9 dicembre forconi: oligarchi
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venerdì 29 marzo 2019

SVEZIA: RICICLAGGIO RECORD PER SWEDBANK, FRODE DA 135 MILIARDI DI EURO TRA SOLDI DEGLI OLIGARCHI RUSSI E CRIMINALI VARI

LO SCANDALO EMERGE NON DA UN'INCHIESTA DEI MAGISTRATI LOCALI, MA DAL DIPARTIMENTO DI GIUSTIZIA AMERICANO E DELLA SEC, CHE HANNO SCOPERCHIATO UN ''GROVIGLIO INCESTUOSO'' TRA FINANZA, POLITICA E SOCIETÀ SVEDESE. 

LICENZIATA IN TRONCO LA CEO

Mario Ajello e Andrea Bassi per “il Messaggero”

swedbankSWEDBANK
Si considerano un Paese al di sopra di ogni sospetto, dalla reputazione inattaccabile. Si percepiscono come la nazione della trasparenza economica e finanziaria. Eppure il presidente del consiglio di amministrazione di Swedbank, Lars Idermark, che ieri ha licenziato su due piedi l' amministratore delegato della banca Brigitte Bonnesen, ha candidamente ammesso davanti alle incalzanti domande della stampa, che in quindici giorni, non ha trovato nemmeno un minuto di tempo per dare un' occhiata a un documento importante: «Non ho letto quel rapporto», ammette Idermark.

Sono le pagine - sconosciute al pubblico da molto tempo, ma rese note dalla stampa quindici giorni fa - che stanno terremotando una delle maggiori banche svedesi e mettendo a nudo la natura oligarchica e il sistema da consorteria che dominano il mondo della finanza di quel Paese. Una terra in cui, a dispetto delle apparenze, e di una presunta correttezza, tutto è nascosto e così deve restare. Proprio come racconta questa storia.
swedbankSWEDBANK

IL DOSSIER SEGRETO
La vicenda è venuta alla luce, non da un' indagine della magistratura locale, ma da un' inchiesta del Dipartimento della giustizia degli Stati Uniti e dalla Sec. Riguarda la più grande operazione di riciclaggio mai registrata in Europa: 135 miliardi di euro. L' accusa è di frode aggravata e di insider trading. Il ceo Bonnesen di Swedbank ieri è stata licenziata in seguito al raid della polizia nella sede centrale dell' istituto. Un sistema venuto alla luce solo per il pressing americano. Le autorità svedesi, come da consuetudine, a dispetto del mito della trasparenza, si erano chiuse a riccio.

birgitte bonnesen di swedbankBIRGITTE BONNESEN DI SWEDBANK
Louise Brown, portavoce di Trasparency International, ha sottolineato come «in un Paese piccolo come la Svezia, i legami stretti tra le alte sfere della finanza fanno da muro a qualsiasi critica e tentativo di fare chiarezza». La polvere, insomma, va ben tenuta sotto il tappeto. La controprova è che il direttore generale dell' Autorità di controllo, che avrebbe dovuto indagare sullo scandalo, Erik Thedeen, ha dovuto lasciare il dossier al suo vice a causa dei suoi stretti legami di amicizia con il direttore generale della Swedbank.

AUTOINDULGENZA
Questa vicenda di massiccio riciclaggio di denaro russo nei paesi baltici è collegata allo scandalo gemello di Danske Bank, accusata a sua volta dello stesso reato, dopo che nelle filiali in Estonia sono venute alla luce operazioni sospette per 230 miliardi di dollari. Swedbank, secondo gli inquirenti, sarebbe un «canale per ripulire capitali di alcuni fra gli uomini più potenti dell' ex Unione Sovietica, tra cui il deposto presidente dell' Ucraina: Viktor Yanukovich. Ma lo scandalo con epicentro Stoccolma sta diventando un intrigo transoceanico.

