9 dicembre forconi

martedì 12 settembre 2017

OGGI C'E' L'UDIENZA PRELIMINARE SUL RAPIMENTO DI ALMA SHALABAYEVA, MOGLIE DEL DISSIDENTE KAZAKO MUKTAR ABLYAZOV RIMPATRIATA NEL SUO PAESE NEL 2013 E POI TORNATA IN ITALIA

LA PROCURA HA CHIESTO IL RINVIO A GIUDIZIO DI SETTE TRA DIRIGENTI E FUNZIONARI DI POLIZIA E DI UN GIUDICE DI PACE  

(ANSA) - Comincia oggi davanti al gup di Perugia Carla Giangamboni l'udienza preliminare sul presunto rapimento di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente kazako Muktar Ablyazov rimpatriata nel suo Paese nel 2013 e poi tornata in Italia, per il quale la procura del capoluogo umbro ha chiesto il rinvio a giudizio, a vario titolo, di sette tra dirigenti e funzionari di polizia insieme al giudice di pace che si occupò della vicenda.

alma shalabayeva ipadALMA SHALABAYEVA IPAD
Nel fascicolo vengono ipotizzati i reati di sequestro di persona, falso e abuso d'ufficio. Tra gli indagati anche l'ex capo della squadra mobile di Roma Renato Cortese (attuale questore di Palermo) e l'allora dirigente dell'ufficio immigrazione Maurizio Improta (ora questore di Rimini). Il coinvolgimento del giudice di pace ha portato il fascicolo a Perugia per competenza territoriale.

E' probabile che nell'udienza di domani vengano affrontate le prime questioni tecniche preliminari. Per la procura del capoluogo umbro, quello di Alma Shalabayeva e Alua Ablyazova, la moglie e la figlia (di sei anni all'epoca dei fatti) del dissidente kazako Muktar Ablyazov espulse dall'Italia il 31 maggio del 2013 (e poi tornate nel dicembre dello stesso anno), messe su un aereo e rispedite in Kazakistan, fu un rapimento.

ANGELINO ALFANOANGELINO ALFANO
Realizzato - ritengono gli inquirenti - grazie ad una sequenza di falsi, abusi e omissioni compiuti da funzionari pubblici italiani e diplomatici kazaki (la posizione dei quali è stata separata dalle altre). Secondo l'accusa una lunga sequela di omissioni e falsi che avrebbero esposto la Shalabayeva al "concreto rischio di subire violazioni dei diritti umani". 

Tutti gli indagati hanno sempre sostenuto la correttezza del loro operato.

Fonte: qui
nazabaev bNAZABAEV 

E ALLA FINE IL PALLONARO RENZI CAPITOLÒ DAVANTI AI CIRCOLI ROMANI: DIVENTA SOCIO DELL’ANIENE, REGNO DI MALAGÒ E GIANNI LETTA?

I SOCI LO HANNO VISTO GIOCARE A TENNIS CON VINCENZO SANTOPADRE, FAUTORE DEI SUCCESSI SU TERRA BATTUTA DEL CLUB PIÙ ESCLUSIVO DELLA CAPITALE 

PAGHERÀ DI TASCA SUA LA QUOTA DI INGRESSO DA 30MILA EURO? ...

Matteo Renzi si accingerebbe a entrare a far parte dei soci del Circolo Canottieri Aniene. 

L'ex premier e segretario del Pd, che negli anni scorsi di vantava di non frequentare salotti e giri della Roma dei potenti, ha iniziato a farsi vedere al club di Roma Nord, "regno" del presidente del Coni Giovanni Malagò (ne è il presidente onorario) e considerato uno dei luoghi simbolo del potere politico e imprenditoriale romano: tra i suoi soci ci sono Montezemolo, Gianni Letta ed una serie infinita di imprenditori e professionisti, di grido e non.
gianni letta giovanni malagoGIANNI LETTA GIOVANNI MALAGO

