9 dicembre forconi

venerdì 20 gennaio 2017

A ROMA I NETTURBINI GUADAGNANO DI PIU’ E LAVORANO DI MENO, CON LA BENEDIZIONE DELLA GIUNTA RAGGI

ALTRE CITTA’ PREOCCUPATE: COSI’ SALTA IL CONTRATTO NAZIONALE 

I SINDACATI BRINDANO

Jacopo Iacoboni per la Stampa

virginia raggiVIRGINIA RAGGI - NON E' CAMBIATO NIENTE
Lavorare come prima, e meno dei colleghi delle altre città, guadagnando di più: in tempi di crisi, il miracolo avviene nell' Ama della stagione M5S a Roma.

Dal primo gennaio l' azienda
(con soldi pubblici) corrisponde ai 7800 dipendenti l' aumento di stipendio stabilito dal nuovo contratto nazionale, ma non esige che lavorino due ore in più alla settimana e anche la domenica, com' è previsto dallo stesso contratto e avviene nel resto d' Italia.

I documenti dimostrano che l' Ama, che aveva voluto e difeso il contratto, sotto Natale ha cambiato linea, vantando l' appoggio del Comune azionista, di cui è sindaco Virginia Raggi, e arrendendosi ai sindacati interni. Tra questi l'Usb, che in campagna elettorale sosteneva la Raggi a colpi di battaglieri volantini interni. Le altre aziende del settore, in una riunione ad hoc svoltasi ieri, hanno definito l' intervento del Campidoglio «anomalo e improprio», frutto di una gestione politicizzata che «rischia di far saltare il contratto nazionale».

L' ACCORDO

AMA ROMAAMA ROMA
Il contratto nel settore rifiuti è stato firmato nel luglio 2016, dopo quattro anni di trattative e scioperi. Raggi si era pubblicamente vantata di aver contribuito a evitare disagi ulteriori a causa di vertenze sindacali dei netturbini. La novità principale, in cambio di 120 euro mensili in più in busta paga, è l' aumento dell' orario di lavoro da 36 a 38 ore e la distribuzione dei turni anche di domenica. «Una rivoluzione necessaria a migliorare produttività e servizio», spiega Gianfranco Grandaliano, vicepresidente di Utilitalia, l' associazione delle imprese del settore.

L' azienda che più ne ha bisogno è proprio l' Ama. 

A Roma la domenica lavora solo il 15 per cento dei dipendenti. 

La raccolta si blocca e i rifiuti si accumulano nelle strade per giorni. 

L' aumento dell' orario di lavoro - e dei dipendenti in servizio domenicale - consentirebbero di garantire il servizio senza emergenze. 

«Tra settembre e novembre - prosegue Grandaliano - abbiamo convocato tutte le aziende per istruirli su come gestire la novità. Procedura chiara e tempi certi: convocazione dei sindacati, ricerca di un' intesa, in caso contrario introduzione unilaterale del nuovo orario». 

Così si sono regolate le aziende delle principali città. Ciascuna ha definito una specifica applicazione del nuovo orario. Chi ha preso qualche settimana in più, ha anche previsto come recuperare nel 2017 le ore non lavorate a gennaio.

L' ECCEZIONE

AMA ROMAAMA ROMA
A Roma è successo qualcosa di strano. Ieri le aziende omologhe di altre città ne hanno discusso e hanno manifestato autentico «terrore» per le conseguenze.

Il motivo è semplice: Ama da sola occupa il 20 per cento di tutti i lavoratori del settore, e se non applica il nuovo contratto rischia di farlo saltare dappertutto. I sindacati hanno immediatamente ostacolato il nuovo contratto e si capisce perché.

Primo: non vogliono lavorare la domenica. 

Secondo: se non lavorano la domenica possono reclamare «l' indennità per maggior carico di lavoro di lunedì», una voce retributiva che esiste solo all' Ama e vale quattro milioni di euro l' anno. 

Terzo: l' accumulo di rifiuti domenicale costringe nei giorni successivi a un ricorso massiccio agli straordinari (ogni ora costa all' azienda il 30 per cento in più). 

Turni, indennità e straordinari sono gestiti dai capizona, che storicamente sono delegati sindacali.

L' ostruzionismo dei sindacati non aveva trovato sponde nel direttore generale dell' Ama Stefano Bina, arrivato dalla Lombardia e stimato da Casaleggio e dall' assessore Massimo Colomban, l' imprenditore che aveva promesso di portare efficienza nordica nelle scassate aziende partecipate dal Campidoglio.
AMA ROMAAMA ROMA

CAMBIO DI ROTTA

Il 15 dicembre Bina avverte per iscritto i sindacati dell'«assoluta necessità di dare seguito alle reciproche obbligazioni dal primo gennaio».

Dunque nessun rinvio dell' applicazione del nuovo orario a 38 ore.

Ma nei giorni successivi viene scavalcato.

È l' amministratrice unica Antonella Giglio (avvocato, romana, di diretta nomina della sindaca Raggi) a parlare con i sindacati e a sposare la loro linea: il nuovo orario non entra in vigore, l' aumento di paga sì.

La trattativa viene prolungata almeno di due mesi per approfondire imprecisate «esigenze della città». 

Nonché allargata ad altri temi e richieste (ulteriori soldi alla voce «produttività», non bastavano quelli del contratto nazionale?). Per ragioni tecniche (febbraio è mese di congressi sindacali, si ferma tutto) il nuovo orario di fatto non entrerà in vigore prima di aprile. Perché Roma sguazza mentre altrove i netturbini fanno sacrifici?

