9 dicembre forconi: enti locali
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domenica 5 maggio 2019

Cambia tutto sull'Imu. Deducibile fino al 70%


Cambiano le regole dell'Imu. Dal 2022 l'imposta municipale unica sarà deducibile al 70 per cento. Il cambio di rotta è frutto del decreto legge 30/04/2019 che di fatto stabilisce una sorta di road map per la deducibilità dell'imposta. Come ricorda Italia Oggi di fatto già nel 2019 la quota deducibile viene estesa al 50 per cento, mentre nel biennio 2020/2021 tocca quota 60 per cento. Il provvedimento è stato varato con il decreto crescita. E così il decreto va già a modificare la quota al 40 per cento che era stata recentemente inserita con la legge di bilancio. Infatti per l'anno in corso l'asticella è stata alzata al 50 per cento.
Come sottolinea Italia Oggi in caso di ritardi nel pagamento dell'imposta del 2018, la deduzione che va applicata è quella relativa al periodo precedente. Su questo punto è intervenuta anche l'Agenzia delle Entrate che di fatto ha spiegato che nel caso delle deduzioni va tenuto conto del principio di competenza temporale. Infatti le Entrate sottolineano che la il tributo ha una quota deducibile a una condizione chiara: che lo stesso tributo si stato versato nei tempi previsti. 
VIDEO: Aumentano le tasse locali: Imu, Irpef e Tari tornano a salire dopo tre anni
Lettore video di: Mediaset (Informativa sulla privacy)

Questo allargamento della percentuale deducibile trova già un precedente nella legge di bilancio del 2018: in quel caso la quota era stata alzata dal 20 al 40 per cento. Adesso i contribuenti nell'arco di tre anni potranno portare in detrazione (ricordiamo a partire dal 2022) il 70 per cento dell'imposta. Fonte: qui

venerdì 2 novembre 2018

COME SI POSSONO AUMENTARE LE TASSE SENZA VARARE UNA LEGGE, MA SOLO SCARICANDO LA RESPONSABILITÀ VERSO GLI ALTRI? FACILE, BASTA AUMENTARE LE IMPOSTE LOCALI

IL VICE MINISTRO CASTELLI HA DETTO ESPLICITAMENTE CHE NELLA MANOVRA NON SARANNO CONFERMATE LE NORME CHE BLOCCANO GLI INCREMENTI DELIBERATI DELLE ALIQUOTE IMU E TASI: LA “PATRIMONIALINA” RIGUARDEREBBE 5 COMUNI SU 6