Renzi è stato visto ultimamente giocare a tennis all'Aniene con Santopadre, uno dei soci del circolo di cui rappresenta una eccellenza sui campi di terra battuta. La sua presenza non è sfuggita, ed è partito un certo dibattito negli spogliatoi, tra una jacuzzi, una cyclette e un tuffo in piscina.

vincenzo santopadreVINCENZO SANTOPADRE
La domanda più ricorrente è: Renzi pagherà di tasca sua  la quota di ingresso, che pare si aggiri intorno ai 30mila euro? Ah, saperlo... Di certo, gli verrò complicato farlo con tre figli, una moglie insegnante da poco assunta e lo stipendio di segretario del Pd che, si dice, non è così pingue. Ma i miracoli esistono...
vincenzo santopadreVINCENZO SANTOPADREmatteo renzi tennisMATTEO RENZI TENNIS

lunedì 11 settembre 2017

LA MERKEL SI RIPRENDE IL “SUO” ORO: TRASFERITE IN GERMANIA 674 TONNELLATE DI LINGOTTI

DAI TEMPI DELLA GUERRA FREDDA ERANO STATI PARCHEGGIATI A NEW YORK E PARIGI. PER IL TRASLOCO SONO SERVITI 4 ANNI

L’ITALIA HA LA TERZA RISERVA DI ORO AL MONDO E LA CUSTODISCE (PAGANDO CARO) NEGLI USA, IN GRAN BRETAGNA E SVIZZERA 

Vittorio Da Rold per il Sole 24 Ore

La Germania di Angela Merkel ha rimpatriato con successo 674 tonnellate di riserve di oro che era stato dislocato ai tempi della Guerra fredda, per motivi di sicurezza e timore di invasioni sovietiche, alla Federal Reserve di New York e presso i caveau della Banca di Francia.

Ma i tempi cambiano. La Bundesbank, guidata da Jens Weidmann, ha riportato, scrive il Financial Times, a Francoforte 374 tonnellate di lingotti da Parigi e 300 tonnellate sono state prelevate dai depositi della Fed di New York. Ora la metà dell’oro tedesco, complessivamente pari a 3.400 tonnellate, si trovano custodite in terra tedesca.
muro berlinoMURO BERLINO
Il piano di rimpatrio della Bundesbank ha richiesto ben quattro anni per trasportare con sucesso e sicurezza 53.780 barre d’oro, ognuna delle quali pesa 12,5 chilogrammi e vale 440.000 euro, dai forzieri della Federal Reserve di New York e della Banca centrale di Francia.
Ai tempi della Guerra Fredda era stato deciso, per motivi di sicurezza geopolitici, l’espatrio di una grande quantità di oro dalla Germania. Ora 1.710 tonnellate sono depositati nei forzieri Bundesbank a Francoforte, 1.236 tonnellate a New York e 432 tonnellate a Londra. Le riserve auree della Germania sono le seconde al mondo dopo quelle Usa. l’Italia è al terzo posto tra i paesi con 2.451 tonnellate.
jens weidmann 3JENS WEIDMANN 
Secondo la Banca d’Italia in realtà l’Italia è il quarto detentore di riserve auree al mondo, dopo la Federal Reserve statunitense, la Bundesbank tedesca e il Fondo monetario internazionale. Il quantitativo totale di oro di proprietà dell’Istituto è pari a 2.452 tonnellate (metriche), costituito prevalentemente da lingotti (95.493) e per una parte minore da monete.
Anche l’Italia non detiene tutta la sua riserva aurea in Italia ma per ragioni di vicinanza con principali mercati e di possibilità di vendita in tempi stretti se necessario e di differenziazione dei rischi ha così ripartito la dislocazione dell’oro: Regno Unito 141,2 (5,76%), Svizzera 149,3 (6,09%), Stati Uniti 1.061,5 (43,29%), Italia 1.100,0 (44,86%). Totale 2.452,0 tonnelate 100%
RISERVE DI ORORISERVE DI ORO
Ma torniamo alla Germania. La Bundesbank aveva già rimpatriato in precedenza 940 tonnellate di oro a Francoforte da Londra per risparmiare sulle spese di stoccaggio. L’operazione è rimasta segreta fino al 2001. Comunque la Bundesbank continuerà a detenere più di un terzo delle proprie riserve di lingotti a New York perché il dollaro americano è la moneta di riferimento del mondo. Circa il 13% dell’oro tedesco rimarrà a Londra, che è ancora il più grande mercato per la vendita dell’oro. La banca centrale tedesca non detiene più nessuna riserva aurea in Francia.
lingotti oroLINGOTTI ORO

