Nuovo ribaltone nell'amministrazione Trump e il clamoroso annuncio che, dopo la Siria, le truppe Usa - almeno una parte importante delle forze schierate sul campo - lasceranno l'Afghanistan. Tutto è successo in poche ore. In mattinata la dichiarazione in cui il segretario alla Difesa Jim Mattis annuncia la sua intenzione di lasciare la Casa Bianca citando differenze con Donald Trump sui rapporti con gli alleati. "Ho avuto il privilegio di servire questo paese. Sono orgoglioso dei progressi degli ultimi due anni", il presidente Donald Trump merita un segretario alla Difesa con "idee che sono allineate alle sue", afferma Mattis nella lettera di dimissioni consegnata alla Casa Bianca. Mattis, ex generale pluridocorato della Marina Militare, aveva il soprannome di "cane pazzo", affibbiatogli dai suoi commilitoni.
Trump, nel tweet in cui aveva parlato dell'uscita di Mattis prevista per febbraio, aveva invece spiegato che il generale andava in pensione. Sessantotto anni, Mattis aveva lasciato la Marina Militare nel 2013 dopo 41 anni di carriera durante la quale era stato a capo delle operazioni statunitensi in Kuwait, in Afghanistan e in Iraq. Il presidente perde così uno dei membri più autorevoli della sua amministrazione, stimato ed apprezzato sia in patria che all'estero.
TRUMP MATTIS
Dopo poche ore - le 2 in Italia - l'annuncio che dopo aver ordinato il ritiro dalla Siria il presidente Usa, Donald Trump, ha deciso di ritirare un numero 'importante' di truppe anche dall'Afghanistan. Lo ha confermato in modo anonimo un responsabile dell'amministrazione statunitense, confermando le voci di un ritiro imminente anche da Kabul.
"La decisione è stata presa" ha affermato. Attualmente ci sono oltre 14 mila soldati americani in Afghanistan e i primi rientri in Usa, secondo quanto circolato sui media Usa, potrebbero iniziare tra qualche settimana. Secondo il New York Times, gli Usa ritireranno circa 7 mila uomini.
La decisione di Mattis arrivava dopo un giorno di tensioni e polemiche in cui Donald Trump non era arretrato di un millimetro dopo l'annuncio a sorpresa del ritiro immediato delle truppe Usa dalla Siria, circa duemila soldati che dovranno tornare a casa entro 30 giorni. Annuncio seguito poche ore dopo da quello sull'Afghanistan. Una mossa che aveva scatenato l'ennesima bufera su Trump, perché si tratta di una decisione presa contro tutto e tutti.
TRUMP E JAMES MATTIS
Mattis invece, nelle ultime settimane, aveva idee in netta contrapposizione con Trump, dal dispiegamento di forze armate al confine con il Messico al ritiro dalla Siria. Secondo indiscrezioni, 'Mat Dog' è stato colto alla sprovvista dall'annuncio: una decisione quella di abbandonare la Siria e l'Afghanistan della quale era all'oscuro.
Intorno al ritiro dalla Siria l'attenzione è massima a livello mondiale. Mentre dalla capitali alleate arrivano a Washington decine di telefonate per capire cosa stia succedendo, solo Vladimir Putin plaude alla decisione: "Donald ha ragione, ha fatto bene", sentenzia lo zar del Cremlino, che da sempre parla di presenza "illegale" degli Usa in Siria. E già pregusta i vantaggi di una Russia che avrà mani libere nella regione, così come l'Iran e come la Turchia, pronta a una nuova offensiva sulle milizie curde da quattro anni armate ed addestrate dagli americani, ed ora di fatto abbandonate al loro destino. Sullo sfondo il pericolo che l'Isis, marginalizzato in un'area al confine con l'Iraq, possa rialzare la testa, nonostante Trump canti vittoria.
TRUMP E JAMES MATTIS
Una vittoria che per molti è ancora lontana dall'essere definitiva. Al Pentagono si parla infatti di "errore colossale" e all'interno della stessa Casa Bianca il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton giorni fa aveva indicato una strada ben diversa sulla questione siriana.
