9 dicembre forconi: intelligenza
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domenica 23 settembre 2018

Perché gli stupidi si credono intelligenti?


Vi è mai capitato di incontrare dei perfetti idioti che si credono dei portenti di intelligenza? Sicuramente sì.

Potrebbe esservi anche capitato di essere sicuri di avere capito tutto su un certo tema, ma - con il senno di poi - realizzare di esservi illusi di capire, quando in realtà avevate capito poco o niente.

Si tratta di un tema molto generale: noi esseri umani siamo capaci di essere obiettivi su noi stessi e sulla nostra intelligenza?
La risposta giusta è: no.

In particolare, quanto più qualcuno è incompetente su un certo tema o in una certa attività, tanto più crede di essere più bravo di quel che è. 
Invece quelli più competenti e intelligenti tendono a “fare i modesti”, cioè sottostimano la loro competenza e intelligenza.

L’effetto per cui se sei stupido e/o scarso su un certo tema non sai neanche di esserlo......................
.
si chiama “effetto Dunning/Kruger”, dal nome dei due psicologi che ne hanno dimostrato la presenza attraverso una serie di esperimenti.
(N.d.R. vedi gli espertoni-tuttologi laureati all'università della vita e/o della strada)


Si tratta in buona sostanza di una “stupidità al quadrato”, in quanto sei stupido (N.d.R. + ignorante) e lo sei talmente tanto da non capire di esserlo.

D’altro canto, il fatto che quelli competenti e intelligenti siano modesti sulla loro performance e sul loro quoziente d’intelligenza si può spiegare così: costoro spesso ritengono che la bravura degli altri sia paragonabile alla loro, e dunque non pensano di essere così bravi.

La prova di ciò?
Dunning e Kruger mostrano che, se ai più bravi fai vedere qualcuno dei compiti fatti dagli altri, quelli bravi capiscono meglio e diventano meno modesti e più obiettivi, in quanto si rendono conto con chi hanno a che fare!

Invece l’incompetenza è una specie di orrido buco nero: se in un esperimento fai vedere ai somari i compiti fatti dai più bravi, i somari continuano a pensare di essere meno somari di quel che sono, perché non riescono a comprendere la differenza tra compiti fatti bene e fatti male.

Questa ricerca è illuminante e preoccupante nello stesso tempo: se non riesci ad allenare i somari, questi resteranno tali, perché continueranno a pensare di essere dei geni, o quasi.

Dentro l’effetto di Dunning e Kruger c’è anche lo spazio per la vita faticosamente invidiosa di Antonio Salieri: se sei bravo ma non un genio, capisci con tremenda precisione chi è il Mozart davanti a te, senza essere salvato dalla nebbia incosciente della stupidità.

[Questo pezzo si basa su un precedente pezzo che avevo scritto per Linkiesta, disponibile qui]

Fonte: qui

di Riccardo Puglisi

Per chi vuole saperne di più:

Justin Kruger e David Dunning [1999]. “Unskilled and unaware of it: how difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments.” Journal of Personality and Social Psychology 77(6) (1999): 1121-1134.
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P.S.
UNO NON VALE UNO... (manco per la cippa!)

lunedì 17 settembre 2018

Idiocracy: l’instupidimento della razza umana è iniziato

Rischiamo l’era di “Idiocracy”: il benessere diffuso è causa di un generale abbassamento dell’intelligenza umana. 

Non è più necessaria per la sopravvivenza.L’umanità diventa sempre più stupida! Lo aveva già profetizzato uno spassosissimo film del 2006, “Idiocracy“, nel quale si descrive l’umanità del 27° secolo dove l’intelligenza ha ceduto il posto alla stupidità più bieca.

Ora la conferma arriva da una teoria provocatoria elaborata da un genetista della Stanford University, secondo la quale l’uomo sta perdendo le sue capacità intellettuali ed emotive, dato che la rete di geni che conferisce il potere al nostro cervello è particolarmente vulnerabile alle mutazioni ambientali e sociali.

