9 dicembre forconi: finanza
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venerdì 14 dicembre 2018

IL "PORTACIPRIA DI BRIGITTE" SABATO SCORSO AVEVA PREPARATO IL FUGONE DAL’ELISEO, QUALORA I GILET FOSSERO ARRIVATI ALL’ASSEDIO DEL PALAZZO



IL MOVIMENTO PUNTA A CAPITALIZZARE LA PROTESTA: PRONTA LA LISTA PER LE EUROPEE PER “PORTARE A BRUXELLES LA VOCE DELLA RURALITÀ E DELLA PROVINCIA” 

Mauro Zanon per “Libero Quotidiano”

MACRON ALLA GOGNA - PROTESTE CONTRO IL PRESIDENTE FRANCESEMACRON ALLA GOGNA - PROTESTE CONTRO IL PRESIDENTE FRANCESE
Le rotatorie della Francia profonda sono diventate le loro nuove agorà, luoghi di dibattito e condivisione di idee, dove preparare le manifestazioni. Ma i gilet gialli, il movimento sociale nato sui social network contro il caro-benzina, ha ambizioni più alte: dopo le strade e i palcoscenici televisivi, puntano a conquistare il Parlamento europeo, secondo quanto raccontato ieri dal settimanale Marianne.

Christophe ChalenconCHRISTOPHE CHALENCON






È Christophe Chalençon, uno dei volti mediatici di primo piano dei gilet gialli, ad aver lanciato l' idea di una lista per le elezioni europee del maggio 2019. L' obiettivo? «Portare la voce della ruralità e della provincia» di fronte a una Bruxelles «disumana, che si interessa esclusivamente alla finanza a discapito dei popoli». Professione fabbro, Chalençon, originario del Vaucluse, ha votato Macron al primo e al secondo turno delle elezioni presidenziali del 2017, ma si è pentito, e ora dice di voler cambiare la macchina europea dall' interno, «perché è l' unico modo per farci sentire» dall' inquilino dell' Eliseo.
gilet gialliGILET GIALLI

Galvanizzato da un sondaggio pubblicato dal Journal du dimanche, che dà un' eventuale lista dei gilet gialli al 12%, Chalençon si è già attivato per mettere in piedi il progetto, trovando un sostegno di peso: Bernard Tapie, ex presidente dell' Olympique Marsiglia ed ex ministro delle Città sotto la presidenza Mitterrand.

L' uomo d' affari, contattato da Marianne, ha detto di essere «profondamente toccato» dalla rabbia dei gilet gialli e di essere pronto «ad offrire uno spazio per organizzarsi ed esprimersi attraverso La Provence (quotidiano di cui è editore, ndr), per permettere loro di proporre un' offerta politica alternativa».

gilet gialliGILET GIALLI
«Questo movimento deve strutturarsi. Altrimenti rischia di spegnersi, o di essere strumentalizzato da un partito politico», ha aggiunto. Anche Alexandre Jardin, scrittore e fondatore del movimento civico Bleu Blanc Zèbre, ha affermato di voler sostenere questa «rivolta territoriale contro il sistema centralizzato». Intanto, l' esecutivo, attraverso il suo portavoce, Benjamin Griveaux, ha chiesto ai gilet gialli di essere «ragionevoli» alla luce di quanto accaduto a Strasburgo, e di non scendere in piazza sabato prossimo.

gilet gialliGILET GIALLI




Ma Priscillia Ludosky, una delle leader del movimento, ha confermato che il "V Atto" della mobilitazione si terrà. Chissà, allora, se il capo dello Stato si barricherà ancora dentro la sua fortezza. Il Canard enchaîné ha rivelato che sabato scorso il palazzo presidenziale era stato trasformato in un vero e proprio bunker, con un elicottero pronto a mettere in salvo Macron in caso di "presa dell' Eliseo".

