9 dicembre forconi

lunedì 30 luglio 2018

Trump-Juncker: c’è l’accordo sui dazi. Cosa prevede

L’obiettivo - dice il Presidente USA - è arrivare a zero barriere commerciali. Intanto il vertice tra Trump e Juncker ha portato a un primo accordo sui dazi. Cosa prevede

Trump-Juncker: c'è l'accordo sui dazi. Cosa prevede

Si è concluso con un primo accordo sui dazi il vertice Trump-Juncker. Primo perché il Presidente USA, al termine dei negoziati di scena a Washington, ha insistito sulla natura dei colloqui e le relative intese parlando di un semplice preambolo verso l’obiettivo “zero barriere commerciali”.

Per il momento infatti Stati Uniti e Unione europea lavorano di concerto per rimuovere tutte le barriere commerciali e i sussidi sui beni industriali che non siano auto. I negoziati, apparsi del tutto preliminari, hanno comunque visto un clima di parziale accordo tra le due figure politiche, malgrado una vigilia in cui si parlava di tensione alle stelle e punti di vista agli antipodi.
Nuova fase rapporti USA-UE: tregua da guerra commerciale?

Il tycoon statunitense ha parlato di nuova fase dei rapporti tra Usa e Ue, dicendosi soddisfatto dei colloqui così come il capo della Commissione UE Jean-Claude Juncker, che ha ricordato ai giornalisti di essersi recato alla Casa Bianca per trovare un accordo ed è riuscito a farlo.

Sembra quindi sensato parlare di tregua, almeno per il momento, dopo che si era temuto per un vertice che potesse inasprire ulteriormente i tratti di una guerra commerciale che sta condizionato i mercati di tutto il mondo. Dalla Casa Bianca erano arrivate minacce per nuovi dazi alle auto UE fino al 25%, e c’era la concreta preoccupazione che da Washington fossero già pronti a schiacciare il bottone in caso di mancate soddisfazioni in arrivo dai negoziati.

Un primo scontro a distanza c’era già stato prima dell’incontro, quando il tycoon statunitense ha usato il suo social preferito, Twitter, per inquadrare i personalissimi obiettivi della giornata, ovvero un’eliminazione di tutte le tariffe tra USA e UE, per far sì che si abbiano “libero mercato e commercio equo”.

Contestualmente però Trump aveva già messo le mani avanti, dicendosi convinto che il blocco europeo non avrebbe mai aderito alla sua proposta. Da Bruxelles era arrivata puntuale la precisazione: nessun mandato per trattative o proposte. Un vero e proprio muro, che lasciava intravedere una giornata difficilissima in arrivo.

Ma i colloqui di ieri sera, durati molto più del previsto, hanno portato a un congelamento dei dazi sulle auto minacciati da Trump e a un impegno verso un lavoro condiviso verso il futuro, compreso il tentativo di riformare l’Organizzazione mondiale del commercio (Wto), più volte osteggiata da Trump.
Fonte: qui

Alle origini della deflazione salariale

Crisi, immigrazione, sviluppo delle economie emergenti? 

No: i salari in Italia iniziano a peggiorare molto prima, checché ne dica il mainstream.

In Italia si parla spesso di flessibilità come necessità per mantenere competitività internazionale e di deflazione salariale come naturale conseguenza della globalizzazione. Guardando il grafico della quota dei salari sul PIL, si nota però come l’Italia sia al di sotto della media europea e degli altri tre paesi considerati (per la Germania sia è considerato fino al 1990 la Germania Ovest). In particolare se l’autunno caldo e le rivendicazioni sindacali degli anni ’70 avevano permesso una crescita del prodotto che va ai lavoratori dipendenti, da quel momento in poi il trend è decrescente, con una drastica caduta a inizio anni ’90, non più recuperata. È proprio dalla fine degli anni ’70 che iniziano ad essere emanate leggi e decreti volte a ridurre i diritti del lavoro e a flessibilizzare il mercato: riduzione del grado della scala mobile del 1977 e le tre disdette di Confindustria dell’accordo sulla scala mobile (1982, ’85, ’91), accordo sui tetti salariali dell’83, legge 223 del 1991 sui licenziamenti collettivi, abolizione della scala mobile nel 1992, accordi di moderazione salariale del 1993, il Pacchetto Treu del 1997, la Legge Biagi del 2003 e il Jobs Act del 2014.
111Da un punto di vista economico un aumento dei salari genera un aumento della domanda effettiva, dato che la propensione al consumo di chi vive di salario è maggiore di quella di chi vive di profitti o rendite. D’altra parte genera anche una riduzione della domanda, dovuta sia alla riduzione degli investimenti, causata da una riduzione dei profitti, sia alla riduzione della domanda estera, dato che l’aumento dei salari si riverserà sui prezzi. Quindi aumenti dei salari avranno effetti positivi o negativi a seconda del modello di accumulazione del paese: si distinguono paesi wage-led, in cui l’aumento dei consumi è maggiore della diminuzione di investimenti e esportazioni, e paesi profit-led, in cui l’aumento dei consumi non basta a pareggiare la diminuzione di investimenti e esportazioni. In un recente articolo Rosa Canelli e Riccardo Realfonzo mostrano come l’Italia sia un paese wage-led, confermando le conclusioni di altri studi sulla natura dell’economia italiana e degli altri paesi europei (Naastepad and Storm, 2007; Hein and Vogel, 2008; Stockhammer et al., 2009; Onaran e Galanis, 2014; Obst and Onaran, 2016; Obst, Onaran, Nikolaidi, 2017). Queste conclusioni suggeriscono due cose: la prima è che contrarre i salari e flessibilizzare il mercato del lavoro non fa altro che rallentare la crescita, la seconda è che il modello di sviluppo mercantilista esportato dai tedeschi è parte del problema piuttosto che della soluzione. Un’area grande ed economicamente integrata come quella europea potrebbe vivere sulla propria domanda interna, invece si è scelto di puntare sulla competitività internazionale che, in presenza di moneta unica o comunque cambi fissi, si traduce in deflazione dei salari e delocalizzazioni nei paesi in via di sviluppo, soprattutto europei (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia). Volendo quindi ricercare le cause della diminuzione della quota dei salari in Italia, una non può che essere ricercata tra le basi su cui è stata fondata l’Unione Europea: mercantilismo, vincoli fiscali, libera circolazione di capitali.