Nella società che abbiamo creato, non c’è più bisogno di creatività e ragionamenti per sopravvivere, quindi l’intelligenza potrebbe diventare qualcosa che inevitabilmente potremmo perdere!
Nonostante le scoperte scientifiche e gli avanzamenti tecnologici, l’uomo di duemila anni fa era molto più intelligente di oggi e, almeno da un punto di vista evoluzionistico, sarebbe ormai sul viale del tramonto.
A dirlo è Gerald Crabtree, genetista alla Stanford University (California) che ha condotto uno studio pubblicato dalla rivista Trends in Genetics su come si sia modificato il patrimonio genetico e intellettivo del genere umano. Il responso non è confortante: i nostri giorni migliori sarebbero già passati.
Alla base del pensiero di Crabtree, racconta il Guardian, c’è un’idea molto semplice. Ancora prima dell’invenzione dell’agricoltura e della scrittura, quando l’uomo viveva ancora di ciò che riusciva a cacciare, chi compiva un passo falso semplicemente soccombeva alle dure leggi della natura.
Nel film Idiocracy le persone intelligenti si riproducevano sempre meno mentre coloro che avevano un QI molto basso si facevano meno scrupoli popolando il pianeta.
Ad andare avanti e a riprodursi erano i più forti e più intelligenti. Oggi però non è più così. Con tutta probabilità, la nostra forza intellettuale ha cominciato a calare proprio con l’invenzione dell’agricoltura e con il sorgere delle prime comunità stanziali.
Spiega Crabtree: “Un cacciatore che non riusciva a procacciarsi il cibo o un rifugio moriva insieme alla sua progenie, mentre oggi un funzionario di Wall Street che commette un errore concettualmente simile riceverà comunque un bonus finanziario e probabilmente verrà considerato un potenziale partner da più donne. La selezione estrema è una cosa che appartiene al passato”.
E quindi, in quale tempo si colloca l’apice dell’umanità? Crabtree non ha dubbi: dopo aver studiato il corredo genetico degli uomini nelle varie epoche, è emerso che l’uomo avrebbe subito numerose variazioni negli ultimi 3.000 anni: una spirale discendente che ha portato l’umanità verso un progressivo e ineluttabile istupidimento genetico nell’arco di 120 generazioni.
Non a caso, infatti, la storia incorona il tempo della Grecia classica come uno dei periodi più intellettualmente fecondi della storia dell’umanità, secoli che hanno fissato i cardini delle società occidentali moderne, fondamenti che si sono tramandati fino ai nostri giorni.
“Siamo una specie sorprendentemente fragile dal punto di vista intellettuale”, continua Crabtree, “e probabilmente abbiamo raggiunto il nostro picco di intelligenza tra i 6.000 e i 2.000 anni fa. È sufficiente che la selezione naturale diventi meno severa che subito il nostro patrimonio intellettuale si indebolisce”.
La tesi dello scienziato californiano potrebbe essere presto confutata da altri studi, tuttavia Crabtree chiude la ricerca con una nota positiva: anche se il nostre genoma sembra diventare ogni giorno più fragile, la nostra società può contare su un forte sistema di trasmissione delle conoscenze che, diversamente rispetto al passato, riesce a diffondere la cultura velocemente e in modo capillare.
“Entro 3000 anni da oggi, è probabile che tutti gli esseri umani saranno stati sottoposti almeno a due ulteriori mutazioni genetiche che ridurranno la stabilità intellettuale ed emotiva, ma è molto probabile che la scienza progredirà a tal punto da essere in grado di risolvere il problema”, ha puntualizzato il prof.
“Non c’è bisogno di immaginare un giorno in cui non potremo più comprendere il problema, o contrastare la lenta decadenza nei geni alla base del nostro benessere intellettuale, o di avere visioni della popolazione mondiale guardando tranquillamente le repliche su televisori che non si potranno più costruire”.
Il Prof. Robin Dunbar, antropologo dell’Università di Oxford, afferma: “Il Prof Crabtree, parte dal presupposto che la nostra intelligenza è progettata per consentire di costruire case e gettare lance dritte ai maiali nella boscaglia, ma non è quello il vero metro di giudizio del cervello”.
“In realtà, ciò che ha guidato l’evoluzione del cervello umano e dei primati è la complessità del nostro mondo sociale e quel mondo complesso non sta smantellandosi. Fare le cose che decideremo di fare per il nostro partner o il modo migliore per allevare i nostri figli saranno sempre e comunque con noi”.
“Personalmente non sono sicuro che in un prossimo futuro ci sarà qualche ragione per essere tutti colti dal panico. Il tasso di evoluzione delle cose richiede decine di migliaia di anni e senza dubbio l’ingegno della scienza troverà soluzioni a tale circostanza, se non saltiamo in aria prima”, conclude il Prof Dunbar.

lunedì 29 gennaio 2018

Se i diamanti costassero un euro al chilo, penseremmo che sono pacchiani


Ne è passato di tempo da quando lo stoico Cleante ringraziava Zeus per aver creato l'uomo, il gioiello della creazione. Ma i gioielli si apprezzano anche perché sono rari, se i diamanti fossero comuni come le patate, li considereremmo inutili e pacchiani (oltre a non essere buoni da mangiare). Oggi, con sette miliardi e mezzo di umani, la fama dell'uomo come gioiello della creazione si è alquanto appannata e Bruno Sebastiani non scende a compromessi nel parlare degli esseri umani come "Il Cancro del Pianeta." E' un titolo molto inquietante per un saggio che, peraltro, fa molte osservazioni corrette. (U.B.)




IL CANCRO DEL PIANETA

Un post di Bruno Sebastiani

E se la nostra intelligenza anziché essere una scintilla divina o una mirabile opera della natura (a seconda che ci si riconosca nel creazionismo o nell’evoluzionismo) fosse un tragico errore del processo evolutivo della vita, una via “svantaggiosa” imboccata casualmente da madre natura che ben presto l’abbandonerà per far ritorno a forme di vita meno distruttive per l’ambiente?

A questa domanda, tanto angosciante quanto di basilare importanza per tutto il genere umano, ho tentato di dare una risposta con la teoria contenuta nel saggio “Il Cancro del Pianeta” (Armando Editore, Roma, 2017).

E la risposta, purtroppo, è stata affermativa. Sì, la nostra intelligenza è il frutto di un’abnorme evoluzione patita dal nostro cervello, evoluzione che ci ha posti in grado di modificare l’ambiente che ci circonda a nostro vantaggio, ma a svantaggio di ogni altra realtà del pianeta.