Intanto Benyamin Netanyahu ha assicurato che Israele "continuerà ad agire con forza contro i tentativi dell'Iran di arroccarsi in Siria": "Intensificheremo gli sforzi e so che lo faremo con il pieno sostegno e appoggio degli Usa", ha affermato il premier israeliano. Mentre al Congresso si alza un coro bipartisan per chiedere al presidente un chiarimento, soprattutto sulla strategia complessiva dietro la sua decisione. Con molti osservatori che mettono in evidenza come la posizione assunta da Trump sia paradossalmente molto simile all'atteggiamento di Barack Obama sulla politica da seguire in Medio Oriente, una visione secondo cui non è compito degli Usa interferire negli affari della regione.
Solo che allora Obama, che pose fine all'avventura in Iraq, sulla Siria ascoltò invece chi predicava cautela.
La buona salute dell’economia americana esaltata dai media e certificata dalle agenzie di rating – è più apparente che reale, e drogata dagli ultimi tagli fiscali ai ricchi. Il momento del crack “sembra vicino. Le conseguenze del collasso, ormai ineluttabile, colpiranno l’equilibrio geopolitico del mondo e gli alleati occidentali e potrebbero provocare guerre di cui cercheremo di prevedere la natura, l’ampiezza e le regioni coinvolte”.
Non sono idee del solito profeta di sventure-blogger. Sono le parole del generale Dominique Delawarde, già capo della « Situation-Renseignement-Guerre électronique » (ossia superspia) allo Stato Maggiore Interarmi dell’esercito francese.
Le valutazioni del generale si basano su dati di recente pubblicati.
La strategia di Trump verso la Cina sta fallendo
Le cifre, rese note il 6 dicembre, del Dipartimento del Commercio Usa mostrano che il deficit commerciale Usa verso la Cina non solo non cala, ma “ha polverizzato il suo record storico per il solo mese d’ottobre”, che è l’ultimo mese riferito: 43,1 miliardi di dollari. Ed è il quarto mese consecutivo che gli Stati Uniti battono il proprio record del deficit commerciale con la Cina.
Per Delawarde, “ciò dimostra che le misure prese da 10 mesi dagli Usa miranti a ridurre il deficit commerciale verso la Cina non funzionano, mentre invece le contromisure cinesi – tassazione dei prodotti USA, riduzione dell’importa dagli Usa, funzionano.
Ciò è ovvio: dall’America, la Cina importa granaglie, gas e greggio, che può trovare presso altri fornitori; cosa che ha fatto, dal momento che nel corso degli ultimi 4 mesi ha ridotto del 20% le importazioni dagli Stati Uniti (da 11,1 miliardi di giugno ai 9,1 di ottobre). Gli Usa sono infinitamente più dipendenti dai prodotti cinesi di quanto la Cina dipenda dai prodotti americani : “Le imprese US hanno delocalizzato una gran parte della loro produzione in Cina per fare profitti. Non possono riallestire dall’oggi al domani gli apparati di produzione sul territorio nazionale. Ciò richiede tempo, e non c’è tempo.
Il presidente Trump l’ha capito tanto bene, che a fine novembre, al G-20, ha annunciato una tregua alla sua con Pechino, che per lui è molto costosa e non è riuscita a perturbare minimamente la crescita cinese. Aveva annunciato una nuova tassazione del 25% su una lunga lista di prodotti cinesi, ma l’ha sospesa o rimandata di tre mesi. Ma frattanto la Cina, “con serenità, costanza e determinazione” continua a diversificare i suoi partner commerciali col resto del mondo, attraverso il suo strumento “Belt and Road” (Nuova Via della Seta) che intensifica un commercio onni-direzionale.
Il debito pubblico Usa è un rischio
Non solo per l’enorme montante, ma perché ha un carattere incontrollato: a fine anno toccherà i 22 mila miliardi di dollari, pari al 107-108 % del Pil. In quanto moneta di riserva mondiale, sta diventando, da “attivo sicuro” (nel senso post-moderno: chi ne detiene i titoli sa di poterli realizzare in ogni momento sul mercato che è vasto e profondo), un “attivo a rischio”. La conseguenza: per poter prendere a prestito di più, le autorità finanziarie americane devono alzare i tassi. Ciò che “fa esplodere il servizio del debito”, 333 miliardi di dollari.
Ma non è ancora tutto: al debito federale vanno aggiunto il debito dei 50 Stati, delle contee e municipalità, ma soprattutto dei privati: il vero totale è sui 72 mila miliardi di dollari, il 350% del Pil americano, l’86% del Pil mondiale.