MASSIMO COLOMBANMASSIMO COLOMBAN - SOLO SLOGAN
I CONTI

All' Ama (quindi all' azionista Comune, quindi ai cittadini attraverso la tassa rifiuti) il ritardo nell' applicazione del nuovo orario di lavoro costa almeno un milione di euro al mese, tra retribuzioni e straordinari. 

Possibili ricorsi per danno erariale. 

E si apre anche una questione politica che investe la giunta Raggi: l' assessore alle partecipate Colomban, che prometteva tagli e efficienza, era informato che il Comune patrocinava un accordo in senso contrario?

Il sindaco ha avuto un ruolo?


E perché il vertice dell' Ama, in assenza di atti formali del Comune, cita come decisivo, in una questione organizzativa, l' intervento del Campidoglio, che non ha titolo diretto?

Fonte: qui

ANCHE L'EX CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE BERTOLASO ATTACCA: "TROPPI RITARDI NEGLI INTERVENTI E POI SUL MALTEMPO CI SI MUOVE IN ANTICIPO"

"Inefficienze ed errori.

Nell'emergenza manca la catena di comando"

L'ex capo della Protezione Civile: "Avessi fatto certi sbagli mi avrebbero spellato vivo"


Roma - Dottor Bertolaso, lei ha assunto una posizione molto dura sulla gestione recente della Protezione Civile, puntando il dito contro l'attuale catena di comando «duale».
GENTILONIABUSIVO E CIALTRONE

Per quale motivo?
«Purtroppo c'è stata una interferenza della politica che non doveva essere accettata. Mi fa male e non trovo giusto vedere che lo sforzo immenso compiuto nel primo decennio del Duemila per migliorare l'organizzazione della Protezione Civile venga dissipato in questo modo. Un patrimonio di competenza e passione buttato via per gli errori della politica». 
Non teme l'accusa di voler speculare sul dolore(cioè le scuse di quegli sciacalli e parassiti che campano vendendo parole!!!)?
«No. Io non faccio polemiche generiche, entro nel merito, segnalo fatti e circostanze, cerco di accendere i riflettori sui colli di bottiglia. Le inefficienze e gli errori commessi in questi giorni sono sotto gli occhi di tutti. Siamo un Paese del G8, non è accettabile quello che sta accadendo a 100 chilometri da Roma dopo sei mesi di emergenza. Se un medico si trova di fronte una persona che sta male cerca di aiutare e fa una diagnosi. La macchina dei soccorsi va migliorata, non possiamo subire in silenzio una vergogna come quella di queste ore».
Non teme di suscitare malumori tra gli operatori della Protezione Civile?
«Tanti operatori del volontariato sono disorientati da ciò che sta accadendo. La Protezione Civile è una grandissima squadra, va messa in condizione di operare al meglio. I risultati, purtroppo, sono sotto gli occhi di tutti».
Se quello che sta accadendo in queste ore fosse avvenuto con lei ancora in carica cosa le avrebbero detto?
«Mi avrebbero spellato o costretto a emigrare. Invece mi sembra che l'approccio sia quello di far trascorrere il tempo e far finire tutto a tarallucci e vino».
BERTOLASOGUIDO BERTOLASO
Ritiene sia stato un errore concentrarsi sulla ricostruzione con la nomina di Errani invece che sulla gestione dell'emergenza?
«Nominare Errani a macerie neppure rimosse è stato un errore di Renzi per questioni di alchimie politiche. Il punto è che è stata disarticolata la catena di comando e controllo. Chi comanda di fronte a un'emergenza, chi è che dà gli ordini? Curcio o Errani? Oppure Zingaretti e i presidenti di Regione? 
L'emergenza non è una ginnastica democratica, è una questione serissima, la tempestività può salvare vite umane. E in Italia l'emergenza è continua tra vulcani, nevicate, terremoti, incendi, il rischio idrogeologico del nostro territorio».
In Centro Italia lei ritiene ci sia stata una sottovalutazione dei rischi collegati al maltempo?
«Sì, si sapeva che erano previste violente nevicate. Io stesso dovevo andare nelle Marche ma ho rinviato dopo aver visto le previsioni del tempo. Bisognava adottare misure preventive, rinforzare i tralicci, fare arrivare mezzi dalle Regioni dove in queste ore ci sono le margherite. Sa quante turbine ha la Società Autostrade? Circa 250. Ne sono state usate una quindicina».
Zamberletti, il padre della Protezione Civile, sostiene che questa situazione è più difficile da gestire rispetto a quella de L'Aquila perché il territorio interessato è più esteso.
«Zamberletti scopre l'acqua calda, ma oggi la popolazione interessata è il 10% di quella colpita dalla tragedia del 2009 a L'Aquila. Le realtà che oggi sono rimaste isolate andavano protette e preparate nei momenti in cui non ci si trovava in emergenza. La mia parola d'ordine era: non lasciare mai nessuno solo. Miracoli non è possibile farne, ma bisogna pianificare, prevedere, organizzare».
Lei ha dichiarato di essere stato in incognito ad Amatrice. Quale situazione ha trovato?
«Ho trovato le macerie. Mi sembra si stia procedendo con una lentezza estenuante. Sinceramente non si ha la sensazione di una macchina che sta funzionando».