Le banche centrali sono tra i maggiori titolari di riserve auree, eredità del cosidetto gold standard. Dopo la Seconda guerra mondiale, le potenze occidentali hanno legato le loro valute all’oro come prevedeva l’accordo di Bretton Woods. Ciò è cambiato quando gli Stati Uniti ai tempi della presidenza di Richard Nixon hanno deciso la fine della convertibilità del dollaro sul metallo prezioso nel 1971.

fort knoxFORT KNOX

La riserva federale degli Stati Uniti detiene la maggior parte delle riserve auree . In totale, le riserve auree ufficiali statunitensi ammontano a 8.134 tonnellate, secondo il World Gold Council.

La Germania è al secondo posto con 3.384 tonnellate, di cui 1.710 tonnellate sono ora tenute a Francoforte, secondo le cifre della Bundesbank.

ignazio viscoIGNAZIO VISCO

Al terzo posto tra gli stati c’è l’Italia seguita dalla Francia.

Se però inseriamo anche le riserve dell’Fmi – 2.814 tonnellate – allora l’Italia passa al quarto posto.

La Banca centrale europea ha “appena” 505 tonnellate di oro. Infine la Banca dei regolamenti internazionali (Bri) possiede nei suoi forzieri a Basilea 103 tonnellate di oro.

27 Agosto 2017


Fonte: qui

LO STATO BISCAZZIERE PERDE UN PO’ DI SLOT MACHINE, MA NON IL VIZIO

NEL 2016 GLI INCASSI PER L’ERARIO SALITI DEL 31%: GIOCATI QUASI 50 MILIARDI DI EURO 

CON LE NUOVE REGOLE VERRANNO RIDOTTE DI UN TERZO LE MACCHINE MANGIA SOLDI, MA CONCENTRATE 

LOMBARDIA, LAZIO, VENETO ED EMILIA-ROMAGNA SONO LE REGIONI DOVE SI GIOCA DI PIU’

Mario Sensini per il Corriere della Sera

slot machinesSLOT MACHINES
Governo, regioni e comuni esultano, l' industria piange, ma le associazioni dei cittadini parlano di occasione persa. Dopo mesi e mesi di trattativa è arrivato finalmente l' accordo sul riordino dei giochi di monopolio tra l' esecutivo, i sindaci e i governatori. Ma, a sorpresa, insieme alla riduzione del 50% di tutti i punti vendita, che si aggiunge al già deciso taglio di un terzo delle slot machine , le Regioni hanno ottenuto di mantenere le loro normative sulla prevenzione delle ludopatie, «se prevedono una tutela maggiore» di quella prevista a livello nazionale.

PIER PAOLO BARETTAPIER PAOLO BARETTA
Per l' esecutivo si chiude, e bene, anche nell' ottica della campagna elettorale, un accordo su un tema molto sensibile ed in discussione da lunghissimo tempo: «Un quadro nazionale unico - dice il sottosegretario al Tesoro, Pierpaolo Baretta - che rispetta le autonomie locali». I governatori si dicono soddisfatti, perché possono mantenere in vita le normative più rigide. I sindaci altrettanto, visto che potranno stabilire fasce orarie di chiusura dei punti di gioco e una distanza minima da luoghi come scuole e chiese.

