9 dicembre forconi

venerdì 9 settembre 2016

LA COREA DEL NORD ANNUNCIA DI AVER EFFETTUATO CON SUCCESSO IL QUINTO TEST NUCLEARE

ALLE 2:30 ORA ITALIANA, NEL SITO DI PUNGGYE-RI, SI E’ REGISTRATA UN’ESPLOSIONE CHE HA PROVOCATO UN TERREMOTO DI MAGNITUDO 5.3 

OBAMA MINACCIA CICCIO KIM: "CI SARANNO SERIE CONSEGUENZE"


La tv di stato della Corea del Nord ha annunciato il successo del quinto test nucleare del paese. Lo riferisce l'agenzia cinese Xinhua su Twitter. Pyongyang ha detto di aver effettuato un test di una "esplosione di testata nucleare" per contrastare quella che definisce "ostilità" degli Stati Uniti. Le testate "possono essere montate su missili strategici balistici", secondo quanto riferisce la tv di Stato Kctv, come riporta la Cnn. L'emittente specifica che tali testate possono essere "prodotte in quantità ed in vari formati".

Una "esplosione" che ha provocato un terremoto di magnitudo 5.3 è stata segnalata dal Servizio geologico degli Stati Uniti (USGS) alle 2:30 di venerdì ora italiana nei pressi di un sito di test nucleari nel nordest della Corea del Nord, a Punggye-ri.

Il sisma artificiale registrato oggi nel nordest della Corea del Nord, di magnitudo 5 secondo le rilevazioni di Seul, potrebbe essere un test nucleare deciso per celebrare il 68/o anniversario della nascita della Repubblica democratica di Corea, avvenuta il 9 settembre del 1948 su iniziativa di Kim Il-sung. 

E' l'ipotesi rilanciata dall'agenzia Yonhap, citando una fonte governativa sudcoreana, secondo cui sono in corso le verifiche sulla detonazione atomica. Se confermata, sarebbe il quinto test nucleare dopo quelli del 2006, del 2009, del 2013 e di gennaio 2016

Il test nucleare effettuato oggi dalla Corea del Nord "è il più potente fino ad ora, poco meno forte dell'esplosione della bomba atomica su Hiroshima". Lo hanno riferito fonti militari di Seul secondo quanto riportato dai media internazionali. La potenza sprigionata dal quinto test di Pyongyang, hanno spiegato l'agenzia meteorologica sudcoreana, è stata pari a "10 kilotoni, quella di Hiroshima a 15".

corea nord
KIM JONG UN

"Lo sviluppo delle armi atomiche da parte della Corea del Nord costituisce una grave minaccia per il Giappone", ha detto il premier nipponico Shinzo Abe dopo che il governo di Tokyo ha confermato che il tremore registrato, pari a un'intensità sismica di 5.0 nelle coste nord orientali della penisola coreana, è stato causato da un test nucleare condotto dal regime di Pyongyang.
Il capo di Gabinetto giapponese, Yoshihide Suga, ha ribadito che un nuovo sistema di sanzioni unilaterali verrà applicato e l'esecutivo continuerà a cooperare con i principali paesi dell'area incluse la Cina la Russia. L'esperimento odierno ha provocato le maggiori onde sismiche mai registrate prima, rispetto ai 4 precedenti test atomici condotti dalla Corea del Nord.

Obama avverte: 'Gravi conseguenze'

KIM JONG UN ASSISTE AL LANCIO DI MISSILI
KIM JONG UN ASSISTE AL LANCIO DI MISSILI

Dopo il nuovo test nucleare della Corea del Nord, la Casa Bianca ha "ribadito l'incrollabile impegno degli Stati Uniti per la sicurezza dei nostri alleati in Asia e in tutto il mondo". E il presidente americano Barack Obama, che è in contatto con i partner giapponese e sudcoreano, "ha indicato che continuerà a consultare i nostri alleati e partner nei prossimi giorni, per garantire che le azioni provocatorie della Corea del Nord avranno conseguenze molte serie". Lo si apprende dalla Bbc.

Anche la Germania è stufa. Sì, ora tutto è possibile in Europa

La Merkel si accorge di aver sbagliato sui profughi. Ora. Troppo tardi. 


Come è tardiva la reazione dell’establishment all’ondata dei movimenti di protesta che sta avendo successo in molti Paesi europei. Non entro nel merito delle ragioni che hanno portato a un risultato storico in Meclemburgo-Pomeriana, ragioni che peraltro sono ovvie. Il significato del voto di domenica, nella sua accezione più politica, travalica i confini della Germania. Si potrebbe dire che il tappo è saltato.

Quale tappo? 

Quei condizionamenti psicologici e culturali che fino a giugno inibivano molti elettori dal dare le proprie preferenze a partiti che il politically correct bollava come “populisti”. 

Ma a giugno i britannici hanno votato per il Brexit dando ragione a Boris Johnson ma soprattutto a Nigel Farage, l’ex uomo d’affari che per 17 anni si è battuto contro l’Europa fino ad ottenere un voto che veniva considerato impossibile e foriero di catastrofiche conseguenze economiche. 

Farage era un impresentabile, ora è considerato un politico rispettabile e soprattutto vincente mentre la Gran Bretagna è tutt’altro che in ginocchio. L’impressione è che quel voto segni uno spartiacque, che abbia sdoganato idee e movimenti che il pubblico moderato non considera più off limits. 

La cavalcata di Alternative für Deutschland non sembra destinata ad esaurirsi rapidamente, tanto più a un anno dalle politiche.

Il quadro politico è in movimento anche altrove. Fra meno di un mese l’Ungheria andrà alle urne per dire sì o no alla ripartizione di quote di profughi decisa dall’Ue e si profila un risultato plebiscitario contro Bruxelles. Lo stesso giorno, domenica 2 ottobre, gli austriaci ripeteranno il ballottaggio presidenziale e le chances che a prevalere sia il leader del Partito delle Libertà Norbert Hofer sono alte. Negli Stati Uniti, Trump ha recuperato gran parte dello svantaggio su Hillary. In Francia si vota tra meno di un anno e Marine Le Pen appare destinata ad approdare al ballottaggio. Negli altri Paesi europei i partiti di centrodestra e di centrosinista soffrono la concorrenza di liste di ogni orientamento. 

In Italia le potenzialità del voto di protesta sono notevoli, nonostante le vicissitudini della giunta Raggi abbiano tolto tanto smalto al Movimento 5 Stelle e benché la Lega di Salvini si sia fermata nei sondaggi.

La sfida, però, per tutti questi movimenti è quella di riuscire a passare alla fase 2 ovvero a dimostrare di essere capaci non solo di ottenere ampi consensi elettorali ma di saper governare, il che significa riuscire a evitare di commettere un errore ricorrente: quello di scegliere la squadra dopo aver vinto le elezioni, di scoprire la macchina burocratica solo quando si entra nel Palazzo, di studiare i dossier in “real time” ovvero troppo tardi. 

