9 dicembre forconi: comuni
Visualizzazione post con etichetta comuni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta comuni. Mostra tutti i post

lunedì 22 aprile 2019

DA SALVA-ROMA A SALVA-LAQUALUNQUE: I 5 STELLE BUTTANO IN MEZZO IL DEBITO DI ALTRE GRANDI CITTÀ PER DILUIRE IL FAVORE ALLA RAGGI E FARLO INGOIARE ALLA LEGA.

''SI RISCHIA IL DEFAULT DI CASSA DEPOSITI E PRESTITI'', CHE I GRILLINI HANNO PRESO PER UN SALVADANAIO SENZA FONDI 
MA CONTE MARTEDÌ IN CONSIGLIO DEI MINISTRI PORTERÀ LA MISURA: ''SENNÒ SALTA TUTTO IL DECRETO CRESCITA''
SALVA-ROMA, ALTRE CITTÀ NEL DECRETO MA LA LEGA FA MURO
Lorenzo De Cicco per ''Il Messaggero''

APPENDINO RAGGIAPPENDINO RAGGI
Dal Salva-Roma al Salva-Comuni. Cambiare nome - anzi, titolo - al passaggio del decreto Crescita che da giorni fa traballare il governo pentaleghista, senza toccare il comma che riguarda la Capitale e il fardello del suo debito miliardario, ma aggiungendone altri, di commi. Con una serie di misure per aiutare i grandi Comuni in ambasce contabili. Della serie: non solo Roma. Perché tutti avrebbero la possibilità di rinegoziare i tassi di interesse sui vecchi mutui e, quindi, di ottenere risparmi. Eccola l' ultima carta che il Movimento 5 Stelle è pronto a giocarsi martedì, sul tavolo del Consiglio dei ministri. Ci sta lavorando da giorni il viceministro all' Economia, Laura Castelli, in asse con i maggiorenti del M5S.

LE RIUNIONI CON APPENDINO

Al Mef, la settimana scorsa, è stato aperto un «tavolo permanente» sui debiti delle città metropolitane. Castelli, nei giorni scorsi, ha incontrato il sindaco di Torino, Chiara Appendino, e quello di Catania, Salvo Pogliese, impegnato a fronteggiare il dissesto del capoluogo etneo. E ora sta lavorando a un emendamento che allargherebbe le maglie del Salva-Roma, estendendo alcuni benefici a tutti i grandi Comuni lungo lo Stivale.
salvini raggi 3SALVINI RAGGI

È l' ultima offerta, di fatto, a Salvini e alla Lega, per tenere in vita un provvedimento su cui il M5S non sembra disposto a cedere. Perché è già stato approvato in Cdm due settimane fa - «anche il viceministro leghista Garavaglia si era detto d' accordo, con tanto di e-mail», fanno trapelare ai piani alti del Movimento - e perché altrimenti la gestione commissariale del debito della Capitale, che fa capo al governo, dal 2022 rischierebbe seriamente il crac.

LA FRENATA
Si cerca quindi una mediazione per far digerire il provvedimento al Carroccio, che per ritorsione, dopo il caso Siri, ha messo il veto. Ma dalla squadra leghista del Tesoro, fino a ieri sera, non trapelavano grandi aperture. Anzi. «Il passaggio del Salva-Roma, per noi, è già stralciato. Non va votato nel Cdm di martedì, perché lì si dovrebbero approvare solo le misure su cui siamo tutti d' accordo».

Quanto alla riformulazione in Salva-Comuni, nel partito di Salvini temono che la mossa apra una voragine nei bilanci della Cassa depositi e prestiti. Perché se tutti i Comuni ottenessero una sforbiciata corposa agli interessi, Cdp «avrebbe perdite gigantesche».
Ecco perché il Carroccio, al momento, fa muro.
RAGGI APPENDINORAGGI APPENDINO

PROVA DI FORZA
Se anche quest' ultima trattativa dovesse andare a vuoto, tra i 5 Stelle c' è chi spinge per una prova di forza: «Possiamo sempre andare alla conta in Consiglio dei ministri, dove siamo in maggioranza», ragionava ieri un esponente del governo di segno grillino. Il clima è questo.

