela il nome, la multinazionale araba fondata nel 1931 è di proprietà della famiglia Bin Laden e lo stesso Osama - leader di al Qaeda e a lungo il ricercato numero uno del terrorismo islamico internazionale - era uno dei 52 figli del fondatore Mohammed bin Laden. Fra i vari incarichi ottenuti dal capostipite, il restauro della celebre moschea di al Aqsa, a Gerusalemme. Tuttavia, oggi il gruppo ha conosciuto la crisi e non ha certo contribuito a rilanciarne l’immagine il crollo di una gru nel settembre 2015 alla grande moschea della Mecca, che ha causato la morte di 109 persone. La crisi del gruppo, acuita dal crollo nelle entrate petrolifere, ha portato anche al licenziamento nel maggio scorso di decine di migliaia operai stranieri.
Sulla crisi del settore edilizio è intervenuto di recente anche il ministro saudita delle Finanze Mohammed Aljadaan; il 22 dicembre scorso, nel corso di una conferenza stampa dedicata alla presentazione del bilancio per il 2017, l’alto funzionario governativo ha assicurato che il pagamento degli arretrati avverrà “entro 60 giorni”.

giovedì 29 settembre 2016

Usa-Russia, la terza guerra mondiale si avvicina


Com’era ovvio, sull’attacco a un convoglio Onu in Siria la macchina del fango è entrata in azione a tempo di record. In testa al plotone di chi accusa l’esercito siriano e quello russo ci sono Francia, Usa e l’inutile ormai ex numero uno dell’Onu, Ban-Ki-Moon. 
A vario titolo hanno puntato il dito contro Damasco e Mosca, ma hanno scordato un particolare: le prove. Chi invece ha portato tracciati radar e filmati girati dai droni, chiedendo un’indagine indipendente sull’accaduto è stato il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov. 
Risposta alla sua richiesta? Casualmente, non pervenuta.
Primo, c’è un filmato girato da un drone nel quale si vede il convoglio Onu che viaggia scortato da quello che appare un mezzo blindato con un cannoncino montato sulla parte alta. Lo sappiamo con certezza perché i russi hanno seguito il convoglio con droni, proprio perché passava vicino a zone in mano ai terroristi, cessando la sorveglianza quando il convoglio è arrivato. Sotto accusa sono finiti i cosiddetti Elmetti Bianchi, una strana organizzazione sempre al seguito dei terroristi di Al-Nusra: è una sorta di Ong dei qaedisti, ma si fa passare per organizzazione umanitaria e i beoti occidentali, ovviamente, accreditano la tesi. Di più, i filmati russi dimostrano, con foto, che il convoglio non è stato bombardato dal cielo, bensì incendiato appena giunto a destinazione. 
Secondo, un drone d’attacco Predator della coalizione a guida Usa si trovava in zona nel momento in cui, il 19 settembre, è stato colpito il convoglio umanitario Onu vicino ad Aleppo: lo sostiene il ministero della Difesa russo, a detta del quale il drone era decollato dalla base aerea turca di Incirlik. Stando al generale Igor Konashenkov, portavoce del ministero della Difesa di Mosca, il drone “è stato identificato” dai sistemi di rilevazione russi “come drone di tipo Predator”. L’apparecchio – sostiene Konashenkov – “è arrivato nella zona del villaggio di Uram al-Kubra, dove si trovava la colonna” di autocarri con gli aiuti umanitari, “alcuni minuti prima dell’incendio ed è andato via circa 30 minuti dopo”. Sempre stando al generale russo, il drone si trovava a un’altezza di 3.600 metri e viaggiava a una velocità di circa 200 chilometri all’ora. Smentite Usa al riguardo? Zero. 
Terzo, il ministro degli Esteri americano, John Kerry, a seguito di quello che gli Usa hanno chiamato “un incidente”, ovvero il bombardamento di una colonna di militari siriani, ha chiesto l’imposizione di una no-fly zone, di fatto l’interdizione al volo per i caccia dell’aeronautica siriana. Stranamente, questa richiesta non solo garantirebbe un vantaggio sul campo enorme per Isis e ribelli moderati, ma è anche arrivata a stretto giro di posta dal cambio delle regole d’ingaggio posto in essere dai russi, i quali da oggi in poi colpiranno qualsiasi velivolo attacchi l’esercito siriano, siano essi americani o israeliani. 
Quarto, pur non essendoci conferme della notizia (cosa abbastanza normale vista la delicatezza dell’accaduto), la Russia non si sarebbe limitata a portare le prove, ma avrebbe già risposto all’incidente che ha visto morire sotto il fuoco Usa una settantatina di soldati siriani. Mercoledì, infatti, le navi da guerra russe di stanza al largo della Siria avrebbero colpito e distrutto un centro di operazioni militari, uccidendo tra i venti e i trenta ufficiali dei servizi segreti israeliani e occidentali. 
