9 dicembre forconi

domenica 23 settembre 2018

Gli effetti della “cura Trump” sul sistema mondiale. Altra deflazione.

Impressionante la quantità e  qualità tecnologica  dei prodotti che l’America importa dalla Cina (per 507 miliardi di dollari l’anno) e  che ora colpisce con dazi.   Mica riso e soya. Ai primi posti ci sono smartphone,  computer, schermi,  lettori ottici e magnetici, memorie elettroniche, circuiti integrati, microscopi e telescopi.  Seguono stampanti,  elettrodomestici di ogni tipo e complessità,  dall’aspirapolvere al ventilatore.  E ancora:  macchinari meccanici, pistoni per diesel, scatole del cambio e trasmissione, valvole a controllo termostatico,  turbogetti, altre turbine a gas,  refrigeratori da negozio, presse, macchina per forgiare e  laminare metalli….e ovviamente  vestiti, scarpe, auto, pneumatici, qualunque oggetto in plastica, yacht a vela,  giù fino ai pesci d’acquario e  le cosce di rana: tutto per 193  fittissime  pagine in formato pdf.
(Potete farvene un’idea agghiacciante   cliccando sul geniale sito animato qui:
Un elenco che mostra la misura mostruosa della de-industrializzazione  americana ed occidentale, e l’immane regalo che i globalisti  e finanzieri fecero alla Cina, spalancandole il commercio mondiale  esentasse senza esigere che aprisse agli scambi anche la sua moneta – sicché ha esportato con moneta svalutata, facendo un dumping colossale non solo coi suoi salari bassi ma  con lo yuan a corso forzoso di Stato, mentre sfornava  ogni anno 2 milioni di ingegneri capaci di impadronirsi delle  alte tecnologie nate in Usa ed Europa.
Le misure che adesso prende Trump (ammesso che non torni indietro)  doveva prenderle un presidente americano 30 anni fa, Bill Clinton. Perché i dazi  contro le merci cinesi hanno senso, se  al suo riparo l’America è capace di sviluppare le industrie nazionali di sostituzione. 
Ci riesce? 
A giudicare dalle vociferanti lamentele  degli industriali e persino dei lavoratori,  che lavorano su materie prime o semilavorati esteri, pare di no.
Di fatto, quindi, i dazi trumpiani  possono ridursi ad una tassa sul consumatore, che continuerà a dover importare smartphone cinesi col 25% di sovrapprezzo.
A  vedere quella lista di importazioni, ci si chiede che cosa produca, oggi, il lavoratore americano  industriale. Ma già,  la memoria corre a Wall Street, le colossali GAFAM  (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft)  che rendono centinaia di miliardi ai loro padroni giovani e  geniali,  il dominio incontrastato dell’industria dello spettacolo (Disney, Netflix):   l’America vive del suo patrimonio “culturale” e immateriale, che scambia con il lavoro operaio del mondo, essenzialmente dell’Asia  che ha sviluppato con la propria de-industrializzazione.  
Il “terziario avanzato”, che  può infischiarsene dei milioni di senzatetto che muoiono di oppiacei, perché  la finanza non ha  più bisogno di loro.  
Una  economia da  rentiers,  sotto le forme apparentemente avanzate.
Ma nel suo modo brutale e caotico, Donald Trump sta andando molto al di là di una guerra commerciale. “Sta distruggendo il sistema monetario e finanziario vigente dal 1971”, spiega l’economista Bruno Bertez, “distrugge il sistema  di Bretton Woods II”, ossia di quando Nixon sganciò il dollaro dall’oro ponendo fine all’ultima finzione.
Questo sistema consisteva (Bertez usa già il passato) a lasciar gonfiare i deficit commerciali americani  allo scopo di alimentare la domanda mondiale, purché il resto del mondo non esigesse il rimborso dei dollari inviati ai produttori esteri, che Washington stampa a volontà. Gli esportatori  hanno venduto merci reali  e gli Usa pagano in carte e  cambiali, promesse di pagamento (i buoni del Tesoro).  Il sistema è espansionista perché si tratta di un immenso “credito del venditore” al compratore. Il potere d’acquisti dei consumatori americani non ha limite alcuno.  Ad ogni aumento del deficit, era una linea di credito che si  apriva.
Gli stato esteri esportatori in compenso accumulavano attivi, speculari al deficit Usa, e usavano i dollari eccedenti per acquistare titoli Usa, buoni del Tesoro, azioni, obbligazioni,  titoli d credito, immobili.  Insomma  la Cina, acquistando Treasuries, finanziava i consumatori americani perché comprassero le sue merci.
Bertez usa un’altra metafora: il giocatore di biglie americano perdeva continuamente le sue biglie, ma gli altri giocatori gliele rendevano perché continuasse a giocare. E più biglie perdeva, più la massa dei dollari circolanti  fuori dagli Stati Uniti aumentava, dando a tutti una straordinaria sensazione di benessere: la rarità era vinta”.
Tutti erano contenti: gli americani super-consumatori, gli esportatori esteri  che super vendevano le  loro mercanzie, i governi che accumulavano riserve,  Washington che finanziava i suoi deficit  senza dolore e le sue spese senza limiti: “finanziava burro e cannoni”, letteralmente, le titaniche forze armate più costose della storia, senza dover imporre sacrifici ai consumatori. Ma  anche il resto del mondo era felice: investiva, riduceva la disoccupazione, accumulava riserve di cambio, si poteva permettere anche spese militari con cui un giorno avrebbe contrastato  l’egemonia Usa.
Questo ordine mondiale basato sull’inflazione dei segni monetari Usa è naturalmente favorevole alle Borse, alla finanza e alla speculazione. I capitalisti finanziari, crescendo in potenza, preso il potere reale, ne  hanno impedito ogni moderazione: le  loro finanziarie ci guadagnavano più di quello che avrebbero guadagnato in un ordine normale,  imposero l’ideologia della “efficienza”  del capitale privato perché i loro profitti – anche delle imprese reali – aumentavano grazie alla messa in concorrenza del lavoro e dei salari sul piano mondiale.
E quando i lavoratori dell’Occidente hanno visto ridurre i salari o hanno perso il lavoro a beneficio di cinesi e coreani o messicani e polacchi, ecco che il sistema li ha mantenuti grandi consumatori prestando loro il denaro che non guadagnavano più. Tutto  il sistema è malsano, ma troppi interessi convergenti sono ormai investiti nel  suo proseguimento, per provare a riformarlo.

