9 dicembre forconi: Giovani
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giovedì 10 ottobre 2019

IN DIECI ANNI 250MILA GIOVANI HANNO LASCIATO L’ITALIA PER CERCARE LAVORO


UN QUINTO SE NE VA DA LOMBARDIA, POI LE REGIONI CON IL MAGGIOR NUMERO DI EXPAT SONO SICILIA, VENETO E LAZIO 

UN DISASTRO ECONOMICO, CI COSTA 16 MILIARDI, E DEMOGRAFICO: TRA FUGHE E POCHE NASCITE, ENTRO IL 2050 PERDEREMO TRA I 2 E 10 MILIONI DI ABITANTI E RIMARRANNO SOLO I VECCHI!

Andrea Carli per www.ilsole24ore.com

expat 2EXPAT 
Un paese che iscrive una pesante ipoteca sul suo futuro. L’Italia, sottolinea il nono Rapporto annuale sull’economia dell’immigrazione della Fondazione Leone Moressa, presentato oggi, 8 ottobre a Palazzo Chigi, da circa un decennio è tornata a essere terra di emigrazione: in dieci anni ha perso quasi 500 mila italiani (saldo tra partenze e rientri di connazionali). Tra questi, quasi 250 mila giovani (15-34 anni). Considerando le caratteristiche lavorative dei giovani in Italia, la Fondazione stima che questa “fuga” ci sia costata 16 miliardi di euro (oltre 1 punto percentuale di Pil): è infatti questo il valore aggiunto che i giovani emigrati potrebbero realizzare se fossero occupati nel nostro paese.
giovani in fuga dall'italia 5GIOVANI IN FUGA DALL'ITALIA

È il paese più anziano d’Europa
Considerando anche la denatalità e l’allungamento della speranza di vita, il paese si ritrova a essere quello più anziano d’Europa, con ripercussioni sociali ed economiche di una certa entità. Secondo le stime Eurostat, da qui al 2050 l’Italia potrebbe perdere tra i 2 e i 10 milioni di abitanti, mentre gli anziani aumenterebbero di circa 6 milioni, arrivando a rappresentare oltre un terzo della popolazione (dall’attuale 22,4%, rappresenterebbero tra il 33,8% e il 37,9% nel 2050).

Lavoro motivo prevalente dell’emigrazione
Dall’analisi del tasso di occupazione (15-24 anni) emerge che il lavoro è il motivo prevalente dell’emigrazione. Se in Italia il tasso di occupazione dei giovani italiani si attesta al 16,9%, tra i giovani italiani all’estero sale al 50,8% (nel restante 50% sono inclusi anche gli studenti, sicuramente numerosi in quella fascia d’età).

I giovani partono da Lombardia, Sicilia e Veneto
GIOVANI ITALIANI CHE HANNO LASCIATO L'ITALIA - GRAFICO IL SOLE 24 OREGIOVANI ITALIANI CHE HANNO LASCIATO L'ITALIA - GRAFICO IL SOLE 24 OREgiovani in fuga dall'italia 3GIOVANI IN FUGA DALL'ITALIA 












Per quanto riguarda le regioni di provenienza, quasi un quinto dei giovani che hanno lasciato l’Italia negli ultimi dieci anni viene dalla Lombardia (18,3%). Seguono Sicilia, Veneto e Lazio, con oltre 20 mila emigrati ciascuno. Da notare che questo dato comprende solo i giovani emigrati all’estero e non le migrazioni “interne”, da Sud a Nord. In rapporto alla popolazione giovanile residente, negli ultimi dieci anni hanno lasciato l’Italia circa 20 giovani ogni 1.000 residenti della stessa fascia d’età. I picchi massimi in Trentino Alto Adige (38,2) e Friuli Venezia Giulia (28,7%), su cui probabilmente incide la posizione di confine. Sopra la media anche altre regioni del Nord come Lombardia, Veneto e Liguria. Come detto, per le regioni del Sud questo dato è probabilmente “mascherato” dal fatto che molti giovani si sono trasferiti in altre regioni d'Italia, generalmente al Nord.
GIOVANI ITALIANI CHE HANNO LASCIATO L'ITALIA - GRAFICO IL SOLE 24 OREGIOVANI ITALIANI CHE HANNO LASCIATO L'ITALIA - GRAFICO IL SOLE 24 ORE

