9 dicembre forconi

domenica 18 novembre 2018

È ufficiale, il Pd si sta suicidando



“Partito senza popolo”. Provate a googlare queste tre semplici parole e i risultati non vi lasceranno sorpresi: nelle prime cinque pagine (non siamo andati oltre, lo confessiamo) viene citato, nove volte su dieci, il Pd. È questo lo stato d’animo con cui il maggior partito della sinistra europea (fino alla prossima primavera) si sta avvicinando ad ampie falcate verso il suicidio finale: il congresso e le relative primarie. 

Quella che poteva essere l’occasione per una rifondazione, si trasformerà (si è già trasformata, in realtà) nell’ennesima, estenuante, resa dei conti tra correnti e correntine, capibastone sempre più stanchi e spuntati, peones preoccupati per il loro mutuo milionario, tifosi che si massacrano sui social e poi vanno a fare l’aperitivo in centro. Il tutto con sondaggi sempre più drammatici, che fotografano l’impossibilità del Pd di rappresentare un’alternativa a Lega e Cinque Stelle, nonostante i due movimenti di governo stiano facendo di tutto per agevolare il compito all’opposizione.

Ma quando un partito ha perso il contatto con la realtà in maniera così evidente, è difficile pensare di poter convincere l’elettorato a votarlo. Quindi il Pd ha deciso di concentrare tutte le sue attenzioni in ciò in cui non ha mai avuto rivali: autodistruggersi. Tre candidati principali in campo (probabilmente), oltre ad un gruppetto di candidati minori, per prendere la guida del partito e condurlo alle elezioni europee più importanti della storia. Nicola Zingaretti, il primo ad ufficializzare la sua corsa, Marco Minniti, che dovrebbe farlo in settimana, Maurizio Martina, l’uomo che si è caricato il partito sulle spalle dopo il disastro del 4 marzo. Un convitato di pietra: Matteo Renzi, che non ha mai veramente lasciato la guida del partito (comandando a bacchetta la corrente più numerosa al suo interno, soprattutto nei gruppi parlamentari), e che sta facendo letteralmente di tutto per far saltare il banco.

La situazione è tragicomica. 

Zingaretti, Minniti e Martina – al di là di qualche differenza spinta in maniera caricaturale dai rispettivi fan – sono dei candidati che non possono essere considerati così agli antipodi. 

Al primo viene accusato di voler rifare i Ds e a aprire il dialogo con i Cinque Stelle. 

Al secondo di aver spianato la strada a Salvini, con politiche disumane sui migranti. 

Al terzo un certo grado di opportunismo. 

Tutto questo nonostante Zingaretti abbia più volte smentito di volere un accordo con i grillini, Minniti abbia sempre parlato di sicurezza e integrazione come di due concetti inseparabili, Martina abbia fatto ciò che doveva fare per far sopravvivere il Pd alla disfatta elettorale. Eppure si è scelto di alimentare strumentalmente queste differenze, invece di trovare un’intesa che possa portare i dem a guidare quel listone anti-sovranista che il 56% dei loro elettori ha detto di desiderare in vista del voto europeo.

Invece nulla, nessuno fa un passo indietro. E si rischia così di precipitare verso una situazione paradossale, anch’essa già fotografata da tutti sondaggisti: nessuno dei tre candidati raggiunge il 50 per centro alle primarie, a decidere chi diventerà segretario sarà l’assemblea nazionale. Inutile dire che a quel punto, quel che resta del Pd, sarà in mano alle correnti. 

E il tutto diventerà un’ultima, disperata, corsa ad accaparrarsi quelle poche rendite di un potere che ormai non c’è più. Con un epilogo che sembra già scritto, anche perché già percorso da altri soggetti politici in passato, come il Psi post-Craxi. Cespugli in uscita dal Pd. Ad andare bene, lo scenario che potrebbe profilarsi, sarebbe quello di un partito che si divide in due: 

da una parte i renziani che vanno con Forza Italia a formare un partito di centro liberale, alla Macron; 

dall’altra il corpaccione del partito che si sposta a sinistra, tentando di dialogare con l’ala anti-governista dei Cinque Stelle. 

Forse c’è chi, addirittura, si potrebbe ricordare che esistono le politiche ambientali, dopo i successi dei Verdi in giro per tutta Europa. Ma potrebbe anche andare peggio.