Al Salva-Roma tiene, logicamente, Virginia Raggi, che dopo un mese sull' ottovolante tra gli arresti per Tor di Valle e la buriana sull' Ama tra audio e inchieste, vorrebbe incassare un provvedimento-simbolo, che alleggerirebbe le casse del Campidoglio e libererebbe 2,5 miliardi di euro dal 2021. «Chi vuole bloccare questo provvedimento, continua a condurre una campagna elettorale permanente, subordinando l' interesse dei cittadini alla propaganda», attaccava ieri Antonio De Santis, tra gli assessori più vicini alla sindaca.


CONTE VUOLE L' OK MARTEDÌ: IL TESTO SULLA CAPITALE RESTA
giuseppe conte e luigi di maio con la card per il reddito di cittadinanza 1GIUSEPPE CONTE E LUIGI DI MAIO CON LA CARD PER IL REDDITO DI CITTADINANZA
Marco Conti per ''Il Messaggero''


«Resta lì. Se bloccano il decreto crescita e la norma per Roma, che hanno già approvato nel precedente consiglio dei ministri, vuol dire che non passa più nulla e salta tutto». Palazzo Chigi è vuoto, ma la riflessione di uno stretto collaboratore del presidente del Consiglio riflette intenzioni e umori con li quali Giuseppe Conte martedì mattina riprenderà a tessere la tela che dovrebbe tenere ancora una volta uniti M5S e Lega. Lacerata in più parti dalla campagna elettorale dei due partiti, la maggioranza verrà sottoposta dal premier ad un test che ne accerti la sopravvivenza.

LA PROVA
Le norme cosiddette salva-Roma rappresentano quindi la cartina di tornasole di una possibile e residue vitalità di una coalizione che di fatto non esiste più e di rapporti, anche personali, ridotti al lumicino. Ma se al presidente del Consiglio suona strano un ripensamento della Lega rispetto al testo uscito il 4 aprile dal consiglio dei ministri, nel Carroccio si respira aria pesante. Tra velate minacce, dossieraggi, accuse di tramare con il nemico berlusconiano, i rapporti tra i due contraenti il contratto sono pessimi, difficilmente ricomponibili e comunque poco in grado di reggere la prova della manovra di bilancio di fine anno.

raggi, tridico, conteRAGGI, TRIDICO, CONTE
La vicenda giudiziaria che ha coinvolto il sottosegretario Armando Siri, e che per vari e tortuosi collegamenti è arrivata sino a Giancarlo Giorgetti, hanno alzato a livelli mai visti lo scontro. Non solo. La sfida lanciata ieri alla Lega di votare una legge sul conflitto d' interessi ha il tono di una provocazione alla quale ieri Salvini ha preferito non replicare. Il tema è nel programma di governo, ma il modo con il quale Di Maio lo ha rilanciato viene vissuto nella Lega come «l' ennesima sfida». Tra i due duellanti c' è il presidente del Consiglio che martedì intende portare in consiglio dei ministri il decreto crescita con le norme per Roma e per i cosiddetti truffati dalle banche.

ARMANDO SIRI MATTEO SALVINIARMANDO SIRI MATTEO SALVINI
Bloccare il decreto, già varato salvo intese il 4 aprile, significa per Conte mancare di senso di responsabilità visto che le norme in esso contenute impattano anche sul Def e sulla crescita del Paese. Conte va quindi avanti convinto che nè i pentastellati nè il leghisti hanno intenzione di affondare il colpo mandando all' aria il governo. Ipotesi alternative, quale quella caldeggiata da Salvini di allargare la norma oltre ai comuni interessati (Roma, Alessandria, Catania e Torino) per non creare disparità «tra comuni di serie A e B», ha il problema non da poco di impattare troppo sui conti pubblici e su quelli di Cassa Depositi e Prestiti.

Quindi, dopo le valutazioni fatte dai viceministri Castelli e Garavaglia, martedì si torna al punto di partenza con il salva-Roma o il salva-Italia che entrerà in consiglio nella stessa formulazione del 4 aprile. Nulla esclude che i ministri della Lega possano non condividere le norme sulla Capitale astenendosi al momento della votazione.

LA POLTRONA
Ovviamente martedì mattina, quindi prima della riunione del Consiglio dei ministri, Conte cercherà un chiarimento con i suoi due vicepremier rimproverandoli anche per essere andati molto oltre nei toni di una campagna elettorale ormai senza fine.
giancarlo giorgetti laura castelliGIANCARLO GIORGETTI LAURA CASTELLI
All' incontro con il sottosegretario Siri il premier si presenterà per conoscere la versione dell' esponente leghista. Salvo novità, che potrebbero sempre uscire dall' inchiesta, Siri è destinato a rimanere al suo posto. Stavolta saranno i grillini a doverne prendere atto, salvo poi segnare le distanze.

