9 dicembre forconi: Istat
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lunedì 2 settembre 2019

IL TASSO DI DISOCCUPAZIONE È SALITO AL 9,9% A LUGLIO: LE PERSONE IN CERCA DI OCCUPAZIONE SONO AUMENTATE DI 28MILA UNITÀ

I DISOCCUPATI IN ITALIA SONO PIÙ DI DUE MILIONI E MEZZO 

TRA I GIOVANI IL 28,9% È SENZA LAVORO

LUIGI DI MAIO BIBITAROLUIGI DI MAIO BIBITARO
Risale il tasso di disoccupazione in Italia: a luglio si porta al 9,9%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a giugno. Secondo i dati Istat, le persone in cerca di lavoro aumentano di 28 mila unità su base mensile (+1,1%). I disoccupati in Italia si attestano così a 2 milioni e 566 mila. Tuttavia a confronto con luglio 2018 continua a registrarsi una diminuzione (-121 mila disoccupati).
disoccupazioneDISOCCUPAZIONE
In crescita, lo scorso mese, anche la disoccupazione giovanile (15-24anni) con il tasso che si porta al 28,9% (+0,8 punti su giugno). Su base annua invece il valore continua a scendere (-2,7 punti). Fonte: qui
disoccupazione caloDISOCCUPAZIONE CALODi Maio bibitaroDI MAIO BIBITAROdisoccupazioneDISOCCUPAZIONE

giovedì 4 luglio 2019

ITALIANI IN VIA DI ESTINZIONE, L’ISTAT REGISTRA IL CROLLO DEMOGRAFICO

LE NASCITE CALANO DEL 4%, LA POPOLAZIONE ITALIANA SCENDE A 55MILIONI: IN UN ANNO REGISTRATI 255MILA CITTADINI IN MENO. DAL 2014 É COME SE FOSSE SCOMPARSA UNA CITTA’ GRANDE COME PALERMO 


CULLE VUOTE2CULLE VUOTE
Un declino demografico costante rallentato solo dalla crescita dei cittadini stranieri. Lo dice l’Istat che registra la diminuzione della popolazione residente dal 2015, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila).
CULLE VUOTECULLE VUOTE

Immigrati in Italia
L’Istituto di Statistica fa notare che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità. Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti.
culle nascite italianiCULLE NASCITE ITALIANI

Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente. Il Report dell’Istat sul bilancio demografico diffuso oggi certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese è in lieve flessione (-0,8%) mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%).

Calano i residenti
salviniSALVINI

Per quanto riguarda invece la popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2018, il calo è di 124 mila unità rispetto all’anno precedente. Si tratta del quarto anno consecutivo di diminuzione: dal 2015 sono oltre 400 mila i residenti in meno, un ammontare superiore agli abitanti del settimo comune più popoloso d’Italia. Nello stesso anno si registrano un livello minimo di nascite. La diminuzione delle nascite nel 2018 è di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 pari al -4% certifica l’Istat. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 439.747 bambini, un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia.

Meno bambini, ma anche meno decessi
E se calano i bambini, diminuiscono anche i decessi, che si assestano sulle 633 mila unità in linea con il trend di aumento registrato a partire dal 2012, ma in calo rispetto al 2017 (-15 mila). La diminuzione del numero di decessi si registra un po’ in tutta la Penisola, con un decremento più consistente nel Centro (-4,3%) e nel Sud (-4,4%). Solo nel Nord-ovest si registra un lieve aumento di decessi (+0,4%). Il tasso di mortalità è pari a 10,5 per mille, varia da un minimo di 8,3 per mille nella provincia autonoma di Bolzano a un massimo di 14,3 in Liguria ed è legato alla struttura per età della popolazione.
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L’allarme del Forum delle famiglie
«Se tre indizi fanno una prova, come insegnano i `padri´ dell’investigazione, allora quello che stiamo vivendo è il decennio del `delitto perfetto´: quello ai danni degli abitanti del nostro Paese, che vanno via all’estero in cerca di sistemi di sostegno familiare e di Welfare migliori o, quando muoiono, non possono neanche sperare in un ricambio generazionale quantomeno pari a ciò che lasciano su questa Terra». Così il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo, in merito ai dati Istat sul declino demografico del Paese. «Che cosa serve ancora - prosegue - per capire che senza politiche familiari serie, strutturate e di sostegno alla natalità l’Italia è destinata a scomparire? Quello tracciato ancora una volta da Istat è un quadro drammatico».

