9 dicembre forconi

venerdì 6 gennaio 2017

Usa, le mail trafugate a George Soros finiscono online: “È architetto di ogni colpo di Stato degli ultimi 25 anni”

Dc Leaks pubblica i file rubati dai database della Open Society Foundation dell'imprenditore ungherese americano: "A causa sua e dei suoi burattini gli Stati Uniti sono considerati come una sanguisuga e non un faro di libertà e democrazia"

giovedì 5 gennaio 2017

UN FINANZIERE ITALIANO RACCOGLIE TUTTI I SOLDI PARCHEGGIATI DAGLI EVASORI IN SVIZZERA E VUOLE CONVERTIRLI IN EURO. SONO DUE MILIARDI E MEZZO, LA CASSAZIONE HA RIAPERTO I TERMINI PER LA CONVERSIONE E IL REATO È ORMAI PRESCRITTO

A BANKITALIA E ANTIMAFIA NON RESTA CHE INDAGARE SULLA PROVENIENZA (SPORCHISSIMA) DELLE LIRE...

Da ''L'Espresso'' in edicola domani
EVASIONE FISCALEEVASIONE FISCALE

Ci sono ancora cinquemila miliardi di lire in circolazione. Lo scrive l'Espresso nel numero in edicola da domenica 8 gennaio, citando l'avvocato che rappresenta i venti proprietari dell'enorme tesoro rimasto finora nascosto a procure, forze di polizia e Fisco.

Evasione FiscaleEVASIONE FISCALE
La somma, pari a due miliardi e mezzo di euro, secondo lo stesso avvocato è frutto per lo più di evasione fiscale. Un reato ormai prescritto, visto che dall'introduzione dell'euro in Italia sono passati dieci anni, e per il quale i proprietari delle lire non possono dunque più essere perseguiti. Per questo motivo, e sfruttando la sentenza della Corte Costituzionale che nel 2015 ha riaperto i termini per la conversione delle lire, il legale chiede oggi alla Banca d'Italia di cambiare in euro i cinque mila miliardi, dicendosi disposto ad andare fino alla Corte di Giustizia europea se la sua richiesta non verrà esaudita.

caveau banca svizzeraCAVEAU BANCA SVIZZERA
Custodito in buona parte in Svizzera, il denaro è stato raccolto da Giorgio Ronchi, un finanziere italiano residente da anni in Canton Ticino. I legami professionali di Ronchi, che nel corso della sua carriera è stato membro di decine di consigli d'amministrazione, hanno portato però Banca d'Italia e Antimafia ad accendere un faro sulla reale provenienza dei cinquemila miliardi di lire.  

Fonte: qui

SCARPELLINI- MARRA, LA CORRUZIONE C'È. NON SI È TRATTATO DI UN PRESTITO DI DENARO

SCARPELLINI: ‘’COSA SONO QUESTE (SOMME)?’’ - SEGRETARIA: ‘’LE MAZZETTE!’’ - "SÌ, È VERO”

SCARPELLINI: “PER SBLOCCARE QUESTA COSA, DOBBIAMO CHIAMARE MARRA”. PAROLE CHE CONFERMEREBBERO DUE COSE: IL RUOLO DI POTERE CHE IL BRACCIO DESTRO DI VIRGINIA RAGGI VANTAVA IN CAMPIDOGLIO E IL RAPPORTO PRIVILEGIATO CON L'IMMOBILIARISTA ROMANO

I CARABINIERI HANNO TROVATO NEL CELLULARE UNA CHAT TRA MARRA E SALVATORE ROMEO, CAPO DELLA SEGRETERIA POLITICA DELLA SINDACA, CHE LO CHIAMA "CAPO"

SAREBBE STATO PROPRIO ROMEO A TRASMETTERE ALL'ALLORA CANDIDATA RAGGI UNA SERIE DI CONSIGLI PER LA CAMPAGNA ELETTORALE SUGGERITO DA MARRA. CHE NON VOLEVA ESPORSI PERSONALMENTE PER NON "BRUCIARSI", MA VOLEVA AIUTARE LA CANDIDATA GRILLINA


1. IL SISTEMA SCARPELLINI "QUESTE LE MAZZETTE" E PER "SBLOCCARE" SI RIVOLGE A MARRA
Maria Elena Vincenzi, Giuseppe Scarpa per La Repubblica

Pochi giorni prima dell' arresto il costruttore Sergio Scarpellini parla con la sua segretaria, Ginevra Lavarello.
scarpellini raggi marraSCARPELLINI RAGGI MARRA
Lei sta sfogliando un documento Excel. Una lunga lista di numeri, una serie di importi. L'imprenditore chiede alla sua dipendente: Cosa sono queste?. Lei, come se fosse normale: Le mazzette. Lui, come se lo avesse dimenticato: Ah, sì, è vero.