Fonte: qui

sabato 11 novembre 2017

Tassa rifiuti, per anni l'abbiamo pagata quasi doppia per colpa di un errore di calcolo

Anche fino al doppio del dovuto, milioni di famiglie colpite: è di queste ore la notizia che i residenti di comuni tra cui Milano, Genova, Ancona, Napoli, Catanzaro e Cagliari, negli ultimi cinque anni hanno pagato una tassa rifiuti molto più alta di quanto avrebbero dovuto a causa di un errore di calcolo della quota variabile del tributo, che ha fatto lievitare a dismisura la cifra dovuta. Lo scrive oggi Repubblica.
E' stato il sottosegretario all'Economia Per Carlo Baretta a svelarlo nel corso di un question time alla Camera. Tutto è stato originato da un'interrogazione parlamentare del deputato pugliese Giuseppe L'Abbate, (M5S), che a Baretta ha chiesto chiarimenti su una serie di segnalazioni arrivate da varie città. Nella sua richiesta, L'Abbate ha citato come fonte un articolo del Sole24ore che già nel 2014, anno di introduzione della Tari, denunciava inesattezze nel calcolo dell'importo dovuto. La Tari comprende una quota fissa e una variabile. La parte fissa dipende da quanto è grande la casa, quella variabile cresce a seconda del numero dei componenti familiari. 
Dove sta l'errore?
La parte variabile va calcolata una sola volta sull'insieme di casa e pertinenze (ovvero cantine, box locali annessi) tenuto conto del numero dei familiari. La loro esistenza non aumenta la produzione dei rifiuti
I Comuni coinvolti, invece, l'avrebbero applicata tante volte quante sono le pertinenze dell'abitazione, come se l'immondizia aumentasse in presenza di più pertinenze.
Repubblica riporta l'esempio discusso alla Camera: per un appartamento in cui vive una famiglia di 4 persone, con superficie complessiva di 150 mq, di cui 100 di casa, 30 di garage e 20 di cantina, la parte variabile della tariffa relativa ad autorimessa e cantina "va computata solo una volta, considerando l'intera superficie dell'utenza composta sia dalla parte abitativa che dalle pertinenze site nello stesso comune". Pertanto l'importo da versare si otterrà sommando: tutte le quote fisse rispettivamente di casa, garage e cantina, a cui si aggiungerà una, e solo una volta, l'importo della quota variabile.
La norma, ha chiarito Baretta, stabilisce che "le cantine, le autorimesse o altri simili luoghi di deposito, si considerano utenze domestiche condotte da un occupante, se persona fisica priva nel comune di utenze abitative. In difetto di tale condizione i medesimi luoghi si considerano utenze non domestiche". In parole povere, sulle pertinenze si applica la Tari come se fossero case, se chi le usa non risiede nel Comune. 
Se è residente, si considerano locali accessori all'appartamento stesso.
Il Movimento Difesa del Cittadino è subito sceso in campo per rivendicare gli esborsi non dovuti e ha lanciato la campagna "SOS Tari" per chiedere il rimborso ai comuni. Per aderire basta inviare una mail alle sedi locali del Movimento, che si occuperà di verificare i pagamenti e inviare la richiesta di rimborso al municipio. Se , invece, si vuole agire per proprio conto, si può impugnare l'avviso di accertamento del tributo, notificato loro dal Comune, presentando ricorso alla Commissione tributaria provinciale, in cui denunciano la cattiva applicazione della normativa. 
Il ricorso va presentato entro 60 giorni dalla notifica dell'avviso. 
Poiché non sempre è facile capire se la tassa è stata applicata in modo corretto, si può richiedere al Comune l'accesso agli atti amministrativi per consultare il proprio fascicolo e verificare i criteri adottati per il calcolo del tributo. Un'altra strada, sarebbe inoltre impugnare dinanzi al Tar l'intero regolamento comunale relativo alla Tari.
Fonte: qui