Londra la meta più ambita
giovani in fuga dall'italia 4GIOVANI IN FUGA DALL'ITALIA
In attesa di capire se Brexit avrà un effetto dissuasivo sulle emigrazioni verso il Regno Unito, Londra è la meta più ambita dai nostri giovani (scelta dal 20,5% di chi è partito nel 2017 e dal 19,3% di chi è partito negli ultimi dieci anni). Al secondo posto la Germania, dove evidentemente i giovani trovano occasioni di formazione e lavoro. Molti anche coloro che scelgono di trasferirsi in Svizzera e Francia, agevolati evidentemente anche dalla vicinanza geografica. Tra le prime destinazioni compaiono però anche Paesi extra europei come Usa, Brasile o Australia, ma anche Canada e Emirati Arabi.
giovani in fuga dall'italiaGIOVANI IN FUGA DALL'ITALIA

Il declino demografico
italiani emigratiITALIANI EMIGRATI
Al nodo della fuga dei giovani fa il paio un altro problema: il declino sempre più accentuato a livello demografico. La popolazione italiana sta infatti diminuendo: si fanno pochi figli (in media 1,32 per donna) e il saldo tra nati e morti è negativo da oltre 25 anni. Risultato: calano i giovani e aumentano gli anziani. L’Istat prevede che nel 2038 gli over 65 saranno un terzo della popolazione (31,3%). Ciò determinerà squilibri economici e finanziari, dato che proporzionalmente diminuiscono i lavoratori e aumentano i pensionati.
giovani in fuga dall'italiaGIOVANI IN FUGA DALL'ITALIAgiovani in fuga dall'italia1GIOVANI IN FUGA DALL'ITALIA

Presenza stabile: 5,2 milioni di stranieri residenti
Nell’ottica di una stabilità del sistema, soprattutto sotto il profilo finanziario, va la presenza di stranieri in Italia, stabile negli ultimi anni: 5,2 milioni di persone residenti a fine 2018 (8,7% della popolazione). Il saldo migratorio, ricorda il Rapporto, rimane positivo (+245 mila), anche se la composizione dei nuovi arrivi è molto diversa rispetto al passato: prevalgono i ricongiungimenti familiari, si stabilizzano gli arrivi per motivi umanitari, mentre sono quasi nulli gli ingressi per lavoro. Vi è nel complesso una lieve prevalenza di donne (52%) e una netta dominanza di paesi dell’Est Europa (oltre il 45% del totale). Le prime nazionalità (23% Romania, 8,4% Albania, 8% Marocco) evidenziano che la maggior parte degli immigrati è qui da oltre dieci anni.

Fonte: qui

mercoledì 10 luglio 2019

A BARI SCOPPIA UNA MAXI-RISSA TRA ITALIANI E IMMIGRATI PER L’APPREZZAMENTO FUORI POSTO A UNA RAGAZZA

CIRCA UNA VENTINA I RAGAZZI COINVOLTI 
E’ INVERVENUTA UNA CAMIONETTA DELL’ESERCITO E I MILITARI HANNO POI CHIESTO L’INTERVENTO DELLE FORZE DELL’ORDINE 
INTORNO ALLA RISSA SI E’ CREATA UNA FOLLA DI UN CENTINAIO DI PERSONE CHE…
Emanuela Carucci per www.ilgiornale.it

rissa in strada 4RISSA IN STRADA
Una maxi rissa è scoppiata ieri sera a Bari, intorno alle 21, in piazza Aldo Moro in pieno centro. Tutto pare sia partito da un diverbio tra giovani baresi ed alcuni extracomunitari. Uno di questi ultimi avrebbe fatto un apprezzamento ad una ragazza, fidanzata di un componente del gruppo di italiani. Il fidanzato della giovane donna ha inveito contro l'immigrato e da lì la situazione è degenerata. I protagonisti della vicenda sono così venuti alle mani.