Fonte: qui

venerdì 1 marzo 2019

Istat, l'inflazione a febbraio torna a salire a 1,1%, con un balzo dei prezzi del carrello della spesa

L'inflazione non si arresta e, anzi, a febbraio torna a salire. Secondo quanto riportato dalle stime preliminari dell'Istat, l'indice nazionale dei prezzi al consumo per l'intera collettività, al lordo dei tabacchi, in questo mese, registra un aumento dello 0,2% rispetto a gennaio e dell'1,1% rispetto a febbraio dello scorso anno (da +0,9% registrato nel mese precedente).
E, in modo più marcato, l'inflazione accelera per i beni (da +0,7% a + 1,5%) e rallenta per i servizi (da +1,1% a +0,7%). Infatti, ad accelerare, sono i prezzi dei prodotti di largo consumo: il "carrello della spesa", che comprende i beni alimentari, per la cura della casa e della persona, passa da +0,6% a +2,1% e i prodotti ad alta frequenza d'acquisto da +0,8% a +1,7%. A pesare di più sono i vegetali freschi, che costano il 18,5% in più rispetto al 2018. L'"inflazione di fondo", al netto degli energetici e degli alimentari freschi, rimane contenuta e stabile a +0,5%, mentre quella al netto dei soli beni energetici accelera da +0,6% a +0,8%
Ma a spiegare il rialzo di febbraio sono anche i prezzi dei beni alimentari non lavorati. Nel dettaglio, infatti, si registra un'accelerazione dei costi dei beni alimentari sia lavorati (da una variazione tendenziale nulla a +1,2%) sia non lavorati (da +1,7% a +3,7%) e dei beni energetici non regolamentati (da +0,3% a +0,8%) e dei tabacchi (da +2,9% a +4,5%). Un andamento che è stato in parte attenuato dal rallentamento dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +2,2% a +0,9%) e dall"ampliarsi della flessione di quelli dei servizi relativi alle comunicazioni (da -2,0% a -4,9%).
Fonte: qui
Istat, l'inflazione risale e febbraio, carrello della spesa a +2,1% (Mediaset)
Lettore video di: Mediaset (Informativa sulla privacy)

martedì 2 ottobre 2018

LA DISOCCUPAZIONE CALA (AI MININI DAL 2012) MA TORNA AD AUMENTARE TRA I GIOVANI


L'ECONOMIA ITALIANA TRA (POCHE) LUCI E (MOLTE) OMBRE 

IL CALO GRAZIE ALLA CRESCITA DEI LAVORI A TEMPO DETERMINATO 

RALLENTA L’INDICE DELLA PRODUZIONE MANIFATTURIERA…


disoccupazione caloDISOCCUPAZIONE CALO
Luci e ombre sull’economia italiana. Per la prima volta dal 2012 il tasso di disoccupazione sfonda la soglia del 10% e cala in agosto al 9,7%, miglior dato dal gennaio di sei anni fa. Lo evidenzia l’Istat nel suo aggiornamento mensile sottolineando che il calo è di 0,4 punti percentuali su luglio e 1,6 punti su agosto 2017 segnalando anche un lieve aumento della componente giovanile, che si attesta al 31%. Nello stesso tempo, però, rallenta l’attività del settore manifatturiero in Italia che a settembre segna il ritmo di crescita più debole da agosto del 2016.  