martedì 7 novembre 2017

Grandi città a rischio default: flop riscossione su multe e tasse

A Napoli la Corte dei conti ha appena calcolato che nel 2016 il Comune è riuscito a recuperare solo l’1,75% delle entrate scritte nei bilanci degli anni precedenti ma non incassate. Con questa «strutturale incapacità di riscossione», dicono i magistrati, non si va lontano: e senza un cambio di rotta immediato, da dettagliare entro metà dicembre, sarà dissesto.
A Roma l’anno scorso è entrato davvero in cassa solo un quarto delle multe imposte dal Comune per combattere la fretta degli automobilisti o le manie espansive dei tavolini di bar e ristoranti; per strada si è persa poi la metà di canoni e tariffe, dalle rette degli asili nido al trasporto scolastico. Con numeri di questo tipo, e con il maxi-credito vantato nei confronti di Atac ora al bivio fra la proposta di concordato all’esame del Tribunale e il fallimento, i conti rischiano sul serio.
E da Messina, eternamente alle prese con il piano anti-dissesto sotto esame e da anni senza certificati consuntivi, a Palermo, dove gli allarmi della magistratura contabile sono stati molti, l’elenco delle città in bilico si allunga; in una regione che ha appena visto saltare i conti di due scrigni del barocco come Modica (55mila abitanti) e Monreale (39mila).Parallela la vicenda di Torino, dove cambia il nome dell’azienda di trasporti (Gtt) ma non la possibilità che un suo default trascini nel baratro il Comune per l’effetto a catena dei crediti che cadono: il tutto mentre la magistratura ha contestato a sindaca e assessore al bilancio un falso ideologico, versione pubblica del falso in bilancio, sui 5 milioni di euro non restituiti a Ream, la società che ha acquisito la prelazione su un’area poi andata ad altri dove dovrebbe sorgere il nuovo centro congressi della città.

Dopo un lungo silenzio, i “fallimenti” comunali hanno ripreso a manifestarsi; ma ora la loro ombra non si aggira più solo negli enti medio-piccoli, e bussa alle porte di grandi città, dai piedi delle Alpi allo Stretto. Con conseguenze politiche pesanti, come mostra il lavorio intorno a manovra e decreto fiscale per salvare Torino (dirottando su Gtt 40 di milioni di fondi di coesione per non far fallire l’azienda ed evitare l’effetto domino su Palazzo di Città) e per non far capitolare Napoli in vista della bocciatura definitiva .
A spiegare il problema non sono tagli aggressivi o i vincoli del Patto di stabilità, entrambi usciti dalla scena della finanza locale
Nel complesso, anzi, il comparto dei Comuni mostra segni di buona salute, come indicano la discesa del debito registrata da Bankitalia e la ripresa degli investimenti certificata venerdì dall’Istat. Ogni città ha una storia a sé, ma dove i conti ballano c’è una malattia comune: gli inciampi della riscossione, che non riesce a portare nelle casse i soldi su cui si basa la capacità di spesa degli enti.
I grafici in queste pagine mostrano la capacità di ogni capoluogo di incassare nell’anno le entrate «accertate» a consuntivo, e quindi dovute (non si tratta di previsioni). Una quota di ritardo è fisiologica, per esempio per le multe che arrivano a dicembre e sono pagate l’anno dopo, ma i numeri qui accanto sono spesso da patologia. Proprio le multe sono la voce più critica: nel 2016 le città hanno scritto verbali per 1,7 miliardi, e ricevuto pagamenti per 599 milioni (il 35,1%).
Anche tariffe e canoni faticano a presentarsi puntuali (manca un euro su tre); un po’ più stabile è il quadro dei tributi, almeno dove le riscossioni di competenza superano l’80%, perché una quota dei ritardi è dovuta al calendario dei pagamenti dell’addizionale o della Tari. In media un euro su quattro non arriva entro fine anno, ma in casi come Napoli o Reggio Calabria l’indice scende di molto (a Vicenza invece il dato dipende solo dalla Tari riscossa tutta in conto residui).
IL QUADRO COMPLESSIVO 
Accertamenti e riscossioni effettive nell'anno di competenza nel totale dei capoluoghi di Provincia. Valori in miliardi. (Fonte: elaborazione del Sole 24 Ore sugli ultimi certificati di bilanco consuntivo dei Comuni)
Quello che non entra in cassa si trasforma in un arretrato (i «residui attivi»), nella speranza di essere recuperato negli anni successivi. Ma qui si nasconde il virus dei conti, come mostra la riforma dei bilanci. Le nuove regole hanno imposto ai sindaci di cancellare le vecchie entrate ormai impossibili da incassare: una pulizia straordinaria che ha fatto uscire dai bilanci la bellezza di 29,3 miliardi di arretrati (lo calcola la Ragioneria generale, che misura in 30,9 miliardi i «residui» ancora nei conti), aprendo un extra-deficit che una norma ponte permette di ripianare in 30 anni.