“il funzionamento del paese poggia su un oceano di debiti”, scrive Delawarde, e questo porta in germe “un collasso del castello di debiti e dollari virtuali quali il mondo non ha mai conosciuto”.
Il 28% del debito federale Usa è detenuto da paesi esteri, ed un terzo di questa quota detenuta da stranieri è in mano a due paesi: Cina e Giappone, rispettivamente per 1343 miliardi di dollari, e 1028 miliardi. Ma molti paesi sono acquirenti del debito pubblico americano, non solo perché “riserva”, ma perché dà tassi d’interesse attraenti. Però ultimamente è successo qualcosa:
I detentori esteri del debito Usa hanno ridotto la loro esposizione di 63 miliardi di dollari nel solo mese di settembre: “un movimento di vendita di questa misura non s’è mai constatato in passato. Ciò dimostra non solo una crisi di fiducia nella valuta Usa. “Dimostra anche che un numero crescente di paesi non apprezza il fatto che il dollaro sia usato come un’arma al servizio della politica estera USA e che consenta a Washington di imporre al mondo l’extraterritorialità della sua legislazione” e delle sanzioni che commina a questo o quest’altro stato.
Poiché il debito USA aumenta di 3 miliardi al giorno e i paesi esteri tendono a venderlo, la quota detenuta da americani cresce. Essa è al 72%. “Dunque saranno i cittadini americani le prime vittime di un collasso del dollaro”.
Tanto più che questa quota del debito Usa è detenuta dai fondi-pensione, dalle assicurazioni private medico-sanitarie, assicurazioni sociali, per non parlare delle banche.
“Si provi a immaginare quel che avverrà al momento del crash: non più Medicare, non più sicurezza sociale, non più versamento delle pensioni pubbliche e private, evaporazione dei risparmi…”.
Altro che Gilet Gialli. “Oggi il paese è diviso in due campi, dagli effettivi quasi eguali, che si odiano ad un livello mai visto dai tempi della guerra di secessione – e circolano nel paese 300 milioni di armi da fuoco”. In breve, Delawarde ritiene probabile lo scoppio della guerra civile americana. “Una vera guerra civile la ritengo del tutto possibile in conseguenza della crisi del debito e del dollaro”.
Ma questa crisi, come quella del 1929 ed ancor più di quella, avrà ripercussioni mondiali. “Come nel 1929 e come nel 2008, l’Europa ne sarà colpita. Le difficoltà economiche e sociali gravissime che ne seguiranno saranno mal sopportate in una Unione Europea già fortemente divisa e conflittuale. Guerre civili non sono da escludere in diversi paesi della UE (fra cui la Francia…)”.
E in Italia?
Dell’Italia il generale non parla. Ci converrebbe cominciare a porci la domanda. L’ostinazione dei 5 Stelle adattare il loro programma di decrescita – pur essendosi messi sotto amministrazione controllata di Juncker – ha rivelato quel che doveva essere nascosto: la frattura fra Nord e Meridione, due mondi con fini inconciliabili. Basti dire che il reddito di cittadinanza a 780 euro può avere un senso nel Sud assistito (tanto lo gestiranno le mafie, come sempre nel Sud ad ogni zampillo di denaro pubblico), nel Nord dove manca manodopera qualificata nei settori produttivi ed esportatori, è destabilizzante dell’ordine economico. Ci vuole poco a capirlo, ma i grillini non lo vogliono capire (potrebbero proporne l’applicazione solo al Sud…), ed è questo che suscita l’altra domanda tragica: cosa può essere una guerra civile in un paese dove non esistono che formicolanti particolarismi, e quelli sì sono pronti alla violenza? La manifestazione a Roma, prossima alla violenza degli NCC (Noleggio con Conducente) mostra la tragica differenza con l’insurrezione in Francia: i Gilet Gialli sono insorti su parole d’ordine nazionali, e lottano per esigenze collettive e comuni ad altri gruppi e ceti, che essi chiamano ad unirsi a loro; i NCC si battono solo per i loro interessi particolari, miseri privilegi lobbistici e “diritti”dubbi, chiusi al resto della società (a cominciare dai clienti, visti come polli da spennare).
I NCC hanno votato per loro.