Chi sicuramente non sta lavorando per l’unità è Matteo Renzi, che poi è anche la causa principale di quel che sta succedendo oggi. A qualche anno di distanza, si può dire con relativa certezza che il Pd non ha retto all’urto renziano. E che lo stesso ex sindaco di Firenze non ha retto la sfida di cambiare (in meglio) il Pd. Anzi, l’ha praticamente distrutto, sia politicamente, sia economicamente, sia a livello di percezione sociale.

Quel che succede oggi è il frutto di dieci anni di scelte sbagliate, da Veltroni in poi, e di due anni, gli ultimi, di corto circuito totale. Dalla campagna referendaria in poi non si contano i fallimenti, gli scontri inutili, le occasioni perse, la mancanza di una linea politica condivisa, l’incapacità cronica di saper parlare alla gente, l’inguaribile arroganza, il pressappochismo gestionale e amministrativo. E chi più ne ha più ne metta. L’autoimplosione è iniziata da tempoE vedere Renzi, ancora oggi, parlare di “fuoco amico” come unica ragione della sconfitta, tirare bordate ai compagni, riesumare il mantra morto e sepolto della rottamazione, lavorare scientificamente per far fallire qualsiasi ipotesi di segreteria che non dipenda direttamente da lui, fa la stessa tristezza di vedere ora il codazzo di politica residuale, una volta adorante e disposto a fare qualsiasi cosa per entrare nelle grazie del Giglio Magico, voltare le spalle al vecchio “capo” per cercare nuovi lidi.

Ciò che nessuno al Pd (e tra coloro che il Pd l’hanno abbandonato per cercare fortuna altrove, trovando solo delusioni ancora peggiori) ha capito è che quei lidi non esistono più. Sono stati travolti dall’ondata autoflagellatoria di un partito incapace di guardare oltre il proprio naso e che, forse per l’ultima volta, sta scrivendo l’ennesima pagina buia di una storia troppo brutta per essere vera.

Di Giulio Scranno

Da: Linkiesta

Fonte: qui


ALL’ASSEMBLEA DEL PD RENZI NON SI FA VEDERE, MARTINA LASCIA LA SEGRETERIA E MARCO MINNITI TACE SULLA CANDIDATURA ALLE PRIMARIE 

L’ASSENZA DELL’EX SEGRETARIO ERA PREVISTA MA NON FA CHE ALIMENTARE I SOSPETTI CHE VOGLIA MOLLARE IL PARTITO

MARTINA HA INCASSATO LA SUA PRIMA STANDING OVATION NEL MOMENTO IN CUI HA CONFERMATO LE DIMISSIONI…


maurizio martinaMAURIZIO MARTINA
Matteo Renzi non partecipa all’assemblea nazionale del Pd a Roma, all’hotel Ergife dove Martina ha formalizzato il suo addio alla segreteria accolto da un lungo applauso. Nel pomeriggio, il presidente dell’assemblea Matteo Orfini, dopo averne decretato lo scioglimento, ha avviato ufficialmente il percorso congressuale — dal momento che non è uscita nessuna candidatura con relativa raccolta di firme — Orfini, ha anche convocato la Direzione per l’elezione della Commissione che governerà il partito nei tre mesi di durata del Congresso.

L’ASSENZA DELL’EX PREMIER
gentiloni all assemblea nazionale pdGENTILONI ALL'ASSEMBLEA NAZIONALE PD
L’assenza di Renzi, comunque, era già nota da qualche giorno. Secondo alcune voci della vigilia, anche altri «renziani» sarebbero stati intenzionati a disertare per far mancare il numero legale. Ma così non è stato. In molti interpretano l’assenza dell’ex premier come una manifesta «lontananza» dal Pd: secondo alcuni, Renzi starebbe addirittura valutando se rimanere ancora nel partito o intraprendere una nuova avventura.

maurizio martinaMAURIZIO MARTINA




Lo dimostrerebbe il «like» postato tre giorni fa al commento di un suo sostenitore che su Facebook lo invitata ad uscire dal Pd «zavorra». Conferme arrivano anche da un parlamentare a lui molto vicino: il suo ruolo nel convegno sarà molto defilato, per lasciare spazio agli altri esponenti, il suo impegno principale sarà quello di svolgere al meglio il ruolo di senatore e di dare una mano in campagna elettorale per le amministrative di Firenze a sostegno di Dario Nardella.

L’appello del governatore del Lazio e candidato alla segreteria Nicola Zingaretti: «Venite a votare alle primarie. A chi scriverà le regole mi permetto di suggerire di far partecipare tutti eliminando quei due euro per venire a votare, non si deve pagare ma fare una sottoscrizione».
marco minnitiMARCO MINNITI

NESSUNA CANDIDATURA IN ASSEMBLEA
All’apertura formale del congresso, sulle note dell’inno di Mameli, Martina ha formalizzato le dimissioni da segretario. Chi si aspettava la candidatura ufficiale di Marco Minniti come suo successore è rimasto deluso: l’ex ministro dell’Interno ha lasciato l’assemblea nazionale senza rendere manifesta la sua decisione.