Secondo l' industria del settore, in questo modo cade invece la decennale riserva dello Stato sui giochi legali. Con ogni regione che potrà dettare legge in materia sarà difficile per i concessionari partecipare alle nuove gare. «È stato commesso un grave e inspiegabile passo indietro: l' attuale accordo andrà ad accentuare in modo critico la disomogeneità normativa nei territori. Questo accordo non consente una gestione sostenibile del gioco legale in Italia» dice Stefano Zapponini, presidente di Sistema Gioco Italia, associata a Confindustria.

slot machinesSLOT MACHINES
Il mondo delle associazioni impegnate nella battaglia contro il gioco d' azzardo, sottolinea un comunicato della Consulta Antiusura si aspettava invece di più, e il M5S rincara la dose. «Non è stato tolto l' obbligo per le Regioni di tener conto degli investimenti fatti dalle imprese» dice il senatore Giovanni Endrizzi. In effetti quella clausola è rimasta, ma secondo gli operatori del settore (6 mila imprese e 150 mila occupati) tutela solamente le spese già fatte e non gli investimenti futuri, che a questo punto appaiono a rischio.

slot machinesSLOT MACHINES
Nelle sue pieghe l' accordo nasconde una realtà un po' diversa. Intanto le leggi regionali e i regolamenti comunali dovranno «adeguarsi» al quadro già delineato dalla legge di Bilancio, con 10 mila negozi, 5 mila corner e 3 mila sale Bingo: il taglio di un terzo delle oltre 365 mila slot machine ,e del 50% dei punti vendita, sarà dunque concentrato, verosimilmente, nei bar tabacchi e nei generalisti. Le norme locali, poi, dovranno tener conto dell' ubicazione degli investimenti esistenti, consentendo un'«equilibrata distribuzione» del gioco sul territorio nazionale, che non dovrà avere zone slot free o dove sono troppo concentrate. Così come le fasce di interruzione oraria dovranno essere stabilite «d' intesa con l' Agenzia delle Dogane e dei Monopoli».
slot machines e casino sulla tiburtina jpegSLOT MACHINES E CASINO SULLA TIBURTINA

Nel 2016 le slot machine hanno raccolto la bellezza di 49,4 miliardi di euro, con una crescita del 2,5% sul 2015, restituendone gran parte, come vincite, ai giocatori. La loro spesa effettiva è stata di 10,2 miliardi di euro, in aumento del 9,6%, mentre le entrate dell' erario sono passate da 4,5 miliardi del 2015 a 5,9 miliardi, con un aumento del 31%. Le slot di nuova generazione hanno distribuito premi per 18,8 miliardi di euro, le cosiddette «Vlt» per 19,5 miliardi. Lombardia, Lazio, Veneto ed Emilia-Romagna sono le Regioni dove si gioca di più.

Fonte: qui

Solo promesse elettorali per i giovani

La decontribuzione per gli under 29 costerà 5 miliardi di euro alle casse dello Stato. Senza portare benefici strutturali all’occupazione.

Sul ciclo elettorale della spesa pubblica c’è una montagna di letteratura economica. Siamo a fine legislatura e le prossime elezioni politiche sono quanto mai incerte, considerando oltretutto la legge elettorale con cui probabilmente si voterà. Ecco perché Matteo Renzi e le molte diverse anime del Pd chiedono che la legge di bilancio 2018 sia la somma di più coriandoli elettorali possibili, invece di contenere una o due scelte secche di priorità.

Due premesse dovrebbero essere prioritarie, ma non lo saranno. La prima è che persino i keynesiani dovrebbero sapere che quando riparte il Pil e la congiuntura migliora è tempo di ridurre il deficit, non di ampliarlo. Ma Renzi chiese esattamente l’opposto. La seconda è che i bonus a tempo non ottengono i risultati sperati. Famiglie e imprese tesaurizzano il possibile perché sanno che i benefici cesseranno. E la riforma Fornero ha ottenuto l’effetto di concentrare il beneficio della ripresa occupazionale sugli over 50enni, non sui giovani. Mentre sul totale degli occupati non si è riusciti affatto a contenere drasticamente i contratti a tempo.

Pier Carlo Padoan ed Enrico Morando avevano scelto due priorità, trascurate dal governo Renzi: l’abbattimento contributivo per i giovani e il potenziamento ulteriore degli strumenti attuali rivolti ai più poveri, «bucati» clamorosamente dal bonus 80 euro. Ma Renzi ha suonato le trombe ai suoi. Per i giovani bisogna aggiungere da subito sconti sull’età pensionabile a venire. Bisogna estendere anche i prepensionamenti ai più anziani. Bisogna spendere molto di più, e non dar retta al tetto di deficit contrattato con l’Europa, per altro precedente al consolidarsi della ripresa.

