9 dicembre forconi: egoismo
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venerdì 29 settembre 2017

LA GRANDE SAGGEZZA UNIVERSALE, DAL BUDDHA AL CRISTO, HA INDICATO LA STRADA E PASSA PER TRE PASSI FONDAMENTALI.

C’E’ UN SEGRETO PER ESSERE FELICI? COME POSSIAMO RENDERE LE NOSTRE VITE LIBERE DA ANSIA, DOLORE E ATTACCAMENTO?
Marta Albé per https://www.greenme.it

Il concetto di non attaccamento è al centro della pratica dello Yoga, del Buddismo e di altre filosofie orientali. Si tratta di considerare se stessi nello stesso tempo come attori e come spettatori di ciò che facciamo.

i beatles a lezione di meditazione trasendentaleI BEATLES A LEZIONE DI MEDITAZIONE TRASENDENTALE
Il non attaccamento in questo modo ci permette di non vantarci per una buona azione compiuta e anche di non aspettarci nulla in cambio per aver agito in modo positivo. In questo modo il non attaccamento si collega al concetto di karma, cioè alle azioni e reazioni accumulate nel corso della nostra vita e delle vite precedenti per via dei nostri comportamenti e dei nostri pensieri sia positivi che negativi.

Chi impara davvero a praticare il non attaccamento, secondo lo Yoga, il Buddismo e altre filosofie orientali, non accumulerà karma e otterrà la liberazione dal ciclo delle rinascite. Non tutti nel mondo credono che il karma e la reincarnazione esistano, ma in ogni caso praticare il non attaccamento nella vita quotidiana ci può aiutare a sentirci meglio.
meditazione in aeroportoMEDITAZIONE IN AEROPORTO

Attenzione: praticare il non attaccamento non significa estraniarsi dalla realtà oppure vivere in modo egoistico e distaccato dagli altri. Anzi, il non attaccamento dovrebbe trasformarci in persone in grado di compiere azioni positive completamente disinteressate nella vita quotidiana. Si tratta dunque di un elemento fondamentale del servizio agli altri e al mondo che ci circonda.

Secondo le parole del Buddha, l'attaccamento è la causa principale della sofferenza. Il non attaccamento è una delle sfide più difficili della vita. Buddha ha insegnato che le catene, d'oro o di ferro, sono pur sempre catene. Spezzare queste catene significa essere liberi e aver praticato fino in fondo il non attaccamento. Infatti:

meditazione al rainbowMEDITAZIONE AL RAINBOW
"Dall'attaccamento sorge il dolore, dal dolore sorge la paura. Per colui che è totalmente libero, non c'è attaccamento, non c'è dolore, non c'è paura".

Forse ci troviamo in una situazione concreta ben precisa. Abbiamo paura di perdere una persona cara a causa di circostanze che presto ci allontaneranno fisicamente gli uni dagli altri. A volte tendiamo a pensare che le persone siano una nostra proprietà e che per questo motivo debbano sempre starci vivine.

Ma non è così. Tutto è temporaneo in questo mondo, anche la vicinanza delle persone che amiamo. Questa è forse una delle occasioni più difficili per praticare il non attaccamento. Se vogliamo davvero il bene di questa persona, dovremmo lasciarla libera di andare per la propria strada. Dovremmo essere felici per lei e non soffrire, non avere paura e non sentirci in ansia per questo cambiamento.
meditazione e bondage aiutano a togliere lo stressMEDITAZIONE E BONDAGE AIUTANO A TOGLIERE LO STRESS

Questo esempio, forse un po' estremo, dovrebbe avervi permesso di comprendere il significato profondo del non attaccamento che, come vedete, non ha nulla a che vedere con l'egoismo, mentre ha molto a che fare con l'altruismo.

Ecco ora tre consigli utili che vi aiuteranno a praticare il non attaccamento nella vostra vita quotidiana o almeno a considerare azioni ed eventi da un'angolazione nuova.