“Le navi hanno sparato 3 missili Kalibr sul centro di coordinamento operativo degli ufficiali stranieri nella regione di Dar al-Iza, a ovest di Aleppo presso il jabal Saman, eliminando 30 ufficiali israeliani e occidentali”, afferma l’agenzia Sputnik, citando fonti militari di Aleppo. Il centro operativo era situato nell’ovest della provincia di Aleppo, sul monte Saman, in vecchie cave. Diversi ufficiali di Stati Uniti, Turchia, Arabia Saudita, Qatar e Regno Unito sono stati eliminati assieme a ufficiali israeliani: questi ufficiali, eliminati nel centro operativo di Aleppo, dirigevano gli attacchi dei terroristi su Aleppo e Idlib. Se fosse confermata, la notizia avrebbe un doppio valore strategico, perché proverebbe il coinvolgimento diretto di servizi segreti occidentali e israeliani al fianco di ribelli e terroristi in Siria, ma anche la volontà della Russia di smettere con la diplomazia e rispondere colpo su colpo, anche contro forze di sicurezza occidentali.
Quinto, sempre parlando di navi russe e sempre mercoledì, Mosca ha annunciato che la portaerei Admiral Kuznetsov, la più grande della flotta, sarà dispiegata davanti alle coste siriane, per rafforzare le capacità militari in appoggio alle truppe governative. “Al momento il dispiegamento navale russo nell’Est del Mediterraneo consiste in sei navi da guerra e tre di sostegno logistico”, ha detto il ministro della Difesa, Sergei Shoigu, e al gruppo si unirà la Kuznetsov. Il fatto che la Russia abbia appena sentito il bisogno di compiere una dimostrazione di forza navale ancora più rilevante implica che ben presto anche gli Stati Uniti risponderanno prontamente alla mossa russa. C’è da dubitare che questi sviluppi porteranno a una de-escalation delle ostilità nella regione, tanto più che quella portaerei dispone di un sistema completo di difesa che contempla che l’utilizzo di sottomarini e caccia torpedinieri. 
Sesto, la malafede di Onu e Usa quando si parla di Siria è sostanziata anche da altro. Parlando al Palazzo di vetro nel giorno del suo addio, Ban-Ki-Moon ha detto che “nessuno ha ucciso tanti siriani come Assad”, provocando lo spellamento delle mani dei vari papaveri presenti in sala. La risposta siriana non si è fatta attendere, visto che il ministero degli Esteri ha ricordato come il Segretario generale “è stato protagonista dello scandalo di ritirare il rapporto che ha condannato l’Arabia Saudita in cambio di un pugno di dollari”. E non scordiamoci l’altro capolavoro di Ban-Ki-Moon, ottenuto con l’appoggio americano: mettere l’ambasciatore saudita all’Onu a capo del Comitato consultivo per i Diritti Umani. Tanto per restare in tema, sempre mercoledì il Senato Usa ha dato via libera alla vendita di armi all’Arabia Saudita per un controvalore di 1,5 miliardi di dollari, bocciando l’atto di veto presentato da alcuni membri del Congresso. Tutte armi che andranno ad ammazzare donne, vecchi e bambini in Yemen: ma di quelli, chissenefrega. 
Come vedete, lo cose non stanno esattamente come vi raccontano Repubblica e Corriere o come ve le mostrano i telegiornali: da un lato, infatti, c’è chi porta le prove a discarico della propria colpevolezza, dall’altra c’è chi denuncia a vanvera, forte però dell’appoggio mediatico pressoché assoluto e di istituzioni corrotte come l’Onu. Ve lo dico sempre, ma adesso più che mai: informatevi da più fonti, cercate riscontri e prove, non accettate passivamente le versioni ufficiali. 
E aggiungo, se permettete, anche una nota di campanilismo e pragmatismo. “L’Italia sta perdendo quote di mercato importanti nell’export verso la Russia”, questo l’avvertimento lanciato mercoledì dall’ambasciatore di Mosca, Sergey Razov, parlando a Bolzano al Seminario Italo-russo organizzato dall’Associazione Conoscere Eurasia, dal Forum Internazionale di San Pietroburgo e dalla Camera di Commercio di Bolzano. “Se fino allo scorso anno eravate saldamente il nostro quarto Paese fornitore, ora siete il quinto”. Scavalcati da chi? Dagli Usa, ovviamente, cioè da coloro che hanno imposto all’Europa di applicare il blocco commerciale alla Russia: “Questo giusto per far capire a chi giovano le sanzioni”, ha spiegato l’ambasciatore. 
Stando a un report della Cgia di Mestre, dal 2014 (anno della loro introduzione) le sanzioni sono costate al nostro made in Italy 3,6 miliardi di euro, quasi tutti ascrivibili al comparto manifatturiero (macchinari, abbigliamento, autoveicoli, metallurgia, mobili, elettronica) e il crollo delle esportazioni ha coinvolto sopratutto le imprese della Lombardia (-1,18 miliardi), dell’Emilia Romagna (-771 milioni) e del Veneto (-688 milioni). Non solo, ma stando agli ultimi dati resi noti ieri al seminario di Bolzano, nei primi 6 mesi del 2016 gli scambi hanno registrato un’ulteriore perdita del 48,8%. Dei veri strateghi, non c’è che dire. 
Mauro Bottarelli
DI MAURO BOTTTARELLI