Secondo il canale della televisione pubblica Svt, rientrano nell' affaire anche i pagamenti che l' ex presidente ucraino ha fatto nei confronti di Paul Manafort, l' ex responsabile della campagna elettorale di Donald Trump. Lo scandalo solleva interrogativi non soltanto sul riciclaggio del sistema bancario svedese, ma in generale sulla reputazione di un Paese che, a dispetto dei fatti, si reputa moralmente superiore pur avvalendosi di metodi omertosi, spesso rimproverati a torto ai paesi mediterranei.

swedbankSWEDBANK
Come ammette del resto Per Bolund, il ministro di centro-sinistra delle Finanze. Il quale osserva: «Swedbank avrebbe dovuto cooperare con le Autorità, invece ha fatto esattamente l' opposto, e questo è del tutto inaccettabile. Ha messo a rischio la reputazione della Svezia». Per settimane il ceo Bonnesen ha negato, mentendo, qualsiasi tipo di analogia e di parentela tra questo scandalo e quello della danese Danske. Le autorità americane si erano messe in moto dopo che dai Panama Papers dello studio Mossad Fonseca, era emerso il coinvolgimento di una serie di banche nordiche.
Ma tra queste la Swedbank aveva provato a minimizzare il proprio coinvolgimento, dicendo che si trattava di poche decine di conti e tutti afferenti a cittadini svedesi. Salvo poi dover impattare con la realtà di centinaia di conti movimentati da cittadini russi. Un tentativo di mettersi al riparo nella speranza di non essere investiti dalla bufera.
Proprio mentre le Autorità degli altri Paesi coinvolti si attivavano per fare luce sulla vicenda.

Ma le Autorità di regolamentazione svedesi, come ha sostenuto ieri anche il Financial Times, «sono troppo indulgenti».

STA SUCCEDENDO UN GRAN CASINO CON LA SWEDBANK, LA BANCA COINVOLTA NELLO SCANDALO RICICLAGGIO PER 135 MILIARDI DI EURO E PROTETTA DAL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA 
L’ISTITUTO HA OCCULTATO PER SETTIMANE IL DOSSIER CHE DOVREBBE FARE CHIAREZZA E ORA PURE L’AGENZIA GOVERNATIVA CHE DOVREBBE INDAGARE SE NE LAVA LE MANI 
I LEGAMI DELLE BANCHE DEL NORD CON I RUSSI

SWEDBANK, PROVE CENSURATE E IL GOVERNO FERMA L' INCHIESTA
Mario Ajello e Andrea Bassi per “il Messaggero”

Montesquieu, il grande teorico dell' Esprit des lois, incentrato sul rispetto delle leggi, delle autorità e della divisione dei poteri, non aveva un buon concetto della Svezia. La vedeva somigliante «a un fiume di cui si tagliassero le acque alla sorgente, mentre vengono sviate dal suo corso». Insomma, come un posto arido e non costruttivo.

lars idermark presidente swedbank 1LARS IDERMARK PRESIDENTE SWEDBANK
Oggi il padre del liberalismo troverebbe sostegno nel suo giudizio, di fronte al potere bancario di quel Paese che sta facendo di tutto per impedire che il potere giudiziario cerchi di fare luce nel mega scandalo dei 135 miliardi di euro riciclati attraverso i conti dela Swedbank. E che cosa direbbe Montesquieu, così affezionato all' equilibrio dei poteri, davanti alla Sweden' s Economic Crime Authority - l' Agenzia del ministero della giustizia il cui ruolo è indagare e perseguire i reati finanziari - che si sta lavando le mani riguardo al sospetto di maxi riciclaggio da parte di uno dei più importanti istituti di credito svedesi?

IL DOSSIER NASCOSTO
Per giorni, tutti i media nazionali e internazionali sono rimasti appesi in attesa di una decisione dell' Agenzia governativa. Dopo che la banca aveva occultato per settimane il dossier-verità, rimasto intonso sulla scrivania del presidente Lars Idermark - «non ho trovato il tempo per leggerlo» - e che successivamente al licenziamento in tronco dell' amministratore delegato Brigitte Bonnesen, è finito nell' occhio del ciclone e giovedì potrebbe essere a sua volta dimissionato.
swedbank 1SWEDBANK

Ebbene il braccio investigativo del ministero della giustizia si è trincerato dietro un alibi a dir poco fragile. Ovvero: «I fatti della Swedbank», spiegano all' Agenzia, «sono avvenuti prima del 2014, quando ancora non era in vigore la legge restrittiva sull' antiriciclaggio».

