9 dicembre forconi

venerdì 12 ottobre 2018

SAPELLI: ''INCONTRAI SALVINI ALL'UNIVERSITÀ, MOLLÒ PER IL DEMONE DELLA POLITICA''


E QUALCHE ANNO DOPO GLI OFFRÌ IL RUOLO DI PREMIER... 

''LO SPREAD VIENE USATO COME UNA CLAVA, MA QUESTO E' UNO DEI GOVERNI PIU' SOLIDI'' 

L'INCREDIBILE VITA DELL'ECONOMISTA, PERITO GRAFICO, MILITANTE COMUNISTA, IMPIEGATO ALL'OLIVETTI, SINDACALISTA, PROFESSORE UNIVERSITARIO. È ENTRATO E USCITO DA OLIVETTI, ENI, FERROVIE, MPS, AUTOSTRADE LOMBARDE: ''SI SONO DIMESSI TUTTI PER CACCIARMI''

Luca Telese per ''La Verità''

«Il ragazzo era intelligente - e si vedeva - ma incostante».

In che senso, professor Sapelli?
GIULIO SAPELLIGIULIO SAPELLI
«Di quegli studenti che un giorno accendono una lezione con domande brillanti e quello dopo non ci sono più. Che prendono un 30 ma poi saltano una sessione. Mi aveva chiesto la tesi. E io, dopo qualche esitazione, avevo deciso di affidargliene una importante, su Adriano Olivetti».

E poi cosa succede?
«Che lui si presenta da me e mi dice: "Professore, io in questa sessione non riesco a laurearmi". Gli chiedo stupito: "Ma perché, è successo qualcosa?". E lui: "Professore, nulla di grave. Ma ho il demone della politica"».

E lei?
«Gli dico: "Senta Salvini, è una malattia che abbiamo avuto in tanti. Segua il mio consiglio: prima si laurei, poi faccia tutta la politica che vuole"».

Cosa le rispose?
«Sa in che partito sono impegnato? Non me lo chiede?».

E lei?
«Non dipende dal partito.
Tra la politica e la mia cattedra c' è un muro. Del partito non importa, mi importa di lei».

E che lezione ne ha tratto?
GIULIO SAPELLIGIULIO SAPELLI
«(Sorriso). Mai dare consigli nella vita».

Forse, se Matteo Salvini avesse seguito il suo professore di allora, Giulio Sapelli, non sarebbe diventato leader della Lega. E - forse - non si sarebbe potuto togliere la soddisfazione di offrirgli, l' estate scorsa, la poltrona di premier (poi fermata da un veto di Di Maio).

Così Sapelli - professore, economista, saggista - non è andato a Palazzo Chigi, è rimasto un libero e arguto pensatore e può permettersi di dire la sua: «Lo spread oggi viene usato politicamente, come una clava. Ma i mercati non guardano solo al debito, quanto alla stabilità dei governi. Credo che il nostro sia uno dei pochi che in Europa non balla».

Professor Sapelli, lei da dove viene?
«Dal basso, con orgoglio. Mio padre era rimasto orfano a 2 anni. Aveva fatto la guerra d' Africa, e nel dopoguerra lavorava come operaio fotoincisore».

Orfano?
«Mio nonno, ferroviere, era morto nel 1922. Picchiato da una squadraccia fascista e gettato da un treno».

E sua nonna?
«Faceva la dama di compagnia ai conti Conzani. Curiosa la vita, no? Dopo la guerra, la pensione dei martiri antifascisti le cambiò la vita».

GIULIO SAPELLIGIULIO SAPELLI
Fece studiare suo padre?
«Aveva fatto l' avviamento professionale. I miei decisero che avrei avuto lo stesso destino».

Va a lavorare presto?
«A 15 anni: perito grafico e fotografico, anche io».

Poi che succede?
«Un sacerdote, don Rossi, parlò con mio padre e gli disse: "Il ragazzo ha delle qualità, fatelo studiare"».

