9 dicembre forconi: estinzione
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lunedì 2 settembre 2019

Snyder: gli esperti preparano il futuro apocalittico mentre le foreste terrestri bruciano

Un mondo senza foreste sarebbe un deserto apocalittico e in questo momento stiamo perdendo le nostre foreste a un ritmo sorprendente. Mentre leggi questo articolo, oltre 10.000 incendi si stanno diffondendo nelle aree boscose del Sud America e dell'Africa e i leader globali sembrano impotenti a fare qualsiasi cosa al riguardoGran parte dell'attenzione dei media è stata rivolta agli orribili incendi nella foresta pluviale amazzonica e ci viene detto che il numero di incendi in Brasile è aumentato  dell'85% rispetto allo scorso anno.  Ma il numero di incendi è in realtà molto più alto in Africa.   In effetti, è  stato riferito  che ci sono "circa cinque volte più incendi in Africa che in Amazzonia" a questo punto.  Il nostro pianeta viene letteralmente distrutto davanti ai nostri occhi e molte persone non sembrano curarsene.
Parliamo prima di quello che sta succedendo in Amazzonia. In  un precedente articolo , ho discusso del fatto che quest'anno ci sono stati più di 72.000 incendi in Brasile quest'anno e almeno  640 milioni di acri  sono stati colpiti da quegli incendi. La CNN fece in modo che un aereo sorvolasse alcune delle aree più gravemente danneggiate, e ciò a cui assistevano coloro che erano sull'aereo  era quasi troppo orribile per le parole ...Volare sopra il peggior stato afflitto da incendi dell'Amazzonia (durante la scorsa settimana), Rondonia, è estenuante principalmente a causa della scala infinita della devastazione. Dapprima il fumo mascherava il flusso costante di campi incendiati e si inabissa; di strade tortuose che si intrecciavano in nient'altro che cenere. Sotto, i granelli arancioni di un minuscolo fuoco potrebbero ancora infuriare, ma gran parte della terra appariva un mausoleo della foresta che un tempo lo abbelliva.
"Questa non è solo una foresta che sta bruciando", ha detto Rosana Villar di Greenpeace, che ha aiutato la CNN a organizzare il suo volo sulle aree danneggiate e in fiamme. “Questo è quasi un cimitero. Perché tutto ciò che puoi vedere è la morte. ”
La foresta pluviale amazzonica è stata descritta come  "i polmoni della Terra"  perché produce così tanto del nostro ossigeno, ma molte persone non si rendono conto che la seconda più grande foresta pluviale tropicale del mondo è in realtà nel bacino del Congo, e ci sono anche altri incendi stanno accadendo lì proprio ora.
In effetti, secondo i dati ufficiali diffusi dalla NASA, il numero di incendi nell'Africa centrale  è più di cinque volte superiore  al numero di incendi che infuria attualmente in Brasile ...
I dati del sistema di informazione antincendio della Nasa per la gestione delle risorse hanno mostrato almeno 6.902 incendi in Angola e 3.395 incendi nella Repubblica Democratica del Congo.
Gli stessi dati hanno portato gli incendi del Brasile a 2.127.
Questi incendi nell'Africa centrale sono diventati così diffusi che hanno persino attirato l'attenzione  del presidente francese Emmanuel Macron ...
Se guardi i dati della Fire Information for Resource Management Map (FIRMS) della NASA, che mostrano un ampio campione di incendi in Angola, Zambia e Repubblica Democratica del Congo. L'area allarmante di questi incendi ha lasciato alcune persone a chiedersi perché tanta attenzione sia rivolta all'Amazzonia, mentre in superficie sembra che l'Africa sia accesa con ancora più fiammate. Perfino il presidente francese Emmanuel Macron, che ha guidato l'accusa di soccorsi internazionali e soluzioni per l'incendio dell'Amazzonia e ha promesso aiuti dalla Francia, ha dichiarato su Twitter che avrebbe preso in considerazione l'idea di avviare un'iniziativa simile per l'Africa subsahariana.