È questa una delle conversazioni registrate che ieri la procura di Roma ha depositato al tribunale del Riesame, chiamato a decidere della scarcerazione di Raffaele Marra, il direttore del personale del Campidoglio arrestato per corruzione proprio insieme all' immobiliarista. I giudici della Libertà si sono riservati di decidere: hanno tempo fino all' 8 di gennaio.

MARRAMARRA
Ma l' accusa ha voluto portare altri atti per dimostrare che, secondo loro, la corruzione c' è. Che non si è trattato, come invece sostiene la difesa, di un mero prestito di denaro. Il pubblico ministero Barbara Zuin (che insieme all' aggiunto Paolo Ielo coordina l' indagine) non ha dubbi sulla natura di quel rapporto. Come ha sostenuto in aula, Scarpellini e Marra non avevano un rapporto di amicizia.

SERGIO SCARPELLINISERGIO SCARPELLINI
Nelle intercettazioni non ci sono dialoghi di alcun tipo tra i due. Eppure, i carabinieri del nucleo investigativo registrano una frase del costruttore: Per sbloccare questa cosa, dobbiamo chiamare Marra. Parole che confermerebbero due cose: il ruolo di potere che il braccio destro di Virginia Raggi vantava nell' amministrazione e il rapporto privilegiato che aveva con il costruttore.
SERGIO SCARPELLINISERGIO SCARPELLINI

Anche se la difesa dell' ex capo di gabinetto, affidata all' avvocato Francesco Scacchi, davanti al Riesame ha sostenuto la tesi opposta: ovvero che i due fossero legati da un antico rapporto di amicizia. E che quel denaro era un prestito che sarebbe stato restituito.

La procura ha presentato anche un' informativa dei carabinieri che spiega come Marra fosse assolutamente consapevole del trattamento di favore riservatogli da Scarpellini quando nel 2009 gli vendette un appartamento all' Eur a poco più di 700mila, scontandolo di circa 500 mila euro rispetto al reale valore di mercato. Quel reato sarebbe prescritto, ma per gli inquirenti è prova che già allora i rapporti tra i due erano di interesse.
Sergio Scarpellini saluta il Sindaco MarinoSERGIO SCARPELLINI SALUTA IL SINDACO MARINO

RAFFAELE MARRARAFFAELE MARRA
Come dimostrano i messaggi whatsapp riportati dagli investigatori in cui Marra, a giugno scorso, si accorda sul prezzo dell' immobile con il suo inquilino: il canone di locazione è di 2000 euro al mese. Non proprio in linea, secondo l' accusa, con il valore del bene dichiarato dalla difesa.

Non è tutto. I favori (estesi anche ad altri soggetti dell' amministrazione ancora oggetto di indagine), ha continuato l' accusa, sono proseguiti anche nel giugno del 2013 quando Marra ha potuto comprare l' immobile di via dei Prati Fiscali, poi intestato alla moglie, contando su un sostanzioso contributo di Scarpellini: 367mila euro usciti dai suoi conti correnti personali.

raffaele marra arrestatoRAFFAELE MARRA ARRESTATO
Insomma, secondo la procura Marra deve rimanere in carcere. Anche perché la tesi dell' accusa si sarebbe rafforzata dopo le perquisizioni fatte nel giorno dell' arresto. I carabinieri hanno trovato nel cellulare una chat tra Marra e Salvatore Romeo, capo della segreteria politica della sindaca, che lo chiama "capo". È pur vero che in passato Romeo è stato effettivamente un dipendente di Marra, ma il tono ossequioso fa ipotizzare che l' ex vicecapo di gabinetto eserciti una certa influenza in Campidoglio.

raffaele marra virginia raggiRAFFAELE MARRA VIRGINIA RAGGI
Sempre stando alle indagini, sarebbe stato proprio Romeo a trasmettere all' allora candidata Raggi una serie di consigli per la campagna elettorale suggerito da Marra. Che non voleva esporsi personalmente per non "bruciarsi", ma voleva aiutare la candidata grillina. Del resto sul suo cellulare Virginia Raggi è registrata come "mio sindaco".