E lui accetta?
«Litiga con mia madre, siciliana. Mi mandano nell' altra stanza, lei dice: "Faccia l' operaio, o si monta la testa!"».

E chi glielo raccontò?
«In quelle case popolari di Torino, via Sant' Anselmo 18, i muri erano di carta velina».

un giovane matteo salviniUN GIOVANE MATTEO SALVINI
Ha sentito tutto?
«Certo! Condividevamo i servizi, ovviamente in balcone, con il signor Marengo. Non c' erano segreti».

Alla fine chi vince?
«La Chiesa. Don Rossi si mette a farmi ripetizioni, e io faccio da privatista le medie».

In un anno?
«Sì. Quello dopo prendo il diploma tecnico e magistrale.
Nel frattempo lavoro».

Incredibile.
«Altri tempi, altre motivazioni. Divento anche militante comunista. Nel 1964 mi laureo in economia col massimo dei voti. Ho un solo problema: la balbuzie, che mi tormenta».

Cattolico e comunista?
«Oh, sì. Prima di iscrivermi mi consulto con il cardinal Pellegrino».

E cosa le dice? Di no, immagino...
«Macché. "Ti sei comunicato?". Gli rispondo di sì. E lui: "Allora iscriviti dove vuoi". Nel 1965 divento anche funzionario della Cgil».

Ma la sua vita cambia ancora nel 1966.
«Vengo assunto in Olivetti. Penso di fare un salto epocale, invece appena arrivo l' ingegner Felicioli mi manda a contare le schede perforate per 6 mesi».
un giovane matteo salviniUN GIOVANE MATTEO SALVINI

Un dramma?
«Una grande prova: impegno, serietà e umiltà. Ero molto bravo in matematica, in breve passo alle statistiche».

E il sindacato?
«Una scuola di vita, con maestri del calibro di Emilio Pugno e Sergio Garavini. Il quale, un giorno, mi restituisce anche la parola. Durante un' affollata assemblea di quadri, a una mia raffica di balbettii la sala era esplosa a ridere».

E che succede?
«Mi fermo, pietrificato. Si alza Garavini: "Il primo che ride avrà a che fare con me"».

E lei?
«Ho ripreso il mio discorso e non ho mai più tartagliato per tutta la vita».
Impossibile.
«Oggi me la spiego così: quel giorno mia madre non aveva creduto in me, marchiandomi con un' insicurezza esistenziale. E Garavini, cedendo in me, me l' aveva cancellata».

E all' Olivetti che succede?
SAPELLISAPELLI
«Un giorno Franco Momigliano, capo del personale, entra nella nostra stanza e fa: "Chi di voi sa l' inglese? Devo andare in Giappone"».
Immagino che tutti avessero risposto «sì».
«No. Erano economisti, parlavano francese e tedesco. Io invece, grazie all' inglese, viaggiai con lui e strinsi un rapporto bellissimo».

Senza mollare l' università?
«Studio con Castronovo, Quazza e Salvadori, a cui ho dedicato un libro. Divento contrattista. Poi direttore del Gramsci».

Stringe rapporti con Saverio Vertone, Giuliano Ferrara...
«Di cui divento amico. Nel 1980 firmo con lui il famoso documento in cui invitiamo gli operai a denunciare i brigatisti: ci arrivano insulti di ogni tipo e minacce di morte».

enrico cuccia xENRICO CUCCIA X
Poi ve ne andate entrambi.
«Per motivi diversi. La mia anima cattolica va in fibrillazione sul divorzio. Quando il Pci sostiene anche l' aborto non mi sento più a casa mia».

Nel 1980 cambia lavoro.
«Divento direttore della fondazione Feltrinelli. Il professor Del Bo lascia scritto in una lettera alla moglie: "Il mio erede deve essere Sapelli". Ci resterò fino al 2000».