Fortunatamente, la buona notizia è che gli incendi nel bacino del Congo non sono così fuori controllo come gli incendi nella foresta pluviale amazzonica, ma ci viene anche detto  che questo potrebbe presto cambiare ...
Organizzazioni come Greenpeace Africa, che si concentra principalmente sul richiamare l'attenzione sui problemi della deforestazione, stanno monitorando la situazione, riconoscendo che al momento attuale, gli incendi sono relativamente "su piccola scala" rispetto alle fiamme dell'Amazzonia o persino ai precedenti incendi africani .
Ma ciò non significa che le fiamme siano sotto controllo. "Questo è qualcosa che potremmo sperimentare di nuovo domani se oggi non venissero prese misure preventive", ha detto oggi a Newsweek Irène Wabiwa Betoko, responsabile della campagna forestale senior di Greenpeace Africa.
Molti degli incendi in Africa sono stati provocati intenzionalmente dagli agricoltori per liberare la terra, ma stanno ancora erodendo gli ecosistemi critici. E non possiamo permetterci di continuare a trattare il nostro pianeta in questo modo, perché stiamo perdendo specie ad un ritmo sorprendente.
La Terra sta assistendo a una perdita di specie senza precedenti, che alcuni ecologi stanno definendo una  sesta estinzione di massa . A maggio, un  rapporto delle Nazioni Unite ha  avvertito che 1 milione di specie sono minacciate di estinzione. Più recentemente,  571 specie di piante  sono state dichiarate estinte.
Ma le estinzioni sono avvenute da quando esiste la vita sulla Terra. La domanda importante è: è aumentato il tasso di estinzione? La nostra ricerca,  pubblicata oggi su Current Biology , ha scoperto che alcune piante si sono estinte fino a 350 volte più velocemente della media storica, con conseguenze devastanti per specie uniche.
Quante specie dobbiamo perdere prima di preoccuparci finalmente?
Se segui il mio lavoro  su base regolare , allora sai già che sono profondamente preoccupato per la nostra "cultura della morte". Le nostre guerre infinite hanno ucciso migliaia, milioni di bambini sono stati uccisi nelle nostre "cliniche" e stiamo spazzando via innumerevoli specie di piante e animali senza nemmeno pensarci due volte.
Che tipo di mostri siamo diventati? Siamo così freddi e senza cuore, e tutto ciò di cui ci preoccupiamo è noi stessi.
Nel frattempo, le conseguenze a lungo termine di cui così tanti hanno avvertito stanno iniziando ad arrivare. In effetti, un  articolo della CNN  sugli incendi dell'Amazzonia che è stato appena pubblicato coraggiosamente ha dichiarato che "il futuro apocalittico è qui ed è impaziente" ...
È difficile vedere qualsiasi pretesa di sorte avversa futura come allarmista, quando vedi gli skyline resi invisibili dal fumo, le fiamme marciano attraverso le pianure come lava e senti i tassisti disinteressati dirti che non l'hanno mai visto così male. Il futuro apocalittico è qui ed è impaziente.
Per una volta, concordo davvero con la CNN.
Dato abbastanza tempo, nulla sopravviverebbe. Stiamo sistematicamente distruggendo noi stessi e tutto ciò che ci circonda e per un po 'non ci è sembrato di dover temere le conseguenze a lungo termine.
Ma ora i tempi bui sono alle porte e la puzza delle nostre vie malvagie è diventata innegabile.
Autore di Michael Snyder tramite il blog The End of The American Dream