Ad agosto i disoccupati sono diminuiti di 119.000 unità rispetto al mese di luglio. le persone che cercano lavoro sono 2.522.000, in calo di 438.000 unità rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Dati che portano il tasso di occupazione al 59% il più alto dal 1997 anche se i numeri della crescita sono legati, soprattutto, all’incremento del contratti a termine (+12,6%) mentre sono in diminuzione gli indipendenti (-26 mila a 5,32 milioni, -0,5%).

disoccupazioneDISOCCUPAZIONE
L’occupazione complessiva ad agosto è cresciuta (+69.000 unità sul mese, +312.000 sull’anno) grazie al lavoro dipendente. Ma se rispetto a luglio gli occupati «permanenti» sono cresciuti in modo consistente (+50.000 unità a fronte dei 45.000 in più per il lavoro a termine). Rispetto all’agosto 2017 la crescita si è concentrata nel lavoro a tempo determinato con 351.000 unità in più a fronte delle 49.000 in meno per gli occupati dipendenti con un posto di lavoro stabile. 

lavoroLAVORO
Per quanto riguarda la manifattura, invece, l’indice Pmi rilevato da IHS/Markit (rpt IHS) è sceso a 50 punti da 50,1 di agosto. Il dato è inferiore alla stima media di 50,2 punti. Quota 50 è la soglia di demarcazione tra espansione e contrazione del ciclo. Il rallentamento, però, vale per tutta l’eurozona. La crescita prosegue ma è la più debole dal settembre 2016 e si ferma quota 53,2 punti, in calo di 1,4 punti rispetto ad agosto. Cresce solo l’Olanda mentre sono in calo Germania (53,7 punti), Spagna (51,4 punti).  

Fonte: qui

sabato 13 gennaio 2018

ITALIA: lavoro per tutti! Ma i dati ISTAT sono tragici

Il mercato del lav
Il mercato del lavoro

Il mercato del lavoroI 

ercato del lavoro festeggia. I dati usciti ieri ci illustrano un paese quasi rinato. E di certo questa immagine verrà usata da “chi di dovere” per farsi bello in campagna elettorale.
Il mercato del lavoro festeggia. I dati usciti ieri ci illustrano un paese quasi rinato. E di certo questa immagine verrà usata da “chi di dovere” per farsi bello in campagna elettorale. I
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Il mer­ca­to del la­vo­ro fe­steg­gia. I dati usci­ti ieri ci il­lu­stra­no un paese quasi ri­na­to. E di certo que­sta im­ma­gi­ne verrà usata da “chi di do­ve­re” per farsi bello in cam­pa­gna elet­to­ra­le.


A novembre si registra il nuovo record storico degli occupati, al top da 40 anni, che aumentano di 345 mila unità. (…)

Al top di 40 anni? Mamma mia! Il nuovo miracolo economico italiano… il grafico in apertura di post è semplicemente splendido. E notate bene, è il grafico ufficiale proposto dallISTAT. Quello insomma che fa fede. Ma fa fede alla farloccata dell’anno (e siamo solo a gennaio…). Poi leggiamo bene….
Il mercato del lavoro festeggia. I dati usciti ieri ci illustrano un paese quasi rinato. E di certo questa immagine verrà usata da “chi di dovere” per farsi bello in campagna elettorale.
(…) Ma i nuovi assunti sono quasi tutti a tempo determinato. E resta al palo la fascia d’età tra i 35 e i 49 anni, quella che dovrebbe imprimere maggiore propulsione all’economia del Paese. Una buona notizia è il record storico per il tasso di occupazione femminile, che si attesta al 49,2%. (…)
Già arriva una frenata, ma non basta.
(…) Attenzione però: sul quasi mezzo milione di lavoratori dipendenti in più, 450 mila sono a termine e solo 47 mila sono a tempo indeterminato (un rapporto di quasi uno a dieci). Calano poi i lavoratori indipendenti: sono 152 mila in meno rispetto a un anno prima. (…) [Source] 
Allora, tagliamo la testa al toro e con questo grafico fotografiamo la qualità del miglioramento.