2. MARRA DIETRO LA SCALATA DI RAGGI: COSÌ SUGGERÌ LE MOSSE ELETTORALI
LA CHAT SEGRETA SVELA CHE DECISE LUI LA MACROSTRUTTURA CAPITOLINA AVVERTIMENTO A ROMEO: NON ESPONETEMI, NON VOGLIO BRUCIARMI
Maria Elena Vincenzi per La Repubblica-Roma

VIRGINIA RAGGI DANIELE FRONGIA RAFFAELE MARRAVIRGINIA RAGGI DANIELE FRONGIA RAFFAELE MARRA
Non solo un uomo che in Campidoglio contava parecchio. Anche una specie di guru della campagna elettorale. Marra faceva di tutto, raccomandando però di non esporlo, per non bruciarlo. L' ex finanziere era un uomo al quale la sindaca dava retta. La procura è convinta che Marra fosse uno che sul colle più alto della città aveva un grande potere.

Gli accertamenti dei carabinieri di via in Selci depositati ieri dalla procura al tribunale del Riesame (che entro l' 8 gennaio dovrà decidere sulla richiesta di scarcerazione avanzata dalla difesa dell' ex capo del personale), dimostrano esattamente questo.
marraMARRA

Cosa della quale, sostiene l' accusa, era al corrente anche il costruttore Sergio Scarpellini che quel potere voleva sfruttare in tutti i modi.

Le indagini dell' Arma hanno, infatti, dimostrato non solo che il capo della segreteria politica della Raggi Salvatore Romeo si rivolgeva a Marra chiamandolo "capo", ma anche che lui si era fatto da tramite, durante la campagna elettorale per far arrivare alla candidata pentastellata una serie di consigli.

virginia raggi raffaele marraVIRGINIA RAGGI RAFFAELE MARRA
Sulle strategie per vincere le elezioni e anche, durante il ballottaggio, su come rispondere a Roberto Giachetti, suo avversario nella corsa a sindaco. Insomma, secondo il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il pm Barbara Zuin, Marra era uomo di fiducia della prima cittadina. Tanto che, nel suo cellulare sequestrato il 16 dicembre scorso, giorno dell' arresto per corruzione dell' ex vicecapo di gabinetto, Raggi è memorizzata in rubrica con il nome "mio sindaco". Come a rivendicare il merito di averla forgiata.

Un contributo, il suo, che Virginia Raggi apprezza parecchio: è Romeo stesso a dire a Marra, dopo la vittoria, che la sindaca gli ha riferito che tutti gli assessori se lo litigano per averlo come capo di gabinetto.
SERGIO SCARPELLINISERGIO SCARPELLINI

Gli scambi via whatsapp tra Marra e Romeo sono piuttosto frequenti. Nella chat tra i due, i carabinieri del nucleo investigativo del comando provinciale hanno trovato uno schema con una nuova ripartizione dei dipartimenti comunali, che l' ex capo del personale chiama "macrostruttura". Effettivamente, la Raggi, a inizio novembre, ha firmato le delibere che danno il via alla rotazione dei dirigenti e ridefiniscono la riorganizzazione della macchina amministrativa del Campidoglio.

SCARPELLINISCARPELLINI
Si chiama proprio "macrostruttura".

Ed è proprio su questo che Virginia Raggi si gioca la possibile contestazione di falso: a metà dicembre la sindaca ha consegnato all' Anac una memoria difensiva in cui spiegava che le nomine (a partire dal quella di Renato Marra, fratello dell' ex capo delle risorse umane capitoline) erano state tutte decise da lei. E che il contributo dell' ufficio del personale, e in particolare di Raffaele Marra, era stato meramente tecnico.

SERGIO SCARPELLINI E SIGNORESERGIO SCARPELLINI E SIGNORESCARPELLINISCARPELLINI
Poi ci sono le accuse sull' appartamento di via dei Prati Fiscali. Il pm, che ha espresso parere negativo alla scarcerazione, ha ribadito che i circa 370 mila euro dati nel 2013 al dirigente comunale da Scarpellini per completare l' acquisto dell' immobile erano funzionali all' ottenimento di favori. Questa ricostruzione è stata contestata dall' avvocato di Marra, Francesco Scacchi, il quale ha sostenuto che quella somma di danaro era non solo un semplice prestito. E che l' incarico ricoperto dal suo assistito all' epoca dei fatti non consentiva, eventualmente, di "ricambiare" con favori legati all' attività immobiliare dell' imprenditore.
SCARPELLINI E FABIANISCARPELLINI E FABIANI

SERGIO SCARPELLINI CON BELLA SIGNORASERGIO SCARPELLINI CON BELLA SIGNORA
Eppure, a casa di Marra, i carabineri del colonnello Lorenzo D' Aloia, hanno sequestrato anche un accordo di programma tra il Comune e una società di costruzione. Un documento che ricalca quello firmato da Scarpellini con la società Acilia 91. Per chi indaga, è la prova del fatto che Marra non si occupava solo di personale ma anche di cose legate anche al business di Scarpellini: le costruzioni e l' emergenza abitativa.