Si dedica agli annali.
«E stringo rapporti intellettuali importantissimi. con Giuliano Procacci. Con Leo Valiani, che collaborava a Mediobanca, conosco Cuccia. Ogni mattina passava alla Feltrinelli. Mi regalava taccuini, ascoltava, parlava pochissimo».

Di cosa?
«Mi raccontava di Beneduce. Mi spiegò perché era convinto che "in Italia l' unica possibilità era far esistere il capitalismo senza capitali"».

Si riavvicina alla Cisl.
«Sì. Ero anche disgustato dai gruppuscoli, ho conosciuto troppi ragazzetti in cachemire che svaligiavano le armerie. Non tolleravo i cortei per Stalin e Mao».

ALBERTO BENEDUCEALBERTO BENEDUCE
Lei era stato amendoliano.
«Ma anche trotzkista e bordighista».

Cose complicate da spiegare oggi?
«Ero compiutamente socialdemocratico e antiestremista. Io gli studenti del Sessantotto li avrei fatti picchiare dagli operai della Fiat».

Lei ha insegnato in tutto il mondo.
«Avevo la cattedra a Trieste. Sono stato Fellow alla London School in Inghilterra. Professore all' Ecole des hautes etudes in Francia. Dal 1975 collaboro con l' Eni grazie a Luciano Gallino. Poi nel 2002 entro, chiamato dal professor Umberto Colombo».

Che votava allora?
«Dopo il Pci non ho più votato. Ma divento intellettuale organico della Cisl».

Anche l' Eni è un mondo.
«Stringo rapporti di amicizia e stima professionale con Federico Caffè, Giuliano Amato , Gino Giugni, Paolo Sylos Labini».
luciano gallinoLUCIANO GALLINO

E poi si ritrova commissario di Monte dei Paschi di Siena. Una bella rogna.
«Il sindaco Piccini voleva governare lui la banca e mettermi in minoranza. Io mi sono alleato con l' arcivescovo. La curia aveva un posto nel cda, ma chi comandava erano socialisti e massoneria».

Incredibile. Poi Ferrovie.
«In età cimoliana. Ho un buon ricordo di Cimoli, ma votai contro la sua liquidazione».

La odierà per questo?
«Non credo. È un uomo di mondo».
federico caffe e sylos labiniFEDERICO CAFFE E SYLOS LABINI

E poi?
«Ho fatto il presidente di Meta. Volevo fare una grande multiutility sui rifiuti, ma sono stato sconfitto dalla politica».

Poi Unicredit corporate banking.
«Dove abbiamo fatto un codice per l' uso dei derivati utile ancora oggi».

Il problema del secolo.
«Io li ho visti nascere. Sono stati il più catastrofico errore del mondo. Su cui ha scritto un saggio, The end of alchemy, il professor Mervyn King. Anche oggi sono sempre più un pericolo per le economie reali».

Poi c' è stata l' esperienza all' Asam: Autostrade lombarde.
«Volevo gestirle su un modello americano, come un ente non profit. Ma ancora una volta i politici avevano altre idee. Poi (Risata). Si sono dimessi tutti per cacciarmi».

Tanti incarichi ma anche tante dimissioni.
«Ho questo carattere. O faccio le cose come voglio o non le faccio. E non ho mai preso stock option».

Le sarebbe piaciuto fare il premier?
«Quello di Salvini è stato un invito per amicizia e stima. Ma si vede che non era il tempo, amen».
GIANCARLO CIMOLIGIANCARLO CIMOLI

Che giudizio dà sulla manovra?
«Positivo. Avrei fatto più investimenti per le imprese, ma è una manovra sostanzialmente socialdemocratica».

E il rischio spread?
«Conosco gli investitori: conta il debito, certo, ma anche la stabilità dei governi. Gli spagnoli solo traballanti, i britannici non ne parliamo. La Merkel è a fine ciclo.
Avete mai pensato che quello italiano è l' unico governo stabile?».