Un’altra causa è spesso attribuita alla disoccupazione: all’aumentare di questa i salari diminuirebbero per poter permettere agli imprenditori e alle pubbliche amministrazioni di assumere più persone a parità di costi. Quest’interpretazione è sia priva di fondamento che pericolosa: una relazione tra tasso di disoccupazione e salari reali non è mai stata riscontrata da nessuno studio. L’idea che una riduzione dei salari porti ad un aumento dell’occupazione è uno degli assunti della teoria neoclassica, ossia liberista, per cui se non c’è piena occupazione è colpa di problemi strutturali e rigidità del mercato del lavoro che non permettono ai disoccupati di essere assorbiti. Tradotto in parole semplici: se esistono disoccupati involontari è perché gli occupati guadagnano troppo e qualcuno glielo permette. Invece la sempre maggiore flessibilità del mercato del lavoro ha sicuramente avuto un effetto sui salari: chi svolge un lavoro temporaneo, o in generale con un contratto atipico, guadagna meno di chi lavora a tempo indeterminato. Ma come fa notare Zenezini in Il problema salariale in Italia (2004), ciò non spiegherebbe la maggiore caduta della quota salari in Italia rispetto agli altri paesi europei, dato che in Italia il lavoro atipico non è più incisivo che nei vicini. Una delle cause su cui in moltissimi, da destra a sinistra, concordano è che la caduta dei salari sia dovuta alla caduta della produttività, secondo la teoria che il livello dei salari debba seguire questa. Osservando l’andamento della produttività del lavoro, si nota un rallentamento della crescita da metà anni 90 e successivamente una sostanziale stagnazione.
222Come però mostra Maurizio Donato in Fatica sprecata: produttività e salari in Europa (2013), i salari sono aumentati meno della produttività:Che non si tratti di un caso limitato all’Europa è confermato dall’ultimo rapporto dell’International Labour Organization secondo il quale solo in un numero ristretto di paesi (Danimarca, Francia, Finlandia, Regno Unito, Romania e Repubblica Ceca) l’aumento della produttività del lavoro si è riflesso in un aumento dei salari reali; nelle tre economie più importanti del pianeta: Stati Uniti d’America, Giappone e Germania, tra il 1999 e il 2007 la produttività del lavoro è cresciuta, ma i salari reali sono diminuiti, mentre per il resto dei paesi capitalisticamente sviluppati la correlazione non esiste o è molto debole.”

Sull’argomento bisogna specificare che esistono due grandi filoni di pensiero, riassunti da Cesaratto in Chi non rispetta le regole? (2018):

La prima tesi (che chiameremo strutturalista) ritiene che i problemi dell’Italia siano strutturali, dal lato dell’offerta: come l’inefficienza della pubblica amministrazione, scarsi investimenti in ricerca e istruzione, specializzazione in prodotti tradizionali e concorrenza dei paesi emergenti oltre a rigidità varie. La seconda tesi (quella keynesiana) ritiene, all’opposto, che l’andamento della produttività trovi una spiegazione dal lato della domanda. Secondo quest’ultima tesi, l’adesione a sistemi di cambi fissi avrebbe nuociuto alla competitività dei prodotti italiani contraendone il mercato. La perdita di competitività esterna si è riflessa in una maggiore difficoltà a finanziare il bilancio pubblico, facendo crescere il debito e aumentando l’onere per interessi, compensato con contrazioni della spesa e aumenti delle imposte, soprattutto dagli anni Novanta. Ciò ha comportato una stagnazione della domanda interna che si è aggiunta alla sofferenza della domanda estera.

