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domenica 16 giugno 2019
martedì 6 novembre 2018
DOPO 7 ORE DI TRATTATIVE SI È ARRESO FRANCESCO AMATO, IL 55ENNE IMPUTATO NEL MAXI PROCESSO DI ‘NDRANGHETA AEMILIA CHE HA PRESO IN OSTAGGIO 5 DIPENDENTI DI UN UFFICIO POSTALE DI REGGIO EMILIA
“VI AMMAZZO TUTTI, SONO QUELLO CONDANNATO A 19 ANNI”
VOLEVA PARLARE CON SALVINI, POI I CARABINIERI SONO RIUSCITI A FARLO DESISTERE
Giuseppe Gaetano per www.corriere.it
«Vi ammazzo tutti, sono quello condannato a 19 anni!». Con queste parole Francesco Amato ha fatto irruzione, lunedì mattina intorno alle 10, nell’ufficio postale di Pieve Modolena, frazione di Reggio Emilia, impugnando un coltellaccio da cucina di 35 centimetri. Ci sono volute sette ore di trattative con i carabinieri per far desistere il 55enne, condannato cinque giorni fa nel maxi-processo di `ndrangheta Aemilia e resosi irreperibile dopo la sentenza. Il blitz delle forze dell'ordine è stato accolto da applausi ironici da parte di numerosi parenti e amici di Amato che hanno gridato: «Bravo Francesco, bravi voi che avete sconfitto la `ndrangheta!».
L'irruzione alle Poste
Amato ha fatto uscire i sette clienti presenti nella struttura al momento dell'assalto, asserragliandosi dentro con 5 ostaggi: quattro impiegate e la direttrice della filiale, situata in via Fratelli Cervi 160. Prima di barricarsi, riporta Reggionline, avrebbe anche urlato «Mia madre è in questo ufficio da 6 anni». Subito sono intervenute le forze dell’ordine, che hanno chiuso le strade e avviato i contatti col sequestratore, sulla soglia dell'edificio.
Dopo qualche ora è stata fatta uscire una dipendente colta da malore, la cassiera Annalisa Coluzzo di 54 anni: appena fuori, la donna è svenuta ed è stata soccorsa in barella dai medici del 118. L'uomo aveva chiesto di poter parlare prima con il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, e poi con quello dell'Interno, Matteo Salvini.
La trattativa e la resa
Subito dopo la resa il sequestratore è stato portato in auto alla caserma dei carabinieri; è stato confermato che gli ostaggi rimasti con lui stanno tutti bene. La loro liberazione, ha dichiarato il comandante provinciale dell’Arma, è avvenuta dopo una lunga trattativa.
L'ostaggio: «Se apriamo la porta finiamo male»
«Siamo chiusi dentro, il signor Amato vuole parlare con Salvini - aveva rivelato una delle impiegate in ostaggio, raggiunta al cellulare da Radio Rai -. Lo vedo, sono all'interno, Amato sta parlando: vuole Salvini. Parla con i carabinieri, con noi, ha un coltello in mano. Io lavoro qui, siamo in quattro. Il signore è qui da parecchie ore, ha detto che se apriamo la porta qualcuno fa una brutta fine e quindi siamo trincerati dentro».
Per sbloccare la situazione polizia e carabinieri arano arrivati a valutare perfino l'intervento delle forze speciali del Gis, mentre il Viminale seguiva «con preoccupazione e apprensione gli sviluppi della vicenda». Sul luogo erano arrivati anche sindaco, prefetto e questore di Reggio.
La testimone: «Ci ha puntato l'arma contro»
Prima della risoluzione del caso, aveva parlato anche la figlia 22enne della direttrice dell'ufficio: «Mia madre è molto coraggiosa, ho visto che le tremava la voce ma credo sappia cosa dire e cosa fare, non si merita nulla di quello che potrebbe fare questa persona» ha detto ai microfoni di Telereggio. È stata lei a dare l'allarme ai carabinieri: si era recata nella filiale per portare un pacco alla mamma, quando Amato è entrato minacciando di morte i presenti. «Aveva in mano un coltello e lo puntava alle persone» racconta la ragazza, che è riuscita a scappare.