Il che significa allontanare lo scandalo dalle proprie competenze e non voler approfondire. E mentre il governo chiude gli occhi, la magistratura è costretta ad arretrare dal muro eretto dalla banca a protezione dei propri confini. Invalicabili.
lars idermark presidente swedbank 2LARS IDERMARK PRESIDENTE SWEDBANK

Il procuratore capo svedese per le questioni finanziarie, Thomas Langrot, ha accusato Swedbank nei giorni scorsi anzitutto di aver bloccato la polizia, quando ha fatto irruzione nel quartier generale dell' istituto a caccia di documenti sulla frode multi miliardaria. Il procuratore ha anche sostenuto che il board di Swedbank, si è rifiutato di consegnare proprio il rapporto sulle presunte violazioni nei conti riguardanti cittadini dei Paesi dell' est nelle filiali baltiche della banca.

«Non mi è mai capitato che una banca o un altro attore nei mercati finanziari - spiega Langrot - si sia opposto all' accesso a documenti o a informazioni necessarie per le nostre indagini». Gli avvocati della banca si sono appellati al segreto professionale, sostenendo che quei documenti rientravano nella sfera confidenziale della difesa.

Di fatto, come scrive la stampa internazionale a cominciare dal Financial Times, «una vera e propria guerra di parole è scoppiata tra i procuratori svedesi e Swedbank, aumentando ulteriormente la pressione sul più grande istituto di credito dei Paesi baltici per lo scandalo del riciclaggio». Il muro della banca non è stato, in realtà, eretto soltanto dai top manager. A voltare lo sguardo dall' altra parte sono un po' tutti, compresi i dipendenti. Lo ha ben spiegato l' investitore internazionale Bill Browder, del fondo Hermitage Capital, le cui denunce hanno contribuito a far emergere lo scandalo.
swedbank 2SWEDBANK

LE COMPLICITÀ
«Gli impiegati della Swedbank, che erano responsabili delle relazioni con i clienti - ha scritto Browden nella lettera-denuncia alle autorità svedesi - sono stati reticenti e non hanno provato a fermare le transazioni sospette. In diversi casi, i segnali di pericolo erano chiari e bisogna chiedersi se i dipendenti hanno consapevolmente depistato e se sono stati complici».

swedbank 7SWEDBANK
L' effetto del mega scandalo è stato, per ora, la perdita in Borsa del 35 per cento del valore azionario della banca. L' Autorità svedese di sorveglianza finanziaria, che pure sta tentando di indagare sul riciclaggio, ha detto di «non essere preoccupata per la stabilità finanziaria dell' istituto». Il direttore generale dell' organismo, Erik Thedeen, ha detto di essere «in stretto contatto con la banca, nel caso dovessero esserci sviluppi». Una posizione a dir poco attendista, al punto che, l' Autorità di sorveglianza, prevede di arrivare alle prime conclusioni sulla vicenda non prima del prossimo mese di ottobre. Evidentemente a quelle latitudini si ha un senso del tempo estremamente dilatato.

DANSKE BANK, SWEDBANK, ING, CREDIT AGRICOLE E NON SOLO. TUTTI GLI INTRECCI CON LA BANCA PRIVATA RUSSA TROIKA DIALOG SECONDO STRASBURGO
Stefano Masa per www.startmag.it

swedbank 3SWEDBANK
Deplorevole. Questo è il giudizio espresso dal Parlamento europeo nei confronti della lotta al riciclaggio di denaro. Nella sua recente “Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale” vengono menzionati i recenti casi che hanno visto alcune banche appartenenti all’Ue in veste di parte attiva al sistema di riciclaggio. Nel documento si rileva come, sia al punto 234 che al 235, l’organo europeo condanna – per ben due volte – tale reato giudicandolo come deplorevole.

lars idermark presidente swedbank 3LARS IDERMARK PRESIDENTE SWEDBANK
Nel 2018 ha tenuto banco il caso della Danske Bank che, attraverso la sua filiale estone, ha registrato un flusso in ingresso e in uscita di operazioni per un valore superiore a 200 miliardi di euro: per molti è stato identificato come un’azione di portata storica per il vecchio continente. Ma la storia ha il proprio corso e, come spesso accade, il presunto traguardo finale rappresenta invece una linea di partenza per una corsa caratterizzata da più ampi orizzonti.
danske bankDANSKE BANK