Sul posto sono giunti rapidamente non solo i carabinieri e la polizia, ma anche una camionetta dell'esercito (questa è stata la prima ad intervenire) di pattuglia nei pressi della stazione del capoluogo pugliese. Proprio i militari hanno chiesto l'intervento delle forze dell'ordine in ausilio per sedare la rissa.

rissa in stradaRISSA IN STRADA
Intervenuti anche i sanitari del 118 e un'auto medica per curare i feriti. Circa una ventina sono stati i ragazzi coinvolti nella rissa. Per tre di loro è scattato il fermo (due immigrati e un barese minorenne). Almeno tre sono i feriti, due ragazzi baresi e un extracomunitario. Intorno alla rissa, come si legge sul quotidiano regionale "La Gazzetta del Mezzogiorno", si era creata una folla di un centinaio di persone e si temeva che il litigio potesse coinvolgere molte più persone di quelle già coinvolte.

Fonte: qui

domenica 23 giugno 2019

I tassi di suicidio tra i giovani statunitensi accelerano al massimo dal 2000

Un nuovo studio dei dati nazionali sui tassi di suicidio tra i giovani americani rivela che i tassi hanno raggiunto il punto più alto dal 2000, ha riferito Reuters .
I tassi tra gli americani hanno iniziato ad aumentare durante la crisi finanziaria (2007), forti accelerazioni sono state viste anche su base post-crisi tra il 2014 e il 2017, secondo il rapporto pubblicato in JAMA. Lo studio, chiamato Suicide Rates Among US Adolescents, Young Adults continua ad aumentare , ha mostrato che i suicidi di adolescenti erano cresciuti più velocemente nelle ragazze rispetto ai ragazzi fino a quando è capovolto ai ragazzi nel 2015.
"C'è un'ondata di suicidi nei maschi adolescenti", ha detto l'autore principale dello studio, Oren Miron, un ricercatore associato nel dipartimento di informatica biomedica presso la Harvard Medical School. "La ricerca precedente ha parlato dell'aumento delle femmine: il nostro studio mostra che entrambi sono a rischio molto più elevato".
Per un esame più approfondito sui suicidi per età, Miron e il suo team hanno estratto i dati dal database di Centers for Disease Control and Prevention's Based of Death.
I ricercatori hanno notato che su 6.241 suicidi in individui di età compresa tra 15 e 24 anni nel 2017, almeno l'80% erano maschi e il 20% femmine. Il tasso di suicidi negli adolescenti tra i 15 e i 24 anni nel 2017 è stato di 11,8 per 100.000, e di 17,9 per 100.000 ragazzi e di 5,4 per 100.000 ragazze. I giovani adulti di età compresa tra i 20 e i 24 anni presentavano tassi di suicidio per il 2017 a 17 su 100.000 complessivi e a 27,1 per 100.000 giovani uomini e a 6,2 su 100.000 giovani donne.
Al contrario, il tasso tra gli adolescenti nel 2000 era di 8 su 100.000, che è rimasto invariato fino alla crisi finanziaria del 2007. Il tasso è aumentato del 3% all'anno tra il 2008 e il 2014 e salta del 10% all'anno tra il 2014 e il 2017.
Nei ragazzi, il tasso è diminuito tra il 2000 e il 2007, poi è aumentato e si è spostato più in alto: 2,6% all'anno tra il 2007 e il 2014 e il 14,2% all'anno tra il 2015 e il 2017. Nelle ragazze, il tasso era sotto la tendenza tra il 2000 e il 2010, ma poi è salito 8,2% all'anno tra il 2010 e il 2017.
I tassi per i giovani adulti sono aumentati tra il 2000 e il 2013 ma sono aumentati del 5,6% all'anno dal 2013 al 2017. Tra i giovani uomini, i tassi sono aumentati del 5,5% all'anno tra il 2013 e il 2017 e tra le giovani donne sono aumentate del 4% tra il 2000 e il 2017 e 2017.
L'accuratezza delle morti era basata su certificati di morte, che a volte possono essere soggetti a errori.
I ricercatori non sono riusciti a studiare i fattori alla base dell'aumento dei tassi di suicidio. "Gli studi futuri dovrebbero esaminare i possibili fattori contribuenti e tentare di sviluppare misure di prevenzione comprendendo le cause della diminuzione dei suicidi riscontrati alla fine degli anni '90", hanno scritto i ricercatori.
Nadine Kaslow, professore di psichiatria e scienze comportamentali presso la Emory University School of Medicine e capo psicologo del Grady Health System di Atlanta, che non è stato coinvolto nello studio, ha detto alla CNN che la ricerca mette in evidenza un tremendo aumento dei tassi di suicidi tra giovani, "purtroppo non è una sorpresa".
Abbiamo già riferito in precedenza del suicidio, in particolare tra i millenari, ma questo nuovo studio "aggiunge un paio di punti: uno sta notando questo particolare aumento nei giovani maschi e anche in questa fascia di età più giovane di 15-19 anni", ha detto Kaslow.
"Ci sono state una serie di cose di cui le persone hanno parlato ultimamente: una è solo una sorta di aumento dei tassi di dolore psicologico o di disagio psicologico nei giovani - più ansia e più depressione - e penso che sia per una serie di ragioni, "Ha detto Kaslow.
E qui a Zerohedge, troviamo molto interessante il fatto che i tassi di suicidio tra i giovani americani siano aumentati prima e dopo la crisi finanziaria. Forse, i millennial hanno finalmente capito che il Sogno Americano è morto, l'economia di massa è una truffa, l'alloggio non è abbordabile, gli oppioidi sono molto avvincenti, i salari sono terribilmente bassi e il debito degli studenti sta trattenendo importanti decisioni di vita.
Tradotto automaticamente con Google
Fonte: qui