giovedì 4 luglio 2019

ITALIANI IN VIA DI ESTINZIONE, L’ISTAT REGISTRA IL CROLLO DEMOGRAFICO

LE NASCITE CALANO DEL 4%, LA POPOLAZIONE ITALIANA SCENDE A 55MILIONI: IN UN ANNO REGISTRATI 255MILA CITTADINI IN MENO. DAL 2014 É COME SE FOSSE SCOMPARSA UNA CITTA’ GRANDE COME PALERMO 


CULLE VUOTE2CULLE VUOTE
Un declino demografico costante rallentato solo dalla crescita dei cittadini stranieri. Lo dice l’Istat che registra la diminuzione della popolazione residente dal 2015, configurando per la prima volta negli ultimi 90 anni una fase di declino demografico. Il calo è interamente attribuibile alla popolazione italiana, che scende al 31 dicembre 2018 a 55 milioni 104 mila, 235 mila in meno rispetto all’anno precedente (-0,4%). Rispetto al 2014 la perdita di italiani è pari alla scomparsa di una città grande come Palermo (-677 mila).
CULLE VUOTECULLE VUOTE

Immigrati in Italia
L’Istituto di Statistica fa notare che negli ultimi quattro anni i nuovi cittadini per acquisizione della cittadinanza sono stati oltre 638 mila. Senza questo apporto, il calo degli italiani sarebbe stato intorno a 1 milione e 300 mila unità. Nel quadriennio, il contemporaneo aumento di oltre 241 mila unità di cittadini stranieri ha permesso di contenere la perdita complessiva di residenti.
culle nascite italianiCULLE NASCITE ITALIANI

Al 31 dicembre 2018 sono 5.255.503 i cittadini stranieri iscritti in anagrafe; rispetto al 2017 sono aumentati di 111 mila (+2,2%) arrivando a costituire l’8,7% del totale della popolazione residente. Il Report dell’Istat sul bilancio demografico diffuso oggi certifica anche che il numero di cittadini stranieri che lasciano il nostro Paese è in lieve flessione (-0,8%) mentre è in aumento l’emigrazione di cittadini italiani (+1,9%).

Calano i residenti
salviniSALVINI

Per quanto riguarda invece la popolazione residente in Italia al 31 dicembre 2018, il calo è di 124 mila unità rispetto all’anno precedente. Si tratta del quarto anno consecutivo di diminuzione: dal 2015 sono oltre 400 mila i residenti in meno, un ammontare superiore agli abitanti del settimo comune più popoloso d’Italia. Nello stesso anno si registrano un livello minimo di nascite. La diminuzione delle nascite nel 2018 è di oltre 18 mila unità rispetto al 2017 pari al -4% certifica l’Istat. Sono stati iscritti in anagrafe per nascita 439.747 bambini, un nuovo minimo storico dall’Unità d’Italia.

Meno bambini, ma anche meno decessi
E se calano i bambini, diminuiscono anche i decessi, che si assestano sulle 633 mila unità in linea con il trend di aumento registrato a partire dal 2012, ma in calo rispetto al 2017 (-15 mila). La diminuzione del numero di decessi si registra un po’ in tutta la Penisola, con un decremento più consistente nel Centro (-4,3%) e nel Sud (-4,4%). Solo nel Nord-ovest si registra un lieve aumento di decessi (+0,4%). Il tasso di mortalità è pari a 10,5 per mille, varia da un minimo di 8,3 per mille nella provincia autonoma di Bolzano a un massimo di 14,3 in Liguria ed è legato alla struttura per età della popolazione.
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L’allarme del Forum delle famiglie
«Se tre indizi fanno una prova, come insegnano i `padri´ dell’investigazione, allora quello che stiamo vivendo è il decennio del `delitto perfetto´: quello ai danni degli abitanti del nostro Paese, che vanno via all’estero in cerca di sistemi di sostegno familiare e di Welfare migliori o, quando muoiono, non possono neanche sperare in un ricambio generazionale quantomeno pari a ciò che lasciano su questa Terra». Così il presidente nazionale del Forum delle associazioni familiari, Gigi De Palo, in merito ai dati Istat sul declino demografico del Paese. «Che cosa serve ancora - prosegue - per capire che senza politiche familiari serie, strutturate e di sostegno alla natalità l’Italia è destinata a scomparire? Quello tracciato ancora una volta da Istat è un quadro drammatico».

Fonte: qui

venerdì 8 febbraio 2019

Guerra e sovrappopolazione.



