9 dicembre forconi: competitività
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mercoledì 21 novembre 2018

L'export crolla, il Pil fermo, la competitività al palo: tra poco ci toccherà inseguire la Grecia

Nonostante la timida ripresa degli ultimi anni, le previsioni tagliano le gambe al nostro Paese. 

Il costo del lavoro è ancora un problema e il governo gialloverde, se non può essere ritenuto responsabile della situazione, non aiuterà a migliorare


Gli occhi dell’Europa (e non solo) sono puntati sull’Italia. C’è preoccupazione. C’è il timore che nei prossimi anni una crisi economica italiana, provocata dall’aggravamento del nostro ventennale declino da parte del nuovo governo, possa contagiare il resto del Continente.
Il problema è che questa crisi c’è già. E molto probabilmente il governo giallo-verde c’entra poco.
È quanto emerge, nero su bianco, dalle previsioni economiche autunnali della Commissione Europea. Se le stime di quello che accadrà nel 2019 sono appunto stime, pronte a essere smentite, quelle sul 2018 profumano molto più di realtà che di previsioni. E presentano un quadro già peggiorato rispetto agli anni precedenti di ripresa.
Innanzitutto, si è fermato quel processo di convergenza, quel tentativo di recuperare il gap di crescita che dal 2013 pareva essere iniziato.
Dopo il record del 2012, con una variazione del PIL peggiore del 1,9% rispetto a quella dell’area euro, vi era stato un graduale miglioramento. Non si era arrivati, come sarebbe stato legittimo aspettarsi da un Paese che proveniva da una crisi, a una crescita migliore del resto d’Europa, a un catching up simile a quello della Spagna. Tuttavia nel 2016 e 2017 il gap con l’eurozona si era ridotto al 0,8%. Nel 2018 è previsto che questo aumenterà all’1%.

Dati Eurostat

Lo 0,2% in più è poca cosa numericamente, ma è significativo perché segna un trend, una tendenza al peggioramento del declino che ci vede da 25 anni sempre inseguire, essere quasi sempre ultimi quanto a crescita. Non era scontato che accadesse, si veniva da anni in cui le distanze si accorciavano.

Questo dato si spiega anche con il peggioramento della differenza tra la nostra crescita e quella di Paesi che come noi hanno vissuto grandi o piccoli problemi, e da cui però stanno venendo fuori meglio. Per esempio la Francia, che cresceva all’incirca come noi nel 2015 e 2016, e ci ha invece superato del 0,6% nel 2017 e 2018.

O la Grecia, che chiaramente aveva fatto quasi sempre peggio di noi, quando era nella recessione più nera, e che nel 2018 inseguiremo, visto che il PIL ellenico aumenterà del 2%, contro il nostro +1%
Dati Eurostat
Dati Eurostat
Non di solo PIL però vive l’economia. Vi sono dei campanelli d’allarme anche più gravi. Sono quelli che riguardano la nostra competitività, la nostra capacità di stare nel mercato globale.
Il costo del lavoro unitario (calcolato in termini relativi a quello medio di 37 Paesi industrializzati) è diminuito in questi anni nell’area euro e in Italia, ed è comprensibile considerando che tra gli Stati industrializzati sono compresi anche quelli dell’Est Europa, il Messico e la Turchia, dove gli stipendi stanno crescendo bene.
Tuttavia nel 2018 è previsto che il calo italiano, -0,7%, sia minore di quello dell’area euro, -1,1%, a differenza di quanto accaduto nel 2017, e a differenza del calo spagnolo, del 1,4%, e persino di quello francese.
Non si tratta solo del probabile effetto del rinnovo dei contratti degli statali, ma anche della mancanza di una seria riduzione del cuneo fiscale, che invece pare avviata anche in Francia, da molto tempo alle prese con un costo del lavoro che l’avrebbe penalizzata molto di più se non avesse avuto una crescita della produttività così alta, e che a noi decisamente manca.