Insomma di dimostrarsi sin dalle prime battute competenti, informati e autorevoli.


Solo in questo modo potranno durare. Solo così potranno cambiare davvero le cose o perlomeno tentarci seriamente.


L'Austria schiera l'esercito lungo le frontiere e chiude i confini

Un'intesa raggiunta dai partiti di maggiornaza prevede non soltanto l'utilizzo dei militari ma anche la chiusura alle richieste di asilo e il rimpatrio dei non aventi diritto

L'Austria schiera l'esercito lungo le proprie frontiere, chiude i confini e rifiuta le nuove richieste di asilo.

Il governo di Vienna ha approvato un provvedimento d’emergenza anti-immigrazione che prevede il blocco delle richieste d’asilo e 2.200 soldati schierati al confine. Oltre a ciò vengono inaugurate delle misure mai utilizzate in precedenza: l'accordo prevede infatti anche il rimpatrio dei non aventi diritto nei Paesi d'origine, purché si tratti di "Paesi sicuri". Il decreto avrà una durata di sei mesi ma potrà essere prolungato tre volte, informa Der Standard. Non è ancora chiaro se entrerà in vigore quando sarà raggiunto il tetto delle 37.500 richieste di asilo previsto per il 2016 o prima.

L'intesa è stata raggiunta dopo lunghe trattative tra socialdemocratici della Spö e il partito popolari della Övp. 

Una volta entrata in vigore, richieste di asilo al confine saranno possibili solo in casi eccezionali (come il rischio di torture nel paese di provenienza oppure la presenza di parenti in Austria) e se il richiedente viene trovato su territorio nazionale e se la via della sua fuga verso l'Austria non potrà più essere ricostruita.

giovedì 8 settembre 2016

ANNULLATO IL BALLOTTAGGIO IN AUSTRIA A CAUSA ”IRREGOLARITÀ FORMALI”, L’ELEZIONE DEL PRESIDENTE IL PROSSIMO 2 OTTOBRE

Pubblicato il  by 

IL VERDE VAN DER BELLEN AVEVA VINTO PER MENO DI 30MILA VOTI SUL LEADER DI ESTREMA DESTRA HOFER. E ORA I SUOI ‘SIMPATIZZANTI’ IN EUROPA ESULTANO, SPERANDO IN UN RIBALTAMENTO

“Non ci devono essere dubbi sulla legittimità di nessuna elezione”. Lo ha detto a Vienna il cancelliere austriaco Christian Kern, commentando l’annullamento del ballottaggio per le presidenziali. Sottolineando che la sentenza ha annullato il ballottaggio “per un errore formale e non per manipolazioni del voto”

1.AUSTRIA: BALLOTTAGGIO PRESIDENZIALI VA RIFATTO

(ANSA) – Il ballottaggio delle presidenziali in Austria va rifatto. Lo ha deciso la Corte costituzionale austriaca. “Le elezioni sono il fondamento della nostra democrazia e il nostro compito è di garantirne la regolarità. La nostra sentenza deve rafforzare il nostro Stato di diritto e la nostra democrazia”, ha detto a Vienna il presidente della Corte costituzionale Gehrart Holzinger prima di pronunciare la sentenza con cui è stato accolto il ricorso presentato dall’Fpoe lo scorso 22 maggio.

Norbert Hofer
NORBERT HOFER
E’ la prima volta che viene annullato un ballottaggio in Austria. Al ballottaggio era risultato eletto il verde Alexander Van der Bellen con uno scarto di meno di un punto percentuale, pari a circa 30 mila voti, rispetto al leader dell’estrema destra Norbert Hofer. Il nuovo voto si dovrebbe tenere tra settembre e ottobre.
2.AUSTRIA: NUOVO BALLOTTAGGIO PRESIDENZIALI IN AUTUNNO
VAN DER BELLEN
(ANSA) – La ripetizione del ballottaggio tra i due candidati alla presidenza della Repubblica in Austria, Alexander Van der Bellen e Norbert Hofer, si terrà probabilmente a fine settembre o all’inizio del mese di ottobre. E’ quanto ha ha annunciato il ministero dell’Interno austriaco, in seguito alla sentenza con cui la Corte Costituzionale di Vienna ha annullato il ballottaggio tenutosi 22 maggio.
VAN DER BELLEN
VAN DER BELLEN
Irregolarità sono state riscontrate in 14 su 20 dei distretti presi in esame in seguito al ricorso. Secondo quanto riferisce ‘Der Standard’, la sentenza della Consulta austriaca non ha detto che ci siano stati brogli o manipolazioni del voto, ma ha semplicemente evidenziato errori nel procedimento elettorale. Non appena il presidente uscente Heinz Fischer lascerà l’incarico, il prossimo 8 luglio, la presidenza del Paese verrà assunta ad interim collegialmente dai presidenti delle Camere.
3.KERN, SENTENZA DIMOSTRA CHE DEMOCRAZIA FUNZIONA
 (ANSA) – “Non ci devono essere dubbi sulla legittimità di nessuna elezione“. Lo ha detto a Vienna il cancelliere austriaco Christian Kern, commentando l’annullamento del ballottaggio per le presidenziali.Sottolineando che la sentenza ha annullato il ballottaggio “per un errore formale e non per manipolazioni del voto”, il cancelliere sostiene che la sentenza “dimostra che la democrazia e lo Stato di diritto in Austria funzionano”. “Ora spero in una campagna elettorale breve e non emotiva. Siamo interessati a realizzare rapidamente le elezioni. Chiedo a tutti i cittadini a utilizzare il loro diritto di voto”, ha concluso Kern.
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Fonte: qui





AGGIORNAMENTO - 06 Set 2016 16.00

In Austria l’estrema destra è in vantaggio nei sondaggi

L’estrema destra è in vantaggio nella corsa alla presidenza austriaca. Lo dicono alcuni sondaggi che prevedono una vittoria del candidato antimmigrazione, un fatto che rappresenterebbe una svolta per i populisti di tutta Europa che hanno sfruttato la crisi migratoria a loro vantaggio.

In attesa delle elezioni del 2 ottobre, Norbert Hofer del Partito della libertà (Fpö) appare leggermente in vantaggio sul suo rivale indipendente, Alexander Van der Bellen, che a maggio aveva battuto d’un soffio Hofer dopo un ballottaggio che era poi stato annullato per il mancato rispetto delle regole sugli scrutini.

Il Partito della libertà si è appellato contro i risultati dell’ultimo scrutinio, dai quali risultava una vittoria di Van der Bellen per 31mila voti. Un tribunale ha stabilito che le elezioni dovevano essere ripetute a causa di alcune negligenze nel conteggio dei voti, anche se non sono state rilevate prove di brogli.

