9 dicembre forconi

giovedì 14 settembre 2017

L’ITALIANO BLOCCATO SULL’ISOLA DI SAINT MARTIN, DISTRUTTA DA IRMA: ‘LA NOTTE CI SONO BANDE ARMATE CHE SACCHEGGIANO LE CASE. CON I VICINI FACCIAMO LE RONDE PER PROTEGGERCI’

LO SCENARIO DA APOCALISSE-ZOMBI RACCONTATO DA ALESSANDRO, BAR MANAGER: ‘POCHI VOLI PER EVACUARE L’ISOLA, HO PROVATO DUE VOLTE MA SONO STATO RESPINTO’ (VIDEO)
VIDEO - ABITANTI EVACUATI DA SINT MAARTEN (SAINT MARTIN)

Gianni Rosini per www.ilfattoquotidiano.it

saint martinSAINT MARTIN
Non ci sono più regole, è una guerra”. Alessandro Lupo, 29 anni e originario di San Miniato, in provincia di Pisa, non riesce a riassumere in altro modo la situazione che sta vivendo sull’isola caraibica di Saint Martin, tra le aree più colpite dalla violenza dell’uragano Irma che ha devastato ogni cosa fino alle coste della Florida.

Il ragazzo, che nelle Antille Francesi si è trasferito a gennaio per motivi di lavoro, vive ogni giorno nella speranza di un rimpatrio rapido e con il timore per la sua incolumità: “La notte è veramente pericoloso – racconta a Ilfattoquotidiano.it – Sentiamo spari in lontananza, ci sono bande armate dappertutto e siamo costretti a fare le ronde per proteggere le nostre case. Non vedo l’ora che qualcuno venga a prendermi”.

Alessandro aveva trovato a Saint Martin lo stile di vita che gli piaceva. Vita meno stressante e un lavoro ben pagato come bar manager in uno dei locali dell’isola. Poi, il 5 settembre, quando la sua ragazza era già tornata in Italia, è arrivato Irma, con i suoi venti a 300 chilometri orari, a spazzare via l’intera isola e a trasformare l’esperienza di Alessandro in un incubo.
ALESSANDRO LUPO SAINT MARTINALESSANDRO LUPO SAINT MARTIN

“Di quella sera ricordo che sono andato a chiudermi nel bagno con il mio cane – racconta – Ho messo la lavatrice davanti alla porta per bloccarla, ma nel pieno dell’uragano non è stato sufficiente. Ricordo i rumori di oggetti che si frantumavano fuori dalla stanza e la paura a causa dell’acqua che entrava, sembrava la fine del mondo. Ho passato una notte a tenere ferma la porta e, contemporaneamente, raccogliere l’acqua che entrava e buttarla nel lavandino”.


saint martinSAINT MARTIN
Passato l’uragano, Alessandro ha due priorità: trovare il modo di essere rimpatriato prima che la situazione degeneri e sopravvivere sull’isola fino a quando non riuscirà a imbarcarsi per l’Italia. “Abito in un condominio – dice – e con tutti i vicini di casa ci siamo mobilitati per dare una mano agli abitanti della nostra zona nel tentativo di salvare il salvabile. Fortunatamente ci siamo organizzati in previsione dell’uragano: usiamo dei generatori che ci garantiscono qualche ora di luce al giorno e abbiamo scorte di cibo e acqua a sufficienza per sopravvivere qualche altro giorno”.

saint martinSAINT MARTIN
La paura, però, viene dopo il tramonto, quando, con l’aiuto del buio, gruppi armati si muovono sull’isola per saccheggiare più case e attività possibili. “Ci siamo organizzati con delle ronde armate per proteggere le nostre case – continua – La notte è veramente pericoloso, sentiamo continuamente spari in lontananza. Adesso temo per la mia incolumità, ci sono bande dappertutto”.