Anche l’impostazione iniziale di Padoan aveva un difetto. Il dimezzamento dei contributi previdenziali alle imprese che assumessero under 29enni è triennale, dopo il bonus sparisce, o meglio Padoan spera che poi in parte possa diventare strutturale, deficit permettendo. Ma è solo una speranza: come immaginare che questa misura produca 900 mila contratti non occupati in più. In questi termini, la misura costa 2 miliardi e rotti nel 2018, e più di 5 nel triennio. Ed ecco che Confindustria ha preso la palla al balzo. Se i giovani sono la priorità, dateci il 100 per cento di decontribuzione e ne firmiamo 900 mila, di contratti nuovi in tre anni. Ma allora servono 10 miliardi. L’impostazione del Pd renziano, però, è un’altra. Sommare misure in deficit molto onerose per prepensionare giovani e anziani. E allora si può essere certi di tre cose.

Primo, la lista della spesa elettorale Pd diventerà ancora più lunga.

 Secondo, ci si dimentica che il miracolo di Mario Draghi, l’unico che ci ha salvato con acquisti di titoli a valanga, si avvia a cessare e resteremo senza paracadute. Servirebbe un segnale preciso di contenimento del debito, e invece il governo parla di rinazionalizzare la rete Telecom. 

Terzo: procedere coi bonus a tempo deriva dall’incapacità di trovare coperture significative per misure universali e permanenti.

La Flat tax al 25 per cento proposta dall’Istituto Bruno Leoni riconosce che attuandola si creerebbe un minor gettito e dunque un deficit di 31,2 miliardi, da coprire con tagli di spesa. Ebbene la panoplia di bonus a tempo di Renzi in tre anni, sommandone tutti i fantasiosi tipi, ha mobilitato oltre 40 miliardi di spesa: era molto meglio cambiare dalle fondamenta il sistema fiscale, per renderlo meno rapinoso con effetti permanenti coprire con tagli di spesa. Ebbene la panoplia di bonus a tempo di Renzi in tre anni, sommandone tutti i fantasiosi tipi, ha mobilitato oltre 40 miliardi di spesa: era molto meglio cambiare dalle fondamenta il sistema fiscale, per renderlo meno rapinoso con effetti permanenti.

Fonte: qui

 

ENASARCO: CONTRATTI TRENTENNALI PER INVESTIMENTI AD ALTO RISCHIO

LO STRANO CASO DELL' OBBLIGAZIONE DA 780 MILIONI CON UNA GARANZIA DI LEHMAN BROTHERS (FALLITA NEL 2008) E AFFIDATA IN GESTIONE TRENTENNALE AL GRUPPO GWM CHE INTASCA UNA COMMISSIONE DELL'1,5% 
QUEI CONSIGLIERI SENZA I REQUISITI PREVISTI DALLA LEGGE MADIA
Sergio Luciano per Libero Quotidiano

Clandestini a bordo, ma stavolta i migranti non c' entrano. È nel consiglio d' amministrazione dell' Enasarco che ci sarebbero - il condizionale è solo un omaggio alla regola d' oro della prudenza - vari consiglieri privi dei requisiti prescritti dalla legge Madia per rivestire incarichi del genere. È l' ultimo grano del rosario di veleno che accompagna ormai da un quinquennio la vita di uno dei più grandi enti previdenziali privati italiani, incaricato di presidiare le pensioni di 270mila iscritti tra agenti di commercio e rappresentanti vari.