Dunque due visioni che portano a posizioni sulle politiche economiche totalmente opposte: flessibilizzazione del mercato del lavoro da un lato, politiche espansive di supporto alla domanda dall’altro. Partendo dalla contabilità nazionale, per cui la crescita del PIL è uguale alla somma tra la crescita del lavoro utilizzato e la crescita della produttività, esiste una differenza fondamentale tra le due tesi: per i “strutturalisti” la crescita è determinata da forze di offerta e dunque la produttività è esogena rispetto alla produzione, mentre per la tesi “keynesiana” la crescita dipende dalla domanda effettiva (investimenti, consumi, esportazioni, spesa pubblica) e la produttività non è esogena ma è largamente endogena in quanto dipende dalla crescita del prodotto, che a sua volta è determinata da una crescita della domanda. Secondo questa tesi, appoggiata dalla Legge di Okun e dalla Legge di Kaldor-Verdoorn e da numerose verifiche empiriche (per citarne alcune: Targetti e Foti, 1997; Ofria, 2009; Millemaci e Ofria, 2014), la stagnazione della produttività inizia proprio negli anni in cui si fissa il tasso di cambio come preludio per l’euro, si iniziano ad avere avanzi primari e continua a peggiorare la distribuzione a sfavore dei salariati: tre fattori che hanno colpito la domanda. Stando a questo sembra che la caduta della quota salari negli anni ’90 sia stato il mezzo per salvaguardare la quota profitti dalla diminuzione della crescita della produttività, come si vede dai grafici sottostanti (quota profitti sul PIL e quota del reddito dell’1% e del 10% più ricchi sul reddito nazionale).
333444Ancora a supporto di questa tesi ci sono altri due paper, di cui uno del Fondo Monetario Internazionale e difficilmente accusabile di marxismo: After the crisis: Assessing the Damage in Italy (Morsy e Sgherri, 2010) e The role of labour-market changes in the slowdown of European productivity growth (Dew Becker e Gordon, 2008). In questi studi si attribuisce la causa della stagnazione della produttività in Italia all’applicazione dei principi dell’OCSE Jobs strategy (1994) e dell’Agenda di Lisbona (2000), secondo i quali la disoccupazione si deve risolvere con la deregolamentazione del mercato del lavoro. L’aumento dell’offerta di lavoro sottopagata, dovuto all’aumento della precarietà e al maggior numero di donne in cerca di lavoro e di immigrati, ha portato alla riduzione del costo del lavoro. Sarebbe proprio questo ad aver spinto le imprese ad evitare nuovi investimenti e a non puntare sull’innovazione tecnologica, dato che hanno potuto ridurre i costi tramite un’effettiva riduzione dei salari: laddove le riforme per flessibilizzare il mercato del lavoro sono state più forti, Italia e Spagna, la crescita della produttività è stata peggiore.

Quindi, per riassumere, perché in Italia la quota del prodotto che va ai lavoratori è inferiore rispetto agli altri paesi? Il livello dei salari è stata la valvola con cui l’Italia si è preparata all’adesione alla moneta unica e si è allineata alle politiche economiche degli altri paesi capitalistici avanzati (flessibilità, controllo dell’inflazione, vincoli fiscali, impossibilità di svalutare la moneta) senza dover andare ad intaccare la quota dei profitti. La produttività c’entra poco, dato che la distribuzione tra salari e profitti dipende dal mercato del lavoro e dalla contrattazione tra sindacati. Certo che se questa crescesse i sindacati dei lavoratori potrebbero avanzare maggiori richieste, che però verrebbero accolte solo se questi avessero maggiore forza e consenso: nulla viene regalato. Concordando con la tesi “keynesiana” sulla produttività, questa aumenterebbe con stimoli alla domanda, dunque investimenti pubblici e privati: i primi sono schiacciati da politiche restrittive, i secondi sono a livelli bassissimi sia perché la relazione per cui a maggiori profitti corrispondono più investimenti è estremamente semplificativa, sia perché buona parte dei profitti ormai viene investita in attività finanziarie, spesso all’estero, e non contribuisce quindi alla crescita dell’economia reale. Flessibilizzare il mercato del lavoro avrebbe effetti negativi sui salari, sulla domanda, sulla produttività (Koeniger, 2005; Pini, 2013; Morsy e Sgherri, 2010; Dew Becker e Gordon, 2008; Tridico, 2018) e non porterebbe ai tanto acclamati guadagni in termini di occupazione (Stirati, 2008; Brancaccio, 2016): è parte del problema piuttosto che della soluzione. Servirebbero piuttosto investimenti pubblici e privati, e questi incentivati non con defiscalizzazioni a caso sperando che generino più occupazione, ma con defiscalizzazioni mirate e soprattutto con controlli sui capitali, per evitare che chi guadagna in Italia porti i propri profitti all’estero. Politiche fiscali espansive e controlli sulla circolazione di capitali: due tra i peggiori nemici dell’Unione Europea.