Preoccupazioni relative alla sicurezza e all’identità nazionale, oltre all’insoddisfazione nei confronti dei partiti tradizionali e più centristi, hanno alimentato il sostegno al Fpö, oltre che al Front national in Francia e al partito d’estrema destra Alternative für Deutschland (Afd) in Germania.

Un sondaggio rivolto a seicento persone e pubblicato dal tabloid Oesterreich ha mostrato che il sostegno a Hofer è del 53 per cento, l’1 per cento in più rispetto a un sondaggio di fine luglio, contro il 47 per cento all’ex capo dei verdi Alexander Van der Bellen.

Un altro sondaggio, su un campione di 778 persone con un margine d’errore del 3,6 per cento, pubblicato dal giornale Kurier, ha rilevato che il 38 per cento sarebbe convinto della vittoria di Hofer, mentre il 34 per cento ritiene che la vittoria andrà a Van der Bellen.

Il nodo della Turchia

Nei sondaggi relativi alle elezioni parlamentari previste per il 2018, l’Fpö è regolarmente accreditato con oltre il 33 per cento dei voti, più di entrambi i partiti centristi al potere.

Hofer, il cui partito si è schierato contro l’adesione all’Unione europea nel corso di un referendum del 1994, ha dichiarato che gli austriaci dovrebbero anche organizzare un voto per decidere di uscire dall’Unione nel caso in cui entrasse la Turchia o se fossero trasferiti a Bruxelles altri poteri.

In Austria il presidente ha un ruolo perlopiù di rappresentanza, ma può anche sciogliere il governo.

(Traduzione di Federico Ferrone)

Imposta patrimoniale in arrivo ? Ecco i dettagli

Come in ogni crisi che si rispetti (o che stia per arrivare), ecco giungere proposte finalizzate a tassare la ricchezza degli italiani attraverso l’introduzione (o l’inasprimento) di imposte patrimoniali.

Con la crescita economica che arranca, il bilancio statale in cronica difficoltà è necessario ottenere gettiti fiscali aggiuntivi. Quindi, cosa di meglio di una bella imposta patrimoniale? dicono. 

Dei cinque rischi capitali dei quali da anni si parla in questo blog, trovo che l’imposta patrimoniale sia quello che presenta maggiori maggiori difficoltà applicative, sia a causa degli aspetti tecnici, sia a causa della sostenibilità politica di un’imposta del genere, che tuttavia piace e viene evocata da molte parti politiche.

Di seguito vi propongo un mio ultimo lavoro che riprende e aggiorna i precedenti contributi. Si tratta di un articolo pubblicato su Investors’ mese di maggio.

Buona lettura.

Quando si parla di imposta patrimoniale, la mente tende a correre al lontano 1992, quando l’allora Presidente del Consiglio, Giuliano Amato, durante la notte, operò un prelievo una tantum del 6 per mille sulle giacenze dei conti correnti.


Benché in forme differenti rispetto al 1992, imposte patrimoniali sono  già presenti nel nostro ordinamento tributario e si chiamano principalmente IMU e Imposta sostitutiva sulle attività finanziarie; ma ne esistono anche altre minori. Al netto delle modalità censurabili con cui venne effettuato il prelievo dai conti,   a differenza della patrimoniale di Amato del 1992, quelle attuali sono addirittura più invasive poiché, essendo strutturali, colpiscono periodicamente le attività possedute in forma di patrimonio immobiliare e attività finanziarie (conti correnti, fondi comuni, dossier titoli ecc). Scopo di questo articolo è quello di cercare di capire in che modo si potrebbe essere colpiti da un’imposta patrimoniale e quali sono le attività più esposte a questo rischio.


Quindi, cerchiamo di capire quali difficoltà potrebbero riscontrarsi nell’applicazione di una simile imposta.  

Preliminarmente, va osservato  che il governo potrebbe contare su un ”extragettito”, semplicemente inasprendo il prelievo fiscale sulle imposte patrimoniali già in essere.  

Ciò  potrebbe esser fatto agevolmente alzando le aliquote del prelievo sia per l’IMU, che per l’imposta sostitutiva sulle attività finanziarie. 


Nel caso dell’IMU, inoltre, per ottenere lo stesso risultato, ad aliquote immutate , sarebbe sufficiente una rivalutazione degli estimi delle proprietà immobiliari, tali da attribuire agli immobili un valore superiore, aumentando così la  base imponibile da colpire e  favorendo quindi un aumento di gettito. 


Questa soluzione, per quanto di facile applicazione, presenterebbe comunque delle controindicazioni delle quali il Governo dovrebbe tenerne conto, almeno si spera.  Innanzitutto, nel pensare ad un eventuale inasprimento del prelievo fiscale relativo alle imposte patrimoniali già presenti, non si potrebbe non tenere in considerazione gli effetti che questo determinerebbe  alla luce del quadro congiunturale decisamente debole,  dopo un lungo periodo di recessione, che ha colpito duramente il reddito delle famiglie italiane (Figura 1).

Figura 1: Il Grafico mostra l’andamento dei redditi reali nei vari paesi considerati, ponendo come base 100 i redditi nell’anno 1995. 

Come si osserva i redditi degli italiani sono precipitati ai livelli del 1995 e nessuno dei paesi considerati vanta un prima così negativo. Elaborazione di Paolo Cardenà su dati Eurostat.

Si consideri che, un eventuale aumento dell’imposizione, per quanto limitato che sia, andrebbe a colpire il reddito disponibile delle famiglie, e pertanto  produrrebbe  una ulteriore contrazione dei consumi e quindi aggraverebbe anche il ciclo economico, già per nulla brillante.  

Questo, inoltre, potrebbe comportare una diminuzione più o meno marcata della capacità di rimborso dei mutui al sistema bancario, impattando sugli  istituti di credito che, a quel punto, si troverebbero nella condizione di  dover esporre ulteriori sofferenze potenzialmente idonee ad abbatterne il patrimonio,  aggravando così una situazione già complessa (confronta Investors’ n. 1).  

In tal senso, ad esempio, un aumento della struttura impositiva dell’IMU (realizzata attraverso un aumento delle aliquote o anche attraverso una rivalutazione della base imponibile), rischierebbe di essere troppo severo  o addirittura insostenibile per coloro che non dispongono di una capacità di reddito adeguata per poter sopportare un esborso aggiuntivo rispetto a quanto pagato in ragione alle regole attuali.

