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martedì 29 gennaio 2019

Giovani lavoratori a rischio povertà in Europa


Nel 2017 la percentuale di lavoratori tra i 18 e i 24 anni a rischio di povertà nell’Unione europea (UE) è stata stimata all’11,0% (l’Italia è di poco sopra la media, 12,3%), -1,1% rispetto al 2016. La percentuale è diminuita ogni anno dal picco del 2014 (12,9%).
La più alta percentuale di giovani lavoratori a rischio di povertà nel 2017 era in Romania (28,2%), seguita da Lussemburgo (20,0%), Danimarca (19,1%), Spagna (19,0%) ed Estonia (18,4 %). Al contrario, tre Paesi con tassi inferiori al 5% sono Repubblica Ceca (1,5%), Slovacchia (3,8%) e Finlandia (4,2%).
Fonte: qui

Nell’eurozona ormai si vive per lavorare

C’è un prima e c’è un dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, con il 2008 a far da spartiacque per la semplice ragione che in quel momento si è verificata una crisi internazionale, che però, a ben vedere, è solo un utile pretesto. Il prima e dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, dipende almeno altrettanto sostanzialmente dal tempo che è trascorso fra il 1999 e il 2008, ossia il prima, e il 2013 e il 2018, che rappresenta il dopo. Un arco di vent’anni nei quali si è verificato un sostanziale invecchiamento della popolazione, ossia della forza lavoro.
Questo prima e dopo non riguarda ovviamente solo la componente demografica, ma anche quella settoriale e, soprattutto, quella professionale, che ad essa in qualche modo è collegata. La crisi, se davvero ha funzionato da spartiacque, è servita a focalizzare le preferenze del mercato su una tipologia precisa di lavoratori: quelli con un livello di istruzione più elevato e una forte vocazione verso i servizi di mercato. Ed ecco che si delinea l’identikit del lavoratore che in qualche modo è uscito vincitore dalla crisi: ultra55enne, molto istruito con vocazione verso attività di servizio.
C’è anche un altro prima e dopo, nel mercato del lavoro europeo, che una bella analisi pubblicata nell’ultimo bollettino della Bce ci consente di visualizzare con chiarezza.
Nel primo periodo fra il 1999 e il 2008 era la Spagna ad attirare lavoro e quindi flussi migratori. Oltre 6 milioni di lavoratori, che pesavano il 35% del totale dei posti di lavoro creati nel periodo nella zona euro, avevano trovato occupazione in Spagna, molti dei quali grazie al settore delle costruzioni, che pesava oltre il 10% dei posti di lavoro creati, per un totale di 1,9 milioni di persone. Nel dopo, ossia il periodo fra il 2013 e il 2018, è la Germania a far da calamita alla nuova occupazione, con quasi il 30% dei posti creati per circa 2,6 milioni di posizione a fronte di poco più del 10% del periodo precedente. Sola, fra le economia principali dell’area, a veder crescere la sua quota relativa di espansione dell’occupazione. Oltre alla Spagna, infatti, perdono quota la Francia e l’Italia. La metamorfosi del mercato del lavoro dell’eurozona non ha premiato solo gli anziani istruiti, ma anche le economie meglio attrezzate.
Vale la pena tornare un attivo sulla composizione della forza lavoro per osservare concretamente come sia mutata.
Il grafico ci consente di trarre alcuni spunti di riflessione. I lavoratori con titolo di studio medio, che nel primo periodo esprimevano ancora il 60% dell’espansione dell’occupazione cumulata, nel secondo solo crollati a circa la metà. Al contrario, i lavoratori con titolo di studio più elevato, che erano allo stesso livello di quelli medi nel primo periodo, hanno visto aumentare al quota all’80%. In calo le occupazione con basso titolo di studio sia nel primo che nel secondo periodo. Da ciò possiamo dedurre che il mercato del lavoro europeo richiede qualifiche sempre più elevate e questo dovrebbe essere una indicazione utile per le famiglie e gli stati, che dovrebbero investire massicciamente sull’istruzione.
Merita di essere sottolineato anche lo scivolamento verso l’età anziana dell’espansione dei posti di lavoro. Nel primo periodo i 25-54enni rappresentavano oltre il 60% di queste espansione, dopo appena il 20. Certo, molti sono invecchiati, passando nella coorte dei 55-74enni, allargata anche grazie alle riforme pensionistiche che hanno aumentato l’età pensionabile in molti paesi europei. Ma l’effetto demografico, che porta necessariamente con sé anche una maggiore stabilità contrattuale, spiega solo una parte di questa evoluzione. E soprattutto lascia aperto un enorme problema. Se il lavoro si concentra sulle fasce più attempate e istruite della popolazione, cosa ne sarà di quelle più giovani e meno istruite? Questo ovviamente la Bce non può saperlo. Però possiamo fare un’ultima riflessione osservando un altro grafico, quello relativo alla scomposizione dell’aumento del lavoro guardando alla forma contrattuale.
“L’espansione dell’occupazione nell’area dell’euro nel corso della recente ripresa – spiega la Bce – è stata trainata da tipologie di contratti a tempo pieno e prevalentemente indeterminato, con circa l’80 per cento dell’intera crescita derivante da un aumento dell’occupazione a tempo pieno”. Ma al tempo stesso “mentre l’espansione dell’occupazione si concentra ancora nelle posizioni a tempo indeterminato, l’occupazione a tempo determinato adesso rappresenta una percentuale più ampia della crescita dell’occupazione, mentre il lavoro autonomo è in diminuzione”. Ed ecco che si delinea l’identikit del nostro lavoratore europeo prossimo venturo: più anziano, più istruito, disposto a spostarsi verso le economie dinamiche e a lavorare con contratti a tempo determinato con la prospettiva di un lavoro a tempo indeterminato, ma per una vita lavorativa più lunga, che probabilmente richiederà una formazione permanente, e prospettive pensionistiche assai meno generose di prima. Significa vivere, pianificando bene le scelte fin da giovani, per lavorare.