Dati Eurostat
Ancora più preoccupante è la competitività delle nostra industrie verso l’esterno.
Nel 2018 le nostre esportazioni saranno cresciute a fine anno solo dell’ 1,6%, contro un +3,3% dell’area euro. Nel 2017 c’era stato un balzo del 5,7%, a paragone con un aumento del 5,2% dell’eurozona.
Il quadro appare peggiore se guardiamo, come fa la Commissione Europea, a un indice che mette in rapporto l’aumento dell’export e la crescita delle importazioni di quei mercati che hanno i rapporti commerciali più stretti con un dato Paese e segnala quindi quanto questo Paese sa approfittare dell’andamento dell’economia mondiale e dei mercati con cui ha già rapporti.
Ebbene, i nostri partner in media nel 2018 avranno accresciuto il loro import del 3,9%, è una percentuale in linea con quella dei partner degli altri Paesi euro, e del resto si parla più o meno degli stessi Paesi. E a maggior ragione quindi il progresso solo del 1,6% delle nostre esportazioni appare grave.
Il gap tra queste e quelle potenziali, dato l’andamento dei nostri mercati di riferimento, è il maggiore d’Europa. Siamo ultimi infatti, questo indice della Commissione sulla performance del nostro export segna nel nostro caso un -2,2% rispetto all’anno scorso.
Anche la Germania non se la cava bene, ma non può essere molto di consolazione, anzi. E invece è la Grecia quella che mette a segno il risultato migliore, con un +4,7%.
Segno di un recupero di competitività che all’Italia manca.
Siamo anzi il Paese che ne perde di più verso il mondo, le nostre imprese, al di là della retorica sulla qualità della nostra industria, non riescono a intercettare quell’ingrandimento dei mercati, e quella crescita che pure c’è nonostante il ritorno dei dazi, nonostante le incertezze.

Dati Eurostat
Già gli scorsi anni la performance del nostro export in relazione a quello dei mercati di riferimento era stata inferiore a quella dell’area euro, ma non più, finalmente, nel 2017. Con il 2018 si ritorna a una situazione peggiore a quella degli anni più negativi.
Dati Eurostat
Si tratta di dati che rappresentano un campanello d’allarme. Sarebbe difficile affermare che sia colpa del governo insediatosi a giugno e che sta facendo approvare ora la propria prima manovra, tuttavia che messaggio sta lanciando la maggioranza giallo-verde dal lato competitività e produttività?
La stretta sui contratti a termine, il dimezzamento del super-ammortamento, le indecisioni sulle infrastrutture, anche senza dover pensare all’extra-deficit e alla sfiducia che questo genera sugli investitori, non suggeriscono nulla di buono.
Andiamo incontro al terzo decennio perduto dopo i due precedenti? Per ora pare di sì.

Fonte: Linkiesta

lunedì 7 maggio 2018

AIR FRANCE “RISCHIA DI SCOMPARIRE”.

IL DE PROFUNDIS ARRIVA AL MINISTRO DELLE FINANZE DI PARIGI 

MACRON NON HA INTENZIONE DI RICAPITALIZZARE LE LINEE AEREE FRANCESI: “NON TOLGO I SOLDI AI CONTRIBUENTI PER DARLI A CHI NON VUOLE ARRIVARE AI LIVELLI DELLA LUFTHANSA” 

Da La Stampa

AIR FRANCE KLMAIR FRANCE KLM
Air France, la principale compagnia francese con 85 anni di storia, rischia di scomparire. A lanciare l’allarme, dopo che i dipendenti hanno bocciato il referendum sull’accordo salariale portando alle dimissioni del numero uno Jean-Marc Janaillac, è il ministro delle finanze Bruno Le Maire, che ha anche escluso che lo Stato corra in soccorso dell’aviolinea con una ricapitalizzazione.

Jean Marc Janaillac con MacronJEAN MARC JANAILLAC CON MACRON

In questo quadro di incertezza, in attesa che il 15 maggio il cda torni a riunirsi per indicare una soluzione di governance transitoria, non si ferma la protesta dei lavoratori che da fine febbraio stanno scioperando a intermittenza per rivendicare le loro richieste salariali (una protesta costata già oltre 300 milioni di euro): oggi è in programma il 14esimo giorno di stop (un altro anche martedì), ma la compagnia prevede di assicurare l’85% dei voli programmati.

Air FranceAIR FRANCE


«Se non vengono fatti gli sforzi necessari per portarla allo stesso livello competitivo di Lufthansa e delle altre grandi compagnie, sparirà», avverte Le Maire che, intervistato da Bfm Tv, definisce «ingiustificate» le richieste dei sindacati e fa appello ai lavoratori perché mostrino «responsabilità» e al management perché rinnovi il dialogo con i sindacati. Il ministro esclude anche l’arrivo di risorse pubbliche: «Una ricapitalizzazione richiede i soldi dei francesi e io non prendo i soldi dei francesi per metterli in una compagnia che non è al necessario livello competitivo».