Fonte: qui

GUERRA! A quella commerciale si risponde con la svalutazione competitiva


C’era da aspettarselo ma alla fine “carta canta” ed i risultati sono innegabili.
E’ sotto gli occhi di tutti la guerra commerciale che Donald Trump sta studiando in un “tutti contro tutti” che poi si rivelerà un boomerang anche nei suoi confronti.
Un “tutti contro tutti” che secondo il sottoscritto non arriverà mai, perché penso sia esageratamente stupido che gli stessi USA sottovalutino gli effetti che ne potrebbero derivare. Senza poi dimenticare che lo stesso Trump, fanfarone e spesso irritante, proprio stupido non è senza dimenticare che lo stesso è attorniato da molti ex uomini di Goldman Sachs, i quali conoscono molto bene le dinamiche economiche e finanziarie.
Quindi, continuo a pensare che nel momento in cui l’economia USA inizierà ad indebolirsi proprio per colpa dei dazi, il buon Trump chiederà ai potenti del mondo un meeting per trovare degli accordi e stabilire dei nuovi equilibri commerciali.
Intanto però il mondo, che non ha intenzione di subire supinamente le decisioni di Trump, quasi sottovoce, si sta muovendo con interventi che cercano di arginare i dazi commerciali.
Guardate ad esempio questo grafico
Lo Yuan, moneta cinese, sta avendo un comportamento che è la risposta alla guerra commerciale. Si chiama GUERRA VALUTARIA: signori, quanto ve ne ho parlato in passato, ed eccoci qui adesso, a parlare di svalutazione competitiva.
Un cross contro Dollaro USA che in poco più di due mesi ha portato alla svalutazione dello Yuan di oltre l’8%. Siamo quindi ad un passo da quota 10%.
Effetti sui mercati? Minimi.
Forse allora sta bene a tutti. Forse un po’ meno al bilancio della PBoC che ha in pancia una quantità di Treasuries USA come nessuno al mondo. Ma la Cina, si sa, ha le spall.e larghe, molto larghe

Il mito Macron è crollato

Consensi in picchiata per il presidente francese. L’imbarazzante caso Benalla. I tagli al welfare. La posizione ambigua in politica internazionale. Ecco perché l’icona dell’establishment europeo è solo un pallone sgonfio

A volte riescono e a volte no. I bluff sono così. Poteva dunque succedere ciò che sta in effetti succedendo, e cioè che il pallone Emanuel Macron sembri già floscio appena un anno dopo la trionfale elezione che lo proiettò all’Eliseo a soli 39 anni, il più giovane presidente francese di sempre.

Un anno fa Macron era l’uomo che avrebbe riscattato la Francia dai tristi anni di Hollande, salvato l’Europa dai tarli che la corrodono e dato pure una regolata al pianeta, rimettendo al posto loro i vari Le Pen, Trump, Putin, Orban, tutti quelli insomma che agli occhi delle persone dabbene paiono sgradevoli accidenti della storia. Oggi il tonfo di Macron è conclamato: solo il 34% dei francesi gli dà un voto positivo, e nel crollo il Presidente trascina con sé il premier Edouard Philippe, finito al 31%. Conclamato ma pure annunciato, il tonfo, visto che nell’agosto dell’anno scorso, allo scadere dei primi cento giorni di presidenza, Macron raccoglieva l’approvazione di un misero 36% degli elettori, peggio di Sarkozy e Hollande allo stesso punto del percorso presidenziale.

L’ultima perla è stata il “caso Benalla”, la truce storia dell’ufficiale della Gendarmeria che è sempre stato al fianco di Macron in tutti gli eventi ufficiali, compresa la sfilata per le strade di Parigi del pullman della nazionale vincitrice della Coppa del Mondo di calcio. Il primo maggio, il giovane (26 anni), aggressivo (è detto “Rambo” e “Cow boy”) ma già altolocato (è tenente colonnello, ha un appartamento di servizio in un quartiere di lusso e una macchina con autista, sirena e simboli della polizia cui pure non appartiene) Alexandre Benalla viene filmato mentre picchia selvaggiamente due manifestanti durante la sfilata del 1° maggio. All’Eliseo fanno di tutto per coprirlo ma Le Monde trova il video, lo fa girare e lo scandalo esplode.

I francesi si sono stufati di un gagà isterico, soprattutto perché il gagà in questione, tra una scena e l’altra, definisce «spese pazze» i costi del residuo Welfare, facendo presagire ulteriori tagli all’assistenza sociale. Oggi il tonfo di Macron è conclamato: solo il 34% dei francesi gli dà un voto positivo.

Non si sa se per arroganza o confusione, Macron tace a lungo, fischietta indifferente e infine fa lo spiritoso: «Alexandre Benalla non è il mio amante», dice, «e non ha i codici nucleari». Anche lasciando perdere le voci maligne sull’identità sessuale di Macron, che circolavano già prima dell’elezione, voi comprereste un’auto usata da uno così? Tutto preso dal proprio ego? Incapace della minima autocritica? Circondato fin dentro l’Eliseo da una strana cricca di body guard palestrati che sempre più spesso usurpano le funzioni degli uomini dei servizi di sicurezza? No, ovvio.

I francesi si sono stufati di un gagà isterico che un giorno rimprovera uno studente che lo chiama Manu durante un incontro pubblico e tre giorni dopo si fa fotografare tutto tronfio all’Eliseo con una compagnia di ballerini transgender. Soprattutto perché il gagà in questione, tra una scena e l’altra, definisce «spese pazze» i costi del residuo Welfare, facendo presagire ulteriori tagli all’assistenza sociale.