lunedì 20 maggio 2019

UN PAESE PER VECCHI - IL 91ENNE PIERO ANGELA SPIEGA LA CRISI DEMOGRAFICA

“L'ITALIA E' L'UNICO PAESE CHE DA' PIU' AI PENSIONATI CHE ALLE MADRI...OGGI QUALUNQUE RAGAZZA CHE SI LAUREI NON VUOLE SUBITO DEDICARSI AI PANNOLINI, MA PIÙ LO SI RITARDA PIÙ DIVENTA DIFFICILE FARLO E QUANDO ARRIVA, CI SI FERMA A UNO" 
''ANCHE A ME PIACEREBBE ARRIVARE A 200 ANNI, MA SOLO SE IN MOTOCICLETTA E CON UNA BIONDA SUL SELLINO POSTERIORE, NON INEBETITO SU UNA SEDIA A ROTELLE"
Virginia Della Sala per “il Fatto quotidiano”

ITALIANI POCA GENTEITALIANI POCA GENTE
Piero Angela ha quasi 91 anni. "Lo dico con un pizzico di civetteria, ho un po' di ernia del disco ma la macchina funziona ancora. Farò il quarto Quark tra qualche mese!" spiega sorridendo quando lo incontriamo alla Società Geografica Italiana per parlare di demografia e del libro di Antonio Golini e Marco Valerio Lo Prete, Italiani poca gente (Luiss University Press) di cui Angela ha scritto la prefazione. Piero Angela, oggi presenta un libro sulla denatalità in Italia. Siamo sempre meno.

Come mai?
In generale, e nella nostra politica in particolare, non c'è una visione di lungo termine.
La crisi demografica è la conseguenza di programmi tarati solo sul consenso immediato. Cambiare politica è facile e veloce, cambiare la demografia no. C'è una bellissima metafora usata da Antonio Golini: in un orologio, le lancette dei secondi rappresentano la politica, quelle dei minuti l'economia, quelle delle ore la demografia. Ma sono quest'ultime a dirti che ora è. Sembrano ferme, ma segnano il tempo.

Perché siamo passati dalla media di 2,7 figli per donna del 1964 a poco più di uno?
Quando è nato mio padre, nel 1874 (era un contemporaneo di Garibaldi!) la società italiana era contadina, al 70% analfabeta, con una vita breve e grama. Poi, dall' analfabetismo di massa si è passati all' università di massa, il reddito è aumentato, la vita delle persone si è trasformata. Certo, non è stato merito della politica, che non è mai servita a nulla: la democrazia è frutto di innovazione, energia, educazione, valori, comunicazione. Se lei fosse nata all' epoca di mio padre, si sarebbe sposata a 16 anni. Invece quanti anni ha e quanti figli ha?

Trenta e niente figli.
Ecco. Sui registri matrimoniali dell'800, l' 80% delle spose firmava con la croce.
Cosa poteva fare una donna che firmava con la croce se non sposarsi e fare dei figli? A quei tempi, lei avrebbe già avuto cinque figli e starebbe badando alla casa in campagna. E io sarei con le scarpe piene di fango a governare le mucche.