Fonte: qui

LAVORO E ROBOT


Gli ultimi tre anni che abbiamo passato sono stati notevolmente rilevanti per il mercato del lavoro, i prossimi tre che abbiamo innanzi saranno ancora più impattanti. Viviamo in epoca in cui tendenze sociali, tecnologiche e demografiche stanno rapidamente modificando il modo di lavorare e le relazioni che abbiamo con le persone con cui ci confrontiamo quotidianamente. Chi si trova ad avere ancora un’età adolescenziale o chi sta valutando di cambiare il proprio percorso di vita non dovrebbe più di tanto concentrarsi sulla ricerca delle risposte ritenute corrette quanto piuttosto sulle domande che egli stesso di dovrebbe porre. Molta insofferenza giovanile è attribuibile infatti non tanto al lavoro, quanto al fatto di come quest’ultimo stia cambiando troppo velocemente anche per le persone più adattabili. Le generazioni precedenti soprattutto quelle che oggi sono ormai ritirate da tempo dal mercato del lavoro non sono purtroppo in grado nè di dare consigli e nè tanto meno moniti, trattandosi di un mondo completamente distante dal loro passato stile di vita. Non è casuale che le giovani generazioni parlino di mercato del lavoro e non del mondo del lavoro, enfatizzando pertanto la sfida quotidiana per la sopravvivenza tra i propri simili. Rispetto alla fine degli anni Novanta il lavoro di una persona priva di particolare capacità o competenze professionali possiamo dire che è diventato sporadico ed intermittente. Attenzione che questo vale anche per le persone che hanno conseguito un titolo di laurea breve in materie umanistiche o di modesto valore scientifico.