E così è accaduto e sta accadendo nel corso di quest’anno: nella più recente e attuale rassegna stampa internazionale trova evidenza la Swedbank AB. Non si tratta di una piccola banca che, al fine di poter far quadrare i propri conti, si cimenta in “operazioni border line”. Tutt’altro. È il principale istituto di credito svedese ed è rappresentativo di una realtà molto solida: nei recenti stress test Eba, grazie ai suoi ratio patrimoniali, occupava il terzo posto per “Cet1 – Scenario avverso 2020” sia Fully loaded che Transitional Cet1. Inoltre, nel corso degli ultimi dieci anni, ha registrato una perdita d’esercizio solo nel 2009 (con il paese in recessione) mentre tra il 2011 e il 2018 gli utili sono praticamente raddoppiati.

swedbank 6SWEDBANK
Per la Swedbank i reati sono quello di riciclaggio di denaro, frode aggravata ed insider trading: non trapelano molte indiscrezioni su tali presunte attività poiché, come si sa, la Svezia è riconosciuta per la sua riservatezza talvolta sinonimo di omertà. Tra i fatti più significativi, e degni di cronaca, vi è solo il licenziamento dell’amministratore delegato Birgitte Bonnesen alla vigilia dell’incontro annuale con il proprio (ed ormai ex) consiglio di amministrazione.

Le operazioni sospette riconducibili l’istituto svedese ammonterebbero ad un valore prossimo ai 135 miliardi di euro. Un ulteriore ed ampio filone di riciclaggio dopo quello di Danske Bank.

danske bank 1DANSKE BANK 1
Il Parlamento europeo rende noto come ci sia preoccupazione per quanto accaduto finora. Consultando la suddetta relazione – al punto 235 di quest’ultima – si legge: «Osserva con preoccupazione che il caso “Troika Laundromat” ha anche rivelato pubblicamente come 4,6 miliardi di USD provenienti non solo dalla Russia siano passati attraverso banche e imprese europee; sottolinea che al centro dello scandalo c’è la Troika Dialog, già una delle maggiori banche d’investimento private russe, e la rete che potrebbe aver permesso all’élite russa al potere di usare segretamente i proventi illeciti per acquisire azioni di società statali, acquistare beni immobili sia in Russia che all’estero e beni di lusso; deplora inoltre il fatto che diverse banche europee sarebbero state coinvolte in tali operazioni sospette, ovvero Danske Bank, Swedbank AB, Nordea Bank Abp, ING Groep NV, Credit Agricole SA, Deutsche Bank AG, KBC Group NV, Raiffeisen Bank International AG, ABN Amro Group NV, Cooperatieve Rabobank U.A. e l’unità olandese di Turkiye Garanti Bankasi A.S.”.
birgitte bonnesen di swedbankBIRGITTE BONNESEN DI SWEDBANK

Come appare evidente, l’elenco degli istituti di credito coinvolti in questa “deplorevole azione” è ampio. Da sottolineare inoltre come, gran parte dei soggetti menzionati, non è stato (per ora) oggetto di cronaca finanziaria: probabilmente è per tale motivo la manifesta “preoccupazione” in capo al Parlamento europeo.
danske bank 2DANSKE BANK





Si rimane pertanto in attesa di importanti sviluppi: non solo perché il dossier è ampio, ma soprattutto perché deplorevole.