Chi ha la memoria buona, si ricorderà che già a settembre il sottoscritto vi aveva parlato di questa farloccata.
Vi riprendo l’articolo proprio per farvi capire quanto è attuale tuttora. Leggete voi stessi e poi fatemi sapere. RIPETO, è un articolo di settembre 2017.
Un paese di poveri vecchi. Più passa il tempo, più il nostro Bel Paese si sta trasformando in un paese di poveri e anche di vecchi. E proprio questi ultimi stanno diventando i protagonisti, anche sul mondo del lavoro.
Infatti chi non ha letto proprio in queste ore le note entusiastiche sull’occupazione:
(…) Passi in avanti per l’economia italiana nel secondo trimestre 2017, con il mercato del lavoro appare caratterizzato da una prosecuzione della crescita dell’occupazione e della diminuzione della disoccupazione. (…) Le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,5% sul trimestre precedente e dell’1,4% su base annua, confermando l’elevata intensità occupazionale della ripresa in corso. Parlando del mercato del lavoro, l’ Istat rivela che dal lato dell’offerta l’occupazione presenta una nuova crescita congiunturale(+78 mila, +0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%). (…) Il tasso di disoccupazione diminuisce di 0,4 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 0,6 punti in confronto a un anno prima, con maggiore intensità per quello giovanile. (…) Le ore lavorate per dipendente crescono (+0,2%) rispetto al trimestre precedente, mentre diminuiscono su base annua (-0,7%), anche se continua la flessione del ricorso alla Cassa integrazione. (Source)
Questi sono in linea di massima i dati che ci comunica l’ISTAT, che potete anche visionare cliccando QUI .
Sembra che veramente ci sia una bella accelerata della produzione e anche del mondo del lavoro. Anche se risulterebbe evidente che tale accelerata è data dai temporanei, ovvero dagli assunti a TEMPO DETERMINATO. Dei nuovi contratti, ben 80% sono infatti a tempo determinato. Quindi si conferma (diamo a Cesare quel che è di Cesare) un aumento dell’occupazione. Ma di “bassa qualità”, anche perché il calo degli inattivi è legato proprio al fatto che, molte persone, fiduciosi di trovare OGGI un lavoro, sono passati nella categoria dei “disoccupati”.
Questi tipi di ragionamenti statistici sono apparentemente dei dettagli, ma stano a significare un miglioramento congiunturale che però non è accompagnato da un miglioramento dell’occupazione di qualità sufficiente. Ma questo è un mio parere che come sempre è discutibilissimo. Meno discutibile invece è questo grafico che prendo sempre dal sito dell’ISTAT e che è, secondo me, la chiave di tutti i ragionamenti. In altri termini, possiamo raccontarci la storia della rava e della fava. Quello che poi conta, a dire il vero, è questo. A conti fatti, udite udite, in Italia lavora solo il 38% della popolazione residente. E questo 38% si è accollato quindi tutte le magagne, oltre che la necessità di finanziare le altre categorie sociali.
Eccovi il grafico (fonte ISTAT)

E tra l’altro di questo 38%, a tempo pieno, ne troviamo solo il 30%… Spannometricamente quindi, possiamo dire che in Italia lavora un Italiano su tre.
Vogliamo parlare (nuovamente) della demografia? Vogliamo discutere su come faremo a pagare le pensioni ed il nostro debito? No, questa volta ve lo risparmio, ne abbiamo discusso già mille volte. Sintetizzo solo dicendo che la situazione è decisamente più complessa di come ci vogliono far vedere. E non credo che ci salveremo (solo) grazie al lavoro degli immigrati.
Anche perchè, ed è l’ISTAT che lo dice, ad accelerare veramente sono sempre loro: i “vecchi” che lavorano. Basi solide, cari lettori…

Oggi, come a settembre, ci stanno prendendo per fessi. E per concludere vi pubblico il glossario ISTAT che l’amica Agata mi ha segnalato. Rendetevi conto delle baggianate che compongono l’ossatura del calcolo della farloccata dell’anno.