CONTE DI MAIO SALVINI
CONTE DI MAIO SALVINI
Antonio Signorini per “il Giornale”
Un delitto perfetto: aumentare le tasse senza varare una legge, scaricando la responsabilità su altri. In alcuni casi non riesce. Gli aumenti dell' Iva che i vari governi stanno rimandando di anno in anno sono sotto costantemente sotto i riflettori dei media e lasciano poca scelta alla politica. Non si può dire la stessa cosa degli incrementi di imposte e addizionali locali, anche quelli bloccati da micro norme che da un paio di anni sono state confermate.
Ma che nella prossima legge di Bilancio - che resta ancora un mistero - non entreranno.
A dirlo esplicitamente è stata giorni fa il vice ministro dell' Economia Laura Castelli durante l' assemblea dell' Anci.
LAURA CASTELLILAURA CASTELLI
L' associazione dei comuni fa da tempo il tifo affinché si dia completa libertà ai sindaci. Castelli ha fatto capire che le misure introdotte per la prima volta nella legge di Bilancio del 2016, valide fino alla fine del 2018, non saranno confermate. Ai comuni viene quindi data la possibilità di deliberare aumenti sulle aliquote Imu e Tasi e anche le addizionali Irpef.
Ieri il quotidiano economico il Sole24ore ha fatto il calcolo di quanti comuni potrebbero essere coinvolti: 6.780, cinque su sei. Tante sono le amministrazioni che non avevano ancora applicato l' aliquota Imu sulle seconde case al 10,6 per mille, l' aliquota massima.
Capitolo a parte quello delle addizionali regionali. Gli aumenti potenziali (tutto dipenderà dalla scelta dei presidenti delle Regioni) sono elevati.
Si va dal 30% della Sicilia al 708% della provincia autonoma di Bolzano, passando per il 131% della Lombardia e al 47% del Lazio. Gli aumenti potenziali delle addizionali comunali alle imposte sul reddito, aggregati per regione, danno risultati simili. Con qualche eccezione come il Lazio dove non sono possibili aumenti visto che le addizionali comunali sono già al massimo. Per la Lombardia gli aumenti dei comuni si fermano al 30%.
tasseTASSE
Ad essere penalizzati sono i residenti nei comuni più virtuosi. Quelli che non avevano aumentato le tasse locali in passato e si sono ritrovati loro malgrado bloccati dal congelamento, prorogato per l' ultima volta dal governo Renzi. Una discriminazione ingiusta, ma anche la soluzione (aumenti liberi per tutti) rischia di diventare un problema per il governo.
Non rischiano niente, ad esempio, i cittadini di Roma che pagano già il massimo. Lo 0,8 per cento, che arriva a 0,9% per ripianare il debito accumulato dall' amministrazione capitolina. Gli aumenti potrebbero arrivare senza che il governo abbia dichiarato l' intenzione di spostare il peso della pressione fiscale sui tributi locali.
CONTE SALVINI DI MAIOCONTE SALVINI DI MAIO
«Sarebbe veramente grave», ha commentato il presidente di Confedilizia Giorgio Spaziani Testa, «se fosse consentito a comuni e province, che esistono ancora, di aumentare di nuovo la tassazione locale che, come noto, è in gran parte fondata sugli immobili. Un settore che avrebbe bisogno di riduzioni della pressione fiscale, non di aumenti».
Giorgio Spaziani Testa ADSGIORGIO SPAZIANI 
Il riferimento di Spaziani è ai dati sulle compravendite di immobili che sono in aumento ovunque nell' Unione europea, ma non in Italia, grazie alla patrimoniale ricorrente introdotta dal governo guidato da Mario Monti. Le voci di patrimoniale sono sempre più insistenti. Dibattito «surreale» per Spaziani Testa perché ignora «una patrimoniale da 21 miliardi di euro l' anno sugli unici beni che non possono sfuggire, che restano gli immobili».
La decisione di lasciare scattar le tasse locali deresponsabilizza il governo, lasciando l' onere degli aumenti ad amministratori locali. Ma non è diversa da un aumento delle tasse che cade nel momento peggiore per il Paese.
Fonte: qui