Tutt’altro ragionamento potrebbe esser osservato in caso di aumento delle aliquote patrimoniali sulla ricchezza finanziaria, ossia quella ricchezza investita in titoli, obbligazioni, azioni, fondi comuni ecc. In questo caso, benché sia già prevista una imposta sostitutiva dello 0,20%, ciò che rende possibile un ulteriore inasprimento dell’imposizione fiscale, risiede proprio nella natura dell’investimento stesso. E  cioè, il fatto che questo sia “immobilizzato” e quindi potenzialmente escluso dal soddisfacimento diretto dei bisogni, e quindi dal sostenimento del ciclo economico attraverso la spesa di parte delle risorse investite.


Figura 2:  La tabella riporta i dati relativi alle attività reali delle famiglie italiane nell’anno 2013. Elaborazione di Paolo Cardenà su dati Banca d’Italia.

Veniamo ora alla ricchezza finanziaria, quantificata in 3897 miliardi di euro, tentando di comprendere in che modo potrebbe essere interessata da un’eventuale imposizione patrimoniale.


Figura 3:  La tabella riporta i dati relativi alla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane nell’anno 2014. Elaborazione di Paolo Cardenà su dati Banca d’Italia


Per il ragionamento sopra esposto, quindi, escludendo le componenti sopra descritte,  la ricchezza che rimarrebbe rilevante ai fini di un imposizione patrimoniale, per lo più in forma liquida, sarebbe poco più di 2000 miliardi come è possibile desumere dalla figura n. 4.

Figura 4: La tabella riporta i dati relativi alla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane nell’anno 2014, a parere dell’autore “facilmente” tassabile con imposte patrimoniali straordinarie. Elaborazione di Paolo Cardenà su dati Banca d’Italia.

A rigor di logica, da questo stock di  ricchezza finanziaria così determinata, dovrebbero essere scomputate le passività che ammontano a circa 912 miliardi di euro, restituendo un imponibile tassabile di circa 1100 miliardi  di euro. Riducendo la base imponibile da colpire, il pericolo è proprio quello che l’azione dello Stato, a parità di gettito atteso, possa concentrarsi su patrimoni molto più piccoli e quindi colpire in maniera indiscriminata anche una platea diffusa di piccoli risparmiatori. Infatti, tenuto conto che i depositi bancari e postali si avvicinano, già di loro, alla soglia dei 1000 miliardi, ciò significa che questi sono distribuiti su tutto l’universo dei risparmiatori italiani, piccoli compresi. Giova ricordare che  in Italia  vige  un sistema di garanzia dei depositi di conto  corrente fino a 100 mila euro, che dovrebbe quantomeno escludere  prelievi straordinari fino a tali somme, riducendo ulteriormente la base imponibile da colpire. Ma su questo, personalmente, nutro qualche dubbio e comunque, dipende dagli obbiettivi di gettito prefissati dallo stato, e soprattutto  dallo stato di bisogno.

In altre parole, proprio perché sono risorse investiste in attività finanziarie, in un certo qual modo, sfuggono dalla disponibilità del titolare e quindi anche dalla possibilità di spesa, seppur con le dovute eccezioni del caso. Il risparmiatore, nel sostenimento delle proprie spese, difficilmente intaccherà le risorse investite in strumenti finanziari anche se, in questa crisi,  ciò potrebbe essere parzialmente smentito, poiché sempre più frequente sembra essere il ricorso all’utilizzo di risparmi per integrare o sostituire un reddito che si è contratto o è venuto meno per effetto della crisi. Quindi, in teoria,  il governo potrebbe intervenire per inasprire l’imposizione sulla ricchezza finanziaria, senza con ciò determinare, in maniera proporzionale,  una diretta diminuzione dei consumi.

Ma anche una simile impostazione potrebbe risultare del tutto discriminante per talune categorie di investimenti o di cespiti, che potrebbero essere oggetto di imposizione. Si pensi, ad esempio, a due risparmiatori che dispongono entrambi di un patrimonio di 500.000 euro e che uno di questi abbia investito i propri risparmi in fondi comuni o titoli, mentre il secondo acquistando un immobile. Ebbene, nel primo caso, operare un prelievo a fronte dell’entità del patrimonio, risulterebbe di agevole portata poiché basterebbe aumentare l’aliquota di imposizione e  la società di gestione del fondo comune o l’intermediario finanziario provvederebbe immediatamente ad operare la ritenuta, anche vendendo titoli per crearsi la liquidità necessaria al pagamento dell’imposta. Analogo ragionamento potrebbe essere svolto nel caso di azioni o obbligazioni in custodia su un dossier titoli intrattenuto presso qualsiasi banca. La quale banca, in questo caso, addebiterebbe l’importo dell’imposta sul conto corrente agganciato.

E nel caso non  si dovesse disporre della liquidità necessaria al pagamento dell’imposta, che si fa? In estrema ratio, si potrebbe comunque vendere dei  piccoli quantitativi di titoli ed integrare il saldo del conto corrente, in modo da poter consentire alla banca di operare il prelievo necessario al pagamento dell’imposta. Una soluzione simile a quella appena descritta, potrebbe comunque avere delle controindicazioni soprattutto nel caso in cui dovessero essere introdotte delle patrimoniali straordinarie o una tantum; ma di questo parleremo a breve.

Come dicevamo, il discorso si complica, e non poco, nel caso di immobili. Il risparmiatore che ha investito le sue disponibilità, magari  prosciugandole,  nell’acquisto di un immobile avvenuto in tempi più favorevoli, oggi potrebbe trovarsi nella condizione di non poter provvedere al pagamento dell’imposta patrimoniale, magari aumentata rispetto alle aliquote attuali. In questo caso, il contribuente in esame, non potrà certamente vendere una frazione dell’immobile  per poter provvedere all’obbligazione tributaria. E ciò per evidenti ragioni. E in questo caso, cosa si potrebbe fare?  

A questo interrogativo, al momento, non è stata fornita alcuna risposta a mio avviso praticabile. A meno che non si facciano suonare le trombe della cavalleria e, attraverso l’ente di riscossione (Equitalia), si aggredisca il patrimonio del contribuente. Ma questo, a parer di chi scrive, cozzerebbe con gli elementi cardine di uno stato democratico e di una economia avanzata: ossia la tutela del risparmio e della proprietà privata, peraltro prevista costituzionalmente.

Inoltre, l’immobile acquistato potrebbe essere assistito da ipoteca a fronte del mutuo contratto per l’acquisto; quindi una passività. E’ evidente che, dal punto di vista del contribuente, è del tutto legittimo considerare a scomputo del valore del cespite da colpire con imposta anche le passività finanziaria a fronte dell’acquisto, e quindi l’eventuale mutuo. Aspetto, questo, che avrà comunque una marcata rilevanza in caso di applicazione di imposte  a carattere straordinario, poiché, queste, verosimilmente, oltre ad impattare in modo più significativo, sconterebbero aliquote progressivamente più alte in ragione del patrimonio posseduto. 