Nella manovra si riaccende intanto la battaglia sull’altra regola chiave della riforma, che impone di congelare in un fondo di garanzia una somma proporzionale alle mancate riscossioni. Già oggi il fondo blocca oltre tre miliardi, e la legge prevede di farlo crescere ancora: salita contro cui gli amministratori puntano i piedi, perché ogni euro congelato è un euro di spesa in meno.
Fonte: qui

giovedì 9 febbraio 2017

IL 20% DEI COMUNI NON HA ANCORA UN PIANO DI EMERGENZA PER TERREMONI E ALLUVIONI

IN CASO DI CALAMITA’ NON CI SONO PROCEDURE DEFINITE NÉ PER LA MESSA IN SICUREZZA DEI CITTADINI NÉ PER PERMETTERE ALLA PROTEZIONE CIVILE DI INTERVENIRE - LA CAMPANIA, AD ALTO RISCHIO SISMICO E VULCANICO, E’ MESSA MALISSIMO


Anticipazione stampa di “OGGI” in edicola domani

Nonostante tutte le parole spese ogni volta che c'è un terremoto o un'alluvione, ben 1.577 Comuni su 7.954 (il 20%) non hanno ancora trasmesso alla Protezione civile un piano di emergenza comunale. In caso di calamità non avranno procedure definite né per mettere in salvo i propri abitanti, né per permettere alla Protezione civile e a chi deve intervenire di conoscere esattamente la situazione del luogo.

Lo rivela il settimanale OGGI in un articolo in edicola domani. Dalla mappa spicca la completa assenza di piani trasmessi alla Protezione civile da parte della provincia di Bolzano (sembrerebbe più una questione di rivendicazione dell’autonomia che una totale assenza di strategie salvavita). Spicca il fatto che le regioni ad alto rischio calamità sono quelle con meno piani di emergenza.
TERREMOTOTERREMOTO

La Campania, che ha il maggior numero dei Comuni d’Italia a rischio sismico e due zone ad alto rischio vulcanico, è il fanalino di coda: solo il 39% ha un piano. È inoltre  un dato basato sulla fiducia, visto che la regione è l’unica che si è limitata a trasmettere solo il numero, non i singoli piani.

La Sicilia è penultima, con il 49% dei Comuni dotati di piano d’emergenza. In Calabria, dove tutto il territorio ha il rischio sismico più alto (1 e 2), solo il 54% delle amministrazioni possiede un piano. Tra le sorprese negative emergono anche il Lazio, con il 66%, e la Lombardia, la meno adeguata dell’Italia settentrionale, ferma al 78%.

Fonte: qui
TERREMOTO CENTRO ITALIATERREMOTO CENTRO ITALIA

giovedì 3 novembre 2016

TERREMOTO INFINITO - I COMUNI COLPITI DAL SISMA SALGONO A 200: IL TRIPLO DI AGOSTO

A CINGOLI (MACERATA) CHIUSO IL VIADOTTO CHE SOVRASTA LA DIGA: “SE CROLLA SARA’ PEGGIO DEL VAJONT”

RENZI A PRECI: “LA SISTEMAZIONE DI CHI HA PERSO CASA E LA RICOSTRUZIONE NON SARANNO BREVI”

Corrado Zunino per la Repubblica

Arriva con il Suv scuro nel giardino della Madonna della Peschiera, il Pallonaro Matteo Renzi. È atterrato con la moglie, in elicottero, al campo di calcio di Preci, erba naturale, e ora stringe mani, dice ai 120 sfollati che resistono nei campeggi e nei centri Caritas «ci siamo e ci saremo », quindi si siede per la messa all’aperto (la chiesa della Madonna della Peschiera, naturalmente, è lesionata).

Dirà il premier: «Giovedì o venerdì licenzieremo il decreto bis sul terremoto, faremo regole per accelerare le procedure, ma la sistemazione di chi ha perso casa e la ricostruzione non saranno cose brevi».

Il problema è che la scossa delle 8.56 di ieri mattina (magnitudo 4.8, la più forte da quella del 6.5 del 30 ottobre) ha ricordato che il sisma è in continua aggressione e ogni sussulto corrode le strutture edilizie. Questo martellamento costante ha prodotto un allargamento del cratere del terremoto straordinario. 