mercoledì 15 novembre 2017

Nell’era della grande crisi boom di tasse locali e prelievo sugli immobili

Qualsiasi imprenditore, lavoratore e professionista italiano potrebbe dirvi che le imposte sono alte. 
E i dati dell’Istat e della nota di aggiornamento al Def certificano che nel 2017 la pressione fiscale sul Pil rimarrà più elevata rispetto ai livelli pre-crisi: 42,6% (al lordo del bonus 80 euro, altrimenti sarebbe 42%) contro il 41,3% del 2008. Ma nell’arco di dieci anni ci sono tributi che hanno visto crescere – e di molto – il proprio peso, e altri che invece sono diventati più leggeri.
Molti dei rincari maggiori riguardano i tributi locali, a partire da Imu e Tasi, ma anche le addizionali comunale e regionale all’Irpef. In calo, invece, il gettito di Ires e Irap su società, imprese e autonomi. Mentre i due tributi più importanti per le casse pubbliche – l’Irpef e l’Iva – non sembrano aver subito variazioni sostanziali rispetto al 2008, anche se gli incassi derivanti dall’imposta sul valore aggiunto hanno visto nel corso degli anni una riduzione più marcata e poi una ripresa, legata tra l’altro al rincaro di due punti percentuali dell’aliquota ordinaria (dal 20 al 22%) e al meccansimo dello split payment (si veda anche l’articolo sotto).
D’altra parte, proprio per scongiurare l’aumento dell’Iva (e delle accise) dal prossimo 1° gennaio, se ne va il grosso delle risorse stanziate con la manovra di Bilancio 2018: circa 15,7 miliardi tra collegato fiscale e disegno di legge, cui se ne aggiungono altri 6,4 per il 2019. Il tutto mentre si apre già la lunga volata della campagna elettorale, con candidati e partiti intenti a rilanciare l’eterna promessa di taglio delle tasse in cima alle proprie agende. Senza dimenticare gli allerta in arrivo dalla Commissione europea, che sul finire della scorsa settimana è tornata a far filtrare qualche perplessità sulla tenuta dei conti pubblici.
Ecco perché guardare come si è mosso il gettito dei principali tributi nel periodo più buio della crisi economica può aiutare a capire quale potrebbe essere il trend dei prossimi anni.
La corsa (e lo stop) dell’Imu 
Paradossalmente, il maggior incremento di gettito è una buona notizia per i contribuenti, perché riguarda la cedolare secca, regime opzionale che riduce l’incidenza dell’Irpef sui redditi delle locazioni abitative e – secondo gli stessi documenti governativi – contribuisce ad arginare il fenomeno degli affitti in nero. Secondo la proiezione a fine 2017 basata sul preconsuntivo dei primi nove mesi dell’anno, la tassa piatta sfiorerà i 2,5 miliardi (+248% rispetto al 2011, in cui peraltro il debutto avvenne in corsa e tra mille incertezze).
Fatta questa eccezione, agli altri aumenti di gettito corrisponde un incremento del tax rate vero e proprio. Rispetto al 2008, l’aumento maggiore è ancora quello di Imu e Tasi, che pure vivono una stagione di “tregua” dopo il blocco dei rincari dettato dalla legge di Stabilità 2016 (e riconfermato per l’anno prossimo): compreso il saldo del 16 dicembre, quest’anno i due tributi immobiliari porteranno nelle casse dei Comuni e dell’Erario un gettito quasi doppio rispetto all’Ici del 2008: circa 20,8 miliardi contro 10,9 (dato, quest’ultimo, attualizzato per rendere possibile il confronto a parità di potere d’acquisto).
Anche le addizionali comunale e regionale all’Irpef vedono un andamento analogo e si sono stabilizzate nel 2016 dopo essere state usate per “scaricare” sulla tassazione locale almeno una parte della stretta tributaria seguita all’emergenza-spread di fine 2011.

I primi sgravi su utili e lavoro 
Guardando anche i tributi erariali, nell’attuale “mix delle tasse” si intravedono, di fatto, due componenti. Da un lato, negli anni peggiori della crisi si è cercato di recuperare gettito dove era possibile senza colpire ulteriormente i redditi di lavoro e di pensione su cui gravano già le ritenute Irpef (dagli immobili, ma anche dalla benzina, dai giochi e dai bolli), e gran parte di questi rincari pesano ancora oggi sulle tasche dei contribuenti. Dall’altro, dal 2014 si è iniziato ad alleggerire la pressione fiscale in alcuni settori, nel tentativo di far ripartire i consumi o, a seconda dei casi, la produttività. Categoria in cui ricadono il bonus degli 80 euro o il al taglio dell’Irap sulla componente lavoro o ancora, dall’anno d’imposta 2017, alla riduzione dell’Ires al 24 per cento.
Fonte: qui