Fine della macchina dei dollari fuori USA

E’ questo  l’ordine del mondo che sta distruggendo Trump.
A dire il vero, aveva  già trovato il suo limite nel 2008,  nella crisi dei subprime  –  appunto montagne di prestiti e mutui  fatti a gente senza salario o quasi perché si comprassero a rate case o auto, che non si potevano permettere,  per giunta rifilando il rischio di insolvenza a terzi, essenzialmente fondi pensione, con la vendita a loro di quei debiti che promettevano un flusso sicuro di interessi – sicuro beninteso se la ragazza-madre negra che aveva contratto il mutuo avesse pagato regolarmente. Ciò che non avvenne.
E  siccome su quegli interessi “sicuri” erano stati impegnati prodotti finanziari creativi, quei prodotti derivati “divennero incomprensibili a quelli stesi che li avevano inventati”, la banche non sapevano più valutare le proprie perdite, i derivati che avrebbero dovuto “assicurare”  gli speculatori  contro il default si  dimostrarono illusori,  perché gli assicuratori stessi erano – ovviamente  – falliti.
Salvò tutto la Federal Reserve, inondando di capitali fittizi quel mondo, e così fecero le altre banche centrali.  Di fatto, a spese dei contribuenti.  Un trionfo che Stiglitz elucidò così: “Il capitalismo attuale consiste nel  privatizzare i profitti  e statalizzare  le perdite”.  Ma non è stato sempre così, in  fondo?
Si è dunque andati avanti ancora. Ma  proprio allora Bruno Bertez aveva scritto:  “Benché si finga di prolungare il tutto, la crisi del 2008 ha aperto la porta a un’altra epoca. Questa epoca sarà segnata dal ritorno alla violenza, alle guerre, alle menzogne, al “alla malora i deboli”. Quando il bottino diventa magro, i banditi si sparano tra loro. Ciò vale anche per l’Europa cosiddetta “Unita”, dove la Germania aumenta il suo surplus a spese del deficit dei paesi del Sud, e li rimprovera pure di vivere sopra i propri mezzi, li schiavizza e li distrugge come la  Grecia, li obbliga al servaggio  come l’Italia sotto Monti e Padoan. La ricorrente guerra intra-europea è un fatto ed è in atto, anche  se tutti fanno finta di essere “europeisti”.
Cosa succederà adesso, come si configurerà la distruzione di Bretton Wood II, lo spiega Bertez: “Nel vecchio sistema,  il riciclaggio dei capitali mondiali creati dagli eccedenti degli uni e dai deficit degli altri, si è tradotto in una massa immensa di denaro in cerca di impiego. Ciò  ha fatto abbassare i tassi d’interesse e incitato le banche a creare veicoli sempre più sofisticati e pericolosi, la cui complessità serve appunto a mascherare il rischio”: il rischio che qualcuno, debole, in fondo alla piramide, non riesca più a servire il suo debito, facendo crollare tutto.
E’ quel che abbiamo visto avvenire alla Grecia e quel che le hanno fatto i banditi.
Perché non deve emergere la verità: tutto il vecchio sistema ha fatto calare i “premi di rischio”  e i “premi di durata”  sui debiti, una finzione che dura finché dura l’inondazione di dollari creati dal nulla per colmare i deficit Usa.
“Bernanke chiamava questa massa di dollari extra-Usa un eccedente di risparmio mondiale (sic). Se il sistema sta terminando, allora questo eccedente di risparmio diminuisce o sparisce, i tassi d’interesse mondali saliranno e possono anche galoppare, perché i  fattori di rischio si cumuleranno, rendendo il mondo più fragile”.
Non sarà certo Pechino a fare le ritorsioni, vendendo magari i buoni del Tesoro Usa in massa: si sparerebbe sul  piede, e la Fed   si sostituirebbe ai cinesi per sottoscrivere i buoni del Tesoro a volontà.  Il punto è che il mondo si avvia organicamente verso la sparizione dell’eccedente mondiale in dollari.  La  massa di dollari che circolano fuori dagli Usa ha già cominciato a contrarsi da anni. Il rifinanziamento in dollari delle grandi banche mondiali fuori dagli Usa diventa più serrato e costoso. I dollar short, i paesi debitori in dollari –  come quelli emergenti, tipo Turchia o Brasile   — soffrono già, e soffriranno anche di più. Tutti  coloro che si sono indebitati in dollari, sia per fare ingegneria finanziaria, sia invece per  investire produttivamente, non troveranno dollari per pagare  gli interessi e rimborsare il capitale;  i pochi dollari, se li strapperanno l’un l’altro in concorrenza pagando alti prezzi. I rifinanziamenti dei debiti  i prolungamenti (roll-over) diverranno più difficili.
Ciò che Trump sta distruggendo, probabilmente senza capirlo, è la macchina per produrre dollari fuori dagli Usa; l’effetto sul mondo è potentemente deflazionista. Per l’Europa dove il dominio tedesco ha già imposto la deflazione interna in base alla sua ideologia, l’effetto sarà raddoppiato. Volete che lo capiscano i Weidmann? Le Merkel? I Draghi?


No, se non li si caccia dal potere a fucilate. Instaurando il sistema che loro sono nati e cresciuti per cancellare: il ritorno alle banche centrali che comprano i debiti pubblici direttamente dagli Stati, in modo che gli Stati sviluppino infrastrutture e assorbano i disoccupati e le risorse inutilizzate a causa della deflazione.  Negli anni  20 e ’30, per farlo, ci vollero non  Leghe e 5 Stelle, non gentili e educati economisti come Borghi e Bagnai,  gran gentiluomini  come Savona. Ci  vollero partiti armati,  capaci di far paura agli usurai e cacciarli a manganellate fuori dalle banche dove pubblicizzavano le perdite tenendosi i profitti.  Non lo auspico. Mi limito a notarlo.
Fonte: qui

David Stockman Exposes The "$20 Trillion Elephant In The Room"