Quindi, nel rispetto di  elementari ed intuibili principi di equità,  sarebbe discriminante colpire in maniera identica due patrimoni, nel caso in cui  uno di questi risulti assistito da un mutuo (quindi una passività), ancorché esprimano identici valori patrimoniali.  In buona sostanza, se così fosse, verrebbe confermata l’attuale impostazione dell’IMU che, come noto, colpisce il “valore” degli immobili a prescindere dall’eventuale passività (mutuo) in capo all’immobile stesso, rendendo l’imposta profondamente iniqua.

Senza dimenticare, poi, che un ulteriore inasprimento dell’imposizione tributaria sugli immobili, causerebbe  nefaste conseguenze anche sul valore, deprimendolo ulteriormente. Circostanza, questa, che non esaurirebbe i suoi effetti solo in capo al proprietario dell’immobile, che, a quel punto, si vedrebbe diminuire il valore dell’immobile; ma produrrebbe effetti pericolosi anche nel mondo bancario attraverso la diminuzione dei valori posti a garanzia di eventuali mutui, con conseguenze del tutto immaginabili.

Come abbiamo visto sin qui, un inasprimento della imposizione patrimoniale presenta numerose difficoltà applicative,  soprattutto se si dovesse agire nel rispetto dei principi di equità che dovrebbero essere comunque garantiti ed imprescindibili.

Alle imposte patrimoniali presenti nel nostro ordinamento,  sebbene abbiano carattere strutturale e quindi ripetute negli anni,  tutto sommato, appartiene la caratteristica della sostenibilità in termini di possibilità da parte del contribuente di poter adempiere all’obbligazione tributari; benché in un contesto di deterioramento delle capacità reddituali e di evidenti difficoltà, soprattutto in alcuni strati della popolazione. L’applicazione di una imposta patrimoniale straordinaria, troppo spesso impropriamente evocata da parte dei nostri politici, verosimilmente,  viene pensata  sulla base di un feroce inasprimento delle aliquote impositive, tale da  poter utilizzare il gettito straordinario per abbattere in modo proporzionale il debito pubblico di  qualche centinaio di miliardi. Senza addentrarci nei numeri che, a parer di chi scrive, smentiscono (almeno in via di principio) le aspettative di gettito auspicato dai vari politici che evocano l’introduzione di una patrimoniale straordinaria, vediamo come possono complicarsi le cose nel caso che questa imposta venga effettivamente introdotta. Andiamo con ordine.

E’ evidente che l’eventuale applicazione di una imposta patrimoniale feroce e magari progressiva, dovrebbe quantomeno  considerare non solo i patrimoni facilmente colpibili come nel caso delle imposte già in vigore, ma l’intera  ricchezza  del soggetto o del nucleo famigliare a cui l’imposta è rivolta. E ciò per evidenti ragioni di equità impositiva, secondo cui chi  più possiede più paga in termini di imposta.   E quindi, cosa comprendere? Cosa potrebbe essere considerato nella definizione di patrimonio?

Sicuramente gli immobili, anche perché offrono un’ ottima base imponibile che, tuttavia,  dovrebbe quantomeno essere abbattuta delle passività (mutui) . Certamente anche il patrimonio mobiliare (azioni, titoli, obbligazioni, depositi ecc ecc). Ma, oltre questa ricchezza, peraltro già ampiamente tassata, cos’altro potrebbe essere considerato nella definizione di patrimonio del contribuente? 

E qui, potremmo sbizzarrirci con tutto ciò che possa costituire  asset suscettibile di valutazione economica, purché visibile ed individuabile dal fisco. Ecco quindi che potremmo considerare il valore della partecipazione ad una società ancorché non quotata, il valore della nostra impresa, o una barca, un’automobile, e quant’altro possa essere individuato e  definibile nella sua dimensione patrimoniale.

Sicuramente, l’estensione delle tipologie di assets a cui applicare l’imposta patrimoniale, oltre ad offrire una base imponibile tanto più ampia quanto più estese saranno  le specie e i volumi di patrimonio considerati, tenderebbe a favorire  il rispetto di elementi di maggior equità. Tuttavia,  qui emergerebbero fin da subito le prime difficoltà applicative. Innanzitutto, non sempre ciò che costituisce un valore patrimoniale è ben identificabile ed individuabile da parte del fisco. Si pensi, solo per citare alcuni esempi, a dei  quadri di valore, a delle  opere d’arte,  a vasi antichi, o una collezione di arazzi. Questi, in genere, sono beni che talvolta possono rappresentare dei grandi valori, ma difficilmente intercettabili da parte del fisco, poiché raramente censiti e quindi conosciuti all’anagrafe tributaria  nella dimensione patrimoniale (valore) e nella sua collocazione. Ma questi, non sono gli unici valori patrimoniali che potrebbero sfuggire all’interesse del fisco. 

Si pensi, ancora, al denaro contante, a monetati aurei,  a lingotti in oro o altri metalli preziosi, detenuti anche fuori dal perimetro bancario. 

Ecco quindi che, in questi casi, risulta impossibile che il fisco possa colpire beni di cui non ne conosce il valore e soprattutto la collocazione. A meno che lo stato non obblighi il contribuente a produrre una dichiarazione patrimoniale dalla quale emerga anche le ricchezze non note al fisco.

Ragionando invece su altre tipologie di patrimoni  quali, ad esempio, aziende,  quote di partecipazione in società, o più semplicemente una piccola impresa individuale, si porrebbe il problema di attribuire un valore a queste attività, che tenga conto di moltissime variabili e fattori, attraverso i quali, tuttavia,   non sempre si riesce a valorizzare in maniera pertinente l’esatto valore di questi patrimoni. E ciò, neanche attraverso apposite perizie effettuate da professionisti. Il rischio, quindi, è proprio quello di subire una valorizzazione amministrativa da parte dello Stato attraverso delle procedure  che, in maniera più o meno arbitraria, possano valorizzare determinati attivi. Ecco quindi che l’applicazione di imposte patrimoniali straordinarie incorpora molteplici difficoltà che tendono ad aumentare anche in ragione al gettito che si vorrebbe ottenere.

Alcuni esponenti politici, nel recente passato, hanno addirittura evocato una tassa patrimoniale di 400 miliardi di euro, destinata alla riduzione del debito pubblico ( Si confronti, ad esempio, LInkiesta del 24 febbraio 2014 linkiesta.it). 

Per comprendere se è possibile estrarre un gettito così rilevante dalla ricchezza degli italiani,  è opportuno considerare qualche numero fornito dalla Banca d’Italia, nel suo ultimo rapporto sulla ricchezza delle famiglie italiane.
Secondo la Banca d’Italia la ricchezza degli italiani è così costituita:

Attività reali 5.848 miliardi
Attività finanziarie 3.793  miliardi
Passività 912 miliardi.