E un consiglio lo vuol dare?
«Certo. Fate meno sparate contro l' Ue. Le cose vanno dette dopo averle realizzate».

Fonte: qui

BELPIETRO: “PER L'UE ESISTONO SOLO DUE VIE. O SALVINI E DI MAIO SI RIMANGIANO TUTTO OPPURE NON RESTA CHE FARLI CADERE.”


CACCIATI I DUE, IL GOVERNO POTREBBE ESSERE SOSTITUITO CON UN ESECUTIVO TECNICO. QUANTO AL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO A CUI AFFIDARE L'OPERAZIONE, UNO CE L'ABBIAMO GIÀ. AVETE VISTO QUANTO APPARE NEGLI ULTIMI TEMPI IN TV MARIO MONTI?”

Maurizio Belpietro per “la Verità”

maurizio belpietro con matteo salvini (1)MAURIZIO BELPIETRO CON MATTEO SALVINI (1)
Che il governo stia facendo di tutto per lasciare sconcertati anche i suoi più accaniti sostenitori è un dato di fatto. Che il ministro dell'Economia dia i numeri e in diretta venga smentito dal ministro dell'Interno non è infatti cosa che si veda tutti i giorni. Per di più in un momento in cui sarebbe necessario che l'esecutivo parlasse con una sola voce, possibilmente chiara.

Tuttavia, al netto di errori, anche dovuti all'inesperienza di alcuni esponenti del gabinetto guidato da Giuseppe Conte, c'è da capire che cosa vogliano i molti che oggi non fanno sconti al duplex Salvini-Di Maio. Già, perché se da un lato la maggioranza gialloblù ogni tanto si fa del male da sola, dall' altro c'è chi a questo governo non perdona nulla, neppure la più insignificante gaffe.
DI MAIO CONTE SALVINIDI MAIO CONTE SALVINI

A Letta, Renzi, Gentiloni e compagni la stampa e i commentatori consentivano che passasse sotto silenzio ogni cosa, dal Def non bollato dall'Ufficio parlamentare di bilancio al deficit sopra il 2 per cento del Pil. A Salvini e Di Maio, invece, viene addebitato anche quello che non c'è, come per esempio il fallimento dell'Italia. Mentre i pentastellati vengono descritti come una banda poco sana di mente perché vogliono indebitarci di più, per Renzi, che un anno fa proponeva di aumentare il deficit fino al 3 per cento (non per uno ma per cinque anni) nessuno ha chiesto il trattamento sanitario obbligatorio.

juncker dombrovskisJUNCKER DOMBROVSKIS
Tuttavia, piuttosto che discutere dell'accanimento con cui da più parti viene attaccato il governo Conte, forse è utile capire che cosa vogliano quelli che oggi accerchiano l'esecutivo, dipingendolo come una simpatica accozzaglia di squilibrati, per di più xenofobi e pauperisti. 

Dove vogliono andare le élite europee che oggi caricano a testa bassa Salvini e Di Maio? 

Che cosa si prefigge la stampa liberal che da settimane mette alla berlina ogni membro del governo?

Quali sviluppi ha in testa la gente che conta in questo Paese, ovvero le alte cariche istituzionali, i banchieri e la grande industria, cioè chi tiene in mano le redini dell' Italia?

Le domande non sono campate per aria e ad esse occorre dare una risposta tenendo conto non soltanto dei fattori economici, che pure pesano, ma anche di quelli politici, che forse pesano di più. Il nostro è il primo Paese, tra quelli che hanno tenuto a battesimo gli Stati Uniti d'Europa, in cui il populismo è al potere, o per lo meno questo è ciò che ritiene la classe dirigente che oggi guida l'Ue.

merkel macronMERKEL MACRON
Dunque noi siamo, nostro malgrado, un'incubatrice di un fenomeno politico nuovo, che esiste anche altrove, ma non ha mai raggiunto la stanza dei bottoni. Per l'Europa, per dei poteri forti ormai diventati deboli, e per una categoria di intellettuali che da decenni impone un conformismo culturale che ha marginalizzato e demonizzato ogni altro pensiero, in Italia è cresciuto un virus che rischia di infettare il resto del continente, spazzando via il sistema politico che dal dopoguerra a oggi ha governato nei diversi Paesi dell'Ue.