Secondo alcune voci, Minniti dovrebbe sciogliere domenica la riserva sulla sua candidatura alla segreteria dem anche se sembra ancora pesare sulla sua decisione la modalità della sua discesa in campo e, soprattutto, l’eventuale ticket con Teresa Bellanova. Un ticket di cui l’ex ministro, stando a quanto si apprende da fonti parlamentari vicine a Renzi, non vorrebbe nemmeno sentire parlare.
nicola zingarettiNICOLA ZINGARETTI

Le stesse fonti riferiscono che i contatti tra l’ala renziana del partito e gli esponenti più vicini all’ex responsabile dell’Interno sono andati avanti nelle ultime ore, con incontri venerdì, a Firenze (dove Minniti ha presentato il suo libro assieme a Renzi) e anche sabato mattina a Roma, prima dell’assemblea.

«Finora non ci sono i candidati. Quando ci saranno valuterò chi mi rappresenta al meglio» ha detto il presidente dell’assemblea del Partito Democratico, Matteo Orfini. «Non è l’assemblea a decidere la data delle primarie ma la Commissione. L’auspicio è che si faccia il prima possibile. Abbiamo una procedura fissata dallo statuto», ha concluso Orfini.
maurizio martina e graziano delrioMAURIZIO MARTINA E GRAZIANO DELRIO

TIMMERMANS: «CREDO IN EUROPA UNITA»
«Ritiratevi tutti». Ha detto, dal palco dell’assemblea, Katia Tarasconi, consigliera regionale in Emilia Romagna, rivolgendosi ai dirigenti dem. «Abbiamo bisogno di persone nuove, pensanti e non riconducibili a nessuna corrente. Il Pd deve essere libero e non ostaggio di qualcuno. Noi dovremmo essere il partito che sta in mezzo alla gente e invece vedo già qua dentro un cordone che divide l’assemblea: quelli importanti separati da tutti gli altri. Non va bene, dobbiamo essere tutti insieme», ha concluso Tarasconi.

marco minnitiMARCO MINNITI
Tra i presenti anche Paolo Gentiloni e Frans Timmermans, candidato del Partito socialista europeo (Pse) alla guida della Commissione Ue, che ha ricevuto una standing ovation: «Io credo in un’Europa unita. Noi dobbiamo dirci di sinistra, non dobbiamo far incatenare dalle destre le persone alle loro paure. Il movimento di sinistra dev’essere ottimista: possiamo vincere».

L’INTERVENTO DI MARTINA: «CONFERMO DIMISSIONI»
«Mettiamo in campo insieme una nuova stagione di unità»: è questo l’appello lanciato dal segretario uscente, Maurizio Martina, nel confermare le sue dimissioni. «Capita che in una forza come la nostra troppo spesso non riusciamo a far prevalere gli elementi che ci uniscono e che sono tanti e determinanti rispetto a quelli che ci dividono. Ricordiamoci tutti che il nostro nemico è la destra e a nessuno di noi è consentito giocare tatticamente in maniera compulsiva su questo percorso congressuale.
andrea orlando e nicola zingarettiANDREA ORLANDO E NICOLA ZINGARETTI

Coerentemente con il mandato di luglio confermo qui le mie dimissioni. Questo tempo di mare mosso è il tempo ideale per i democratici. In bocca al lupo ai candidati: chiunque essi siano saranno all’altezza della sfida che li attende». «Tocca a noi prendere per mano la sfida del cambiamento dell’Europa, rispetto a chi vuole distruggerla» ha aggiunto Martina. «Non c’è sovranità fuori dalla sfida europea. Timmermans si carica sulle spalle una battaglia cruciale per il futuro. Dobbiamo costruire insieme un progetto e una prospettiva rispetto all’Europa che vogliamo. Serve un’Europa più giusta e più solidale, che sconfigga alla radice quella illusione che nella distruzione del progetto europeo si trova più tutela. È una follia».