Fin qui qualcuno potrebbe dire: che male c’è? Noi apparteniamo alla specie Homo sapiens, siamo all’apice della catena della vita ed è giusto che ci preoccupiamo principalmente di noi stessi. Sennonché la nostra vita dipende da tutte le altre realtà esistenti sul pianeta, realtà che stiamo dissennatamente e sistematicamente annientando! È come se ci trovassimo su una nave e continuassimo ad imbarcare acqua: prima o poi ci sarà il naufragio!

Il punto è proprio questo: la “scintilla divina” (o “mirabile opera della natura”) ci ha consentito di piegare a nostro vantaggio le leggi stesse della natura, di squilibrare, sempre a nostro vantaggio, il delicato ed ultra complesso sistema di congegni e meccanismi biologici formatisi spontaneamente in milioni e milioni di anni, e ci ha consentito di farlo in un battibaleno, in poche migliaia di anni, un’inezia di tempo cosmico. Ma non ci ha consentito di creare un nuovo equilibrio altrettanto solido come quello che abbiamo distrutto.

La nostra intelligenza (o ragione) è il software che gira nel nostro cervello ed è lo strumento più potente sviluppatosi su questo pianeta. Ma la sua potenza è niente rispetto a quella necessaria per governare in modo stabile ed equilibrato le innumerevoli variabili presenti in natura.
Erano nel giusto gli antichi asceti che si annientavano di fronte all’ignoto che essi chiamavano onnipotenza divina.

Ma l’essere umano non ha seguito la loro strada perché non poteva che intraprendere il cammino del cosiddetto “progresso”, indotto a ciò due impulsi irrefrenabili, e cioè:


  • da un lato la continua, spontanea crescita (e potenza elaborativa) del cervello, da meno di 500 cc a 1.400 cc in poco più di due milioni di anni;
  • dall’altro lato l’istinto di sopravvivenza della specie, presente in ogni appartenente al regno animale e preposto al mantenimento dell’equilibrio numerico tra tutti gli esseri viventi.


Questo istinto ha normalmente la funzione di non far prevalere una specie sulle altre: alcuni animali hanno sviluppato la forza fisica, altri l’agilità, altri la velocità, altri ancora il mimetismo e così via. Ognuna di queste “doti” si è evoluta al fine di consentire a ciascuna specie la conservazione del proprio posto nel mondo della natura, all’interno di un equilibrio dinamico in continuo movimento. Tale equilibrio in passato, milioni di anni or sono, si è spezzato più volte a causa di eventi catastrofici, quali impatti con asteroidi, glaciazioni, collisioni di placche tettoniche, eruzioni ecc. Ed ogni volta, dopo la catastrofe, la vita ha ripreso ad evolvere, sotto vecchie e nuove forme, fino a ricostituire il suo equilibrio dinamico.

Al di fuori di questi eventi, che condussero alle cosiddette “estinzioni di massa”, alcune specie si estinguono per motivi naturali, di norma per il venir meno delle loro specifiche fonti di sostentamento o l’insorgere di particolari mutazioni climatiche. Queste estinzioni, dette “estinzioni di fondo” (in inglese “background extinctions”) sono assai rare, nell’ordine di 4 – 5 famiglie ogni milione di anni.

Ma ai nostri giorni l’equilibrio che presiede alla contemporanea convivenza di tutte le specie viventi si è nuovamente spezzato, e non per motivi riconducibili ad eventi catastrofici, bensì a causa dell’utilizzo che stiamo facendo delle capacità intellettuali di cui ci siamo trovati involontariamente a disporre.

In pratica nella lotta per la vita, abitualmente regolata dall’istinto di sopravvivenza, noi uomini siamo intervenuti con la nuova super arma fornitaci dall’abnorme evoluzione del nostro cervello, abbiamo sbaragliato tutti gli avversari e siamo rimasti soli a dominare su tutti i regni della natura.

Ma così come è stato facile trionfare su ogni essere animato e inanimato presente sul pianeta, è altrettanto difficile ricreare un nuovo equilibrio che garantisca la continuità della vita sulla Terra. Il nostro trionfo ha comportato la diffusione del genere umano in ogni angolo del globo con un ritmo vertiginoso, cui ha corrisposto per contrappeso l’annientamento di tutte le forme di vita non riconducibili ad un diretto utilizzo antropico (alimentare in primis). Il nostro egoismo è stato tanto cieco da non farci comprendere che in natura tutto è collegato all’interno di un grande super organismo entro cui è germogliata la vita e di cui anche noi facciamo parte. Spezzando un’infinità di anelli apparentemente inutili, abbiamo interrotto il flusso vitale del super organismo, ed ora ne patiamo le conseguenze che portano i nomi tristemente noti di inquinamento, riscaldamento globale, desertificazione, sovrappopolazione ecc. ecc.

Come non intravvedere una corrispondenza tra questo tipo di comportamento e quello delle cellule in cui il materiale genetico muta al punto da trasformarle in agenti cancerosi, restii ad accettare la morte cellulare programmata (apoptosi) e destinati ad innescare con la loro proliferazione incontrollata il processo tumorale?