Fonte: qui

mercoledì 28 novembre 2018

Sul fondo del barile

È finalmente diffusa la consapevolezza della profondità epocale del disastro che stiamo attraversando. Tuttavia la maggior parte degli interventi parla di debito pubblico, di tassi di interesse, di spread, di ingiustizie sociali, di politiche keynesiane contrapposte al liberismo, di sovranità nazionale contrapposta al globalismo o all’europeismo. Pochi vanno oltre, pochi tentano di scavare in ciò che scaturisce dal profondo e che ha sempre una dimensione metafisica. Fra questi pochi è da segnalare una pubblicazione recentissima, un libro di Lorenzo Merlo, dal titolo “Sul fondo del barile”, edito da Primiceri.
Lo scavo dell’Autore nel terreno devastato della nostra decadenza è impietoso. Disgregazione sociale e crollo istituzionale ne sono i segni più vistosi. Scienza e tecnologia, la nuova Fede della modernità, mostrano l’inadeguatezza delle loro pretese. Mafie e oligarchie finanziarie si spartiscono il mondo col procedere della globalizzazione che toglie poteri agli Stati per affidarli all’alta finanza e alle cosche. Ma la malattia è spirituale, è la ricerca ossessiva del piacere, è la caduta del senso del limite nella presunzione di onnipotenza di un “io” ipertrofico. Procedendo sempre più in profondità, si scopre la “presenza satanica” del materialismo. Suoi figli sono il positivismo, il capitalismo, lo scientismo, l’imperialismo; suoi dogmi sono il culto del progresso, la fiducia nella tecnologia, la concezione di un tempo lineare che proietta l’umanità verso un fine. Questa epoca buia trovò la codificazione dei suoi schemi mentali in quelli che dovevano essere i lumi dell’illuminismo. Liberté, Égalité, Fraternité la nuova trinità al posto di Padre, Figlio e Spirito Santo, con Kant che dichiara l’impossibilità della metafisica. L’Italia è coinvolta in pieno in questo disastro di civiltà, dopo avere attraversato anche stagioni politiche che passo dopo passo hanno demolito il poco di positivo che si era costruito: la protesta armata ha avuto il solo merito di mettere in evidenza quanto dipendiamo da servizi segreti italiani e stranieri; Tangentopoli fece terra bruciata senza instaurare alcuna virtù civica; i “piani mondialistici delle cricche capitalistiche-finanziarie-ebree-americane” hanno pilotato bene la loro motonave anche in acque italiane. L’illusione di un’umanità liberata attraverso le nuove tecnologie è già dissolta dalla realtà della riduzione del tempo delle relazioni umane. L’Europa, ultimo tentativo di dare al disorientamento generale un mito fondativo, non esiste, così come non è mai esistita la democrazia.
Nessuno si illuda di poter ridare vigore ai vecchi schemi. La distinzione fra Destra e Sinistra non ha più significato, se mai lo ha avuto. Le Sinistre europee si sono appropriate delle tematiche dei radicali, che sono una componente del liberalismo, abbandonando il socialismo. Il presunto “destro” Alain de Benoist, come e meglio di tanti altri, ha scritto pagine decisive su questo. Un altro francese, il marxista critico Jean-Claude Michéa, non è da meno quando denuncia la stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del progresso e l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere i valori tradizionali e nel contempo l’economia di mercato che li distrugge.
Eppure, il libro è permeato di un profondo ottimismo. Si intravede l’alba di un altro mondo. Non sarà il populismo a crearne le condizioni, pur non essendo senza valore, così come sono fertili i non-votanti. Anche in questo caso occorre andare più a fondo, nella dimensione metafisica. Bisogna avere fiducia in una concezione ciclica della storia, per cui in ogni morte è l’essenza di una rinascita. “I detriti sono il dono della piena”. Nella catastrofe si deve vedere una fortuna perché tutto è da ricostruire. Quando un ciclo ha termine, ne scaturisce un altro. Il materialismo è giunto al suo limite esistenziale. Cresce la consapevolezza spirituale, purché non si separi “in luoghi ecologici, in territori purificati, in enclave autarchiche, passatiste, pauperistiche, luddistiche”. Le piccole comunità da ripristinare abbatteranno il capitalismo, ma dovranno essere fenomeno diffuso, non esperienze sporadiche. La rivoluzione sarà individuale, non individualista. Pertanto l’attenzione deve essere spostata da quanto si vuole comunicare alla persona destinataria del nostro tentativo di comunicazione: questo modo di rapportarsi con l’altro è rivoluzionario. Ecologia profonda e bioregionalismo rappresentano lo spirito nuovo. L’uomo nuovo rivaluterà la frugalità, l’essenziale, la piccola comunità. Con ciò saranno recuperate le vie già tracciate dai Maya, dai Toltechi, dagli Egizi, dal Buddhismo, dalla Kabbalah, anche dal Cristianesimo inteso nella sua purezza originaria. È in atto “un passaggio evolutivo nella nostra storia, parallelo a un cambio di frequenze energetiche dell’Universo”. La fisica quantistica ne è un segno. Prima la relatività, poi la fisica dei quanti hanno scoperto che l’osservatore è implicato nella realtà che descrive. Ciò avrà enormi conseguenze in direzione di una visione del mondo spiritualistica, anche se per ora la mentalità comune è ancora condizionata dalla concezione meccanicistica. Quando le nuove acquisizioni della fisica diventeranno patrimonio culturale diffuso, ne discenderà una consapevolezza olistica che cambierà il mondo.
Chi scrive queste note ritiene che fare rientrare le tesi dell’Autore nella logica della New Age significhi far torto alla complessità dell’analisi e alla ricchezza dei suoi riferimenti culturali. Piuttosto si potrà nutrire scetticismo verso tanta fiducia nell’avvento di un altro ciclo. La concezione ciclica presuppone il “niente di nuovo sotto il sole”. Purtroppo l’epoca che ci è stata data in sorte presenta grandi novità, che determinano uno scarto drammatico dalle traiettorie della ciclicità. Da sempre l’umanità si prospetta una fine traumatica, ma attraverso l’opera di divinità. Per la prima volta nella storia l’uomo stesso ha i mezzi per distruggere il mondo. Sempre l’uomo ha alterato l’ambiente ma mai vi aveva immesso veleni mortali. Nelle epoche precedenti l’umanità è stata minacciata di estinzione per guerre, carestie, pestilenze, mortalità precoce. Oggi viviamo la tragedia dell’eccesso di popolazione. All’inizio del secolo scorso il globo era abitato da un miliardo e mezzo di persone. Alla fine del secolo eravamo oltre 6 miliardi. Mai si era verificata una simile crescita. Mai la comunicazione fra gli abitanti del globo era stata istantanea. Ora lo è. Mai ogni metro quadrato del territorio e dei mari era stato sotto osservazione costante. Ora lo è. Mai il disorientamento, il vuoto interiore, la fuga negli allucinogeni e nelle droghe, avevano raggiunto le dimensioni odierne. Tutto ciò rende meno probabile la ripresa del ciclo e più prevedibile un crollo senza riscatto. Il bel libro di Lorenzo Merlo ci aiuta a scacciare questi incubi.
Fonte: qui

sabato 27 ottobre 2018

“BLOOMBERG”: “NON È COSÌ FOLLE COME SEMBRA”


“BLOOMBERG” CAMBIA IDEA SULLA MANOVRA: “I LEADER EUROPEI HANNO CRITICATO L’ITALIA, MA UN PICCOLO STIMOLO POTREBBE ESSERE QUELLO DI CUI HA BISOGNO. L’INSISTENZA DELLA COMMISSIONE È IRRAGIONEVOLE” 

E PURE IL “FINANCIAL TIMES” DÀ UNA CHANCE AI GIALLOVERDI: “NON TUTTE LE IDEE SONO SBAGLIATE” 

I MEDIA PREFERITI DALL’ÉLITE FINANZIARIA SI STANNO RIPOSIZIONANDO CONTRO BRUXELLES, CHE FARANNO ORA I MERCATI?

SECONDO BLOOMBERG, LA MANOVRA ITALIANA «NON È COSÌ FOLLE COME SEMBRA»

BLOOMBERG: LA MANOVRA ITALIANA NON E' COSI' FOLLE COME SEMBRABLOOMBERG: LA MANOVRA ITALIANA NON E' COSI' FOLLE COME SEMBRA
Sulla manovra economica italiana c’è qualcuno che – a sorpresa – sta cambiando idea. A guardare il progetto del bilancio firmato dal ministro dell’Economia Giovanni Tria e fortemente voluto da Lega e Movimento 5 Stelle è Bloomberg che, dopo un periodo di diffidenza nei confronti delle misure macroeconomiche messe in campo dall’Italia, sembra difendere il progetto del nuovo governo.