Fonte: qui

mercoledì 28 novembre 2018

Sul fondo del barile

È finalmente diffusa la consapevolezza della profondità epocale del disastro che stiamo attraversando. Tuttavia la maggior parte degli interventi parla di debito pubblico, di tassi di interesse, di spread, di ingiustizie sociali, di politiche keynesiane contrapposte al liberismo, di sovranità nazionale contrapposta al globalismo o all’europeismo. Pochi vanno oltre, pochi tentano di scavare in ciò che scaturisce dal profondo e che ha sempre una dimensione metafisica. Fra questi pochi è da segnalare una pubblicazione recentissima, un libro di Lorenzo Merlo, dal titolo “Sul fondo del barile”, edito da Primiceri.
Lo scavo dell’Autore nel terreno devastato della nostra decadenza è impietoso. Disgregazione sociale e crollo istituzionale ne sono i segni più vistosi. Scienza e tecnologia, la nuova Fede della modernità, mostrano l’inadeguatezza delle loro pretese. Mafie e oligarchie finanziarie si spartiscono il mondo col procedere della globalizzazione che toglie poteri agli Stati per affidarli all’alta finanza e alle cosche. Ma la malattia è spirituale, è la ricerca ossessiva del piacere, è la caduta del senso del limite nella presunzione di onnipotenza di un “io” ipertrofico. Procedendo sempre più in profondità, si scopre la “presenza satanica” del materialismo. Suoi figli sono il positivismo, il capitalismo, lo scientismo, l’imperialismo; suoi dogmi sono il culto del progresso, la fiducia nella tecnologia, la concezione di un tempo lineare che proietta l’umanità verso un fine. Questa epoca buia trovò la codificazione dei suoi schemi mentali in quelli che dovevano essere i lumi dell’illuminismo. Liberté, Égalité, Fraternité la nuova trinità al posto di Padre, Figlio e Spirito Santo, con Kant che dichiara l’impossibilità della metafisica. L’Italia è coinvolta in pieno in questo disastro di civiltà, dopo avere attraversato anche stagioni politiche che passo dopo passo hanno demolito il poco di positivo che si era costruito: la protesta armata ha avuto il solo merito di mettere in evidenza quanto dipendiamo da servizi segreti italiani e stranieri; Tangentopoli fece terra bruciata senza instaurare alcuna virtù civica; i “piani mondialistici delle cricche capitalistiche-finanziarie-ebree-americane” hanno pilotato bene la loro motonave anche in acque italiane. L’illusione di un’umanità liberata attraverso le nuove tecnologie è già dissolta dalla realtà della riduzione del tempo delle relazioni umane. L’Europa, ultimo tentativo di dare al disorientamento generale un mito fondativo, non esiste, così come non è mai esistita la democrazia.
Nessuno si illuda di poter ridare vigore ai vecchi schemi. La distinzione fra Destra e Sinistra non ha più significato, se mai lo ha avuto. Le Sinistre europee si sono appropriate delle tematiche dei radicali, che sono una componente del liberalismo, abbandonando il socialismo. Il presunto “destro” Alain de Benoist, come e meglio di tanti altri, ha scritto pagine decisive su questo. Un altro francese, il marxista critico Jean-Claude Michéa, non è da meno quando denuncia la stupidità delle persone di sinistra che ritengono possibile combattere il capitalismo in nome del progresso e l’imbecillità delle persone di destra che ritengono possibile difendere i valori tradizionali e nel contempo l’economia di mercato che li distrugge.
Eppure, il libro è permeato di un profondo ottimismo. Si intravede l’alba di un altro mondo. Non sarà il populismo a crearne le condizioni, pur non essendo senza valore, così come sono fertili i non-votanti. Anche in questo caso occorre andare più a fondo, nella dimensione metafisica. Bisogna avere fiducia in una concezione ciclica della storia, per cui in ogni morte è l’essenza di una rinascita. “I detriti sono il dono della piena”. Nella catastrofe si deve vedere una fortuna perché tutto è da ricostruire. Quando un ciclo ha termine, ne scaturisce un altro. Il materialismo è giunto al suo limite esistenziale. Cresce la consapevolezza spirituale, purché non si separi “in luoghi ecologici, in territori purificati, in enclave autarchiche, passatiste, pauperistiche, luddistiche”. Le piccole comunità da ripristinare abbatteranno il capitalismo, ma dovranno essere fenomeno diffuso, non esperienze sporadiche. La rivoluzione sarà individuale, non individualista. Pertanto l’attenzione deve essere spostata da quanto si vuole comunicare alla persona destinataria del nostro tentativo di comunicazione: questo modo di rapportarsi con l’altro è rivoluzionario. Ecologia profonda e bioregionalismo rappresentano lo spirito nuovo. L’uomo nuovo rivaluterà la frugalità, l’essenziale, la piccola comunità. Con ciò saranno recuperate le vie già tracciate dai Maya, dai Toltechi, dagli Egizi, dal Buddhismo, dalla Kabbalah, anche dal Cristianesimo inteso nella sua purezza originaria. È in atto “un passaggio evolutivo nella nostra storia, parallelo a un cambio di frequenze energetiche dell’Universo”. La fisica quantistica ne è un segno. Prima la relatività, poi la fisica dei quanti hanno scoperto che l’osservatore è implicato nella realtà che descrive. Ciò avrà enormi conseguenze in direzione di una visione del mondo spiritualistica, anche se per ora la mentalità comune è ancora condizionata dalla concezione meccanicistica. Quando le nuove acquisizioni della fisica diventeranno patrimonio culturale diffuso, ne discenderà una consapevolezza olistica che cambierà il mondo.
Chi scrive queste note ritiene che fare rientrare le tesi dell’Autore nella logica della New Age significhi far torto alla complessità dell’analisi e alla ricchezza dei suoi riferimenti culturali. Piuttosto si potrà nutrire scetticismo verso tanta fiducia nell’avvento di un altro ciclo. La concezione ciclica presuppone il “niente di nuovo sotto il sole”. Purtroppo l’epoca che ci è stata data in sorte presenta grandi novità, che determinano uno scarto drammatico dalle traiettorie della ciclicità. Da sempre l’umanità si prospetta una fine traumatica, ma attraverso l’opera di divinità. Per la prima volta nella storia l’uomo stesso ha i mezzi per distruggere il mondo. Sempre l’uomo ha alterato l’ambiente ma mai vi aveva immesso veleni mortali. Nelle epoche precedenti l’umanità è stata minacciata di estinzione per guerre, carestie, pestilenze, mortalità precoce. Oggi viviamo la tragedia dell’eccesso di popolazione. All’inizio del secolo scorso il globo era abitato da un miliardo e mezzo di persone. Alla fine del secolo eravamo oltre 6 miliardi. Mai si era verificata una simile crescita. Mai la comunicazione fra gli abitanti del globo era stata istantanea. Ora lo è. Mai ogni metro quadrato del territorio e dei mari era stato sotto osservazione costante. Ora lo è. Mai il disorientamento, il vuoto interiore, la fuga negli allucinogeni e nelle droghe, avevano raggiunto le dimensioni odierne. Tutto ciò rende meno probabile la ripresa del ciclo e più prevedibile un crollo senza riscatto. Il bel libro di Lorenzo Merlo ci aiuta a scacciare questi incubi.
Fonte: qui