La guerra sta tornando d’attualità. Molti ne parlano e si chiedono se dove scoppierà la prossima "Grande Guerra".  Ovviamente, non è possibile fare previsioni, ma si possono valutare i livelli di rischio, tenuto conto di una serie di parametri fra cui la demografia che, però, viene spesso trattata con superficialità.  Il "numero" non sempre "è potenza" e può anzi essere una fatale debolezza; dipende non tanto da quanta gente c'è, bensì da come la crescita demografica si interseca con quella economica, oltre che con i parametri politici, tecnologici e militari.   Vediamo di fare un poco di chiarezza, cominciando a capire che cos'è la "sovrappopolazione", perché non è così banale come potrebbe sembrare.



La sovrappopolazione negli altri animali.


Negli altri animali le cose sono relativamente semplici, almeno sul piano concettuale.  La sovrappopolazione è il fenomeno che si verifica quando il numero di capi supera la capacità di carico del territorio; vale a dire la locale disponibilità di risorse (cibo, acqua, rifugio, tranquillità, ecc.).  Normalmente negli ecosistemi naturali non ci sono problemi con i rifiuti che sono risorse per altri elementi della biocenosi.

Di solito, le popolazioni non superano la soglia della propria sostenibilità perché ne sono impedite dalla crescente efficacia di una serie di retroazioni negative (peggiore alimentazione, peggiori rifugi, maggiore predazione, epidemie, ecc.).
Se la popolazione si mantiene a lungo vicino alla capacità di carico, una parte dei giovani emigra, in cerca di nuovi territori.  Di solito muoiono presto, ma alle volte fondano nuovi nuclei vitali e l’areale della popolazione si espande.   Il ritorno del lupo in gran parte d’Europa ha seguito questo schema, grazie alla presenza di vaste superfici boschive ed all'abbondanza di ungulati selvatici.

Talvolta però, inconsuete combinazioni di eventi, o la particolare biologia di alcune specie, portano a superare la fatidica soglia, causando un degrado dell’ecosistema.   La conseguenza è sempre una morìa che è tanto più grave quanto più è ritardata.   Anche le leggendarie “migrazioni” dei lemming sono in realtà delle ecatombe perché quasi nessuno degli individui che partono sopravvive abbastanza da riprodursi.   Nelle locuste migratrici poi, lo sciame migrante è addirittura composto da individui sterili.

Il punto importante è che, per ogni giorno in cui la popolazione rimane al di sopra della propria capacità di carico, l’ambiente si degrada riducendo la capacità di carico stessa. Spostando cioè al ribasso il livello di equilibrio che si dovrà necessariamente raggiungere.

Come dire che più precoce e più rapido è il colpo di falce, minore è il numero dei morti necessario per salvare la popolazione.

Questo lo sanno tutti ed è per questo che parlare di sovrappopolazione umana è così allergenico.



La sovrappopolazione umana.


Nella nostra specie la dinamica ecologica accennata sopra rimane valida, ma ad essa si sommano molte altre variabili che complicano notevolmente il quadro.  Vediamo i principali ordini di fattori coinvolti.

Risorse.  Lo abbiamo in comune con le altre specie, ma per noi è molto più complesso in quanto la nostra vita dipende da un economia e da una tecnologia senza precedenti che richiedono un flusso continuo di praticamente qualunque cosa esista ed in particolare di energia.   Cioè la nostra specie è l’unica ad essere letteralmente “onnivora” e questo ci rende una vera e propria “mina vagante” all'interno della Biosfera.

Discariche.  Al contrario degli altri animali, molto spesso per noi il principale fattore limitante non è la carenza di risorse, bensì l’inquinamento provocato dal loro consumo.  Il Global Warming ed il buco nello ozono sono dei casi ben noti, ma certamente non i soli.

Cultura e religione.  Le credenze considerate identitarie hanno un forte impatto sulle scelte umane, compresi il comportamento riproduttivo e la predisposizione alla violenza.  Possono cambiare, ma solo se vengono sostituite con una diversa fede (anche laica) altrettanto profondamente sentita.   Diversamente dagli altri animali, fra la propria vita e la propria identità culturale, spesso l’uomo sceglie la seconda, magari senza rendersene conto.

