9 dicembre forconi: promesse elettorale
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sabato 24 novembre 2018

"Ora ci meritiamo i forconi". Fronda grillina sulla sicurezza

Di Maio minaccia: «Compatti come una testuggine». Ma una senatrice lo attacca. E in Aula il dl leghista è a rischio


Giorni difficili. È uno stressatissimo Di Maio con elmetto e moschetto, quello che affronta la prima «crisi del popolo», che viene dopo governo del popolo, avvocato del popolo e manovra del popolo.
Ribellione che dai territori in fermento per Tav e Tap rischia di alimentare dissidenze senatoriali a Palazzo Madama, prese di coscienza presidenziali a Montecitorio, correnti interne, congiure «del popolo» contro il popolo (almeno quello fedele).
In un post su Facebook e poi all'inaugurazione di un progetto di polo intermodale nel Casertano, il vicepremier ministro del Mise-Lavoro ammette che sono giorni «veramente duri». «Oggi nel nostro esercito alcuni stanno dando segni di cedimento - scrive -. Cedimenti che non possiamo permetterci...». Di Maio paventa il rischio di «restare con un pugno di mosche in mano, i cittadini non ce lo perdonerebbero mai». Quindi promette solennemente che «non passerà nulla che vada contro i principi del M5s». Ma chi sono i «nemici interni»? «Qualcuno di noi si sta prendendo a cuore alcune cose, alcuni dettagli che sollecitano una loro sensibilità individuale, non un nostro valore comune». La risposta, minaccia il generale Di Maio, sarà durissima: se «qualcuno decide di fare un passo indietro di testa sua, in quel caso se ne assumerà la responsabilità... Siamo tutti portavoce del nostro programma e del contratto di governo. Qualsiasi altro comportamento non è da M5s e non sarà assecondato». Nientepopodimeno che.
La ferrea «repressione» dimaiesca, palese sintomo di debolezza, viene giustificata dal fatto che «in questi giorni siamo sotto attacco totale: vogliono dipingerci come gente che non rispetta le promesse e sminuendo, censurando o stravolgendo il senso di tutti i risultati raggiunti». Che, secondo il vicepremier, in quattro mesi hanno già coperto «quasi la metà del programma». Attacchi «vili e sconsiderati» che non possono certo «far paura» a chi sostiene: «Siamo seduti dalla parte giusta della storia». Ne consegue che dalla parte sbagliata, come spiega Di Maio, ci siano i commissari Ue, «uomini di partito che ogni giorno sparano contro l'Italia», le agenzie di rating, direttori di giornali e burocrati. Contro queste forze del male, la metafora usata da Di Maio (o da chi scrive per lui) è quella della testuggine romana, con tanto di spiegazione tratta da Wikipedia, affinché venga accertato e accettato dai riottosi il concetto base: chi si sfila, è responsabile del crollo di tutta la testuggine. Quasi un invito a nozze, per il «fuoco amico» degli ortodossi, che al Senato vogliono modificare il «dl sicurezza» caro a Salvini e non vogliono votare l'eventuale fiducia: sarebbero in dieci e potrebbero mettere a rischio i numeri del governo. Elena Fattori è una delle più battagliere e non sarà facile espellerla, come capitò all'inizio dell'era grillina ai (pochi) dissidenti: «Mi devono sfilare con la forza». Ammazza i toni tronfi di Di Maio con una considerazione tipica del grillino antemarcia: «Se avessi detto questo... mi avrebbero rincorso con torce e forconi». Così non si dà per vinta neppure la campana Paola Nugnes. «Il Parlamento - sostiene con un azzardo - non può essere considerato responsabile della stabilità del governo... Nessuno fa passi indietro di testa sua: ci atteniamo al programma». Il senatore Gregorio De Falco, assai vicino a Fico (come la Nugnes), già ricevuto a Palazzo Chigi per essere «ammorbidito», trova poi del tutto fuori luogo il paragone con la testuggine. «Il M5s non è un esercito», scandisce. L'appello di Di Maio a «essere compatti, molto compatti, fusi insieme» rischia così di tramutarsi in boomerang. Toni altisonanti che, per ora, hanno partorito un topolino: Davide Casaleggio, retwittando il post, ha voluto far sapere a tutti che lui sta con Di Maio. Compatto, molto compatto, praticamente fuso assieme.
30 Ottobre 2018
Fonte: qui

lunedì 15 gennaio 2018

Legittimo insultare un candidato che non mantiene le promesse elettorali: lo dice la Cassazione

Secondo i giudici della Cassazione è legittimo criticare pubblicamente un candidato scoperto successivamente a tradire gli impegni presi nel corso della campagna elettorale.

Si può sbeffeggiare un candidato che non mantiene le promesse elettorali. A sostenerlo è una recente sentenza della Cassazione, la numero 317, nella quale i giudici sostengono la legittimità della critica pubblica nei confronti di un candidato scoperto successivamente a tradire gli impegni presi nel corso della campagna elettorale. La Cassazione ha analizzato la vicenda riguardante l'ex sindaco di Furci Siculo, borgo in provincia di Messina amministrato da Bruno Antonio Parisi.

Lungo le vie della cittadina, un gruppo di consiglieri comunali dell'opposizione aveva affisso una serie di cartelli dando del "falso, bugiardo, ipocrita, malvagio" all'ex primo cittadino per aver deliberato l’erogazione dell’indennità di funzione "così tradendo le promesse elettorali". In primo grado, il Tribunale di Messina aveva escluso l’esimente del diritto di critica politica, "viste le connotazioni personali delle ingiurie contenute nel testo dei manifesti", procedendo a condannare i consiglieri Sebastiano Foti, Carmelo Andronico, Beniamino Lo Giudice, Alessandro Niosi, Saverio Palato e Agatino Vinci. Su ricorso degli imputati, la Corte di Appello aveva invece proceduto ad assolverli, decisione ora confermata dalla Cassazione, interpellata su ricorso dell'ex sindaco.