E con questo ci siamo avvicinati alle vere ragioni per cui c’è una logica nella crisi di Macron. L’ex enfant prodige e banchiere presso Rothschild, infatti, incarna a perfezione l’atteggiamento sposato dal centro-sinistra di tutto il mondo, che consiste nel vendere fumo mentre si porta via l’arrosto. Ti allungo l’orario, taglio il salario, riduco le garanzie, alzo l’età della pensione e il ticket medico ti costa di più, come da riforme del lavoro e del settore pubblico presentate nel marzo scorso? Sì, però puoi sposarti con chi vuoi, anche con un gatto siamese, puoi decidere come e quando morire e hai internet gratis, non sei contento?

A quanto pare c’è un sacco di gente che non è contenta e che prima di ogni altra cosa vorrebbe lavorare e vivere decentemente con la propria famiglia. E se i Macron d’Europa non hanno ancora capito che è proprio questo scambio impari (arrosto per fumo) a soffiare vento nelle vele dei partiti e movimenti che loro spregiano chiamandoli “populisti”, può voler dire solo due cose: che non capiscono niente, cosa impossibile; oppure che sono dove sono per rappresentare interessi che non coincidono con quelli della maggioranza dei cittadini. In altre parole, sono dei promotori della lotta di classe.
Tema immigrazione. Macron ha attuato una riforma che propone da un lato di ridurre i tempi per l’esame delle domande d’asilo (non a caso la Francia è ben sotto la quota media europea di richiedenti asilo riconosciuti e accolti) e dall’altro di allungare quelli per la detenzione amministrativa dei non aventi diritto prima dell’espulsione. Altro che Salvini

Citando poi l’Europa, arriviamo alla seconda ragione per cui Macron ha meritato questa crisi. Il giovanotto si riempie la bocca con le magnifiche sorti e progressive dell’Unione. Ma se le parole sono tutte per l’ideale europeista, le azioni sono invece improntate al più puro nazionalismo. Già nell’ottobre del 2017 si presentò al vertice dei campi di Stato e di Governo cercando in ogni modo di rallentare l’approvazione dell’accordo europeo di libero scambio con i Paesi dell’America meridionale, conveniente alla Ue ma non tanto alla Francia.

Poi ha cercato con ostinazione una “relazione speciale” con gli Usa di Donald Trump, alla faccia della compattezza Ue. A seguire: quando l’Arabia Saudita ha sequestrato per due settimane il premier libanese Hariri, Macron è intervenuto per invitare quest’ultimo a Parigi e così far uscire i sauditi dall’imbarazzo. A lui importa poco che i sauditi finanzino il terrorismo wahabita nel mondo, quindi anche in Europa. Lui li conosce bene perché, quand’era ministro delle Finanze e dell’Economia con Hollande, gli vendeva pacchi di armi e vuole continuare a farlo. Tanto, insieme con i sauditi, tra un predicozzo e l’altro sui diritti umani, lui fa la guerra nello Yemen, nota per il tiro alle scuole e ai mercati. Ancora: pasticcia in solitaria con la Libia, fregandosene altamente non solo delle legittime preoccupazioni italiane ma anche delle istituzioni internazionali. Che si vuole di più?
Per non parlare, poi, del tema immigrazione. Centri d’accoglienza in Europa ma non in 

Francia, ca va sans dire. L’Italia apra i porti che noi chiudiamo i confini, parbleau! Nessuna iniziativa in ambito europeo per far funzionare il sistema di accoglienza (per esempio, per convincere gli altri Paesi a prendersi la quota parte dei 160 mila migranti accolti da Grecia e soprattutto Italia), e in ambito nazionale una riforma (febbraio 2018) che propone da un lato di ridurre i tempi per l’esame delle domande d’asilo (non a caso la Francia è ben sotto la quota media europea di richiedenti asilo riconosciuti e accolti) e dall’altro di allungare quelli per la detenzione amministrativa dei non aventi diritto prima dell’espulsione. Altro che Salvini.

In poche parole, Macron è una bugia politica vivente. Ha fatto danni, ne farà altri. I francesi se ne sono accorti

UN RECORD L’ITALIA CE L’HA: I LADRI PIÙ BRAVI D’EUROPA!

CHI FA UN FURTO DA NOI VIENE PRESO SOLO 3 VOLTE SU 100 MENTRE IN GERMANIA CATTURANO IL 55% DEI BANDITI 

COLPA DI LEGGI CHE LEGANO LE MANI AGLI AGENTI

Giuliano Zulin per “Libero quotidiano”

torino ladro furtoTORINO LADRO FURTO
Quando iniziano le ferie, il vacanziere ha due preoccupazioni: la prima è il bollino nero in autostrada, la seconda è il timore di tornare a casa dopo la villeggiatura e trovare la casa svaligiata. Ovviamente il cruccio che tormenta di più è il secondo. I dati ufficiali dicono che i furti d' abitazione sono calati del 10% nel 2017, passando dai 214.053 del 2016 a 192.681. Per intenderci sono 528 al giorno, 22 l' ora, uno ogni tre minuti circa. E ci riferiamo solo a quelli denunciati. Già, perché purtroppo ormai parecchia gente non si rivolge più ai Carabinieri o alla Polizia. Tanto non cambia niente.