A mio avviso non ha grande importanza che questa correlazione abbia basi scientifiche o meno. Ciò che conta è che faccia intendere all’essere umano come il progresso di cui va tanto orgoglioso, la cosiddetta civiltà, altro non sia per l’ecosfera se non una malattia che tutto distrugge. Questo morbo, vero e proprio cancro del pianeta, minaccia di far sparire la vita in una nuova estinzione di massa, indotta questa volta non da eventi esogeni, ma da un errore commesso da madre natura stessa, una via svantaggiosa imboccata casualmente che presto sarà abbandonata, come ogni errore prodottosi nel corso del processo evolutivo.

Oggi ci troviamo in una situazione ambigua. Non possiamo negare gli enormi benefici che il progresso ha comportato per tanta parte dell’umanità. Ma non possiamo ignorare i danni irreversibili che abbiamo già causato all’ambiente e agli altri esseri viventi, danni che prossimamente si ritorceranno anche contro di noi.

Quando il cancro conclude la sua opera nefasta anche le cellule cancerose scompaiono insieme ai tessuti sani che hanno distrutto.

Ecco questa è la visione realistica contenuta nel mio saggio. Non mi sono posto il problema della “guarigione” perché ritengo che la “malattia” sia giunta ad un punto tale da lasciare ben poche speranze di risanamento.

Ho mantenuto però un barlume di speranza individuale, laddove ho suggerito a chi ne ha la possibilità di cercare rifugio in quel poco di natura che resta, come abbiamo fatto io e mia moglie che abbiamo lasciato la città in cui vivevamo (Milano) e ci siamo trasferiti in una casa ai margini di un bosco. Qui abbiamo aperto un Bed & Breakfast, al quale abbiamo dato nientemeno che il nome di Joie de Vivre.

Se la speranza collettiva non ha più ragion d’essere, rimane pur sempre la speranza individuale!

Fonte: qui

sabato 13 gennaio 2018

“Siamo cyborg da molto tempo, e stiamo migliorando continuamente”

Jürgen Schmidhuber è da molti considerato il padre dell’intelligenza artificiale moderna (IA). Sin dagli anni ‘90 conduce ricerche di base presso l’Istituto Dalle Molle di Studi sull’Intelligenza Artificiale (IDSIA) di Lugano. Oggi, il riconoscimento vocale e la traduzione basati su questa tecnologia funzionano su miliardi di smartphone. Schmidhuber è convinto che l’IA supererà presto l’intelligenza umana.

Swissinfo.ch: Continua a raccontare nelle interviste che vuole lavorare come scienziato fino a quando non avrà sviluppato una macchina più intelligente di lei. Da dove nasce questo sogno?

Jürgen Schmidhuber: Da ragazzo mi chiedevo come potevo massimizzare la mia influenza sul mondo. Quando ho capito che non ero molto intelligente, ho pensato che la soluzione fosse costruire una macchina che imparasse ad essere molto più intelligente di me e potesse così risolvere i problemi decisamente troppo difficili per il sottoscritto. Così il mio lavoro oggi è una naturale conseguenza di questa idea megalomaniacale e infantile.

Uno dei contributi più importanti della sua squadra alla scoperta dell’intelligenza artificiale sono le cosiddette reti neuronali ricorrenti, tra cui la “memoria a breve termine” (Long Short Term Memory – LSTM). Può spiegare brevemente questa tecnologia ad un profano?
La LSTM si ispira al cervello umano che conta circa 100 miliardi di neuroni. Ogni neurone è collegato ad altri 10’000 neuroni. Ogni collegamento ha una certa forza che racconta quanto i neuroni collegati si influenzino fortemente l’un l’altro. All’inizio, tutte le connessioni sono casuali; quindi ciò che inizialmente la rete produce non ha senso. Utilizzando un algoritmo intelligente di apprendimento, tuttavia, l’LSTM è in grado di ottimizzare nel tempo la forza di queste connessioni in modo tale che il sistema, ad esempio, possa riconoscere le lingue. Oggi, l’LSTM funziona su tre miliardi di smartphone e le cinque aziende più importanti al mondo – Apple, Google, Microsoft, Facebook e Amazon – utilizzano l’LSTM miliardi di volte al giorno per la traduzione di testi, il riconoscimento vocale e la produzione di lingue. Tuttavia, l’LSTM non è l’invenzione più importante fatta nei nostri laboratori.

Cioè?

La LSTM è un puro riconoscimento di modelli, cioè un’osservazione passiva dei dati. Lavoriamo invece da molto tempo su sistemi in grado di elaborare autonomamente i dati in entrata, proprio come facciamo da sempre noi esseri umani. Per esempio, nessuno ha bisogno di insegnare ai bambini quando e come devono muovere i muscoli per mangiare qualcosa. Lo imparano da soli, attraverso l’esercizio e l’esperienza. La vera intelligenza artificiale impara anche dall’interazione con il mondo. Si tratta di una percezione e di un’azione continua, unita alla necessità di raggiungere determinati obiettivi.

Quali sono le sfide principali all’IDSIA di Lugano?

Siamo molto interessati a sistemi che si pongono problemi e si fissano i propri obiettivi, dotati cioè di curiosità artificiale e creatività. Ci chiediamo ad esempio: come posso costruire un sistema che esplori con curiosità il mondo come lo farebbe un bambino o uno scienziato? Le mie prime pubblicazioni in questo ambito risalgono agli anni ’90. Ma solo ora abbiamo abbastanza potenza di calcolo per affrontare tali sistemi. Visto che ogni cinque anni la potenza di calcolo costa circa dieci volte di meno, presto avremo computer con la capacità grezza di un cervello umano.