Fonte: qui

BANCA INTESA FINANZIA UNA PRIVATIZZAZIONE IN RUSSIA CON LA BENEDIZIONE DI WASHINGTON

PRESTITO DA 5,2 MILIARDI AD UN CONSORZIO PER LA PRIVATIZZAZIONE DI ROSNEFTGAZ: L'AZIENDA RUSSA E' SOTTO EMBARGO, IL CONSORZIO NO 

IN QUESTA FASE DI DISGELO, GLI USA DANNO IL VIA LIBERA 

IL CAPO DI ROSNEFT E’ INTIMO AMICO DEL SEGRETARIO DI STATO SCELTO DA TRUMP…

Andrea Bassi per ''Il Messaggero''

GlencoreGLENCORE
È la più grande operazione finanziaria effettuata in Russia da quando, in risposta alla crisi con l' Ucraina, l' Unione europea ha deciso di imporre sanzioni economiche a Mosca. La privatizzazione di una quota del 19,5% di Rosneft, il più grande gruppo petrolifero controllato dal Cremlino, parla anche italiano.

Il gruppo Intesa Sanpaolo ha concesso un maxi-finanziamento da 5,2 miliardi al consorzio composto dagli anglo-svizzeri di Glencore e al Qatar Investment Authority, il fondo sovrano del Qatar, che hanno rilevato il pacchetto azionario da Jsc Rosneftegaz, la società pubblica che detiene la maggioranza del gruppo petrolifero e che scenderà dal 70% al 50,5% circa. Nel suo complesso l' operazione vale 10,2 miliardi di euro, finanziati per 300 milioni da Glencore, per 2,5 miliardi dal fondo del Qatar, e per il resto da Intesa e insieme ad altre banche.
ROSNEFTROSNEFT

L' INCONTRO

Poco prima della fine dello scorso anno, il numero uno dell' Istituto italiano, Carlo Messina e il presidente di Banca Imi, Gaetano Micciché, si sarebbero recati a Palazzo Chigi per illustrare al governo l' operazione. Anche perché la stessa Rosneft è sottoposta alle sanzioni economiche decise dall' Unione. La banca aveva già precisato che la decisione sarebbe stata condizionata al supporto di iniziative che abbiano come prerequisito il totale rispetto del sistema di sanzioni adottato dall' Unione Europea e dagli Stati Uniti nei confronti di entità della Federazione Russa.

carlo messinaCARLO MESSINA
E ieri ha ribadito che questo finanziamento, nel rispetto delle normative internazionali, supporta e consolida la relazione con due grandi players internazionali, nell' ambito di un' operazione di alto profilo e significativa redditività nonché di rilevanza per i mercati finanziari internazionali.

GAETANO MICCICHE DG INTESA S PAOLOGAETANO MICCICHE DG INTESA S PAOLO
Essendo quello di Intesa un finanziamento ad un consorzio non sottoposto ad embargo, rispetterebbe insomma tutte le regole. Del resto, operazioni di questo tipo vengono in genere sottoposte allo scrutinio del Comitato di sicurezza finanziaria del Tesoro, del quale fanno parte anche la Banca d' Italia, la Consob, la Guardia di Finanza e la Direzione antimafia.

gentiloni padoan1GENTILONI PADOAN1
Dagli uomini di Pier Carlo Padoan non sarebbe stato posto nessun ostacolo alla concessione del maxi-finanziamento. Siccome Mosca è sottoposta a sanzioni anche da parte degli Stati Uniti, Paese dove Intesa è presente, sarebbe stato chiesto un preventivo parere legale a primari studi americani. Anche in questo caso non sarebbero emerse obiezioni.

Igor Sechin di rosneftIGOR SECHIN DI ROSNEFT
La privatizzazione di una quota di Rosneft ha per Vladimir Putin un elevato valore politico. Da un lato permette al leader russo di incassare 10,2 miliardi di euro per rimpinguare le casse pubbliche che hanno risentito dell' embargo. E dall' altro di dimostrare che la Russia, nonostante le sanzioni, è ancora in grado di attrarre investimenti stranieri in un settore strategico come quello petrolifero. Non va nemmeno dimenticato che a guidare Rosneft è uno degli uomini considerati più vicini a Putin, Igor Sechin. Quello stesso Sechin che può vantare solidi rapporti con Rex Tillerson, il numero uno della compagnia petrolifera Exxon indicato dal neo presidente americano Donald Trump come prossimo segretario di Stato.
REX TILLERSON E PUTINREX TILLERSON E PUTIN