Il problema è che l’evacuazione dei civili procede a rilento: l’aeroporto Grand-Case, nella parte settentrionale dell’isola, quella dove vive Alessandro, organizza solo pochi voli d’evacuazione al giorno e riuscire a imbarcarsi è un’impresa. “Ho cercato di lasciare il Paese andando in autostop in aeroporto per due volte, ma sono sempre stato respinto – dice – Ho provato ad acquistare un biglietto, ma per il momento è tutto sospeso”.
saint martinSAINT MARTIN

L’ultimo tentativo, quindi, la famiglia di Alessandro lo ha fatto mettendosi in contatto con la Farnesina: “Ci hanno detto di aspettare e che intanto mi hanno registrato nei loro database tra le persone in attesa d’evacuazione – conclude – Hanno voluto sapere il mio indirizzo e mi hanno detto di rimanere il più possibile chiuso in casa perché manderanno presto qualcuno a prendermi, autorità francesi o olandesi. Credo che questa sia la mia ultima opzione per andarmene da qui”.

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I CONSORZI DI BONIFICA COSTANO 500 MILIONI ALL’ANNO, MA LA MAGGIOR PARTE SE NE VA IN STIPENDI

DOVREBBERO CONTROLLARE I FIUMI PER IMPEDIRE LE INONDAZIONI 

LIVORNO E’ LA CIFRA DELLA LORO EFFICIENZA

Antonio Castro per “Libero quotidiano”

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Miliardi di euro da spendere, migliaia di Comuni a rischio e 121 consorzi di bonifica (erano oltre 200 prima dell' autoriforma del settembre 2008), che devono stare dietro a 200mila chilometri di canali e corsi minori. Poi, certo, l' incuria e la gestione del territorio improvvisata e l' abusivismo edilizio. C' è tutto questo dietro al disastro di Livorno. Che non è il primo e, purtroppo, non sarà l' ultimo.

Ad ogni temporale un po' più forte, così come nei mesi un po' più secchi, ci si rende improvvisamente conto che l' Italia non è un Paese gestito bene. Siamo, in Europa, uno degli Stati con il maggior numero di fonti di acqua dolce, però poi buttiamo letteralmente a mare miliardi di metri cubi di precipitazioni e ci ritroviamo in siccità. Ci mancano gli invasi per garantirci le riserve (e proprio i consorzi hanno presentato un piano per realizzarne 2mila con progetti definitivi), così come, al primo temporale "forte", i fiumi esondano, le città si allagano, qualcuno ci rimette la pelle.
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È pur vero che abbiamo costruito «dove non si può e non si dovrebbe, almeno per buon senso», sintetizza Massimo Gargano, direttore generale dell' Associazione nazionale Bonifiche (Anbi). E così riparte, puntuale, la polemica sugli enti che devono gestire l' ordinaria amministrazione. Matteo Renzi nel 2014, provò a chiudere i Consorzi, preso dal sacro fuoco della rottamazione.

Le "bombe d' acqua, però, non si eliminano con per decreto. Certo, come dimostrano i richiami della Corte dei Conti, in alcune Regioni come in Sicilia (dove i Consorzi sono commissariariati da 30 anni), sembrano avere più dipendenti che terreni da irrigare e invasi da gestire. Scandali e gestioni allegre a parte, resta il problema della gestione del territorio. L' ordinaria amministrazione spesso è "straordinaria", tanto che si corre ai ripari sull' onda dell' emergenza, non su una puntuale programmazione.

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Importanti le risorse stanziate, disponibili e, clamorosamente, lasciate a decantare neanche fossero vini pregiati. Un esempio? Nel piano "ItaliaSicura" il governo ha messo in fila la bellezza di 8.926 opere da realizzare. Per attuare l' intero piano servirebbero, sulla carta, 25,5 miliardi euro. Palazzo Chigi avrebbe già scovato la bellezza di 7,7 miliardi di fondi da utilizzare per le opere entro il 2023. La gran parte sono stanziamenti vecchi e inutilizzati. Alcuni, addirittura, degli anni Novanta.