giovedì 19 gennaio 2017

LA RABBIA DEI PENDOLARI PER I NUOVI PREZZI DEGLI ABBONAMENTI TRENITALIA, CON RINCARI TRA IL 20 E IL 35%

“SU 1500 EURO 400 LI DOBBIAMO SPENDERE PER IL FRECCIAROSSA. NON ABBIAMO ALTERNATIVE, INTERVENGA IL GOVERNO”

Stefano Parola per “la Repubblica”

FRECCIAROSSAFRECCIAROSSA
È facile distinguerli: a differenza degli altri, i pendolari non hanno la valigia e poi parlottano tra loro tirando fuori espressioni tipo «che vigliacchi», «è una vergogna», «l’amministratore delegato ha il coraggio di dire che è pure un prezzo basso!» e avanti così. Si confrontano sulla decisione di Trenitalia che cambierà la vita di alcuni di loro: i rincari tra il 20% e il 35% degli abbonamenti mensili sui Frecciarossa. Alla stazione Centrale di Milano, Massimo Carrara e Fulvio Matteis aspettano il convoglio delle 18.05 per Torino.

Lavorano per una società assicurativa, dal lunedì al venerdì, e il costo della loro tessera mensile a febbraio passerà da 340 a 408 euro: «Ma Trenitalia pensa che veniamo in gita a Milano? Ci spostiamo per lavorare e c’è chi guadagna 1.500 euro e ne dovrà lasciare più di 400 per strada», si sfoga Massimo. Però per chi usa i Frecciarossa tra le 9 e le 17 la tessera costerà fino al 15% in meno. «È una presa in giro: ma quale pendolare potrà mai permettersi di prendere i treni solo in quella fascia?», fa notare Fulvio.
MOLTI PENDOLARI IMPOSSIBILITATI A RAGGIUNGERE IL POSTO DI LAVOROMOLTI PENDOLARI IMPOSSIBILITATI A RAGGIUNGERE IL POSTO DI LAVORO

Eppure al lavoro bisogna pur andare: «Purtroppo a Torino le opportunità sono sempre meno, quindi o Milano o niente», dicono i due impiegati. Negli ultimi anni sono parecchi a essersi trovati di fronte al bivio: fare avanti e indietro o diventare disoccupati. Giuseppe Callagher siede nella carrozza 6 e lavora alla Lufthansa, che ha deciso di chiudere a Torino e di spostare i 12 impiegati a Milano. Ai tempi, racconta, «ci avevano indorato la pillola proprio con l’alta velocità: “Vi sposterete tra una città e l’altra in 45 minuti”, ci dicevano».

È successo lo stesso in aziende come Maire-Tecnimont, L’Orèal, Ibm, i cui dipendenti torinesi si sono tenuti aggrappati al posto trasformandosi in “pendolari ad alta velocità”. «I miei colleghi che non hanno accettato di trasferirsi non hanno più trovato un impiego », racconta Rowena Rancoita, dipendente di una multinazionale danese, che per arrivare da casa sua a Torino all’ufficio di Milano si sveglia alle 5.45 e prende sei mezzi di trasporto diversi per poi rincasare alle 19 passate.
floris conduce tutto il frecciarossaFLORIS CONDUCE TUTTO IL FRECCIAROSSA

In fondo, si poteva fare: un’ora di Frecciarossa al mattino, un’altra alla sera, più il tempo per raggiungere le stazioni.

L’ultima stangata però fa male: «Fino a giugno 2015 pagavamo 295 euro al mese e potevamo sederci ovunque. Poi è arrivato l’obbligo di prenotare e la multa di 10 euro per chi non lo fa. Ora c’è quest’altro aumento. Non dimentichiamo che molti devono anche abbonarsi ai mezzi pubblici: 35 euro al mese a Milano e 38 a Torino», riassume Alberto Novara, geometra e pendolare.

Chi deve viaggiare anche nei weekend pagherà l’abbonamento del Torino-Milano 459 euro, che diventano 532 con le due tessere di bus e tram. Per qualcuno vuol dire mezzo stipendio, per altri un terzo. «Io sto pensando di trasferirmi a Novara, o di viaggiare con i regionali veloci, anche se è dura perché ci mettono almeno 100 minuti anziché 60», dice Alberto. Alessandra Magni annuisce: «Sto ragionando se chiedere un part-time e venire a Milano solo due o tre giorni a settimana».
pendolari torino milanoPENDOLARI TORINO MILANO

Vilma Battagliotti è sotto choc: «Lavoravo a Roma, ho accettato il trasferimento a Milano per avvicinarmi a casa. Viaggio da dieci giorni e questo aumento è arrivato all’improvviso». Giuseppe Callagher se lo aspettava: «Ma pensavo fosse di 20 euro, non di più».

Invece la “metropolitana d’Italia” non è poi così alla portata di chi viaggia abitualmente. Per le società dell’alta velocità i pendolari sono anti-economici: Ntv non fa abbonamenti, Trenitalia li ha resi più cari per offrire un servizio «in equilibrio economico», come ha spiegato l’ad Renato Mazzoncini ieri a Repubblica.