Abbiamo già fatto menzione del modello economico che sta alla base della gig economy in un precedente post, ora sembra che la sua evoluzione e diffusione ci stia portando alla piattaformizzazione del lavoro. Termine decisamente infelice, non solo per la sua pronuncia: in buona sostanza la ricerca di lavoro avviene attraverso l’interazione di piattaforme digitali su cui mettere in mostra le proprie abilità, competenze o disponibilità. Gli Stati Uniti come sempre sono apripista rispetto a tutti, nel bene e nel male: lo scorso anno la gig economy è stata valutata avere un giro d’affari di oltre 80 miliardi di dollari mettendo assieme gli apporti di note piattaforme digitali come Task Rabbit o Freelancer. Sempre più persone sono costrette a rendersi disponibili per lavori one shot con l’idea romantica di costruirsi nel tempo un proprio parco clienti. Sappiamo che circa i 2/3 dei compiti, mansioni e lavori attuali entro i prossimi 25 anni saranno sostituiti da robot, algoritmi, programmi di intelligenza artificiale e cosi via. A fronte di questo scenario che vede da un lato la piattaformizzazione della capacità lavorativa delle persone umane e dall’altro l’ingresso di competitors diversamente umani, la domanda da porsi è come si riuscirà a sopravvivere dal momento che già oggi il mercato del lavoro produce opportunità di occupazione ad intermittenza ?

Le più grandi fondazioni di studi sociali al mondo volute da filantropi illustri come Bill Gates studiano da diversi anni la risposta a questo interrogativo, soprattutto con l’idea di dare supporto ed un mind set-up alle classi dirigenti politiche che verranno. L’automazione e l’intelligenza artificiale aumenteranno a dismisura la disuguaglianza sociale, esattamente quello che uno non si aspetterebbe. Se molti lavori e mansioni che oggi definiamo basici, ripetitivi e con basso valore aggiunto verranno svolti da macchine intelligenti, che fine faranno le persone che prima erano occupate a fare questo ? Come evolverà allora il PIL di una nazione che perderà i consumi generati dai salari e stipendi da coloro i quali saranno surclassati dall’automazione robotica ? Alcuni visionari hanno ipotizzato la robot tax per creare una provvista finanziaria necessaria a sostenere con sussidi miserrimi le persone che perderanno il posto di lavoro a causa di un robot. Fate attenzione: tutte le rivoluzioni sono iniziate quando vi era troppo divario tra le classi agiate e quelle molto povere, seppur in presenza di ammortizzatori sociali. Questo scenario sembra disegnare un mondo opposto a quello ipotizzato dalla fantascienza: saranno più gli umani a ribellarsi ai robot piuttosto che il contrario.

Per questo motivo da qualche anno stanno prendendo piede trasversalmente nelle economie occidentali le proposte politiche per una sorta di reddito di cittadinanza o di un reddito di esistenza, volto a garantire nel prossimo futuro uno stile di vita almeno decoroso (e quindi non pericoloso per l’establishment che governa, qualunque sarà). Sarà un mondo 6-1 o 6-0 il che vale a dire o sei uno o sei zero. In altre parole, o riesci a fare qualcosa che una macchina non è in grado di gestire o analizzare, oppure in assenza di peculiarità sei una nullità e pertanto ti dovrai accontentare della rendita minima e del reddito di cittadinanza in quanto difficilmente ti verrà proposto una mansione (attenzione, non un posto di lavoro) ben retribuita. L’evoluzione umana si è sempre manifestata attraverso mutamenti molto impattanti ed a volte sofferenti sul piano sociale.