I No TAv di val di Susa e no Tap pugliesi, fanno lo stesso: vogliono imporre i loro interessi particolari al resto della nazione, anzi a danno della nazione (che pagherà le penali) con atti d’imperio, sordi a ogni obiezione. Ma alziamo lo sguardo, e vediamo nient’altro che un formicolare di particolarismi virulenti, spaventosamente, ermeticamente chiusi. Per esempio: fra i nostri lettori riflessivi e preoccupati della situazione nazionale e internazionale, e le (da poco rivelatesi) folle di Corinaldo che pagano caro per ascoltare a migliaia Sfera Ebbasta, c’è una estraneità inconciliabile, nessun linguaggio comune che possa raggiungerli ed unirli ad uno scopo condiviso. Cosa faranno quelli quando ci esploderà la nuova crisi finanziaria e non avranno i soldi? Le loro figlie undicenni cosa stanno imparando da Sfera Ebbasta?
Un altro popolo, incomunicabile.
La domanda va estesa ad altri gruppi. Cosa faranno i tossicodipendenti – il 22 per cento della popolazione fra i 15 e 64 anni – totalmente irresponsabili verso la comunità nazionale, che oggi hanno ancora i quattrini per la droga, e si consegnano nelle mani delle mafie nigeriane o maghrebine, spietatissime? C’è da chiedersi se mafia, camorra, ‘ndrangheta, la malavita organizzata locale, modello patologico del particolarismo italiano, priva di ogni senso di responsabilità verso la nazione, ed armata, fornirà “protezione” a chi? Dietro quale tipo di compensi? Si sostituirà in qualche modo ad uno Stato collassato, e come? Da noi la guerra civile alla jugoslava sarebbe persino auspicabile (una chiara distinzione fa amici e nemici, un certo “ordine”) rispetto al modo italiano: una rissa armata di tutti contro tutti, sopruso contro sopruso, senza progetto politico alcuno, ma solo per procurarsi cibo o cocaina…
Domande che non pare corretto farsi. Quindi torniamo al generale:
Ovviamente anche Cina e Russia saranno colpite dal collasso Usa, “inevitabilmente”. Ma Delawarde ritiene che le loro popolazioni siano meno dipendenti dai diritti acquisiti e dal confort, per cui potranno “sopportare meglio le sofferenze e le privazioni causate dalla crisi mondiale”, tanto più che dispongono di regimi “forti” e di solide forze armate.
Per contro, Delawarde non crede, “a breve o medio termine”, a una guerra nucleare tra le grandi potenze, perché nessuna di esse è sicura oggi di vincere un conflitto di questo tipo o è pronta ad accettarne i costi elevatissimi”.
Ma le provocazioni della NATO alla frontiera della Russia, non possono, nel collasso monetario prossimo venturo, essere un motivo di guerra? Lo domanda un lettore. La risposta del generale:
“Il problema della NATO, specie della sua componente UE, è che essa oggi non rappresenta più che un conglomerato di armate nazionali in decomposizione avanzata. Posso assicurarlo avendo constatato personalmente, dalla caduta del Muro di Berlino, 28 anni di degrado progressivo delle forze armate. Meno della metà del materiale è in condizione di funzionare. La sola cosa che la NATO sa fare è gesticolare. Russia e Cina non hanno che da attendere”.
Per la prima volta in Italia una terapia con cellule Car-T, ritenuta rivoluzionaria nella lotta ai tumori, è stata utilizzata contro il mieloma multiplo. La sperimentazione è stata portata avanti al Policlinico Sant'Orsola di Bologna, dove sono stati messi a confronto un paziente dimesso e uno ricoverato e sottoposto al trattamento. I linfociti T sono stati modificati per riconoscere le cellule "cattive" e poi infusi nuovamente per colpire il tumore.
L'acronimo "Car-T" deriva dall'inglese "Chimeric antigen receptor T-cell" e identifica una sofisticata procedura di immunoterapia cellulare adottiva. Si tratta di un nuovo approccio terapeutico nella lotta ai tumori, applicato per ora unicamente in alcune malattie del sangue. Gli studi condotti per un particolare tipo di leucemia acuta e di linfoma hanno dimostrato un'eccezionale efficacia del trattamento, che è stato recentemente approvato da Fda e Ema, le Agenzie regolatorie preposte alla commercializzazione dei farmaci negli Stati Uniti e in Europa.