LE PROSPETTIVE

C' è un altro aspetto sottolineato da Intesa nella sua dichiarazione rilasciata al termine dell' accordo, ossia che l' operazione avrà un' alta redditività. E solide garanzie. Non un dettaglio per un finanziamento di 5,2 miliardi di euro. In effetti, come ha riportato nei giorni scorsi l' agenzia Reuters, diversi analisti hanno sottolineato come l' acquisto del pacchetto azionario sia avvenuto ad un prezzo significativamente inferiore ad operazioni simili negli ultimi anni. Conseguenza anche delle sanzioni che hanno pesato sul titolo. In operazioni simili, in genere, le azioni sono poste a garanzia del finanziamento, che dunque potrà in qualche modo beneficiare di un eventuale apprezzamento nel caso in cui le sanzioni venissero ammorbidite o eliminate.

Fonte: qui

mercoledì 4 gennaio 2017

Il 2017 per i titoli di Stato italiani





Il 2017 sarà impegnativo per il Tesoro per fattori quantitativi e  qualitativi, esogeni ed endogeni. Anche quest’anno l’Italia sarà il primo emittente di titoli di Stato nell’Eurozona con emissioni a medio-lungo termine attorno a €260 miliardi. Dovrà sborsare €214 miliardi circa per i titoli di Stato in scadenza (esclusi BoT e bond esteri) oltre al pagamento più elevato in Europa per le cedole sul debito pubblico, pari a €47 miliardi.
In un anno dominato dal rischio politico italiano ed europeo, l’Italia si trova sotto la spada di Damocle della minaccia di declassamento di Dbrs, che dovrebbe decidere il 13 gennaio sulle sorti della “A-low” italiana. 

Intanto il debito/Pil italiano, il secondo nell’Eurozona, non cala, la crescita stenta e il settore bancario è frenato nella palude dei non-performing loans.
Ad alleggerire il peso della gestione del debito pubblico 2017, tuttavia, incideranno tuttavia una serie di fattori in chiave positiva: il costo medio alla raccolta anche quest’anno è atteso vicino ai minimi storici, in virtù di rendimenti molto bassi che potrebbero salire relativamente poco nonostante il reflation trade dagli Usa e i rialzi “soft” dei tassi della Federal Reserve; lo spread BTp/Bund è visto stabile nel 2017, grazie al continuo supporto del QE della Bce; la domanda sui titoli di Stato italiani dovrebbe confermarsi sostenuta anche quest’anno, per l’abbondanza della liquidità (maxi-rimborsi + maxi-cedole + QE) e per il fatto che il collocamento dei titoli di Stato resta concentrato sul mercato domestico presso le mani forti degli investitori istituzionali italiani.

IL QUADRO NELL’EUROZONA
Titoli di stato a medio e lungo termine. Anno 2017, valori in miliardi di euro
I numeri, in termini assoluti e anche relativi, sono comunque pesanti per la gestione del debito pubblico italiano anno 2017. I  titoli di Stato a medio-lungo in scadenza ammonteranno quest’anno a circa 216 miliardi (escludendo i BoT saranno oltre 30 miliardi in più rispetto al 2016 rileva il Tesoro nelle sue Linee guida 2017): si tratta del calendario di rimborsi più pesante dal 2010. Questo ammontare è ancor più eclatante se messo a confronto con i titoli di Stato tedeschi e francesi in scadenza nel 2017, due Paesi con Pil più grande dell’Italia: quest’anno rimborsano 145 miliardi circa di titoli di Stato ciascuno contro i 214 italiani.