Lasciate perdere che in Francia al potere si alternassero socialisti e gollisti, mentre in Germania se lo spartissero i socialdemocratici e la Cdu con i suoi alleati. Il sistema era stabilizzato, perché lo schema di gioco non prevedeva altre forze che queste. L'Italia, certo, è sempre stata un caso a parte, ma in fondo, prima con la Dc e il Pci e poi con Forza Italia e l'Ulivo, anche lungo lo stivale ci eravamo adeguati alla regola bipolarista, perché comunque anche i nostri bizantini partiti erano riconducibili alle grandi famiglie politiche europee uscite dalla guerra.

il palazzo della commissione europea a bruxellesIL PALAZZO DELLA COMMISSIONE EUROPEA A BRUXELLES
Oggi no. In Italia e nel resto d'Europa avanzano forze che non hanno nulla a che spartire con socialisti e popolari. Sono diverse sia per classe dirigente che per temi, oltre che per base sociale. E questo spaventa. L'élite che ha forgiato l'Europa, infatti, non sa come affrontare il cambiamento, incapace di cavalcarlo e pure di fermarlo. A Bruxelles, ma in tutte le capitali che contano, non hanno pronta una strategia che possa arginare il malcontento che gonfia le vele dei maledetti populisti e, come ogni sistema che si senta minacciato, fra i suoi vertici si impone la linea della chiusura.

Gli attacchi alla manovra, le accuse per lo spread e le minacce di sanzioni rispondono a questa logica. Con i barbari non si tratta, si combatte. Dunque prepariamoci, perché la strategia non prevede mediazioni. O il governo si piega, rivede la manovra, cancella il reddito di cittadinanza, la flat tax e la riforma della riforma Fornero, riconducendo il deficit all'1,6 per cento, o sarà guerra. In pratica per l'Ue e i suoi sostenitori, vale a dire la cosiddetta classe dirigente, esistono solo due vie. O Salvini e Di Maio fanno dietrofront e si rimangiano tutto oppure non resta che farli ballare fino a farli cadere.

conte di maio salviniCONTE DI MAIO SALVINI
L'accerchiamento di questi giorni lo dimostra. L'attacco da più fronti, quasi in contemporanea, punta a una retromarcia o a una resa. Anzi, quasi quasi a Bruxelles e alle varie cancellerie, ma anche alla cupola culturale che domina sull' informazione, alla prima preferiscono la seconda ipotesi, perché per i «sovranisti» non sarebbe una sconfitta, ma la fine.

Far cadere Salvini e Di Maio avrebbe il vantaggio di far raffreddare gli animi e di ripristinare l' ordine perduto. Cacciati i due, il governo potrebbe essere sostituito con un esecutivo tecnico, tipo quello che ci venne imposto sette anni fa, quando a Palazzo Chigi c' era Berlusconi e il debito era di 400 miliardi più basso rispetto a oggi. La maggioranza potrebbe essere trovata facendo appello alle forze responsabili, cioè ai voltagabbana, come spesso è accaduto nel nostro Paese.
marisela federici mario monti con la moglie elsa antonioliMARISELA FEDERICI MARIO MONTI CON LA MOGLIE ELSA ANTONIOLI

Quanto al presidente del Consiglio a cui affidare l' operazione, uno ce l' abbiamo già sottomano. Avete visto quanto appare negli ultimi tempi in tv Mario Monti? Da dimenticato senza appello, si è trasformato in un ripescato con onore. Giornali e tv lo interpellano con attenzione e molti di voi si saranno chiesti la ragione. Beh, la risposta è semplice: a volte ritornano. Come nei film dell'orrore.