Peccato che le Regioni, o le aree metropolitane di competenza, non siano state in grado di gestire la progettazione e la realizzazione delle opere necessarie (almeno le più urgenti). Morale: nelle città più grandi sono stati impiegati solo 114,4 milioni. Bruscolini. Ammette (indirettamente), l' impossibilità a gestire le competenze in materia il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, che giusto ieri ha chiesto al governo i «poteri straordinari per superare complessità burocratiche e contenziosi che sono all' origine dei ritardi. Come quelli che hanno bloccato i cantieri per la cassa di espansione del torrente Ugione e il consolidamento degli argini, opere finanziate con 4 milioni di euro che la Provincia, ente competente, non ha mai potuto avviare».
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Anche ieri c' è stato chi ha chiesto la chiusura dei Consorzi, come il vicepresidente del Consiglio regionale della Toscana, Marco Stella (Forza Italia). Gargano ribatte: «Ogni volta parte la solita musica: "Chiudiamo i Consorzi!". Sì, va bene. E poi che facciamo?». Il direttore dell' Anbi elenca i problemi che non si vogliono affrontare: «Urbanizzazione e cementificazione, soprattutto nelle città. E poi il cambio di clima, così come la mancata programmazione degli interventi». 

Tutti fattori che «hanno fatto emergere l' incapacità di gestire il territorio». 

E così «invece della prevenzione, abbiamo sviluppato la cultura dell' emergenza».

consorzi bonificaCONSORZI BONIFICA
A Livorno la «manutenzione ordinaria» del rio Maggiore» - ha assicurato il presidente del Consorzio 5 Toscana Costa, Giancarlo Vallesi - era stato fatta: «Sfalcio della vegetazione infestante e ripulitura dell' alveo. Ciò che ha fatto tracimare i fossi non è stata la mancata o la scarsa manutenzione, bensì l' enorme quantità di acqua concentratasi su Livorno in poche ore».

L' inchiesta della magistratura probabilmente scoprirà che si era costruito dove non si doveva. E che per farlo erano stati interrati corsi d' acqua. 

Contando sul cemento armato e non sul buon senso. 

Il clima cambia, ma i nostri amministratori restano sempre gli stessi. 

E si aggrappano a «complessità burocratiche». Che uccidono.

Fonte: qui

LIVORNO – IL DATO CHE FA TREMARE LA CITTA’: OLTRE 3 MILA CASE A RISCHIO IN CASO DI ALLUVIONE 
LA VILLETTA IN CUI UN’INTERA FAMIGLIA HA PERSO LA VITA AVEVA TUTTE LE AUTORIZZAZIONI, MA I RISCHI FURONO SOTTOSTIMATI. ORA SI INDAGA

Marco Menduni per “la Stampa”

LIVORNOLIVORNO
La villetta della strage, quella in cui un' intera famiglia di quattro persone ha perso la vita e si è salvata solo una bambina di tre anni, era stata costruita nel 1930. Tutti i certificati erano in regola. Un permesso per il frazionamento degli appartamenti a piano terra, nel 2010. Persino una nuova abitabilità concessa solo tre anni fa dopo un nuovo controllo alla fine dei lavori. Eppure quel pian terreno che si affaccia su un giardino è più basso della sede stradale di tre metri.

NUBIFRAGIO LIVORNONUBIFRAGIO LIVORNO
Il pavimento è sottostante il livello massimo del Rio Maggiore, che scorre tombato abbracciando il perimetro della proprietà. Soprattutto i permessi vengono concessi per il livello più basso dell' abitazione quando, già da due anni, lo stesso Comune ha capito quale sia la pericolosità della zona, tanto da realizzare (ma a quell' epoca non erano terminati) degli interventi per la sicurezza idraulica. 

Interventi sottostimati, che non sono comunque serviti a nulla la notte del diluvio e della tragedia. Ora la procura vuol vedere chiaro nella documentazione della villetta, vuol capire se, nel momento in cui sono state rilasciate le certificazioni, sono stati calcolati i possibili rischi.

