9 dicembre forconi: EUROZONA
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domenica 17 febbraio 2019

ITALIA GIALLOVERDE, UNA LEHMAN BROTHERS AL CUBO


Molti paesi nel mondo si trovano in situazioni critiche per enormi debiti o per situazioni di stallo o di conflitto politico, ma ciò che rende il nostro paese diverso è che non è indipendente ma si trova all’interno di un’unione monetaria e se subisse un tracollo, come terza economia, manderebbe all’aria tutti gli altri paesi membri compresa la valuta comune. 
Sembra dunque di essere tornati al 2012, ma con una differenza cruciale: l’epicentro della crisi non è la Grecia ma l’Italia e non esistono risorse per salvarla. 
L’Italia ha il maggiore debito sovrano d’Europa, totalmente fuori controllo. 
Ha l’economia col rendimento peggiore: una crescita del Pil dell’1 percento a fronte di una spesa per interessi sul debito del 4 per cento, ergo una decrescita del 3 per cento. 
Ha il peggiore problema di crediti inesigibili la cui dimensione è, grosso modo, quella dei subprime statunitensi di dieci anni fa. 
La situazione italiana ha dunque il potenziale distruttivo e di contagio di una Lehman Brothers, ma al cubo. 
Infatti, come qualche giorno fa ricordava Bloomberg, il debito pubblico italiano di 2.3 trilioni di euro minaccia di scatenare una reazione a catena che potrebbe coinvolgere Francia, Spagna e Germania, paesi le cui banche hanno in carico gran parte di questo debito e solo menzionarne la precarietà, scrive Bloomberg, fa venire i brividi agli operatori finanziari, specialmente dopo che l’economia italiana è scivolata ufficialmente in recessione. 
Le banche francesi hanno un’esposizione enorme sul debito italiano ma quelle inglesi sono esposte verso quelle francesi, quelle spagnole verso le inglesi e così via. 
È questa cascata a essere pericolosa… 
Non facciamoci illusioni: con l’economia gialloverde l’Italia ha imboccato la strada del collasso definitivo se non imminente, inevitabile. 
Quando sarà sempre più evidente che .................... l’enorme debito pubblico è l’impedimento strutturale alla crescita, il mercato richiederà per le obbligazioni italiane rendimenti elevatissimi. 
L’insolvenza di un governo si manifesta non appena ha difficoltà a piazzare il proprio debito. 
Attualmente il problema è che per continuare a operare senza massicci tagli al bilancio, l’Italia deve vendere 400 miliardi di euro di obbligazioni all’anno che rappresentano il consumo della pubblica amministrazione. 
Ora, sia detto di passaggio, questa cifra rappresenta la capacità di prestito del Fondo salva-Stati europeo (Esm) che è appunto 410 miliardi di euro, sovrabbondanti per salvare una 1/2 Grecia ma un pannicello caldo per sventare un eventuale collasso italiano con ramificazioni nel mondo intero. 
Il Fondo verrebbe esaurito nel giro un anno e sarebbe come versare acqua in un secchio bucato. 
Il secondo problema è che poiché è terminato il compito della Bce come acquirente di titoli di prima istanza, nuove emissioni di debito dovranno essere assorbite dalle banche italiane con il rischio che diminuzioni di prezzo compromettano bilanci e quotazioni azionarie costringendole a aumentare il capitale per ottenere prestiti dalla banca centrale. 
Ma chi sottoscrive aumenti di capitale in un clima del genere? 
E’ la circolarità infernale di cui abbiamo già scritto. 
Nell’eurozona, con governi sull’orlo della bancarotta, non può esistere un sistema bancario sano.
In altre parole, una crisi di governo può far collassare il sistema bancario mentre una crisi bancaria può far collassare il governo. 
Neppure l’export, che rappresenta il 30 per cento del Pil, è in grado di risollevare le sorti del paese in quanto è pessima anche la salute dell’economia mondiale e neppure c’è alcun miglioramento prospettico della competitività nei confronti dei partner dell’unione. 
Già, è proprio di questo che si dovrebbe parlare, di produttività e di competitività invece che di sussidi e spesa pubblica.
La diagnosi, purtroppo è semplicemente questa: l’Italia è diventata tristemente non competitiva e questa è anche la ragione per cui non è solvibile. 
Ciò che è riflesso, nei bilanci delle banche, dai crediti contenziosi verso aziende la cui competitività è stata compromessa dal carico fiscale imposto da un debito pubblico non più sostenibile. 
L’unica ragione per cui il debito italiano non è stato classificato come spazzatura dalle agenzie di rating è perché la banca centrale europea è sempre intervenuta per evitare un default. 
Con la copertura della Bce, le obbligazioni italiane erano come obbligazioni tedesche senza averne i fondamentali. 
Ma se la Bce abbandonasse l’Italia alle forze del mercato, il rating dei bond italiani troverebbe in brevissimo tempo il suo “livello naturale”, costringendo l’Italia a ridimensionare il suo il debito. 
Ovviamente la Bce non può abbandonare l’Italia, perché sa che il default del nostro paese farebbe saltare l’eurozona intera con ripercussioni indicibili. 
Ma non può neppure salvarla continuando ad avallare i suoi deficit perché gli altri paesi della periferia europea reclamerebbero il diritto alle stesse politiche lassiste facendo evaporare la facciata di disciplina monetaria che metterebbe a nudo l’eurozona. 
E allora come andrà a finire? 
Quale altro espediente si troverà per evitare il collasso e tirare a campare? 
Si riuscirà ad arrivare alle elezioni europee senza traumi? 
Non lo sappiamo ma sappiamo che le cose si stanno scaldando e la crisi italiana combinata con l’ondata crescente dei movimenti populisti nel continente potrebbe affossare sia l’unione monetaria che quella europea.



Da miglioverde
di GERARDO COCO 
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Ottima analisi...manca però una variabile che si chiama
PATRIMONIALE STRAORDINARIA + AUMENTO MASSICCIO TASSA SUCCESSIONE
Prima di eventuali scenari di Default/Ristrutturazione del Debito si farà quest'ultima SPREMUTA che trova l'avallo della maggioranza di illiberali statalisti, che siano catto-comunisti o nazionalsocialisti poco cambia.
La patrimoniale darà un duro colpo all'ultimo cuscinetto che abbiamo = la ricchezza/i risparmi delle generazioni precedenti = la comfort-zone per tanti che dunque si possono ancora permettere di vivere nel mondo dei sogni....
Sarà anche il colpo di grazie all'immobiliare che è già zombie e che è il primo asset di risparmio degli italiani.
Si guadagnerà qualche anno e poi altra accelerazione del Declino in stile sempre più Venezuelano, con la maggioranza italopiteca sempre più in dissociazione dalla realtà/negazione della stessa.
Che invece di adattarsi/evolvere
si va sempre più nell'esatta direzione OPPOSTA del necessario. 
#NOHOPEFORTHISITALY
#BUONAPROSECUZIONEDIDECLINO

Da non perdere un mio post di fine 2017: 
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Forse gli italiani si stanno lentamente svegliando dall'illusione grillina. 

Hanno scelto di assopirsi nell'illusione leghista, che meglio non è. Quando tutte le alternative saranno state testate, e saranno ovviamente tutte fallite, gli italiani troveranno altri venditori di fumo, possibilmente ancora peggiori, a cui aggrapparsi.
Non ce li vedo a votare partiti di estrema destra o sinistra. 

Comunisti e fascisti sono datati e non credo avranno mai successo elettorale. 
Quindi opto per qualcosa tipo Wanna Marchi.
Il problema, fondamentalmente, è che gli italiani non vogliono ammettere a sé stessi di non avere un futuro, e soprattutto di non voler pagare il prezzo di uscire dalla palude in cui si sono ficcati.


martedì 29 gennaio 2019

Giovani lavoratori a rischio povertà in Europa


Nel 2017 la percentuale di lavoratori tra i 18 e i 24 anni a rischio di povertà nell’Unione europea (UE) è stata stimata all’11,0% (l’Italia è di poco sopra la media, 12,3%), -1,1% rispetto al 2016. La percentuale è diminuita ogni anno dal picco del 2014 (12,9%).
La più alta percentuale di giovani lavoratori a rischio di povertà nel 2017 era in Romania (28,2%), seguita da Lussemburgo (20,0%), Danimarca (19,1%), Spagna (19,0%) ed Estonia (18,4 %). Al contrario, tre Paesi con tassi inferiori al 5% sono Repubblica Ceca (1,5%), Slovacchia (3,8%) e Finlandia (4,2%).
Fonte: qui

Nell’eurozona ormai si vive per lavorare

C’è un prima e c’è un dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, con il 2008 a far da spartiacque per la semplice ragione che in quel momento si è verificata una crisi internazionale, che però, a ben vedere, è solo un utile pretesto. Il prima e dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, dipende almeno altrettanto sostanzialmente dal tempo che è trascorso fra il 1999 e il 2008, ossia il prima, e il 2013 e il 2018, che rappresenta il dopo. Un arco di vent’anni nei quali si è verificato un sostanziale invecchiamento della popolazione, ossia della forza lavoro.
Questo prima e dopo non riguarda ovviamente solo la componente demografica, ma anche quella settoriale e, soprattutto, quella professionale, che ad essa in qualche modo è collegata. La crisi, se davvero ha funzionato da spartiacque, è servita a focalizzare le preferenze del mercato su una tipologia precisa di lavoratori: quelli con un livello di istruzione più elevato e una forte vocazione verso i servizi di mercato. Ed ecco che si delinea l’identikit del lavoratore che in qualche modo è uscito vincitore dalla crisi: ultra55enne, molto istruito con vocazione verso attività di servizio.
C’è anche un altro prima e dopo, nel mercato del lavoro europeo, che una bella analisi pubblicata nell’ultimo bollettino della Bce ci consente di visualizzare con chiarezza.
Nel primo periodo fra il 1999 e il 2008 era la Spagna ad attirare lavoro e quindi flussi migratori. Oltre 6 milioni di lavoratori, che pesavano il 35% del totale dei posti di lavoro creati nel periodo nella zona euro, avevano trovato occupazione in Spagna, molti dei quali grazie al settore delle costruzioni, che pesava oltre il 10% dei posti di lavoro creati, per un totale di 1,9 milioni di persone. Nel dopo, ossia il periodo fra il 2013 e il 2018, è la Germania a far da calamita alla nuova occupazione, con quasi il 30% dei posti creati per circa 2,6 milioni di posizione a fronte di poco più del 10% del periodo precedente. Sola, fra le economia principali dell’area, a veder crescere la sua quota relativa di espansione dell’occupazione. Oltre alla Spagna, infatti, perdono quota la Francia e l’Italia. La metamorfosi del mercato del lavoro dell’eurozona non ha premiato solo gli anziani istruiti, ma anche le economie meglio attrezzate.
Vale la pena tornare un attivo sulla composizione della forza lavoro per osservare concretamente come sia mutata.
Il grafico ci consente di trarre alcuni spunti di riflessione. I lavoratori con titolo di studio medio, che nel primo periodo esprimevano ancora il 60% dell’espansione dell’occupazione cumulata, nel secondo solo crollati a circa la metà. Al contrario, i lavoratori con titolo di studio più elevato, che erano allo stesso livello di quelli medi nel primo periodo, hanno visto aumentare al quota all’80%. In calo le occupazione con basso titolo di studio sia nel primo che nel secondo periodo. Da ciò possiamo dedurre che il mercato del lavoro europeo richiede qualifiche sempre più elevate e questo dovrebbe essere una indicazione utile per le famiglie e gli stati, che dovrebbero investire massicciamente sull’istruzione.
Merita di essere sottolineato anche lo scivolamento verso l’età anziana dell’espansione dei posti di lavoro. Nel primo periodo i 25-54enni rappresentavano oltre il 60% di queste espansione, dopo appena il 20. Certo, molti sono invecchiati, passando nella coorte dei 55-74enni, allargata anche grazie alle riforme pensionistiche che hanno aumentato l’età pensionabile in molti paesi europei. Ma l’effetto demografico, che porta necessariamente con sé anche una maggiore stabilità contrattuale, spiega solo una parte di questa evoluzione. E soprattutto lascia aperto un enorme problema. Se il lavoro si concentra sulle fasce più attempate e istruite della popolazione, cosa ne sarà di quelle più giovani e meno istruite? Questo ovviamente la Bce non può saperlo. Però possiamo fare un’ultima riflessione osservando un altro grafico, quello relativo alla scomposizione dell’aumento del lavoro guardando alla forma contrattuale.
“L’espansione dell’occupazione nell’area dell’euro nel corso della recente ripresa – spiega la Bce – è stata trainata da tipologie di contratti a tempo pieno e prevalentemente indeterminato, con circa l’80 per cento dell’intera crescita derivante da un aumento dell’occupazione a tempo pieno”. Ma al tempo stesso “mentre l’espansione dell’occupazione si concentra ancora nelle posizioni a tempo indeterminato, l’occupazione a tempo determinato adesso rappresenta una percentuale più ampia della crescita dell’occupazione, mentre il lavoro autonomo è in diminuzione”. Ed ecco che si delinea l’identikit del nostro lavoratore europeo prossimo venturo: più anziano, più istruito, disposto a spostarsi verso le economie dinamiche e a lavorare con contratti a tempo determinato con la prospettiva di un lavoro a tempo indeterminato, ma per una vita lavorativa più lunga, che probabilmente richiederà una formazione permanente, e prospettive pensionistiche assai meno generose di prima. Significa vivere, pianificando bene le scelte fin da giovani, per lavorare.