E oggi?
A 25 anni neanche ci si pensa, giustamente. La società moderna è frutto di un processo di liberazione dell' uomo, ancor di più della donna. Le studentesse sono più degli studenti, si laureano prima e con voti migliori. La superiorità del maschio è stata smentita dall'accesso delle donne all' istruzione. Qualunque ragazza che si laurei non vuole subito dedicarsi ai pannolini, sa che con la routine familiare alcune attività le sarebbero precluse. Quindi ritarda l' arrivo di un figlio. Ma più lo si ritarda più diventa difficile farlo e quando arriva, ci si ferma a uno.

Come mai non se ne parla abbastanza?
PIERO ANGELAPIERO ANGELA
A nessuno importa del futuro. Nel Rapporto sui limiti dello sviluppo realizzato ormai 50 anni fa c'era una tabella che è ancora valida: tanti quadratini delineavano lo spazio e il tempo e in ognuno bisognava segnare con un punto l' interesse relativo al soggetto indicato. La prima casella era "Io e la mia famiglia oggi" ed era tutta piena di puntini. Man mano che si andava avanti, "il mio paese", la "cultura", "l' umanità", i puntini si diradavano. E ancora "domani", "fra un anno", "fra dieci", sempre meno. La casella "Il futuro dell' umanità" aveva un solo puntino. Ecco. Un figlio è visto sempre più come bene individuale della coppia e della donna, non della società. Ma il venir meno della sua valenza di bene collettivo si riverbera nell' assenza di interventi per sostenere lo sviluppo demografico.

Quanto conta la ricchezza?
PIERO ANGELAPIERO ANGELA
Si pensa sempre che siano i paesi poveri a fare più figli ed è vero. I figli sono considerati un investimento: in Africa sono una risorsa. Non serve una stanza in più, portarli a nuoto o a danza. A cinque anni già conducono le pecore al pascolo. Eppure anche in alcuni Paesi ricchi dell' Ue si fanno più figli, questo perché ci sono servizi e attenzione al tema. L'Italia è l' unico Paese che dà più ai pensionati che alle madri. Il sistema è rovesciato. Così, se non hai dove mettere il figlio mentre lavori, è un problema. O se lo hai, costa molto.

Se invece hai l' asilo nido, la possibilità di lavorare, due stipendi e aiuti forti, dalla detassazione ai contributi - non un bonus da 80 euro - allora è chiaro che fai più figli. Ci sono sondaggi, per quel che valgono, che dicono che le donne vogliono avere figli. E se si chiede loro quanti, rispondono "due". In Francia, ad esempio, tutti possono disporre di scuole materne, asili nido, sia nel quartiere che nelle aziende. E la media è di due figli per donna.

Perché non si investe su questo, allora?
CALO DELLA NATALITA jpegCALO DELLA NATALITA'
I pensionati votano, i neonati no. Investire sulle persone anziane dà un risultato visibile immediato mentre investire sulla natalità significa vedere i risultati a 20 anni di distanza. Nella vita sociale ci sono tre segmenti: lo studio, il lavoro e la pensione. Un tempo lo studio era poco, il tempo di lavoro lungo, la pensione breve perché si moriva subito. Era un sistema sostenibile. Oggi tutto è rovesciato, pochi figli dovranno mantenere molti anziani - oltretutto sempre più costosi - e pagare le loro pensioni. Una volta c' erano due figli per un genitore superstite, oggi due genitori superstiti per un figlio. Queste cose si pagano.
La demografia ci presenta un quadro inquietante.

Quale?
NATALITA NEL MONDONATALITA' NEL MONDO
Che società può essere una di soli vecchi? Oggi i centenari sono circa 117mila, nel 2050 si stima saranno 150mila. Anche a me piacerebbe arrivare a 200 anni, ma solo se in motocicletta e con una bionda sul sellino posteriore, non inebetito su una sedia a rotelle.