Secondo i supremi giudici, l'assoluzione dei consiglieri di opposizione sarebbe corretta perché partita "dal presupposto incontestabile della offensività delle espressioni usate per riconoscere che gli epiteti rivolti alla parte offesa presentavano una stretta attinenza alle vicende che avevano visto l’opposizione contrapporsi al sindaco in merito alla erogazione di funzione, a cui il primo cittadino aveva dichiarato di voler rinunciare in campagna elettorale". In sostanza, dunque, secondo i giudici di Cassazione, "in questo ambito, gli epiteti `falso, bugiardo, ipocrita´ si ricollegano, secondo la Corte territoriale al mancato adempimento delle promesse elettorali nonchè all’avere omesso di dichiarare pubblicamente il proprio ripensamento sul tema dell’indennità di funzione e, quanto all’aggettivo `malvagio´, ad azioni giudiziarie, asseritamente infondate, che egli aveva promosso contro gli avversari politici".

Infine, si legge nella sentenza depositata oggi, "è apparso quindi chiaro ai giudici di merito che l’attacco al Parisi riguardava specificamente le scelte politiche ed amministrative sue e della sua maggioranza e, del tutto correttamente, si è escluso che sia trasmodato in un attacco alla dignità morale e intellettuale della persona offesa" come invece sostenuto dall'ex sindaco.

Fonte: qui

lunedì 11 settembre 2017

Solo promesse elettorali per i giovani

La decontribuzione per gli under 29 costerà 5 miliardi di euro alle casse dello Stato. Senza portare benefici strutturali all’occupazione.

Sul ciclo elettorale della spesa pubblica c’è una montagna di letteratura economica. Siamo a fine legislatura e le prossime elezioni politiche sono quanto mai incerte, considerando oltretutto la legge elettorale con cui probabilmente si voterà. Ecco perché Matteo Renzi e le molte diverse anime del Pd chiedono che la legge di bilancio 2018 sia la somma di più coriandoli elettorali possibili, invece di contenere una o due scelte secche di priorità.

Due premesse dovrebbero essere prioritarie, ma non lo saranno. La prima è che persino i keynesiani dovrebbero sapere che quando riparte il Pil e la congiuntura migliora è tempo di ridurre il deficit, non di ampliarlo. Ma Renzi chiese esattamente l’opposto. La seconda è che i bonus a tempo non ottengono i risultati sperati. Famiglie e imprese tesaurizzano il possibile perché sanno che i benefici cesseranno. E la riforma Fornero ha ottenuto l’effetto di concentrare il beneficio della ripresa occupazionale sugli over 50enni, non sui giovani. Mentre sul totale degli occupati non si è riusciti affatto a contenere drasticamente i contratti a tempo.

Pier Carlo Padoan ed Enrico Morando avevano scelto due priorità, trascurate dal governo Renzi: l’abbattimento contributivo per i giovani e il potenziamento ulteriore degli strumenti attuali rivolti ai più poveri, «bucati» clamorosamente dal bonus 80 euro. Ma Renzi ha suonato le trombe ai suoi. Per i giovani bisogna aggiungere da subito sconti sull’età pensionabile a venire. Bisogna estendere anche i prepensionamenti ai più anziani. Bisogna spendere molto di più, e non dar retta al tetto di deficit contrattato con l’Europa, per altro precedente al consolidarsi della ripresa.

Anche l’impostazione iniziale di Padoan aveva un difetto. Il dimezzamento dei contributi previdenziali alle imprese che assumessero under 29enni è triennale, dopo il bonus sparisce, o meglio Padoan spera che poi in parte possa diventare strutturale, deficit permettendo. Ma è solo una speranza: come immaginare che questa misura produca 900 mila contratti non occupati in più. In questi termini, la misura costa 2 miliardi e rotti nel 2018, e più di 5 nel triennio. Ed ecco che Confindustria ha preso la palla al balzo. Se i giovani sono la priorità, dateci il 100 per cento di decontribuzione e ne firmiamo 900 mila, di contratti nuovi in tre anni. Ma allora servono 10 miliardi. L’impostazione del Pd renziano, però, è un’altra. Sommare misure in deficit molto onerose per prepensionare giovani e anziani. E allora si può essere certi di tre cose.

Primo, la lista della spesa elettorale Pd diventerà ancora più lunga.

 Secondo, ci si dimentica che il miracolo di Mario Draghi, l’unico che ci ha salvato con acquisti di titoli a valanga, si avvia a cessare e resteremo senza paracadute. Servirebbe un segnale preciso di contenimento del debito, e invece il governo parla di rinazionalizzare la rete Telecom. 

Terzo: procedere coi bonus a tempo deriva dall’incapacità di trovare coperture significative per misure universali e permanenti.

La Flat tax al 25 per cento proposta dall’Istituto Bruno Leoni riconosce che attuandola si creerebbe un minor gettito e dunque un deficit di 31,2 miliardi, da coprire con tagli di spesa. Ebbene la panoplia di bonus a tempo di Renzi in tre anni, sommandone tutti i fantasiosi tipi, ha mobilitato oltre 40 miliardi di spesa: era molto meglio cambiare dalle fondamenta il sistema fiscale, per renderlo meno rapinoso con effetti permanenti coprire con tagli di spesa. Ebbene la panoplia di bonus a tempo di Renzi in tre anni, sommandone tutti i fantasiosi tipi, ha mobilitato oltre 40 miliardi di spesa: era molto meglio cambiare dalle fondamenta il sistema fiscale, per renderlo meno rapinoso con effetti permanenti.

Fonte: qui