Fonte: qui

LAVORO E ROBOT


Gli ultimi tre anni che abbiamo passato sono stati notevolmente rilevanti per il mercato del lavoro, i prossimi tre che abbiamo innanzi saranno ancora più impattanti. Viviamo in epoca in cui tendenze sociali, tecnologiche e demografiche stanno rapidamente modificando il modo di lavorare e le relazioni che abbiamo con le persone con cui ci confrontiamo quotidianamente. Chi si trova ad avere ancora un’età adolescenziale o chi sta valutando di cambiare il proprio percorso di vita non dovrebbe più di tanto concentrarsi sulla ricerca delle risposte ritenute corrette quanto piuttosto sulle domande che egli stesso di dovrebbe porre. Molta insofferenza giovanile è attribuibile infatti non tanto al lavoro, quanto al fatto di come quest’ultimo stia cambiando troppo velocemente anche per le persone più adattabili. Le generazioni precedenti soprattutto quelle che oggi sono ormai ritirate da tempo dal mercato del lavoro non sono purtroppo in grado nè di dare consigli e nè tanto meno moniti, trattandosi di un mondo completamente distante dal loro passato stile di vita. Non è casuale che le giovani generazioni parlino di mercato del lavoro e non del mondo del lavoro, enfatizzando pertanto la sfida quotidiana per la sopravvivenza tra i propri simili. Rispetto alla fine degli anni Novanta il lavoro di una persona priva di particolare capacità o competenze professionali possiamo dire che è diventato sporadico ed intermittente. Attenzione che questo vale anche per le persone che hanno conseguito un titolo di laurea breve in materie umanistiche o di modesto valore scientifico.

Abbiamo già fatto menzione del modello economico che sta alla base della gig economy in un precedente post, ora sembra che la sua evoluzione e diffusione ci stia portando alla piattaformizzazione del lavoro. Termine decisamente infelice, non solo per la sua pronuncia: in buona sostanza la ricerca di lavoro avviene attraverso l’interazione di piattaforme digitali su cui mettere in mostra le proprie abilità, competenze o disponibilità. Gli Stati Uniti come sempre sono apripista rispetto a tutti, nel bene e nel male: lo scorso anno la gig economy è stata valutata avere un giro d’affari di oltre 80 miliardi di dollari mettendo assieme gli apporti di note piattaforme digitali come Task Rabbit o Freelancer. Sempre più persone sono costrette a rendersi disponibili per lavori one shot con l’idea romantica di costruirsi nel tempo un proprio parco clienti. Sappiamo che circa i 2/3 dei compiti, mansioni e lavori attuali entro i prossimi 25 anni saranno sostituiti da robot, algoritmi, programmi di intelligenza artificiale e cosi via. A fronte di questo scenario che vede da un lato la piattaformizzazione della capacità lavorativa delle persone umane e dall’altro l’ingresso di competitors diversamente umani, la domanda da porsi è come si riuscirà a sopravvivere dal momento che già oggi il mercato del lavoro produce opportunità di occupazione ad intermittenza ?

Le più grandi fondazioni di studi sociali al mondo volute da filantropi illustri come Bill Gates studiano da diversi anni la risposta a questo interrogativo, soprattutto con l’idea di dare supporto ed un mind set-up alle classi dirigenti politiche che verranno. L’automazione e l’intelligenza artificiale aumenteranno a dismisura la disuguaglianza sociale, esattamente quello che uno non si aspetterebbe. Se molti lavori e mansioni che oggi definiamo basici, ripetitivi e con basso valore aggiunto verranno svolti da macchine intelligenti, che fine faranno le persone che prima erano occupate a fare questo ? Come evolverà allora il PIL di una nazione che perderà i consumi generati dai salari e stipendi da coloro i quali saranno surclassati dall’automazione robotica ? Alcuni visionari hanno ipotizzato la robot tax per creare una provvista finanziaria necessaria a sostenere con sussidi miserrimi le persone che perderanno il posto di lavoro a causa di un robot. Fate attenzione: tutte le rivoluzioni sono iniziate quando vi era troppo divario tra le classi agiate e quelle molto povere, seppur in presenza di ammortizzatori sociali. Questo scenario sembra disegnare un mondo opposto a quello ipotizzato dalla fantascienza: saranno più gli umani a ribellarsi ai robot piuttosto che il contrario.

Per questo motivo da qualche anno stanno prendendo piede trasversalmente nelle economie occidentali le proposte politiche per una sorta di reddito di cittadinanza o di un reddito di esistenza, volto a garantire nel prossimo futuro uno stile di vita almeno decoroso (e quindi non pericoloso per l’establishment che governa, qualunque sarà). Sarà un mondo 6-1 o 6-0 il che vale a dire o sei uno o sei zero. In altre parole, o riesci a fare qualcosa che una macchina non è in grado di gestire o analizzare, oppure in assenza di peculiarità sei una nullità e pertanto ti dovrai accontentare della rendita minima e del reddito di cittadinanza in quanto difficilmente ti verrà proposto una mansione (attenzione, non un posto di lavoro) ben retribuita. L’evoluzione umana si è sempre manifestata attraverso mutamenti molto impattanti ed a volte sofferenti sul piano sociale.

Pensiamo solo che all’inizio della rivoluzione industriale in Inghilterra nel 1750 quando vennero presentati i primi modelli di telaio tessile vi furono scontri e rappresaglie nei confronti dei vari padroni che volevano installare tali diavolerie nelle prime fabbriche. Il telaio tessile infatti buttava fuori dal mercato e dalle fabbriche decina di migliaia di cucitrici che erano allora ben contente di fare un lavoro monotono, basico e manuale. Proprio tale mestiere permetteva infatti loro di guadagnare un modesto salario che consentiva la sopravvivenza in quella che allora sembrava il futuro che avanzava: l’abbandono delle campagne per una squallida vita in un sobborgo metropolitano. Le attività di sabotaggio industriale perpetrate dalla maestranze operaie inglesi furono talmente frequenti durante la seconda metà del 1700 che diedero vita ad un autentico movimento di protesta operaia conosciuto con il nome di luddismo il quale quando si diffuse anche in Francia assunse addirittura le dimensioni di una insurrezione nazionale di stampo giacobino. Il luddismo deve il suo nome ad un giovane operaio inglese, Ned Ludd, il quale (almeno cosi narrano le cronache) distrusse materialmente un telaio in una fabbrica inglese ubicata da qualche parte nella regione delle Midlands. Il fatto lo innalzò a sommo rappresentante ed eroe per tutto il proletariato inglese tanto da diventare nel tempo una sorta di personaggio leggendario che avrebbe protetto e vendicato gli operai sconvolti dalle conseguenze della rivoluzione industriale al grido di people first (prima la gente). Al luddisti sono attribuite migliaia di operazioni di sabotaggio industriale tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800: la rivoluzione industriale aveva infatti apportato innovazioni tecniche che provocavano un grave senso di impotenza ed insicurezza nel proletariato operaio, oltre che accentuare la differenza sociale tra i padroni e gli operai.

Fonte: qui

sabato 8 settembre 2018

Che cos’è l’imperialismo finanziario?

Emersione di un nuovo imperialismo finanziario 
Le ricorrenti crisi debitorie della Grecia costituiscono una nuova forma emergente di imperialismo finanziario. Che cosa, allora, è l’imperialismo e specialmente che cos’è quando è descritto come imperialismo finanziario? Come costituisce una nuova forma di imperialismo ciò che è andato emergendo in Grecia sotto l’eurozona? Com’è l’imperialismo finanziario emergente in Grecia sia simile sia diverso da altre forme di imperialismo? E come rappresenta uno sviluppo più vasto, oltre la Grecia, di una nuova forma di imperialismo in sviluppo nel ventunesimo secolo?