mercoledì 12 ottobre 2016

Il Grande Cetriolo Sommerso: i derivati IRS in pancia ai comuni


Le amministrazioni locali grazie a due interventi legislativi degli anni ’90, hanno iniziato a rivolgersi al mercato privato dei capitali per il reperimento delle risorse indispensabili per il finanziamento degli investimenti: la Legge 403/90 e la Legge 724/94 (Legge Finanziaria 1995) (http://www.entilocali.provincia.le.it/contabilita/doc/int_0008.doc)
Cessava il monopolio della Cassa Depositi e Prestiti quale unico istituto finanziatore istituzionale: agli enti locali veniva consentito di rivolgersi sul mercato dei prodotti finanziari degli istituti di credito, senza necessità di dover preventivamente accedere alle offerte dell’istituto pubblico.
Le banche hanno venduto agli enti pubblici italiani l’Interest Rate Swap (IRS), uno strumento che “avrebbe dovuto garantire” agli enti locali una copertura nell’eventualità di un aumento dei tassi d’interesse in correlazione ad operazioni di finanziamento a medio-lungo termine.
Questi derivati hanno funzionato poco o male, in molti casi hanno appesantito i bilanci degli enti territoriali.
I derivati IRS, nati come strumenti di copertura dal rischio di aumento dei tassi d’interesse, si sono trasformati in micidiali trappole per i bilanci di un gran numero di nostre imprese ed enti pubblici. Il meccanismo alla base dell’IRS prevede due parti, la banca ed il cliente, questi si obbligano tra loro ad effettuarsi dei versamenti periodici in relazione al futuro andamento dell’indice di un determinato tasso di interesse.