giovedì 24 maggio 2018

COSA PONE VERAMENTE IN PERICOLO L'EUROZONA. IL CONTO CHE LA GERMANIA NON PAGHERA' MAI



1. Quello che dovrebbe farci riflettere, ben al di là del brain (?) storming internazionale (!) sul nome del possibile presidente del consiglio, è l'evoluzione dello scenario all'interno dell'unione monetaria. 
In pratica, il nostro problema cognitivo (e per nostro intendo il punto di vista riflesso dai media italiani) è che non si riconosce un dato storico fondamentale: l'Italia, nonostante le tattiche dichiarazioni di vari personaggi impegnati a difendere uno status quo ormai traballante (peraltro legittimamente: ma solo se si ammette, senza ipocrisia, che sia legittimo perseguire il rispettivo interesse nazionale), non è e non è mai stata una minaccia per la moneta unica. 

2. Al contrario, avendo accettato, quali che ne siano le ragioni,- certamente non costituzionalmente giustificabili (come preannunziava Basso, qui: p.7,  e come ammettevaCarli negli anni '70; qui p.7), una profonda ristrutturazione peggiorativa del proprio status politico, industriale e di benessere diffuso, l'ostinazione italiana a voler aderire e permanere nella moneta unica è il più forte collante che salda gli interessi francesi e tedeschi, altrimenti divergenti; e divergenti (ancor più) proprio a causa della moneta unica, creando una comune convenienza a tenere un paese, l'Italia, in una situazione che li avvantaggia a nostro danno.
Ne discende che, proprio perché l'Italia (id est: le sue classi dirigenti) si è dimostrata insensibile a tale esorbitante costo socio-politico, e capace di mantenersi in rotta con l'aggiustamento strutturale imposto dalla moneta unica, fino al punto di sistemare sia uno stabile attivo delle proprie partite correnti che il miglioramento di una posizione netta sull'estero più "sana" di quella di molti altri paesi dell'eurozona (ovviamente eccettuate Germania ed Olanda), che la reciproca convenienza franco-tedesca, in danno dell'interesse italiano, inizi a vacillare.