Struttura sociale.  In particolare, il grado di autonomia delle donne nel decidere di se stesse ha un forte impatto sulla natalità che risulta minore nelle società meno discriminatorie nei confronti delle femmine.   Invece, la longevità degli anziani dipende soprattutto da fattori economici e ambientali.  La possibilità di migrare dipende, infine, da un complesso di fattori politici e militari; tutti fattori che hanno molto a che fare anche con la predisposizione alla violenza.

Dinamica e struttura demografica.  Rispetto alle altre grandi scimmie, l’uomo è potenzialmente molto longevo, cosa che gli consente di avere tassi di crescita demografica molto rapidi malgrado la relativamente bassa natalità e la lunghezza del periodo prepuberale.   Un’altra caratteristica, questa, che contribuisce a rendere la nostra specie particolarmente destabilizzante.

Il punto qui fondamentale è però che, quando la popolazione comprende una maggioranza di giovani, la società è strutturalmente turbolenta e facilmente vira alla violenza anche estrema.  Secondo Gaston Bouthoul (padre della "polemologia") il cosiddetto “bubbone giovanile” è l’unico ingrediente comune a tutte le guerre conosciute.  Diciamo che costituisce una condizione necessaria, ma non sufficiente allo scoppio di conflitti che abbiano impatti demografici significativi.

EconomiaLa crescita economica scatena la crescita demografica, fra le due si attiva quindi una retroazione positiva che dura fin quando gli altri fattori lo consentono.  Prima o poi la crescita economica però rallenta e finisce, mentre la crescita demografica continua ancora per qualche tempo, erodendo il benessere acquisito nella fase precedente e generando quindi miseria, paura e rabbia. Cioè creando i presupposti per scoppi di violenza di vario genere.  Esattamente quello che sta accadendo a noi proprio adesso.

Tecnologia.  La tecnologia non consente di ricreare le risorse distrutte, ma consente di usarne di nuove e/o di sfruttare con maggiore efficienza quello che resta.  Il suo effetto è quindi quello di aumentare la capacità di carico umana, ma a costo di erodere lo spazio ecologico delle altre specie.   Migliore è la tecnologia disponibile, più ampia è la nostra nicchia ecologica, a scapito di tutte le altre.
Inoltre, la tecnologia evolve in tempi inimmaginabilmente più rapidi di quelli dell’evoluzione biologica, col risultato di fare della nostra specie un’entità sempre e comunque aliena e sovversiva di biocenosi che, al contrario, sono di solito costituite da popolazioni coevolutesi le une in funzione delle altre per tempi lunghissimi.

Finora, il progresso tecnologico è proceduto a passo di carica grazie alla sinergia fra esso ed un flusso crescente di energia netta per alimentare la tecnologia stessa.  Una sinergia che però sta entrando in crisi con l’irreversibile degrado quali-quantitativo delle fonti energetiche.  Questo apre scenari nuovi e preoccupanti circa la competizione per le risorse rimaste e, in una prospettiva leggermente più lunga, per il livello tecnologico delle società del prossimo futuro.

Comunque, il punto fondamentale  è che se cresciamo tanto da far collassare i servizi ecosistemici vitali (tutti dipendenti da specie non umane), ci condanniamo da soli all'estinzione. Quale che sia la tecnologia di cui disponiamo.

Tutti questi ordini di fattori sono interdipendenti ed è perciò che non è possibile stabilire a priori quanta gente può vivere pacificamente in una determinata regione o sulla Terra intera.  Si può però capire quando il nostro impatto è eccessivo osservando una serie di indicatori.  Peggioramento delle condizioni ambientali, aumento della turbolenza sociale e dei flussi migratori, peggioramento dell’economia, governi più autoritari, minore natalità e/o maggiore mortalità, disoccupazione, tendenza alla disgregazione delle società complesse in strutture più semplici, miseria, ecc.  sono tutti sintomi di sovrappopolazione.