That US stocks returned to record highs last month - picking up steam even as the world teetered on the bring of another debt crisis - has prompted even the most tenacious bears to recalibrate their forecasts, an effort, we think, to appease investors and clients who are luxuriating in the seemingly unstoppable gains of what is now the longest bull market in US history.
But while the wash of record returns (on paper, at least) has helped assuage the nagging doubts of many a "rational" investor, others are clinging ever-tighter to a pragmatic - if uncomfortable - realism. And one of the most strident voices among this group has been David Stockman, formerly the director of the OMB under Ronald Reagan and now the author of Stockman's Contra Corner.
In a recent interview with Sprott Media in Vancouver, Stockman reiterated that he remains a skeptic, particularly in an era where central banks (thanks to their $20-trillion-plus aggregate balance sheet) have destroyed price discovery and contributed to the blowing of a debt bubble that - when it finally pops - will make the aftermath of the financial crisis appear tame by comparison.
CBs
Stockman begins his interview by clarifying that he would be optimistic about the long-term prospects for growth and markets if it wasn't for this $20 trillion 'elephant in the room'.
"I am an optimist, I truly am - if it weren't for the fact that central banks are totally out of control. So my talk centered on the Great $20 trillion elephant in the room, which is the balance sheets of all the central banks in the world, in excess of what it probably should be in a rational stable historically prudent world"
As central banks have bought up assets, they've repressed interest rates, rigged equity prices and provided the fuel for the explosion of debt that has occurred over the past 20 years, Stockman said.
And when the music finally stops - as they say - it will be the central banks that bear the brunt of the blame.
"And it's that $20 trillion, built up over the last two decades, that has basically distorted everything - falsified prices, repressed interest rates, caused an explosion of debt. Twenty years ago there was $40 trillion of debt in the world today there is $250 trillion worth of debt in the world. The leverage of the world has gone from 1.3 times which is stable...to 3.3 times, which basically means the world has created a huge temporary prosperity by burying itself in debt.
One of the reasons why investors have so easily overlooked this phenomenon is that investors have short memories. They assume that, since this is the way things are today, that central banks have always been this active...but that simply isn't true.
"We take these things for granted. In other words, this has been building for so long now - two decades - that when you have central banks intruding this massively in financial markets...we take it as a matter of course...people assume it's always been that way but it hasn't."
But as Stockman points out, historically, the US economy flourished before this massive bout of debt creation. Even the notion that central banks have created a kind of "temporary prosperity" isn't accurate because our economy is growing much more slowly today than it did between 1950 and 1970.
"As far as I know, the world in the 1950s, 1960s and 1970s did pretty well. In fact, real GDP growth form 1954 to 1972 was 3.8% for the last 12 years it has been 1.4%. In other words it wasn't that we had too little debt and our domestic economy lagged and suffered...the opposite is true, the more debt we build up, the more difficult it is to drag these economies forward."
Looking ahead to what might trigger the great unraveling, Stockman predicts that a grand policy error - like President Trump's trade war, for example - will help.
"Policy makers are going to make huge mistakes that are going to bring the party to an end. Like Trump carrying on this crazy trade war...now he has a point that we haven't been creating good jobs...but it's not the result of bad trade deals but of bad money...and we haven't even begun to cope with that problem."
Instead of focusing on trade barriers, Stockman said, Trump shoud be looking "down the street" toward the Eccles Building.
"The point is, world wide the average tariff today is 2% of imported goods value. Ours happens to average 1.7%, Canada is 1.59% and France is 1.94% - it's a rounding error. Nobody has meaningful tariffs on most of the goods that are exchanged in world trade."
[...]
"He should be looking down the street at the Fed, because that's where the whole problem started. The Fed has driven the world to this totally unsustainable debt-driven system."
Moving on to examples of how easy money policies have warped valuations, Stockman arrives at his most obvious target: the FAANG stocks that have powered the benchmarks higher. Amazon is one example, Stockman said, claiming that its current valuation, at 160x free cash flow, is simply impossible to justify.
"The crash of Amazon it will thunder across the planet," Stockman said.
But if he had to pick a poster child for the excesses of contemporary markets, it would be Tesla.
"Tesla isn't a car manufacturer, it is a con. It is the greatest short of this cycle. If somebody has a strong stomach, go out and short the damn thing because it will go to zero. It's just living off of raising new money. Anybody can do that as long as you keep the con going. It will end up being the posterboy for this greatest bubble yet of this century."
"The market cap is $60 billion going to zero - you can feel that happening. Pets.com was only a couple hundred million."
stockman
We imagine David EinhornJim Chanos and Mark Spiegel would be happy to hear that...
Fonte: qui

TITOLI ILLIQUIDI: il segnale dell'inizio della prossima crisi?


GAM: liquidazione dei fondi unconstrained/absolute return bond funds completata nei prossimi mesi. 

Ma è un anticipatore della “crisi che verrà”?