L’Italia si conferma nel 2017 primo emittente di gran lunga di titoli di Stato in euro a medio-lungo termine, con aste lorde attese dagli addetti ai lavori attorno ai 260-267 miliardi, contro i 145 miliardi della Germania e i 210 miliardi della Francia. Gli esperti del credito di Scope Ratings, nell’outlook sui rischi sovrani europei, sottolineano che il debito/Pil medio tra Italia, Spagna, Francia e Regno Unito salirà al 106% nel 2017 mentre l’unico grande Stato con debito/Pil in calo sarà ancora una volta la Germania che dovrebbe scendere al 67% (dal 71% del 2015) nonostante una crescita non brillante (il Pil spagnolo è previsto a + 2,2% contro +1,1% di media tra Italia, Germania, Francia e Regno Unito).
L’Italia quest’anno pagherà anche il più elevato quantitativo di cedole e quindi di interessi sul debito: 47 miliardi i coupon italiani contro 39 della Francia e i 22 della Germania (quest’ultima aiutata dai titoli tedeschi acquistati nel 2017 dal QE per 140 miliardi contro i 100 italiani).
Il costo medio alla raccolta per l’Italia tuttavia dovrebbe rimanere molto contenuto quest’anno: secondo Unicredit, invariati i livelli attuali, sarà in media dell’1,5% sul medio-lungo termine (tra 2 e 50 anni ma con più emissioni sul lungo tratto). Il tasso medio sullo stock dei titoli di Stato è ora al 3%. Il QE della Bce continuerà anche quest’anno a esercitare una pressione al ribasso sui rendimenti, al rialzo sui prezzi: tenuto conto delle emissioni nette di BTp (44 miliardi circa), Bnp Paribas stima che il Public Sector Purchase Programme della Bce (fino a marzo su un totale di 80 miliardi e in seguito 60 miliardi mensili) acquisterà 103,35 miliardi di titoli di Stato italiani, portando le emissioni nette negative a quota 60 miliardi.
Lo spread tra BTp e Bund potrebbe muoversi in qualsiasi direzione, ma quel che importa è che dovrebbe allargarsi o restringersi molto poco.  

Il rischio politico resta la vera grande fonte di incertezza e turbolenza per la gestione del debito pubblico quest’anno: al netto delle incognite di Trumponomics e Brexit, naturalmente.

Articolo integrale: qui


Da Mps all'euro, le bufale che nessuno combatte


MONTE DEI PASCHI DI SIENA ED EURO. In questi giorni, da più parti, si festeggiano i 15 anni di introduzione dell'euro. E sempre più voci cominciano a mettere i dubbio la magnifiche sorti e progressive della valuta comune europea, un qualcosa di impensabile fino a poco tempo fa. E sapete perché? Perché la gente ha capito l'inganno. O, quantomeno, l'ha percepito. Non a caso, l'altro giorno il presidente dell'Antitrust, Giovanni Pitruzzella, ha invitato i Paesi dell'Ue a dotarsi di una rete di agenzie pubbliche per combattere la diffusione di notizie-bufale su Internet, spiegando che questa lotta è più efficace se viene svolta dagli Stati, piuttosto che delegarla ai social media come Facebook. 

In un'intervista con nientemeno che il Financial Times, Pitruzzella ha suggerito la creazione di un network di agenzie indipendenti, coordinate da Bruxelles e modellate sul sistema delle agenzie antitrust, che potrebbero rilevare le bufale, imporne la rimozione e, dove necessario, sanzionare chi le ha messe in giro: «La post-verità è uno dei motori del populismo ed è una minaccia che grava sulle nostre democrazie. Siamo a un bivio: dobbiamo scegliere se vogliamo lasciare Internet così com'è, un far west, oppure se imporre regole in cui si tiene conto che la comunicazione è cambiata. Io ritengo che dobbiamo fissare queste regole e che spetti farlo al settore pubblico». Vaghissima voglia di censura verso le idee non allineate? Assolutamente no, perché per Pitruzzella «questo monitoraggio della Rete non si tradurrebbe in una censura, perché la gente continuerebbe a usare un Internet libero e aperto», ma beneficerebbe della presenza di un'entità terza - indipendente dal governo - «pronta a intervenire rapidamente se l'interesse pubblico viene minacciato». 

Vi dico soltanto che a un'entità terza per verificare i contenuti pubblicati ci ha pensato anche Facebook e si tratta della Poynter, tra i cui finanziatori emergono la Open Society Foundation di George Soros e il National Endowment for Democracy, la sigla ombrello del Dipartimento di Stato che ha coordinato e organizzato le varie rivoluzioni arancioni in giro per il mondo. Pensate un po' chi potrebbero scegliere come entità terza il cosiddetto settore pubblico, ovvero l'establishment terrorizzato dal fatto che un decennio abbondante di bugie crolli come un castello di carte in pochi mesi.

E poi, scusate, ma il più clamoroso caso di fake news o bufala, per parlare come mangiamo, in ambito economico non è forse stato estremamente governativo e ufficiale?

Non fu Matteo Renzi all'inizio del 2016 a dire che Mps era risanata e che era un affarone investirci? 

Chi l'avesse fatto, avrebbe perso l'80% del capitale(per il momento!!!).
Eppure nessuno ha detto nulla all'ex premier, come la mettiamo Pitruzzella? 