I molti significati dell’imperialismo

Imperialismo è un termine che ha sia un significato politico-militare, sia economico. In generale si riferisce a un insieme di istituzioni politiche e a una società statale o pre-statale che conquista o sottomette un altro stato.
La conquista/sottomissione può avvenire per motivi in larga misura geopolitici: per ottenere territori che sono situati strategicamente e/o per negare a competitori di acquisire gli stessi. Può essere la conseguenza di fervore nazionalista o di instabilità interna in uno stato deviata dalle élite che sono sotto minaccia interna verso la conquista di uno stato straniero come mezzo per evitare che il loro dominio sia sfidato in patria. Conquiste e acquisizioni possono essere intraprese anche come mezzo per consentire un deflusso di un eccesso di popolazione, dal vecchio al nuovo territorio. Questi motivi politici dell’imperialismo lo muove da tempi immemorabili. 
Roma attaccò Cartagine nel terzo secolo avanti Cristo in parte per cacciarla dalle sue minacciose posizioni strategiche in Sicilia e in Sardegna e anche per impedire che si espandesse a nord nella Penisola Iberica. Fervore nazionalista interno spiega in gran parte il motivo per il quale nella Francia rivoluzionaria post 1789 le élite borghesi francesi si rivolsero a Napoleone, che poi distrasse il malcontento interno e lo reindirizzò alla conquista militare. L’imperialismo come mezzo per l’insediamento a est della popolazione tedesca è stato sostenuto come la logica dietro la dottrina del “Lebensraum” [Spazio vitale] di Hitler. E la dottrina statunitense del “Destino manifesto” per popolare il continente occidentale dell’America del Nord fu usata nel diciannovesimo secolo come giustificazione, in parte, delle guerre imperialiste statunitensi con il Messico e con le popolazioni native americane dell’epoca.
Ma quelli che possono sembrare motivi puramente politici o sociali alla base dell’espansione imperialista – persino nei periodi pre-capitalisti e del primo capitalismo – hanno sempre avuto una più fondamentale origine economica. Si potrebbe sostenere, ad esempio, che Roma provocò e attaccò Cartagine per cacciarla dalle sue colonie sulla costa occidentale della Sicilia e in tal modo negarle l’accesso alla produzione di grano in quei luoghi; per sottrarle i porti strategici sulla costa iberica orientale dai quali commerciare e alla fine per acquisire le lucrose miniere d’argento nella regione più a sud della penisola all’epoca. La dottrina tedesca del Lebensraum, si può sostenere, non fu che una maschera per l’acquisizione di terre agricole nella Russia meridionale e in Ucraina e come trampolino per i campi petroliferi in Azerbaigian, Persia e Iraq. E l’espansione statunitense a ovest fu meno un canale per la popolazione che un modo per rimuovere impedimenti stranieri (Messico, Gran Bretagna) all’assicurare risorse naturali a uso esclusivo statunitense. Acquisizioni statunitensi ancora più a “ovest” – cioè Hawaii, Filippine e altre isole del Pacifico – riguardano meno un deflusso di popolazione in eccesso e più un accesso sicuro al commercio e ai mercati del Pacifico occidentale di fronte all’agitazione degli imperialisti europei di impossessarsi dei restanti mercati e delle restanti risorse dell’Asia.
L’imperialismo è spesso associato all’intervento militare, con uno stato che sottomette e poi governa l’altro e la sua popolazione. Ma l’espansione imperialista non è sempre associata alla conquista militare. Lo stato dominante può minacciare a tal punto di guerra o acquisizione di fatto uno stato concorrente, che quest’ultimo semplicemente cede il controllo mediante trattati sul nuovo territorio che esso stesso aveva conquistato con la forza, come fece la Spagna nel caso della Florida o la Gran Bretagna con i territori del Pacifico nord-occidentale statunitense. O il nuovo territorio può essere ereditato dai suoi governanti. Storicamente gran parte del territorio dell’Impero Romano nel Mediterraneo orientale fu acquisita in questo modo. Oppure il nuovo territorio può essere acquistato, uno stato dall’altro, come nel caso della Francia e dell’acquisto della Louisiana, l’accesso spagnolo alla Florida e la vendita russa dell’Alaska agli USA.
In altri termini, l’imperialismo non richiede sempre una guerra aperta come mezzo di acquisizione ma è virtualmente sempre associato a obiettivi economici, anche quando pare essere una manovra geopolitica o imputabile a cause sociali (ad esempio: ideologia nazionalista, crisi interne, trasferimento di popolazione, ecc.).
Colonie, protettorati e dipendenze
Un’altra importante precisazione è il rapporto tra imperialismo e colonialismo. Una colonia è un modo particolare – non l’unico modo – attraverso il quale uno stato imperialista potrebbe governare e gestire uno stato acquisito e la sua economia. Una colonia è una forma politica particolare. Come ha spiegato accuratamente Hobson, uno dei teorici originali dell’imperialismo, una colonia è una forma di dominio imperiale nella quale lo stato imperialista ha il pieno controllo del parlamento, del governo e della burocrazia dello stato dominato. Inoltre può variare la misura della colonizzazione. Ci sono colonie che hanno i loro parlamenti rappresentativi, ma nessun governo, a eccezione del governatore nominato dallo stato imperiale. Ci sono anche colonie con un proprio parlamento rappresentativo e un proprio governo rappresentativo, ma nelle quali lo stato imperialista esercita un potere di veto sulle decisioni del parlamento e del governo.
Diversamente da una colonia, un protettorato si ha quando esiste un accordo bilaterale tra lo stato imperiale e quello dominato nel quale quest’ultimo cede una certa autorità al primo. Lo stato dominato può conservare una piena indipendenza formale nel senso di scegliere il proprio parlamento e governo rappresentativo e la propria burocrazia, ma accetta che lo stato imperiale determini certe sue politiche, quali la politica estera o quella militare. Le istituzioni che gestiscono la politica estera-militare nello stato militare possono essere semplicemente agenzie di coordinamento che garantiscono attuazione e coerenza con le politiche dello stato imperiale. Si può sostenere che la Scozia oggi sia un protettorato politico della Gran Bretagna. Lo stesso la Catalogna della Spagna. E Puerto Rico degli USA.
E, come ha ulteriormente spiegato Hobson, stati del diciannovesimo secolo come il Canada e l’Australia, avevano istituzioni rappresentative ma nessun governante e nessun diritto di veto di uno stato imperiale. Avevano, anche alla fine del diciannovesimo secolo, le proprie politiche, anche militari. Ciò nonostante le economie di tali stati erano considerevolmente integrate con quelle dello stato imperiale, il Regno Unito. Dunque che cos’erano se non colonie? Possono essere stati politicamente indipendenti ma erano economicamente dipendenti? All’epoca possono non essere stati protettorati politici, ma si potrebbe sostenere che erano protettorati economici.
Una dipendenza si riferisce a economie dominate la cui crescita dipende dalla traiettoria di crescita delle economie imperialiste. Le economie dominate sono strutturate dagli imperialisti in modo tale da non essere in grado di crescere indipendentemente. La dipendenza è una struttura puramente economica. Non ci sono forme di controllo politico, come nei protettorati, o livelli di colonizzazione. Ma ci sono un’influenza e un controllo economici esercitati dalle economie imperialiste su quella dominate. Questo controllo è esercitato in larga misura controllando il flusso dei capitali e degli investimenti verso le economie dominate. Gli investimenti in queste ultime – spesso chiamati FDI (foreign direct investment [Investimenti stranieri diretti]) – assumono unicamente forme che avvantaggiano le economie imperialiste.
Anche se la dipendenza economica è stata associata prevalentemente a stati che erano un tempo colonie e protettorati economici nei decenni pre 1970, sta emergendo una nuova tendenza in stati con economie minori situati in prossimità di grandi economie imperialiste. La Grecia oggi mostra segni di somiglianze con il genere di dipendenza economica un tempo associata solo a economie post-coloniali, post-protettorati. Tuttavia, come sosterrò, la Grecia oggi rappresenta anche una nuova forma emergente di protettorato economico. Il regime dell’Euro, anche prima dello scoppio della crisi debitoria del 2010-2015, aveva imposto alla Grecia relazioni di dipendenza. Dal 2010, tuttavia, la Grecia è evoluta da una dipendenza a un protettorato economico.
Il capitalismo come sistema si ristruttura e ricrea costantemente. L’imperialismo ne è un elemento fondamentale ma non si espande e approfondisce allo stesso ritmo in ogni tempo. Ha fasi alterne. Vecchie forme di imperialismo accelerano, penetrano, si consolidano e poi declinano, poi cedono il passo a forme nuove e spesso ancor più “efficienti”. L’imperialismo europeo del diciannovesimo secolo, concentrato sull’Africa, è stato simile per molti versi, ma anche diverso dall’imperialismo britannico del diciottesimo secolo o dall’imperialismo spagnolo e olandese del diciassettesimo secolo. C’è stato pochissimo “autogoverno” associato al nuovo imperialismo di tale periodo. La sua forma politica è stata quasi sempre una totale colonizzazione con il relativo controllo politico istituzionale.
La Grecia non è una colonia della Troika, ma è sempre più dipendente finanziariamente dalla Troika (cioè in termini di credito e debito) e ha superato la soglia a un protettorato economico dal 2010.
La Grecia come protettorato economico
Si ha un protettorato economico quando lo stato dominato cede il controllo di determinate sue istituzioni e politiche economiche e di beni economici all’imperialista. Dopo il terzo accordo sul debito greco del 2015, è questo che la Grecia è diventata. Lo “stato imperialista” sono in questo caso gli organismi istituzionali sovranazionali dell’eurozona: la Troika della Commissione Europea, Banca Centrale Europea e Fondo Monetario Internazionale e il sistema giudiziario pan-europeo che decide sulle loro scelte, eccetera. E nella misura in cui le istituzioni della Troika definiscono le politiche economiche della banca centrale greca, impongono le politiche economiche accettabili al parlamento greco, decidono il bilancio, la spesa governativa e i parametri fiscali del governo greco, allora la Troika sta definendo e determinando le politiche economiche della Grecia. La Grecia ha ceduto questo controllo economico alla Troika sotto coercizione, dunque non si può ritenere che l’abbia fatto volontariamente. Gli accordi sul debito sono stati “negoziati” solo di nome, solo in senso formale. Le richieste e le proposte della Troika sono divenute virtualmente i termini e le condizioni definitive degli accordi sul debito. Negli accordi c’è poco delle proposte iniziali greche. Dunque gli accordi sono il risultato di negoziati “unilaterali” o, in altri termini, non si è tratto per nulla di negoziati, poiché ciò implicherebbe un qualche grado ragionevole di compromesso da entrambe le parti.
Alla Grecia è stato dunque imposto un protettorato economico. La Grecia è diventata un suzerain economico della Troika, di fatto un vassallo economico dell’eurozona.
Non solo la Troika ha definito le politiche economiche della Grecia. Dirige le politiche della sua banca centrale, rendendola un’appendice della BCE. La Banca Centrale Greca fa quello che la BCE chiede, fino al punto di criticare il suo stesso governo greco e di concordare con le politiche della BCE che negano alla banca centrale greca il ruolo di supporto al sistema bancario greco.
In cambio di debito e credito della Troika il Parlamento greco non può introdurre leggi che possano contravvenire agli accordi sul debito o alla politica di bilancio fissata dagli accordi. Né il Parlamento greco può approvare misure fiscali – né agenzie governative possono avviare politiche fiscali – che la Troika consideri possano in qualche modo inibire il conseguimento degli obiettivi di bilancio definiti dalla Troika stessa. A quanto risulta, rappresentanti della Troika restano sul posto e sono responsabili di garantire che nessuna legge o intervento dell’esecutivo contravvenga all’accordo sul debito e ai suoi obiettivi.
Il governo greco deve mantenere la spesa entro i parametri definiti dagli accordi sul debito decisi dalla Troika. Il governo della Grecia non può decidere unilateralmente se tagliare la spesa o su che cosa o se tagliare o aumentare le imposte, o su chi. Alla Grecia è detto quali programmi deve attuare per raggiungere quell’obiettivo di bilancio. Il potere di veto di fatto della Troika risulta estendersi al livello delle amministrazioni locali, per garantire che gli amministratori locali attuino l’austerità imposta dal debito così come definita nelle condizioni dell’accordo.
In breve, la Grecia oggi non ha una banca centrale indipendente e così non ha una politica monetaria indipendente. Non ha una moneta propria che possa svalutare al fine di stimolare esportazioni e crescita. La sua limitata libertà d’azione fiscale le è stata tolta poiché non le è più consentito di decidere il proprio bilancio, i propri programmi di spesa e le politiche fiscali. La Grecia non ha più istituzioni economiche indipendenti di qualche significato. Le ha cedute alla Troika. Il parlamento e il governo greco possono assumere decisioni e iniziative non economiche, ma esse sono subordinate al veto della Troika nel caso la Grecia tentasse di esercitare iniziative economiche.
Sottrazione di ricchezza come obiettivo imperialista
Che sia attraverso una colonia vera e propria, una quasi colonia, un protettorato economico o una dipendenza, l’obiettivo economico fondamentale dell’imperialismo consiste nel sottrarre ricchezza allo stato e alla società dominati per arricchire lo stato imperialista e le sue élite economiche. Ma alcune forme di imperialismo e di scelte coloniali sono più ‘redditizie’ di altre. L’imperialismo sottrae ricchezza in molte forme: risorse naturali, ‘raccolti’ e trasferimento all’economia imperiale, condizioni commerciali favorevoli e sfruttatrici per esportazioni/importazioni verso e dallo stato dominato, produzione di materie prime e semilavorati con un basso costo del lavoro, controllo esclusivo dei mercati nel paese dominato e altri modi per ottenere beni a prezzi inferiori a quelli di mercato per rivenderli a un prezzo di mercato più elevato.
La sottrazione di ricchezza attraverso tali misure è sfruttatrice, cioè l’economia imperiale rimuove una parte del valore della ricchezza maggiore di quella che consente allo stato e all’economia dominati di trattenere. Ci sono almeno cinque modi storici attraverso i quali l’imperialismo sottrae ricchezza. Includono:
Sfruttamento di risorse naturali
E’ il caso in cui l’economia imperiale semplicemente si prende le risorse naturali del territorio e le trasferisce alla propria economia. Le risorse possono essere minerali, metalli preziosi, prodotti agricoli scarsi o di cui vi è forte domanda o persino esseri umani, come accaduto con il commercio degli schiavi.
Sfruttamento della produzione
Invece di trasferire le risorse e la produzione nel mercato domestico a un costo più elevato, la produzione dei beni è organizzata nella colonia e poi trasportata nel paese imperiale ospite per la rivendita all’interno o all’estero. I prodotti semilavorati o finiti sono più redditizi a causa del minor costo di produzione in tutta la catena di fornitura.
Sfruttamento della proprietà terriera
Le élite imperialiste rivendicano la proprietà della terra, poi l’affittano alla popolazione locale che ne era un tempo proprietaria affinchè produca su di essa. In cambio le élite imperialiste estraggono un “affitto” per l’uso della terra.
Sfruttamento commerciale
Qui le élite imperialiste del paese di residenza, sotto forma di mercanti, armatori navali e banchieri, organizzano il commercio e il trasporto di merci verso e dall’economia dominata a condizioni favorevoli rispetto ai propri costi. Controllando la fonte dei fondi, sotto forma di moneta, credito o metalli preziosi, sono in grado di imporre gli accordi e le condizioni del finanziamento del commercio.
Sfruttamento attraverso tassazione diretta
Più tipico in tempi anteriori, questo è semplice furto di una quota della produzione e del commercio da parte dell’amministrazione dell’élite imperialista. Il caso classico, di nuovo, è stata Roma e le sue relazioni economie con le sue provincie. Lasciò la produzione e l’estrazione iniziale della ricchezza alla popolazione locale, mentre la sua burocrazia imperiale, imposta localmente, era semplicemente interessata a garantirsi di ricevere una percentuale maggioritaria delle merci prodotte o commerciate, o in forma monetaria o “in natura” che poi veniva spedita in patria all’economia italiana per la rivendita. Un vestigio di ciò in tempi coloniali moderni è stato l’imposizione di tasse alla popolazione locale per pagare i costi della burocrazia imperiale e specialmente il costo dell’apparato militare imperiale di stazione nello stato dominato per proteggere la burocrazia e la sottrazione di ricchezza.
Le precedenti cinque forme base di sfruttamento e sottrazione di ricchezza sono state oggetto di analisi critica dell’imperialismo e del colonialismo per più di un secolo. Ciò che condividono tutte è la concentrazione sulla produzione e il commercio di beni reali e sulla terra come fonte del trasferimento di ricchezza. I cinque tipi di sfruttamento e sottrazione di ricchezza trascurano forme finanziarie indipendenti di sottrazione di ricchezza. I critici sia capitalisti, sia anticapitalisti dell’imperialismo, compresi i marxisti, hanno basato le loro analisi dell’imperialismo sulla produzione di beni reali. Questo pregiudizio teorico ha avuto come conseguenza la mancata considerazione delle forme di sfruttamento e imperialismo finanziario che sono andate crescendo quando il capitale finanziario stesso è andato assumendo un ruolo crescente relativamente al capitalismo globale del ventunesimo secolo.
Teorie ‘riflessive’ dell’imperialismo
Marx non ha mai fatto riferimento all’imperialismo in sé, ma ha affrontato il colonialismo, in Irlanda, India e Cina. Si è così concentrato sulle sue forme politiche di imposizione. L’obiettivo economico era in tutti i casi la sottrazione di surplus di valore e ricchezza da tali colonie, ma egli descrisse questa sottrazione in termini di sfruttamento della produzione e/o di sfruttamento commerciale/degli scambi. La concentrazione era sempre sui beni reali o su materie prime fisiche, sulla loro produzione e scambio. Lo sfruttamento attraverso soluzioni finanziarie non era considerato primario, o indipendente dalla produzione, poiché le relazioni finanziarie erano sempre una conseguenza della produzione. Questa era una ‘teoria riflessiva’ della crescita, delle crisi e dello sfruttamento imperialista.