BRUNO LE MAIRE PADOANBRUNO LE MAIRE PADOAN
E proprio sulla presenza dello Stato nell’aviolinea, interviene l’economista liberista Nicolas Bouzou, che su Le Figaro propone che lo Stato francese «ceda il 14% che ancora possiede nel Gruppo Air France-Klm: finanziariamente non sarà glorioso per i poteri pubblici perché il prezzo di queste azioni è basso, ma il contribuente francese deve uscire da questa galera che dura da quasi un secolo». Tra l’altro proprio oggi Le Maire ha annunciato che lo Stato francese venderà le proprie partecipazioni in Aeroporti di Parigi e nelle lotterie di Francaise des Jeux.

ALITALIAALITALIA
Intanto in Italia, dove è praticamente in stand by la vendita di Alitalia in attesa della formazione del nuovo Governo, il M5s va all’attacco e critica l’ingresso del commissario straordinario Luigi Gubitosi nel cda di Tim. «Come farà a conciliare questi due incarichi delicati e strategici per il Paese è tutto da scoprire», osserva il M5S sul blog delle Stelle dedicato ad Alitalia.

COMMISSARI ALITALIA GUBIOSI PALEARI LAGHICOMMISSARI ALITALIA GUBIOSI PALEARI LAGHI
I Pentastellati si dicono comunque pronti a dare il proprio ok alla proroga della vendita (il decreto che sposta i termini al 31 ottobre e la restituzione del prestito al 15 dicembre è all’esame della commissione speciale del Senato, nella quale si va verso un’indagine conoscitiva sulla compagnia), ma questo - avvertono - «non significa che spingiamo per la vendita a qualsiasi costo». Prima vogliono infatti vedere chiaro sull’operato dei commissari e per questo nelle prossime settimane intendono dare il via ad un giro di audizioni e, se necessario, tavoli tecnici ad hoc.

Fonte: qui

Tonfo di Air France a Parigi, per titolo perdita più forte dal 2002 dopo dimissioni AD

Tonfo a Parigi per il titolo Air France-KLM, arrivato a crollare fino a -14% dopo la notizia della decisione dell’AD Jean-Marc Janaillac di rassegnare le proprie dimissioni. L’annuncio è arrivato dopo che i dipendenti della compagnia aerea francese hanno bocciato il nuovo contratto proposto dai vertici. Per l’azione si tratta della perdita più forte dal 2002, ovvero in 16 anni. A pesare sulla performance anche le dichiarazioni del ministro delle finanze francese Bruno Le Maire, che ha affermato che, “se non vengono fatti gli sforzi necessari per portarla allo stesso livello competitivo di Lufthansa e altre grandi compagnie”, il vettore “sparirà”. 

Fonte: qui

domenica 27 novembre 2016

Individualismo, competitività, egoismo – BAKUNIN (1871)


Intendo per individualismo la tendenza che, – considerando tutta la società e la massa degli individui come degli estranei, dei rivali, dei concorrenti come dei nemici naturali insomma, coi quali ognuno è costretto a vivere, ma che impediscono il cammino – spinge l’individuo a conquistare ed a stabilire il proprio benessere, la propria prosperità, la propria felicità malgrado tutto, a detrimento e alle spalle di tutti gli altri.
È una corsa a chi arriva prima, un si salvi chi può generale, nel quale ognuno cerca di arrivare il primo.
Guai a chi si ferma; esso viene sorpassato.
Guai a quelli che stanchi di fatica cadono lungo la strada: essi son subito schiacciati. La concorrenza non ha cuore, non sente pietà. 
Guai ai vinti!
Naturalmente in questa lotta debbono commettersi infiniti delitti; senza contare che tutta questa lotta fratricida è un delitto continuo contro la solidarietà umana, che è la sola base possibile di ogni morale.



Lo Stato che si dice sia il rappresentante ed anzi il tutelatore della giustizia, non impedisce che questi delitti vengano perpetrati, ma invece li perpetua e li legalizza.
Ciò che esso rappresenta, ciò che esso difende, non è la giustizia umana, bensì la giustizia giuridica la quale altro non è che la consacrazione del trionfo dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri.
Lo Stato si limita a chiedere che questi delitti vengano commessi secondo la legalità.
Perchè io posso rovinarvi, opprimervi, uccidervi, purchè lo faccia legalmente. Altrimenti vengo dichiarato criminale e trattato come tale.
Ecco il significato di questo principio, di questa parola: individualismo.