Basta aver lavorato un’ora e l’ISTAT ti considera occupato. Anche non retribuito, nell’azienda di famiglia. Più tutto il resto che è ben descritto.
Cosa mi resta da aggiungere? NULLA, ognuno di voi può trarne le personali considerazioni. E se qualcuno è ancora così carico di entusiasmo per i dati sul lavoro, allora ricominci a leggere questo post dall’inizio.
Fonte: qui

venerdì 29 dicembre 2017

UNA REPUBBLICA AF-FONDATA SUL LAVORO

L’ISTAT: “SONO PIÙ DI 6 MILIONI QUELLI CHE CERCANO E DESIDERANO UN LAVORO” 

MA SONO DIMINUITI DEL 3,5% IN UN ANNO 

BOOM DELLE COSIDETTE MINI FAMIGLIE, GLI EX SINGLE (SOPRATTUTTO AL CENTRO)

Alessandra Arachi per corriere.it

lavoroLAVORO
Il conto alla rovescia è cominciato, e mentre tutti speriamo nell’anno che verrà, ci pensa l’Istat a tirare le somme. Nel suo annuario ci racconta un’Italia fatta di ombre ma anche fortunatamente di molte luci, e persino di una lucetta flebile nel disastrato mondo del lavoro.

Perché, è vero, in Italia c’è un esercito di 6,4 milioni di persone che vorrebbe tanto poter lavorare (una cifra che è la somma della forza lavoro potenziale e dei disoccupati) , ma questo esercito in un anno è calato del 3,5 per cento, e tra i soldati di questo esercito poi ci sono anche quelli che pur desiderandolo un lavoro non risultano cercarlo.
I giovani colti
CERCO LAVOROCERCO LAVORO
Stiamo correndo verso le elezioni, ma agli italiani questa corsa sembra interessare poco, sempre più disaffezionati alla politica, l’Istat ci dice che uno su tre non ne parla proprio mai, un picco che raggiunge il 53 per cento tra i giovanissimi (14-17 anni) che pure dovrebbero accendersi per le passioni. La verità è che per fortuna le passioni non ci mancano, visto che nell’anno passato abbiamo toccato il record del decennio della partecipazione alla cultura. Come dire? Abbiamo disertato le urne (meno di un elettore su due ai ballottaggi di giugno) e riempito cinema, teatri, soprattutto musei, che con oltre 45 milioni e mezzo di presenze hanno registrato un incremento del 5 per cento. Dalle cifre del nostro Istituto di statistica, poi, viene fuori che sono i giovani e i giovanissimi i maggiori fruitori della cultura (tra gli 11 e i 14 anni e fino a 24 anni), con un’unica eccezione: i concerti di musica classica.
Le mini famiglie
lavoroLAVORO
Che l’Italia è il paese più vecchio secondo solo al Giappone, lo sappiamo, l’Istat ce lo ripete da un po’. Anche che nel nostro Paese le nascite sono sempre più in calo ce lo siamo sentito ripetere da un po’ con quell’indice dell’ 1,26 figli per donna che ci sbatte in fondo alla classifica, senza sconti. Le mini famiglie, però, sono una novità dell’ultimo annuario. Lo immaginavamo? Una famiglia su tre in Italia è talmente mini da avere un solo componente. Fino ad ora si chiamavano «single», ma la cifre è andata crescendo così tanto via via che l’Istat le chiama famiglie «unipersonali»: sono più numerose nel centro Italia (il 34,4% del totale) mentre il Sud registra la percentuale più bassa (28,2%): Ma sono davvero tante, da qualunque parte le si guardi.
Il cuore killer
LavoroLAVORO
Il divario tra Nord e Sud è una costante del nostro Paese. La questione meridionale mai risolta porta l’Italia a viaggiare da sempre a una doppia velocità e anche per quanto riguarda la cura della salute non c’è differenza. L’Istat ci segnala che negli ultimi otto anni i posti letto ordinari negli ospedali ogni mille abitanti sono rimasti superiori al Nord rispetto al Mezzogiorno. E lo stesso vale nel rapporto tra personale medico e popolazione, dove il Centro Italia svetta con 2,3 medici per mille abitanti e 72,6 medici ogni 100 posti lette, mentre una regione come la Calabria langue con il suo 1,6 medici per mille abitanti. L’Istat poi ce lo certifica, ma lo sapevamo già che i tumori e il cuore sono le malattie che ci uccidono di più: insieme sono la causa di due morti su tre.