Fonte: qui

DOPO IL CASO BENALLA, IL PRESIDENTE MACRON E BRIGITTE FINISCONO NEL MIRINO PER L’AMICIZIA E IL RAPPORTO DI CONSULENZA CON MIMI MARCHAND, PADRONA DELLA “BEST IMAGE”, LA PIU’ GRANDE AGENZIA DI PAPARAZZI DI FRANCIA


CONDANNATA PER ASSEGNI SCOPERTI, HA GESTITO LOCALI NOTTURNI, HA SPOSATO UN RAPINATORE, FINITA IN PRIGIONE PER TRAFFICO DI CANNABIS, E’ LA REGINA DEL GOSSIP

Stefano Montefiori per il “Corriere della Sera”

MIMI MARCHANDE BRIGITTE MACRONMIMI MARCHANDE BRIGITTE MACRON
Tutti i giovedì mattina il gabinetto di Brigitte Macron ha appuntamento all'Eliseo con Mimi Marchand, che coglie talvolta l'occasione per salutare il capo dello Stato. Niente di illegale, ma dopo lo scandalo Benalla tornano i dubbi sull'opportunità per la coppia presidenziale di circondarsi di certi personaggi.

Mimi Marchand, 71 anni, è una specie di Fabrizio Corona senza caduta né resurrezione, meno giovane, condannata per reati meno gravi e soprattutto meno appariscente del paparazzo italiano, anche se pochi giorni dopo l'insediamento di Macron, nel maggio 2017, Mimi si è tradita: la consigliera dell' ombra si è fatta fotografare tra gli stucchi dell' ufficio del presidente, dietro la nobile scrivania, le dita in segno di vittoria.
MIMI MARCHANDMIMI MARCHAND

In effetti, se Macron è riuscito a conquistare l'Eliseo, un po' di merito ce l'ha anche Mimi, amica di Brigitte, presente con i suoi consigli nei momenti chiave della coppia - dai pettegolezzi sull'omosessualità di Macron all'intervista di Benalla a Le Monde -, nella doppia veste di padrona della più grande agenzia di paparazzi francese, la Bestimage, e di protettrice della vita privata presidenziale. Affidandosi a lei i Macron sembrano avere seguito il consiglio di Giulio Cesare: «Se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico».

MIMI MARCHANDMIMI MARCHAND
Solo che tra pochi giorni esce Mimi, una biografia non autorizzata della regina del gossip e frequentatrice del Château, come i parigini chiamano il palazzo dell'Eliseo. Un'altra figura controversa, alla ribalta proprio nel momento in cui Macron è in difficoltà per un rimpasto governativo più complicato del previsto.

Per ragioni di sicurezza Mimi è stato fatto stampare all'estero e verrà portato in Francia, in tempo per l'uscita del 17 ottobre, su camion sigillati. La prestigiosa casa editrice Grasset ha affidato l'anticipazione al settimanale Le Point.

MIMI MARCHAND BRIGITTE MACRONMIMI MARCHAND BRIGITTE MACRON
Figlia di parrucchieri di Vincennes, Michèle Marchand ha gestito un garage, sposato un rapinatore, diretto una rivista per appassionati d'armi, è stata condannata una prima volta nel 1986 per assegni scoperti, poi ha gestito locali notturni dove occasionalmente faceva l'informatrice della polizia, poi è andata in prigione per traffico di cannabis, quando è uscita è diventata nonna, ma anche giornalista a Voici (settimanale di gossip), poi è tornata 9 giorni in galera per irregolarità nella contabilità, ma ha continuato a conoscere persone e soprattutto segreti, grazie anche, si dice, a una leggendaria maestria nel perforare la sicurezza del sistema di prenotazioni di Air France.
MIMI MARCHANDMIMI MARCHAND

L'agenzia fotografica Bestimage è la migliore nel gossip, ma la storia di Mimi e la sua famigliarità con i Macron pone qualche problema deontologico, che l'ex presidente François Hollande sottolinea nel libro: «Immaginate che un avversario di Macron sia colpito da un tentativo di intimidazione. Bestimage potrebbe apparire come il braccio armato dell'operazione (...) Non potete avere all'Eliseo qualcuno che fa il mestiere di rivelare la vita privata».