«PECCATO NON CAMBIARE LO STATUTO»
assemblea nazionale pd maurizio martina si dimetteASSEMBLEA NAZIONALE PD MAURIZIO MARTINA SI DIMETTE
«Un congresso può essere uno strumento utile per parlare prima di tutto al paese, dipende solo da noi. Il congresso non è un fine, è un mezzo. Mi sarebbe piaciuto che questa assemblea valutasse i cambiamenti statutari per rendere il partito più in sintonia con la società. Non ce l’abbiamo fatta. Ma dobbiamo ricostruire i rapporti cruciali con la società italiana». Questo l’intervento del segretario uscente, Maurizio Martina, all’assemblea del Pd a Roma.

maurizio martinaMAURIZIO MARTINA





«C’è bisogno che il Pd metta in campo la sua alternativa al questo governo. Tutti avvertiamo l’insufficienza del lavoro fatto fin qui, sentiamo su di noi di non essere ancora compiutamente all’altezza della partita aperta. Trasformiamo questa insufficienza in una proposta. Se guardo al Paese avverto come voi la strategia folle che Lega e Cinque Stelle stanno giocando sulla pelle degli italiani. Vicende di quest giorni indicano chiaramente il baratro su cui stanno facendo giocare il Paese per interessi di bottega. C’è un noi che deve sempre prevalere rispetto ai giudizi personali e alle ambizioni».

Fonte: qui

TORINO, SENA HALIVOVIC HA 60 ANNI E SI SPACCIA PER NULLATENENTE, TANTO DA OTTENERE 70MILA EURO DAL COMUNE IN ASSEGNI FAMILIARI

PECCATO CHE TRA I SUOI POSSEDIMENTI ABBIA 400 MACCHINE DI LUSSO, UN CASTELLO, UN HOTEL E VARIE VILLE CON PISCINA 

È LA DONNA PIÙ POTENTE DEL CLAN MATRIARCALE DEI KORAKHANÈ, E  IL SUO TESORO AMMONTA A...

Torino, la bella vita della regina dei rom a spese del Comune

sena halivovic la regina dei rom 7SENA HALIVOVIC LA REGINA DEI ROM 7

Panama, tacchi e Ferrari: sono questi i tratti distintivi della regina dei rom, Sena Halivovic, alias Raselma, 60 anni. E' lei la donna più potente del clan matriarcale dei Korakhanè, rom musulmani, originari del Kosovo.

Pur possedendo un tesoro di ben 4 milioni di euro, questa donna è riuscita a spacciarsi per nullatenente, tanto da ottenere dal Comune di Torino 70mila euro in assegni familiari per lei e per 22 persone della sua famiglia. Soldi sottratti a chi ne aveva davvero bisogno, mentre lei faceva la bella vita.

sena halivovic la regina dei rom 6SENA HALIVOVIC LA REGINA DEI ROM 6
Tra i suoi possedimenti si annoverano 400 macchine di lusso, che avrebbe portato come dono di nozze al suo ultimo marito, e poi un castello, un hotel, un terreno sulle colline astigiane, ville con piscine e vasche idromassaggio, una residenza bunker a Mostar, in Bosnia Erzegovia.

Un patrimonio immenso accumulato in pochi anni grazie a truffe, furti di rame e metalli ferrosi e al traffico di auto, rubate in Italia e rivendute nei Paesi dell'Est. Eppure per lo Stato italiano, la regina dei rom era indigente e meritava assistenza e aiuti in denaro.

sena halivovic la regina dei rom 3SENA HALIVOVIC LA REGINA DEI ROM 3
Quattrocentoventi mila euro sono stati confiscati alla donna, ma nessuno sa veramente a quanto ammonti il patrimonio che ha nascosto. Il suo è un clan numeroso. Erano Halilovic i tre minorenni che a Roma nel 2015 a bordo di un'auto pirata travolsero 9 persone e uccisero una donna di 44 anni.

Era Halilovic il rom che stuprò 2 quattordicenni romane il 10 maggio 2017 in un boschetto del quartiere del Collatino. Nell'aprile del 2017 carabinieri e polizia spagnola erano riusciti a catturare Sena a Girona per un colpo realizzato con la figlia. Scarcerata è sparita nel nulla. Con i suoi segreti e il suo tesoro.