SIMONE RAMACCIOTTI E GLENDA GARZELLI - VITTIME NUBIFRAGIO LIVORNOSIMONE RAMACCIOTTI E GLENDA GARZELLI - VITTIME NUBIFRAGIO LIVORNO
C' è un dato che ora fa tremare Livorno. L' amministrazione aveva già iniziato a realizzare uno screening sulla sicurezza degli edifici e i dati sono allarmanti: più di 3000 case sono a rischio in caso di alluvione. La consapevolezza che le opere realizzate sul Rio Ardenza, quelle vasche di contenimento che avrebbero dovuto garantire la sicurezza, non sono riuscite nemmeno a rallentare il torrente, che ha abbattuto i muri e in due minuti invaso gli appartamenti, fa paura.

Come intervenire su un territorio devastato dagli interventi realizzati dagli Anni Settanta fino al Duemila? 


Intorno alla villetta della morte, aver fatto sparire il Rio Maggiore infilandolo in un tunnel di cemento ha fatto nascere un nuovo quartiere intero vicino allo stadio d' epoca fascista intitolato ad Armando Picchi. Quartiere che ha visto auto spazzate via e portate a 30 metri di distanza, fango a un metro di altezza negli androni; poi l' acqua che non è riuscita a entrare nella galleria sotterranea e ha distrutto i muri di contenimento per poi dilagare.

Un caso di intervento pubblico d' emergenza fu realizzato a Genova, prima dell' alluvione del 2011, quando a tre palazzi in via Fereggiano fu revocata ogni concessione e furono abbattuti.
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In un quarto palazzo, spiega l' ex governatore Claudio Burlando, «decidemmo di ricollocare gli inquilini, comprare il pian terreno e tenerlo vuoto». Quando il rio Fereggiano esondò, il 4 novembre 2011, quei vani si riempirono di fango fino al soffitto e almeno chi abitava lì salvò la vita.

Non è evidentemente una via replicabile su vasta scala. Ma dalle carte del Comune di Livorno le situazioni a rischio emergono ovunque. Sulla strada che porta al Santuario di Montenero, una delle zone più devastate dell' alluvione, è nato addirittura in maniera abusiva un paesello abusivo di dieci ville, scoperto da un blitz dei carabinieri nel 2012. 

L' hanno chiamata la collina d' oro, per quanto avevano reso quegli edifici ai costruttori. 

Oggi è tutta una collina di fango.

Fonte: qui
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EU: INTERNET, UN PARADISO FISCALE ...

ABBIAMO BISOGNO DI UNA TASSAZIONE ‘SPECIALE’ PER GOOGLE, APPLE, AMAZON E FACEBOOK? PURTROPPO SÌ, ED È UNO DEI PIÙ GRANDI FALLIMENTI DELL’UNIONE EUROPEA 

CERTI PAESI HANNO PERMESSO DI ELUDERE CENTINAIA DI MILIARDI IN TASSE ALLA FACCIA DEI CONTRIBUENTI ITALIANI, FRANCESI, TEDESCHI ECC…

Massimo Sideri per il Corriere della Sera

L' unica domanda che conta è questa: perché abbiamo bisogno di una tassazione «speciale» per le società come Google? Non bastano le 100 o 1.000 che già esistono? Diciamolo una volta per tutte: la risposta è no, non bastano. Lo dicono i numeri. Le leggi sono abituate a movimenti secolari e al passo saggio della tartaruga, ma Internet è stato veloce come un ghepardo.

Ha occupato lo spazio giocando sull' asimmetria informativa di nuove regole del gioco, fatte più dagli algoritmi che dalle istituzioni. La «web tax» è giusta, solo che - questo va riconosciuto - è una delle tasse più infelici della storia se la analizziamo con l' occhio del dizionario: suona più ridicola della tassa sull' ombra (esiste) e della tassa sulle paludi (che è esistita: regio balzello del 1904). Solo pochi anni fa gli utenti, che poi sono i cittadini, mostravano un' indulgenza ideologica e poco informata verso chi ha migliorato la nostra vita quotidiana con la tecnologia.
LE TASSE DI APPLE E GOOGLELE TASSE DI APPLE E GOOGLE

D' altra parte tassare la Rete suona un po' come tassare il sinonimo di libertà e di opposizione ai regimi dittatoriali.