Le indagini di Marx su banca e finanza nelle sue note finali non pubblicate, nella sua postuma pubblicazione del Capitale, volume III, curata selettivamente da Engels, furono lasciate non sviluppate. Engels nel 1890 consolidò l’assunto che la finanza era un mero riflesso della produzione (e pertanto l’imperialismo sottraeva sempre ricchezza attraverso quest’ultima e non attraverso relazioni finanziarie). Come Engels scrisse in una lettera del 27 ottobre 1890 a un giornalista svizzero, la finanza ha un ruolo subordinato alla produzione reale. Tuttavia, come Marx, lasciò aperta la porta con una precisazione: “Non appena lo scambio di denaro diviene separato dal commercio di beni, ha uno sviluppo proprio, proprie leggi e fasi speciali determinate dalla sua natura”. Così il marxismo classico di Marx e Engels restò cauto riguardo a se il capitale finanziario e l’imperialismo potesse agire indipendentemente dal capitale e dalla produzione industriali. Come trovare un compromesso tra le due visioni?
Questo riconoscimento un po’ riluttante del fatto che forse il capitale finanziario indipendente dal capitale industriale (produzione) e mercantile (commercio) potesse sviluppare di per sé una propria forma di sfruttamento imperialista fu ammesso anche da J. Hobson nel suo classico libro ‘Imperialism’. Nelle osservazioni conclusive del capitolo VII, che sintetizzavano l’economia dell’imperialismo, Hobson affrontò il tema della “finanza imperialista”.  Sollevò l’idea del debito pubblico come “una caratteristica normale ed estremamente poderosa dell’imperialismo”. Egli si riferiva principalmente all’uso del debito pubblico da parte dello stato imperialista per pagare i costi dell’occupazione militare e dell’amministrazione della colonia. Ma egli riconobbe anche altri tipi di debito pubblico erano possibili nel rapporto imperialista coloniale. Titoli e prestiti pubblici erano un’attività redditizia per gli obbligazionisti e i capitalisti finanziari in generale, poiché “i debiti garantiti dallo stato sono detenuti in larga misura da investitori e finanzieri” in tutto il mondo e non solo nel paese imperialista. Hobson concludeva che l’imperialismo per sua stessa natura è integralmente collegato “alle classi prestatrici abbigliate da imperialisti e patrioti”. Quali fossero, esattamente, i possibili collegamenti tra debito pubblico e imperialisti prestatori non era descritto, né lo erano i rapporti tra capitale industriale e capitale finanziario nel perseguimento dell’espansione imperialista. La finanza era subordinata al capitale industriale, come pareva suggerire la maggior parte dei marxisti, o ne era anche potenzialmente indipendente?
Il classico pregiudizio marxista nei confronti del primato della produzione – e della finanza come mero riflesso della produzione – ha le sue radici ultime nella preoccupazione dell’economia classica nei confronti della produzione, del lavoro produttivo e della crescita. L’economia classica, da Adam Smith in poi, ha scarsamente compreso la banca e la finanza. E gli economisti marxisti, come eredi di gran parte del quadro concettuale dell’economia classica, ripetono lo stesso pregiudizio delle analisi classiche riguardo alla produzione e ai beni reali. Essi considerano perciò gli effetti finanziari come una conseguenza dell’industria e della produzione. La sottrazione imperialista di ricchezza deve, in conseguenza, riflettere anch’essa la produzione e il commercio di beni reali e non forze finanziarie.
Dopo Engels, la maggior parte dei marxisti illustri ha adottato questa visione. Il marxista Rudolf Hilferding, agli inizi del ventesimo secolo, tentò un compromesso tra le due visioni del ruolo della finanza nell’imperialismo. Secondo Hilferding, nel diciannovesimo secolo Marx e altri economisti borghesi consideravano il mondo in termini di capitale industriale e capitale finanziario. La convergenza dei due alla fine del diciannovesimo secolo aveva prodotto quello che Hilferding chiamò “capitale finanziario” che era capitale industriale trasformato indipendentemente in capitale finanziario, aggirando le banche. Il capitale industriale si è era esteso così vastamente, formando ‘trust’ e raccogliendo capitale monetario in “società per azioni” e diventando monopoli, che i capitalisti industriali erano a quel punto in grado di raccogliere il proprio capitale ed erano in grado sempre più di aggirare le banche tradizionali come fonti di capitale. Il capitale industriale e il capitale finanziario si erano così fusi. Il capitale finanziario era capitale monopolistico e il capitale monopolistico era diventato una forza in ascesa all’interno del capitale finanziario. Il capitale finanziario monopolistico diventava la forza motrice del nuovo imperialismo agli inizi del ventesimo secolo, secondo Hilferding.
Come Lenin avrebbe scritto nel 1916, adottando le idee di Hobson e Hilferding un decennio dopo, l’imperialismo era “lo stadio più alto del capitalismo”. Le grandi banche erano la forza motrice del nuovo imperialismo. Ma ciò era dovuto al fatto che erano organicamente collegate al grande capitale industriale e agevolavano – cioè finanziavano – l’espansione imperialista di quest’ultimo. Le grandi banche avevano assunto il controllo delle grandi società industriali e promosso la concentrazione del capitale in monopoli. Poi avevano finanziato l’espansione industriale in territori coloniali. Ma Lenin continuava a sostenere l’idea che la finanza era “subordinata al capitale industriale”, anche se con una modifica. Le grandi banche erano diventate grandi capitale industriale ma le forme di sfruttamento erano ancora principalmente basate sulla produzione. La visione di Hilferding-Lenin era in effetti una visione principalmente del sistema bancario e del capitale industriale tedeschi dell’epoca. Forme indipendenti di sfruttamento finanziario non erano prese in considerazione. L’idea marxista “il capitale finanziario è subordinato al capitale industriale” non lo permetteva.
Non tutti i marxisti dell’epoca, tuttavia, sostenevano la visione “subordinata”.  Nel suo libro ‘L’accumulazione del capitale’ scritto poco dopo Hobson e Hilferding e prima di Lenin, Rosa Luxembourg affrontò il tema dei prestiti internazionali e dei prestiti del capitale finanziario direttamente allo stato dominato. I prestiti e i titoli offerti erano finalizzati a finanziare l’importazione di beni capitale da parte dei capitalisti locali. “Anche se i prestiti stranieri sono indispensabili per l’emancipazione degli stati capitalisti in crescita, sono tuttavia i legami più sicuri attraverso i quali i vecchi stati capitalisti mantengono la loro influenza, esercitano controllo finanziario e pressioni sui costumi e le politiche estere e commerciali degli stati capitalisti più giovani”. La Luxembourg pare qui non riflettere sulle relazioni finanziarie di uno stato imperialista con una colonia, ma su un altro stato capitalista minore o meno sviluppato, dipendente da prestiti e credito da parte di un cugino imperialista più economicamente potente. La natura del rapporto imperialista poteva cambiare con lo sviluppo dello stato dominato? Forme più indipendenti di sfruttamento finanziario potevano caratterizzare lo stato imperialista minore? La Luxembourg sollevava indirettamente alcune interessanti questioni che Hilferding e Lenin ignoravano.
L’idea che la finanza sia subordinata al capitale industriale divenne da allora radicata nelle analisi marxiste dell’imperialismo. Il recente tentativo di John Smith di aggiornare l’analisi dell’imperialismo al ventunesimo secolo è stato molto proclamato nei circoli marxisti statunitensi. L’aggiornamento, tuttavia, è più un caso di “vino nuovo in bottiglie vecchie”. Il libro di Smith sposa la tradizione marxista che l’imperialismo riguardi beni reali e servizi relativi, e l’analisi è virtualmente priva di considerazione delle forme finanziarie dello sfruttamento imperialista.
Come il precedente pregiudizio delle teorie riflessive dell’imperialismo, in cui il capitale finanziario è subordinato al capitale industriale o lo incorpora, Smith scarta qualsiasi ruolo indipendente reale della finanza come motore dell’imperialismo e determinante le crisi capitaliste del ventunesimo secolo. Per Smith il capitale industriale e lo sfruttamento del lavoro produttivo sono ancora il motore dell’imperialismo (nonché delle crisi capitaliste). La finanza è subordinata a questo processo, relegata ad assistere il capitale nelle economie imperialiste a impegnarsi in “espansione predatrice all’estero”, dove è costretto a spingersi a causa dello sviluppo del capitale monopolistico, dei tassi d’investimento in discesa e della caduta dei tassi di profitto nella produzione reale del centro imperialista.
La finanza in questa visione Hilferding-leninista (post-marxista) non è una causa, bensì un “sintomo” e un “effetto collaterale” delle “trasformazioni nella sfera della produzione, in particolare la sua svolta globale verso paesi a bassi salari” del ventunesimo secolo. Questa è la vecchia versione dell’idea marxista che sia lo sfruttamento del valore del lavoro nella produzione di beni reali a muovere il lato finanziario del capitalismo. Commentando la crisi finanziaria globale che cominciò a emergere nel 2007 e scoppiò nel 2008-09, Smith sintetizza succintamente la sua idea della classica teoria riflessiva: “la crisi è alla fine radicata non nella finanza, ma nella produzione capitalista” che può sembrare una crisi finanziaria, o forme finanziarie di sfruttamento imperiale, ma è un riflesso di forzi produttive più fondamentali.
Alternative a Hilferding-Lenin
Per essere giusti, non tutti i marxisti contemporanei sono d’accordo che la finanza sia solo un’agevolatrice dell’espansione imperialista e alla fin fine solo l’ancella del capitale monopolistico. Una visione più aperta è ‘New Imperialism’ di David Harvey, un lavoro che esplora spiegazioni alternative dell’imperialismo oltre le teorie riflessive dell’imperialismo. Harvey suggerisce che forse il capitale finanziario e lo sfruttamento finanziario rappresentano oggi una specie di “primitiva accumulazione capitalista” rapace del ventesimo secolo nel senso marxista dell’espressione. Se così, allora l’imperialismo finanziario, come processo di accumulazione primitiva precede lo sfruttamento capitalista elementare, anche se può anche coesistere contemporaneamente con quest’ultimo. Ciò suggerisce che lo sfruttamento finanziario, e dunque l’imperialismo finanziario, può non essere una mera estensione o appendice dello sfruttamento nella produzione. Non è “riflessivo”. L’imperialismo finanziario può avere una dinamica propria, interagendo con il tradizionale sfruttamento e imperialismo basato sulla produzione ma ciò nonostante rappresentare una forza propria ed essere mosso da proprie forze causali.
In un’altra importante sfida alla visione di Hilferding-Lenin dell’imperialismo, il contemporaneo economista marxista tedesco Michael Heinrich conclude che “la relazione tra mercati finanziari e produzione industriale non è costante né sotto l’aspetto quantitativo né sotto quello qualitativo. La relazione può essere diversa in paesi diversi e può anche cambiare nel corso dello sviluppo del capitalismo”. Heinrich contesta specificamente la visione di Hilferding-Lenin che la fusione di capitale industriale e bancario, creando “trust” e monopoli, conduca al declino dei profitti nelle economie avanzate, forzandole perciò a espandersi all’estero alla ricerca di manodopera meno costosa, più redditizia. Che lo stato capitalista nelle economie avanzate assiste tale espansione, così emergono politiche imperialiste. L’imperialismo è la necessità economica del capitalismo monopolistico. Il capitale industriale integra la finanzia e mobilita lo stato nel suo interesse per delocalizzare il suo capitale in mercati in via di sviluppo dove i salari sono inferiori e lo sfruttamento e i profitti, perciò, elevati. Come indica correttamente Heinrich, tuttavia, più capitale monetario è stato “esportato” tra le economie capitaliste avanzate che non da queste ultime a mercati emergenti nel ventesimo secolo. L’imperialismo ai tempi di Lenin non rappresenta lo stadio “più alto” o “finale”. Heinrich suggerisce la necessità di “formulare una teoria dell’imperialismo fuori dal quadro di Lenin” come un compito importante. Ciò significherebbe necessariamente una prospettiva che rompa con la nozione che l’imperialismo non è solo una questione di produzione, né la finanza è un’appendice della produzione.
La visione riflessiva di ciò che muove l’espansione e lo sfruttamento imperialista non è limitata, tuttavia, ai marxisti. C’è una lunga tradizione dell’economia tradizionale che attribuisce al lato dell’offerta, o alle forze della produzione, il ruolo di principale determinante della crescita, delle crisi capitaliste e anche della dinamica verso l’imperialismo. Il più famoso a questo riguardo è forse Joseph Schumpeter. Un’altra linea di analisi è offerta dal neo-ricardiano Piero Sraffa che ha considerato il sistema finanziario come una mera sovrastruttura che agevola il controllo monopolistico dell’industria e lo dirige in regione di maggiore redditività comprese, presumibilmente, colonie e economie dei mercati emergenti. Non c’è scarsità di variazioni sul tema che è la produzione di beni – e più specificamente il rallentamento di tali investimenti e produzioni e perciò della redditività dalla produzione capitalista tradizionale – che muove intrinsecamente il capitalismo verso la ricerca di una maggiore redditività attraverso l’espansione imperialista. Tale espansione è ciò che consente al capitalismo di mantenere la sua redditività e la sua crescita.
La questione non è che le forze alla base del capitalismo lo muovano verso l’estrazione di ricchezza da regioni esterne. L’espansione imperialista ha sempre cercato colonie e protettorati, o di rendere altre regioni dipendenti da essa. Deve – e continua a farlo oggi – sfruttare e sottrarre ricchezza producendo con minori costi del lavoro fuori dal suo “centro”, manipolando i termini del commercio per gli scambi di esportazioni e importazioni con le regioni in cui si espande, spogliando della proprietà della terra gli abitanti indigeni e poi addebitando loro affitti per usare la loro stessa terra, mediante furto di risorse naturali e imponendo tasse sulle popolazioni indigene per pagare i costi del controllo imperialista su di esse. Tutte queste sono forme storiche di sfruttamento, che continuano tutte ancor oggi in una certa misura in vari paesi a livello globale.
Il classico imperialismo britannico del diciannovesimo secolo estraeva ricchezza mediante lo sfruttamento della produzione, il commercio e tutti i cinque mezzi fondamentali elencati più sopra. Imponeva strutture politiche per garantire la continuazione della sottrazione di ricchezza, incluse colonie della corona, colonie minori, protettorati e altri rapporti di dipendenza e persino l’annessione, nel caso dell’Irlanda e prima della Scozia. I britannici organizzavano produzione a basso costo di manodopera che riesportavano in Gran Bretagna e rivendevano a prezzi più alti o riesportavano. Manipolavano anche la propria moneta e i termini del commercio per garantire profitti da merci importate nelle colonie. Le loro banche e la loro moneta divenivano le istituzioni della colonia. Non era consentito l’accesso ad altre banche e monete. Il monopolio delle fonti di credito consentiva alle banche britanniche di ricavare rendite di profitto da crediti per investimenti e commercio all’interno. Ottenevano la proprietà diretta delle principali terre agricole e minerarie della colonia. Preferivano e promuovevano produzione a intensità di lavoro a basso costo. La produzione e il commercio erano strutturati per consentire solo quelle merci che permettevano agli investitori britannici i maggiori profitti e vietavano la produzione e il commercio che potessero competere con la produzione nazionale britannica. Ma il sistema coloniale era inefficiente, nel senso che era costoso da amministrare. Il costo dell’amministrazione era imposto in parte al paese locale, ma anche ai contribuenti britannici.
L’imperialismo statunitense del diciannovesimo secolo si dimostrò un sistema più efficiente. Evitò il controllo politico diretto e anche indiretto. Parlamenti, governi e burocrazie statali erano eletti localmente o selezionati dalle élite locali. C’erano pochi costi diretti di amministrazione. Alle élite locali era concessa una fetta maggiore della torta dello sfruttamento con la creazione di produzioni congiunte e collaborazioni di investimenti nella produzione e nel commercio con capitalisti locali come partner “passivi” di minoranza che godevano dei ritorni economici senza il ruolo dell’amministrazione. Sono quando la loro popolazione si ribellava, gli Stati Uniti offrivano assistenza militare, in segreto o apertamente, o a distanza o all’interno con la creazione statunitense di centinaia di basi militari globalmente nella loro sfera di interessi economici. Gli eserciti statunitensi e locali erano strettamente integrati con gli Stati Uniti che addestravano ranghi di ufficiali e persino la polizia locale. Lo spionaggio poliziesco era offerto gratuitamente dagli USA. Alla prole delle élite locali era consentito di accedere a istituti privati statunitensi di istruzione superiore e in tal modo socializzava favorevolmente con gli interessi e la cooperazione statunitense. Le vendite e la fornitura di materiale militare statunitense alle élite locali mettevano a disposizione piani incorporati di versamento di “bustarelle” ai politici di spicco e agli alti ranghi militari delle élite locali. Le forze militari locali divenivano mere appendici dell’esercito statunitense, disponibili a impegnarsi in colpi di stato quando necessario per domare élite locali che potevano allontanarsi dagli accordi economici, favorendo una indipendenza economica locale maggiore di quella permessa dagli interessi statunitensi.
Le multinazionali statunitensi furono la principale istituzione di dominio economico. Offrivano al governo locale entrate fiscali cruciali, occupazione a una quota della manodopera locale e crediti finanziari dagli interessi bancari globali statunitensi. Gli USA controllavano le economie degli stati dominati anche attraverso una serie di nuove istituzioni internazionali create nel periodo post 1945. Esse includevano il Fondo Monetario Internazionale, creato per occuparsi della gestione locale dei flussi valutari e delle esportazioni-importazioni quando finivano sbilanciati, la Banca Mondiale che offriva finanziamenti per lo sviluppo di progetti infrastrutturali e l’Organizzazione Mondiale del Commercio e accordi di libero scambio – bilaterali o regionali – che consentivano un accesso selettivo ai mercati statunitensi in cambio di investimenti industriali stranieri statunitensi diretti senza restrizioni nelle economie dello stato dominato, finanziati da interessi finanziari statunitensi. Questi accordi di investimento e commercio erano legati insieme dal primato della moneta statunitense, il dollaro, come sola moneta commerciale accettabile negli scambi finanziari e di merci tra gli USA e l’economia locale.