«I leader europei – si legge in un articolo di oggi –  hanno criticato duramente l’Italia per i suoi piani di aumentare le spese con l’obiettivo di stimolare la crescita e aiutare i poveri. Quello che non riescono a riconoscere è che un piccolo stimolo potrebbe essere proprio quello di cui l’economia italiana ha bisogno».
DI MAIO SALVINIDI MAIO SALVINI

Un deciso cambio di passo dopo che, soltanto qualche giorno fa, in pieno dibattito sul Def, lo stesso network economico più importante al mondo aveva definito la manovra italiana «à la Houdini», per la fumosità delle coperture. Il riferimento al grande escapologo, insomma, aveva ben reso l’idea circa l’opinione del gruppo in merito alle politiche economiche italiane.

Oggi, invece, l’analisi viene fatta sul piano opposto. Inserita all’interno di un contesto internazionale dove un rallentamento dell’economia cinese ha avuto ripercussioni su tutto il resto del pianeta, la manovra italiana – citiamo alla lettera il titolo dell’articolo – «non è così folle come può sembrare».
TRIA E MOSCOVICITRIA E MOSCOVICI



L’Italia abbassi i toni e l’UE sia più flessibile
Tutto ciò, a patto che i toni con l’Unione Europea – che fino a questo momento non hanno fatto altro che creare danni sull’aumento dello spread, ad esempio – si abbassino da entrambe le parti. Così, ad esempio, l’Unione Europea dovrebbe essere più flessibile sul rapporto deficit/Pil che la manovra fissa al 2,4%, mentre l’Italia dovrebbe rivedere le sue previsioni di crescita che, secondo Bloomberg, sono troppo ottimistiche.

Poi si spiega: «Le dure dichiarazioni dei funzionari della commissione europea sull’Italia hanno anche spinto verso l’alto i costi del prestito. Alcuni potrebbero vederlo come un’utile fonte di pressione per mantenere in riga l’Italia, ma si sta giocando con il fuoco in una polveriera».


FT: 'IL TEATRO ROMANO SI SCONTRA CON REGOLE UE'

(…) Anche il Financial Times ha dedicato un editoriale al caso Italia-Ue, parlando sia dei rischi che corrono i leader Salvini e Di Maio sia di quelli che corre Bruxelles se gioca il gioco dei populisti. “Il teatro romano si scontra con il libro delle regole Ue”, dove “la disputa sul bilancio dell’Italia rischia di diffondere una grave agitazione sui mercati”.
SALVINI DI MAIO ALLA FINESTRA DI PALAZZO CHIGISALVINI DI MAIO ALLA FINESTRA DI PALAZZO CHIGI

Nell’editoriale, il quotidiano finanziario nella sua edizione internazionale sottolinea che, “come molti showdown tra Bruxelles e i governi dell’eurozona, la disputa include elementi di teatro politico così come di principi di governance economica”. Anche se il teatro avviene soprattutto a Roma, dove il governo “sembra credere che ogni scontro costruito ad arte con l’Ue rappresenti un guadagno politico di per sé”, avendo in vista le elezioni europee di maggio.

La speranza è infatti che dal voto emerga una “commissione dalla costituzione e politica economica molto diverse” che lascerebbe Lega e M5s perseguire “le loro visioni populiste non ortodosse”. Ma, avverte, il Financial times, “queste tattiche sottostimano il mondo in cui gli investitori vedono questioni seriamente importanti in gioco nella disputa sul bilancio, a partire dalla sostenibilità del debito pubblico italiano per finire con la stabilità dell’eurozona”.

IL 'FINANCIAL TIMES' SULLA MANOVRA ITALIANAIL 'FINANCIAL TIMES' SULLA MANOVRA ITALIANA
Salvini e Di Maio, quindi, “rischiano di ripetere gli errori di altri leader dell’eurozona che hanno provato a sfidare o a giocare d’astuzia con i mercati”, infatti, ricorda il Ft, “i corridoi del potere greco sono disseminati dei cadaveri politici di questi uomini”. 

Allo stesso tempo Bruxellesdeve stare attenta a non giocare il gioco dei populisti italiani dando l’impressione che un governo regolarmente eletto non possa perseguire le politiche economiche di sua scelta”, anche perchénon tutte le idee del governo italiano sono sbagliate”.

Per questo, conclude il Ft, “i nuovi leader hanno il diritto di volere un cambiamento”, però “il problema è che, nella loro disperazione di spingere l’Italia fuori dalla palude, stanno governando in un modo disordinato e imprevedibile che allarma i mercati e solleva profondi dubbi a Bruxelles e tra i governi dell’eurozona”.

Fonte: qui

IL 'WALL STREET JOURNAL' SI SCHIERA COL GOVERNO GIALLOVERDE. 

E I NOSTRI GIORNALONI CHE IN GENERE VENERANO (E SCOPIAZZANO) LE TESTATE ANGLOSASSONI, FANNO FINTA DI NIENTE 

NON SOLO: OSPITA L'EDITORIALE DI MARCELLO MINENNA, ECONOMISTA GIÀ ASSESSORE GRILLINO: ''COME PUÒ LA UE RIFIUTARE UNA MANOVRA CHE RISPETTA I PARAMETRI DI MAASTRICHT?''
MOSCOVICI E DOMBROVSKIS BOCCIANO LA MANOVRA ITALIANAMOSCOVICI E DOMBROVSKIS BOCCIANO LA MANOVRA ITALIANA

MANOVRA, IL WALL STREET JOURNAL: "I MANDARINI UE LASCINO CRESCERE L'ITALIA"


“I mandarini di Bruxelles hanno scelto di fare la battaglia sbagliata contro Roma”. A sorpresa il governo italiano, boccito da Bruxelles, incassa la promozione del Wall Street Journal. In un editoriale del 23 ottobre scorso, infatti, il giornale americano critica l'operato dell'Europa.

Se Bruxelles vuole veramente vincere una battaglia sul bilancio - spiega l'editorialista - dovrebbe preoccuparsi meno di dubbiosi target di bilancio e più delle politiche che aiutano l’Italia a crescere”.

WALL STREET JOURNALWALL STREET JOURNAL
Già, perché non solo sarebbe gravissimo secondo il Wsj che all'Italia venisse imposta una sanzione pari allo 0,2% del pil, ma anche che fosse costretta a rinunciare alla flat tax pro-crescita. “In ambedue i casi, Roma potrebbe dire con ragione che i burocrati non eletti di Bruxelles stanno fermando la volontà degli elettori italianiaggiunge il Wall Street Journal, secondo il quale “merita” sostegno la flat-tax proposta dal vicepremier Matteo Salvini: ”Nessuno alla Commissione Europea sembra in grado di distinguere fra tagli delle tasse che aumentano gli incentivi alla crescita e spesa che non lo fa”.