Erdogan in Turchia oscura la Rete e noi la tassiamo? La variante italiana, la Google Tax, suona poi come un attacco «ad aziendam», un balzello su forse l' unico colosso al mondo che non ha mai chiesto un euro all' utente-cittadino. Tutto ciò ha alimentato la «disinformazia», una forma di governo scivolosa basata su informazioni spesso non comprese, talvolta volutamente false come le fake news.
google tasseGOOGLE TASSE

Le tasse sono materiale politico e la politica dipende dalla percezione popolare: ed è questo l' autogol. Si gioca anche su questioni semantiche la difficoltà incontrata da sempre su una tassa del web che più utile sarebbe chiamare «tassa sulle società del web che fatturano miliardi ma eludono il Fisco di mezzo mondo grazie a trucchetti come il "doppio irlandese" o il "panino olandese"». Esattamente come la tassa sulla palude non era un balzello per chi aveva la sfortuna di possedere un terreno paludoso, ma un fondo per le bonifiche a vantaggio dell' intera collettività.

jeff bezosJEFF BEZOS
Il nocciolo della questione è qui: da che mondo è mondo le società hanno usato super consulenti fiscali per «ottimizzare» i soldi da dare agli Stati.

Ottimizzare, si noti bene, è il sinonimo politicamente corretto di eludere, cioè usare gli azzeccagarbugli di manzoniana memoria per riuscire a pagare il meno possibile. Il gioco funziona perché, soprattutto con le proprietà intellettuali, si possono pagare milioni ai superconsulenti per risparmiare miliardi. La cifra non è casuale. La commissaria alla concorrenza europea, Margrethe Vestager, ha calcolato in 13 miliardi le imposte non pagate all' Irlanda dalla Apple (i 2,3 miliardi di multa a Google sono invece per concorrenza scorretta grazie all' utilizzo non neutrale dell' algoritmo).

L' ingegneria fiscale del Double Irish, per esempio, funziona così: nei vari Paesi le multinazionali dicono di non avere «stabili organizzazioni» pur avendo edifici spesso di proprietà e migliaia di dipendenti guidati da un country manager. I redditi così prodotti finiscono in una società A con sede in Irlanda, nell' isola di Cook dove molte aziende hanno migliaia di dipendenti.

mark zuckerbergMARK ZUCKERBERG
Questi guadagni dovrebbero dunque essere tassati al 12,5 per cento, come prevede il regime fiscale irlandese nato in concorrenza agli altri Paesi europei per attirare gli investimenti in un' area che ha sofferto particolarmente in passato.

A questo punto però scatta il pagamento alla società B, sempre in Irlanda ma con sede in qualche Paradiso fiscale, per la «proprietà intellettuale». Il risultato è che nemmeno quel 12,5 per cento viene alla fine pagato se non per una ridotta porzione degli utili miliardari. L' elusione si è spinta troppo oltre lasciando spazio all' avidità: le multinazionali hanno cercato di azzerare in alcuni casi le imposte sugli utili. Il tema è dunque europeo. Impossibile pensare di muoversi singolarmente.

In Italia se ne discute da almeno cinque anni. L' ex premier Matteo Renzi sul tema aveva mostrato pancia politica: prima era andato nel 2015 da Lilli Gruber per dire: «Dopo aver aspettato per due anni una legge europea dal 1 gennaio 2017 immaginiamo una digital tax». Subito dopo, con un tweet prima di un Consiglio dei ministri, aveva fatto marcia indietro. La web tax ci vuole, era stato il nuovo messaggio, ma a livello europeo.

Ora, dunque, l' Europa si muove e l' Italia si accoda (il ministro dell' Economia Pier Carlo Padoan non ha mai fatto mistero di preferire un' azione congiunta). Demonizzare l' economia digitale sarebbe un errore grossolano. Ma tornare a un sano patto sociale è necessario: le tasse sono uguali per tutti.