Nelle scorse settimane avrete avuto modo di sentire o leggere quello che per molti era visto come uno scandalo, per altri invece come il preludio ad un Lehman Brothers BIS, ovvero un episodio che sarebbe stato poi l’anticipatore di una nuova crisi finanziaria come è successo esattamente 10 anni fa con i subprime.
Protagonista è stata una nota casa di investimento, GAM, che a dire il vero ha già avuto un passato abbastanza travagliato a livello di “proprietà”.
Ora è quanto deriva dalla separazione con l’ultimo azionista maggioritario, ovvero Julius Baer, e si professa come “puro ed indipendente”
Quanto è successo ad agosto è NOTO a (quasi tutti). Dopo il provvedimento ai danni del money manager Tim Haywood, sono state congelate le operazioni di sottoscrizioni e rimborso delle quote del unconstrained/absolute return bond funds. Il provvedimento a detta di Gam non è legato a motivi etici, cioè a una condotta disonesta del gestore, ma alle procedure adottate dal professionista nella gestione del rischio. Fatto sta che, dopo la notizia della sospensione, i fondi sono stati presi di mira dai titolari delle quote che ne hanno chiesto in abbondanza il rimborso.
Una storia quindi che sembrava un deja vu. E non si trattava di malafede ma di errata gestione del rischio. In effetti poi, andando a fondo nella questione, si è capito un pochino di più su cosa è successo.
A fare “saltare il banco” sono stati gli asset fortemente illiquidi all’interno del portafoglio (la cui presenza avrebbe evidentemente reso impossibile il calcolo continuativo del NAV). Una serie di rimborsi avrebbe messo in difficoltà il gestore. Ed ecco che è successo quello che è successo. La cosa poi interessante è che, considerando la presenza nel team di investimento di almeno 20 Portfolio Manager, del loro rilevante apporto complessivo nella produzione di alpha del fondo, GAM sta valutando, a seguito del completamento del processo di liquidazione, di lanciare un “successor fund” che possa “riportare in vita” la strategia. Per la serie “a volte ritornano perché ci crediamo”, forse con qualche Level3 meno in pancia.
Adesso i vecchi possessori di fondi verranno liquidati pian pianino, credo con perdite che in taluni casi potrebbero anche essere non indifferenti, ma ancora una volta questo episodio dimostra che la STORIA insegna nulla.
Il problema è che con questa massa di liquidità enorme, la finanza si è ulteriormente evoluta e non si è certo “frenata”. Ricordate questo grafico?
Inoltre lo stesso Trump contribuisce al potenziale disastro, volendo limitare gli effetti della Volcker Rule.
E sembra veramente incredibile che non si voglia capire che sarà sempre più difficile mettere delle pezze in caso di difficoltà. O forse le pezze se le dovranno mettere i risparmiatori (e non vi dico dove)?
DB(Deutsche Bank) ha dovuto dare un bel taglio ai suoi OTC, ma il mercato non si è di certo calmierato.
INOLTRE torno alla solita questione. In caso di crisi di mercato e di “effetto domino”, quale sarà il ruolo della FINANZA PASSIVA guidata ovviamente dagli arcinoti ETF?
E infine: quanti fondi simil-GAM unconstrained/absolute return bond ci saranno ancora sul mercato? 

In caso di fuggi fuggi che scatena un effetto domino come nel 2008, con queste enormi masse da gestire, come riuscirà il sistema ad assorbire il colpo? 

Inoltre le banche centrali, potranno ancora una volta salvare il mercato con operazioni straordinarie, tenendo conto del fatto che i tassi sono tuttora molto bassi, ed i bilanci delle stesse ai massimi storici? Infine, anche un ulteriore e straordinaria iniezione di liquidità in caso di crisi, come sarà “digerita” dal mercato, visto che già adesso è a livelli siderali?
Domande a cui non so rispondere e che forse NESSUNO sa rispondere. Ma capite benissimo perché continuo a dire che bisogna sperare in un mondo che continui ad andare avanti secondo le coordinate previste dal sistema. Altrimenti si scatena il TOO BIG TO SURVIVE per tutti.

Fonte: qui

Dazi, la finta guerra tra Usa e Cina per spartirsi l'Europa

Si parla molto di guerra dei dazi. In realtà, Stati Uniti e Cina stanno solo facendo in modo di mettere in difficoltà l'Europa per poi attaccarla


Passano i giorni, aumentano le prove ma ancora nulla: la narrativa ufficiale è più forte del buon senso. Si continua, strenuamente a credere alla pagliacciata della guerra commerciale fra Usa e Cina, quasi fino a oggi i media e la politica non ci avessero fornito sufficienti prove del regime di cortine fumogene di cui stanno abusando da almeno due anni per scopi meramente politici: crisi con la Corea del Nord, Russiagate, Siria, Venezuela. Basta voltarsi e una distrazione di massa salta fuori, come funghi nel sottobosco dopo un temporale. Eppure, sembra quasi che la gente non voglia uscire dal torpore in cui si è adagiata. Mollemente. Addirittura, crede che in Italia ci sia davvero un "Governo del cambiamento"! 
Prendiamo l'ultimo esempio in ordine di tempo, ovvero i nuovi dazi contro la Cina emanati da Donald Trump martedì per 200 miliardi di dollari e contro i quali Pechino ha già annunciato una rappresaglia per un controvalore di 60 miliardi di dollari a partire dal 24 settembre. Nei giorni scorsi vi ho mostrato plasticamente come la nuova offensiva americana sia una farsa, poiché la gran parte dei nuovi prodotti cinesi colpiti (non a caso con una tariffa del 10% e non del 25%, come accaduto nella prima tranche) rappresentano beni di larghissimo consumo per i cittadini americani e difficilmente le grandi catene potranno trovare fornitori alternativi al Dragone, a parità di condizioni: quindi, state certi che saranno dazi di corto respiro, per il semplice fatto che altrimenti quei prodotti saliranno di prezzo e a essere colpito sarà il potere d'acquisto dei cittadini Usa di fascia medio bassa, la ex middle-class già ridotta a lumpenproletariat dalla crisi del 2008. Il tutto, a meno di due mesi dalle elezioni di mid-term che, stando a tutti i sondaggi, vedono i Repubblicani mantenere il controllo del Senato ma perdere quello della Camera dei Rappresentanti. Credeteci pure, se volete. E salutatemi Babbo Natale, già che si siete. 
Perché poi Pechino reagisce per un controvalore di tariffe su prodotti Usa così basso? Bene, questi tre grafici cominciano a mettere in prospettiva la situazione. Come vedete, Pechino è costretta a limitare il controvalore dei suoi dazi sull'import Usa per il semplice fatto che importa molto meno degli Stati Uniti nel commercio bilaterale. In compenso, gli altri due grafici sono esplicativi della logica da gatto che gioca col topo che è in atto: non solo da dati del Tic statunitense pubblicati l'altro giorno, si scopre che a luglio la Cina ha scaricato Treasuries per un controvalore ai massimi da sette mesi, portando la detenzione totale proprio al livello dello scorso gennaio, ma, stranamente, non solo le vendite di luglio hanno coinciso con l'inizio del cosiddetto "armamento" dello yuan, ovvero la svalutazione interna della moneta cinese proprio come risposta ai dazi Usa, ma il terzo grafico ci mostra come l'impennata del rendimento del Treasury conosciuta martedì - tornando sopra la quota psicologica del 3% tondo - è casualmente coincisa con l'annuncio ufficiale dei nuovi dazi. Insomma, importando meno, si inviano segnali in altro modo. Ma, come vedete, nulla che faccia veramente male, né all'uno, nell'altro contendente. Almeno per ora. 
 