1) SIAMO GLI UNICI VERI RESPONSABILI DELLE NOSTRE AZIONI
Siamo noi gli unici veri responsabili delle nostre azioni e di ciò che ne segue. Le conseguenze delle nostre azioni, negative o positive, emergeranno con effetti sia su noi stessi che sugli altri. Ricordiamo l'importanza della terza legge di Newton e proviamo ad applicarla alla vita quotidiana: "Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria".
MEDITAZIONEMEDITAZIONE

Non possiamo fuggire dalle conseguenze delle nostre azioni. Prima di ferire o ostacolare un'altra persona pensiamoci due volte. Impariamo l'empatia e il comportamento altruista, ma nello stesso tempo rimaniamo pronti a difenderci dagli avversari. Aiutiamo gli altri, ma non gli opportunisti.

2) LA NOSTRA FELICITÀ NON DIPENDE DAGLI ALTRI
Si tratta di uno dei punti più importanti per praticare il non attaccamento e per sentirci più sereni. La nostra felicità non dipende dagli altri, non è cioè legata alla presenza o all'assenza di determinate persone nella nostra vita, alle loro parole o alle loro azioni. Dentro di noi infatti esiste un punto dove possiamo riconoscere una felicità che è sempre presente e che non può finire mai.

È quel punto su cui ci concentriamo o in cui ci ritroviamo quando meditiamo e quando finalmente riusciamo a goderci un momento di pace e di serenità. Poi le preoccupazioni della vita quotidiana con tutte le faccende da sbrigare ricominceranno. Ma noi sappiamo che quando lo vorremo potremo ritornare proprio in quel punto nascosto dentro di noi dove la felicità esiste e non dipende da niente a da nessuno.
BUDDHABUDDHA

3) DOBBIAMO ACCETTARE LA REALTÀ E SENTIRCI LIBERI
Alcune persone non accettano la realtà, si nascondono di fronte alla sofferenza perché non ne capiscono il senso. In questo caso si tratta di distacco, non di "non attaccamento". Praticare il non attaccamento non significa vivere distaccati dalla realtà, in un mondo parallelo, e non accettarla. La nostra realtà infatti è proprio nell'oggi e nella vita quotidiana, nel preciso momento in cui stiamo vivendo.

MEDITAZIONEMEDITAZIONE
La realtà non è illusione, è concretezza. Dobbiamo imparare ad accettare la sofferenza perché, così come la felicità, fa parte della vita. Così come il giorno non esiste senza la notte e la luce non ha senso senza il buio, non ci può essere bene senza male (ricordate come si uniscono il bianco e il nero nel simbolo del Tao?). Una volta compreso questo aspetto, ci sentiremo liberi interiormente e potremo aiutare gli altri a ritrovare la loro libertà.

Il non attaccamento, in conclusione, non è distacco, non è egoismo e non è nemmeno una fuga dalla realtà. Il non attaccamento è amore e libertà, abbandono del desiderio di possesso rivolto verso le cose o le persone e capacità di agire nel mondo in modo disinteressato, senza vanto e senza aspettarsi qualcosa in cambio.

Fonte: qui

domenica 27 novembre 2016

Individualismo, competitività, egoismo – BAKUNIN (1871)


Intendo per individualismo la tendenza che, – considerando tutta la società e la massa degli individui come degli estranei, dei rivali, dei concorrenti come dei nemici naturali insomma, coi quali ognuno è costretto a vivere, ma che impediscono il cammino – spinge l’individuo a conquistare ed a stabilire il proprio benessere, la propria prosperità, la propria felicità malgrado tutto, a detrimento e alle spalle di tutti gli altri.
È una corsa a chi arriva prima, un si salvi chi può generale, nel quale ognuno cerca di arrivare il primo.
Guai a chi si ferma; esso viene sorpassato.
Guai a quelli che stanchi di fatica cadono lungo la strada: essi son subito schiacciati. La concorrenza non ha cuore, non sente pietà. 
Guai ai vinti!
Naturalmente in questa lotta debbono commettersi infiniti delitti; senza contare che tutta questa lotta fratricida è un delitto continuo contro la solidarietà umana, che è la sola base possibile di ogni morale.



Lo Stato che si dice sia il rappresentante ed anzi il tutelatore della giustizia, non impedisce che questi delitti vengano perpetrati, ma invece li perpetua e li legalizza.
Ciò che esso rappresenta, ciò che esso difende, non è la giustizia umana, bensì la giustizia giuridica la quale altro non è che la consacrazione del trionfo dei forti sui deboli, dei ricchi sui poveri.
Lo Stato si limita a chiedere che questi delitti vengano commessi secondo la legalità.
Perchè io posso rovinarvi, opprimervi, uccidervi, purchè lo faccia legalmente. Altrimenti vengo dichiarato criminale e trattato come tale.
Ecco il significato di questo principio, di questa parola: individualismo.