Questo significa anche che le persone perderanno il controllo dell’IA?

Attualmente quasi tutte le ricerche sull’IA si concentrano sul prolungamento e sulla facilitazione della vita umana. A lungo termine, tuttavia, le intelligenze artificiali veramente intelligenti si sganceranno dagli esseri umani.

Poi cosa succederà?

I robot intelligenti si diffonderanno laddove sarà disponibile la maggior parte delle risorse sotto forma di materia ed energia, cioè nello spazio, lontano dalla Terra. Là fuori, ad esempio, ci sono miliardi di volte più luce solare che sulla nostra terra. L’IA colonizzerà prima il sistema solare poi, nel giro di pochi milioni di anni, l’intera Via Lattea. Lo spazio è fatto per le IA progettate in modo adeguato, non per noi. Visto che l’universo visibile è ancora molto giovane, e probabilmente invecchierà ancora per milioni di anni, c’è tempo più che sufficiente per le IA per colonizzare l’universo e trasformarlo completamente.

È ancora scienza o è già fantascienza?

La fantascienza tradizionale non ha capito o non ha voluto capire come l’IA si svilupperà concretamente. La fantascienza del secolo scorso era per lo più antropocentrica. Autori come Isaac Asimov progettarono imperi galattici, ma dovettero inventare delle castronerie fisiche, come gli ipersalti e sistemi super-leggeri di velocità, per rendere la breve durata di vita dell’uomo compatibile con le grandi distanze della Via Lattea. Per contro, le IA progettate adeguatamente non avranno problemi con la limitazione naturale della velocità della fisica. E anche il “Beamen” è triviale per le IA – possono muoversi alla velocità della luce tra trasmettitore e ricevitore, proprio come facciamo da tempo nei nostri laboratori.

Tre mesi fa il fondatore della Tesla, Elon Musk, ha richiamato l’attenzione del mondo dicendo che l’IA rappresenta il più grande pericolo per l’esistenza dell’umanità, presagendo una terza guerra mondiale. Cosa ne pensa?

È interessante vedere come spesso le persone che non sono esperti di IA – tra cui molti filosofi, fisici e imprenditori – prendano la parola. Elon Musk tempo fa mi ha invitato a una festa famigliare, e abbiamo parlato del tema per ore. Ogni volta che incontro persone così influenti, cerco di placare le loro paure. In realtà è chiaro che l’IA non aumenta il potenziale di autodistruzione sulla terra. La massima capacità di autodistruzione è già stata raggiunta negli anni ‘60 con la bomba a idrogeno. Ci sono diverse potenze nel mondo che hanno a disposizione questa tecnologia e possono annientare la civiltà come la conosciamo oggi entro due ore.

Si parla di armamenti controllati dagli esseri umani. Ma proprio come Elon Musk, anche voi avete previsto sistemi che in futuro decideranno da soli.

Al momento il 95% della ricerca sull’IA è molto concentrata sui bisogni dell’uomo, per rendere le persone più longeve e più sane, così come renderle più dipendenti dal loro smartphone. C’è quindi una grande necessità commerciale di costruire intelligenze artificiali in modo tale che siano vicine all’uomo e rendano la loro vita più semplice, altrimenti non verrebbero acquistate. Anche se le reti LSTM sono utilizzate per controllare tra l’altro i droni, gli usi militari però rappresentano solo una frazione della ricerca attuale.

Tuttavia lei ha firmato una lettera aperta nel 2015 con la quale più di 100 scienziati mettono in guardia il pubblico e i politici contro un uso bellico dell’IA.

Proprio come avrei firmato una lettera di questo tipo 750.000 anni fa quando l’uomo riuscì a controllare il fuoco. Allora avrei scritto: il fuoco ha grandi vantaggi, possiamo cucinare e tenerci al caldo di notte. Ma il fuoco può anche causare incendi e bruciare altre persone. Dobbiamo essere consapevoli dei pericoli e concentrarci sulla promozione degli aspetti positivi della nuova tecnologia.

Lo storico israeliano Yuval Harari predice la fusione dell’uomo con l’IA in un “Homo Deus”, un essere divino, quasi immortale. Che cosa pensa che porterà la fusione uomo-macchina?

Già da tempo siamo dei cyborg: indossiamo occhiali e orologi, recentemente abbiamo persino costruito impianti e protesi che reagiscono ai nostri segnali nervosi. Siamo in costante miglioramento grazie alla fusione con la tecnologia. Da decenni speculiamo che prima o poi si possa carpire la nostra mente dalle sinapsi del cervello e trapiantarla in un computer, per poter continuare a vivere in una simulazione, ad esempio in un paradiso virtuale, e mantenere comunque l’accesso alla realtà attraverso sensori e attuatori. Non esiste una ragione fisica oggi nota per cui ciò sia in linea di principio impossibile. Supponiamo, quindi, che questa sia la verità: così una mente tanto “caricata”, in un primo momento ancora molto umana, si troverà subito confrontata con grandi tentazioni.

A quali tentazioni sta pensando?