Fonte: qui

SCOPERTO A ROMA UN NOMADE PROPRIETARIO DI 100 AUTO: PRIVE DI BOLLO E SENZA ASSICURAZIONE, VENIVANO UTILIZZATE PER COMMETTERE CRIMINI 

L’UOMO, RESIDENTE NEL CAMPO ROM  SULLA PONTINA, AVEVA MESSO IN PIEDI UNA CONCESSIONARIA FANTASMA, MA IN REALTÀ IL SUO VERO LAVORO ERA QUELLO DI PRESTANOME PER…

Michela Allegri per “il Messaggero”
blitz al campo nomadi di castel romano 11BLITZ AL CAMPO NOMADI DI CASTEL ROMANO

Un centinaio di auto intestate alla stessa persona, che circolano - guidate da altri - prive di bollo e assicurazione e - è il sospetto di chi indaga - verrebbero utilizzate per commettere crimini.
Nel giro di qualche anno, un rom residente nel campo nomadi sulla Pontina è riuscito a mettere in piedi un' attività redditizia e illegale: gestisce una sorta di concessionaria di automobili fantasma.

Per il pm Carlo Villani, che lo ha indagato per falso e per favoreggiamento, lavora in realtà come prestanome di malavitosi, rendendo i reali proprietari delle auto praticamente irrintracciabili.
CAMPO ROMCAMPO ROM
Indagando su un furto commesso nel 2015, gli inquirenti hanno scoperto la concessionaria fantasma, apparentemente gestita da una società che ha sede nel campo nomadi e che, dagli accertamenti, è risultata inattiva.

I VEICOLI
Il primo veicolo a finire nel mirino della procura è quello utilizzato nel furto avvenuto tre anni fa. Era intestato all' indagato che, però, ha dichiarato di avere venduto quella macchina poco tempo prima e di non conoscere l' attuale proprietario. Da qui, l' accusa di favoreggiamento.

blitz al campo nomadi di castel romano 6BLITZ AL CAMPO NOMADI DI CASTEL ROMANO
Dalle verifiche è poi emerso che alla stessa persona, nel 2015, risultavano intestate 53 macchine, tutte senza assicurazione e senza bollo. Tre anni dopo, nel 2018, i veicoli sono diventati addirittura 79, di cui 57 circolanti.

Fonte: qui

EMIGRARE E ANDARE A VIVERE IN UN ALTRO PAESE CAMBIA IL MICROBIOMA, CIOÈ TUTTI QUEI BATTERI CHE SI TROVANO NEL NOSTRO INTESTINO, PER ACQUISIRE QUELLI DEL NUOVO PAESE DI RESIDENZA, INSIEME AD ALCUNE DELLE SUE MALATTIE PIÙ COMUNI