Ed ora vediamo come si è manifestato questo principio nella letteratura creata dai Victor Hugo dai Dumas, dai Balzac, dai Jules Janin e da tanti altri autori di volumi e di articoli di giornali, che dopo il 1830 hanno inondato l’Europa, portando ovunque la depravazione, risvegliando l’egoismo nel cuore dei giovani dei due sessi, e purtroppo anche nel popolo.
Prendete un romanzo qualsiasi: accanto ai grandi e falsi sentimenti, accanto alle belle parole cosa trovate?
Sempre la stessa cosa.
Un giovane è povero, oscuro, sconosciuto; ha però ogni sorta di ambizioni e di desiderii.
Egli vorrebbe vivere in un palazzo, mangiare tartufi, bere schampagne, scorazzare e dormire con una bella marchesa.
E dopo un seguito di eroici tentativi e di avventure straordinarie vi riesce mentre tutti gli altri periscono.
Eccolo l’eroe: è l’individualismo puro.

Passiamo alla politica.
Come vi si manifesta questo principio?
Si dice che le masse hanno bisogno di essere condotte per mano, governate; che esse sono incapaci di fare senza un governo, che esse non sono capaci di governarsi da sole.
Chi le governerà?
Non vi debbono più essere privilegi di classe.
Tutti hanno il diritto di giungere alle più alte cariche sociali.
Solo per arrivarvi, occorre essere intelligenti ed abili; bisogna essere forti e fortunati; infine bisogna sapere e poter riuscire a dispetto di tutti i rivali.
Ecco un’altra gara di corse: saranno gli individui abili e forti che governeranno le masse.

Ed ora consideriamo lo stesso principio nella questione economica, che è infine quella che maggiormente importa.
Ci dicono gli economisti borghesi che essi sono partigiani di una libertà senza limiti per gli individui, e che la concorrenza è la condizione necessaria di questa libertà. Vediamo come è questa libertà.
E innanzi tutto una prima domanda: È il lavoro separato, isolato, quello che ha prodotto e che continua a produrre tutte le meravigliose ricchezze delle quali si gloria il secolo nostro?
Noi sappiamo che non è così.
Il lavoro isolato degli individui sarebbe a malapena sufficiente a nutrire e vestire un piccolo numero di selvaggi; ma una grande nazione non diventa ricca e non può vivere, che col lavoro collettivo solidamente organizzato.
E poichè il lavoro che produce ricchezza è un lavoro collettivo, sembrerebbe logico, – non è vero? – che anche il godimento di queste ricchezze fosse tale.

Ed è proprio ciò che non vuole e respinge con odio l’economia borghese.
Essa vuole che gli individui ne fruiscano isolatamente.
Ma quali individui? Forse tutti?
Oh, no!
Essa vuole che ne godano i forti, intelligenti, gli scaltri ed i fortunati.
Ah sì! sopra tutto i fortunati.
Perchè nella sua organizzazione sociale, e in conformità della legge di ereditarietà che ne è la base principale, nasce una minoranza di individui più o meno ricchi e fortunati, e nascono dei milioni di esseri umani diseredati e infelici.

La società borghese dice allora a tutti questi individui: Lottate, disputatevi il premio, il benessere, la ricchezza, il potere politico. I vincitori saranno felici.
Ma almeno in questa lotta vi è eguaglianza? Niente affatto.
Gli uni, il numero più piccolo, sono armati di tutto punto, forti dell’istruzione e della ricchezza ereditate, mentre i milioni di uomini del popolo si presentano sull’arena quasi nudi, con l’ignoranza e la miseria che hanno ereditato.
Quale può essere il risultato di questa concorrenza che essi dicono libera!
Il popolo soccombe, e la borghesia trionfa ed il proletariato è costretto a lavorare come un galeotto per il suo eterno vincitore, il borghese.

Il borghese ha un’arma contro la quale il proletariato non avrà mai la possibilità di difendersi fino a che questa arma, il capitale – che oggi in tutti i paesi civili è diventato il principale impulso per la produzione industriale – sarà rivolta contro di lui.