E proprio su Mps, come vedete, è già scoppiato l'ennesimo caos: c'è chi propone un'addizionale che, se pagata, garantirebbe al tartassato di diventare azionista della banca, c'è chi come Renato Brunetta già polemizza e vede il Pd pronto ad usare il "salva-risparmio" calendarizzato al Senato come trappola per il governo Gentiloni per poter andare al voto in primavera e c'è chi, come la Germania, non perde occasione per dirci che i soldi pubblici sono l'ultima ratio utilizzabile, prima occorre tosare per bene gli obbligazionisti e gli azionisti. 

Ognuno dice la sua, ma nessuno dice la verità.

Ad esempio che la Germania non può proprio dirci niente, perché se falliamo noi, lei ci segue a ruota. 

Vi parlavo ieri della dura accusa di Donald Trump nei confronti di Berlino, molto politica vista la special relationship tra Obama e la Merkel, ma anche sostanziale: con il suo surplus, la Germania sta ammazzando il resto d'Europa e con l'euro così debole sta cominciando a fare male anche agli Usa. 

Bene, da quando è entrato in vigore l'euro, l'Italia ha accumulato un deficit verso la Germania di 359 miliardi, praticamente la metà dei 754 miliardi di crediti che la Germania ha garantito ai partner dell'eurozona. 

Il motivo è semplice: farci comprare e consumare merci e beni tedeschi, una sorta di credito al consumo sovrano. 

Peccato che tutto questo sia avvenuto in contemporanea con l'imposizione da parte di Berlino, attraverso il braccio armato di Bruxelles, di misure di austerità proprio per purgarci del peccato originale dell'eccessivo deficit, la mitologica soglia del 3%: insomma, Berlino ci invogliava a comprare le sue automobili e i suoi beni, ma ci bacchettava perché lo facevamo, lasciandoci a languire in una sorta di stagflazione mortale insieme al resto dei cosiddetti Piigs, i quali hanno subito la stessa cura da cavallo. 

Ora, la situazione a livello sovrano è simile a quella di Mps: la Germania ha infatti offerto credito ai partner dell'eurozona per garantirsi un surplus commerciale e pensa, ragionando in termini assoluti, che quei 754 miliardi siano iscritti nel suo bilancio di Stato come esigibili immediatamente. 

E se, invece, diventassero quasi un triliardo di euro di non-performing loans, ovvero di crediti incagliati o inesigibili, cosa succederebbe agli squilibri di Target2, il bancomat della Banche centrali Ue? 

Che bagno di sangue patirebbe la Bundesbank che tanto ci rompe l'anima per Mps dopo che ha speso 250 miliardi per salvare l'intero sistema bancario tedesco? 

Ci troveremmo di fronte a una Mps sovrana moltiplicata per 100 volte. 

D'altronde, la ricetta greca con l'Italia non funzionerebbe: verso Atene, infatti, Berlino ha usato la carta della condivisione, il burden-sharing, ovvero imponendo agli altri Stati membri di prestare soldi al governo ellenico per mantenere solvibile il suo debito verso la Germania, il tutto legando quella liquidità a riforme capestro e a tassi di interessi da usura. 

Ma con il debito monstre italiano, questa ricetta semplicemente non funzionerebbe: crollerebbe tutto. 

Compresa e, forse, in primis, l'impalcatura distorta e distorsiva che la Germania ha dato all'Ue attraverso il controllo della Commissione e della Bce, almeno fino all'arrivo di Mario Draghi. Ma queste cose non le dicono, perché non sta bene: e, avanti di questo passo, il Pitruzzella di turno le censurerà in nome della lotta contro le bufale. 

E poi, scusate, perché io dovrei pagare con le mie tasse il salvataggio di Mps, quando si sa benissimo chi ha ottenuto credito da Rocca Salimbeni senza restituirlo? Il 70% delle insolvenze è infatti concentrato tra i clienti che hanno ottenuto finanziamenti per più di 500mila euro, quindi non famiglie e piccole imprese, ma grandi aziende e persone di un certo livello(magnaccia legati a filo doppio con banche-politica-sindacati-Confindustria-media!!!).

In totale, si tratta di 9.300 posizioni e il tasso di insolvenza cresce all'aumentare del finanziamento, visto che la percentuale maggiore dei cattivi pagatori (32,4%) si trova fra quanti hanno ottenuto più di tre milioni di euro. 

C'è un problema, al quale sicuramente Pitruzzella porrebbe rimedio mettendo a tacere la vicenda: ovviamente, infatti, un "tasso di mortalità" così elevato sulle posizioni più onerose apre molti interrogativi sulla gestione della banca, dirigenziale ma anche politica, tanto più che la gran parte dei problemi nasce dopo l'acquisizione di Antonveneta, un affare degno di Totò e della vendita della fontana di Trevi. 