Il decreto legge 189 portato in Consiglio dei ministri il 17 ottobre contava 62 comuni “colpiti dal sisma” in quattro regioni e otto province. Oggi i comuni che hanno segnalato alle loro regioni di aver subito crolli e danni sono 197, oltre il triplo. Le province sono diventate quattordici e sono destinate ad aumentare.

Le Marche sono state le più colpite, soprattutto dalle due scosse di mercoledì scorso con epicentro Castelsantangelo sul Nera e Ussita. I comuni toccati, le cui civili abitazioni saranno ricostruite dallo Stato, erano 30 al momento del decreto, ora sono 108. «Attendiamo nuove segnalazioni da nuovi paesi», spiegano gli uomini del governatore Luca Ceriscioli.

RENZI A PRECIRENZI A PRECI
Solo in provincia di Macerata, ora, sono interessati 50 comuni sui 57 totali. Si sono aggiunti alla lista città universitarie come Camerino, centri da ventimila abitanti come Tolentino, poi San Severino Marche e Porto Recanati che, anche se è sul mare e lontano dall’epicentro, ha registrato una profonda frattura lungo l’Ermo colle leopardiano che ispirò “L’infinito” e crolli nella biblioteca gestita dagli eredi.

A Cingoli, Alto Maceratese, si è creata una situazione preoccupante. Uno dei tre viadotti che sovrasta la diga, il più grande, è stato chiuso dal sindaco. La lesione al pilastro 10, registrata dal 2011, dopo Amatrice è aumentata di un metro e ora è ulteriormente peggiorata. Quattro nuove crepe sono state avvistate nel pilone 11, altre quattro al numero 13. «Ho chiuso il traffico, ma se il viadotto crolla sul lago altroché Vajont», dice Filippo Saltamartini.

castelluccio di norciaCASTELLUCCIO DI NORCIA
A Fermo i comuni del cratere, dopo il terremoto di Amatrice, erano solo due, adesso i candidati sono ventisei.

Ad Ascoli erano tredici e ora ventiquattro: nella lista entreranno il capoluogo, Folignano e Appignano del Tronto. Il nuovo sisma ha portato crolli in una provincia prima risparmiata, Ancona: sono otto i comuni, Jesi, Senigallia, Fabriano e pure il capoluogo, che potranno rientrare di diritto nel nuovo cratere. In Abruzzo i comuni colpiti erano otto, sono diventati 45.

Oltre a L’Aquila città, le province di Pescara e Chieti: prima non erano state toccate. In Umbria erano 14 e sono 25. In provincia di Perugia gli effetti del sisma hanno toccato Spoleto e Foligno, dove non è raro in questi giorni vedere persone che dormono dentro auto con il motore acceso. Nove sindaci umbri, tra l’altro, hanno chiesto ufficialmente l’ingresso nella lista del “nuovo cratere”.

Nel Lazio erano dieci i comuni, tutti del Reatino, colpiti il 24 agosto, ora sono 13 compresa Rieti città. Poi ce ne sono tre nel Viterbese, tre nel Frusinate e Roma — che fin qui non ha avanzato alcuna pretesa — ha avuto 150 palazzi lesionati (ieri 28 famiglie sono state evacuate da un palazzo al quartiere Flaminio) e chiese come la basilica di San Paolo ferite.
CINGOLI VIADOTTOCINGOLI VIADOTTO

L’area interessata dal nuovo sisma, su un piano geologico, è stata misurata: 130 chilometri quadrati di terreno deformato. 

L’area dei comuni colpiti è molto più vasta e, se si considera che Amatrice ha 69 frazioni, Accumoli 17 e Norcia 30, si comprende come ai 197 comuni colpiti corrispondano migliaia di paesi.

Le scosse hanno dato il colpo di grazia alla chiesa di Ussita, «ormai un edificio pericolante che mi prenderò la responsabilità di far abbattere», ha detto il sindaco Marco Rinaldi. E hanno convinto il sindaco di Accumoli a ordinare l’evacuazione totale. A Castelsantangelo sono rimasti cinque allevatori, a Visso sono arrivati i container docce.