Fonte: qui


DOPO LE ACCUSE DI DOPING DI STATO E LE ESCLUSIONI DAI MONDIALI, LA “WADA”, AGENZIA MONDIALE ANTIDOPING, ASSOLVE 95 ATLETI RUSSI SU 96: "PROVE INSUFFICIENTI"

LA RIVELAZIONE DEL “NEW YORK TIMES” - VIDEO



antidoping wadaANTIDOPING WADA
Assolti. In 95 su 96. Dopo il caos, le polemiche, anche politiche, con le prese di posizione di Putin e Mutko, dopo le esclusioni da Mondiali, Paralimpiadi, da tutto. Dopo le pesantissime accuse sui Giochi di Sochi, quelle di "doping di stato". Dopo tutto questo...

La Russia esce pulita dallo scandalo doping che l'ha travolta. La Wada, l'agenzia mondiale antidoping, ha deciso di assolvere 95 atleti russi su 96 nell'ambito dell'inchiesta sul doping di stato in Russia emersa dal rapporto McLaren.

O meglio, avrebbe deciso, stando a quando scrive il New York Times - fonte assolutamente credibile -, citando un rapporto interno all'organizzazione di cui il quotidiano statunitense è entrato in possesso. "Le prove disponibili sono insufficienti a sostenere una violazione delle norme antidoping da parte di questi 95 atleti", scrive nella relazione il direttore generale dell'agenzia Olivier Niggli.

Fonte: qui
RUSSIA DOPINGRUSSIA DOPING

mercoledì 13 settembre 2017

CLEMENTE MASTELLA ASSOLTO NEL PROCESSO CHE PORTÒ ALLA CADUTA DEL GOVERNO PRODI

A ‘SOLI’ 9 ANNI DALL’INIZIO DELL’INCHIESTA È ARRIVATA LA SENTENZA. DI PRIMO GRADO! 
ASSOLTI CON FORMULA PIENA ANCHE LA MOGLIE SANDRA LONARDO, GLI EX ASSESSORI REGIONALI E IL CONSUOCERO DELL’EX MINISTRO DELLA GIUSTIZIA
 
clemente mastella con la moglie sandra lonardoCLEMENTE MASTELLA CON LA MOGLIE SANDRA LONARDO
 (ANSA) - Clemente Mastella è stato assolto nel processo per presunti illeciti nelle nomine alle Asl e in altri settori pubblici. La sentenza è stata emessa dalla quarta sezione del Tribunale di Napoli. Il sindaco di Benevento che all'epoca dei fatti ricopriva la carica di ministro della Giustizia e leader dell'Udeur era accusato in particolare di "induzione indebita a dare o promettere utilità". In seguito all'avviso di garanzia emesso nel gennaio del 2008 Mastella si dimise e ritirò il suo appoggio al governo Prodi circostanza che contribuì alla caduta dell'esecutivo.

Mastella, difeso dagli avvocati Alfonso Furgiuele e Fabio Carbonelli, è stato assolto per tutti e tre i capi di imputazione, compresi i due per i quali il pm aveva chiesto la prescrizione, con formula piena: perché il fatto non costituisce reato e perché il fatto non sussiste. Il tribunale ha assolto con formula ampia anche la moglie di Mastella, l'ex presidente del Consiglio regionale della Campania Sandra Lonardo nonché i due ex assessori regionali dell'Udeur Nicola Ferraro e Andrea Abbamonte e l'ingegnere Carlo Camilleri, consuocero dell'ex ministro della Giustizia.

Fonte: qui

STRAGE DI BRESCIA: DOPO APPENA 43 ANNI ARRIVANO LE MOTIVAZIONI DELLA SENTENZA DI CASSAZIONE

“MAGGI E’ IL MANDANTE CERTO E TRAMONTE PARTECIPE” . 
CONFERMATO L’ERGASTOLO AI DUE NEOFASCISTI
Da Ansa

"Il compendio probatorio acquisito nei confronti di Maggi non lascia alcuno spazio per dubitare del suo ruolo organizzativo" nella strage di Brescia (28 maggio 1974, otto morti e 102 feriti) "sul quale convergono non solo le dichiarazioni accusatorie di Tramonte e di Digilio, ma tutti gli altri elementi indiziari".
CARLO MARIA MAGGI STRAGE BRESCIACARLO MARIA MAGGI STRAGE BRESCIA

strage bresciaSTRAGE BRESCIA
Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi del verdetto che il 20 giugno ha confermato l'ergastolo per i neofascisti Carlo Maria Maggi, mandante, e Maurizio Tramonte partecipe del piano stragista.