Secondo il Wall Street Jorunal, “c’è poco di nuovo nella battaglia sul budget che mette in subbuglio Roma, ma quando questo ha mai fermato la Commissione europea?”. “I mandarini di Bruxelles”, continua l’editoriale, “martedì hanno fatto una richiesta senza precedenti all’Italia: riscrivere il suo cattivo budget in linea con i cattivi principi fiscali di Bruxelles”.
CONTE DI MAIO SALVINICONTE DI MAIO SALVINI

Ma le critiche alla commissione Ue non significano che la manovra sia stata interamente promossa: “Altri governi europei e i loro contribuenti, e investitori, hanno ragione di essere preoccupati da alcuni parti del piano italiano. Decine di miliardi di euro in nuova spesa sono destinati a elemosine per il welfare e lavori pubblici che l’Italia non può portare a termine senza sprechi e corruzione. Nessuna di queste misure stimolerà la crescita economica“. Ma al tempo stesso appunto, si salva la parte che riguarda la flat-tax: “Altre parti del budget italiano meritano supporto”.


DIETRO LA DISPUTA TRA BRUXELLES E ROMA. COME PUÒ LA UE RIFIUTARE UNA MANOVRA CHE RISPETTA I PARAMETRI DI MAASTRICHT?
L'editoriale di Marcello Minenna pubblicato il 23 ottobre 2018 sul ''Wall Street Journal'' e tradotto da http://vocidallestero.it/


di maio salviniDI MAIO SALVINI


La resa dei conti tra Roma e Bruxelles occupa da settimane i media europei e gli investitori. Il nuovo governo italiano, composto da partiti politici particolarmente ribelli, ha proposto un deficit di bilancio pari al 2,4 percento del PIL per il prossimo anno. Martedì la Commissione Europea ha dichiarato che questa cifra è troppo elevata e ha dato all’Italia tre settimane di tempo per proporre una revisione della bozza di bilancio. Tuttavia, il 2,4 percento è ben sotto il limite del 3 per cento stabilito dal Trattato di Maastricht. Perché Bruxelles impone a Roma un limite così stretto?

La risposta è che i burocrati dell’Unione Europea hanno cambiato il modo in cui valutano i bilanci degli stati membri, e la nuova formula è fortemente fuorviante.
marcello minenna (2)MARCELLO MINENNA (2)

La crisi dei debiti sovrani iniziata nel 2010 ha spinto Bruxelles a rivedere i criteri di Maastricht, in base all’idea che un limite fisso di deficit al 3 per cento e di debito al 60 per cento possa permettere un eccessivo margine di manovra durante i boom economici e uno troppo esiguo durante le recessioni. Dal 2011 la Commissione ha considerato invece il budget di bilancio “strutturale”, che esclude le voci “uniche” come le politiche per reagire ai disastri naturali e le cosiddette componenti cicliche del bilancio pubblico – questo include sia la tendenza all’aumento della spesa sociale durante le recessioni che gli aumenti del gettito fiscale durante i boom.

Bruxelles può allora stabilire obiettivi specifici per i singoli paesi e imporre piani che i governi nazionali sono tenuti a seguire. Per l’Italia, quest’anno la Commissione ha chiesto una riduzione della parte di deficit strutturale pari allo 0,6 percento del PIL. Il bilancio consegnato dal governo italiano riporta invece un aumento (anziché una riduzione) del deficit strutturale pari allo 0,8 percento del PIL. Questa differenza – “una deviazione significativa dal percorso di aggiustamento”, come viene definita nel gergo degli eurocrati – è la fonte dell’attuale controversia.

juncker dombrovskisJUNCKER DOMBROVSKIS
Quello che la Commissione non vuole ammettere è che l’intero metodo poggia su congetture. Per calcolare il deficit “strutturale”, si deve prima definire quanta parte del deficit dipende da fattori ciclici. E per capire in che punto del ciclo economico si trovi un paese, nella pratica, è necessario stimare l’“output gap”, cioè la differenza tra il PIL effettivo e quello potenziale. Quest’ultimo è una stima del prodotto che un’economia potrebbe raggiungere in condizioni di piena occupazione, di pieno utilizzo dei capitali, ma senza provocare pressioni inflazionistiche. L’entità dell’output gap è una stima piuttosto importante nel momento in cui la Commissione stabilisce degli obiettivi fiscali.

La stima di questo output gap è la vera fonte della divergenza tra Roma e Bruxelles, e sono le stime di Bruxelles ad avere poco senso. La previsione fatta dalla Commissione prevede un output gap positivo dello 0,5 percento per il 2019. In altre parole, Bruxelles ritiene che l’Italia il prossimo anno avrà una produzione dello 0,5 percento più elevata rispetto a quanto possibile in una condizione di piena occupazione(condizione che l'Italia sicuramente non si verificherà nel 2019, pertanto l'ipotesi di partenza non è realistica! ) e pieno utilizzo dei capitali [ma senza pressioni inflazionistiche, NdT]. Pertanto, la Commissione ritiene che Roma oggi debba ridurre il deficit.

MOSCOVICI E DOMBROVSKIS BOCCIANO LA MANOVRA ITALIANAMOSCOVICI E DOMBROVSKIS BOCCIANO LA MANOVRA ITALIANA
Tutto questo è ottimistico, per usare un eufemismo. Bruxelles ritiene che l’Italia produrrà al di sopra del suo potenziale, nonostante il suo tasso di disoccupazione sia a doppia cifra da anni. La stima fatta dalla Commissione su un output gap positivo dell’Italia il prossimo anno è quasi pari alla stessa stima fatta per la Germania (0,6 percento), ma la Germania sta avendo un tasso di crescita economica annuale attorno al 2 per cento e un tasso di disoccupazione inferiore al 4 per cento.

Roma ritiene che il PIL del prossimo anno sarà invece dell’1,2 percento inferiore (anziché superiore) alla sua produzione potenziale. Altri economisti ritengono che l’output gap sia addirittura più vicino a un valore negativo del 4 o 5 per cento.

Il problema sta nel metodo che la Commissione usa per stimare variabili cruciali per il calcolo dell’output gap, come la produttività e, soprattutto, il “tasso di disoccupazione a salari stabili” [“non accelerating wage rate of unemployment”], o NAWRU. Questo è il presunto tasso di disoccupazione di equilibrio, tale da non generare pressioni al rialzo sui salari. Maggiore è il divario tra il tasso di disoccupazione effettivo e il NAWRU, maggiore sarà l’output gap.