Guarda caso, prestiti concessi nel 2008 che finiscono a sofferenza nel 2014: colpa della crisi? Certo, ma anche del fatto che la gestione Mussari e Vigni aveva concesso i crediti e quella di Profumo e Viola ha dovuto prendere atto che erano diventati dei buffi, come dicono a Roma. E chi li ha tirati quei buffi a Mps? 
Qualche nome è emerso. Ad esempio, Sorgenia dell'ingegner De Benedetti con qualcosa come 600 milioni di buco o il gruppo Marcegaglia attraverso il credito ottenuto tramite la controllata Banca agricola mantovana, ma ce ne sono tanti altri, tutti soggetti che hanno goduto di credito enorme - sopra i 500mila euro, non parliamo di prestiti per cambiare l'automobile o pagare il dentista al figlio - e che non lo hanno restituito, sommergendo Mps sotto un mare di sofferenze. Che, ora, dovremmo pagare tutti noi, magari con l'addizionale perché si spera di tramutare Mps in Royal Bank of Scotland in due anni, facendola tornare produttiva sul mercato e in grado di ridare quanto ottenuto e macinare utili. 
Perché non si parla di queste cose nel dibattito pubblico? 

Perché occorre sempre e solo sentire banalità, falsità e allarmismi da quattro soldi? 

Cominciate a farvi qualche domanda, prima che sia tardi e i vari Pitruzzella vi impongano anche cosa pensare. 

Fonte: qui

Riyadh, scioperano contro il mancato pagamento di stipendi: immigrati arrestati e fustigati

Un tribunale saudita ha inflitto quattro mesi di carcere e 300 frustate per danneggiamento di beni pubblici. Sconosciuta la nazionalità degli immigrati condannati. I lavoratori erano dipendenti della Binladin Group e di Saudi Oger, giganti nel settore dell’edilizia. Dietro la crisi il crollo delle entrate nel settore petrolifero, che ha influito sul bilancio dello Stato.
Riyadh (AsiaNews/Agenzie) - Un tribunale saudita ha condannato al carcere e alla fustigazione decine di lavoratori migranti, dipendenti del colosso dell’edilizia Binladin Group, per aver scioperato contro il mancato pagamento degli stipendi arretrati. La stampa saudita non ha sinora precisato la nazionalità degli operai, che hanno incrociato le braccia per le molte mensilità non percepite; le proteste sarebbero poi sfociate in violenze di piazza, che hanno portato all’arresto.
I primi a riferire delle condanne sono i giornali arabi Al-Watan et Arab News, i quali però non chiariscono la nazionalità dei lavoratori migranti. Alcuni diplomatici contattati dall’Afp non hanno potuto (o voluto) chiarire la vicenda, affermando di non conoscerne i dettagli.
Un gruppo di operai ha subito una condanna a quattro mesi di carcere e 300 frustate per danneggiamento di beni pubblici e istigazione al disordine pubblico. Altri hanno ricevuto pene inferiori, per un massimo di 45 giorni di prigione inflitti da un tribunale della Mecca.
Da tempo gli operai del settore edile, dipendenti della Binladin Group e di Saudi Oger, non ricevono lo stipendio anche a causa della crisi nel settore petrolifero, che ha portato a un crollo nei ricavi. Lo stesso governo saudita sarebbe in ritardo sui pagamenti, aggravando così i conti già in rosso delle due imprese.
Come rivela il nome, la multinazionale araba fondata nel 1931 è di proprietà della famiglia Bin Laden e lo stesso Osama - leader di al Qaeda e a lungo il ricercato numero uno del terrorismo islamico internazionale - era uno dei 52 figli del fondatore Mohammed bin Laden. Fra i vari incarichi ottenuti dal capostipite, il restauro della celebre moschea di al Aqsa, a Gerusalemme. Tuttavia, oggi il gruppo ha conosciuto la crisi e non ha certo contribuito a rilanciarne l’immagine il crollo di una gru nel settembre 2015 alla grande moschea della Mecca, che ha causato la morte di 109 persone. La crisi del gruppo, acuita dal crollo nelle entrate petrolifere, ha portato anche al licenziamento nel maggio scorso di decine di migliaia operai stranieri.
Sulla crisi del settore edilizio è intervenuto di recente anche il ministro saudita delle Finanze Mohammed Aljadaan; il 22 dicembre scorso, nel corso di una conferenza stampa dedicata alla presentazione del bilancio per il 2017, l’alto funzionario governativo ha assicurato che il pagamento degli arretrati avverrà “entro 60 giorni”.