Gli sfollati conosciuti sono 22mila, 17mila nelle Marche, ma è la stessa Protezione civile a spiegare che non tutti comunicano la loro situazione ai comuni di appartenenza. Anche qui i conteggi cresceranno. Oggi nelle zone terremotate arriverà il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

Fonte: qui

mercoledì 2 novembre 2016

LA MAPPA SULLA PERICOLOSITÀ SISMICA DI TUTTI I COMUNI ITALIANI

LA SCALA NAZIONALE, SU CUI SI BASA LA COLORAZIONE DELLA MAPPA, VA DA 1 (MAGGIORE PERICOLO) A 4 (MINORE PERICOLO)


Raffaele Mastrolonardo per http://tg24.sky.it

La mappa mostra come è stato classificato dalla Protezione Civile il territorio del nostro Paese in base alla probabilità che in quell’area possa verificarsi un sisma di forte intensità. La scala nazionale, su cui si basa la colorazione della mappa, va da 1 (maggiore pericolo) a 4 (minore pericolo). L'obiettivo è ridurre gli effetti dei terremoti attraverso la prevenzione. Alcune regioni hanno aggiunto ulteriori sotto-classificazioni di cui si dà conto nelle finestre di pop-up che si aprono cliccando sul singolo comune. 


Fonte: qui



mercoledì 12 ottobre 2016

Il Grande Cetriolo Sommerso: i derivati IRS in pancia ai comuni


Le amministrazioni locali grazie a due interventi legislativi degli anni ’90, hanno iniziato a rivolgersi al mercato privato dei capitali per il reperimento delle risorse indispensabili per il finanziamento degli investimenti: la Legge 403/90 e la Legge 724/94 (Legge Finanziaria 1995) (http://www.entilocali.provincia.le.it/contabilita/doc/int_0008.doc)
Cessava il monopolio della Cassa Depositi e Prestiti quale unico istituto finanziatore istituzionale: agli enti locali veniva consentito di rivolgersi sul mercato dei prodotti finanziari degli istituti di credito, senza necessità di dover preventivamente accedere alle offerte dell’istituto pubblico.
Le banche hanno venduto agli enti pubblici italiani l’Interest Rate Swap (IRS), uno strumento che “avrebbe dovuto garantire” agli enti locali una copertura nell’eventualità di un aumento dei tassi d’interesse in correlazione ad operazioni di finanziamento a medio-lungo termine.
Questi derivati hanno funzionato poco o male, in molti casi hanno appesantito i bilanci degli enti territoriali.
I derivati IRS, nati come strumenti di copertura dal rischio di aumento dei tassi d’interesse, si sono trasformati in micidiali trappole per i bilanci di un gran numero di nostre imprese ed enti pubblici. Il meccanismo alla base dell’IRS prevede due parti, la banca ed il cliente, questi si obbligano tra loro ad effettuarsi dei versamenti periodici in relazione al futuro andamento dell’indice di un determinato tasso di interesse.