Questa nuova “forma” di imperialismo economico – un sistema di dominio politico a volta chiamato “neocolonialismo” – era di gran lunga un sistema di sfruttamento e di estrazione di ricchezza più efficiente e redditizio (per i capitalisti statunitensi e anche per i capitalisti locali) del sistema britannico del diciannovesimo secolo di dominio imperiale e coloniale più diretto. E al suo interno vi erano i semi di una forma ancora più nuova di imperialismo basata sullo sfruttamento finanziario. Mentre l’economia statunitense evolveva verso un sistema più finanziarizzato dopo il 1980, il sistema del dominio imperiale associato a essa cominciò a evolvere anch’esso. L’imperialismo cominciò ad affidarsi sempre più a forme di sfruttamento finanziario, pur non abbandonando completamente le forme di estrazione della ricchezza più tradizionali della produzione e del commercio.
La domanda è: quali sono le nuove forme di sfruttamento imperialista sviluppare in decenni recenti? Nel ventunesimo secolo stanno emergendo nuovi modi di sottrarre ricchezza su scala nazionale? Le nuove forme sono sufficientemente diffuse e sono diventate sufficientemente dominanti come metodo principale di sfruttamento e di estrazione di ricchezza tale da consentire la tesi che è andata emergendo una nuova forma di imperialismo finanziario? In tal caso, quali sono i metodi di estrazione della ricchezza basati sulla finanza e le strutture politiche associate che li consentono? Se quella che sta avendo luogo non è colonizzazione nel senso di una “colonia della corona” o anche una “neocolonia” dipendente e se non è un protettorato politico o una chiara annessione, allora che cos’è?
Queste domande sollevano la questione direttamente rilevante per la nostra analisi attuale: in quale misura la Grecia e la sua continua crisi debitoria costituisce un caso esemplare dell’emersione di un nuovo imperialismo finanziario?
La Grecia come caso esemplare di imperialismo finanziario
Ci sono cinque modi fondamentali attraverso i quali l’imperialismo sfrutta un’economia, cioè opera per estrarre ricchezza dall’economia sfruttata, in questo caso la Grecia.
  • Addebito di interessi del settore privato per il finanziamento di produzione o commercio privato
  • Aggregazione del debito da stato a stato e estrazione di ricchezza mediante “interessi sugli interessi”
  • Privatizzazione e vendita di beni pubblici a prezzi di svendita più successivo dirottamento dei flussi di reddito dall’acquisizione privata di beni pubblici
  • Manipolazione speculativa di titoli governativi da parte di investitori stranieri
  • Speculazione di investitori stranieri su azioni, derivati e altre attività finanziarie in conseguenza della volatilità dei prezzi scatenata dalla crisi debitoria
Il primo esempio rappresenta lo sfruttamento finanziario relativo al finanziamento di produzione e commerci privati. E’ associato alle tradizionali relazioni economiche tra imprese nel settore privato nelle quali sono addebitati interessi sul credito concesso per la produzione o il commercio. Ciò si verifica in condizioni economiche generali, tuttavia, non collegate a crisi debitorie. I restanti quattro modi rappresentano sfruttamento finanziario reso possibile da relazioni economiche tra stato e stato e non collegate a finanziamenti privati di produzione o commercio di beni.
Una tale forma di sfruttamento finanziario coinvolge istituzioni tra stati, relazioni economiche del settore pubblico in cui interessi sono addebitati su debito governativo (sovrano) e sono composti con l’aggiunta di debito aggiuntivo per i pagamenti del debito iniziale.
Un’altra forma comporta lo sfruttamento finanziario attraverso privatizzazione e la vendita di beni pubblici – cioè porti, società di servizi, sistemi di trasporto pubblico, ecc. – dello stato dominato, spesso a prezzi si svendita o inferiori ai prezzi di mercato. Le privatizzazioni sono imposte come parte delle misure di austerità dettate dallo stato imperialista come precondizione per rifinanziare il debito governativo. Anche questo coinvolge relazioni economiche tra stato e stato.
Ancora un terzo esempio di sfruttamento finanziario che coinvolge gli stati si ha con la speculazione degli investitori privati sui titoli sovrani (del governo greco) che subiscono una volatilità dei prezzi durante le crisi debitorie. Il coinvolgimento dello stato si verifica sotto forma di titoli governativi come veicolo di speculazione finanziaria.
Un caso ancor più indiretto, ma che ciò nonostante continua a coinvolgere indirettamente relazioni tra stati, è la speculazione di investitori privati nei mercati privati di attività finanziarie come azioni, contratti a termine e opzioni su materie prime, derivati basati su titoli sovrani e così via, associati allo stato dominato. Ciò continua a coinvolgere relazioni tra stati per il fatto che la speculazione degli investitori è una conseguenza dell’instabilità economica causata dai negoziati tra stati sul debito.
I capitalisti finanziari “capitalizzano” sulle crisi debitorie che creano volatilità dei prezzi di attività finanziarie facendo scommesse speculative sulla volatilità delle attività finanziarie (e, nel farlo, contribuendo a tale volatilità) al fine di mietere un guadagno finanziario dai cambiamenti dei prezzi delle attività finanziarie. E lo fanno non solo con titoli sovrani ma anche con azioni, contratti a termine, opzioni, materie prime e altre attività finanziarie.
Tutti gli esempi – cioè interessi su debito governativo, utili da prezzi di svendita di beni pubblici, guadagni speculativi degli investitori su titoli sovrani e dalla volatilità dei prezzi di attività finanziarie causata dalla crisi – costituiscono una pura estrazione finanziaria di ricchezza, cioè sfruttamento finanziario separato dall’estrazione di ricchezza dal finanziamento di produzione privata. Rappresentano tutti “soldi fatti dai soldi”, diversamente dal denaro prodotto dal finanziamento della produzione o del commercio di attività reali.
Prima di descrivere in dettaglio ciascuno caso, e come si verifica in Grecia, ecco alcuni commenti generali sull’imperialismo finanziario.
L’imperialismo finanziario non sostituisce altre forme tradizionali di sfruttamento imperialista basate sulla produzione, il commercio o uno qualsiasi degli altri cinque metodi segnalati in precedenza. L’imperialismo finanziario si somma allo sfruttamento tradizionale e perciò lo intensifica. Forme finanziarie di imperialismo possono operare come parte integrante delle forme tradizionali. Ma possono anche sorgere e sfruttare indipendentemente dalle forme tradizionali, come nel caso della speculazione sulle attività finanziarie e anche sulla privatizzazione di beni pubblici reali.
Nel suo senso più elementare la finanza riguarda la concessione di fondi e di credito nell’aspettativa di ricevere in cambio un valore maggiore in fondi e credito. Il debito è l’espressione equivalente del credito. Il prestatore concede credito e il debitore lo accetta in tal modo incorrendo in un debito pari al credito. Il debito totale da rimborsare è sempre maggiore del credito-debito originale concesso, poiché “interessi” sul debito sono aggiunti al valore iniziale del credito concesso. La differenza residua tra il debito totale e il capitale è l’interesse caricato sul debito.
Trasferimento dell’interesse nel settore privato
Nella sua forma più elementare l’imperialismo finanziario riguarda i flussi d’interesse originati dalla produzione e dal commercio di beni. Cioè versamenti di interessi da crediti concessi per la produzione e il commercio.
Una banca straniera o un’istituzione finanziaria o un’impresa (di proprietà congiunta o straniera) impegnata in investimenti esteri diretti (FDI) in Grecia, concede credito a un’azienda greca per costruire o gestire strutture produttive. La banca o l’istituzione finanziaria o l’impresa straniera è poi rimborsata del prestito (capitale) più un tasso d’interesse. L’interesse caricato è alla fine pagato dal lavoratore-produttore greco o dal consumatore greco poiché il debito va a sommarsi al salario versato al lavoratore o è aggiunto al prezzo del prodotto. Se l’intero debito non è recuperabile dall’imputazione del costo degli interessi ai salari o ai prezzi, allora il capitalista industriale (greco o estero) può dedurre il costo degli interessi dalle imposte. Il contribuente greco assume così il carico residuo degli interessi. Oppure si verifica tutto quanto precede: il lavoratore, il consumatore e il contribuente pagano tutti parte degli interessi su un fondamentale investimento finanziario del settore privato. Nello sfruttamento finanziario privato l’impresa multinazionale imperialista spesso opera da monopolista o oligopolista, cosicchè è agevolmente in grado di scaricare il carico del versamento degli interessi sulla manodopera locale o sul prezzo di mercato del suo prodotto o sul contribuente greco o estero.
Ciò che questo processo rappresenta è un insieme di relazioni economiche del settore privato, non relazioni tra stato e stato. Rappresenta credito, debito e versamento di interessi del settore privato. E’ una forma tradizionale di sfruttamento finanziario che coinvolge produzione e commercio. Non è ancora uno sfruttamento finanziario da stato a stato, che è una caratteristica essenziale del nuovo imperialismo finanziario.
Poiché riguarda il pagamento di interessi su credito concesso alla produzione e al commercio, il flusso dei pagamenti è molto semplice: l’impresa che riceve il credito rimborsa la banca in un piano fissato di pagamenti di capitale e interessi con determinati termini e condizioni associati. Se la banca non è una banca greca, il pagamento degli interessi passa dalla Grecia alla banca dell’Euro. Il pagamento degli interessi può andare a una banca greca di proprietà mista, e parte di esso è a sua volta ridistribuita alla banca Euro dalla banca greca. Questo funziona fino a quando una crisi finanziaria o economica non interrompe e impedisce il pagamento degli interessi dall’impresa e/o dalla banca greca alla banca Euro. Quest’ultima a quel punto rischia una potenziale perdita da debiti insoluti all’impresa e cerca di assicurarsi che i pagamenti avvengano. Accordi sono perseguiti per permettere al governo greco (o alla sua banca centrale) di offrire fondi all’impresa greca o alla banca greca in modo che sia in grado di continuare a effettuare i pagamenti degli interessi in scadenza alla banca del centro Euro.
Inizialmente questo è possibile mediante l’emissione di titoli da parte del governo greco, i ricavi dei quali sono usati per salvare le banche e le imprese greche prossime all’insolvenza o insolventi di fatto riguardo ai pagamenti degli interessi alle banche dell’Euro. Ma quando la regressione economica è grave, come è stato nel 2008-09, emettere titoli governativi può essere difficile (o troppo costoso) e perciò l’importo raccolto è insufficiente per coprire deficit e salvataggi. Distrarre entrate governative da altre fonti del bilancio greco è un’alternativa. Ma la gravità della contrazione economica rende difficile ridistribuire entrate fiscali in declino per salvare imprese e banche greche che rischiano l’insolvenza. Incapace di vendere titoli sufficienti o di ridistribuire internamente entrate fiscali in declino in volume sufficiente o di salvare le proprie banche e imprese greche – e esso stesso bisognoso di ulteriori prestiti per coprire deficit con l’economia in collasso per la crisi – il governo greco si è rivolto a indebitarsi presso l’unica fonte allora disponibile a esso come membro dell’eurozona: le istituzioni della Troika dell’eurozona. La Troika era disposta e prestare per assicurare che le banche e le imprese greche non diventassero insolventi riguardo a prestiti da banche e imprese dell’Euro. Ma era disposta a prestare solo il minimo necessario, dopo che la Grecia avesse prima spremuto tutto il possibile emettendo propri titoli e aumentando le tasse e tagliando la spesa (cioè austerità).
Ma l’eurozona, come costruita nel 2010, non aveva alcuna autorità fiscale centrale e aveva scarsamente sviluppato fondi ai quali potesse attingere la Grecia (e altre economie della periferia). Non era prevista nella costruzione dell’eurozona fin dall’inizio l’eventualità di gestire situazioni simili. Le norme della BCE limitavano il credito che la BCE poteva concedere alla banca centrale greca. E i prestiti da governo a governo erano stati appena costruiti “al volo” dalla Commissione Europea e scarsamente. Nel 2012 si trattava ancora di un processo tortuoso, burocratico e fortemente politicizzato. Il modo in cui i negoziati sul debito si svolsero, così come le politiche di austerità, esacerbarono ulteriormente i livelli del debito governativo greco.
In sintesi, per assicurare i pagamenti di capitale e interessi in scadenza stabiliti dal settore privato nel 2008, nel mezzo della crisi del 2008-09 non prodotta dalla Grecia, il governo greco fu inevitabilmente costretto a indebitarsi con la Troika e con le sue istituzioni. Gli interessi privati e il debito privato furono così scaricati sui bilanci governativi mentre le banche e le imprese greche erano salvate dalla banca centrale greca e dall’indebitamento del governo greco presso la Troika. I pagamenti degli interessi del settore privato furono assicurati nel breve termine, ma solo replicando i pagamenti privati come debito sul bilancio del governo greco, per il quale gli interessi dovevano essere pagati alla Troika. Il debito privato divenne debito governativo e i pagamenti degli interessi alle banche e alle imprese dell’Euro furono rispecchiati nel debito governativo greco e nei pagamenti greci degli interessi alla Troika.
Debito da stato a stato e aggregazione e trasferimento degli interessi
L’imperialismo finanziario non è solo una questione di una banca che presta a un’impresa privata la quale alla fine le rimborsa capitale e interessi. Questo è il tipo di sfruttamento finanziario che si verifica a livello di impresa, o “micro”. Nel caso dell’imperialismo finanziario, tuttavia, sovrapposte a queste elementari relazioni “micro” ci sono complesse relazioni “macro”, cioè istituzioni statali imperiali che prestano a governi dipendenti, banche centrali imperiali che prestano a governi e alle loro banche centrali, rimborsi delle banche centrali a istituzioni imperiali, governi dipendenti che rimborsano a tutti quanti, e così via.
Credito, debito e interessi sono sempre stati elementi di forme tradizionali di imperialismo basate sulla produzione e il commercio (scambi). Ciò che è fondamentalmente differente nel caso dell’imperialismo finanziario è che gli interessi addebitati non sono solo sul capitale prestato per la produzione e il trasporto di un particolare bene o servizio privato. Gli interessi finiscono per essere caricati sugli interessi, poiché il debito è incorso per pagare debiti precedenti. Con l’imperialismo finanziario l’istituzione principale non è più solo l’impresa o la banca privata che finanzia la produzione e/o il commercio imprenditoriale. L’imperialismo finanziario coinvolge scambi e pagamenti di interessi da stato a stato. Nel caso del debito greco il ruolo dello stato imperiale è svolto dall’intera struttura della Troika dell’eurozona: la Commissione Europea, la Banca Centrale Europea (BCE), il FMI, i vari fondi creati per il finanziamento da parte della Troika dei governi membri dell’eurozona e delle loro banche centrali e alla fine le banche centrali e i governi nazionali che decidono le politiche della stessa Troika.
Nell’imperialismo finanziario del ventunesimo secolo lo stato/struttura imperialista ha il ruolo di aggregatore del credito bancario privato che poi concede come credito proprio (Troika) alle istituzioni del paese dominato (Grecia). La Grecia assume come debito il credito della Troika e poi a sua volta estende il credito alle proprie banche e alle proprie imprese non bancarie. Queste imprese private, banche e non banche, possono comprendere imprese e banche estere che fanno affari nel paese come imprese miste o come imprese e banche di sola proprietà locale. I crediti e i prestiti offerti sono poi riciclati come pagamenti privati a imprese e banche dell’economia imperialista fuori dalla Grecia. In tal modo il denaro privato come credito privato è completamente riciclato: da banche, investitori e imprese imperialiste attraverso istituzioni statali imperialiste a istituzioni governative greche, al settore privato greco e poi indietro alle banche e agli investitori “centrali” dell’Euro che gli hanno dato origine.
Quando si verificano un grande crollo finanziario e un’estesa recessione, questo flusso finanziario è gravemente compromesso. Il settore privato greco – banche e imprese – non è in grado di rimborsare il proprio debito privato e diventa insolvente. L’insolvenza allora minaccia perdite ai creditori originari nell’economia imperialista. Se le banche e gli investitori del “centro” imperiale subiscono anch’essi un’insolvenza potenziale o effettiva – come è stato il caso nel 2008-09 nel centro bancario dell’eurozona e poi di nuovo durante la seconda recessione del 2011-2013 – la necessità di assicurare il rimborso del debito da parte dei debitori locali attraverso qualche mezzo alternativo diviene particolarmente importante. In aggiunta, se le banche del centro settentrionale dell’Eurozona, già in difficoltà, hanno investito pesantemente nelle maggiori banche greche, allora il salvataggio delle banche greche è necessario come parte di un salvataggio delle banche chiave dell’eurozona. Ma se sono contemporaneamente nei guai sia le banche chiave dell’Euro sia le banche greche, come è stato nel 2008-09, da dove arriverebbero i pagamenti? Il debito privato greco avrebbe dovuto essere assunto dal settore governativo al fine di effettuare i pagamenti, in effetti trasferendo il debito privato greco ai bilanci delle istituzioni governative. E’ in questo modo che ha avuto origine l’aumento del debito greco, come trasferimento del debito privato ai bilanci del governo. Ma è stato solo l’inizio dell’accumulo del debito governativo greco. Come è stato con tutti i governi nella crisi del 2008-09, la profonda recessione si è tradotta in un collasso delle entrate fiscali proprio mentre i versamenti sociali per sostenere la spesa delle famiglie e le piccole imprese aumentavano simultaneamente. Questo ha significato che i deficit del governo si sono aggravati e così il debito governativo. Sovrapposte a queste due importanti origini della crescita del debito governativo greco c’erano le misure d’austerità imposte dalla Troika dal 2010 in poi. La recessione “a doppia V” del 2011-13 nell’eurozona ha ulteriormente esacerbato i deficit e le condizioni d’austerità della Grecia.