Il Sant'Orsola è stato uno dei due centri italiani selezionati per condurre il primo studio clinico sperimentale con cellule Car-T nel mieloma multiplo. La terapia prevede anche il coinvolgimento, oltre a Ematologia, anche di altre branche specialistiche, come la Medicina trasfusionale per la raccolta dei linfociti del paziente, la Terapia intensiva e la Neurologia per la possibile gestione di complicanze molto severe, che nel primo paziente trattato a Bologna non si sono comunque verificate.
Matteo Salvini lancia l'ultimatum al Comune di Firenze e alla Regione Toscana sul fronte migranti. "Ho chiesto al sindaco di Firenze e alla Regione Toscana di identificare un posto per il Centro dei rimpatri dei clandestini". Nel corso della conferenza stampa dopo la riunione del comitato per l'ordine pubblico e la sicurezza nella prefettura di Firenze, il ministro dell'Interno ha detto che le amministrazioni locali devono impegnarsi di più.
"Se mi si chiede di espellere i clandestini, ogni regione deve fare la sua parte, e non parlo del sindaco, ma di qualche altro amministratore locale in Toscana. Se c'è un pregiudizio ideologico sarà un problema non per Salvini ma per i fiorentini e toscani. Non vorrei che la Regione Toscana fosse l'ultima in Italia ad avere un centro per i rimpatri dei clandestini". Queste le dichiarazioni del leader del Carroccio.
Salvini ha poi detto di aver aumentato i fondi per la sicurezza del capoluogo toscano. "Ho comunicato al sindaco di Firenze che ho firmato nuovi fondi per Firenze per la sicurezza urbana e la video sorveglianza per 1,5 milioni di euro, di cui 400 mila euro per nuove telecamere". "Firenze è una città che conta è uno dei gioielli e simboli dell'Italia nel mondo ma è anche e una delle città in cui non sono in calo i reati, specie rapine e furti. Le statistiche ci dicono che 54% dei reati è compiuto da cittadini stranieri", ha aggiunto Salvini.
E il leader della Lega lancia anche la campagna per prendersi la Toscana e anche Firenze: "Da segretario della Lega ci tengo particolarmente a vincere in Toscana. Mi sono emozionato molto per le ultime vittorie a Pisa e Siena e Pistoia". "Vedremo di sbagliare il meno possibile, c'era già Renzi che si riteneva infallibile".
«Il mondo sta sottovalutando il pericolo di una guerra nucleare». E detto da Vladimir Putin, c’è da crederci. Secondo il presidente russo lo «sfacelo» del sistema di deterrenza internazionale nella corsa globale agli armamenti, acuito dalla decisione degli Usa di uscire dal trattato Inf, «aumenta l’incertezza, è difficile immaginare come evolverà la situazione».
«Abbiamo sviluppato nuove armi, ma la superiorità russa nella difesa missilistica serve solo a mantenere la parità strategica - ha aggiunto -. Se arriveranno i missili in Europa, poi l’Occidente non squittisca se reagiremo: dobbiamo garantire la nostra sicurezza, ma confido che l’umanità avrà abbastanza buon senso per evitare il peggio». In particolare, l’idea che starebbe prendendo piede di «usare armi nucleari a bassa potenza, per uso tattico» denuncia un abbassamento della soglia di attenzione verso il pericolo di una catastrofe atomica, che «potrebbe portare alla morte di tutta la civiltà e forse alla fine del pianeta».
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
Putin promuove invece il prossimo ritiro dalla Siria dell’esercito americano, la cui presenza nella zona di guerra ha sempre considerato illegittimo per la mancanza del via libera Onu e della richiesta di intervento del governo locale: «Sulla vittoria contro lo Stato islamico sono totalmente d’accordo con Trump, abbiamo inferto pesanti sconfitte all’Isis - conferma -. Certo i terroristi potrebbero riversarsi nelle zone vicine, come l’Afghanistan, e questa è una seria minaccia per tutti noi».
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
La Russia non vuole dominare il mondo ma ha bisogno di una «svolta», di un «balzo in avanti per entrare in questo secolo» e agganciare le innovazioni tecnologiche. «Se questo non avviene non avremo futuro» ha detto Putin che, al quarto mandato a capo del Cremlino, punta a far diventare il Paese la quinta potenza economica, dalla 12esima posizione in cui si trova ora secondo la Banca mondiale: «Abbiamo le forze per farcela».