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L’incipiente “breakout” dell’oro


Dopo aver raggiunto un fondo a $1,206 l’oncia il 10 luglio, l’oro è a $1,286 questa mattina, un aumento del 6.5% in poco più di un mese.
Per gli investitori è stata una manna, soprattutto se consideriamo la serie di “flash crash” il 14 giugno, il 26 giugno ed il 3 luglio, i quali hanno contribuito ad affossarne il prezzo da $1,294 l’oncia a $1,206 l’oncia tra il 6 giugno e il 10 luglio. A quel punto sembrava come se l’oro potesse scendere fino alla resistenza tecnica ed arrivare a $1,150 l’oncia.
Ma il nuovo rally ha ripristinato la slancio verso l’alto che abbiamo visto fin dal post-elezioni del 15 dicembre 2016. L’oro sembra pronto per riprendere la sua marcia verso i $1,300.

I fondamentali sono più forti che mai per l’oro. Russia e Cina continuano ad essere grandi acquirenti. La Cina vieta l’esportazione delle sue 450 tonnellate all’anno di produzione fisica.
Le raffinerie d’oro stanno lavorando ininterrottamente e non riescono a soddisfare la domanda. Le stesse raffinerie hanno difficoltà a trovarlo, nonostante le vendite di lingotti e gli afflussi di scarti rimangono deboli.
I lingotti continuano a migrare dai caveau di banche, come UBS e Credit Suisse, in caveau non bancari, come quelli di Brinks e Loomis, riducendo così l’offerta fluttuante disponibile.

In altre parole, la situazione dell’offerta d’oro fisico fa acqua da tutte le parti.

Il problema, ovviamente, è una vendita illimitata nei mercati “paper gold” come i futures sull’oro del Comex e strumenti finanziari simili.
Uno dei flash crash è stato avviato dalla vendita istantanea di contratti futures sull’oro pari alla somma sottostante di 60 tonnellate d’oro fisico. Le più grandi bullion bank del mondo non potrebbero far fronte a 60 tonnellate d’oro fisico neanche se avessero mesi per farlo.
Non c’è abbastanza oro fisico disponibile, ma nel mercato paper gold non c’è limite alle dimensioni.
Non ha senso lamentarsi di questa situazione. È ciò che è e non sarà interrotta tanto presto. La principale fonte di consolazione è sapere che i fondamentali vincono sempre nel lungo periodo, anche se ci sono storni temporanei. Quello che bisogna fare è essere pazienti e comprare strategicamente quando ci sono i ribassi.
Che succederà in seguito?
Agosto e settembre sono tradizionalmente periodi decisamente forti per l’oro. Ciò è in parte dovuto alla prossimità alla stagione delle nozze e dei regali in India.

Eppure c’è di più da dire oltre alla forte domanda dell’oro.
Il deterioramento delle relazioni tra Stati Uniti e Russia non farà altro che accelerare gli sforzi di quest’ultima nel diversificare le proprie riserve, vendendo asset legati al dollaro (che possono essere congelati dagli Stati Uniti in un attimo) e comprando asset aurei immuni ai congelamenti e alle crisi.
Il conto alla rovescia per la guerra contro la Corea del Nord è iniziato. Un attacco americano sui programmi nucleari e missilistici nordcoreani è probabile entro la metà del 2018. Il mercato azionario potrebbe non averlo notato, ma il mercato dell’oro sì. È questo il motivo della recente forza dell’oro.
Infine abbiamo la FED. Il rapporto sui posti di lavoro di venerdì 4 agosto ha dato vita alla prospettiva che la FED avrebbe aumentato i tassi d’interesse almeno un’altra volta quest’anno. L’aumento dei tassi rende il dollaro più forte e rappresenta un vento in poppa al prezzo in dollari dell’oro.