Il modo in cui la Troika ha gestito i negoziati sul debito ha contribuito anch’esso considerevolmente all’accumulo del debito governativo greco.  La Troika ha insistito ripetutamente perché la Grecia si indebitasse prima (emettendo titoli) presso i mercati privati, prima di finanziarla, anche se, a causa della crisi, i tassi d’interesse sui nuovi titoli venduti sul mercato privato era saliti a livelli estremi. Gli speculatori globali delle banche ombra (fondi hedge, ecc.) nel corso di ciascuna crisi hanno aumentato ulteriormente i tassi sui titoli, in tal modo aumentando ancora di più il debito greco. C’erano anche fattori aggiuntivi. Ritardando l’offerta di prestiti alla Grecia mentre ciascuna crisi deteriorava l’economia greca – cosa che la Troika ha fatto in ciascuna delle tre occasioni – la Troika ha in effetto consentito che il debito totale crescesse più di quanto sarebbe cresciuto diversamente. Ma neppure questo è stato tutto. Mentre le crisi debitorie e i negoziati seguivano il loro corso, il ritiro di depositi da parte di imprese e investitori ricchi dalle banche greche rendeva necessari ancora altri prestiti da parte della Troika per ri-stabilizzare (cioè ricapitalizzare) le banche private della Grecia. Questo significava che il governo greco doveva indebitarsi ancora di più con la Troika per salvare il proprio sistema bancario dopo che la Troika aveva di proposito permesso – e di fatto incoraggiato – il suo crollo nel corso dei negoziati sul debito come mezzo di pressione perché la Grecia accettasse le condizioni della Troika.
Così il debito totale del governo greco – e i crescenti versamenti di interessi sul debito in aggravamento – è attribuibile a sei cause fondamentali:
  • trasferimento del debito del settore privato al bilancio del governo
  • aumento del deficit governativo associato al crollo del 2008-09 e alla successiva recessione “a doppia V” del 2011-2013
  • eccessiva speculazione sui titoli del governo greco da parte di investitori e fondi avvoltoio privati
  • azioni della BCE durante le crisi che hanno assicurato eccessivi ritiri dalle banche greche e fughe di capitali richiedenti ulteriori prestiti alla banca centrale greca per ricapitalizzare il sistema bancario greco
  • politiche d’austerità della Troika che hanno spinto la Grecia nella depressione, aumentando deficit e debito
  • insistenza della Troika che fosse accumulato debito su debito, in luogo di sollievo dal debito, per assicurare che la Grecia effettuasse rimborsi del vecchio debito mediante debito nuovo
I crescenti interessi sul debito governativo greco sono pagati dalla produzione nazionale greca. Proprio come nello sfruttamento finanziario elementare, nel quale i lavoratori-consumatori-contribuenti alla fine sopportano l’onere del pagamento degli interessi sul debito privato, il debito e gli interessi governativi si comportano fondamentalmente allo stesso modo, salvo che il pagamento ha luogo non a livello di impresa individuale, bensì a livello dell’intera economia.
La struttura imperialista statale (Troika) detta e organizza i termini del rimborso per conto degli interessi delle banche e degli investitori privati fuori dalla Grecia. Lo stato greco è l’”intermediario” nel processo, attuando l’austerità e le altre misure mediante le quali è estratta la ricchezza dall’economia greca e trasferita come interesse e capitale nei rimborsi del debito alla Troika. La Troika a sua volta ridistribuisce i versamenti ai banchieri, investitori e imprese private presso i quali ha in origine raccolto i fondi per il salvataggio che ha prestato alla Grecia.
E’ per questo che, come ha mostrato e concluso lo studio della European School of Management and Technology (ESMT), il 95 per cento dei fondi del debito governativo greco finiscono in definitiva nel settore privato dell’Eurozona fuori dalla Grecia, cioè nelle mani di banchieri e investitori dell’eurozona. Dei 215,9 miliardi di credito concessi dalla Troika alla Grecia nei soli accordi del 2010 e del 2012, 86,9 miliardi di capitale sono stati rimborsati, ma 119,3 miliardi sono stati versati come interessi a investitori privati o per ricapitalizzare le banche greche. Solo 9,7 miliardi sono finiti nell’economia greca. Quella che appare una struttura di trasferimento di ricchezza da stato a stato – dalla Grecia alla Troika e alle sue istituzioni – è in realtà essenzialmente un trasferimento di ricchezza dalla società ed economia greche in generale a interessi privati fuori dalla Grecia nell’eurozona.
Il riciclaggio dei pagamenti degli interessi ha luogo sia attraverso la Grecia sia attraverso la Troika che operano insieme come aggregatori degli interessi dalla Grecia a banche e investitori privati fuori dalla Grecia. Tale processo di aggregazione e distribuzione di interessi per ciascuna delle istituzioni della Troika ha luogo in breve come segue:
La CE: il governo greco effettua pagamenti di interessi sul debito incorso presso la CE (EFSF, ESM, ecc.). La CE raccoglie i prestiti dai suoi paesi membri componenti che a loro volta raccolgono i fondi da banche e investitori nazionali. I pagamenti del debito greco alla CE ritornano ai rispettivi governi membri e a loro volta alle banche e investitori privati.
La BCE: La banca centrale greca rimborsa i prestiti della BCE che sono poi ridepositati nei conti delle banche centrali dei paesi membri presso la BCE. I fondi alla fine contribuiscono agli acquisti da parte della BCE di titoli prevalentemente tedeschi e di governi chiave e oggi anche di obbligazioni industriali. I fondi alla fine sono ridistribuiti al settore industriale attraverso il QE e altre misure di iniezioni di liquidità pre-QE da parte della BCE.
Il FMI: i pagamenti del governo greco al FMI sono poi riprestati dal FMI ad altre economie in crisi, che alla fine li ridistribuiscono largamente a banche occidentali che partecipano da partner a tutti i salvataggi del FMI. Esempio: i prestiti del FMI all’Ucraina dal 2005 al 2014 andarono a rimborsare prestiti di banche e investitori occidentali partecipanti.
Ma i fondi usati per rimborsare il debito governativo greco e gli interessi devono arrivare da qualche parte. Parte risulta provenire da nuovi debiti incorsi al fine di essere in grado di rimborsare i vecchi. Ma i fondi per rimborsare il nuovo debito su vecchi interessi devono anch’essi arrivare alla fine da qualche parte. Da dove arrivano è dall’economia e società greca aggregate, dalla produzione e dal commercio greco su scala nazionale (non delle imprese private), organizzati attraverso le politiche e i programmi di austerità negoziati tra Troika e Grecia.
Nell’imperialismo finanziario, perciò, l’estrazione di ricchezza sotto forma di interessi aggregati sul debito è organizzata mediante lo stato stesso, nonché a livello di singola impresa. Sta diventando una delle caratteristiche che definiscono l’imperialismo finanziario nel ventunesimo secolo, emergente nelle economie minori più vulnerabili che sono organizzate in economie capitaliste transnazionali di libero scambio, moneta unica, unione bancaria come l’eurozona, l’Unione Europea, il TPP, il NAFTA-CAFTA, e un sacco di altre che esistono o sono in via di sviluppo a livello mondiale.
Il debito è diventato uno strumento fondamentale di estrazione di profitto sotto forma di interessi per il capitale finanziario globalizzato del ventunesimo secolo. Gli interessi su un debito in continua crescita sotto forma di prestiti e titoli e altre attività finanziarie versati allo stato imperialista sono estratti dall’intera popolazione greca – non solo a livello di imprese – anche se ovviamente permangono forme di interessi come pagamenti su crediti concessi a imprese private. Ma sovrapposti agli interessi dallo sfruttamento tradizionale della produzione o del commercio, in cui sono coinvolte merci, ci sono non solo interessi, ma interessi sugli interessi a causa dei crescenti livelli del debito governativo e dell’incapacità di effettuare rimborsi.
Per rimborsare capitale e interessi sul suo debito in aggravamento, al governo greco è richiesto di sottrarre reddito e valore dal popolo greco mediante l’austerità: riducendo salari, pensioni, sussidi e servizi e aumentando contemporaneamente le imposte. La Grecia deve generare un aumento del PIL sufficiente a ottenere il pagamento di imposte con le quali rimborsare la Troika e il debito privato. Se il PIL non cresce, e non può farlo in una depressione, le imposte sul reddito calano richiedendo di aumentare la tassazione delle vendite (IVA) e delle piccole proprietà. Se le imposte sulle vendite sono insufficienti per effettuare i rimborsi del debito, il governo greco deve anche tagliare la spesa. I tagli alla spesa si concentrano principalmente sull’occupazione e i salari, le pensioni e i servizi sanitari governativi, l’istruzione e altri servizi sociali. 