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
Gran parte della cosidetta «grande conferenza stampa» di fine anno è stata dedicata all’economia: il Pil, cresciuto dell’1,7% nei primi 10 mesi dell’anno; la produzione industriale, salita del 2,9% nonostante le sanzioni internazionali; l’aumento dell’Iva, per arginare le minori entrate dal comparto idrocarburi. Per recuperare popolarità, scesa dopo la riforma che aumenta gradualmente l’età pensionabile da 55 a 60 anni per le donne e da 60 a 65 anni per gli uomini, il presidente ha annunciato che nel 2018 l’assegno medio è aumentato di 6 euro, attestandosi a circa 183.
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
L’evento aveva segnato un record ancor prima di cominciare, quello dei giornalisti accreditati: 1.702 reporter russi e stranieri, oltre tre volte di più dei 500 partecipanti nel 2001 alla prima. Un appuntamento trasmesso in diretta tv, radio e social - tradotto simultaneamente in inglese, francese e tedesco - coreografico e autocelebrativo, arrivato alla 14esima edizione e chiamato così per la durata fiume (quella odierna è terminata dopo 4 ore).
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
Solo un giornalista non è stato ammesso al World Trade Center di Mosca, sul lungofiume Krasnopresnenskaya: è Roman Dobrokhotov, uno dei cronisti di Insider.ru che ha lavorato all’inchiesta sull’identità degli 007 responsabili dell’attacco chimico a Salisbury: «E’ un onore essere l’unico a cui non è stato permesso l’ingresso» scrive su Twitter.
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
E Putin non ha mancato di intervenire anche sull’avvelenamento dell’ex agente dei servizi segreti Sergej Skripal: «Grazie a Dio è vivo, ma le sanzioni contro la Russia sono ancora in vigore - ha affermato -. Ormai ci siamo abituati, se non ci fosse stato lui avrebbero inventato qualcos’altro con l’unico scopo di frenare il nostro sviluppo come competitor, non vedo altri motivi». Tra questi tentativi rientrerebbe anche l’arresto quest’estate negli States della (a suo dire presunta) spia Maria Butina, in realtà già rea confessa.
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
Sanzioni comminate anche per la crisi ucraina, aperta nel 2014 dal controverso referendum sull’annessione della Crimea e proseguita ininterrottamente fino allo scontro sul Mar Nero di fine novembre: «una provocazione», secondo Putin, organizzata dal presidente Petro Poroshenko per ottenere consensi in vista delle elezioni di primavera.
I 24 marinai ucraini catturati hanno violato i confini marittimi russi e il loro futuro si saprà solo dopo la fine dell’inchiesta e del processo. A gettare benzina sul fuoco anche le recenti interferenze di Washington e Kiev nella creazione di una nuova Chiesa ucraina indipendente dal patriarcato moscovita, definite «assolutamente inaccettabili» e vissute come «un’intromissione Stato nelle questioni religiose che non si vedeva dall’epoca sovietica».
LA CONFERENZA STAMPA DI FINE ANNO DI VLADIMIR PUTIN
Per questo, e per le relazioni giunte a un vicolo cieco col Regno Unito, Putin è interessato a normalizzare almeno la tensione al confine orientale, firmando quanto prima un trattato di pace con Tokyo nella contesa sulle isole Curili meridionali; a patto, però, che agli Stati Uniti non venga consentito di rafforzare le proprie basi militari giapponesi con l’annunciato schieramento di uno scudo balistico.
ALDO IL CLOCHARD AMMAZZATO BRUTALMENTE DA DUE RAGAZZINI ROM A PALERMO
I loro volti sono rimasti impressi nelle registrazioni delle telecamere di banche e negozi lungo i portici di piazzale Ungheria, il rifugio e il luogo dove nella notte fra domenica e lunedì è stato ucciso a pugni e bastonate un senzatetto amato da commercianti e impiegati. Sono i volti di un ragazzino di 16 anni e di un altro minore di quattro anni più piccolo.
Due giovanissimi rom adesso sospettati di un orrendo omicidio. Interrogati da ieri sera in caserma dai carabinieri, il più grande è stato fermato. La posizione sempre più pesante, come conferma l' arrivo del procuratore aggiunto Ennio Petrigni e del sostituto Daniele Sansone negli uffici dove si confrontano le facce spaventate dei due presunti assassini con le sagome delle videoregistrazioni.