«Negli ultimi tempi abbiamo avuto alcune richieste di accesso agli atti», racconta un consigliere autorevole che, anche lui per prudenza, preferisce in questa fase non dichiararsi, «da parte delle organizzazioni sindacali. Perché più di un consigliere, compreso il presidente Gianroberto Costa, non ha i requisiti per esserlo, per esempio perché già pensionati, eppure non hanno fatto l' unica scelta ammessa in questo caso dalla riforma per salvare la poltrona, cioè quella di restituire alla stessa Fondazione Enasarco il compenso previsto per l' incarico». Mentre invece l' ex, discusso presidente Brunetto Boco, rimasto consigliere semplice ma (fin troppo) combattivo, assieme ad altri consiglieri come Gianni Triolo e Costante Persiani, hanno deciso di non percepire alcun compenso. Proprio per aderire alla Legge Madia.

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Piccole beghe amministrative? Mica tanto. Attorno all' enorme patrimonio gestito da Enasarco, infatti - 7 miliardi di euro, il risparmio previdenziale degli iscritti - ristagna infatti ancora una nuvola grigia che il nuovo consiglio, pur insediatosi ormai da giugno 2016, non è riuscito a dissipare, salvo preannunciare (errore: chi vuol vendere non disprezza i beni che mette in vendita) la determinazione a ridurre drasticamente il patrimonio investito in immobili, considerato poco redditizio, per trasferirlo sull' economia reale rappresentata da alcune azioni quotate.
Sarà: ma intanto, un po' di aggiustamenti dello stile gestionale del patrimonio esistente non guasterebbero, e invece si fanno attendere.

Il licenziamento dell' ex direttore finanziario Roberto Lamonica, braccio armato dell' ex presidente Boco nei discussi investimenti del passato, c' è stato, ma il rinnovamento sembra essersi fermato lì. Come se Costa fosse vittima di veti incrociati e lotte fra fazioni che intralciassero la sua determinazione.

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Nulla è stato fatto, in particolare - e nonostante richieste e polemiche sedimentate ormai da quando vennero sollevate dall' ex vicepresidente Andrea Pozzi, uscito nel 2012 e autore di una corposa denuncia alla Procura sulla cattiva gestione dell' ente - per chiarire lo strano caso del gruppo finanziario Gwm, che amministra 780 milioni della Fondazione intascando una commissione dell' 1,5 per cento, ben quattro volte le medie di mercato applicate dalle Sgr (società di gestione del risparmio). Inoltre, poiché il contratto di gestione che a suo tempo Enasarco riconobbe a Gwm scade tra ventisette anni (sissignore, 27!) è facile calcolarne il costo: 12 milioni di euro l' anno, per un totale di 300. A fronte di cosa?

Ma la chicca è che questa Sgr, appunto la Gwm, gestisce in particolare l' obbligazione strutturata Anthracite da 780 milioni, comprata ai tempi con una garanzia della poi fallita Lehman Brothers. La garanzia si sostanziava in una sottoscrizione - collaterale a quell' obbligazione - di un Btp stripped, cioè un titolo di Stato trasformato, in cui le cedole vengono pagate non periodicamente ma in un' unica soluzione, alla scadenza, insieme con rimborso del capitale (in gergo tecnico, uno "zero coupon").
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Approfittando del favorevole andamento del mercato monetario, Gwm ha poi deciso di realizzare prima del tempo il titolo, realizzando una consistente plusvalenza, compensando anticipatamente le perdite sui titoli spazzatura per 500 milioni, e intascando una super commissione di performance del 20%: bene, bravi, bis.

Fonte: qui


immobili EnasarcoIMMOBILI ENASARCO

PORRO: VINCE IL MODELLO PIRELLI OVVERO COME RESTARE ITALIANI COI CAPITALI CINESI

CON LA GOVERNANCE VOLUTA DA MARCO TRONCHETTI PROVERA,  IL COLOSSO "CHEMCHINA" HA ACCETTATO DI INVESTIRE SECONDO REGOLE OCCIDENTALI 
LA SEDE RESTA A MILANO E LA GUIDA NELLE MANI DEI MANAGER ITALIANI 
E TRA POCO PIRELLI SI RIQUOTERA' IN BORSA...
Nicola Porro per il Giornale
TRONCHETTI REN JIANXINTRONCHETTI REN JIANXIN

Si è scritto molto del fatto che la Pirelli sia finita in mano cinese. Tra poco si riquoterà in Borsa, a Milano. E sarà la più grande offerta (Ipo) europea. Ossigeno, per un mercato finanziario che ha pochi buoni pezzi industriali. Ma questo è un altro discorso.