Pensiamo solo che all’inizio della rivoluzione industriale in Inghilterra nel 1750 quando vennero presentati i primi modelli di telaio tessile vi furono scontri e rappresaglie nei confronti dei vari padroni che volevano installare tali diavolerie nelle prime fabbriche. Il telaio tessile infatti buttava fuori dal mercato e dalle fabbriche decina di migliaia di cucitrici che erano allora ben contente di fare un lavoro monotono, basico e manuale. Proprio tale mestiere permetteva infatti loro di guadagnare un modesto salario che consentiva la sopravvivenza in quella che allora sembrava il futuro che avanzava: l’abbandono delle campagne per una squallida vita in un sobborgo metropolitano. Le attività di sabotaggio industriale perpetrate dalla maestranze operaie inglesi furono talmente frequenti durante la seconda metà del 1700 che diedero vita ad un autentico movimento di protesta operaia conosciuto con il nome di luddismo il quale quando si diffuse anche in Francia assunse addirittura le dimensioni di una insurrezione nazionale di stampo giacobino. Il luddismo deve il suo nome ad un giovane operaio inglese, Ned Ludd, il quale (almeno cosi narrano le cronache) distrusse materialmente un telaio in una fabbrica inglese ubicata da qualche parte nella regione delle Midlands. Il fatto lo innalzò a sommo rappresentante ed eroe per tutto il proletariato inglese tanto da diventare nel tempo una sorta di personaggio leggendario che avrebbe protetto e vendicato gli operai sconvolti dalle conseguenze della rivoluzione industriale al grido di people first (prima la gente). Al luddisti sono attribuite migliaia di operazioni di sabotaggio industriale tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800: la rivoluzione industriale aveva infatti apportato innovazioni tecniche che provocavano un grave senso di impotenza ed insicurezza nel proletariato operaio, oltre che accentuare la differenza sociale tra i padroni e gli operai.

Fonte: qui

mercoledì 21 novembre 2018

L'export crolla, il Pil fermo, la competitività al palo: tra poco ci toccherà inseguire la Grecia

Nonostante la timida ripresa degli ultimi anni, le previsioni tagliano le gambe al nostro Paese. 

Il costo del lavoro è ancora un problema e il governo gialloverde, se non può essere ritenuto responsabile della situazione, non aiuterà a migliorare


Gli occhi dell’Europa (e non solo) sono puntati sull’Italia. C’è preoccupazione. C’è il timore che nei prossimi anni una crisi economica italiana, provocata dall’aggravamento del nostro ventennale declino da parte del nuovo governo, possa contagiare il resto del Continente.
Il problema è che questa crisi c’è già. E molto probabilmente il governo giallo-verde c’entra poco.
È quanto emerge, nero su bianco, dalle previsioni economiche autunnali della Commissione Europea. Se le stime di quello che accadrà nel 2019 sono appunto stime, pronte a essere smentite, quelle sul 2018 profumano molto più di realtà che di previsioni. E presentano un quadro già peggiorato rispetto agli anni precedenti di ripresa.
Innanzitutto, si è fermato quel processo di convergenza, quel tentativo di recuperare il gap di crescita che dal 2013 pareva essere iniziato.
Dopo il record del 2012, con una variazione del PIL peggiore del 1,9% rispetto a quella dell’area euro, vi era stato un graduale miglioramento. Non si era arrivati, come sarebbe stato legittimo aspettarsi da un Paese che proveniva da una crisi, a una crescita migliore del resto d’Europa, a un catching up simile a quello della Spagna. Tuttavia nel 2016 e 2017 il gap con l’eurozona si era ridotto al 0,8%. Nel 2018 è previsto che questo aumenterà all’1%.

Dati Eurostat

Lo 0,2% in più è poca cosa numericamente, ma è significativo perché segna un trend, una tendenza al peggioramento del declino che ci vede da 25 anni sempre inseguire, essere quasi sempre ultimi quanto a crescita. Non era scontato che accadesse, si veniva da anni in cui le distanze si accorciavano.

Questo dato si spiega anche con il peggioramento della differenza tra la nostra crescita e quella di Paesi che come noi hanno vissuto grandi o piccoli problemi, e da cui però stanno venendo fuori meglio. Per esempio la Francia, che cresceva all’incirca come noi nel 2015 e 2016, e ci ha invece superato del 0,6% nel 2017 e 2018.