LETTERA DI DOMBROVSKIS E MOSCOVICI SULLA MANOVRALETTERA DI DOMBROVSKIS E MOSCOVICI SULLA MANOVRA
Bruxelles sta stimando una crescita economica potenziale quasi certamente troppo bassa, quando stima il suo NAWRU. La stima del NAWRU per l’Italia nel 2018 è di una disoccupazione al 9,9 percento, ovvero neanche l’1 per cento inferiore al tasso di disoccupazione effettivo – il che suggerirebbe che l’Italia non abbia alcuna speranza di ridurre il tasso di disoccupazione al di sotto di quel livello (comunque elevato) senza andare incontro a un significativo aumento di inflazione.

Roma usa stime diverse per calcolare l’output gap, più in linea con le caratteristiche particolari del mercato del lavoro italiano. Sebbene non abbia divulgato pubblicamente la sua stima del NAWRU, essa è probabilmente attorno all’8,5 percento. Bruxelles in passato ha ammesso che le stime fatte dall’Italia sul proprio output gap potrebbero essere più precise, il che sarebbe un buon argomento per concedere a Roma una maggiore flessibilità fiscale, anche sotto le regole di bilancio della stessa Commissione Europea.

La grande questione è che nessuno di questi modelli tiene adeguatamente conto della carenza di investimenti, dei ritardi nella produttività, e di un insieme di altri fattori che influenzano la salute economica complessiva dell’Italia, salute economica che a sua volta determina il gettito e il bilancio fiscale. Non è chiaro se il nuovo governo italiano abbia dei piani efficaci per migliorare tutti questi fattori, e se aumentare la spesa in recessione sarà davvero di aiuto. Ma è sicuro che la lotta che si prepara sul deficit di bilancio si riduce alla fine a una spettacolare disputa su modelli econometrici di dubbia esattezza. 

Fonte: qui


lunedì 15 ottobre 2018

DEBITO PUBBLICO: CHI SAREBBERO GLI IDIOTI?




SECONDO TE, TRA IL CITTADINO ITALIANO E L'INVESTITORE STRANIERO, CHI E' L'IDIOTA?

In questi giorni ci sono molti cittadini ed "esperti" che scherniscono l'invito a comprare titoli di stato rivolto dal governo ai cittadini italiani.

Risate su fb, denigrazioni e frasi del tipo: « il governo ci vuole fregare... che pensano che siamo degli idioti? Vediamo quanti idioti li comprano....».


Purtroppo sono in molti a credere al terrorismo mediatico a reti unificate cui stiamo assistendo in questi giorni.

Chi avrà ragione?

Nel 1988 il debito pubblico italiano era c.ca 525 miliardi e gli stranieri ne detenevano il 4%; gli stranieri quindi detenenvano c.ca 21 miliardi di titoli del nostro debito pubblico. Gli italiani invece ne detenevano il 57%.

Nel 2018 il debito pubblico ammonta a c.ca 2.300 miliardi e gli stranieri ne detengono il 32%;gli stranieri oggi detengono c.ca 740 miliardi di titoli del nostro debito pubblico. Gli italiani invece ne detengono il 6%.

Quindi gli stranieri, negli ultimi 30 anni, da 21 miliardi sono passati a possedere 740 miliardi dei nostri titoli.

Contestulamente la quota di debito pubblico detenuta dagli italiani è passata dal 57% del 1988 al 6% del 2018.

Qui le cose sono 2: o gli italiani sono furbi e gli investitori stranieri non ci hanno capito un cazzo, oppure il contrario! Non se ne esce.....

Si narra che per molti anni gli intermediari bancari abbiano disincentivato i cittadini italiani a comprare titoli di stato del nostro paese, consigliandoli di acquistare altri prodotti finanziari come ad esempio, AZIONI e OBBLIGAZIONI BANCARIE che poi, in diversi casi, si sono rivelati carta straccia bruciando i risparmi di una vita di molti cittadini.

E mentre le banche ti offrivano quella merda, loro investivano in titoli di Stato italiani passando dal detenerne c.ca 110 miliardi nel 1988 al detenerne c.ca 1.600 miliardi nel 2018

Ma non pensare male... probabilmente è solo una coincidenza.

Quindi, chi sarebbero gli idioti????????

AVEVAMO LA GALLINA DALLE UOVA D'ORO IN CASA... MA NON CE NE SIAMO ACCORTI.... GLI STRANIERI SI!

14 ottobre 2018 
Fonte: qui

sabato 15 settembre 2018

La prossima crisi finanziaria? La provocherà uno di questi 10 rischi



La prossima crisi finanziaria? La provocherà uno di questi 10 rischi


Nel decimo anniversario del fallimento della Lehman, quali potrebbero essere le cause della prossima crisi? 

Il sito americano Quartz (https://qz.com/1383412/) ne ha elencate dieci. Eccole:

1) L’indebitamento delle società

Secondo McKinsey, l'indebitamento globale non finanziario delle imprese è più che raddoppiato nell'ultimo decennio, fino a 66 mila miliardi di dollari a metà del 2017. Due terzi di questo debito è stato raccolto nei mercati emergenti, in cui molte di queste società hanno approfittato dei bassi tassi di interesse per prendere a prestito in dollari USA, il che è motivo di un ulteriore rischio. Con l'aumento dell'indebitamento delle imprese, la qualità del credito è diminuita. Secondo McKinsey, un quarto dei bond societari emessi nei mercati emergenti è oggi a rischio di insolvenza, una cifra che potrebbe aumentare rapidamente con un forte aumento dei tassi di interesse e il rafforzamento del dollaro, entrambi in atto. Le attuali turbolenze in Turchia sono un esempio di ciò che può andare storto. La lira turca è in caduta libera contro il dollaro e gli investitori sono sempre più incerti se le aziende turche saranno in grado di pagare il loro debito denominato in dollari con le lire in rapido deprezzamento. Alcune banche europee hanno concesso ingenti prestiti a società turche, mettendole in difficoltà in caso di insolvenza a cascata. Ci sono anche preoccupazioni per l'abbuffata del debito della Cina: la seconda economia mondiale ha una montagna di debiti societari pari al 160% circa del PIL, la più alta del mondo. La capacità del governo cinese di sostenere la crescita, stabilizzare la sua economia e combattere una guerra commerciale con gli Stati Uniti sarà messa alla prova, e qualsiasi slittamento si ripercuoterà sull'economia globale.