Il fatto è che il servizio è così comodo che è difficile rinunciarvi. Prendere i regionali? «Vuol dire passare la vita sul treno», lamentano i pendolari. I bus? «Ci mettono troppo e restano intrappolati nel traffico». L’auto? «Ma lo sa di quanto è rincarata l’autostrada?». Quindi, cosa serve?

pendolari torino milanoPENDOLARI TORINO MILANO
«Intervenga il Governo», chiedono i viaggiatori, come fanno pure tanti amministratori locali e politici. Per sentire una voce fuori dal coro bisogna arrivare a Torino. Dal treno scende un noto economista(tanto lui mangia a spese della collettività, sparando sentenze sul lavoro ed i disagi altrui!!!)), che accetta di dire la sua pur di non essere citato: «È una questione complessa. La vita a Torino costa molto meno che a Milano e quindi le persone risparmiano. Ma è giusto che lo facciano a spese della collettività?».
Fonte: qui

DA AGOSTO SI SONO REGISTRATE 45 MILA SCOSSE IN ITALIA CENTRALE: UNA OGNI 5 MINUTI!

MA LE QUATTRO IN POCHE ORE DI IERI METTONO IN ALLERTA I GEOLOGI: LA SUCCESSIONE RAVVICINATA E’ AVVENUTA ATTRAVERSO UN "CONTAGIO LATERALE" TRA LE FAGLIE

IL GEOLOGO MARIO TOZZI: “SE I SEGMENTI SI FOSSERO ATTIVATI INSIEME, SI SAREBBE POTUTO GENERARE UN TERREMOTO MOLTO PIÙ FORTE. NON SAPPIAMO SE CI SARÀ UN RILASCIO ‘DISTRIBUITO’ E GRADUALE DELL'ENERGIA SISMICA, OPPURE UN RILASCIO ‘ESPLOSIVO’, CON SCOSSE PIÙ FORTI. L’APPENNINO STA CARICANDO ANCORA ENERGIA IN PROFONDITÀ”

“PURTROPPO DA NOI IL TERREMOTO CHE AVREBBE DOVUTO SEGNARE UN SVOLTA CULTURALE DECISIVA, QUELLO DI REGGIO E MESSINA DEL 1908, NON LO HA FATTO. MENTRE NEGLI USA..."

Mario Tozzi per “la Stampa”

I terremoti sulla Terra sono frequenti come le tempeste e dunque non deve meravigliarci quanto sta accadendo. E cioè che da agosto a oggi si siano registrate oltre 45.000 scosse in Italia Centrale, una ogni cinque minuti circa. Semmai è la nostra memoria di sapiens a essere troppo limitata per ricordare una successione così ravvicinata di scosse superiori a magnitudo 5 Richter tutte in una stessa zona (stavolta quattro in quattro ore, un evento che non è identico ad altri recenti).

Ma, detto questo, non si ravvisa nulla di anormale nella sequenza sismica che si è aperta lungo un segmento più meridionale della stessa struttura già responsabile dei sismi di Amatrice e Norcia. «Coppie» sismiche si registrarono, per esempio, anche in occasione di sismi dell' Irpinia (1980) e dell'Umbria-Marche (1997), per non parlare di quello del 24 agosto scorso proprio ad Amatrice. Sono appunti di uno stesso pro memoria inviatoci periodicamente dalla Terra per impedirci di dimenticare che l'Italia è il Paese geologicamente più attivo del Mediterraneo e che l'immunità dal rischio naturale non rientra nei valori negoziabili dagli umani.
TERREMOTO CENTRO ITALIATERREMOTO CENTRO ITALIA

Si tratta di una faglia, o, meglio, di un sistema di faglie gemelle, parallele e con la stessa dinamica, che si è (ri)attivata prima ad Amatrice (agosto, magnitudo 6 Richter), poi più a Nord a Visso (settembre, 5,6), poi un poco più a Sud, a Norcia (ottobre, 6,5) e ieri decisamente più a Sud a Montereale. I segni delle scosse precedenti sono ben visibili lungo tutto il tratto affiorante della faglia stessa (più di 15 km ormai), soprattutto alla base del Monte Vettore.
TERREMOTO NEL CENTRO ITALIATERREMOTO NEL CENTRO ITALIA

Questa famiglia di faglie sembra come contagiarsi l'una con l' altra, ed effettivamente è proprio quello che starebbe accadendo: non esattamente un effetto-domino classico, visto che non è iniziato da un capo, bensì nel mezzo (e poi si è spostato prima a Nord, poi a Sud), ma comunque uno scarico di energia da una faglia all' altra.

Si tratterebbe di una «propagazione laterale» della sismicità, come sostengono i dati del Cnr: allo scarico della zona ipocentrale precedente corrisponde un carico sui frammenti laterali adiacenti alla faglia stessa. Sono questi frammenti a essersi rotti e ad aver generato gli ultimi terremoti di ieri. La stessa dinamica registrata a fine ottobre dell' anno scorso. Come già avevamo scritto, il contagio può avvenire dopo anni o decine di anni, ma anche dopo giorni o mesi, come sembra stia accadendo oggi. La propagazione laterale favorisce una serie di terremoti forti ma, in generale, non fortissimi: una tendenza che speriamo si ripeta anche stavolta.
terremoto massamartanaTERREMOTO MASSAMARTANA

Se tutti i segmenti della faglia si fossero attivati tutti insieme, si sarebbe potuto generare un terremoto molto più forte. Come in tutti gli altri casi, non possiamo prevedere la futura evoluzione di questa sequenza, se sarà un rilascio «distribuito» e graduale dell' energia sismica, oppure un rilascio «esplosivo», attraverso scosse ancora più forti. Sicuramente l’Appennino sta caricando ancora energia in profondità e cerca un nuovo assetto sprofondando periodicamente verso il basso. Questo accade da decine di migliaia di anni e accadrà ancora per millenni. In questo contesto, l' attivazione di nuove faglie o di segmenti di antiche non è una probabilità, è una certezza.

norcia dopo il terremotoNORCIA DOPO IL TERREMOTO
Lo sprofondamento del settore di Castelluccio è stato valutato in circa un metro complessivo: se moltiplichiamo questo dato, ottenuto in pochi mesi, con quello che è accaduto nel corso delle decine di migliaia di anni, si comprende bene come tutto il paesaggio dell' Appennino, dalla cresta montuosa alla pianura, sia di origine sismica.