O la Grecia, che chiaramente aveva fatto quasi sempre peggio di noi, quando era nella recessione più nera, e che nel 2018 inseguiremo, visto che il PIL ellenico aumenterà del 2%, contro il nostro +1%
Dati Eurostat
Dati Eurostat
Non di solo PIL però vive l’economia. Vi sono dei campanelli d’allarme anche più gravi. Sono quelli che riguardano la nostra competitività, la nostra capacità di stare nel mercato globale.
Il costo del lavoro unitario (calcolato in termini relativi a quello medio di 37 Paesi industrializzati) è diminuito in questi anni nell’area euro e in Italia, ed è comprensibile considerando che tra gli Stati industrializzati sono compresi anche quelli dell’Est Europa, il Messico e la Turchia, dove gli stipendi stanno crescendo bene.
Tuttavia nel 2018 è previsto che il calo italiano, -0,7%, sia minore di quello dell’area euro, -1,1%, a differenza di quanto accaduto nel 2017, e a differenza del calo spagnolo, del 1,4%, e persino di quello francese.
Non si tratta solo del probabile effetto del rinnovo dei contratti degli statali, ma anche della mancanza di una seria riduzione del cuneo fiscale, che invece pare avviata anche in Francia, da molto tempo alle prese con un costo del lavoro che l’avrebbe penalizzata molto di più se non avesse avuto una crescita della produttività così alta, e che a noi decisamente manca.


Dati Eurostat
Ancora più preoccupante è la competitività delle nostra industrie verso l’esterno.
Nel 2018 le nostre esportazioni saranno cresciute a fine anno solo dell’ 1,6%, contro un +3,3% dell’area euro. Nel 2017 c’era stato un balzo del 5,7%, a paragone con un aumento del 5,2% dell’eurozona.
Il quadro appare peggiore se guardiamo, come fa la Commissione Europea, a un indice che mette in rapporto l’aumento dell’export e la crescita delle importazioni di quei mercati che hanno i rapporti commerciali più stretti con un dato Paese e segnala quindi quanto questo Paese sa approfittare dell’andamento dell’economia mondiale e dei mercati con cui ha già rapporti.
Ebbene, i nostri partner in media nel 2018 avranno accresciuto il loro import del 3,9%, è una percentuale in linea con quella dei partner degli altri Paesi euro, e del resto si parla più o meno degli stessi Paesi. E a maggior ragione quindi il progresso solo del 1,6% delle nostre esportazioni appare grave.
Il gap tra queste e quelle potenziali, dato l’andamento dei nostri mercati di riferimento, è il maggiore d’Europa. Siamo ultimi infatti, questo indice della Commissione sulla performance del nostro export segna nel nostro caso un -2,2% rispetto all’anno scorso.
Anche la Germania non se la cava bene, ma non può essere molto di consolazione, anzi. E invece è la Grecia quella che mette a segno il risultato migliore, con un +4,7%.
Segno di un recupero di competitività che all’Italia manca.
Siamo anzi il Paese che ne perde di più verso il mondo, le nostre imprese, al di là della retorica sulla qualità della nostra industria, non riescono a intercettare quell’ingrandimento dei mercati, e quella crescita che pure c’è nonostante il ritorno dei dazi, nonostante le incertezze.

Dati Eurostat
Già gli scorsi anni la performance del nostro export in relazione a quello dei mercati di riferimento era stata inferiore a quella dell’area euro, ma non più, finalmente, nel 2017. Con il 2018 si ritorna a una situazione peggiore a quella degli anni più negativi.
Dati Eurostat
Si tratta di dati che rappresentano un campanello d’allarme. Sarebbe difficile affermare che sia colpa del governo insediatosi a giugno e che sta facendo approvare ora la propria prima manovra, tuttavia che messaggio sta lanciando la maggioranza giallo-verde dal lato competitività e produttività?
La stretta sui contratti a termine, il dimezzamento del super-ammortamento, le indecisioni sulle infrastrutture, anche senza dover pensare all’extra-deficit e alla sfiducia che questo genera sugli investitori, non suggeriscono nulla di buono.
Andiamo incontro al terzo decennio perduto dopo i due precedenti? Per ora pare di sì.