Spesso le banche hanno venduto dei prodotti IRS di scarsa utilità, in molte occasioni si sono rivelati essere molto dannosi. Sono stati artatamente congegnati dalle banche al fine di addossare sulle spalle delle imprese e delle pubbliche amministrazioni le conseguenze di un momento di tassi d’interesse bassi. La formula maggiormente utilizzata fu “la banca vince se i tassi calano”. Bene cosa è successo? I tassi sono calati e gli italiani hanno pagano e continuano a pagare centinaia di milioni di perdite su questi contratti.
In molti casi questi derivati sono stati imposti dal funzionario di banca come condizione per ottenere l’erogazione di un finanziamento, quindi numerose imprese ed enti, non solo non sono stati coperti dal rischio, ma si sono trovati a dover pagare alle banche i normali interessi sui finanziamenti e le gabelle derivate dallo swap. (l’hanno presa “in quel posto” due volte senza vaselina)
Allora prendiamo l’assessore al bilancio “bravo a falsificare i bilanci con accreditate capacità” o “bravo a obbedire a dovere”. Compito principale di qualsiasi assessore al bilancio è scrivere e riscrivere “la bestia” ovvero il bilancio del comune finché non emerge quello che la giunta “vuole che venga fuori” ma soprattutto “che NON venga fuori quello che NON vuole”. Un lavoro stressante perché:
  1. – le leggi che regolano la stesura dei bilanci pubblici sono criptiche, contorte e note solo a pochi iniziati
  2. – l’assessore già di suo spesso non ne capisce un emerito c***o
Nel caso di giunta di centro-destra l’assessore di fresca nomina si portava dentro all’amministrazione i suoi fornitori preferiti: le banche. La preferenza ricadeva su quelle con cui aveva contratto pesanti debiti non pagati o quelle con cui aveva intenzione di contrarre debiti. La giunta di centro-sinistra invece utilizzava le banche indicate dal partito.
Molti comuni italiani hanno in pancia moltissimi di questi investimenti. Questi contratti finanziari, stipulati dalle massime ed esperte autorità italiane, fanno guadagnare i banchieri statunitensi e tedeschi a nostro discapito.
Circa 900 enti locali italiani e molte imprese pubbliche italiane hanno acquistato derivati sul tasso con questa mirabolante clausola e pagano queste perdite dagli anni ’90.
Parliamo di interessi che mediamente si aggirano attorno al 7% – 8% sul prestito sottostante, ma le amministrazioni che hanno voluto estinguere in anticipo per fuggire dal mercato dei contratti derivati, hanno dovuto pagare penali per decine di miliardi di euro.
Molti dei derivati sul tasso li hanno piazzati in Italia: Deutsche Bank, Morgan Stanley, Merryl Linch e Barclays.
– La Provincia di Brescia si è trovata un con un nuovo rosso da -5,39 milioni, a fine 2015 la perdita totale ha toccato quota 25,43 milioni, tutto merito dei derivati: 104,8 milioni con Dexia, 55,8 con Deutsche, scadenza nel 2036! La provincia vorrebbe chiuderli portando gli istituti in Tribunale, cercando di raggiungere un accordo extra giudiziale.
– Il comune di Prato si è liberato dei contratti con Dexia perché non rispettavano il diritto di recesso, per gli altri enti pubblici sono state batoste.
– A ottobre 2014 la Provincia di Pisa ha perso la battaglia in Cassazione ed è stata obbligata a onorare il contratto versando 400mila euro di spese legali all’istituto emittente.
– La Provincia di Crotone a maggio 2014 ha sborsato 340mila sterline di spese legali.
– Milano dopo il processo tra il Comune e quattro banche (Jp Morgan, Ups, Depfa e Deutsche), l’ente pubblico ha raggiunto un accordo con gli istituti chiudendo i contratti anticipatamente.
– Nel 2002 il Comune di Roma ha chiuso dei contratti derivati favorevoli dove stava guadagnando (avrebbe continuato a guadagnare perché questo era un derivato con clausola “banca perde se tasso cala”). Nel 2003 stipula nove derivati con la clausola “banca vince se tasso cala”. Ovviamente la perdita subita dal Comune di Roma tra il 2003 e il 2007 è stata pesante, ma la devastazione finale è arrivata quando ha pagato per uscire dai contratti derivati.
– Ad aprile 2015 Bloomberg ha calcolato che nel periodo 2011 – 2014, la Francia ha guadato oltre 2,7 miliardi, Grecia e Belgio hanno ottenuto benefici per circa 1 miliardo, l’Italia ha avuto un risultato negativo per 16,95 miliardi, la Germania ha registrato perdite per 950 milioni.
Tutta la storia, punto per punto, la spiega molto bene l’avvocato Marco della Luna nell’articolohttp://marcodellaluna.info/sito/2016/09/11/riforme-proibite-i-veti-di-washington-e-berlino/
Le casse comunali si sono negli anni svuotate, in Italia sono molti i comuni e gli enti pubblici che non hanno i mezzi per estinguere questi contratti. E chi paga sarà il popolo italiano per molto tempo.
La cosa sconcertante è che un ente pubblico “magheggi” nel gioco d’azzardo della finanza con i soldi dei contribuenti, investendo in strumenti speculativi.
Si è dovuto attendere la legge Finanziaria per il 2009 (Legge 22 dicembre 2008, n. 203, art. 3) perché finalmente fosse introdotto per gli enti locali un primo divieto transitorio di stipulare contratti derivati: tale restrizione è poi divenuta definitiva soltanto con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità per l’anno 2014 (Art. 1, comma 572, legge n. 147 del 24 dicembre 2013).
Le Procure che stanno indagando sui derivati sono sempre più scomode e non hanno nessun tipo di appoggio. Con l’apertura dei contenziosi giudiziari tra banche ed enti locali, è emerso che molti derivati presentavano spesso uno squilibrio strutturale: sin dall’inizio erano sfavorevoli per la Pubblica Amministrazione e le commissioni erano state nascoste ad arte.
derivati sono una meravigliosa arma di distruzione economica di massa a causa della loro enorme diffusione, tuttavia rimangono un argomento tabù sui media italiani.
Fonte: qui