Fonte: qui

martedì 7 novembre 2017

Grandi città a rischio default: flop riscossione su multe e tasse

A Napoli la Corte dei conti ha appena calcolato che nel 2016 il Comune è riuscito a recuperare solo l’1,75% delle entrate scritte nei bilanci degli anni precedenti ma non incassate. Con questa «strutturale incapacità di riscossione», dicono i magistrati, non si va lontano: e senza un cambio di rotta immediato, da dettagliare entro metà dicembre, sarà dissesto.
A Roma l’anno scorso è entrato davvero in cassa solo un quarto delle multe imposte dal Comune per combattere la fretta degli automobilisti o le manie espansive dei tavolini di bar e ristoranti; per strada si è persa poi la metà di canoni e tariffe, dalle rette degli asili nido al trasporto scolastico. Con numeri di questo tipo, e con il maxi-credito vantato nei confronti di Atac ora al bivio fra la proposta di concordato all’esame del Tribunale e il fallimento, i conti rischiano sul serio.
E da Messina, eternamente alle prese con il piano anti-dissesto sotto esame e da anni senza certificati consuntivi, a Palermo, dove gli allarmi della magistratura contabile sono stati molti, l’elenco delle città in bilico si allunga; in una regione che ha appena visto saltare i conti di due scrigni del barocco come Modica (55mila abitanti) e Monreale (39mila).Parallela la vicenda di Torino, dove cambia il nome dell’azienda di trasporti (Gtt) ma non la possibilità che un suo default trascini nel baratro il Comune per l’effetto a catena dei crediti che cadono: il tutto mentre la magistratura ha contestato a sindaca e assessore al bilancio un falso ideologico, versione pubblica del falso in bilancio, sui 5 milioni di euro non restituiti a Ream, la società che ha acquisito la prelazione su un’area poi andata ad altri dove dovrebbe sorgere il nuovo centro congressi della città.

Dopo un lungo silenzio, i “fallimenti” comunali hanno ripreso a manifestarsi; ma ora la loro ombra non si aggira più solo negli enti medio-piccoli, e bussa alle porte di grandi città, dai piedi delle Alpi allo Stretto. Con conseguenze politiche pesanti, come mostra il lavorio intorno a manovra e decreto fiscale per salvare Torino (dirottando su Gtt 40 di milioni di fondi di coesione per non far fallire l’azienda ed evitare l’effetto domino su Palazzo di Città) e per non far capitolare Napoli in vista della bocciatura definitiva .
A spiegare il problema non sono tagli aggressivi o i vincoli del Patto di stabilità, entrambi usciti dalla scena della finanza locale
Nel complesso, anzi, il comparto dei Comuni mostra segni di buona salute, come indicano la discesa del debito registrata da Bankitalia e la ripresa degli investimenti certificata venerdì dall’Istat. Ogni città ha una storia a sé, ma dove i conti ballano c’è una malattia comune: gli inciampi della riscossione, che non riesce a portare nelle casse i soldi su cui si basa la capacità di spesa degli enti.
I grafici in queste pagine mostrano la capacità di ogni capoluogo di incassare nell’anno le entrate «accertate» a consuntivo, e quindi dovute (non si tratta di previsioni). Una quota di ritardo è fisiologica, per esempio per le multe che arrivano a dicembre e sono pagate l’anno dopo, ma i numeri qui accanto sono spesso da patologia. Proprio le multe sono la voce più critica: nel 2016 le città hanno scritto verbali per 1,7 miliardi, e ricevuto pagamenti per 599 milioni (il 35,1%).
Anche tariffe e canoni faticano a presentarsi puntuali (manca un euro su tre); un po’ più stabile è il quadro dei tributi, almeno dove le riscossioni di competenza superano l’80%, perché una quota dei ritardi è dovuta al calendario dei pagamenti dell’addizionale o della Tari. In media un euro su quattro non arriva entro fine anno, ma in casi come Napoli o Reggio Calabria l’indice scende di molto (a Vicenza invece il dato dipende solo dalla Tari riscossa tutta in conto residui).
IL QUADRO COMPLESSIVO 
Accertamenti e riscossioni effettive nell'anno di competenza nel totale dei capoluoghi di Provincia. Valori in miliardi. (Fonte: elaborazione del Sole 24 Ore sugli ultimi certificati di bilanco consuntivo dei Comuni)
Quello che non entra in cassa si trasforma in un arretrato (i «residui attivi»), nella speranza di essere recuperato negli anni successivi. Ma qui si nasconde il virus dei conti, come mostra la riforma dei bilanci. Le nuove regole hanno imposto ai sindaci di cancellare le vecchie entrate ormai impossibili da incassare: una pulizia straordinaria che ha fatto uscire dai bilanci la bellezza di 29,3 miliardi di arretrati (lo calcola la Ragioneria generale, che misura in 30,9 miliardi i «residui» ancora nei conti), aprendo un extra-deficit che una norma ponte permette di ripianare in 30 anni.