Le prime  due macro classi di attività, dedotte dalle passività, costituiscono la ricchezza netta degli italiani, che  quindi viene  quantificata in euro 8.477 miliardi di euro.

Il dato, essendo multiplo di oltre quattro volte lo stock di debito pubblico, fa un po’ impressione e suscita l’interesse di chi vorrebbe che, almeno parte di questa enorme ricchezza, possa essere utilizzata per abbattere il debito pubblico confinandolo entro volumi di maggio sostenibilità.

Più in dettaglio, osservando i dati riportati nella figura n. 2 (Le attività reali delle famiglie italiane) si desume che la parte prevalente della ricchezza è costituita da abitazioni, già ampiamente tassata con l’IMU o con altre imposte minori (ma non marginali). Gli oggetti di valore, essendo per lo più costituiti da beni non registrati (preziosi, oggetti di antiquariato, d’arte e da collezione), come abbiamo detto,  sfuggono dalla possibilità di poter essere tassati, per il semplice fatto che il fisco non potrà mai tassare ciò di cui non ne conosce la collocazione e quindi la proprietà.

I fabbricati non residenziali e i terreni, sono anch’essi già tassati. Mentre gli impianti e i macchinari, attrezzature e avviamenti (capitale fisso), rientrando prevalentemente nelle disponibilità delle imprese per l’esercizio delle proprie attività, non potrebbero essere tassati, poiché ciò graverebbe sulle imprese che già scontano livelli di prelievo fiscale insostenibile. Quindi, la parte di ricchezza effettivamente tassabile e che desta l’attenzione da parte del fisco è costituita dai 5 miliardi delle abitazioni, peraltro già ampiamente tassata. In sintesi, da questa ricchezza, è pressoché impossibile estrarre rilevanti gettiti tributari rispetto a quelli già ottenuti dalla tassazione in vigore.

In questa categoria di ricchezza sono ospitate un numero di  attività che, l’analisi prodotta da Bankitalia, sostanzialmente, scompone come riportato nella figura n. 3.
Molta materia imponibile da colpire con un’imposta patrimoniale feroce,  si direbbe! Ma le cose non stanno esattamente in in questi termini. Vediamo perché.

Prima di tutto occorre scomputare il denaro contante: tassare il contante, fino a quando questo rimane tale, è un esercizio impossibile da praticare. 

Non deve sorprendere, infatti, che sempre più spesso si sente dire che il mondo politico sarebbe favorevole ad una progressiva abolizione del denaro contante. Ciò perché, per obbligo normativo, questo verrebbe depositato in banca e quindi diverrebbe individuabile da parte del fisco, facendo emergere materia imponibile da colpire.

Esistono inoltre altre categorie di attività che, sebbene parzialmente note al fisco, tassarle con un’imposizione patrimoniale, risulterebbe abbastanza difficile e soprattutto rischierebbe di fare più danni che altro. E’ il caso, ad esempio, dei crediti commerciali. Tassare un credito vantato da un’azienda, benché tecnicamente possibile -obbligando ogni impresa a rendere noti al fisco i rispettivi crediti commerciali attraverso apposita comunicazione-  appare poco ortodosso, oltreché distruttivo. E poi, è evidente che al credito di un’azienda, corrisponda un debito di un’altra azienda. Siccome sarebbe ragionevole attendersi che il credito possa essere scomputato dal debito, alla fine, la base imponibile  sarebbe comunque limitata e un’eventuale imposizione patrimoniale, anche in questo caso,  graverebbe sulle imprese che già scontano livelli di prelievo fiscale insostenibile.

Discorso del tutto simile può essere osservato per le riserve assicurative. Anche queste potrebbero essere tassate, ma non senza difficoltà, contraddizioni, e non senza arrecare più danni che guadagni. L’applicazione di una imposta patrimoniale feroce, verosimilmente, andrebbe a colpire anche i fondi pensione e i fondi assicurativi, verso i quali un numero non del tutto indifferente di risparmiatori  hanno riposto le speranze per  ottenere l’integrazione pensionistica, al fine di  integrare (o sostituire) la pensione erogata  dai vari enti previdenziali.  

Sotto questo punto di vista, le scelte del governo volte all’applicazione di una imposta patrimoniale straordinaria, contrasterebbero con le politiche di welfare e con le varie riforme pensionistiche varate negli ultimi 10/15 anni, o forse più. Al riguardo, vale la pena ricordare che tali politiche hanno impresso uno stimolo allo sviluppo di forme pensionistiche alternative, capaci di integrare i flussi  finanziari del risparmiatore in età pensionabile, al fine di arginare la progressiva diminuzione delle prestazioni garantite dai veri enti pensionistici. Non un problema da poco, direi

Anche la ricchezza riconducibile alle partecipazioni in società di capitali non quotate (circa 562 miliardi di euro) o alle partecipazioni in società di persone o quasi società (circa 211 miliardi di euro) è di difficile imposizione poiché, essendo questa  una ricchezza riconducibile essenzialmente a partecipazioni in piccole società che non hanno una valutazione di mercato giornaliera (come invece avviene per le società quotate), oltre ad essere del tutto astratta, occorrerebbe definire un criterio attendibile di valutazione della partecipazione. Benché sia possibile effettuarlo per via amministrativa, il rischio è proprio quello di subire una valorizzazione arbitraria da parte dello Stato attraverso delle procedure  che possano valorizzare determinati asset non in maniera pertinente. In sostanza, è un po’ come oggi avviene con  gli studi di settore per la quantificazione dei  redditi di impresa. 
E   anche in questo caso l’esperienza ci  conferma quanto possano risultare arbitrarie e non pertinenti la determinazione del fisco. Inoltre, nel caso di imposte patrimoniali applicate ad imprese o aziende, c’è da dire che queste comporterebbero anche un’ulteriore abbattimento della competitività della imprese che, a quel punto, dovrebbero compensare la compressione di redditività patita  con l’imposta applicata, attraverso un aumento di prezzi che le renderebbero ancor meno competitive,   aggravando una situazione già critica.

Figura 4: La tabella riporta i dati relativi alla ricchezza finanziaria delle famiglie italiane nell’anno 2014, a parere dell’autore “facilmente” tassabile con imposte patrimoniali straordinarie. Elaborazione di Paolo Cardenà su dati Banca d’Italia.