Ed ora vediamo come si è manifestato questo principio nella letteratura creata dai Victor Hugo dai Dumas, dai Balzac, dai Jules Janin e da tanti altri autori di volumi e di articoli di giornali, che dopo il 1830 hanno inondato l’Europa, portando ovunque la depravazione, risvegliando l’egoismo nel cuore dei giovani dei due sessi, e purtroppo anche nel popolo.
Prendete un romanzo qualsiasi: accanto ai grandi e falsi sentimenti, accanto alle belle parole cosa trovate?
Sempre la stessa cosa.
Un giovane è povero, oscuro, sconosciuto; ha però ogni sorta di ambizioni e di desiderii.
Egli vorrebbe vivere in un palazzo, mangiare tartufi, bere schampagne, scorazzare e dormire con una bella marchesa.
E dopo un seguito di eroici tentativi e di avventure straordinarie vi riesce mentre tutti gli altri periscono.
Eccolo l’eroe: è l’individualismo puro.

Passiamo alla politica.
Come vi si manifesta questo principio?
Si dice che le masse hanno bisogno di essere condotte per mano, governate; che esse sono incapaci di fare senza un governo, che esse non sono capaci di governarsi da sole.
Chi le governerà?
Non vi debbono più essere privilegi di classe.
Tutti hanno il diritto di giungere alle più alte cariche sociali.
Solo per arrivarvi, occorre essere intelligenti ed abili; bisogna essere forti e fortunati; infine bisogna sapere e poter riuscire a dispetto di tutti i rivali.
Ecco un’altra gara di corse: saranno gli individui abili e forti che governeranno le masse.

Ed ora consideriamo lo stesso principio nella questione economica, che è infine quella che maggiormente importa.
Ci dicono gli economisti borghesi che essi sono partigiani di una libertà senza limiti per gli individui, e che la concorrenza è la condizione necessaria di questa libertà. Vediamo come è questa libertà.
E innanzi tutto una prima domanda: È il lavoro separato, isolato, quello che ha prodotto e che continua a produrre tutte le meravigliose ricchezze delle quali si gloria il secolo nostro?
Noi sappiamo che non è così.
Il lavoro isolato degli individui sarebbe a malapena sufficiente a nutrire e vestire un piccolo numero di selvaggi; ma una grande nazione non diventa ricca e non può vivere, che col lavoro collettivo solidamente organizzato.
E poichè il lavoro che produce ricchezza è un lavoro collettivo, sembrerebbe logico, – non è vero? – che anche il godimento di queste ricchezze fosse tale.

Ed è proprio ciò che non vuole e respinge con odio l’economia borghese.
Essa vuole che gli individui ne fruiscano isolatamente.
Ma quali individui? Forse tutti?
Oh, no!
Essa vuole che ne godano i forti, intelligenti, gli scaltri ed i fortunati.
Ah sì! sopra tutto i fortunati.
Perchè nella sua organizzazione sociale, e in conformità della legge di ereditarietà che ne è la base principale, nasce una minoranza di individui più o meno ricchi e fortunati, e nascono dei milioni di esseri umani diseredati e infelici.

La società borghese dice allora a tutti questi individui: Lottate, disputatevi il premio, il benessere, la ricchezza, il potere politico. I vincitori saranno felici.
Ma almeno in questa lotta vi è eguaglianza? Niente affatto.
Gli uni, il numero più piccolo, sono armati di tutto punto, forti dell’istruzione e della ricchezza ereditate, mentre i milioni di uomini del popolo si presentano sull’arena quasi nudi, con l’ignoranza e la miseria che hanno ereditato.
Quale può essere il risultato di questa concorrenza che essi dicono libera!
Il popolo soccombe, e la borghesia trionfa ed il proletariato è costretto a lavorare come un galeotto per il suo eterno vincitore, il borghese.

Il borghese ha un’arma contro la quale il proletariato non avrà mai la possibilità di difendersi fino a che questa arma, il capitale – che oggi in tutti i paesi civili è diventato il principale impulso per la produzione industriale – sarà rivolta contro di lui.