2) Obbligazioni garantite da prestiti bancari

Si tratta di titoli di debito garantiti (CDO) che hanno causato tanto caos durante la crisi del 2008. Queste attività sono un altro esempio di cartolarizzazione in cui i prestiti alle imprese con leva finanziaria (vale a dire i debiti di società con rating inferiore all'investment grade) sono raggruppati e poi suddivisi in tranche. Esistono altre analogie con le pratiche di cartolarizzazione pre-crisi: La documentazione del CLO è lunga e complessa e ogni CLO ha di solito più di 100 emittenti raggruppati in un unico prodotto, secondo Bloomberg. La maggior parte delle persone pensano che i CLO siano abbastanza sicuri. Anche durante la peggiore delle ultime crisi, le tranche superior non hanno mai fatto default. Ma questa volta è diverso perché i prestiti aziendali non sono così vulnerabili alle variazioni dei tassi di interesse come furono i mutui subprime sottostanti i CDO. Ma lo stesso livello di fiducia non può essere applicato ai CLO a basso rating che stanno diventando popolari a causa degli alti rendimenti offerti. Bloomberg avverte che il boom del mercato potrebbe essere andato troppo lontano ora che i CLO sono rivolti a investitori al dettaglio.
L'emissione dei CLO ha fatto boom in Europa e continua a crescere negli Stati Uniti, soprattutto perché le operazioni del 2016 vengono rifinanziate a condizioni di mercato migliori. Alla fine del primo trimestre di quest'anno, secondo la Securities Industry and Financial Markets Association, le dimensioni del mercato statunitense dei CLO in essere ammontavano a quasi 550 miliardi di dollari, contro i 270 miliardi di dollari del 2008. Il mercato europeo dei CLO è inferiore a quello del 2009, ma in crescita rispetto al livello minimo del 2015.

3) Prestiti ipotecari non bancari

Le banche commerciali tradizionali hanno ridotto l'ammontare dei mutui erogati, soprattutto alle famiglie a basso e medio reddito, a seguito di normative più severe. A intervenire per colmare il divario sono state le non-banche: negli Stati Uniti, il 56% di tutti i mutui ipotecari proviene da soggetti non bancari, contro il 35% del 2010. Ad esempio, Quicken Loans è ora il maggiore emittente di mutui per la casa d'abitazione, superando Wells Fargo. E’ dimostrato che prima della crisi le attività non bancarie hanno contribuito al deterioramento degli standard di prestito.

4) Shadow banking

Parlando di banche non-banche, la dimensione del settore bancario ombra globale è di almeno 54 mila miliardi di dollari, secondo la stima più prudente del Financial Stability Board, circa il 13% del sistema finanziario globale, con un top in Cina, dove il sistema bancario ombra rappresenta più di un quarto delle attività bancarie totali. In questo settore, le aziende che non sono banche e non accettano depositi forniscono servizi bancari e possono comportare rischi per la stabilità finanziaria. Come mai? Poiché non sono banche, non sono soggette alla stessa regolamentazione.

5) Etf

Nell'ultimo decennio, è difficile pensare a un altro segmento della finanza cresciuto così rapidamente con tanto clamore come gli ETF (exchange-traded fund). Ce ne sono di tutti i tipi: è possibile tracciare la performance di un indice, una materia prima o un'obbligazione e negoziare l’Etf in borsa come se si trattasse di un'azione. Ci sono ETF per quasi tutto, dai panieri storici a quelli che tracciano le aziende che si concentrano sulla parità di genere. Si suppone che abbiano democratizzato gli investimenti rendendo più economico investire in fondi passivi. Il mercato globale degli ETF vale ora circa 5.100 miliardi di dollari, rispetto ai 700 miliardi di dollari di dieci anni fa. Entro il 2020, EY prevede che le attività globali dell'ETF ammonteranno a 7.600 miliardi di dollari. Finora la crescita dell'ETF è stata sostenuta da un lungo mercato toro. Cosa succede quando finirà? Ci sono alcune preoccupazioni riguardo agli ETF sintetici, che in realtà non detengono i titoli sottostanti, ma cercano invece di replicare l'indice utilizzando swap e derivati. In caso di crisi è difficile essere certi di cosa succederebbe a questi ETF se la controparte di quell'accordo, di solito una banca d'investimento, fallisse. Si teme inoltre che gli ETF stiano gonfiando il valore delle azioni e ci sono evidenze anche di crash improvvisi, che stanno diventando sempre più comuni. Valutando i grandi flash crash negli Stati Uniti nel 2010 e 2015, la Securities and Exchange Commission ha rilevato che gli ETF hanno sperimentato una "volatilità più severa" rispetto ai titoli ordinari.

6) Trading ad alta frequenza

Michael Lewis ha portato i CDO e i credit default swap nel linguaggio comune con il libro-film The Big Short, esponendo l'avidità e la stupidità di Wall Street nel periodo precedente la crisi finanziaria. Nel 2014, Lewis ha pubblicato Flash Boys, un libro sul trading ad alta frequenza (HFT), focalizzandosi su un piccolo gruppo di aziende che utilizzavano le conoscenze tecniche per generare profitti realizzando negoziazioni più velocemente del normale. La quantità di HFT che si sta facendo oggi è inferiore a quella del 2009, e le aziende stanno lottando per generare profitti come stimolo della banca centrale dopo che la crisi ha calmato i mercati e ridotto la volatilità. Ma l’HFT non è sparito del tutto ed è ancora motivo di preoccupazione. La Bundesbank tedesca ha avvertito che l'HFT aggrava le oscillazioni di mercato in tempi di stress. I ricercatori di Goldman Sachs hanno detto che l'HFT peggiorerebbe le vendite perché le aziende ritirerebbero liquidità dal mercato nel momento peggiore. I crash flash sono un segno che qualcosa probabilmente non va bene con l'attuale stato del trading e che l'HFT potrebbe anche contribuire alla "fragilità del mercato".

7) Il Fintech

C'è stato un rapido aumento del numero di società finanziarie non bancarie con una migliore user experience rispetto alle banche tradizionali, ma senza la stessa regolamentazione. Sono sempre più numerose le società finanziarie che concedono crediti o facilitano i prestiti ai loro clienti. Negli Stati Uniti, i prestiti personali sono saliti alle stelle grazie alle società fintech. Ci sono circa 120 miliardi di dollari di debito collegato al fintech, rispetto ai 72 miliardi di dollari di dieci anni fa. Le società finanziarie come Lending Club, Prosper e Avant rappresentano circa un terzo di questi prestiti, rispetto a meno dell'1% nel 2010. Questi prestiti non sono garantiti da garanzie reali e possono portare a pesanti perdite per le aziende in caso di insolvenza dei clienti in un periodo di recessione economica, soprattutto perché sono spesso utilizzati da mutuatari con punteggi di credito inferiori e per rifinanziare altri tipi di debito.