Chi invece si sta facendo male? E parecchio, calcolando che sta per terminare l'eta dell'oro monetaria, ovvero il Qe? 
Il vero bersaglio della disputa fra i due giganti, come vi dico da sempre, è l'Ue. 
E questi altri tre grafici ce lo mostrano in maniera talmente plastica che sfido chiunque a negare la correlazione: il primo, quello doppio, parla chiaro e fa riferimento a un'altra dinamica in atto in questo periodo, stranamente esplosa in contemporanea con la disputa commerciale. Anzi, esacerbata da quest'ultima. Ovvero, la crisi valutaria/debitoria dei mercati emergenti, strettamente correlata all'aumento dei tassi della Fed che ha reso l'indebitamento estero in biglietti verdi di Paesi come la Turchia, il Brasile e l'Argentina in prospettiva sempre meno sostenibile, anche al netto di enormi scadenze obbligazionarie corporate da qui a fine 2019. Cosa ci mostra il grafico? Ciò che vi dico dal primo giorno: se, come nel 2013, partirà un tantrum in grande stile sui mercati emergenti a causa delle crisi valutarie, il primo contagiato diretto stavolta non sarà l'Asia, ma proprio l'Unione europea e questo a causa del peso che l'export ha percentualmente sul Pil europeo, molto più alto di quello degli Usa. 
 
Ora, guardate gli altri due grafici, i quali ci mostrano il trend degli ordinativi industriali esteri tedeschi (-12% solo nei primi sette mesi di quest'anno) e quello della produzione industriale italiana, il cui ultimo dato negativo - riferito al mese di luglio - è stato pubblicato dall'Istat proprio martedì. Sarà un caso questo combinato congiunto fra guerra commerciale che, a causa della prima tranche di dazi, ha fatto salire il prezzo delle materie prime importate (con l'aggravante delle sanzioni Usa sull'alluminio della russa Rusal che entreranno in vigore a novembre, stranamente in contemporanea anche con il blocco totale sull'export petrolifero iraniano) e crisi dei mercati emergenti che spedisce scossoni sistemici all'export europeo? Io non credo. 
E, attenzione, perché fino a fine anno c'è la Bce in servizio permanente che può intervenire, magari riattivando a forza quattro gli acquisti di bond corporate per rafforzare almeno i cuscinetti di capitale delle aziende i cui comparti saranno più colpiti in autunno, ma c'è poco da fare: l'Europa è il vaso di coccio tra vasi di ferro. Oltretutto, un vaso che presenta già pesanti crepe dovute alle cadute volontarie, ovvero alla guerra intestina fra Stati che sta destabilizzando ulteriormente l'Unione. 
E sapete, tanto per capire quali giochi siano in atto, chi è stato a comprare Treasuries a luglio, mentre la Cina vendeva per ricordare agli Usa che si sta scherzando e quindi di non esagerare? La Turchia, la quale a giugno aveva venduto per mostrare i denti nella disputa sul pastore anglicano ai domiciliari ad Ankara e che, dopo settimane di tracollo della lira e delle riserve estere per cercare di salvarla, sembra essere addivenuta a più miti consigli con Washington. E il Giappone, stranamente dopo che Donald Trump aveva indicato Tokyo come prossimo bersaglio dei dazi per riequilibrare il deficit commerciale bilaterale. E la Francia, stranamente in modalità di riavvicinamento con la Casa Bianca da quando in Libia è tornato il caos. Vi paiono tutte coincidenze, tutte combinazioni? Vale davvero la pena fare la guerra alla Germania per il suo surplus, prestando il fianco a chi ha come principale obiettivo disgregare e distruggere, in modo da potersi spartire le macerie e la conseguente ricostruzione con Pechino (vedasi l'attivismo cinese in Grecia, ad esempio), avendo come asso nella manica la più che probabile vittoria delle sue "quinte colonne", vedi i leader sovranisti alla Salvini o alla Orban, alle Europee di maggio? 
Non è difficile, basta guadare cosa accade sotto il pelo dell'acqua e non soltanto al di sopra. Basta saper leggere un po' fra le righe e unire i puntini, come si fa con la Settimana enigmistica. Qualcuno ha molto da guadagnare da un tracollo politico e conseguentemente economico del primo mercato al mondo, ovvero quello europeo. E quel qualcuno ha un nome e un cognome, ancorché sembri più comodo e di moda millantare convergenze parallele e strane geometrie variabili a livello geopolitico. Stiamo scherzando con il fuoco e purtroppo non si tratta solo di mancanza di prospettiva, perché ciò che noi temiamo vada a colpire Usa e Cina nel proseguo dell'anno, in realtà sta già colpendo le economie europee e, Dio non volesse, se la crisi degli emergenti dovesse precipitare per qualsiasi motivo (e ce ne sono a bizzeffe, come di detonatori a disposizione), il rischio è quello di un'entrata anticipata in recessione dell'economia tedesca. Ciò che l'America vuole. E per un motivo: perché sa che l'intero Sud Europa - in preda a un infantile e generalizzato delirio da schadenfreude,alimentato dai populismi di varia latitudine, dall'Italia al Gruppo di Visegrad fino alla Svezia - non farà fronte comune, ma, anzi, gioirà delle disgrazie di Berlino, non fosse altro per la percezione epidermica di una miope "vendetta" per la Grecia. 
A quel punto, poi, comprarsi alleanze sarà un gioco da ragazzi. E noi ci scanneremo per chi sarà il traditore più lesto nel consegnare gli ex alleati al nuovo padrone, quantomeno per diventare servo per ultimo. Sarà la gara a chi è il miglior kapò del campo. O, almeno, a essere il prediletto. Che brutta fine, povera Europa. E, cosa ancor peggiore, senza nemmeno combattere per l'onore. E la propria sovrana indipendenza, in tempi in cui si abusa di questo termine. Quasi sempre a sproposito. 
Fonte: qui

Il disastro che può arrivare dallo scontro Usa-Cina

Lo scontro tra Stati Uniti e Cina sul fronte commerciale potrebbe portare a una recessione nel 2019, scatenando quindi il panico sui mercati. 