Fonte: qui

IL GENERALE HAFTAR SEQUESTRA DUE PESCHERECCI SICILIANI CON LA PRETESTUOSA ACCUSA DI PESCARE IN ACQUE LIBICHE


E’ IL TENTATIVO DELL’UOMO FORTE DI TOBRUK DI CONDIZIONARE LA CONFERENZA DI PALERMO SULLA LIBIA IL 12 E 13 NOVEMBRE


VINCENZO MOAVERO MILANESI CON IL GENERALE KHALIFA HAFTARVINCENZO MOAVERO MILANESI CON IL GENERALE KHALIFA HAFTAR
Estratto dell’articolo di Grazia Longo per “la Stampa”

Nessun ferito, ma tutti e 14 i marinai, italiani e tunisini, dei due pescherecci siciliani sequestrati dalla Guardia costiera libica sono sottoposti a un fermo di polizia per accertamenti. Si tratta del motopesca «Matteo Mazzarino», della società armatoriale Mcv Pesca e del peschereccio «Afrodite Pesca», di Antonio Pellegrino anch' esso di Mazara del Vallo.
haftarHAFTAR





Una motovedetta libica li ha avvicinati, sparando diversi colpi, martedì poco dopo le 20 a 29 miglia dalle coste di Derna con l'accusa di pescare in acque libiche e non internazionali come sostengono gli italiani. La Farnesina sta monitorando la situazione in stretto contatto con la nostra ambasciata a Tripoli […]

IL GENERALE HAFTARIL GENERALE HAFTAR
[…] il fermo, avvenuto da parte della marina del generale Khalifa Haftar, rischia di diventare un «caso politico» se il rilascio degli equipaggi non sarà immediato. «In quel caso il gesto non potrebbe essere isolato dal contesto, ovvero diventerebbe un atto che ha anche una chiara valenza politica, un atto di forza per ottenere qualcosa in cambio», spiegano fonti libiche.

Specie in vista della Conferenza di Palermo per la quale sono in corso contatti continui proprio con Haftar dal quale è per altro giunta la smentita di una non partecipazione ventilata da recenti indiscrezioni mediatiche. Questo non vuol dire che il fermo sia stato premeditato, ma nel caso di prolungamento rischia di proporsi come un «ovvio segnale».

Fonte: qui

“STIAMO MORENDO?” ECCO COME LA PICCOLA IRENE, DOPO ESSERE FINITA INSIEME ALLA MADRE CON L’AUTO IN UN CANALE, E’ RIUSCITA A SALVARE DUE VITE


LA BIMBA, 8 ANNI, MINIMIZZA: "ERO UN PO' SPAVENTATA..."

Elvira Serra per il Corriere della Sera


«Mamma, stiamo morendo?». «Sì, Irene, ma siamo insieme».
IRENEIRENE
Le parole che non avrebbe mai voluto dire, Giorgia le ha pronunciate mentre l' acqua e il fango riempivano l' abitacolo. «Era la verità, non sono riuscita a pensare ad altro, so che avrei dovuto...», ammette adesso per telefono, sana e salva, nel suo ufficio dell' azienda di famiglia che progetta attrezzature per ristoranti, bar e pasticceria a dieci minuti d' auto da casa, Vangadizza, frazione di Legnago nel Veronese.