Attenzione che nessuno di questi è specifico della sovrappopolazione e non necessariamente tutti sono presenti, ma quando alcuni di questi si manifestano, sarebbe doveroso drizzare le antenne.  Anche perché, se si supera la soglia, si rientra necessariamente in quella dinamica di rincorsa al ribasso fra popolazione e capacità di carico, già vista per le specie non umane.



E la guerra in tutto ciò?


Dunque la sovrappopolazione è uno stato patologico ricorrente in cui la quantità di individui x consumi x tecnologia (la leggendaria formula I=PAT) inizia a produrre dei cambiamenti ambientali avversi tipo erosione, estinzioni, inquinamento, turbolenza sociale, estrema povertà, ecc.   Di solito questo avviene al termine di una fase di rapida crescita demografica, quindi con un gran numero di giovani che hanno ben poche prospettive, cosa che rende la società particolarmente soggetta alla violenza Non tutte le guerre sono state provocate dalla sovrappopolazione e non tutte le crisi demografiche si sono risolte con una carneficina, ma di solito una fase di violenza estrema è la valvola di sfogo di queste situazioni.

Anche le migrazioni sono sempre state connesse con guerre (in senso lato), tranne nei pochi casi in cui le società d’arrivo si trovavano ad avere il problema opposto: una popolazione insufficiente a sfruttare pienamente le opportunità di crescita del momento.   Ed una cosa non esclude l’altra.  Ad esempio, in passato i governi di alcuni stati hanno incoraggiato l’arrivo di grandi masse di migranti che sono stati utilizzati per sviluppare le opportunità economiche del momento e, contemporaneamente, eliminare le popolazioni indigene che facevano ostacolo.  La colonizzazione degli USA è il caso più celebre, ma la colonizzazione della Siberia, di vaste regioni del Sud-america, dell’Australia e di molte altre zone hanno seguito uno schema analogo.  Diciamo che la storia delle civiltà è anche la storia dell’eliminazione delle civiltà precedenti. In questo, la civiltà industriale non ha inventato assolutamente nulla, ma ha accelerato ed ampliato gli effetti di questo tipo di dinamica.

Questo, in soldoni, il quadro, solo che oggi ci troviamo di fronte ad una crisi di sovrappopolazione molto atipica per due peculiarità:

1 – Per la prima (e probabilmente ultima) volta nella storia la crisi riguarda l’intero pianeta contemporaneamente e non esistono oramai degli spazi relativamente liberi.  Né spazi geografici, né politici, né economici (se non in misura minimale).

2 – Una parte dei paesi sta vivendo una situazione classica di impatto fra popolazione in rapida crescita e capacità del territorio.   Altri stanno ugualmente impattando contro i propri limiti, ma con una natalità ridotta da tempo ed un’età media assai superiore.  Insomma, mentre alcuni paesi soffrono per un classico “bubbone giovanile”, altri soffrono per un “bubbone senile”, ma in entrambi i casi vi è più gente e più consumo di quanto le condizioni ambientali possano reggere.

Il “bubbone senile”sembra più gestibile in quanto destinato a risolversi da solo in tempi non lunghissimi, specialmente se, come di solito accade, il declino economico provoca una riduzione dell’aspettativa di vita.  In ogni caso, le società con un'età media più avanzata sono meno portate alla violenza,a parità di altre condizioni.

Viceversa, il “bubbone giovanile” rappresenta un pericolo molto grave per tutti.  In assenza di una rapida crescita economica, analoga a quella che ha permesso di gestire il “baby boom” occidentale e cinese degli anni ’60, una qualche forma di violenza estrema è inevitabile.  Quello che sta accadendo in tutti i paesi arabi ed in molti di quelli africani è emblematico.  Certo, come sempre ci sono anche altri ingredienti specifici di ogni particolare conflitto: interessi economici, ingerenze straniere, inimicizie storiche e molti altri, ma lo ”stato di sovrappopolazione” è l’ingrediente che costituisce la massa critica che altri fattori fanno poi detonare.