Nella manovra si riaccende intanto la battaglia sull’altra regola chiave della riforma, che impone di congelare in un fondo di garanzia una somma proporzionale alle mancate riscossioni. Già oggi il fondo blocca oltre tre miliardi, e la legge prevede di farlo crescere ancora: salita contro cui gli amministratori puntano i piedi, perché ogni euro congelato è un euro di spesa in meno.
Fonte: qui

lunedì 30 gennaio 2017

DAL 2011 A OGGI GLI ITALIANI CHE SI AUTOCOLLOCANO TRA LE FILA DEL CETO MEDIO-BASSO SONO PASSATI DAL 43,3% AL 64,1%

LA CLASSE MEDIA E’ SPROFONDATA NELLA POVERTA’, L’ASCENSORE SOCIALE NON FUNZIONA E CHI E’ GIA’ MESSO MALE FINISCE PER STARE PEGGIO (CI VORREBBERO I "FORCONI"...)


Daniele Marini per “la Stampa”

povertPOVERTA'
L'avvento della crisi nel 2008 costituisce uno spartiacque per i paradigmi dello sviluppo, i cui effetti sono tuttora presenti. Fra le conseguenze, la più evidente è la polarizzazione del sistema produttivo: le imprese si sono divise fra chi ha ottenuto performance positive e chi ha manifestato difficoltà sempre più marcate.

FORCONI
Generalmente, le prime hanno investito nei processi di innovazione e si sono aperte alle relazioni con l'estero. Le seconde, invece, non hanno saputo/potuto innovare e hanno operato solo sul mercato domestico. Fra questi due poli, lo spazio di manovra ispirato a un'attesa passiva in vista di un miglioramento, ha prodotto solo esiti negativi e fatto scivolare fuori dal mercato.

DIVARICAZIONE
Ora questo processo di divaricazione si sta spostando dal piano del sistema produttivo a quello delle famiglie e degli individui. E tutto fa pensare che avrà una velocità elevata, di cui già oggi avvertiamo i segnali. È sufficiente consultare gli ultimi dati per verificare l'accentuarsi di un fenomeno di recrudescenza della povertà e di polarizzazione nelle condizioni economiche delle famiglie.
italia poveraITALIA POVERA

Questi dati ci collocano ancora lontano dalla soglia individuata dalla strategia Europea 2020 che ha indicato per il nostro paese una quota poco inferiore ai 13 milioni di individui, quando oggi superiamo di molto i 17 milioni. E mentre in Europa mediamente si assiste a un calo della povertà, noi scaliamo verso l'alto la classifica.

E non solo aumenta l'esclusione sociale, ma anche la distanza fra ricchi e poveri. 

L'Istat evidenzia come fra il 2009 e il 2014 il reddito in termini reali cali in misura maggiore per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando così la distanza da quelle più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte rispetto alle più povere.