Fonte: Linkiesta

lunedì 15 ottobre 2018

Italy Declares War On Merkel And The EU

If there were ever any doubts that the leaders of the Euroskeptic coalition that now runs Italy has a plan to defy the European Union its proposed budget should quell them. Both Deputy Prime Ministers, Luigi Di Maio of Five Star Movement and Matteo Salvini of The League, were adamant about locking horns with European Union leadership over all issues of sovereignty between now and May’s European Parliamentary elections.
Their budget proposal which included both tax cuts and universal income blew past the EU budget limit of 2.0% of GDP, coming in at 2.4%. It has put their Finance Minister, Giovanni Tria, in a difficult position because Tria doesn’t want to negotiate this budget with Brussels, preferring a less confrontational, read more pro-EU, approach.
Salvini and Di Maio, however, have other plans. And since I began covering this story last year on my blog, I’ve said that it was imperative that Salvini force the issue of the Troika’s demands – the EU, European Central Bank and the International Monetary Fund – back down their throats on debt restructuring/forgiveness.
What I meant then, and I was focused on Salvini’s emergence as the leader of this fight, was that Salvini and Italy, because they are more than technically insolvent, have all the leverage in the negotiations. The size of their outstanding debt and the liabilities existent on the balance sheets of banks across Europe, most notably the nearly $1 trillion in TARGET 2 liabilities, are something Juncker, Draghi, Merkel and Christine LaGarde at the IMF simply cannot ignore.
But, to do this Salvini and now Di Maio have to make a good faith effort to negotiate a good deal for Italy with Brussels, Berlin and the IMF. This is why the budget squeaked past the 2.0% limit and then they walked it back to 2.0% but with provisions they knew would anger the EU finance ministers.
The point of this is to push Brussels and paint them as the bad guys to shift public sentiment back towards an Italeave position. Italy’s problems are not solvable with Germany holding the purse strings for all the EU countries.
So, the first prong of their assault on the power structure of the EU is this, challenge them on their budget while making strong statements to the rest of Europe that they are not looking to exit the euro. If they do, it will be Germany forcing that situation.
The other prong of the assault is to remake the EU from within, which Salvini has openly stated is one of his goals.
It started more than a month ago when he met with Hungarian President Viktor Orban who agreed on a strategy of creating a ‘League of Leagues’ to unite the opposition to the current technocratic rule on the European Commission.
They were clear then that the goal was to wrest control of the European Commission Presidency from the coalition backing current President Jean-Claude Juncker.
With the rise in the polls of Euroskeptic parties across Europe, Salvini and Orban can drive real change in the structure of the parties within the European Parliament. The European People’s Party, which Orban’s Fidesz party is a member of, is vulnerable to losing its senior position in any coalition because of the huge change in Italy’s electoral make-up along with that in Austria with the less radical Sebastian Kurz.
But, the big swing is on the table in Germany. Alternate for Germany (AfD) is now pushing up towards 20% nationally and the next hurdle for its growth is this weekend’s Bavarian state elections. If AfD out polls the Greens and denies the CSU a path to a coalition government without them then that could have spillover effects for Angela Merkel.
The latest polls have AfD averaging around 11% versus a strong push up to 18% by the Greens. The CSU has collapsed to just 35%. How accurate these polls are are anyone’s guess at this point, but given recent history I would not be surprised to see AfD outperform their polling numbers on Sunday.
Figure 1: Source Wahlrecht.de
Because if they do and the CSU/Green total is less than 50%, the CSU may be forced to form a three-headed coalition to freeze out AfD. And this is assuming that the CSU and the Greens could form any workable coalition in the first place.
That would truly upset CSU leaders and the cries to break the Union with Merkel’s CDU would grow louder.
And with Merkel dealing with internal CDU disloyalty the possibility rises quickly that her national coalition could collapse amid external pressure from Salvini and Di Maio over budget and debt issues.
The markets are beginning to wake up to the fact that this political battle is not going to go as smoothly for Germany and the Troika as it did for Greece. Salvini and Di Maio are not Varoufakis and Tsipras and Italy is simply way more important than Greece.
The euro is weakening by the day while Italian bond yields are spiking. Traders do not know what to do as each statement by an official associated with this fight moves Italian debt markets by 20 basis points.
And, I shouldn’t have to say this too many times but 20 basis point moves in sovereign debt markets is the definition of ‘not normal.’
Populist forces within the EU are angry and their power is growing. The technocrats in Brussels still seem to think that the old rules apply but they do not. Scare tactics will not work on these men because they know that the ultimate move is to simply make preparations for a new currency, be it the mini-BOT that has been floated previously by Salvini or a new lira.
My read on the current state of affairs is as follows. Since the ECB is the only marginal buyer of Italian debt, which has been the case for more than a year now, any sharp rise in bond yields is a result of the ECB simply backing off that buying and market forces taking over.
This is the ECB’s biggest weapon. It will try to scare everyone by allowing Italy’s fiscal position to erode quickly making it impossible for them to issue debt at sustainable yields. But, it does so at the expense of the value of the bonds it and other European banks already hold. Because they are dropping in value, undercutting the solvency of those banks.
If the Italian leadership holds the line and refuse to back down, then they call the ECB’s bluff on allowing rates to rise. The ECB has to come back in, begin buying to support the price, and the regroup for the next battle.
That’s what we’ve been seeing for a few months now in the Italian bond market. That’s where this war is being waged as well as the headlines. And Salvini and Di Maio understand it. Because if they didn’t they would have already folded.
Instead they have doubled down on their opposition to Brussels and Berlin and added new vectors to their attacks.
This will not end well.