La ristrutturazione del mercato del lavoro è spesso il mezzo per ridurre le indennità e i salari dei dipendenti governativi e in tal modo il salario minimo e quello contrattato sindacalmente nonché le indennità di previdenza sociale per il resto della classe lavoratrice del settore privato. Quando i posti di lavoro e i salari del settore privato calano a loro volta, il reddito ridotto della classe lavoratrice greca diviene “risparmio” del governo greco che è disponibile per essere ridistribuito alla Troika e agli investitori privati sotto forma di rimborso del debito. I greci devono rinunciare a una parte maggiore dei loro salari sotto forma di tasse per rimborsare un debito nel quale non erano personalmente incorsi. Con l’impatto dell’austerità sull’economia diventano disoccupati a causa della necessità di rimborsare il debito o si vedono ridotti i loro “salari differiti” (pensioni, servizi sanitari, previdenza sociale), i risparmi dei quali sono ridistribuiti alla Troika e via di seguito. Il risultato cumulativo è una riduzione del salario e di altri redditi guadagnati a livello dell’intera economia, che sono sottratti dal governo greco e versati alla Troika e agli investitori privati come capitale e interessi sul debito. Attraverso questo processo di intermediazione statale il debito e la sofferenza e la riduzione del benessere che esso comporta sono diffusi all’intera popolazione, indipendentemente dal suo ruolo nell’averlo assunto.
Imperialismo finanziario dalla privatizzazione di beni pubblici
Se gli aumenti delle tasse e le riduzioni della spesa del governo greco non sono sufficienti a effettuare i rimborsi del debito, allora il governo greco è costretto dalla Troika a raccogliere fondi aggiuntivi vendendo beni e investimenti pubblici – cioè privatizzando beni pubblici greci – aziende di utenze, sistemi di trasporto ferroviario e urbano, aeroporti e porti marittimi, eccetera. La privatizzazione sfocia in una doppia forma di sfruttamento finanziario. Il governo greco vende beni pubblici a investitori privati, la maggior parte dei quali è costituita da tedeschi, britannici, cinesi e altri gruppi di investitori, a un prezzo inferiore a quello di mercato, spesso a quelli che sono chiamati prezzi “di svendita”. Fissando prezzi ben al di sotto del valore di mercato, gli investitori sono in tal modo sussidiati dal governo greco. Gli investitori conseguono un profitto finanziario in vari modi. Possono detenere il bene pubblico e poi rivenderlo in tutto o in parte a un prezzo di mercato uguale o superiore a quello del prezzo di svendita del bene. Attendendo che il prezzo di mercato del bene risalga gli investitori incassano anche un flusso di reddito che può essere prodotto dal bene pubblico. 