8) Il fracking

L'industria statunitense del fracking, la tecnica di estrazione degli idrocarburi di scisto, ha avuto un tale boom che l'America sta producendo abbastanza petrolio da rendere il paese un protagonista del mercato globale. Ma Bethany McLean, l'autore di Saudi America: the Truth About Fracking and How It's Changing the World, sostiene che i rischi finanziari sono in agguato sotto la superficie. L'industria statunitense del fracking è stata in grado di crescere così rapidamente grazie a tassi di interesse estremamente bassi. Questo è insostenibile, dice, perché i tassi di interesse sono in aumento e le società di fracking hanno centinaia di miliardi di dollari di debito. E 'anche peggio perché per molti di loro, il costo delle operazioni è più alto di quello dei ricavi. McLean lo paragona alla bolla delle dot-com che è scoppiata all'inizio del secolo. "Finché gli investitori erano disposti a credere che i profitti stavano arrivando, tutto ha funzionato - fino a quando non ha più funzionato ", ha scritto.

9) La deregolamentazione bancaria

Da oltre un anno, il Congresso americano guidato dai repubblicani sta lavorando per allentare le regole bancarie e smantellare il Dodd-Frank Act, la legge che impone una regolamentazione più severa dopo la crisi del 2008. All'inizio di quest'anno, migliaia di piccoli e medi istituti di credito sono stati esentati da parti del Dodd-Frank. La Federal Reserve e altre autorità di regolamentazione stanno valutando la possibilità di allentare i limiti su quanto le maggiori banche possono prendere in prestito, cambiando gli stress test annuali e la Volcker Rule che limita il trading su posizioni di proprietà della banca. Nel frattempo, il Consumer Financial Protection Bureau sta bloccando l’apertura di nuove indagini, congelando le assunzioni e impedendo la raccolta di alcuni dati dalle banche. Le ricerche del Fondo monetario internazionale mostrano che la deregolamentazione segna di solito l'inizio di una crisi. Per 300 anni, c'è stato un ciclo perpetuo di boom seguito da deregolamentazione, crisi e ri-regolamentazione.

10) Varie ed eventuali

Per Quartz le crisi sono difficili da prevedere. Mentre ci sono molti rischi di cui gli operatori sono consapevoli, c'è ancora una buona probabilità che la prossima crisi emerga da dove pochi guardano. Essere stati rassicurati che le banche sono più forti di prima e che il sistema finanziario è meno interconnesso a livello globale è poco rassicurante di fronte ad un’altra evidenza: Tra il 1970 e il 2011 ci sono state 147 crisi bancarie, 218 crisi valutarie e 66 crisi del debito sovrano. Altre ne seguiranno.

Fonte: qui

giovedì 24 maggio 2018

COSA PONE VERAMENTE IN PERICOLO L'EUROZONA. IL CONTO CHE LA GERMANIA NON PAGHERA' MAI



1. Quello che dovrebbe farci riflettere, ben al di là del brain (?) storming internazionale (!) sul nome del possibile presidente del consiglio, è l'evoluzione dello scenario all'interno dell'unione monetaria
In pratica, il nostro problema cognitivo (e per nostro intendo il punto di vista riflesso dai media italiani) è che non si riconosce un dato storico fondamentale: l'Italia, nonostante le tattiche dichiarazioni di vari personaggi impegnati a difendere uno status quo ormai traballante (peraltro legittimamente: ma solo se si ammette, senza ipocrisia, che sia legittimo perseguire il rispettivo interesse nazionale), non è e non è mai stata una minaccia per la moneta unica

2. Al contrario, avendo accettato, quali che ne siano le ragioni,- certamente non costituzionalmente giustificabili (come preannunziava Bassoqui: p.7,  e come ammettevaCarli negli anni '70; qui p.7), una profonda ristrutturazione peggiorativa del proprio status politico, industriale e di benessere diffuso, l'ostinazione italiana a voler aderire e permanere nella moneta unica è il più forte collante che salda gli interessi francesi e tedeschi, altrimenti divergenti; e divergenti (ancor più) proprio a causa della moneta unica, creando una comune convenienza a tenere un paese, l'Italia, in una situazione che li avvantaggia a nostro danno.
Ne discende che, proprio perché l'Italia (id est: le sue classi dirigenti) si è dimostrata insensibile a tale esorbitante costo socio-politico, e capace di mantenersi in rotta con l'aggiustamento strutturale imposto dalla moneta unica, fino al punto di sistemare sia uno stabile attivo delle proprie partite correnti che il miglioramento di una posizione netta sull'estero più "sana" di quella di molti altri paesi dell'eurozona (ovviamente eccettuate Germania ed Olanda), che la reciproca convenienza franco-tedesca, in danno dell'interesse italiano, inizi a vacillare.

3. Si spiega così perché oggi Dombrovskys, vice-presidente della Commissione Ue, e persino il ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn, si affrettino a porre caveat preventivi sulla formazione di un governo italiano che, pure, riflette la maggioranza emersa da un democratico processo elettorale; rispetto al quale, in base a qualsiasi norma dei trattati si voglia considerare, non sono legittimati ad un'interferenza politica preventiva e, peraltro, inedita...salvo il caso della Grecia del "primo" Tsipras.
Ma la differenza tra la situazione della Grecia della primavera del 2015 e quella italiana attuale è troppo evidente per non rendere sospetto questo profluvio di interferenze sulla nostra democrazia interna, e non far ritenere che la verità sta proprio nel fatto che l'Italia "allarma" non per la sua debolezza ma per la sua (potenziale) forza, la cui rivendicazione farebbe crollare la grande costruzione oligarchica del capitalismo finanziario che culmina nell'euro. 
Basti dire che l'Italia non solo è in attivo ormai stabile delle partite correnti, non solo vanta un notevole miglioramento della PNE, ma è contribuente netto nel bilancio dell'intera Ue, nonché pesante contributore dei fondi di salvataggio (ESM e suoi antecedenti), le cui erogazioni sono andate a vantaggio di altri.