Donald Trump (Lapresse)



























Quali sviluppi ci saranno dalla presunta guerra commerciale tra Usa Cina? Come vi dicevo nell'articolo di mercoledì, è il disequilibrio nei dati dell'import fra Usa e Cina che potrebbe fare la differenza, con Pechino che infatti ha risposto ai dazi su 200 miliardi di dollari di propri beni imposti dalla Casa Bianca con "soli" 60 miliardi: il Dragone esporta troppo e importa poco, la bilancia della guerra tenderà sempre a essere in disequilibrio. Il vero tallone d'Achille per Donald Trump e i suoi piani di grandeur commerciali e manifatturiera ritrovata. Ecco quindi che, stando all'ultimo report di Hellenic Shipping News, la Cina potrebbe utilizzare armi non convenzionali, se veramente volesse porre pressione su Washington, ad esempio colpire i prodotti ad altissimo consumo e di grande impatto come quelli di maggior diffusione della Apple oppure colpire direttamente con sanzioni gli investimenti statunitensi in Cina. 
Non a caso, non più tardi di giovedì scorso, Jack Ma, leader di Alibaba, ha sparato il suo siluro, rimangiandosi la promessa della creazione di un milione di posti di lavoro proprio negli Stati Uniti. Attenzione, però a leggere bene, questa notizia: Alibaba aveva infatti "promesso" di sviluppare il suo business in America, non firmato un accordo. Siamo, come i mercati e le loro reazioni farsesche e iper-attive ci mostrano da tempo, nel campo della mera percezione e dell'aspettativa basata su cosa, però? Nel caso di specie, in un'immensa pantomima, basti vedere quanto ci ha messo Donald Trump a cambiare idea rispetto al profilo da dare alla Cina nel contesto globale: prima amico con cui cenare amorevolmente nella tenuta in Florida del Presidente (interrompendo in maniera poco rituale il desinare per dare il via libera all'attacco missilistico in Siria, oltretutto) e poi, di punto in bianco, tramutarlo formalmente nel Satana dell'economia, scagliandogli contro sanzioni che sono, almeno nel breve-medio termine, una iattura proprio per siderurgia e manifattura made in Usa, stante i costi di produzione più alti, ad esempio dei metalli non più importati a prezzi stracciati dalla sovra-produzione cinese. 
A detta degli esperti, qualsiasi forma prenderà il prossimo round di questa "guerra", l'impatto si riverbererà immediatamente sull'industria delle spedizioni a livello globale, visto che il timore per uno shock sulla crescita a livello mondiale potrebbe portare a un ri-prezzamento di molti assets, alcuni dei quali strategici. E in grado di auto-alimentare crisi, vedi il rame. O l'alluminio. Ora, guardate questo grafico, perché è quello maggiormente preoccupante. È stato preparato dalla Cpb Netherlands Bureau for Economic Policy Analysis e mostra come i volumi del commercio a tre mesi non siano solo in calo, al pari delle tariffe per i noli, ma addirittura già oggi in territorio negativo, sintomo chiaro di guai economici di ampio spettro. Non fosse altro perché quella discesa sotto lo zero si è sostanziata molto prima dell'intervallo normale di completamento di un ciclo economico, sintomo che qualcosa si è rotto nel meccanismo di trasmissione e dell'offerta del commercio globale. Già oggi, in chiaro atteggiamento di anticipo. 
 
Per Bloomberg, «il calo colpisce particolarmente perché le materie prime, uno dei sotto-settori più ampi e volatili dei beni commerciati globalmente, aveva finora performato bene, visto che gli indici Cpb sia per le commodities da carburante che per le altre avevano raggiunto i livelli massimi dal 2014 in maggio». E c'è di più, perché sempre Bloomberg sottolinea come «la debolezza nel comparto non arrivi e non promani dai materiali, ma dai beni lavorati in produzione, sintomo che la catena globale di fornitura non è più in grado di operare normalmente». 
Insomma, se non è grippata, sta per farlo. 
E questo sì, a causa di quanto scatenato da Washington e amplificato da Pechino. E non solo con ricadute dirette sull'eurozona tramite la cinghia di trasmissione dei mercati emergenti ma a livello globale, ovunque: dal Brasile alle fabbriche del Mid-West, dai porti cinesi alle miniere australiane. E, paradossalmente, la conferma arriva proprio dagli Usa che hanno scatenato questa disputa. Anzi, direttamente dalla Fed attraverso il suo Beige Book di luglio, nel quale si diceva a chiare lettere - ancorché media ed esperti si siano ben guardati dal sottolinearlo - che «le manifatture statunitensi potrebbero subire un rallentamento a causa di prezzi più alti e interruzioni nella catena di fornitura attribuibili alle nuova politiche commerciali, oltre a prezzi più alti nell'input e margini che si assottigliano».
Insomma, ci sono sempre più forti e chiari segnali che la guerra commerciale, lungi dal fare direttamente del male ai due "combattenti" nel breve, se dovesse proseguire e acuirsi nel quarto trimestre di quest'anno e oltre, potrebbe davvero imporre notevoli conseguenze sul mercato internazionale delle spedizioni, di fatto un proxy anticipatorio di un shock ribassista della crescita economica a livello globale. Tradotto, recessione. Un qualcosa che, se soltanto divenisse un'ipotesi percepita come pressoché certa, ancorché posizionabile a livello di prospettive nella seconda metà del 2019, vedrebbe i mercati entrare in modalità immediata di re-price rispetto praticamente a tutti gli assets, a partire da quelli maggiormente legati alla produzione e giù a catena fino alla controparte della finanza (futures, Etf e persino Cds dei Paesi maggiormente coinvolti). A quel punto, se non gestita, la situazione risponderebbe a un unico nome e un'unica condizione: panico
Per placare il quale, onde evitare gli errori e i ritardi del 2008-2009, le Banche centrali rientrerebbero in azione. Anche solo parzialmente. Anche solo a tempo e con ammontare non monstre ma in maniera coordinata: ciò che serve, almeno in parte, per sgonfiare le bolle più grosse senza che esplodano. Ma per farlo, per ottenere questo intervento salvifico, occorre appunto la distruzione schumpeteriana, ancorché controllata come la demolizione di un palazzo: fragorosa e impressionante, certo. Ma senza vittime, quantomeno. 