I migranti possono colmare il gap di natalità?
Andiamo verso una società tecnologica in cui occorrono specializzazioni e innovazione ma con gli ascensori sociali già bloccati: riusciremo a non lasciarli indietro e a integrare soprattutto le seconde generazioni? Se sì, bene, altrimenti rischiamo di diventare un paese di braccianti e tornare a una società dell' 800. Fonte: qui

martedì 29 gennaio 2019

Giovani lavoratori a rischio povertà in Europa


Nel 2017 la percentuale di lavoratori tra i 18 e i 24 anni a rischio di povertà nell’Unione europea (UE) è stata stimata all’11,0% (l’Italia è di poco sopra la media, 12,3%), -1,1% rispetto al 2016. La percentuale è diminuita ogni anno dal picco del 2014 (12,9%).
La più alta percentuale di giovani lavoratori a rischio di povertà nel 2017 era in Romania (28,2%), seguita da Lussemburgo (20,0%), Danimarca (19,1%), Spagna (19,0%) ed Estonia (18,4 %). Al contrario, tre Paesi con tassi inferiori al 5% sono Repubblica Ceca (1,5%), Slovacchia (3,8%) e Finlandia (4,2%).
Fonte: qui

Nell’eurozona ormai si vive per lavorare

C’è un prima e c’è un dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, con il 2008 a far da spartiacque per la semplice ragione che in quel momento si è verificata una crisi internazionale, che però, a ben vedere, è solo un utile pretesto. Il prima e dopo, nel mercato del lavoro dell’eurozona, dipende almeno altrettanto sostanzialmente dal tempo che è trascorso fra il 1999 e il 2008, ossia il prima, e il 2013 e il 2018, che rappresenta il dopo. Un arco di vent’anni nei quali si è verificato un sostanziale invecchiamento della popolazione, ossia della forza lavoro.
Questo prima e dopo non riguarda ovviamente solo la componente demografica, ma anche quella settoriale e, soprattutto, quella professionale, che ad essa in qualche modo è collegata. La crisi, se davvero ha funzionato da spartiacque, è servita a focalizzare le preferenze del mercato su una tipologia precisa di lavoratori: quelli con un livello di istruzione più elevato e una forte vocazione verso i servizi di mercato. Ed ecco che si delinea l’identikit del lavoratore che in qualche modo è uscito vincitore dalla crisi: ultra55enne, molto istruito con vocazione verso attività di servizio.
C’è anche un altro prima e dopo, nel mercato del lavoro europeo, che una bella analisi pubblicata nell’ultimo bollettino della Bce ci consente di visualizzare con chiarezza.
Nel primo periodo fra il 1999 e il 2008 era la Spagna ad attirare lavoro e quindi flussi migratori. Oltre 6 milioni di lavoratori, che pesavano il 35% del totale dei posti di lavoro creati nel periodo nella zona euro, avevano trovato occupazione in Spagna, molti dei quali grazie al settore delle costruzioni, che pesava oltre il 10% dei posti di lavoro creati, per un totale di 1,9 milioni di persone. Nel dopo, ossia il periodo fra il 2013 e il 2018, è la Germania a far da calamita alla nuova occupazione, con quasi il 30% dei posti creati per circa 2,6 milioni di posizione a fronte di poco più del 10% del periodo precedente. Sola, fra le economia principali dell’area, a veder crescere la sua quota relativa di espansione dell’occupazione. Oltre alla Spagna, infatti, perdono quota la Francia e l’Italia. La metamorfosi del mercato del lavoro dell’eurozona non ha premiato solo gli anziani istruiti, ma anche le economie meglio attrezzate.
Vale la pena tornare un attivo sulla composizione della forza lavoro per osservare concretamente come sia mutata.
Il grafico ci consente di trarre alcuni spunti di riflessione. I lavoratori con titolo di studio medio, che nel primo periodo esprimevano ancora il 60% dell’espansione dell’occupazione cumulata, nel secondo solo crollati a circa la metà. Al contrario, i lavoratori con titolo di studio più elevato, che erano allo stesso livello di quelli medi nel primo periodo, hanno visto aumentare al quota all’80%. In calo le occupazione con basso titolo di studio sia nel primo che nel secondo periodo. Da ciò possiamo dedurre che il mercato del lavoro europeo richiede qualifiche sempre più elevate e questo dovrebbe essere una indicazione utile per le famiglie e gli stati, che dovrebbero investire massicciamente sull’istruzione.
Merita di essere sottolineato anche lo scivolamento verso l’età anziana dell’espansione dei posti di lavoro. Nel primo periodo i 25-54enni rappresentavano oltre il 60% di queste espansione, dopo appena il 20. Certo, molti sono invecchiati, passando nella coorte dei 55-74enni, allargata anche grazie alle riforme pensionistiche che hanno aumentato l’età pensionabile in molti paesi europei. Ma l’effetto demografico, che porta necessariamente con sé anche una maggiore stabilità contrattuale, spiega solo una parte di questa evoluzione. E soprattutto lascia aperto un enorme problema. Se il lavoro si concentra sulle fasce più attempate e istruite della popolazione, cosa ne sarà di quelle più giovani e meno istruite? Questo ovviamente la Bce non può saperlo. Però possiamo fare un’ultima riflessione osservando un altro grafico, quello relativo alla scomposizione dell’aumento del lavoro guardando alla forma contrattuale.
“L’espansione dell’occupazione nell’area dell’euro nel corso della recente ripresa – spiega la Bce – è stata trainata da tipologie di contratti a tempo pieno e prevalentemente indeterminato, con circa l’80 per cento dell’intera crescita derivante da un aumento dell’occupazione a tempo pieno”. Ma al tempo stesso “mentre l’espansione dell’occupazione si concentra ancora nelle posizioni a tempo indeterminato, l’occupazione a tempo determinato adesso rappresenta una percentuale più ampia della crescita dell’occupazione, mentre il lavoro autonomo è in diminuzione”. Ed ecco che si delinea l’identikit del nostro lavoratore europeo prossimo venturo: più anziano, più istruito, disposto a spostarsi verso le economie dinamiche e a lavorare con contratti a tempo determinato con la prospettiva di un lavoro a tempo indeterminato, ma per una vita lavorativa più lunga, che probabilmente richiederà una formazione permanente, e prospettive pensionistiche assai meno generose di prima. Significa vivere, pianificando bene le scelte fin da giovani, per lavorare.