I parenti: «Non è cattivo, vuole giustizia»
Per uno dei fratelli di Amato giunto sul posto (non imputato nel processo Aemilia), si è trattato di un'azione dimostrativa contro una condanna ritenuta iniqua. «Mio zio non è una persona cattiva, non so cosa gli sia saltato in mente - sostiene anche la nipote -.
Mi dispiace per le povere persone lì dentro, lo sta facendo perché pensa di aver avuto una condanna ingiusta: non è colpevole, l'ha fatto perché è innocente». «Lui non fa male a nessuno, vuole solo giustizia - afferma il cognato-. E' invalido dalla mano destra: con 19 anni di galera sulle spalle una persona che non ha fatto nulla, è chiaro che il sangue bolle: non sapevamo nulla di quello che avrebbe fatto, ma non è pericoloso».
Una protesta plateale dunque, per i familiari, finalizzata ad uno sconto di pena. Amato era stato condannato in abbreviato per associazione a delinquere di stampo mafioso a 19 anni e 1 mese, con il fratello Alfredo, nello stesso filone d'inchiesta che ha coinvolto anche l’ex calciatore Vincenzo Iaquinta e suo padre. Non è l'unico sfuggito all'ordine di arresto: all'appello mancano ancora i fratelli tunisini Baachaoui e l'albanese Bilbil Elezaj.
Fonte: qui
Giuseppe Gaetano per www.corriere.it
«Vi ammazzo tutti, sono quello condannato a 19 anni!». Con queste parole Francesco Amato ha fatto irruzione, lunedì mattina intorno alle 10, nell’ufficio postale di Pieve Modolena, frazione di Reggio Emilia, impugnando un coltellaccio da cucina di 35 centimetri. Ci sono volute sette ore di trattative con i carabinieri per far desistere il 55enne, condannato cinque giorni fa nel maxi-processo di `ndrangheta Aemilia e resosi irreperibile dopo la sentenza. Il blitz delle forze dell'ordine è stato accolto da applausi ironici da parte di numerosi parenti e amici di Amato che hanno gridato: «Bravo Francesco, bravi voi che avete sconfitto la `ndrangheta!».
L'irruzione alle Poste
Amato ha fatto uscire i sette clienti presenti nella struttura al momento dell'assalto, asserragliandosi dentro con 5 ostaggi: quattro impiegate e la direttrice della filiale, situata in via Fratelli Cervi 160. Prima di barricarsi, riporta Reggionline, avrebbe anche urlato «Mia madre è in questo ufficio da 6 anni». Subito sono intervenute le forze dell’ordine, che hanno chiuso le strade e avviato i contatti col sequestratore, sulla soglia dell'edificio.
Dopo qualche ora è stata fatta uscire una dipendente colta da malore, la cassiera Annalisa Coluzzo di 54 anni: appena fuori, la donna è svenuta ed è stata soccorsa in barella dai medici del 118. L'uomo aveva chiesto di poter parlare prima con il ministro della Difesa, Elisabetta Trenta, e poi con quello dell'Interno, Matteo Salvini.
La trattativa e la resa
Subito dopo la resa il sequestratore è stato portato in auto alla caserma dei carabinieri; è stato confermato che gli ostaggi rimasti con lui stanno tutti bene. La loro liberazione, ha dichiarato il comandante provinciale dell’Arma, è avvenuta dopo una lunga trattativa.