Se questo approccio è corretto, è molto improbabile che le grandi potenze scatenino la tanto temuta nuova guerra mondiale.  Presumibilmente, continueranno, ad usare la guerra come strumento per perseguire i loro scopi , ma sempre in un'ottica di conflitto locale, come del resto stanno facendo.  Sommosse e tumulti ci sono e ci saranno, specie a seguito di bruschi peggioramenti economici, ma porteranno a governi più repressivi e ad uno stretto controllo della popolazione, piuttosto che a vere rivoluzioni o guerre civili.

Certo, è possibile uno scontro diretto USA – Cina per il predominio sul mondo, ma lo ritengo assai improbabile sia per ragioni demografiche, sia perché il livello di rischio sarebbe troppo elevato per entrambi.

Viceversa, ci sono due potenze nucleari, India e Pakistan, che hanno tutte le caratteristiche per essere molto pericolose: estrema sovrappopolazione, bubbone giovanile, crisi economica, grande potere politico delle forze armate, forti tensioni interne, storica inimicizia e confini contesi.    Certo, è possibile che questi paesi tornino a scontrarsi senza coinvolgerne altri, oppure che la tensione sfoci in guerre interne, ma il rischio di un’ennesima carneficina in questo settore è comunque molto alto ed avrebbe conseguenze globali, anche se, speriamo, solo economiche.

Il secondo “hot spot”  di livello globale è naturalmente il Medio Oriente.   I motivi sono abbastanza analoghi a quelli visti sopra e uno stato di guerra per procura fra Iran ed Arabia Saudita è già in corso da molti anni.  Ultimamente sta vincendo l’Iran, ma i giochi sono aperti e c’è la possibilità di un coinvolgimento delle grandi potenze l’una contro l’altra.   Inoltre, in zona si trovano altre due potenze regionali pesantemente sovrappopolate, con un vistoso bubbone giovanile ed una politica sempre più aggressiva: Israele e Turchia.  Accanto c'è l'Egitto che coniuga una situazione demografica esplosiva, un'economia disastrata ed una forza armata di tutto rispetto. In pratica, un "gioco dei 5 cantoni" che può sfuggire di mano in qualunque momento scatenando una carneficina.

Esistono ancora una moltitudine di focolai di guerra, attuali e potenziali, specialmente in Africa, nonché in America centrale e meridionale, ma nessuno di questi ha, credo, la potenzialità per svilupparsi in una nuova guerra globale, anche se la certezza del futuro si può avere solo dopo che questo è diventato il passato.  E neanche sempre.



Concludendo


La sovrappopolazione è uno stato patologico che deriva da uno squilibrio tra crescita demografica ed altri fattori, principalmente economici ed ecologici.  Non può durare a lungo e prima si risolve, migliore è la vita di coloro che sopravvivono alla crisi.  Esistono molti modi per rientrare entro la capacità di carico, ma una certa dose di violenza è inevitabile.   Quanto lunga ed intensa sia però questa fase dipende da una moltitudine di fattori ed ogni crisi ha la sua esclusiva combinazione di "ingredienti". Tuttavia quando si è in presenza di un pronunciato "bubbone giovanile" la probabilità di giungere a conflitti sanguinosi e distruttivi è molto elevata.

L'analisi dei dati demografici degli ultimi decenni suggerisce però un moderato ottimismo. Finora, infatti, in tutti i paesi in cui la percezione del futuro si è fatta fosca, la natalità diminuisce.  Parallelamente, dove la crisi economica arriva ad intaccare i servizi sanitari e le pensioni, la mortalità torna ad aumentare.  Ne consegue una riduzione della popolazione che può diventare relativamente rapida, anche in assenza di grandi catastrofi.  Anzi, specialmente in assenza di grandi catastrofi che, finora, hanno sempre innescato dei “baby boom” di reazione, appena le condizioni lo consentono.

E' quindi legittima la speranza di poter evitare il collasso della biosfera e l’estinzione della nostra specie, soprattutto se i governi si adoperassero per salvaguardare i presupposti per la vita nel futuro: biodiversità, suoli, acqua.