Gli investimenti finanziari (ossia in titoli di stato,  fondi comuni, azioni ecc) per loro natura, si prestano  ad essere colpiti con maggiore attitudine rispetto ad altre tipologie di asset. Ma anche in questo caso, l’applicazione di una imposta patrimoniale straordinaria fortemente invasiva in termini di prelievo fiscale, rischierebbe di produrre più danni che guadagni. Pensiamo, ad esempio, ad un pacchetto di azioni  detenute da un risparmiatore, supponiamo per 100.000 euro,  e che vengano colpite da un imposta straordinaria di qualche punto percentuale. In questo caso, se il risparmiatore non dovesse disporre di liquidità sufficiente  per provvedere al pagamento dell’imposta, egli sarebbe costretto a liquidare  parte del proprio investimento al fine di ottenere le risorse necessarie per provvedere al pagamento dell’imposizione tributaria. Questo,  se effettuato su scala rilevante, determinerebbe pericolose distorsioni di mercato. 

Si pensi, ad esempio, alla caduta dei prezzi che si potrebbero determinare su un titolo: il risparmiatore ne risulterebbe doppiamente penalizzato poiché, oltre a subire una diminuzione del patrimonio per effetto dell’imposizione fiscale, subirebbe anche il deprezzamento  del proprio portafoglio titoli per effetto delle vendite sui titoli.  Questo appare  tanto più vero nel nostro mercato finanziario, il quale, essendo di modeste dimensioni, risulta particolarmente esposto alla possibilità di variazione di prezzi anche con capitali relativamente esigui. Inoltre, ciò rischierebbe di avvantaggiare investitori stranieri (quindi esenti da imposta), che in quest’ultimo caso, potrebbero acquistare pacchetti azionari  a buon mercato per effetto della depressione dei prezzi causata da una patrimoniale feroce. Evidentemente. le conseguenze nefaste non si esaurirebbero con le casistiche appena descritte, ma andrebbe ben oltre.

Discorso analogo potrebbe essere effettuato per le obbligazioni societarie (soprattutto bancarie) e i titoli di stato. Ma, in quest’ultimo caso, occorre effettuare qualche ulteriore ragionamento in virtù del fatto che, il titolo di stato, essendo un debito dello Stato che si vorrebbe abbattere proprio attraverso l’imposizione patrimoniale straordinaria, lo Stato potrebbe essere tentato di operare una compensazione tra il suo credito derivante dall’imposizione tributaria e il suo debito rappresentato dal titolo di Stato nel portafoglio del risparmiatore. In altre parole, in questo caso, laddove  non si dispongano di risorse necessarie per poter corrispondere l’imposizione tributaria, lo  Stato potrebbe effettuare una compensazione tra il proprio credito (imposta patrimoniale) e il proprio debito (titolo di stato), diminuendone o azzerandone gli  interessi previsti o, nei casi più “estremi”, decurtandone il capitale alla scadenza del titolo. In buona sostanza, un default mascherato da una patrimoniale.

Concludendo, le classi di attività che si prestano ad essere colpite con maggior attitudine, anche con imposizioni feroci,  sono proprio quelle liquide (ad esempio depositi bancari, di conto corrente, o postali), poiché aggredire tali patrimoni costituisce, per lo stato, garanzia della celerità e del buon esito  della pretesa tributaria. In tal senso, anche quelle attività in cui lo stato risulta essere debitore (titoli di stato) si prestano con particolare attitudine a soddisfare le proprie esigenze, in quanto, lo stato, potrebbe agevolmente compensare la sua posizione debitoria  con il credito emerso per effetto dell’imposizione fiscale.

Analogo discorso può essere osservato per le obbligazioni bancarie, le quali, come noto anche per via della recente introduzione della normativa sui salvataggi bancari, potrebbero essere sottoposte all’azzeramento (o alla riduzione) al fine di obbligare  il risparmiatore a contribuire al salvataggio di qualche banca che potrebbe trovarsi in stato di difficoltà.

A mero titolo informativo, giova segnalare la proposta di iniziativa popolare avanzata dalla Cisl. La proposta avanzata dal sindacato prevede l’introduzione di un’imposta patrimoniale  ordinaria sulla ricchezza netta che cresca al crescere della ricchezza mobiliare e immobiliare complessiva, con l’esenzione totale sugli imponibili delle famiglie fino a 500.000 euro di ricchezza, con l’esclusione da tale computo della prima casa. L’imposta andrebbe a colpire l’ammontare complessivo dei valori mobiliari ed immobiliari con aliquote crescenti su diversi scaglioni di valore, dai 500 mila euro in su (si veda Il Sole 24 Ore del 2 settembre 2015, ilsole24ore ).

Pensare che con un’imposizione patrimoniale straordinaria possa ottenersi un gettito di 400/500 miliardi di euro come quanto auspicato da “autorevoli” commentatori, appare del tutto irrealistico, oltreché destabilizzante per uno stato di diritto, ove la proprietà privata e la tutela del risparmio è anche garantita costituzionalmente. Ma ciò non toglie che questo patrimonio  possa essere comunque esposto al rischio di qualche forma di imposizione patrimoniale o, peggio, confisca.

L’imposta patrimoniale, oltre ad essere una tassa iniqua ed ingiusta per definizione (poiché  andrebbe a colpire anche i patrimoni realizzati con flussi di reddito già ampiamente tassati), comporterebbe il concretizzarsi di un evento deprecabile che comprometterebbe in maniera sostanziale anche la già precaria fiducia dei risparmiatori nei confronti dello Stato. Tuttavia, i risparmiatori dovrebbero comunque adottare quelle strategie più idonee (anche in relazione al proprio status e alla composizione del proprio patrimonio) a limitare l’impatto di un’eventuale inasprimento delle imposte esistenti o dall’introduzione di qualche forma di imposizione patrimoniale straordinaria.

Scritto il  alle 12:04 da Paolo Cardenà
Scritto il alle 12:04 da Paolo Cardenà

Scritto il  alle 12:04 da Paolo Cardenà
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Fonte: qui

mercoledì 7 settembre 2016

ECCO LA MAIL, SULLA GIUNTA RAGGI, CHE SCRISSE PAOLA TAVERNA A DI MAIO LO SCORSO 5 AGOSTO





LA TAVERNA AVVISÒ IL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA SULL'INDAGINE IN CORSO NEI CONFRONTI DI PAOLA MURARO, 

INOLTRE CHIEDE ANCHE DI CONDIVIDERE L’INFORMAZIONE CON IL RESTO DEL DIRETTORIO NAZIONALE

Simone Canettieri per www.ilmessaggero.it

Ecco la mail che scrisse Paola Taverna a Luigi Di Maio lo scorso 5 agosto. Il documento - che il Messaggero è in grado di mostrarvi in esclusiva - è netto. L'esponente del mini direttorio romano avvisò il vicepresidente della Camera sull'indagine in corso nei confronti di Paola Muraro.