lunedì 11 giugno 2018

Trump a Macron, 'Ue peggio della Cina'

(ANSA) - NEW YORK, 11 GIU - "L'Europa è peggio della Cina": così Donald Trump avrebbe risposto ad Emmanuel Macron in visita alla Casa Bianca lo scorso aprile, attaccando in particolare la Germania e ipotizzando il blocco dell'ingresso delle auto tedesche negli Stati Uniti. A svelare i contenuti del colloquio tra i due leader alcune fonti presenti all'incontro tra i due leader citate da Axios e dalla Cnn. L'invettiva di Trump sarebbe nata dall'invito di Macron a collaborare insieme per risolvere i problemi comuni con la Cina e sarebbe durata oltre 15 minuti su un'ora di colloquio. Fonte: qui

domenica 27 maggio 2018

The European Crisis Is Back: Italian, Spanish Bonds Crash Amid Political Chaos

Just when you thought it was all over... the PIIGS chaos rears its ugly head as political crises start to spread across the periphery.
European stock markets are extremely mixed with the core relatively stable as the periphery plunges...
Italian banks stocks - so bloated with Italian sovereign debt - are accelerating lower...
Italian 2Y Yields are now at their highest since 2014...
As the entire BTP curve flattens dramatically...
And Italian sovereign risk is exploding...
Which leaves us wondering...
As if Italy was not enough, Spain is now under pressure as PM Rajoy is under pressure from a potential 'no confidence' vote and Spanish bond yields (and sovereign risk) is blowing out...
The widest spread to Germany in almost 6 months...
Which means only one thing... the PIIGS are coming back to life and there is little that Draghi can do this time...
And all of this is weighing on the euro...
And finally - the scariest chart of all - reflecting the reality of Italy's 'Mini-BoT' parallel currency concerns...

"Get back to work Mr. Draghi..."

Fonte: qui