Non potremo però evitare la violenza, specie nei paesi con popolazioni molto giovani.  Dobbiamo quindi lavorare per evitare che maturino i presupposti per essere coinvolti in rivolte e guerre particolarmente sanguinose, ma anche attrezzarsi per vincere quelle che risultassero inevitabili.


Jacopo Simonetta

Fonte: qui

venerdì 1 febbraio 2019

IL "DOOMSDAY CLOCK", L’OROLOGIO DELLA FINE DEL MONDO, SEGNA DUE MINUTI A MEZZANOTTE

SECONDO GLI SCIENZIATI ATOMICI DI WASHINGTON, CHE SPOSTANO AVANTI O INDIETRO LE LANCETTE, IL GENERE UMANO È SEMPRE PIÙ VICINO AL PROPRIO ANNIENTAMENTO 
SOLTANTO ALTRE DUE VOLTE NELLA STORIA SI ERA COSÌ VICINI ALLA FINE DELL’UMANITÀ: ECCO QUANDO...
Cecilia Butini per “la Stampa”

orologio dell'apocalisse due minuti a mezzanotteOROLOGIO DELL'APOCALISSE DUE MINUTI A MEZZANOTTE
La società del bollettino degli scienziati atomici di Washington ha spostato l' orologio della fine del mondo, il cosiddetto Doomsday Clock , a due minuti prima della mezzanotte, citando il rischio di una guerra nucleare e soprattutto il cambiamento climatico(stanno sovrastimando il rischio!!!) come i due fattori che più avvicinano il genere umano al proprio annientamento. «Il futuro della civiltà umana è più sicuro o più a rischio di com' era l' anno scorso? Ed è più sicuro o più a rischio di com' era nei sette decenni in cui è esistito l' orologio?». Sono alcune delle domande che gli scienziati si sono posti prima di annunciare la posizione delle lancette quest' anno, ha spiegato la presidente della società, Rachel Bronson.
orologio dell'apocalisseOROLOGIO DELL'APOCALISSE

Il rischio estinzione
Dall' anno di invenzione dell' orologio, il 1947, le lancette non sono mai state più vicine di così alla mezzanotte: l' umanità, cioè, pare non essere mai stata così a rischio estinzione.Tra il 2018 e il 2019 in realtà le lancette non sono state spostate, ma per gli scienziati non c' è da festeggiare: siamo comunque nell' era del «nuovo anormale».

apocalisse 1APOCALISSE






L' orologio dell' Apocalisse fu pensato dall' americano Bulletin of the Atomic Scientists per dare al mondo una misura della probabilità di una catastrofe provocata dalle azioni umane in un momento in cui la guerra agli armamenti da parte di Usa e Urss era una minaccia reale. Fu impostato inizialmente a sette minuti a mezzanotte. Nel corso dei successivi 72 anni la lancetta dei minuti è stata mossa avanti e indietro 23 volte, raggiungendo la distanza massima di 17 minuti nel 1991 e quella minima di due minuti nel 1953 (quando l' Unione Sovietica testò la bomba a idrogeno), nel 2018 e nel 2019.
orologio dell'apocalisse due minuti a mezzanotte 1OROLOGIO DELL'APOCALISSE DUE MINUTI A MEZZANOTTE

Se agli albori del Doomsday Clock e durante i successivi anni della Guerra Fredda la minaccia nucleare era considerata il fattore di rischio numero uno, negli ultimi anni si è aggiunto il cambiamento climatico. La decisione dell' amministrazione Trump di abbandonare l' accordo di Parigi sul clima è vista dagli scienziati come un fattore che ha contribuito al fallimento - definito «vergognoso» - delle politiche climatiche in tutto il mondo.
apocalisse 2APOCALISSE

Ma non solo: nella concezione del Bollettino, a queste minacce misurabili scientificamente si affiancano ora fattori come la «guerra di informazione atta a indebolire la democrazia nel mondo». Come a dire: se la verità viene manipolata con disinvoltura, specialmente dalla politica, «la nostra abilità di distinguere la verità dalla fiction viene distrutta», ha detto Rachel Bronson. «E non c' è niente di normale in questo».

Fonte: qui