Ma Irene non aveva voglia di morire. Così si è guardata intorno, ha visto il pulsante dell' alzacristalli elettrico ed è scattata da attaccante quale è nella Sampietrina calcio, dove gioca sognando di diventare brava come i campioni dell' amata Juventus. «Non ho avuto paura, cioè ero solo spaventata», minimizza dall' alto dei suoi otto anni quando la madre le passa il telefonino. E anziché concentrarsi sul rischio scampato grazie alla sua prontezza, si focalizza su quanto di buono ne è conseguito: «I miei amici sono venuti a trovarmi e mi hanno regalato l' album dei calciatori e il cioccolato bianco e al latte».

Giorgia Maron, 42 anni, non poteva sperare in una reazione migliore, dopo che entrambe hanno rischiato davvero di morire annegate dentro la Kia Sportage. «Sono una persona razionale, ma devo riconoscere che siamo state molto fortunate. È successo tutto in un attimo». Lunedì mattina, sette e cinquanta.

Giorgia stava uscendo di casa per accompagnare Irene a scuola; all' altra figlia Linda, 12 anni, ci aveva pensato il marito Daniele. «Abitiamo in campagna, nell' area dove passa la pista ciclabile da Casette a Torretta. La pista costeggia il fiume Bussè, di fronte a casa.
irene madreIRENE MADRE

Avevo sistemato la bambina nel suo seggiolino, con la cintura, quando sono scesa per dare le chiavi alla signora che doveva aiutarmi a casa nelle pulizie. Non so se è stata disattenzione. La macchina ha il cambio automatico, io avevo parcheggiato convinta di aver messo il freno. Invece mentre stavo raggiungendo la signora, lei mi ha gridato di stare attenta perché l' auto stava camminando da sola». Non ci fosse stata Irene a bordo, Giorgia avrebbe lasciato che la macchina precipitasse nel torrente. «Ma dovevo risalire subito per liberare mia figlia dalla cintura di sicurezza».
E così fa, mentre la vettura finisce nel canale di muso.

«L' acqua e il fango hanno riempito l' abitacolo in pochi secondi, io e Irene ci siamo spostate non se neanch' io come sul sedile posteriore. Ho provato a sfondare un finestrino con i piedi, ma non ci sono riuscita. La bambina mi ha chiesto se stavamo morendo, le ho detto di sì, ma che eravamo insieme, per tranquillizzarla. E lì non so cosa è scattato in lei, se l' ingenuità dei più piccoli: ha cercato il pulsante dell' alzacristalli elettrico e l' ha premuto. Per fortuna l' impianto non era ancora andato in corto circuito. Ho detto: "Dio, siamo salve!". Sono uscita prima io e poi ho aiutato lei, ci siamo appoggiate per un momento alla macchina, che ormai stava affondando. Quindi mi sono messa mia figlia sulle spalle e ho nuotato fino a riva, dove siamo state soccorse».
Qualcuno aveva già chiamato i Vigili del fuoco e il 118 e presto è arrivato anche il marito di Giorgia, Daniele Bano.

ireneIRENE
«E lì ho realizzato l' altra anomalia, a proposito dell' essere razionali: lui non doveva essere a casa, ma era tornato indietro per prendere una cosa che non gli serviva assolutamente». Per estrarre l' auto c' è voluto l' intervento del Consorzio di bonifica, per abbassare il livello del canale, di norma a quattro metri, e agevolare il lavoro dei pompieri.

Ieri Giorgia è andata al lavoro: «Non ho concluso niente, ma volevo darmi una scossa».
E Irene a scuola: «Mi ha accompagnata papà, per spiegare alla maestra che avevo i libri e i quaderni tutti bagnati. I miei compagni di classe mi hanno abbracciata forte». Di sera, la famiglia al completo è andata a ringraziare i Vigili del fuoco del distaccamento di Legnago, che aspettavano la bambina per un giro speciale in caserma. «Con una bottiglia di vino per festeggiare», precisa la giovane eroina.
Mentre la mamma scherza: «Non bastava il calcio... Speriamo che ora non voglia diventare pompiere: mi ha già fatto notare che in Chicago Fire ci sono anche le donne».

Fonte: qui