La partita reale in corso è questa, la posta altissima. Paradossalmente, più alta che nel 2008. E nel 2011. Donald Trump è il dinamitardo e sarà il capro espiatorio, come vi dico dal giorno seguente alla sua fragorosa e sconvolgente elezione alla Casa Bianca. Tutto il resto, è un foglio bianco da scrivere. Ma prima, per fare quella carta, occorre cellulosa. Quindi, molti alberi verranno abbattuti nella foresta dell'economia e della finanza globale. È il prezzo da pagare. Tutto sta a capire chi dovrà pagare la percentuale di conto più alta: a occhio e croce, in Europa in pochi hanno capito a cosa stiamo andando incontro. E questo rende il tutto tremendamente pericoloso. 
Fonte: qui

THE BIG MOUNTAIN


Forse qualcuno si sarà chiesto che fine avrò fatto.
Purtroppo la vita spesso ci riserva delle sorprese, oppure ci occupa oltre modo in compiti più o meno inattesi. Ma poco importa, sono sempre qui anche se a “mezzo servizio” ancora per un po’ di giorni.
Non credo di essermi perso molto e allo stesso modo non mi sembra di dover commentare qualcosa che è accaduto e che ha rivoluzionato il mondo dell’economia e della finanza. Tutto continua con le logiche dei miei ultimi post e quindi… prosegue la storia.
Prossimamente spero anche di poter scrivere qualcosa di più completo. Intanto direi che la BCE qualche giorno fa non ha fatto altro che commentare un copione già scritto. Ho detto commentare? Era meglio scrivere “confermare”. E se la FED continua per la sua strada e la BCE fa altrettanto, che farà mai la BOJ?
Nulla di nuovo sul fronte occidentale. E intanto il Bilancio della banca centrale giapponese raggiunge il livello del PIL. E il debito pubblico arriva ad oltre 253%.
Che sia questa la strada della felicità? Possibile arrivare a livelli indicibili di debito, con un bilancio artificioso della banca centrale che è pari a quanto viene prodotto in un anno nell’intero paese?
Beh…al momento vi lascio con questo messaggio meditativo e poi… spero di ritrovarvi presto.
Tanto alla fine chiessenefrega se rimarremo sommersi dal debito e gonfieremo la bolla speculativa al’infinito. Intanto però il sistema regge e continua la sua corsa. Magari con scossoni e movimenti di assestamento. Ma per ora tutto come da programma. Il giorno del giudizio arriverà, ma quando non si sa. La mia scommessa a questo punto si sposta sull’anno prossimo.
Ma nel frattempo continuiamo a pompare,e più si pompa e più sara interessante capire come gestiremo “il dopo”.
Fonte: qui

Perché gli stupidi si credono intelligenti?


Vi è mai capitato di incontrare dei perfetti idioti che si credono dei portenti di intelligenza? Sicuramente sì.

Potrebbe esservi anche capitato di essere sicuri di avere capito tutto su un certo tema, ma - con il senno di poi - realizzare di esservi illusi di capire, quando in realtà avevate capito poco o niente.

Si tratta di un tema molto generale: noi esseri umani siamo capaci di essere obiettivi su noi stessi e sulla nostra intelligenza?
La risposta giusta è: no.

In particolare, quanto più qualcuno è incompetente su un certo tema o in una certa attività, tanto più crede di essere più bravo di quel che è. 
Invece quelli più competenti e intelligenti tendono a “fare i modesti”, cioè sottostimano la loro competenza e intelligenza.

L’effetto per cui se sei stupido e/o scarso su un certo tema non sai neanche di esserlo......................
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si chiama “effetto Dunning/Kruger”, dal nome dei due psicologi che ne hanno dimostrato la presenza attraverso una serie di esperimenti.
(N.d.R. vedi gli espertoni-tuttologi laureati all'università della vita e/o della strada)


Si tratta in buona sostanza di una “stupidità al quadrato”, in quanto sei stupido (N.d.R. + ignorante) e lo sei talmente tanto da non capire di esserlo.

D’altro canto, il fatto che quelli competenti e intelligenti siano modesti sulla loro performance e sul loro quoziente d’intelligenza si può spiegare così: costoro spesso ritengono che la bravura degli altri sia paragonabile alla loro, e dunque non pensano di essere così bravi.

La prova di ciò?
Dunning e Kruger mostrano che, se ai più bravi fai vedere qualcuno dei compiti fatti dagli altri, quelli bravi capiscono meglio e diventano meno modesti e più obiettivi, in quanto si rendono conto con chi hanno a che fare!

Invece l’incompetenza è una specie di orrido buco nero: se in un esperimento fai vedere ai somari i compiti fatti dai più bravi, i somari continuano a pensare di essere meno somari di quel che sono, perché non riescono a comprendere la differenza tra compiti fatti bene e fatti male.

Questa ricerca è illuminante e preoccupante nello stesso tempo: se non riesci ad allenare i somari, questi resteranno tali, perché continueranno a pensare di essere dei geni, o quasi.

Dentro l’effetto di Dunning e Kruger c’è anche lo spazio per la vita faticosamente invidiosa di Antonio Salieri: se sei bravo ma non un genio, capisci con tremenda precisione chi è il Mozart davanti a te, senza essere salvato dalla nebbia incosciente della stupidità.

[Questo pezzo si basa su un precedente pezzo che avevo scritto per Linkiesta, disponibile qui]

Fonte: qui

di Riccardo Puglisi

Per chi vuole saperne di più:

Justin Kruger e David Dunning [1999]. “Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments.” Journal of Personality and Social Psychology 77(6) (1999): 1121-1134.
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P.S.
UNO NON VALE UNO... (manco per la cippa!)