Ad esempio, non avere solo due occhi, ma averne un milione, inclusa una capacità visiva simile ai radar o una vista radiografica. Oppure ancora avere un udito per tutti i tipi di suoni che oggi non possiamo cogliere. Oppure aumentare di un milione di volte le capacità di calcolo del nostro cervello. Coloro che cedono a queste tentazioni diventano presto sovrumani e disumani, avvicinandosi all’intelligenza artificiale pura che non porta appresso alcuna zavorra biologico evolutiva.

Ma cosa succede se qualcuno vuole preservare la sua umanità originale?

Nell’ambito dell’espansione della sfera dell’Intelligenza artificiale, che presto si diffonderà a grande velocità dal sistema solare, lui o lei non sarà più in grado di competere con la vera IA, e l’umanità non potrà più giocare un ruolo significativo. In futuro, le decisioni saranno probabilmente prese da coloro che sapranno sfruttare tutte queste potenzialità e le nuove capacità di calcolo. In entrambi i casi, la persona convenzionale come noi oggi la conosciamo non giocherà più un ruolo importante. Tutto cambierà e la storia della civiltà dominata dall’uomo classico finirà nei prossimi decenni.
  • di Samuel Schlaefli
Chi è Jürgen Schmidhuber
Jürgen Schmidhuber ha svolto un ruolo importante nel plasmare l’intelligenza artificiale moderna (IA). È direttore scientifico dell’Istituto Dalle Molle di Studi sull’Intelligenza Artificiale (IDSIA), sostenuto dall’Università della Svizzera italiana di Lugano (USI) e dalla Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI).
Dal 1991 pubblica lavori pionieristici sul “Deep Learning” attraverso reti neuronali artificiali profonde. Le reti neuronali sviluppate presso l’Università Tecnica di Monaco di Baviera e l’IDSIA sono oggi utilizzate per la traduzione automatica di Facebook, il riconoscimento vocale di Google, Siri di Apple e Alexa di Amazon.Vengono anche utilizzate per il riconoscimento delle immagini, compresa la diagnosi precoce del cancro.
Schmidhuber ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali ed è presidente dell’azienda luganese NNAISENSE che sviluppa nuove soluzioni IA per la finanza, per l’industria automobilistica e per l’industria pesante. A lungo termine, l’azienda vuole commercializzare un’IA universale che funzioni indipendentemente dal settore interessato
Fonte: Tv Svizzera

martedì 28 novembre 2017

L’Intelligenza artificiale spiegata da Davide Casaleggio agli imprenditori

Chi c’era e che cosa si è detto all’incontro “B2B: il futuro del business tra aziende” dedicato a “L’intelligenza artificiale acceleratore della digital transformation” organizzato a Milano dalla società Casaleggio Associati

Quando si parla di Casaleggio Associati viene immediatamente in mente il M5s e la piattaforma Rousseau, ma bisogna ricordare che il business di questa azienda è innanzitutto la consulenza alle imprese per la definizione di una strategia digitale. Proprio la Casaleggio Associati ha organizzato a Milano, nel Centro svizzero, martedì 14 novembre, la II edizione dell’incontro “B2B: il futuro del business tra aziende” dedicato a “L’intelligenza artificiale acceleratore della digital transformation”. Al centro del dibattito tra esperti e rappresentanti del settore, moderato dal direttore di Wired Federico Ferrazza, la trasformazione delle aziende verso un nuovo tipo di business digitale che punti sulle applicazioni di intelligenza artificiale per diventare più efficienti e competitive.

Dopo l’apertura dei lavori di Luca Eleuteri, socio fondatore e amministratore di Casaleggio Associati, Casaleggio ha presentato la ricerca “Artificial intelligence revolution”, spiegando la portata dei nuovi strumenti tecnologici. “Siamo di fronte ad una nuova rivoluzione industriale, che procede molto più rapidamente rispetto alle rivoluzioni degli ultimi secoli, ad una velocità che traccia una curva esponenziale”, ha detto Casaleggio. “Si prevede che entro il 2027 verranno prodotti computer con capacità paragonabili a quelli della mente umana, ma molto più veloci e con un raggio d’azione più pervasivo di quello attuale”.

Ad oggi i campi di applicazione dell’IA riguardano l’organizzazione e rielaborazione dei big data, l’internet of things (cioè l’interazione tra il mondo reale e quello virtuale), l’interpretazione dei sentimenti umani, la blockchain e gli smart contracts. Le applicazioni IA sono già impiegate nel mondo da diverse aziende per gli scopi più disparati, dalla relazione con i clienti, al marketing, alla contrattazione fino all’organizzazione interna. Per citare qualche esempio, Netflix ha risparmiato 1 miliardo di dollari in churn (percentuale di clienti che smettono di usare il servizio offerto, in questo caso se non trovano un film di loro gradimento) utilizzando un sistema di raccomandazione di un film o serie tv. Anche Spotify suggerisce ai clienti la musica in base alle loro abitudini musicali, mentre North Face permette la scelta di prodotti online dialogando sul proprio sito. Chorus è invece un’applicazione volta a migliorare le interazioni umane al telefono per raggiungere l’obiettivo: analizza le conversazioni di call center e suggerisce come gestire le chiamate in base al numero di utenti o a problemi specifici da risolvere. Le IA possono inoltre essere usate per ottimizzare la gestione energetica (come nel caso di AlphaGo che consente a Google dei risparmi analizzando tutti i processi di consumo ed utilizzo dell’energia dell’azienda) o per la creazione di servizi totalmente nuovi (come Fligh Delay, un servizio assicurativo completamente automatizzato per i ritardi aerei). Cominciano anche ad essere utilizzato i chatbot, cioè la messaggistica automatizzata usata dall’azienda per dialogare con i clienti, ma si tratta di una tecnologia ancora da mettere a punto perché sia pienamente ottimale.