Ad esempio sistemi ferroviari, dell’elettricità o portuali greci acquistati producono un flusso di reddito di cui l’investitore privato gode nell’intervallo prima della rivendita. Il bene può essere ulteriormente sfruttato mediante l’emissione da parte dell’investitore di nuovi titoli garantiti dal bene. Oppure gli investitori possono ricevere una manna finanziaria attraverso l’offerta governativa di prestiti sussidiati a basso costo per l’acquisto del bene pubblico o di garanzie del prestito, che il governo successivamente paga se il flusso di reddito dalla privatizzazione non raggiunge un certo livello concordato contrattualmente. La privatizzazione crea così molteplici modi di sfruttamento finanziario – cioè di estrazione di ricchezza – una volta che il governo è con le spalle al muro per il debito.
Speculazione di investitori esteri sulla volatilità dei prezzi delle attività finanziarie greche
L’imperialismo finanziario include la generazione di flussi di interessi e di fondi dalla compravendita di attività finanziarie governative. Ciò include la speculazione di investitori professionali in titoli, note di debito, derivati finanziari legati a titoli (swap su tassi d’interesse e a copertura di rischi d’insolvenza) e acquisizione di pignoramenti residenziali e mutui a prezzi inferiori a quelli di mercato e anche speculazione sul prezzo delle azioni poiché il mercato delle azioni greche oscilla ampiamente (si contrae) nell’approssimarsi della crisi e una volta firmato l’accordo sul debito (si espande).
Le periodiche crisi debitorie offrono grandi opportunità agli speculatori e agli investitori professionali (prevalentemente nella UE ma anche globalmente e tra gli investitori greci) di realizzare considerevoli utili di capitale a causa della volatilità indotta dalla crisi. Questo non è interesse sul debito, delle imprese private o aggregato da stato a stato. Non è richiesta alcuna austerità per pagare gli utili di capitale. Ma ciò nonostante è speculazione finanziaria sulla crisi basata sul debito, un genere di indotto che consente sfruttamento finanziario.
Con l’aumento del debito greco che scatena la consapevolezza della crisi e mentre i negoziati sulla crisi iniziano tra la Troika e il governo greco, gli investitori si liberano di titoli greci. I prezzi dei titoli crollano e i tassi d’interesse sui titoli greci aumentano proprio quando il governo greco tenta di raccogliere considerevoli entrate aggiuntive mediante titoli al fine di far fronte alla crisi debitoria (poiché la BCE e la Troika insistono che il governo raccolga quanti più fondi possibile sui mercati privati prima [di intervenire con il salvataggio – il testo, forse incompleto, termina qui – n.d.t.]
Fonte: qui

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traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2018 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.