Fonte: qui

LAVORO E ROBOT


Gli ultimi tre anni che abbiamo passato sono stati notevolmente rilevanti per il mercato del lavoro, i prossimi tre che abbiamo innanzi saranno ancora più impattanti. Viviamo in epoca in cui tendenze sociali, tecnologiche e demografiche stanno rapidamente modificando il modo di lavorare e le relazioni che abbiamo con le persone con cui ci confrontiamo quotidianamente. Chi si trova ad avere ancora un’età adolescenziale o chi sta valutando di cambiare il proprio percorso di vita non dovrebbe più di tanto concentrarsi sulla ricerca delle risposte ritenute corrette quanto piuttosto sulle domande che egli stesso di dovrebbe porre. Molta insofferenza giovanile è attribuibile infatti non tanto al lavoro, quanto al fatto di come quest’ultimo stia cambiando troppo velocemente anche per le persone più adattabili. Le generazioni precedenti soprattutto quelle che oggi sono ormai ritirate da tempo dal mercato del lavoro non sono purtroppo in grado nè di dare consigli e nè tanto meno moniti, trattandosi di un mondo completamente distante dal loro passato stile di vita. Non è casuale che le giovani generazioni parlino di mercato del lavoro e non del mondo del lavoro, enfatizzando pertanto la sfida quotidiana per la sopravvivenza tra i propri simili. Rispetto alla fine degli anni Novanta il lavoro di una persona priva di particolare capacità o competenze professionali possiamo dire che è diventato sporadico ed intermittente. Attenzione che questo vale anche per le persone che hanno conseguito un titolo di laurea breve in materie umanistiche o di modesto valore scientifico.

Abbiamo già fatto menzione del modello economico che sta alla base della gig economy in un precedente post, ora sembra che la sua evoluzione e diffusione ci stia portando alla piattaformizzazione del lavoro. Termine decisamente infelice, non solo per la sua pronuncia: in buona sostanza la ricerca di lavoro avviene attraverso l’interazione di piattaforme digitali su cui mettere in mostra le proprie abilità, competenze o disponibilità. Gli Stati Uniti come sempre sono apripista rispetto a tutti, nel bene e nel male: lo scorso anno la gig economy è stata valutata avere un giro d’affari di oltre 80 miliardi di dollari mettendo assieme gli apporti di note piattaforme digitali come Task Rabbit o Freelancer. Sempre più persone sono costrette a rendersi disponibili per lavori one shot con l’idea romantica di costruirsi nel tempo un proprio parco clienti. Sappiamo che circa i 2/3 dei compiti, mansioni e lavori attuali entro i prossimi 25 anni saranno sostituiti da robot, algoritmi, programmi di intelligenza artificiale e cosi via. A fronte di questo scenario che vede da un lato la piattaformizzazione della capacità lavorativa delle persone umane e dall’altro l’ingresso di competitors diversamente umani, la domanda da porsi è come si riuscirà a sopravvivere dal momento che già oggi il mercato del lavoro produce opportunità di occupazione ad intermittenza ?