L'ostaggio: «Se apriamo la porta finiamo male»
«Siamo chiusi dentro, il signor Amato vuole parlare con Salvini - aveva rivelato una delle impiegate in ostaggio, raggiunta al cellulare da Radio Rai -. Lo vedo, sono all'interno, Amato sta parlando: vuole Salvini. Parla con i carabinieri, con noi, ha un coltello in mano. Io lavoro qui, siamo in quattro. Il signore è qui da parecchie ore, ha detto che se apriamo la porta qualcuno fa una brutta fine e quindi siamo trincerati dentro».
Per sbloccare la situazione polizia e carabinieri arano arrivati a valutare perfino l'intervento delle forze speciali del Gis, mentre il Viminale seguiva «con preoccupazione e apprensione gli sviluppi della vicenda». Sul luogo erano arrivati anche sindaco, prefetto e questore di Reggio.
La testimone: «Ci ha puntato l'arma contro»
Prima della risoluzione del caso, aveva parlato anche la figlia 22enne della direttrice dell'ufficio: «Mia madre è molto coraggiosa, ho visto che le tremava la voce ma credo sappia cosa dire e cosa fare, non si merita nulla di quello che potrebbe fare questa persona» ha detto ai microfoni di Telereggio. È stata lei a dare l'allarme ai carabinieri: si era recata nella filiale per portare un pacco alla mamma, quando Amato è entrato minacciando di morte i presenti. «Aveva in mano un coltello e lo puntava alle persone» racconta la ragazza, che è riuscita a scappare.
I parenti: «Non è cattivo, vuole giustizia»
Per uno dei fratelli di Amato giunto sul posto (non imputato nel processo Aemilia), si è trattato di un'azione dimostrativa contro una condanna ritenuta iniqua. «Mio zio non è una persona cattiva, non so cosa gli sia saltato in mente - sostiene anche la nipote -.
Mi dispiace per le povere persone lì dentro, lo sta facendo perché pensa di aver avuto una condanna ingiusta: non è colpevole, l'ha fatto perché è innocente». «Lui non fa male a nessuno, vuole solo giustizia - afferma il cognato-. E' invalido dalla mano destra: con 19 anni di galera sulle spalle una persona che non ha fatto nulla, è chiaro che il sangue bolle: non sapevamo nulla di quello che avrebbe fatto, ma non è pericoloso».
Una protesta plateale dunque, per i familiari, finalizzata ad uno sconto di pena. Amato era stato condannato in abbreviato per associazione a delinquere di stampo mafioso a 19 anni e 1 mese, con il fratello Alfredo, nello stesso filone d'inchiesta che ha coinvolto anche l’ex calciatore Vincenzo Iaquinta e suo padre. Non è l'unico sfuggito all'ordine di arresto: all'appello mancano ancora i fratelli tunisini Baachaoui e l'albanese Bilbil Elezaj.
Fonte: qui
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venerdì 18 maggio 2018
Reggio Emilia, imprenditore dei diamanti indagato trovato morto in hotel: si indaga per istigazione al suicidio

L'imprenditore Claudio Giacobazzi, 65 anni, amministratore delegato della Intermarket Diamond business di Milano, società attiva nella vendita delle pietre preziose per investimenti attraverso le banche, è stato trovato morto lunedì pomeriggio in una camera d'hotel a Reggio Emilia, non lontano dal casello dell'A1.
Lo riportano alcuni giornali locali. Nella stanza, ora sotto sequestro, è stato trovato un biglietto d'addio e la procura di Reggio Emilia ha aperto un'inchiesta per istigazione al suicidio per svolgere accertamenti.
Giacobazzi aveva un sacchetto di plastica intorno alla testa(suicidio???).
Residente a Vezzano sul Crostolo nel reggiano, era finito al centro di inchieste sulla vendita di diamanti ad un prezzo superiore a quello reale ed era indagato dalla procura di Milano, come confermano i legali della sua famiglia al Resto del Carlino di Reggio Emilia: «Le vicende giudiziarie lo avevano molto provato, perché si diceva innocente».