4. Piuttosto, una volta abbracciata questa chiave di lettura si può meglio decodificare il "messaggio" lanciato da un recente (ed ennesimo) "appello" di 154 economisti tedeschivederlo semplicemente come l'ennesima reprimenda (indiretta) contro l'Italia sprecona e irriconoscente, (nel modo in cui comunque si sono espressi Gros, Fuest, Sinn & co; qui, p.3), risulterebbe miope o, più esattamente, molto fuorviante. 
L'appello è un vero e proprio cannoneggiamento preventivo non diretto all'Italia, ma alle riforme dell'eurozona che vorrebbero proporre Macron, in prima battuta, e Juncker (nei limiti di un ruolo che si avvia al suo termine e in vista di problematiche risultanze delle prossime elezioni europee).
Basta vedere come il medesimo appello sia percepito da una fonte USA notoriamente vicina ai repubblicani; il titolo del commento di Politico è già "tutto un programma":
SURPRISE! 154 GERMAN ECONOMISTS AGAINST EUROZONE REFORM Per gli economisti tedeschi, non certo dei provocatori-disturbatori, un'unione di "condivisione dei rischi" è da evitare. Le idee di riforma di Juncker e Macron sono pericolose perché finirebbero per "socializzare" quelli che gli economisti prevedono che saranno i futuri errori di gestione dell'eurozona da parte dei non-German.
5. Rammentiamo che questa ansia tedesca rispetto all'eurozona, e proprio in quanto scientemente congegnata in termini antisolidaristici nei trattati, e quindi destinata a portare un conto "politico" crescente al paese che tale antisolidarismo ha imposto e sfruttato, non è nuova: avevamo già visto che sullo Spiegel, con più moderazione (da interpretare, peraltro), si era riportata "l'idea...di far valere il tetto del 3% di deficit per l'insieme della zona euro, affinché diventi meno importante il suo rispetto da parte dei singoli Stati. 
Perché - è il ragionamento dello Spiegel - quelli in pareggio, o in surplus, compenserebbero i deficit elevati.
Far rispettare la regola del 3% solo all'intera Eurozona, scrive lo Spiegel, "avrebbe dei vantaggi per i Governi che non vogliono risparmiare", cioè che non vogliono tagliare la spesa pubblica. Perché "più alcuni Paesi portano i bilanci in pareggio o accumulano surplus, più altri possono avere deficit alti", visto che il 3% non va superato nell'insieme."
6. Rinviamo al post linkato per gli aspetti relativi a come questo escamotage potesse evitare alla Germania qualsiasi aggiustamento reflattivo e, in pratica, re-indurre in indebitamento da (modesta) espansione i paesi "debitori" dell'eurozona. Da calcolare, tra l'altro, che dato il suo peso ponderale nell'economia dell'eurozona, l'Italia sarebbe risultata tra i paesi avvantaggiati, poiché i suoi attuali percorsi verso l'obiettivo di pareggio strutturale di bilancio l'hanno portata, per prima e con un vantaggio di un numero considerevole di anni, a rispettare il 3% e anche a registrare un dato inferiore. A differenza di Francia e Spagna.
Ma il vero nodo della questione è sempre identico a quello che ora, senza mezzi termini, sollevano i 154 economisti tedeschi: la Germania non ha alcuna intenzione di mutare le proprie politiche di competizione mercantilista all'interno dell'eurozona, e dell'intera Ue, e non ha alcuna intenzione di condurre politiche fiscali espansive e reflattive.
Eppure, secondo la stessa Commissione, persino in applicazione del fiscal compact, i cui parametri rispetto infatti con "eccesso" (di zelo), la Germania dovrebbe intraprendere un aggiustamento fiscale che la porti a un deficit di bilancio aggiuntivo di 0,8 punti di PIL (v. qui tabella al p.2)

7. La sintesi che se ne poteva ricavare - e che viene confermata dall'uscita dei 154 economisti- è che le riforme di Macron, per quanto riguarda l'interesse tedesco (che gli stessi privilegiano sopra ogni altra considerazione), sono fuori questione; cioè sono esse stesse a porre in pericolo l'eurozona, non certamente gli sviluppi della situazione politica italiana.
Beninteso: il presunto solidarismo dell'impostazione macroniana non ha nulla a che vedere con "l'unione di trasferimenti" che dovrebbe completare la moneta unica già nelle pallide intenzioni del rapporto Werner; si tratta, come abbiamo più volte visto, di un mero meccanismo assicurativo (qui, p.4), in cui non solo si paga un premio esoso e fiscalmente insopportabile, ma in cui le prestazioni dell'€uropa-assicuratrice sono soggette alla pesante "franchigia" di condizionalità che segnerebbero il dominio politico del paese, o dei paesi, che avessero il controllo delle rafforzate istituzioni dell'eurozona. Cioè cessione integrale e definitiva di sovranità in cambio di cieca obbedienza agli interessi stimati dai paesi dominanti.

8. Solo che, poiché alla Germania le cose vanno bene così come stanno, nella sostanziale impunità del suo supersurplus estero di 8,5 punti di PIL e con un saldo di bilancio pubblico ormai in attivo, anche questa prospettiva di condivisione del potere, sostanzialmente coi francesi, non li alletta e la vedono come un'intrusione intollerabile.
Al punto da lasciar appunto intendere che potrebbero lasciare l'eurozona, accettando che gli altri mantengano l'euro con regole fiscali meno asfissianti in modo da poter contare ancora sulla domanda dei paesi dell'eurozona, pur reimpossessandosi del proprio marco alquanto rivalutato (v. qui, pp.6-8).

9. Ed allora, oggi più che mai il richiamo alla insostituibilità della moneta unica e a far coincidere (paradossalmente dal punto di vista storico ed economico) un qualche "interesse nazionale" con il suo mantenimento ad ogni costo (qui, p.4), rischia di diventare una valutazione imprudente e viziata da una rigidità di linea politico-economica priva di un realistico "timing"
Se proprio si volesse considerare razionalmente la situazione politica che si sta profilando nell'eurozona, senza farsi obnubilare dai condizionamenti autodenigratori e dai sensi di colpa (infondati), le nostre istituzioni dovrebbero essere molto, ma molto, più attente all'effettivo intreccio e contrasto di interessi che (come previsto) avrebbe indotto la moneta unica; una situazione da considerare senza provincialismo ed in cui non c'è solo in gioco la nostra credibilità in forma di pacifismo scollato dalla coscienza informata delle scelte che si subiscono.
E, sempre prudentemente e saggiamente, sarebbe da considerare l'idea di un Piano B
La Germania il conto non lo vuole pagare: lo si sappia perché è un suo comportamento abituale.

Fonte: qui