Le più grandi fondazioni di studi sociali al mondo volute da filantropi illustri come Bill Gates studiano da diversi anni la risposta a questo interrogativo, soprattutto con l’idea di dare supporto ed un mind set-up alle classi dirigenti politiche che verranno. L’automazione e l’intelligenza artificiale aumenteranno a dismisura la disuguaglianza sociale, esattamente quello che uno non si aspetterebbe. Se molti lavori e mansioni che oggi definiamo basici, ripetitivi e con basso valore aggiunto verranno svolti da macchine intelligenti, che fine faranno le persone che prima erano occupate a fare questo ? Come evolverà allora il PIL di una nazione che perderà i consumi generati dai salari e stipendi da coloro i quali saranno surclassati dall’automazione robotica ? Alcuni visionari hanno ipotizzato la robot tax per creare una provvista finanziaria necessaria a sostenere con sussidi miserrimi le persone che perderanno il posto di lavoro a causa di un robot. Fate attenzione: tutte le rivoluzioni sono iniziate quando vi era troppo divario tra le classi agiate e quelle molto povere, seppur in presenza di ammortizzatori sociali. Questo scenario sembra disegnare un mondo opposto a quello ipotizzato dalla fantascienza: saranno più gli umani a ribellarsi ai robot piuttosto che il contrario.

Per questo motivo da qualche anno stanno prendendo piede trasversalmente nelle economie occidentali le proposte politiche per una sorta di reddito di cittadinanza o di un reddito di esistenza, volto a garantire nel prossimo futuro uno stile di vita almeno decoroso (e quindi non pericoloso per l’establishment che governa, qualunque sarà). Sarà un mondo 6-1 o 6-0 il che vale a dire o sei uno o sei zero. In altre parole, o riesci a fare qualcosa che una macchina non è in grado di gestire o analizzare, oppure in assenza di peculiarità sei una nullità e pertanto ti dovrai accontentare della rendita minima e del reddito di cittadinanza in quanto difficilmente ti verrà proposto una mansione (attenzione, non un posto di lavoro) ben retribuita. L’evoluzione umana si è sempre manifestata attraverso mutamenti molto impattanti ed a volte sofferenti sul piano sociale.

Pensiamo solo che all’inizio della rivoluzione industriale in Inghilterra nel 1750 quando vennero presentati i primi modelli di telaio tessile vi furono scontri e rappresaglie nei confronti dei vari padroni che volevano installare tali diavolerie nelle prime fabbriche. Il telaio tessile infatti buttava fuori dal mercato e dalle fabbriche decina di migliaia di cucitrici che erano allora ben contente di fare un lavoro monotono, basico e manuale. Proprio tale mestiere permetteva infatti loro di guadagnare un modesto salario che consentiva la sopravvivenza in quella che allora sembrava il futuro che avanzava: l’abbandono delle campagne per una squallida vita in un sobborgo metropolitano. Le attività di sabotaggio industriale perpetrate dalla maestranze operaie inglesi furono talmente frequenti durante la seconda metà del 1700 che diedero vita ad un autentico movimento di protesta operaia conosciuto con il nome di luddismo il quale quando si diffuse anche in Francia assunse addirittura le dimensioni di una insurrezione nazionale di stampo giacobino. Il luddismo deve il suo nome ad un giovane operaio inglese, Ned Ludd, il quale (almeno cosi narrano le cronache) distrusse materialmente un telaio in una fabbrica inglese ubicata da qualche parte nella regione delle Midlands. Il fatto lo innalzò a sommo rappresentante ed eroe per tutto il proletariato inglese tanto da diventare nel tempo una sorta di personaggio leggendario che avrebbe protetto e vendicato gli operai sconvolti dalle conseguenze della rivoluzione industriale al grido di people first (prima la gente). Al luddisti sono attribuite migliaia di operazioni di sabotaggio industriale tra la fine del 1700 e l’inizio del 1800: la rivoluzione industriale aveva infatti apportato innovazioni tecniche che provocavano un grave senso di impotenza ed insicurezza nel proletariato operaio, oltre che accentuare la differenza sociale tra i padroni e gli operai.

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