CAMPO ROM
Atti trasmessi alla Procura dei minori che dovrà valutare come procedere. Sarebbero questi due balordi a muoversi verso Aid Abdellah, lo sfortunato senzatetto di 56 anni, un pittore di origini francesi conosciuto da tutti come Aldo e soccorso ogni mattina da chi gli offriva una brioche o una tazza di latte caldo, da chi scambiava volentieri due parole o portava coperte per la notte.
ALDO IL CLOCHARD AMMAZZATO BRUTALMENTE DA DUE RAGAZZINI ROM A PALERMO
Vedendo le immagini, sarebbero loro a correre via dopo che di questo clochard, sempre a spasso nella stessa piazza con un gattino al guinzaglio, era rimasto sul marciapiede il corpo senza vita, la faccia ridotta a una maschera, un lago di sangue intorno.
ALDO IL CLOCHARD AMMAZZATO BRUTALMENTE DA DUE RAGAZZINI ROM A PALERMO
Interrogatori protrattesi fino all' alba per una svolta maturata con la perquisizione nelle case dei due minori ben noti nel centro di Palermo, impegnati a vagare tutto il giorno soprattutto nelle aree pedonali fra piazza Politeama e il Teatro Massimo, offrendo a turisti e passanti piccoli oggetti, chiedendo l' elemosina, a volte litigando fra di loro, a volte prendendo di mira i più deboli del quartiere.
ALDO IL CLOCHARD AMMAZZATO BRUTALMENTE DA DUE RAGAZZINI ROM A PALERMO
È il caso del pittore che aveva confidato a due ragazzi della zona, due impiegati sempre pronti ad aiutarlo, di avere subito qualche provocazione da un gruppo di giovani pronti a importunare i venditori ambulanti e i clochard che dormono sotto i portici. È anche il caso di un serbo al quale gli investigatori sono risaliti sempre attraverso i video. Ma forse lo stesso serbo ha consentito di concentrare l' attenzione sui due minori raggiunti ieri nei loro alloggi dove sono state sequestrati oggetti ritenuti utili, forse qualcosa che apparteneva ad «Aldo».
ALDO IL CLOCHARD AMMAZZATO BRUTALMENTE DA DUE RAGAZZINI ROM A PALERMO
Agghiaccianti i risultati dell' autopsia che proprio ieri ha confermato la ferocia del massacro. Un agguato mentre il senzatetto era rannicchiato sotto una coperta. Picchiato prima al volto, poi alla nuca. A pugni, ma anche con un corpo contundente, forse un bastone. Colpi secchi e ferite profonde.
Atroce epilogo di tensioni fra disperati in «una città che cerca di esaltare la capacità di accoglienza», come ripete il sindaco Leoluca Orlando, allarmato da quanto accaduto sotto quei portici, deciso a intitolarli ad Abdellah e ad esporre nel giorno dei funerali le bandiere a mezz' asta negli uffici comunali. Scelte condivise da chi continua a lasciare fiori e messaggi occupandosi anche del piccolo gattino, Helios, rimasto senza padrone per colpa di due balordi.
Una giornata nera per i trasporti e la viabilità a Roma. E' in corso una protesta dei tassisti e il servizio si sta progressivamente fermando all'aeroporto di Fiumicino e alla stazione Termini.
I tassisti, riuniti questa mattina proprio al Leonardo da Vinci, hanno appreso che il governo starebbe facendo marcia indietro su alcune parti dell'emendamento presentato ieri in commissione al Senato. Emendamento che disciplina il settore Ncc. Circa 500 tassisti sono in presidio sotto il Senato e chiedono di essere ricevuti dalle autorità.
NCC PROTESTE
Un tassista, che avrebbe dovuto prendere servizio all'aeroporto di Fiumicino, ha segnalato che alcuni colleghi in assemblea all'aeroporto di Fiumicino gli avrebbero impedito di entrare nel parcheggio e iniziare a lavorare.
FILA PER I TAXI A ROMA TERMINI
A Fiumicino, al momento, non si registrano disagi particolari per i passeggeri e fuori dalle aerostazioni non ci sono file. Molti viaggiatori - spiegano da Adr, Aeroporti di Roma - stanno ricorrendo a mezzi alternativi quali bus e treno "Leonardo Express" per raggiungere la Capitale. La società di gestione Aeroporti di Roma ha messo a disposizione il proprio personale per indirizzare i passeggeri verso treni e mezzi alternativi. Sono disponibili anche bus gestiti da Adr, in caso di necessità.