Una delle ragioni per cui questo rischio deve entrare nella nostra cultura molto più di quanto sia accaduto in passato, informandone i comportamenti e spazzando via quel fatalismo che già vediamo venire invocato. Non c'è nessun «mostro» nel sottosuolo, come sentiamo incredibilmente ripetere (pure da chi vive in zona classificata S1 a massimo rischio), che se la prende, implacabile, con chi è già stato colpito, ma solo la nostra ostinazione a non voler tener conto che l'Italia è fatta di borghi e di faglie, di monumenti e terremoti, entrambi parte fondante del nostro Paese.

TERREMOTO CENTRO ITALIATERREMOTO CENTRO ITALIA
Qualche dato positivo c'è: in Italia le faglie non sono mai lunghissime (meno di 40 km) e i blocchi di crosta terrestre coinvolti sono di dimensioni limitate, ragione per cui difficilmente i sismi superano magnitudo 7 Richter. Però, invece di scrollarsi la polvere dalle spalle, come dovremmo fare se avessimo costruito bene e mantenuto meglio, a ogni terremoto contiamo vittime e danni da Paese mediorientale.

Purtroppo da noi il terremoto che avrebbe dovuto segnare un svolta culturale decisiva, quello di Reggio e Messina del 1908, non lo ha fatto. Mentre il terremoto di San Francisco (1906) e quello di Yokohama (1923) hanno cambiato l'orizzonte culturale di quei Paesi portandoli a pianificare di conseguenza costruzioni e comportamenti, nonostante sismi di magnitudo anche superiore a 8.

Fonte: qui

"CI SONO MOLTI MORTI" 

TERREMOTO INFINITO, UNA VALANGA TRAVOLGE HOTEL ALLE PENDICI DEL GRAN SASSO, SI CERCANO 30 DISPERSI 


ESTRATTA LA PRIMA VITTIMA, DUE PERSONE IN SALVO 

IL PRESIDENTE DELLA PROVINCIA: "L'EDIFICIO E' STATO SPOSTATO DI DIECI METRI" - VIDEO


HOTEL RIGOPIANOHOTEL RIGOPIANO
"Ci sono tanti morti". Lapidarie le parole di Antonio Crocetta, uno dei capi del Soccorso alpino abruzzese che da ieri sera si é messo in marcia con gli sci insieme agli altri per raggiungere l'Hotel Rigopiano. Due persone messe in salvo, ma ci sono ancora molti dispersi. E purtroppo molti morti.






valanga di neve su un hotel a rigopiano 9VALANGA DI NEVE SU UN HOTEL A RIGOPIANO 9
I soccorritori sono riusciti a raggiungere intorno alle 4 l'hotel Rigopiano, nel comune di Farindola in provincia di Pescara, travolto ieri da una valanga, conseguenza delle nuove scosse di terremoto che hanno colpito il centro Italia. La struttura ospitava fra le venti e le trenta persone. I due messi in salvo sono Giampiero Parete e Fabio Salzetta, che al momento della slavina si trovavano all'esterno della struttura. Sono in buone condizioni fisiche; si erano riparati all'interno di un'auto.

"Sono in salvo due persone - scrive il presidente della Provincia di Pescara, Antonio Di Marco sul suo profilo Facebook - le stesse che avevano mandato il messaggio di aiuto. Ci sono parecchi feriti, ma non si sa ancora quanti sono ancora dispersi o addirittura morti. Certo che la struttura è stata presa in pieno dalla slavina, tanto che si è spostata di dieci metri". Il sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, sempre su Facebook, scrive "la valanga è di grandi dimensioni e ha coinvolto integralmente l'hotel. La zona resta pericolosa per eventuali distacchi".

Fonte: qui
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SOCCORRITORI HOTEL RIGOPIANOSOCCORRITORI HOTEL RIGOPIANO

L'allarme è stato dato da due clienti dell'albergo. "Purtroppo è accaduta una terribile tragedia sembrerebbe ci siano delle vittime, ma è tutto da confermare" ha scritto su Facebook il presidente della provincia di Pescara Antonio Di Marco. A Rigopiano era in corso una bufera di neve, fra gli ospiti dell'albergo ci sarebbero anche due bambini. Sembra che alcuni ospiti siano riusciti ad andar via prima che la slavina si abbattesse sulla struttura ma ancora non è chiaro quanti siano riusciti a mettersi in salvo. Ieri, poco prima della tragedia, la direzione dell'hotel aveva informato che "a causa delle condizioni atmosferiche e delle forti nevicate, le linee telefoniche erano interrotte", invitando i clienti a contattare l'hotel all'indirizzo di posta elettronica. "Aiuto aiuto stiamo morendo di freddo": così una coppia ospite dell'albergo ha scritto ai soccorritori con un sms.
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Dalla mezzanotte sono state 82 le scosse di terremoto registrate nelle aree del Centro Italia. Le più forti, di magnitudo 3.5 sono state registrate dall'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) alle 2,28 in provincia di L'Aquila, ad una profondità di 10 chilometri. La scossa si è verificata a 3 chilometri da Montereale e 5 da Capitignano. La seconda scossa, sempre di magnitudo, 3.5 si è verificata nella provincia di Rieti alle 2.53, ad una profondità di 8 chilometri. La scossa si è verificata a 4 chilometri da Amatrice.
SOCCORRITORI HOTEL RIGOPIANOSOCCORRITORI HOTEL RIGOPIANO



HOTEL RIGOPIANO SOCCORSIHOTEL RIGOPIANO SOCCORSI

Donald Trump ha bisogno di creare un movimento – e velocemente!