3. Si spiega così perché oggi Dombrovskys, vice-presidente della Commissione Ue, e persino il ministro degli esteri lussemburghese Jean Asselborn, si affrettino a porre caveat preventivi sulla formazione di un governo italiano che, pure, riflette la maggioranza emersa da un democratico processo elettorale; rispetto al quale, in base a qualsiasi norma dei trattati si voglia considerare, non sono legittimati ad un'interferenza politica preventiva e, peraltro, inedita...salvo il caso della Grecia del "primo" Tsipras.
Ma la differenza tra la situazione della Grecia della primavera del 2015 e quella italiana attuale è troppo evidente per non rendere sospetto questo profluvio di interferenze sulla nostra democrazia interna, e non far ritenere che la verità sta proprio nel fatto che l'Italia "allarma" non per la sua debolezza ma per la sua (potenziale) forza, la cui rivendicazione farebbe crollare la grande costruzione oligarchica del capitalismo finanziario che culmina nell'euro. 
Basti dire che l'Italia non solo è in attivo ormai stabile delle partite correnti, non solo vanta un notevole miglioramento della PNE, ma è contribuente netto nel bilancio dell'intera Ue, nonché pesante contributore dei fondi di salvataggio (ESM e suoi antecedenti), le cui erogazioni sono andate a vantaggio di altri.

4. Piuttosto, una volta abbracciata questa chiave di lettura si può meglio decodificare il "messaggio" lanciato da un recente (ed ennesimo) "appello" di 154 economisti tedeschi: vederlo semplicemente come l'ennesima reprimenda (indiretta) contro l'Italia sprecona e irriconoscente, (nel modo in cui comunque si sono espressi Gros, Fuest, Sinn & co; qui, p.3), risulterebbe miope o, più esattamente, molto fuorviante. 
L'appello è un vero e proprio cannoneggiamento preventivo non diretto all'Italia, ma alle riforme dell'eurozona che vorrebbero proporre Macron, in prima battuta, e Juncker (nei limiti di un ruolo che si avvia al suo termine e in vista di problematiche risultanze delle prossime elezioni europee).
Basta vedere come il medesimo appello sia percepito da una fonte USA notoriamente vicina ai repubblicani; il titolo del commento di Politico è già "tutto un programma":
SURPRISE! 154 GERMAN ECONOMISTS AGAINST EUROZONE REFORM Per gli economisti tedeschi, non certo dei provocatori-disturbatori, un'unione di "condivisione dei rischi" è da evitare. Le idee di riforma di Juncker e Macron sono pericolose perché finirebbero per "socializzare" quelli che gli economisti prevedono che saranno i futuri errori di gestione dell'eurozona da parte dei non-German.
5. Rammentiamo che questa ansia tedesca rispetto all'eurozona, e proprio in quanto scientemente congegnata in termini antisolidaristici nei trattati, e quindi destinata a portare un conto "politico" crescente al paese che tale antisolidarismo ha imposto e sfruttato, non è nuova: avevamo già visto che sullo Spiegel, con più moderazione (da interpretare, peraltro), si era riportata "l'idea...di far valere il tetto del 3% di deficit per l'insieme della zona euro, affinché diventi meno importante il suo rispetto da parte dei singoli Stati. 
Perché - è il ragionamento dello Spiegel - quelli in pareggio, o in surplus, compenserebbero i deficit elevati.
Far rispettare la regola del 3% solo all'intera Eurozona, scrive lo Spiegel, "avrebbe dei vantaggi per i Governi che non vogliono risparmiare", cioè che non vogliono tagliare la spesa pubblica. Perché "più alcuni Paesi portano i bilanci in pareggio o accumulano surplus, più altri possono avere deficit alti", visto che il 3% non va superato nell'insieme."
6. Rinviamo al post linkato per gli aspetti relativi a come questo escamotage potesse evitare alla Germania qualsiasi aggiustamento reflattivo e, in pratica, re-indurre in indebitamento da (modesta) espansione i paesi "debitori" dell'eurozona. Da calcolare, tra l'altro, che dato il suo peso ponderale nell'economia dell'eurozona, l'Italia sarebbe risultata tra i paesi avvantaggiati, poiché i suoi attuali percorsi verso l'obiettivo di pareggio strutturale di bilancio l'hanno portata, per prima e con un vantaggio di un numero considerevole di anni, a rispettare il 3% e anche a registrare un dato inferiore. A differenza di Francia e Spagna.
Ma il vero nodo della questione è sempre identico a quello che ora, senza mezzi termini, sollevano i 154 economisti tedeschi: la Germania non ha alcuna intenzione di mutare le proprie politiche di competizione mercantilista all'interno dell'eurozona, e dell'intera Ue, e non ha alcuna intenzione di condurre politiche fiscali espansive e reflattive.
Eppure, secondo la stessa Commissione, persino in applicazione del fiscal compact, i cui parametri rispetto infatti con "eccesso" (di zelo), la Germania dovrebbe intraprendere un aggiustamento fiscale che la porti a un deficit di bilancio aggiuntivo di 0,8 punti di PIL (v. qui tabella al p.2)