Ecco qual è il ruolo dell’Italia nella guerra fredda del gas


Gas naturale: l’energia di domani.” Questo il titolo del libro, edito da Innovative Publishing, di Gianni Bessi, esperto del settore energetico. Il volume ha registrato un diffuso consenso e ha contribuito a rilanciare il dibattito sulle future politiche industriali nazionali, indicando i possibili scenari su cui l’Italia si dovrà confrontare e proponendo alcune ipotesi di azione.
Bessi, partiamo dai possibili scenari geopolitici legati al settore energetico. Lei parla di una corsa all’oro azzurro. Cosa intende?
È un modo di chiamare il gas naturale. Il gas è una delle materie prime più importanti al mondo: stiamo assistendo a una corsa all’approvvigionamento di risorse energetiche – essendo aumentata in maniera drammatica la “fame” di energia – in cui il gas si sta ritagliando un ruolo preminente. Per capirne la portata basti pensare a quanto questo fenomeno stia incidendo sugli equilibri geopolitici mondiali, con le reti di gasdotti che sono una delle priorità delle strategie nazionali: dal North Stream al Turkstream e al Power of Siberia, per andare alle reti che collegano Giappone, Cina e India con la Russia e, infine, al Gnl americano.
Il gas come arma politica…
È così. Basti pensare proprio alla decisione degli Stati Uniti, dall’alto della loro potenza economica, di ricominciare a esportare gas naturale e petrolio grazie a una produzione garantita dalle nuove tecnologie non convenzionali come lo shale o il fracking. In questo modo stanno facendo saltare gli equilibri dei rifornimenti mondiali e, aggiungo, cercando di bilanciare la perdita di competitività mondiale nel settore manifatturiero, ormai a favore di Cina e India. È una scelta dell’amministrazione Trump che permette agli Usa di acquisire una posizione di primo piano nel mercato dell’energia e, in questo modo, di accrescere il valore delle esportazioni.
Chi sta risentendo maggiormente di questa nuova strategia americana?
La Russia. La potenza competitiva del colosso a stelle e strisce, che gli deriva dalla riduzione dei tempi di percorrenza delle gasiere verso l’Oriente grazie all’allargamento del canale di Panama. sta mettendo in difficoltà proprio il più grande produttore mondiale di gas naturale, che per rispondere deve cercare di stringere nuove alleanze e consolidare quelle storiche. Però non ha vita facile perché deve comunque fronteggiare importanti cambiamenti di scenario. Infatti, ha iniziato a trasportare il gas naturale via mare e non solo con le pipeline, alle quali comunque non ha rinunciato tanto che sta incrementando in modo significativo la rete di gasdotti.
Una vera e propria “guerra del gas”, quindi.
Una vera ‘guerra fredda’ del gas, mi si passi l’espressione. La concorrenza ormai si gioca a tutto campo e non è solo mia convinzione che il mercato del gas naturale cominci ad assomigliare a quello petrolifero, dove sono i prezzi e non la geolocalizzazione a determinare il valore delle transazioni. Questa partita vede in campo molti giocatori fra i quali la Cina, i cui piani energetici legati a questa fonte sono già stati decisi: da oggi al 2030 è previsto che la domanda di gas naturale raddoppierà e al fine di soddisfarla i Cinesi hanno firmato un accordo con la Russia per l’utilizzo della megapipeline Power of Siberia, che permette di trasferire fino a 61 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno. Ovviamente, questo fiume energetico non è sufficiente a coprire tutto il fabbisogno cinese ed è che qui entra in gioco lo shale gas statunitense. L’altro grande player orientale, l’India, ovviamente non sta a guardare: il gas naturale russo fa gola anche a lei e il governo si è mosso per aggiudicarsi una parte dei flussi di approvvigionamento.
In questo scenario rientra il recente dibattito sul Trans Adriatic Pipeline che è previsto passi dall’Italia, per essere precisi dalla Puglia. Al netto delle polemiche, qual è importanza della costruzione del metanodotto Tap?
Nell’ottica di una strategia energetica fondata sul mix gas naturale – rinnovabili, allora… il gas naturale ci serve. Sul commercio dell’energia si stanno decidendo i futuri equilibri internazionali tra i Paesi economicamente più avanzati e l’Italia non può permettersi di chiamarsi fuori. Siamo il quinto consumatore mondiale di gas naturale. Eppure ancora una volta, esitazioni e veti incrociati, magari nascosti dietro l’esigenza di aspettare un decreto taumaturgico o una legge quadro, ci stanno escludendo dal numero dei protagonisti della corsa all’oro azzurro. In Italia le resistenze, spesso corporative o politiche, sono più forti degli interessi generali. E creano danni all’economia di tutto il Paese: come ha sintetizzato molto bene il presidente di Omc Renzo Righini quando ha affermato che “non è giusto che poche centinaia di persone, conquistando le prime pagine dei giornali, possano fermare la costruzione del metanodotto Tap, che è una priorità strategica per l’approvvigionamento energetico dell’Ue mentre gli oltre 20mila operatori che si sono ritrovati all’Omc di Ravenna nell’aprile del 2017 per cercare la strategia migliore per assicurare la transizione energetica sembrano invisibili ai media”.
Quanta ricchezza è in grado di produrre e muovere il comparto energetico?
Molta. Come spiego nel libro Gas naturale l’energia del futuro, il settore energetico può essere, come è stato in passato, uno dei settori in grado di produrre ricchezza e, soprattutto, occupazione per il nostro Paese. Ma dobbiamo scegliere senza esitazioni una ‘via italiana al gas’, da realizzarsi puntando a un mix energetico, pulito e futuribile che ci permetterà di gestire la transizione in maniera efficiente e di produrre, appunto, ricchezza e benessere diffuso su molti territori del Paese. Ma se vogliamo essere fra i protagonisti ‘della rivoluzione del gas’ dobbiamo abbattere un ostacolo, cioè dobbiamo essere attori attivi e non quelli che sanno solo dire di no a tutto. Se i grandi player mondiali si stanno muovendo per garantirsi un approvvigionamento consistente di gas, noi dobbiamo essere lì a contendercelo. Abbiamo le competenze per farlo e, soprattutto, un’impresa tra le più grandi e le più tecnologicamente avanzate del mondo, l’Eni, che potrebbe giocare un ruolo chiave in questo scenario.
Un ruolo che i vertici di Eni hanno più volte confermato di volere giocare…
Come accennavo, Eni da tempo ha indicato che la propria mission è trasformarsi in una produttrice di energia derivata da due fonti pulite, il gas e le rinnovabili. Questo significa che deve essere messa nelle condizioni di potere lavorare anche nell’estrazione del gas nazionale, a meno che non vogliamo che operi solo all’estero portando benefici ad altri Paesi. Del resto i numeri confermano che l’Eni è una risorsa insostituibile, che produce ricchezza ma anche innovazione: nel quarto trimestre 2017 per quanto riguarda il gas naturale la produzione di Eni è stata di 159 milioni di metri cubi al giorno con una crescita di 12 milioni rispetto al corrispondente periodo del 2016. Eni inoltre continua a essere un player di primo piano soprattutto nell’upstream dove ha raggiunto il massimo storico della produzione a fronte di una contrazione degli investimenti, rispetto alla baseline 2014, del 40 %: i risultati esplorativi sono stati definiti eccellenti da Claudio Descalzi, e sono stati messi in produzione in tempi record i progetti più rilevanti, a cominciare dal megagiacimento egiziano di Zohr.