La polarizzazione investe anche le famiglie italiane e, come sottolinea l'ultimo rapporto Caritas, tale processo scardina le tradizionali categorie sociali che - in precedenza - erano quelle più a rischio di esclusione. Oggi i sistemi di disuguaglianza investono anche i giovani, chi pur avendo un lavoro e con pochi figli però è precario o ha una bassa remunerazione.

italia povera disparita economicaITALIA POVERA DISPARITA ECONOMICA
Soprattutto tocca il ceto medio, erodendone le tradizionali certezze. Non è un caso che dopo il voto in Gran Bretagna (Brexit), l'elezione di Trump negli Usa e il diffondersi di movimenti populisti(in Italia, i Forconi) che intercettano parti significative di ceto medio, l'attenzione della politica verso i temi della coesione sociale stiano rientrando nell'agenda.

LA RICERCA
Come sia modificata l'appartenenza ai diversi gruppi sociali da parte della popolazione è l'oggetto dell' ultima rilevazione di Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo, per La Stampa. L'esito complessivo rimarca la polarizzazione nelle condizioni economiche percepite. Se nel 2011 poco più della metà degli italiani (52,2%) si ascriveva al ceto medio-alto e alto, oggi solo il 26,5% si colloca nei medesimi gruppi sociali.

Viceversa, se aumenta leggermente la quota di chi si identifica nel ceto basso (9,5%, era il 4,5% nel 2011), accrescono significativamente quanti vanno a ingrossare le fila del ceto medio-basso che dal 43,3% (2011) passano al 64,1% (2016). 

Dunque, è soprattutto una parte consistente del ceto medio a subire una divaricazione nelle condizioni percepite, sospinte a una mobilità verso il basso, più che verso l' alto. È un fenomeno che investe l'intero Paese, ma che conosce nel Mezzogiorno un particolare deterioramento.

povertPOVERTA'
Nel 2011 il 46,6% degli interpellati si situava nei ceti medio-basso e basso, per salire a ben il 78,8% nel 2016. Di qui, come ha recentemente sottolineato anche il premier(abusivo) Gentiloni, l' attenzione che l' esecutivo vuole destinare ai giovani e al Mezzogiorno. Confrontando le auto-collocazioni nei due periodi è possibile definire la mobilità sociale percepita degli italiani, ovvero come e se funziona l' ascensore sociale.

UN PAESE BLOCCATO
L' esito ci consegna un paese in gran parte bloccato. Per i due terzi degli italiani (62,1%) l'ascensore sociale rimane sempre allo stesso piano: nel periodo esaminato (2011-16) non hanno conosciuto scostamenti significativi, al più hanno avuto una mobilità orizzontale. 

Ciò è avvenuto, in particolare, per i più giovani (68,2% fino a 34 anni), i laureati (69,4%), chi appartiene ai ceti medio-alto e alto (86,6%) ed è residente al Nord (66,6%). Invece, per un terzo (34,3%) l' ascensore sociale è sceso verso il basso.

POVERTAPOVERTA'
Tale discesa coinvolge le persone al crescere dell' età (41,0% oltre 65 anni), chi ha un titolo di studio medio-basso (35,8%) ed è disoccupato (49,6%). Soprattutto, interessa chi risiede nel Mezzogiorno (43,2%) e chi appartiene al ceto medio-basso (41,7%) e basso (67,4%). Sono molto pochi (3,6%) coloro che hanno conosciuto una mobilità sociale ascendente e in modo pressoché esclusivo chi apparteneva al ceto medio-alto (11,1%).

Così, non solo siamo di fronte a un processo di polarizzazione delle condizioni economiche degli italiani, ma è evidente come si palesi anche un «effetto spirale» che sospinge verso una marginalità ulteriore chi già si trovava in difficoltà, da un lato. E, dall' altro, risucchi verso l' alto solo quanti occupavano già posizioni elevate.
RICCHI E POVERIRICCHI E POVERI

Parafrasando il compianto sociologo Bauman, più che «liquido», l'Italia è un Paese «vischioso», dove l' ascensore sociale funziona poco o, quando funziona, è altamente selettivo(non certo per meriti!!!). Ripresa economica lenta e mobilità sociale bloccata sono due ostacoli da rimuovere velocemente per costruire il futuro del paese.
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