7. La sintesi che se ne poteva ricavare - e che viene confermata dall'uscita dei 154 economisti- è che le riforme di Macron, per quanto riguarda l'interesse tedesco (che gli stessi privilegiano sopra ogni altra considerazione), sono fuori questione; cioè sono esse stesse a porre in pericolo l'eurozona, non certamente gli sviluppi della situazione politica italiana.
Beninteso: il presunto solidarismo dell'impostazione macroniana non ha nulla a che vedere con "l'unione di trasferimenti" che dovrebbe completare la moneta unica già nelle pallide intenzioni del rapporto Werner; si tratta, come abbiamo più volte visto, di un mero meccanismo assicurativo (qui, p.4), in cui non solo si paga un premio esoso e fiscalmente insopportabile, ma in cui le prestazioni dell'€uropa-assicuratrice sono soggette alla pesante "franchigia" di condizionalità che segnerebbero il dominio politico del paese, o dei paesi, che avessero il controllo delle rafforzate istituzioni dell'eurozona. Cioè cessione integrale e definitiva di sovranità in cambio di cieca obbedienza agli interessi stimati dai paesi dominanti.

8. Solo che, poiché alla Germania le cose vanno bene così come stanno, nella sostanziale impunità del suo supersurplus estero di 8,5 punti di PIL e con un saldo di bilancio pubblico ormai in attivo, anche questa prospettiva di condivisione del potere, sostanzialmente coi francesi, non li alletta e la vedono come un'intrusione intollerabile.
Al punto da lasciar appunto intendere che potrebbero lasciare l'eurozona, accettando che gli altri mantengano l'euro con regole fiscali meno asfissianti in modo da poter contare ancora sulla domanda dei paesi dell'eurozona, pur reimpossessandosi del proprio marco alquanto rivalutato (v. qui, pp.6-8).

9. Ed allora, oggi più che mai il richiamo alla insostituibilità della moneta unica e a far coincidere (paradossalmente dal punto di vista storico ed economico) un qualche "interesse nazionale" con il suo mantenimento ad ogni costo (qui, p.4), rischia di diventare una valutazione imprudente e viziata da una rigidità di linea politico-economica priva di un realistico "timing". 
Se proprio si volesse considerare razionalmente la situazione politica che si sta profilando nell'eurozona, senza farsi obnubilare dai condizionamenti autodenigratori e dai sensi di colpa (infondati), le nostre istituzioni dovrebbero essere molto, ma molto, più attente all'effettivo intreccio e contrasto di interessi che (come previsto) avrebbe indotto la moneta unica; una situazione da considerare senza provincialismo ed in cui non c'è solo in gioco la nostra credibilità in forma di pacifismo scollato dalla coscienza informata delle scelte che si subiscono.
E, sempre prudentemente e saggiamente, sarebbe da considerare l'idea di un Piano B. 
La Germania il conto non lo vuole pagare: lo si sappia perché è un suo comportamento abituale.

Fonte: qui