L’interesse delle aziende per queste nuove tecnologie, ha spiegato Casaleggio, sono evidenti dall’incremento degli investimenti nel settore: nel 2014 sono stati investiti 8 miliardi di dollari, mentre se ne prevedono 47 miliardi nel 2020. La IA è particolarmente interessante per le Capital venture, che sono passate da un investimento di 3,4 miliardi di dollari nel 2014 a 9,5 miliardi di dollari nel 2017. In Italia oggi la quota d’investimento nella IA è solo dell’1 per cento, “ma è destinata ad aumentare rapidamente. Rispetto agli altri paesi d’Europa l’Italia è più indietro anche perché mancano incentivi in questa direzione da parte dello Stato”. Su questo punto sono d’accordo anche altri esperti, come Luca Scagliarini, di Expert System: “Non ci supera solo la Silicon Valley, ma anche paesi come la Spagna. Eppure non abbiamo nulla da invidiare agli spagnoli”. I finanziamenti e la regolamentazione di questo settore sono “una tragedia”, sostiene Federico Zuin di Mashfrog. “Un imprenditore deve farsi carico di un’innovazione di tale portata da beneficiare l’intero sistema economico, ma non riceve nessun incentivo da parte del sistema”.
“Un’altra difficoltà è rappresentata dal fatto che oggi manca una precisa figura esperta di intelligenza artificiale, con competenze specifiche”, dice Alessandro Vitale di Conversate. “Trattandosi di invenzioni molto recenti, non disponiamo di figure senior, ma di giovani neolaureati o dottorati. Allora le aziende italiane devono fare di tutto per assumerli subito e formarli, offrendo un’alternativa alla fuga all’estero”.
Ad oggi le imprese che adottano le IA sono già digitalizzate, di dimensioni medio-grandi, prediligono la crescita al risparmio e utilizzano le IA in attività chiavi del loro business. Per sfruttare al massimo questi nuovi strumenti, sottolinea Casaleggio, “è indispensabile innanzitutto creare una cultura di base sull’intelligenza artificiale. La decisione di investirci deve essere focalizzata su un obiettivo di business, serve un progetto pilota, lo studio di case histories e un team dedicato. Con una strategia precisa, il ritorno economico è assicurato”.

“Non dobbiamo pensare all’intelligenza artificiale come a un robot fantascientifico, ma come a un software dalle straordinarie potenzialità, in grado di semplificarci la vita”, ha spiegato Scagliarini. 

“Le IA consentono per esempio lo snellimento e la velocizzazione di alcuni processi molto meccanici, come la raccolta e l’analisi dei dati, che spesso oggi si fa ancora manualmente. La stessa trasformazione avvenuta nel mondo dell’editoria toccherà anche il sistema bancario e assicurativo: per sopravvivere e reggere la competizione, i grandi player dovranno trasformarsi”. Uno degli usi dell’IA, e in particolare dei Cognitive robot, è per esempio lo studio dei dark data, ovvero i dati presenti nelle rete aziendali, non ancora strutturati, ma con un valore potenziale che possono rivelarsi utili al business di un’azienda. “Le macchine sono più veloci ed efficienti di un uomo, per esempio i Cognitive robot, che lavorano senza alcuna supervisione umana, fanno in mezz’ora quello che un uomo farebbe in 4 anni» dice Ettore Murciano di Loop Al Labs. «Affidare i compiti più meccanici e ripetitivi a robot totalmente autonomi renderà gli uomini più liberi di dedicarsi a quello che sanno fare meglio: pensare. Il vero lavoro del futuro è quello del filosofo”.

L’efficienza della tecnologia è stata dimostrata anche dalla loro capacità, per esempio, di trascrivere un discorso umano senza commettere errori o nella difficile identificazione di elementi in una foto. Tuttavia le IA non rimangono relegate ai lavori più meccanici. Mattia De Rosa, di Microsoft Italia, ha dimostrato che avanzate tecnologie basate sugli algoritmi hanno permesso in Olanda di ricreare un quadro di Rembrandt. “Il futuro delle IA è talmente certo che noi di Microsoft non ci chiediamo quando verranno pienamente utilizzate, ma come, in quale settore. Ed è probabile che gli ambiti che più ne trarranno maggior beneficio saranno quello bancario, retail, sanitario e manifatturiero”.

Anche il design gioca un importante ruolo in questo ambito, soprattutto per quanto riguarda il rapporto con il cliente. “L’intelligenza artificiale è una materia prima che si può utilizzare con grandissima efficacia e che presuppone la connessione, ormai una prerogativa darwiniana. Ma lo scopo ultimo, a monte della raccolta dati, è quello di migliorare l’empatia tra la macchina e l’uomo» dice Leandro Agrò di Design Group. «Per quanto una tecnologia sia complessa, deve presentarsi al fruitore ultimo nella maniera e nell’aspetto più semplice possibile. E utilizzare un linguaggio che sia il più possibile comprensibile all’essere umano”.