Spesso le banche hanno venduto dei prodotti IRS di scarsa utilità, in molte occasioni si sono rivelati essere molto dannosi. Sono stati artatamente congegnati dalle banche al fine di addossare sulle spalle delle imprese e delle pubbliche amministrazioni le conseguenze di un momento di tassi d’interesse bassi. La formula maggiormente utilizzata fu “la banca vince se i tassi calano”. Bene cosa è successo? I tassi sono calati e gli italiani hanno pagano e continuano a pagare centinaia di milioni di perdite su questi contratti.
In molti casi questi derivati sono stati imposti dal funzionario di banca come condizione per ottenere l’erogazione di un finanziamento, quindi numerose imprese ed enti, non solo non sono stati coperti dal rischio, ma si sono trovati a dover pagare alle banche i normali interessi sui finanziamenti e le gabelle derivate dallo swap. (l’hanno presa “in quel posto” due volte senza vaselina)
Allora prendiamo l’assessore al bilancio “bravo a falsificare i bilanci con accreditate capacità” o “bravo a obbedire a dovere”. Compito principale di qualsiasi assessore al bilancio è scrivere e riscrivere “la bestia” ovvero il bilancio del comune finché non emerge quello che la giunta “vuole che venga fuori” ma soprattutto “che NON venga fuori quello che NON vuole”. Un lavoro stressante perché:
  1. – le leggi che regolano la stesura dei bilanci pubblici sono criptiche, contorte e note solo a pochi iniziati
  2. – l’assessore già di suo spesso non ne capisce un emerito c***o
Nel caso di giunta di centro-destra l’assessore di fresca nomina si portava dentro all’amministrazione i suoi fornitori preferiti: le banche. La preferenza ricadeva su quelle con cui aveva contratto pesanti debiti non pagati o quelle con cui aveva intenzione di contrarre debiti. La giunta di centro-sinistra invece utilizzava le banche indicate dal partito.
Molti comuni italiani hanno in pancia moltissimi di questi investimenti. Questi contratti finanziari, stipulati dalle massime ed esperte autorità italiane, fanno guadagnare i banchieri statunitensi e tedeschi a nostro discapito.
Circa 900 enti locali italiani e molte imprese pubbliche italiane hanno acquistato derivati sul tasso con questa mirabolante clausola e pagano queste perdite dagli anni ’90.
Parliamo di interessi che mediamente si aggirano attorno al 7% – 8% sul prestito sottostante, ma le amministrazioni che hanno voluto estinguere in anticipo per fuggire dal mercato dei contratti derivati, hanno dovuto pagare penali per decine di miliardi di euro.
Molti dei derivati sul tasso li hanno piazzati in Italia: Deutsche Bank, Morgan Stanley, Merryl Linch e Barclays.
– La Provincia di Brescia si è trovata un con un nuovo rosso da -5,39 milioni, a fine 2015 la perdita totale ha toccato quota 25,43 milioni, tutto merito dei derivati: 104,8 milioni con Dexia, 55,8 con Deutsche, scadenza nel 2036! La provincia vorrebbe chiuderli portando gli istituti in Tribunale, cercando di raggiungere un accordo extra giudiziale.
– Il comune di Prato si è liberato dei contratti con Dexia perché non rispettavano il diritto di recesso, per gli altri enti pubblici sono state batoste.
– A ottobre 2014 la Provincia di Pisa ha perso la battaglia in Cassazione ed è stata obbligata a onorare il contratto versando 400mila euro di spese legali all’istituto emittente.
– La Provincia di Crotone a maggio 2014 ha sborsato 340mila sterline di spese legali.
– Milano dopo il processo tra il Comune e quattro banche (Jp Morgan, Ups, Depfa e Deutsche), l’ente pubblico ha raggiunto un accordo con gli istituti chiudendo i contratti anticipatamente.
– Nel 2002 il Comune di Roma ha chiuso dei contratti derivati favorevoli dove stava guadagnando (avrebbe continuato a guadagnare perché questo era un derivato con clausola “banca perde se tasso cala”). Nel 2003 stipula nove derivati con la clausola “banca vince se tasso cala”. Ovviamente la perdita subita dal Comune di Roma tra il 2003 e il 2007 è stata pesante, ma la devastazione finale è arrivata quando ha pagato per uscire dai contratti derivati.
– Ad aprile 2015 Bloomberg ha calcolato che nel periodo 2011 – 2014, la Francia ha guadato oltre 2,7 miliardi, Grecia e Belgio hanno ottenuto benefici per circa 1 miliardo, l’Italia ha avuto un risultato negativo per 16,95 miliardi, la Germania ha registrato perdite per 950 milioni.
Tutta la storia, punto per punto, la spiega molto bene l’avvocato Marco della Luna nell’articolohttp://marcodellaluna.info/sito/2016/09/11/riforme-proibite-i-veti-di-washington-e-berlino/
Le casse comunali si sono negli anni svuotate, in Italia sono molti i comuni e gli enti pubblici che non hanno i mezzi per estinguere questi contratti. E chi paga sarà il popolo italiano per molto tempo.
La cosa sconcertante è che un ente pubblico “magheggi” nel gioco d’azzardo della finanza con i soldi dei contribuenti, investendo in strumenti speculativi.
Si è dovuto attendere la legge Finanziaria per il 2009 (Legge 22 dicembre 2008, n. 203, art. 3) perché finalmente fosse introdotto per gli enti locali un primo divieto transitorio di stipulare contratti derivati: tale restrizione è poi divenuta definitiva soltanto con l’approvazione dell’ultima legge di stabilità per l’anno 2014 (Art. 1, comma 572, legge n. 147 del 24 dicembre 2013).
Le Procure che stanno indagando sui derivati sono sempre più scomode e non hanno nessun tipo di appoggio. Con l’apertura dei contenziosi giudiziari tra banche ed enti locali, è emerso che molti derivati presentavano spesso uno squilibrio strutturale: sin dall’inizio erano sfavorevoli per la Pubblica Amministrazione e le commissioni erano state nascoste ad arte.
derivati sono una meravigliosa arma di distruzione economica di massa a causa della loro enorme diffusione, tuttavia rimangono un argomento tabù sui media italiani.
Fonte: qui