Fonte: qui
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giovedì 14 dicembre 2017
A Reggio il pentito Muto parla e il Sindaco resta muto
Caro amico ti scrivo, cosi mi distraggo un po’, a Reggio Emilia i preti non si possono ancora sposare, ma i Muto iniziano a parlare e accade pure l’incredibile, il direttore della Gazzetta di Reggio, giornale non ostile al PD, si fa per dire, chiede, quasi ingiunge al sindaco Luca Vecchi di dire 335, non per auscultargli il torace, ma per sapere se il nostro ha ricevuto un avviso di garanzia in seguito alle indagini collaterali, scaturite dalle dichiarazioni del pentito ndranghetista Muto.
Indagini inerenti l’appoggio elettorale che il capo mandamento Lamanna avrebbe chiesto per il sindaco. Insomma, mentre Muto parla, quelli dotati di favella tacciono. Muto per ora il sindaco, che aveva molto parlato di attacco alla democrazia ogni volta che si levava una critica verso di lui, muto il Pd, che pure aveva fragorosamente testimoniato il suo impegno antimafia, insomma in città parla solo il Muto.
Però il direttore della Gazzetta non si è fermato li, ha chiesto pure le fatture della casa del primo cittadino, acquistata e completata da presunti ndranghetisti.
Perchè tutto questo sia accaduto è un mistero, anche se è difficile che le cose a Reggio accadano per caso. Inoltre, presso la sede della Cgil, si è tenuta una assemblea che ha ripercorso le tappe del processo Aemilia, ponendo al sindaco le stesse domande. Ora, capire le logiche di un potere così lungo e pervasivo è difficile, specie per i non addetti ai lavori e anche ai livori che agitano la sinistra, pertanto non lo faremo, nè ci uniremo al coro di chi attacca il sindaco, rimarremo garantisti, anche se la sinistra con gli avversari è forcaiola.
Una cosa possiamo però augurarci, che si accenda una piccola luce sui legami delle cosche in Città. Che abbiano fatto tutto da sole non lo crede nessuno, come nessuno crede che le auto brucino per autocombustione, con temperature esterne vicine allo zero.
Detto bravo al dottore, anzi al direttore, non resta che attendere che il sindaco dica 33…5!
Fonte: qui
martedì 5 dicembre 2017
A Reggio Emilia la mafia non esiste
![]() |
Processo Aemilia: le foto della prima udienza a Reggio Emilia |
Le condanne del processo Aemilia, cento imputati, un manipolo di pentiti, omicidi e altri delitti ricostruiti, insomma una ganster story della ‘ndrangheta a Reggio Emilia degli ultimi decenni, va in scena da mesi al tribunale di Bologna, come una serie tv, tipo Gomorra.
Però la città è tranquilla perché, caso unico nella storia criminale del Paese, i mafiosi agivano senza coinvolgere tecnici, politici, imprenditori, pubblici funzionari.
Insomma, costruivano pezzi di città senza che si sappia chi li ha autorizzati, s’ inserivano nei trasporti, senza che si conoscano i loro clienti, sembra incredibile, ma tanto basta alla città e ai suoi reggenti politici locali e nazionali, per sentirsi assolti.
Poi accade che venga ucciso un parente di un pentito e una certa ansia percorre la città, vuoi vedere che la ‘ndrangheta esiste davvero e ammazza pure?
Tranquilli, non era vero niente, dalle ultime notizie pare che lo sfortunato sia stato ucciso da un vicino, arrabbiato perché il nostro gli gettava le briciole nel giardino.
Lo ammettiamo, a Reggio Emilia, Città delle persone, si è tirato un sospiro di sollievo!
Certo uccidere uno per delle briciole è un atto d’ intolleranza o, se vogliamo, un eccesso di difesa, ma afferma ancora una volta che a Reggio la mafia non esiste e non uccide né d’estate, né d’inverno.