LA MAIL DI PAOLA TAVERNA A LUIGI DI MAIO LA MAIL DI PAOLA TAVERNA A LUIGI DI MAIO TAVERNA TAVERNA

È il punto due della mail, al primo c'è la questione della rimozione di Raffaele Marra. Taverna nell'avvisare Di Maio dell'indagine in corso sulla Muraro gli chiede anche di condividere questa informazione con il resto dei componenti del direttorio nazionale. 

Ma in queste ore Carla Ruocco, Carlo Sibilia e Roberto Fico hanno dichiarato di essere stati tenuti all'oscuro di tutto.

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Di Maio si scusa e chiarisce tutto: “Ho commesso un errore, ho sottovalutato la mail”



«Ho commesso un errore, ho sottovalutato» la mail. «Perché ho pensato che l’iscrizione nel registro degli indagati venisse da un esposto di uno del Pd. E non l’ho detto ai miei colleghi del Direttorio. Sono qui per dirvelo guardandovi negli occhi». Lo ha detto Luigi Di Maio nel corso della manifestazione M5S a Nettuno con Beppe Grillo.


MONTE DEI PACCHI DI SIENA:L’OMBRA DELLA TROIKA!



Non siamo mai sicuri in una certa misura siamo sempre ignari, direbbe il nostro caro Kenneth Arrows, la nostra conoscenza del modo in cui funzionano le cose, nella società o nella natura, è avvolta nella nebbia della vaghezza.

Tutti a dimenticare l’affare MPS o Deutsche Bank a comprare banche come fossero noccioline aspettandosi chissà quale risoluzione della crisi europea e invece all’improvviso, dopo aver gettato in un buco nero 15 miliardi in vari aumenti di capitale  nulla cambia tutto è per sempre uguale.

Lui Corrado Passera, uno che ha fallito al Governo amplificando e implementando austerità e deflazione salariale ovunque, uno che ha fallito pure nella costruzione di un nuovo partito, ora torna per amministrare un altro fallimento

“Il  futuro di Mps è molto importante per Italia: se uscirà dai suoi problemi si alleggerirà la pressione sull’intero sistema creditizio del paese, ma se i problemi emersi non verranno risolti in tempi brevi, l’effetto sul nostro Paese potrebbe essere purtroppo molto grave”.

Lo afferma all’ANSA Corrado Passera a margine del forum Ambrosetti di Cernobbio.

E infatti il rebus del piano di Mps, di cui Formiche.net spesso ha parlato negli ultimi tempi ha animato i discorsi davanti al lago di Como di politici, economisti e finanzieri. (…)

A sancire in maniera inequivocabile che a Cernobbio si è discusso di Mps è un sondaggio riferito dall’Ansa, che giunge alla conclusione che l’aumento di capitale, uno dei due pilastri su cui si fonda il piano di salvataggio, non trova il consenso della maggioranza dei manager, imprenditori e banchieri. Ecco i risultati del sondaggio, che dunque non fa che confermare le enormi difficoltà che l’istituto toscano deve fronteggiare in questa fase: il 65% dei 33 intervistati ha risposto no alla domanda: “Lei sottoscriverebbe l’aumento di capitale di Mps?”. Tra questi, solo il 20% parteciperebbe alla ricapitalizzazione della banca senese, mentre il 15% ha preferito non esprimersi. Tra i partecipanti al sondaggio figurano nomi illustri tra cui Gianmaria Gros-Pietro, presidente di Intesa Sanpaolo; Francesco Starace, ad dell’Enel; Gabriele Galateri di Genola, presidente di Generali; Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit; Corrado Passera, ex ad di Intesa ed ex ministro dello Sviluppo Economico; Flavio Valeri, ad di Deutsche Bank Italia. ( Formiche.net )

Certo che chiedere cosa ne pensa dell’aumento di capitale l’amministratore delegato di Deutsche Bank Italia è tutto un programma… “vaste programme” come direbbe qualcuno, rivoltandosi nella tomba!

Un incontro con i principali istituti bancari per valutare pro e contro della richiesta di intervento dell’Esm (European stability mechanism, il cosiddetto fondo salva Stati) per stabilizzare il sistema bancario italiano. Secondo tre diverse fonti a conoscenza del dossier, il premier Matteo Renzi va avanti con l’ipotesi di un ricorso ai soldi del fondo che è già intervenuto in Grecia, Irlanda, Portogallo, Cipro e banche spagnole.

Si tratta, secondo quanto ricostruito, del «piano B» – finora smentito dal governo – nel caso che il piano per Mps si areni definitivamente.

Un’ipotesi anticipata da «La Stampa» nei giorni scorsi, che le difficoltà che stanno emergendo nell’implementazione del piano per Mps avrebbe reso ancora più d’attualità. Proprio l’utilizzo del fondo salva Stati da parte dell’Italia sarebbe stato uno dei temi dei colloqui tra Renzi e Angela Merkel nei vertici di Ventotene e Maranello nelle settimane scorse, dice una delle fonti.

Ovviamente per non scatenare un inferno…

ROMA (Reuters) – Il governo smentisce “totalmente” l’intenzione di voler chiedere un intervento del fondo Salva Stati europeo Esm a supporto del sistema bancario italiano.

Il quotidiano la Stampa, citando tre diverse fonti a conoscenza del dossier, scrive oggi che l’utilizzo del fondo sarebbe stato uno dei temi dei colloqui tra il premier Matteo Renzi e la cancelliera tedesca Angela Merkel nei vertici di Ventotene e Maranello.
Il ricorso all’Esm sarebbe oggi ancor più d’attualità per via dei problemi che stanno emergendo nell’implementazione del piano per Mps, scrive il quotidiano.

“Si tratta di notizie del tutto destituite di fondamento”, dice una fonte di Palazzo Chigi.

Ovvio, il solo ricorso al fondo ESM significherebbe l’ingresso della Troika nel nostro Paese,e tutto questo grazie a qualche politico ignorante che, mentre gli italiani erano sotto l’ombrellone , ha sottoscritto la demenziale clausola “bail in” cancellando qualsiasi possibilità di una nazionalizzazione di MPS, perché se non l’hanno ancora capito ma lo capiranno presto, eccome se lo capiranno, MPS va nazionalizzata, ora, subito, adesso!

Nel frattempo il bazooka ad acqua di Draghi ha prodotto questo miracolo a proposito di inflazione…

Euro Area Inflation Rate

…ovvero il nulla e per quanto riguarda la produzione industriale in Europa …

Euro Area Industrial Production MoM

Un giorno i banchieri centrali getteranno la spugna e ammetteranno che con la loro politica monetaria hanno aumentato inequità e disuguaglianze, senza produrre inflazione lo scopo principale della BCE, perché come i lettori di Icebergfinanza ben sanno, la natura intrinseca del quantitative easing e essenzialmente deflativa e crea debito, un’ipoteca perenne sulla crescita futura.


Fonte: icebergfinanza