Non è una semplice percezione di insicurezza. I numeri ahinoi corroborano questo senso comune. Le forze dell' ordine riescono a rintracciare gli autori di un furto solo tre volte su 100. In Germania la percentuale sale invece al 55%, sottolinea l' ultimo Rapporto di Transcrime, il Centro di ricerca di criminologia dell' Università Cattolica di Milano. Non c' è che dire: abbiamo un primato triste di cui vantarci. Quello dei ladri imprendibili.
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Completa il desolante quadro un' altra indagine, di Eurostat-Unodc aggiornata al 2015, che colloca il nostro Paese per tasso di violazioni di abitazioni al quinto posto in Europa. Peggio di tutti i pari-taglia: Francia, Germania, Regno Unito, Spagna. Alcuni ricercatori di Transcrime-Cattolica hanno stilato, non molto tempo fa, una graduatoria delle zone più a rischio furto. Eccole in sintesi.

PRESENZA DI OVER 70 Alcuni studi hanno evidenziato che gli anziani sono una categoria spesso vittima di reati appropriativi come i furti in abitazione. Le aree con un' alta presenza di anziani potrebbero, quindi, essere più a rischio di subire furti in abitazione.

ladro furto casaLADRO FURTO CASA
TROPPI STRANIERI La presenza di un' alta concentrazione di stranieri residenti è spesso associata in letteratura a condizioni di disagio urbano. La marginalità sociale può aumentare il rischio di essere vittima di furti in abitazione.
Pertanto, anche le aree con un' alta percentuale di popolazione straniera potrebbero essere tra le più a rischio.

PRESENZA CAMPI ROM I campi nomadi rappresentano delle aree di marginalità all' interno del tessuto urbano. Alcuni studi hanno rilevato come queste aree e i loro residenti siano associati ad un maggiore rischio di subire furti. La presenza di campi rom in un' area potrebbe quindi costituire un fattore di rischio.

CASE POPOLARI Le case di edilizia popolare sono spesso più esposte al rischio di subire furti perché caratterizzate da una carente manutenzione (case facilmente violabili), uno scarso controllo informale (mancanza di sorveglianza) e una maggiore vulnerabilità sociale dei residenti. Perciò, la presenza di edilizia residenziale pubblica in un' area potrebbe costituire un fattore di rischio.

ladro furto casaLADRO FURTO CASA
I "COMPRO ORO" Alcuni studi hanno rilevato come spesso i ladri tendano a liberarsi della refurtiva il prima possibile. In questo senso, i banchi di pegno e i negozi "Compro Oro" potrebbero essere un' opportunità per rivendere rapidamente i beni rubati. La presenza di Compro Oro in un' area potrebbe, quindi, costituire un fattore di rischio.
I ricercatori insomma dicono chiaramente quello che il Pd non ha voluto sentire per anni.
Il guaio è che i Dem, nella passata legislatura, hanno votato una legge che introduce il reato di tortura. Ricordate?

ladro furto casaLADRO FURTO CASA
Di fatto carabinieri e poliziotti possono darsi da fare per beccare i malviventi, tuttavia se un arrestato magari si inventa di essere stato trattato in modo brusco, i militari e gli agenti rischiano un processo, con una pena finale che può andare da 4 a 10 anni. Capite bene che questa norma lega le mani alle forze dell' ordine. Non parliamo poi di alcune sentenze di manica larga, figlie a loro volta di leggi depenalizzanti, sempre targate sinistra.
Alla fine ci ritroviamo con 97 furti su 100 senza colpevole. Non ci resta che spendere di tasca nostra per blindarci. Ma è uno Stato questo?

CI VOGLIONO ALMENO 4000 EURO PER METTERE AL SICURO LA CASA
Massimo Sanvito per “Libero quotidiano”

Meglio prevenire che curare, anche perché in casi come questi la cura (gli arresti) è così inconsistente che è come se non ci fosse. E meglio spendere in telecamere, inferriate e allarmi per rendere casa propria un fortino, magari rinunciando ad altri veri piaceri della vita per far quadrare i conti a fine mese.

ladriLADRI
È così che funziona in Italia, dove le cronache non ci hanno mai fatto mancare rapine violente in ville e appartamenti. Bande dell' est che ti ammazzano di botte per pochi euro, immigrati di ogni etnia pronti a scardinare la prima finestra, ma anche delinquenti nostrani più o meno spregiudicati. Da nord a sud - stando ai dati della Cna (Confederazione nazionale artigianato) sono la bellezza di 20 milioni, su un totale di 30 milioni di immobili abitabili, le porte blindate installate per proteggersi dai furti.

Per non parlare dei sistemi d' allarme (12,6 milioni), delle inferriate a porte e finestre montate in 10 milioni di case, dei vetri anti-intrusione (9,3 milioni) e delle telecamere interne ed esterne (9,2 milioni). Ma quanto spendono gli italiani per mettere in sicurezza le proprie case? La spesa media va dai 4mila ai 16mila euro. La differenza, ovviamente, sta nella tipologia di sistema adottato per difendersi da ladri e balordi.

ladri chiaviLADRI CHIAVI
Per una porta blindata si spendono dai 1.500 ai 5mila euro, mentre per un allarme economico bastano 150/300 euro. Cifra che sale fino a 500 euro per un antifurto "medio" e fino a mille euro per un modello semi-professionale. I prezzi delle inferriate, invece, variano a seconda del materiale: per l' alluminio servono almeno 120 euro al metro quadrato, per il ferro 200, per l' inferriata a battente 400, per quella a scomparsa 600. E le finestre anti-sfondamento? I costi si aggirano tra i 200 e i 250 euro al metro quadrato.