Cosa può fare la politica perché Eni possa seguire la propria vocazione?
Il cane a sei zampe è la nostra bandierina nel Risiko mondiale dell’oil&gas, quella che ci permette di sederci al tavolo con i Paesi produttori e avere voce in capitolo. Per questo serve una strategia nazionale che metta Eni nelle condizioni di sfruttare il proprio enorme potenziale. L’amministratore delegato Claudio Descalzi in un’occasione ha affermato che l’obiettivo di Eni è coniugare solidità finanziaria e sostenibilità sociale e ambientale. È un impegno che saprebbe svolgere benissimo, ma serve che la politica lo sostenga. Il principale azionista di Eni è lo Stato italiano, che detiene il 30 per cento delle azioni, suddiviso fra Cassa depositi e prestiti e il Ministero dell’economia e delle finanze, il che significa non solo dividendi preziosi, ma anche che ogni scelta strategica avrebbe ricadute benefiche sull’economia italiana in generale e, in particolare, su quella dei territori coinvolti.
Lei nel suo libro sostiene una proposta molto forte, cioè che bisogna affidare alla Cdp la cabina di regia dell’energia made in Italy.
Non solo dell’energia, ma delle politiche industriali. L’idea è di approvare un piano di organizzazione di rete delle nostre eccellenze industriali come Eni, Saipem, Versalis, Enel, Leonardo, Syndial, ecc. fino alle grandi municipalizzate, che faccia capo a una cabina di regia super partes, operante a un livello superiore rispetto ai singoli Cda, dove Cdp giocherebbe un ruolo centrale. Non dimentichiamo che lo Stato ha identificato proprio la Cdp come lo strumento in grado di fornire le risorse economiche per sostenere le strategie di sviluppo. Ovviamente, la Cdp non deve diventare una nuova IRI, ma uno strumento operativo che sostenga le imprese che, per know how, sono in grado di essere competitive. Sostenere i nostri campioni nazionali non è una scelta di politica protezionistica: molti Paesi che competono sul libero mercato, scelgono politiche che favoriscono, quando possono e all’interno delle leggi della libera concorrenza, le proprie aziende e le proprie le filiere. Mi aspetterei che la cabina di regia di cui parlo scegliesse una via italiana per rafforzare la filiera del settore energetico in modo di garantire il massimo dell’efficienza di prodotto e di processo. Senza contare che la spinta a far sistema sotto gli auspici di una cabina di regia e di una moral suasion dello Stato rafforzerebbe il sistema Italia all’estero.
Per una via italiana all’energia sottolinea l’importanza di sfruttare l’enorme ricchezza di gas naturale ancora da estrarre nel mare Adriatico…
In Adriatico sono presenti giacimenti notevoli di gas naturale. Se è vero, come io credo, che sia giunto il momento di rivedere il paradigma dello sviluppo energetico italiano puntando sul mix di gas naturale e rinnovabili, dobbiamo sfruttare anche le risorse a ‘km zero’. Jacopo Giliberto, in un articolo sul Sole 24 ore ha scritto che in Adriatico potrebbe esserci un tesoro di metano, forse una quantità pari ai 100mila ‘barili equivalenti di petrolio’ al giorno di cui parla Eni nei suoi piani di investimento, pari a 2 miliardi, per ammodernare le decine di piattaforme che ora estraggono 53mila barili di gas al giorno. La presenza di così tanto gas in Adriatico è un dato da verificare ed Eni ha gli strumenti per farlo: mi riferisco al supercalcolatore Hpc4, il più grande centro di calcolo italiano del settore industriale, la stessa ‘macchina’ che ha trovato il giacimento di Zohr in Egitto. Bene, se Eni potesse sfruttare i giacimenti adriatici, sarebbe possibile ridurre un poco quella dipendenza dal gas di importazione che ora è un elemento di debolezza del nostro sistema energetico. Dalle informazioni in mio possesso e che riporto nel libro le risorse di gas naturale a km Zero made in Italy sono anche di più. E visto che si parla tanto di sovranismo o nazionalismo, se si vuole metterlo in pratica dovremmo aiutare Eni e tutta la filiera dell’impiantistica, delle manutenzione, del manifatturiero a lavorare a casa nostra e non solo all’estero.
Nel suo libro è contenuta un’altra tesi forte: propone di usare risorse attualmente destinate ad altri scopi, come il sostegno alle rinnovabili, o le royalty delle estrazioni per finanziare le carriere scolastiche dei nostri giovani. L’ha chiamata brain tax.
Giocando con le molte definizioni in inglese che vengono utilizzate comunemente, come tobin tax o carbon tax. Ma credo che renda bene l’idea. Sarebbe un utilizzo delle tasse per sostenere i nostri cervelli, per formarli e poi dare una prospettiva di lavoro anche in Italia, non solo all’estero. Per usare una banalità, comunque vera, il futuro va costruito nel presente: dobbiamo essere in grado di sostenere anche economicamente, come fanno molti Paesi europei, il percorso scolastico dei nostri giovani. Investire sui giovani, sulla loro intelligenza, è investire sul futuro di tutta l’Italia.
Un’ultima curiosità, il suo libro, una cosa strana, non è in vendita ma è stato comunque presentato in tutta Italia. E il tour, mi si passi il termine, non è ancora concluso. Che tipo di reazione ha suscitato una pubblicazione che, meglio ricordarlo, non è tecnica ma politica, cioè spiega perché il gas naturale è strategico, non le procedure per estrarlo o trasportarlo?
Guardi, le anticipo una notizia che mi rende orgoglioso: l’editore Innovative Publishing ha già in programma una seconda edizione. E recentemente il libro è stato lo spunto per organizzare un incontro proprio nella mia città, a Ravenna, nello stesso giorno della manifestazione per il Si’ alla Tav di Torino: ci siamo ritrovati a parlare di energia in un teatro pieno di lavoratori del mondo dell’oil&gas e della logistica portuale. Le sinergie e le interazioni tra questi due ‘mondi’ vedono migliaia di persone lavorare insieme: dai nostri porti, con destinazione estero, partono gli impianti di altissima tecnologia che servono all’industria energetica mondiale. Tra gli ospiti, cosa che mi ha inorgoglito, c’era il presidente di Assomineraria Luigi Ciarrocchi, il giornalista de Il Foglio Alberto Brambilla e Giulio Sapelli, che ha scritto la prefazione al libro. E, mi conceda un commento, le analisi del professore sono sempre stimolanti.
Lo immagino: ne può condividere una?
La sfida per costruire il sistema energetico del futuro è appena incominciata e va accettata sapendo che è un passo inevitabile per garantire un futuro non solo del nostro Paese, ma dell’Europa e del mondo. Serve cultura, tecnologia, competenze, organizzazioni complesse e tanto altro. E per arrivarci non ci sono scorciatoie.
Fonte: qui