Dopo la quotazione i cinesi avranno il 45 per cento del capitale, poco più di quanto sarà il flottante, e quattro volte la quota dei soci storici italiani. Marco Tronchetti Provera, che resterà l' amministratore del gruppo per i prossimi tre anni e che ha un golden power previsto negli accordi per trovare il suo successore, ha preteso e ottenuto che la Pirelli rimanesse alla Bicocca. Insomma che restasse milanese, italiana.
PIRELLI PNEUMATICIPIRELLI PNEUMATICI
E aggiungiamo noi «tronchettiana».

Lo statuto, la costituzione del gruppo, nei suoi principi generali ha bene impresso questo comandamento: senza il consenso del 90 per cento degli azionisti (si badi bene non dell' assemblea) non è possibile trasferire la sede, le tecnologie, i marchi e le licenze fondamentali e forse nemmeno le piante.

Molte grandi imprese considerate italiane, Fca per non fare nomi, hanno sedi e tecnologie trasferite da tempo. Nulla contro di loro, è solo un fatto. A ciò si aggiungono alcune previsioni di dettaglio, ma importanti: autonomia del management dagli azionisti e rafforzamento comitati di controllo e consiglio sindacale legato a best practice internazionali e dunque blindato. Inoltre, i comunicati della Bicocca (possiamo ancora scrivere così) annunciano la presenza di più di otto consiglieri indipendenti su 15 in consiglio. Fuffa. L' indipendenza dei consiglieri è sempre un mistero gaudioso, a cui si può solo credere per fede e burocrazia.

TRONCHETTI PROVERA GENTILONITRONCHETTI PROVERA GENTILONI
Tirate le somme, Tronchetti ha messo in cassaforte l' italianità dell' azienda come nessuno è riuscito a fare. In Italia ci sono molti marchi posseduti da grandi gruppi stranieri che qui continuano a produrre e prosperare nonostante l' esterovestizione (dalla San Pellegrimo alla Bottega Veneta) e che sono rimasti tricolori perchè banalmente non conveniva portarli all' estero. In campo industriale le cose sono diverse. E Tronchetti ha preteso e ottenuto di più.

Ma se tutto ciò che abbiamo appena scritto è vero, dobbiamo forse ritenere i cinesi dei matti, degli sprovveduti? Quando domanda e offerta, per un marginalista, insomma per un liberale, si incontrano, lo scambio conviene ad entrambe le parti.

Qual è la convenienza dei cinesi a comprare senza comandare? Questa forse era la vera domanda da porsi sull' affare Pirelli.
E qui le risposte sono due.

nicola porroNICOLA PORRO
La prima riguarda il ritorno economico a breve. Credono nel business, da soli avevano dimensione ma non tecnologie e marchio, e dunque la combinazione renderà i cinesi più ricchi rispetto ad una corsa solitaria.
Ma il lato debole che Tronchetti ha individuato è un po' più sofisticato e forse è il decisivo. In fondo ci aveva provato, senza successo, anche con i precedenti soci con cui si era fidanzato. Come per il salotto della principessa di Guermantes i mobili sono chic, i pasticcini sono ottimi, la conversazione divertente e la vista è mozzafiato, ma il valore è la possibilità che ha l' ospite di potere raccontare, un minuto dopo la fine della serata, di esserci stato.
I cinesi sono fortissimi nel debito, comprano (con lo sguardo compiaciuto degli emittenti) come se non ci dovesse essere un domani. Sul mercato dell' equity (aziende, imprese) sono temuti, poco rispettati, hanno quote ridotte.
Il caso Pirelli racconta un' altra storia: quella di investitori industriali con cui si può dialogare secondo regole di governance occidentale. È il prezzo, caro, del biglietto che Tronchetti ha preteso e ottenuto, per tenerli a bordo di una delle poche multinazionali italiane.

Fonte: qui