La misura più economica, secondo le cifre snocciolate dalla Cna, restano le telecamere: bastano 100 euro per quelle interne e al massimo cinquanta euro in più per quelle esterne.
E poco importa che i dati del Viminale dicano che nel 2017 le denunce dei furti in casa sono diminuite di quasi il 10% rispetto all' anno prima (da 214.053 a 192.681).
Anche perché, ormai, chi si trova l' appartamento messo a soqquadro dai ladri, manco va più in commissariato a raccontare che gli hanno rubato tre collanine d' oro, due televisori o 500 euro in contanti.
LADRE ROMLADRE ROM

Tanto è praticamente inutile, visto che appena tre delinquenti ogni cento furti vengono presi e incastrati, come spiega il rapporto dell' Università Cattolica di Milano. E i ladri continuano ad aver vita facile, anzi facilissima: le statistiche del centro studi Cna dicono che ogni giorno sono 528 i colpi in casa. Ovvero 22 all' ora e tre al minuto: numeri da brivido che spiegano perché - come riportano i dati del Censis - più di sei famiglie italiane su dieci (66,3%) hanno blindato le loro porte, quasi la metà (42%) ha montato un sistema d' allarme e un terzo ha fatto ricorso a inferriate (33,5%), vetri anti-intrusione (31%) e telecamere (30,7%).

Fonte: qui

IL M5S AVEVA INDIVIDUATO 13 GRANDI OPERE DA BLOCCARE TRA CUI LA TAV TRA BRESCIA E PADOVA

LA PARTITA, PERÒ, POTREBBE ESSERE PIÙ COMPLICATA DELLA TORINO-LIONE PERCHÉ IL PROGETTO È GIÀ IN FASE AVANZATA 

LA RETE FERROVIARIA ITALIANA E IL CONSORZIO CEPAV 2 HANNO FIRMATO UN CONTRATTO DA 1,645 MILIARDI DI EURO PER IL PRIMO LOTTO DI FERROVIA DA COSTRUIRE TRA BRESCIA E VERONA

Federico Capurso per “la Stampa”

Sulla lista pentastellata dei cantieri da fermare «non c' è solo la Tav in Valsusa», avverte il sottosegretario alle Infrastrutture Michele Dell' Orco. «Nel nostro programma di governo del M5S avevamo individuato 13 grandi opere da bloccare e dubito che rimarremo con le mani in mano». Un avvertimento, questo, che va ben oltre la Torino-Lione e che, dopo la pausa estiva, andrà a toccare subito, concretamente, i piani di investimento per l' Alta velocità in Lombardia e in Veneto.

CANTIERE TORINO LIONE TAV VAL DI SUSACANTIERE TORINO LIONE TAV VAL DI SUSA
La Torino-Lione è dunque una guerra che dovrà attendere. Almeno fino a novembre, quando i tecnici del ministero delle Infrastrutture completeranno il super-dossier con l'analisi dei costi e dei benefici dell' opera. E allora, solo allora, si potranno mettere in atto alcune «furbizie tecniche» - come le chiamano i parlamentari piemontesi del Movimento 5 stelle - che riescano a stravolgere il progetto iniziale.

Servono però delle prove generali per il «ragionato assalto» dei Cinque stelle alla Tav in Valsusa. E la prima occasione buona si presenterà già a settembre, quando un altro dossier, quello sulla Tav tra Brescia e Padova, finirà sul tavolo del ministro Danilo Toninelli. Pronto per essere discusso. E forse smembrato.

grillo no tavGRILLO NO TAV
La partita sulla Tav lombardo-veneta non è slegata dalla Torino-Lione. Rientra, infatti, nel più vasto e ambizioso piano europeo chiamato «Corridoio 5». Nato nel 2003, il progetto comunitario prevede la costruzione di un' unica grande tratta ferroviaria ad alta velocità che unisca il Sud della Spagna fino all' Ucraina, passando dalla Francia e, appunto, dall' Italia. Taglierebbe il Nord, da Torino a Venezia e molto, sul versante italiano, è già stato fatto. Deve invece ancora essere conclusa la tratta tra Brescia e Padova, ed è lì che il Movimento vuole intervenire.

NO TAVNO TAV
La partita, però, potrebbe essere più complicata di quella aperta in Valsusa, perché il progetto è già in fase avanzata. Soprattutto tra Brescia e Verona, dove nei primi giorni di giugno, all' alba della formazione del nuovo governo, la Rete ferroviaria italiana e il consorzio Cepav 2 hanno firmato un contratto da 1,645 miliardi di euro per il primo lotto di ferrovia da costruire. «Ma ci lascia comunque ampi spazi di manovra», sottolinea Dell'Orco. «Quando a settembre il dossier sarà pronto, saremo ancora in tempo per discutere e valutare se quest' opera è davvero utile alla comunità».