Se Trump avrà successo, allora avrà bisogno di creare un nuovo movimento politico, e dovrà sostenerlo.

Le elezioni americane del 2016 sono state per molti aspetti abbastanza “eterodosse”, e altrettanto sarà la presidenza di Donald Trump. Se avrà successo, allora avrà bisogno di creare un nuovo movimento politico, e dovrà sostenerlo. Il momento è particolare e richiede un approccio al potere differente: tutti sono allineati contro di lui e contro la volontà politica del Paese.

E’ tradizione che quando il candidato di uno dei maggiori partiti viene eletto presidente, questi venga designato automaticamente capo del suo partito. Ma sembra che a questo giro elettorale tale regola non si applichi al Partito Repubblicano. Trump tecnicamente potrebbe guidare il GOP [Grand Old Party, acronimo con cui viene popolarmente indicato il Partito Repubblicano], ma il comportamento dell’establishment del partito lascia intuire un’altra volontà. Vi è la possibilità infatti che Trump possa assistere al boicottaggio del proprio programma legislativo da parte del GOP – sebbene controlli entrambe le Camere del Congresso. Si tratta veramente di un insieme di circostanze abbastanza straordinarie.

Abbiamo già visto il senatore John McCain e Lindsey Graham (meglio noti come Scemo & più Scemo) agire di testa propria, andando a fare visita al regime di Kiev – in totale contraddizione rispetto al desiderio di Trump di migliorare le relazioni con la Russia. Ma Scemo & più Scemo non sono l’unico problema. Ben prima dell’insediamento di Trump, infatti, si è creato un consenso – guidato da Barack Obama – volto a bloccare la “perestroika” della nuova amministrazione rispetto al Cremlino.

Superfluo aggiungere che i democratici non sono nello spirito giusto per dare una mano al nuovo Presidente. C’è il rischio reale quindi che alcuni dei repubblicani possano colludere con i democratici per far deragliare il programma politico di Trump.

I media mainstream corporativi non hanno ancora digerito l’idea di “Donald Trump Presidente”. Ed è molto improbabile che ciò avvenga. Per farlo, dovrebbero infatti confrontarsi con la loro mancanza di professionalità e la loro faziosità. Non ci dovremo sorprendere quindi di venire a conoscenza di episodi di notizie distorte o false. Il mainstream è la principale fonte della maggior parte delle notizie false, e dovremo aspettarci quindi una campagna senza sosta volta a costruire un universo alternativo e parallelo della narrazione dei fatti, con l’obiettivo di indebolire Trump e la sua amministrazione. Washington Post, New York Times, e CNN stanno già tracciando la strada in questa direzione.

Trump ha bisogno di un movimento per superare tutte questi ostacoli. Trump è certamente un novizio da un punto di vista politico, ma è un’autorità per quanto riguarda la creazione dell’immagine e il controllo della comunicazione. Aggiungeteci anche i social media, e Trump diventa un giocatore eccezionale ed una vera forza.

I mezzi per il suo nuovo movimento dovrebbero essere Facebook e Twitter. Trump dovrebbe semplicemente ignorare “la propaganda dei media corporativi mainstream”. Rivolgersi direttamente alle persone, attraverso i social media, che l’hanno aiutato a vincere le elezioni, e lo aiuteranno anche a governare. Se Facebook e Twitter tentano di boicottarlo, allora Trump dovrebbe nazionalizzare entrambi, dichiarandoli servizi pubblici.

Il nuovo movimento di Trump dovrebbe rinvigorire lo spirito della democrazia che la classe politica e la cabala dei finanziatori privati hanno rubato ai cittadini. Il movimento di Trump funzionerebbe anche come un forte monito per ribadire all’establishment chi è adesso al potere. Il GOP, i democratici ed i media pensano di poter vincere in astuzia Trump, e cancellare la sua amministrazione prima ancora che questa si insedi. Trump ed i suoi sostenitori dovrebbero far sentire all’establishment la propria presenza. Questo è Trump, e ciò per cui i suoi elettori hanno votato.

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Articolo di Peter Lavelle pubblicato su The Duran il 3 gennaio 2017

Traduzione in italiano a cura di Francesco Pastoressa per Sakeritalia.it

mercoledì 18 gennaio 2017

IL MANAGER DI UBI CHE SPARA A ZERO CONTRO I VERTICI DELL'ISTITUTO

IL RESPONSABILE DELL'ANTIRICICLAGGIO DI UBI BANCA RIVELA AI MAGISTRATI TUTTE LE PORCHERIE NELLA GESTIONE DELLA BANCA, TRA EVASIONI, CAPITALI ALL'ESTERO, FILIALI IN PARADISI FISCALI CHE FINISCONO NEI PANAMA PAPERS E TRATTAMENTI SPECIALI PER CLIENTI ''SOSPETTI''

Maurizio Tortorella per La Verità

L’annotazione di servizio dei carabinieri è di sole 10 cartellette, quasi una goccia in un mare di oltre 46.000 pagine, depositate lo scorso 17 novembre dalla Procura di Bergamo alla chiusura delle indagini contro 39 indagati per una serie di presunti, gravi illeciti nella gestione di Ubi Banca.
UBI BANCA BRESCIAUBI BANCA BRESCIA

Ma quelle 10 cartellette contengono accuse durissime nei confronti dei vertici del quarto gruppo creditizio italiano: accuse quasi incredibili, ma tutte molto circostanziate e provenienti da una fonte decisamente autorevole, visto che ad affidarle agli investigatori nel maggio 2014 fu Roberto Peroni, all’epoca responsabile dell’Ufficio rischi di riciclaggio, finanziamento al terrorismo, segnalazioni operazioni sospette e indagini penali di Ubi Banca, cioè uno dei principali organi di controllo interni all’istituto.