California, 74 i morti negli incendi, oltre 1.000 dispersi


AnsaIn California è salito a 74 morti il bilancio delle vittime degli incendi mentre il numero dei dispersi ha ormai superato i mille. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è arrivato per un sopralluogo sui luoghi che hanno subito i maggiori danni nell'incendio con il maggior numero di vittime da un secolo a questa parte. "È triste da vedere, è una devastazione totale, nessuno avrebbe mai pensato che potesse accadere": ha detto Trump a Chico, vicino a Paradise, la cittadina distrutta dai roghi in California. Alla domanda se pensa che i cambiamenti climatici siano una delle cause di quello che è successo il presidente ha risposto che "ci sono molti fattori" e che l'incendio non ha cambiato la sua opinione sul climate change.

La visita di Trump segue la polemica a distanza, aperta dal presidente che nei giorni scorsi ha scaricato la colpa dei ripetuti incendi in California alla cattiva gestione dei boschi dello Stato. "Non c'è ragione per questi costosi incendi se non la cattiva gestione dei boschi. Ogni anno miliardi di dollari sono stanziati. Serve una soluzione ora o basta ai pagamenti federali", ha twittato Trump nei giorni scorsi.
Intanto si diffonde un allarme inquinamento causato dal fumo degli incendi. Il fumo sta inquinando l'aria di alcune grandi città. Scuole chiuse a San Francisco, Sacramento e Oakland a causa della bassa qualità dell'aria. Le autorità di San Francisco hanno sospeso anche il servizio della popolare funivia della città.