Ma la FED non rialzerà ancora i tassi quest’anno. Una volta che il mercato comprenderà la “pausa” prolungata dalla FED, concluderà correttamente che la FED tenterà ancora una volta ad attuare una posizione monetaria allentata attraverso la “forward guidance”. Ciò manterrà il dollaro lungo una tendenza ribassista e sarà una spinta per il prezzo in dollari dell’oro.
La FED non rialzerà i tassi nonostante un rapporto forte sui posti di lavoro. La ragione: la crescita dei posti di lavoro ha rappresentato il classico “missione compiuta” per la FED oltre un anno fa. I lavori non sono il fattore determinante riguardo le decisioni sui tassi; il fattore determinante è la disinflazione.

La metrica dell’inflazione prediletta dalla FED si sta muovendo in direzione sbagliata sin da gennaio. Le letture sul deflatore core della PCE anno/anno (la metrica preferita dalla FED) sono state:
Gennaio 1.9%
Febbraio 1.9%
Marzo 1.6%
Aprile 1.6%
Maggio 1.5%
Giugno 1.5%


I dati di luglio non saranno disponibili fino all’inizio di settembre.
Il target della FED per questa metrica è il 2%. Ci vorrà un aumento sostenuto per diversi mesi affinché la FED concluda che l’inflazione è tornata in pista.
Non c’è possibilità che questo accada prima della riunione di settembre della FED. È improbabile che si verifichi prima di dicembre, a causa della debolezza delle vendite nel settore automobilistico, delle vendite al dettaglio, della spesa discrezionale e del credito al consumo.
Un dollaro debole è l’unica possibilità che ha la FED per aumentare l’inflazione. Il modo per ottenere un dollaro debole è ritardare il rialzo dei tassi a tempo indeterminato, e questo è quello che farà.
E un dollaro debole significa un prezzo più alto in dollari dell’oro.
I livelli attuali sembrano l’ultima tappa prima dei $1,300 l’oncia. Dopo di che i successivi aumenti di prezzo saranno un effetto rinforzante dovuto ad una quantità crescente di compratori che vorranno salire a bordo.
C’è un vecchio detto che dice che “un’immagine vale mille parole”. Questo grafico è un buon esempio:
L’analista Eddie Van Der Walt ha creato questo grafico, il quale mostra che negli ultimi sei anni i prezzi dell’oro sono stati convergenti in un tunnel stretto tra due tendenze.
Questo modello è stato particolarmente pronunciato sin dal 2015. È possibile vedere come l’oro sia stato trattato su e giù in un intervallo tra i $1,050 ed i $1,380 l’oncia. La linea di tendenza superiore e la linea di tendenza inferiore convergono in un imbuto.
Poiché l’oro non rimarrà a lungo in questo imbuto (perché convergerà ad un prezzo fisso), probabilmente ne “uscirà” o verso l’alto o verso il basso, tipicamente con una mossa enorme che distruggerà l’andamento.
Questo potrebbe significare un prezzo d’oro sulla sua strada verso i $1,800 o gli $800 l’oncia?
Le evidenze supportano in modo sostanziale la tesi che l’oro salirà. Le banche centrali sono determinate ad ottenere un’inflazione più elevata e si adopereranno per ricorrere a politiche espansive se questo è ciò che serve.
I rischi geopolitici si accumulano dalla Corea del Nord, alla Siria, al Mar Cinese meridionale e oltre.

Il fallimento del programma di Trump ha messo in pericolo il mercato azionario e lo ha esposto ad una sostanziale correzione.
Le carenze di oro fisico hanno messo in atto o mancate consegne o uno short squeeze.
Uno qualsiasi di questi sviluppi è sufficiente a far schizzare in alto l’oro. L’unica forza che potrebbe portare l’oro più in basso è la deflazione, e questa è l’unica cosa che le banche centrali non permetteranno mai. Il grafico qui sopra è uno degli indicatori rialzisti più potenti che abbia mai visto.

Preparatevi ad un’esplosione del prezzo in dollari dell’oro. Assicuratevi di avere oro fisico prima che ci sia il “breakout”.

traduzione di Francesco Simoncelli

Fonte: qui