Ora la denuncia di Peroni, di cui La Verità è entrata in possesso, dovrà ovviamente essere verificata e confermata in un giudizio che dev’essere ancora richiesto dalla Procura: ma rischia di aprire un nuovo fronte giudiziario particolarmente gravoso per alcuni dei 39 indagati di Bergamo. Le 10 paginette riguardano soprattutto l’industriale bresciano dell’acciaio Franco Polotti, al momento della denuncia (e fino al 14 aprile 2016) presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca.

Dopo una serie di segnalazioni interne, a suo dire frustrate dai vertici dell’istituto, il 23 maggio 2014 Peroni si decide a raccontare ai carabinieri quel che sostiene di aver visto. Chiede così un contatto via email con il comando dell’Arma, a Roma, e viene interrogato quattro giorni dopo, a Brescia. A due marescialli e un appuntato, che registrano le sue parole, il manager denuncia i collegamenti tra Polotti e Mariliano Mazzoleni, imprenditore dei rottami ferrosi e cliente della banca.

Su di lui, Peroni racconta parecchie cose: che la Popolare di Bergamo avrebbe già segnalato all’Ufficio italiano cambi nel 2005 per «movimentazioni milionarie della società rottami Cmps, poi liquidata», e che l’uomo sarebbe stato anche indagato per inquinamento ambientale. Ma quel che più conta è quel che Peroni dichiara di aver visto con i suoi occhi, come responsabile dell’antiriciclaggio di Ubi Banca: «Ci arriva una se- gnalazione di operazione sospetta », racconta, «per un rimpatrio di ingenti quantità di denaro dalla Svizzera: stiamo parlando di 3,7 milioni di euro su un conto scudato, tramite una fiduciaria che abbiamo più volte segnalato per attività sospette e alla quale abbiamo chiuso tutti i rapporti perché evidentemente “scudava”, cosa che non potevamo accettare » .

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Peroni consegna ai militari copia delle segnalazioni che il suo ufficio ha fatto all’Unità di informazione finanziaria, cioè l’Uif, che dal 2008 è subentrata all’Ufficio italiano dei cambi come autorità centrale antiriciclaggio. Poi continua nella sua denuncia e racconta che contro Mazzoleni era stato addirittura disposto il sequestro di un’azienda, la Aom rottami: «Questa, però, è stata poi esclusa dall’indagine in quanto non controllata direttamente dal soggetto (cioè Mazzoleni, ndr), ma solo indirettamente. Perché c’era anche un altro socio. Allora noi facciamo gli approfondimenti e si scopre che l’altro socio di questa Aom rottami, al 50 per cento, è la Ori Martin, acciaierie e ferriera di Brescia: riconducibile come proprietà al presidente del consiglio di gestione di Ubi Banca».

Insomma, le indagini del responsabile dell’antiriciclaggio di Ubi gli fanno comprendere, a sorpresa, che l’uomo su cui sta indagando è in affari proprio con Polotti, cioè con il numero uno della sua banca. E sul punto, oltre alla denuncia, Peroni sembra voler consegnare ai carabinieri anche il suo personale scandalo:
PIERO GUSSALLI BERETTAPIERO GUSSALLI BERETTA

«Che un’azienda come la Ori Martin, con l’immagine e lo standing che ha su questa piazza, veda il suo presidente mettersi in società al 50 per cento con un soggetto che, stante il ruolo che Polotti ha in questo gruppo, sicuramente lo portava a conoscenza del fatto che (Mazzoleni ,ndr) è già stato inquisito in passato per queste cose e che grazie a queste attività ha portato notevolissime disponibilità economiche anche all’estero, che in parte ha scudato e fatto ritornare in Italia, e che quindi si è messo in società, mi si permetta di dire, con un disonesto…».

Dice proprio così, Peroni: usa il termine «disonesto», e l’aggettivo introduce una categoria moralistica, in quanto tale opinabile e certamente non condivisibile, nei confronti di chi non abbia subìto finora condanne definitive. Ma ben più grave è la sequenza di accuse che segue. Perché Peroni sostiene che Mazzoleni avrebbe fatto rientrare in Italia «notevoli capitali» tramite la fiduciaria Ser-Fid «che era quella che gli ha scudato alcuni rapporti che ha in Lussemburgo». E qui parte la denuncia più grave: «La Ubi Banca International in Lussemburgo», dichiara Peroni, «è in pratica la banca utilizzata dagli amici degli amici per fare le peggio schifezze ».