NO TAVNO TAV
Margini di manovra fondamentali, però, anche per testare le resistenze leghiste. Soprattutto lì, in due regioni guidate dagli uomini di Salvini. I governatori della Lombardia e del Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia, hanno già promesso battaglia a chi dovesse pensare di fare un passo indietro sulla Tav in Valsusa. Figurarsi per quella che, passando da Brescia e da Padova, unisce Milano a Venezia. Per questo gli uomini del Movimento predicano prudenza. «Non dobbiamo mai usare la parola "bloccare"», dicono. «Piuttosto, puntiamo a impostare la discussione sui numeri e sui dati del dossier». Un modo elegante di apparecchiare la tavola, prima di provare ad aggredire le grandi opere.

Fonte: qui

IN PROVINCIA DI TERNI, IL 17ENNE ROBERTO ALBANUCCI E’ MORTO MENTRE SDRAIATO SULL'ASFALTO CERCAVA DI RIPRENDERE LE ACROBAZIE COMPIUTE DA UN AMICO, IN SELLA A UNO SCOOTER

IL RAGAZZO ALLA GUIDA HA PERSO IL CONTROLLO DEL MOTORINO E LO HA TRAVOLTO COLPENDOLO AL COLLO E ALLA TESTA

Angela Di Pietro per “il Tempo”

ROBERTO ALBANUCCIROBERTO ALBANUCCI
Roberto Albanucci era un bravo ragazzo, studente liceale e figlio del proprietario di uno dei bar piu' noti di Acquasparta, in provincia di Terni. E morto sotto il cielo oscurato dalla luna rossa, alla mezzanotte di venerdì scorso, mentre sdraiato sull' asfalto cercava di riprendere le acrobazie compiute da un amico sedicenne, in sella ad uno scooter "Phantom Malaguti". L' adolescente ha perso il controllo del motorino che si è abbattuto con violenza contro Albanucci, colpendolo mortalmente al collo ed alla testa.

Quando carabinieri, vigili del fuoco e Croce Rossa di Avigliano Umbro sono arrivati sulla cosiddetta "variante nuova", che collega la Tiberina al centro abitato, hanno faticato a compiere i primi rilievi perché la notte aveva inghiottito qualsiasi fonte di luce e la luna rossa tanto ammirata da nord a sud dell' Italia, oscurava il tragico palcoscenico. Per il diciassettenne umbro non c' è stato niente da fare: i medici che lo hanno soccorso sul posto non hanno potuto far altro che constatarne il decesso.

Roberto aveva ancora in mano lo smartphone attraverso il quale aveva "giocato" a riprendere l' amico ed i suoi volteggi sullo scooter. Un lenzuolo pietoso è stato posto sullo studente: intorno a lui lamiere e plastica, i pezzi del "Phantom" staccatisi dal mezzo insieme all' urto.
ROBERTO ALBANUCCIROBERTO ALBANUCCI

Sull' episodio è stata aperta una inchiesta con l' ipotesi di omicidio colposo (un atto dovuto, spiegano gli investigatori) mentre il cellulare che la giovane vittima stringeva nella mano è stato immediatamente sequestrato. Probabilmente contiene il video che Roberto aveva iniziato a girare e che, d' accordo con l' amico, aveva deciso di postare sui social, a "gioco concluso". Il conducente del motoveicolo, sotto shock, è stato trasportato in ospedale con ferite lievi. Non sa ancora che l' amico è morto ed i sanitari stanno valutando quale sia il modo migliore, magari attraverso l' aiuto di uno psicologo, per dirgli che Roberto Albanucci non c' è piu'.

Lo studente umbro è l' ennesima vittima della parossistica esigenza (corale) di condivisione virtuale. Gli amici hanno confermato: sia lui che l' amico sedicenne volevano solo postare un video innocente che seguisse da vicino le acrobazie in sella allo scooter.
ROBERTO ALBANUCCIROBERTO ALBANUCCI
Roberto ed il "compagno di giochi" avevano comunicato l' intenzione agli amici con i quali erano usciti, dopodiché sul "Phantom" sono arrivati lungo un tratto della variante nuova assai poco trafficato.

Ritenevano che non ci fossero pericoli: Albanucci si è sdraiato sull' asfalto per offrire una inquadratura emozionante delle prodezze altrui, senonché un momento di distrazione (forse), da parte del guidatore, ha trasformato il gioco in tragedia. Il motorino ha interrotto la sua corsa dopo avere impattato contro il ragazzo disteso. L' amico che era al volante è caduto, lo studente è morto sul colpo. Troppo gravi le ferite per consentire un soccorso utile.

ROBERTO ALBANUCCIROBERTO ALBANUCCI
Sull' episodio è stata aperta un' inchiesta da parte della Procura dei Minori, il caso è seguito da Flaminio Monteleoni. L' intera comunità di Acquasparta è devastata dalla perdita del suo giovane concittadino, vittima di una "moda" stupida. impervia e il torrente è ingrossato a causa delle piogge. Con la giovane vittima c' era un coetaneo, sotto shock ma senza ferite, che è stato portato in ospedale a Rivoli. Pare la vittima volesse saltare la cascata e fare un filmato. Sull' episodio hanno aperto una indagine i carabinieri di Rivoli.

Fonte: qui