Il petroyuan inizia a diventare uno strumento politico “reale”

La prima consegna di greggio fisico avvenuta nei giorni scorsi, che regola il primo future petrolifero quotato in valuta cinese, è una buona occasione per fare il punto sul petroyuan e sugli effetti che nel medio e lungo periodo questo strumento può svolgere non solo sui mercati petroliferi ma anche su quelli finanziari e quindi inevitabilmente politici. Può sembrare un vezzo da specialisti, monitorare il regolamento di un contratto future. Ma in realtà è un passaggio fondamentale per testare la solidità del processo messo in piedi dalle autorità cinesi che ha condotto alla quotazione del future. Se la consegna per una qualsiasi ragione avesse incontrato intoppi, il future cinese avrebbe sostanzialmente fallito la sua prova di mercato. Al contrario, tutto è andato come da copione. Le cronache riportano che sono stati consegnati 601.000 barili di greggio sour mediorientale per un valore di 293 milioni di yuan, pari a circa 42,6 milioni di dollari. Lo Shanghai International Energy Exchange (INE), la borsa dove è quotato il future, non ha fornito l’identità degli acquirenti. Alcune fonti però alludono genericamente a compagnie finanziarie e ad almeno una compagnia cinese a controllo pubblico, la Yongan future.
Conclusa la regolazione, l’attenzione degli analisti si è spostata sull’andamento finanziario del future, che per una serie di ragioni legate probabilmente ai costi di storage e alla situazione internazionale è andato in contango già dal 21 agosto con il contratto in scadenza a dicembre. Quindi i prezzi futuri di dicembre sono superiori al prezzo spot corrente e tuttavia gli acquisti si son concentrati proprio su questa scadenza già dalle metà di agosto. Agli inizi di settembre i lotti scambiati su questo contratto avevano toccato quota oltre 348 mila lotti, poco sotto il record di oltre 367 mila contratti dell’8 agosto raggiunto però dal future di settembre ormai vicino alla scadenza. La preferenza dei trader sul future di dicembre, ossia il contratto più lontano nel tempo, non è usuale nei grandi mercati dei derivati, dove di solito la liquidità si concentra sul contratto più prossimo (cd prompt-month), quindi quello del mese successivo a quello in scadenza. Questa caratterista del future cinese denota l’utilizzo più che altro speculativo che ne fanno i trader, peraltro in gran parte clientela retail cinese. Avere tre mesi di tempo prima della scadenza, insomma, dà più margini per speculare sui prezzi e lasciare il mercato prima della consegna fisica. In tal senso in questi primi sei mesi di attività il petroyuan, secondo diversi osservatori, più che un termometro della domanda cinese di greggio, che ricordiamo essere ormai sostanzialmente la prima al mondo, è un indicatore dell’attitudine speculativa dei suoi partecipanti. Le cronache riportano che in oltre 30.000 avrebbero aperto un account all’INE e almeno una decine di grandi compagnie, cinesi e non, hanno iniziato da subito a utilizzare il petroyuan. Secondo alcune stime, dal momento del lancio al 31 agosto scorso sono stati tradati a Shangai oltre 11 milioni di lotti per un valore di circa 5,39 trilioni di yuan, superando di gran lunga il DME Oman future. Gii osservatori stimano che ormai il 15% di queste posizioni siano estere, rispetto al 5% dei primi due mesi di trading.  Insomma: il petroyuan mostra un gradimento crescente, ma soprattutto inizia a penetrare nell’economia reale del petrolio.
A parte la consegna di settembre, che sarà servita a rassicurare chi il greggio lo compra sul serio, gli analisti hanno osservato la nascita di un certo collegamento “spontaneo” fra il future cinese e Dubai. La preferenza finora mostrata per i contratti in petroyuan a intervallo trimestrale, infatti, si combina bene con i meccanismi di mercato della cittadina araba visto che il future ha come sottostante il Middle eastern sour, contrattato a Dubai, e soprattutto si sposa col ciclo di mercato di questo greggio che tratta cargo con merce spedita a due mesi, in coerenza con i 20-35 giorni che servono per raggiungere la Cina dal Golfo Persico. E non ci sono solo ragioni tecniche, ossia legate al funzionamento dei mercati, a lasciar immaginare grandi spazi di crescita nell’economia reale del petroyuan. La variabile politica è sicuramente quella più interessante. Cronache più o meno interessate sottolineano le enormi opportunità che si aprono per il petroyuan adesso che diventa imminente l’applicazione completa delle sanzioni Usa all’Iran. Dal prossimo novembre sarà molto difficile per gli iraniani vendere petrolio in dollari, e poiché la Cina rimane uno dei principali clienti della Repubblica Islamica, nulla di più semplice che usare uno strumento che già esiste – il petroyuan – per quotare e scambiare greggio contro valuta.
Qualcosa di simile starebbe accadendo anche fra Russia e Cina. Secondo questi resoconti Mosca e Pechino sono intenzionate a incrementare il valore delle transazioni denominato in rubli e yuan. I media riportano che il capo del Russian Direct investmente fund, Kirill Dmitriev, avrebbe annunciato lo scorso 12 settembre all’Easter Economic Forum (EEF) di Vladivostok che i primi accordi in valute locali avverranno all’inizio del prossimo anno e che esiste un’intesa con la China Development Bank per creare un fondo in valuta cinese da almeno dieci miliardi per sostenere questi scambi. L’intenzione è di scambiare beni per 100 miliardi di valore in prima battuta per arrivare a 200 nel medio termine. Una scelta che ha anche un certo senso economico se si osserva che la Cina, secondo alcuni resoconti, pesa circa il 15% del commercio russo e che il commercio bilaterale è cresciuto del 31,5% nel 2017 raggiungendo gli 87 miliardi. Peraltro pare che l’interscambio in valute locali sia già avviato da un pezzo. 
La Cina avrebbe pagato nel 2017 il 9% delle sue fornitura dalla Russia in rubli mentre le compagnie russe avrebbero pagato il 15% delle loro importazioni in Yuan. Il fatto che la Russia sia il primo fornitore di greggio della Cina potrebbe semplificare molto l’adozione del petroyuan nello scambio fra i due paesi.
E qui si arriva al punto che trasforma una questione da specialisti – un future sul greggio – o al limite da studiosi del commercio internazionale – l’interscambio russo-cinese – in un affare di stato. Anzi: di stati. La diffusione di scambi in yuan implica l’aumento del volume di transazioni valutarie in moneta cinese, ancora poco significativo, soprattutto a causa dell’inconvertibilità dello yuan, ma soprattutto perché sinora il commercio internazionale è stato denominato in gran parte in dollari. Anche su questo tema, resoconti più o meno interessati ipotizzano che l’evoluzione del quadro politico internazionale stia lentamente traghettando il mondo verso un sistema multi-valutario, dove il Re dollaro, seppur fra molte resistenze, e in parte per precise scelte degli Usa (dazi, sanzioni) sta lentamente perdendo quote di mercato. E’ presto per dire se queste previsioni siano sensate. Ma sarebbe poco saggio ignorarle.
Fonte: qui