Va ricordato, a questo punto, che la Ubi Banca international del Lussemburgo, di cui nel maggio 2014 era presidente l’industriale bresciano delle armi Piero Gussalli Beretta, è comparsa anche nei cosiddetti «Panama papers»: una massa di 2,5 terabyte di dati, pubblicati nell’aprile scorso e provenienti da una fonte anonima interna allo studio legale panamense Mossack- Fonseca, che avrebbe curato gli interessi di centinaia e centinaia di soggetti (anche italiani) desiderosi di sottrarsi al fisco.
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Quell’immensa massa d’informazioni è stata minuziosamente analizzata, elaborata e pubblicata dai giornalisti dell’International consortium of investigative journalists, un circuito internazionale di cui in Italia fa parte l’Espresso . Quando ai primi dell’aprile 2016 l’Espresso aveva rivelato l’esistenza «di 40 sigle offshore, registrate a Panama e alle isole Seychelles, che appaiono legate a Ubi» attraverso la sua controllata lussemburghese, la banca prima aveva negato tutto.

Poi il 28 aprile, in meno di un mese, aveva velocemente ceduto Ubi International a una banca di Zurigo, la Efg International. E Beretta aveva lasciato la sua presidenza per diventare vicepresidente vicario nel consiglio di sorveglianza del gruppo Ubi. Ma torniamo a Peroni e alla sua denuncia.

Sulla filiale di Ubi in Lussemburgo, nel 2014 il capo dell’antiriciclaggio racconta ai carabinieri di essersi scontrato con un vero muro di gomma, all’interno del suo stesso istituto: «C’erano cose», sostiene, «che non si voleva fare emergere.

(…) Mi è stato inibito di farlo, e le inibizioni arrivavano anche sulle cose più allucinanti. Faccio due esempi pratici. Sono riuscito a ottenere che la (nostra , ndr) banca lussemburghese sottoponesse ogni nuovo potenziale cliente a un’analisi preliminare per verificare se c’erano pregiudiziali: se aveva avuto indagini penali, se aveva un rischio di riciclaggio, se fosse stato oggetto di segnalazione di operazione sospetta.

(…) Inizio a ottenere queste evidenze, e ogni settimana c’è qualche nostro cliente italiano che apre rapporti in Lussemburgo. Sono tutte persone che in Italia hanno basso rischio. Allora ai miei superiori faccio un ragionamento: scusate, ma se io voglio fare investimenti all’estero e sono a rischio basso o irrilevante, posso farlo tramite la mia filiale italiana; nel momento in cui invece voglio aprire un conto in Lussemburgo è perché ho qualcosa da movimentare o da gestire che in Italia non verrebbe accettato come lecito».

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Peroni propone quindi ai suoi superiori di elevare per tutti quei clienti «anomali» il livello di rischio riciclaggio. È una misura forte, probabilmente eccessiva in certi casi. Ma la risposta che gli arriva dalla banca è, a sua volta, eccessivamente garantista: «La risposta è stata: dimentica di aver fatto questa proposta». Infine, Peroni passa a un altro capitolo che definisce «allucinante », quello delle nomine.

E ai carabinieri racconta che nel marzo 2014 Ubi ha provveduto al rinnovo del consiglio d’amministrazione. Tra i premiati sono due figli di ex presidenti del consiglio di sorveglianza di Ubi Banca: Cristina Faissola, figlia di Corrado, l’avvocato che dal 2006 al 2010 è stato anche presidente dell’Associazione bancaria italiana (è poi deceduto nel dicembre 2012); e Matteo Zanetti, figlio di Emilio. «Hanno trovato entrambi un posto», dice Peroni, «uno nel consiglio d’amministrazione della Popolare di Bergamo, l’altro nel consiglio della Banca Regionale Europea. Non hanno alcuna competenza specifica, se non il fatto di essere della famiglia».

La famiglia, già. E proprio sui Faissola, Peroni aggiunge un altro carico da 90: «Mesi fa», dice ai carabinieri, «ho avuto evidenza che il fratello di Corrado Faissola avesse fatto arrivare dalla Svizzera 350.000 euro in tranche da 50.000. Ho detto (ai miei superiori, ndr): questa è importazione di capitali, dobbiamo segnalarla all’Uif. No, non puoi segnalarla. E perché non posso? Vedi, mi hanno detto: l’ordinante è il figlio, un alto dirigente della Deutsche Bank a Londra, quindi guadagna molto, e può mandare soldi al padre. Ma io replico: i soldi arrivano dal Credit Suisse di Basilea, che cosa ha a che fare con la Deutsche Bank di Londra? Questi sono soldi che l’avvocato Faissola (Corrado , ndr) aveva illecitamente in Svizzera, e che dopo la sua morte il fratello sta facendo rientrare». Sospetti motivati o eccessivi, quelli di Peroni? Al momento non è dato saperlo.

Contattata dalla Verità , Ubi Banca oggi risponde alle dure accuse del suo manager sottolineando che la stessa Procura di Bergamo non deve avere trovato particolari riscontri alle sue parole, se è vero che nessuno dei capi d’accusa elevati nei confronti degli indagati contempla quel tipo d’ipotesi di reato.
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Nel verbale del maggio 2014 il manager si lamentava anche dell’eccessivo carico di lavoro, sostenendo fosse «una delle tecniche» per distrarlo dai suoi compiti: «Il fatto di ammazzarmi di lavoro è per impedirmi di avere tempo per fare altri approfondimenti », spiegava. 

È un dato di fatto che dal suo ufficio all’antiriciclaggio, dove due anni fa gestiva 45 persone, Peroni è stato poi trasferito a un’altra società del gruppo. Oggi ha molti dipendenti in meno. E si occupa di factoring.


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