Certo nell’ultimo periodo pare, dico pare, perché bisogna essere garantisti, abbiano preso fuoco nove auto e, pur non essendo particolarmente caldo, siamo portati a credere si tratti di fenomeni di autocombustione, poi il pizzo e l’usura sono fenomeni criminali minori e supponiamo che perciò resteranno irrisolti.
Comunque non determinano l’esistenza della ‘ndrangheta, né alcuna collusione con la politica dominante. Resta solo qualche sprovveduto che continua a credere che a Reggio non manchino i reati, ma le indagini, visionari che credono che molte cooperative siano fallite e che molti fornitori, prestatori di denaro e lavoratori ci abbiano perso il posto e pure i soldi, ma è un’ illusione.
La qualità della vita migliora e la democrazia è così forte, che ogni critica al sindaco è un attacco alla Costituzione.
Comunque la cosa importante è che la ’ndrangheta non esiste, quindi non capiamo di cosa si stiano pentendo i pentiti, da noi la mafia non agisce, figuriamoci sotto Natale, siamo a Reggio Emilia, non a Reggio Calabria!
Fonte: qui
martedì 26 settembre 2017
Processo Aemilia e Gomblotti contro il Pd
Il processo contro la ‘ndrangheta a Reggio Emilia prosegue e presenta qualche colpo di scena, ad esempio ora abbiamo due pentiti, non un granchè, ma meglio di niente.
Ora questi pentiti non dicono grandi cose, descrivono il dettaglio di qualche omicidio, parlano di cene con esponenti di forze dell’ordine, nulla di penalmente rilevante, ma non è bello sapere che i dirigenti di polizia amavano cenare o andare a cavallo gratis, sempre che sia vero.
Certo qualche poliziotto è stato condannato, il che ci fa presumere che oltre al fumo ci sia anche un po’ di arrosto. Si dice che bisogna attendere le sentenze definitive, giusto, speriamo di essere ancora vivi quando arriveranno. Manca però qualsiasi riferimento ai complici politici e amministrativi dei mafiosi, il che rende il processo, un po’ monco e meno credibile.
![]() |
| Salvatore Migale, sindaco di Cutro, insieme a Graziano Delrio |
Come facevano i mafiosi ad avere i permessi edificatori?
Chi li ha concessi?
L’unico politico condannato è un esponente dell’opposizione, che non ha mai governato, possibile che manovrasse da solo le giunte di sinistra, il mondo cooperativo e tutto l’apparato amministrativo?
Non è credibile e nessuno può negare che se le indagini, non coinvolgono il “mondo di sopra”, uno può continuare a pensare che a Reggio non manchino i reati, ma le indagini. Che l’aria sia pesante lo testimoniano anche le dichiarazioni dell’ex direttore del Catasto di Reggio davanti alla commissione antimafia, che coinvolgono a livello politico esponenti del Pd in relazione agli imprenditori cutresi.
Invece di difendersi nelle sedi opportune gli esponenti coinvolti e il Pd hanno urlato al complotto. Insomma, inflessibili con gli avversari e vittime di complotti quando tocca ad uno di loro. E’ il solito doppiopesismo della sinistra, perché è evidente che il Pd aveva una relazione speciale con i cittadini di Cutro, dalla presenza in Consiglio Comunale di esponenti cutresi, ai pellegrinaggi a Cutro, all‘intitolazione di una strada, al numero di imprese edili cutresi operanti sul territorio. Questo non vuol dire che vi siano illeciti, ma che quella relazione è reale e non vi è alcun complotto.
Abbiamo dovuto attendere le interdittive del Prefetto De Miro, perché qualcuno ammettesse che la mafia esisteva anche nella terra della Iotti e di Prampolini. Possibile che un potere occhiuto e pervasivo come quello del Pd, non avesse visto nulla, le auto e le betoniere che bruciavano erano effetti dell’autocombustione da calore, anche d’inverno?
Lasciamo perdere i complotti e chiediamo indagini serie e rigorose, dove il grano venga separato dal loglio.
Fonte: qui
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