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mercoledì 25 ottobre 2017

“LE MACCHINE CHE SUPERERANO LA MENTE UMANA? E’ UNA PROFEZIA CICLICA”

IL ‘PADRE’ DEL PRIMO MICROPROCESSORE, FEDERICO FAGGIN: “LA FUSIONE ATOMICA AVREBBE DOVUTO LIBERARCI DALLA SCHIAVITÙ DEL PETROLIO E STIAMO ANCORA ASPETTANDO. NEGLI ANNI 70 SI PENSAVA CHE L'AVVENTO DELL'INTELLIGENZA ARTIFICIALE FOSSE IMMINENTE SOLO PERCHE’ C'ERANO…”

Jaime D'Alessandro per “la Repubblica”

La tecnologia l'ha vista diventare grande e con lei la Silicon Valley. Anzi, Federico Faggin, di quella storia ha scritto alcuni capitoli importanti. "Padre" del primo microprocessore, creato fra il 1971 e il 1974, ha fondato un'azienda, la Synaptics, che fu fra le prime a credere negli schermi tattili dieci anni prima l'arrivo dell' iPhone. Nato a Vicenza nel 1941, dalla fine degli anni 60 in America dove Barack Obama gli ha consegnato la medaglia d'oro per l' innovazione, ha vissuto perennemente nel futuro.

deep learning 2DEEP LEARNING 
E ora che è tornato in Italia per un ciclo di conferenze, ieri al DigitalMeet a Padova e sabato al Festival della Scienza di Genova, racconta come quel futuro è stato visto nel tempo fra previsioni errate e ricorsi storici. «Molte invenzioni che sono entrate nella nostra vita non erano state predette. E capita altrettanto spesso il contrario: tutti si aspettano che qualcosa prenda piede e magari non succede».

Un esempio?
«La fusione atomica. Avrebbe dovuto liberarci dalla schiavitù del petrolio. Stiamo ancora aspettando. Poi ci sono innovazioni che invece hanno richiesto un tempo diverso per diffondersi. Lo sa che negli anni 70 si pensava che l'avvento dell' intelligenza artificiale (Ai) fosse imminente? C'erano programmi di scacchi che potevano superare un giocatore di media bravura. Quando lavoravo alla Intel, erano tutti convinti che le macchine avrebbero superato la mente umana in due decadi».

Lo dicono anche oggi.
Federico FagginFEDERICO FAGGIN
«È una profezia ciclica. Peccato che non basti battere un campione al gioco cinese del Go per dire che abbiamo una vera intelligenza sintetica. E ancora: i robot si sarebbero dovuti diffondere da almeno vent' anni, mentre fin dal 2010 avremmo dovuto avere basi permanenti sulla Luna. Adesso però ho sentito che vogliono riprovarci».

E nei trasporti?
«Mini elicotteri personali con due eliche controrotanti, auto stabili, per andare a lavoro evitando il traffico. Un sogno che ricorda molto i taxi droni di oggi. E poi i voli supersonici di massa».

Cosa non era stato immaginato?
INTELLIGENZA ARTIFICIALEINTELLIGENZA ARTIFICIALE
«La rivoluzione del mobile e quella del World Wide Web. Un conto è intuire la diffusione di un sistema di comunicazione fra computer, un altro prevedere un fenomeno come il Web. A quei tempi anche l' idea delle reti neurali artificiali, che erano già state ipotizzate, ai più sembrava un' idea folle. Oggi sono alla base di tutte le Ai».

Perfino gli schermi tattili sembravano una stupidaggine?
«Li presentai a colossi come Nokia e Motorola a metà degli anni 80. Si misero a ridere. Solo Steve Jobs si interessò, ma voleva l' esclusiva e noi, alla Synaptics, non la concedemmo. E così Apple se li costruì da sola, dieci anni dopo. Sono sempre stati dei maestri a prendere le idee degli altri e poi a sintetizzarle in uno splendido ecosistema fatto di servizi e dispositivi».
Federico FagginFEDERICO FAGGIN

Si è mai pentito di quel no?
«Scherza? È proprio fagocitandolo che si distrugge un possibile concorrente. Invece, grazie alla popolarità dell' iPhone la Synapsis ha avuto successo».

Il futuro ha sempre avuto lo stesso peso in California?
«Nei periodi di espansione economica sì, come accade oggi. La crisi invece lo allontana. Prima però si ragionava con un orizzonte temporale di cinque anni. Oggi, grazie alla stazza delle compagnie hi-tech e all' enorme ricchezza che hanno accumulato, si guarda a venti anni di distanza cercando di trascinare per i capelli nel presente il futuro».
steve jobs 4STEVE JOBS 

Anche una tale ricchezza era difficile da prevedere.
«Già. Pensi che ai miei tempi una compagnia come la Fairchild, quando era sulla bocca di tutti, fatturava 300 milioni di dollari. Nulla al confronto dei miliardi di Amazon, Google, Facebook, Apple. Oggi sarebbe una startup e nemmeno fra le più brillanti mentre il valore di mercato dei "big" combinato assieme si avvicina al prodotto interno lordo dell' Italia. Questa sì che è vera fantascienza».

Fonte: qui