9 dicembre forconi

giovedì 9 agosto 2018

La Cina attacca gli Usa: mentalità da gangster

Il primo scossone lo ha registrato ieri sera il petrolio, che ha ceduto secco il 3,5% dopo la notizia che la Cina ha diminuito le importazioni di greggio. 

Pechino ha annunciato 16 mld di dazi al 25% dal 23 agosto, quando partiranno le nuove tariffe di Washington, oltre all'uso di misure non convenzionali. 

Export oltre le attese, sale del 12,2%. Hong Kong e Shanghai brindano

Il quotidiano di stato China Daily ha accusato oggi in un editoriale gli Stati Uniti di "mentalità da gangster" (mobster mentality) riferendosi alla guerra sui dazi fra Washington e Pechino. L'articolo arriva dopo che ieri Pechino ha annunciato tariffe addizionali del 25% su 16 miliardi di beni Usa (da applicare, secondo l'agenzia Reuters, sui derivati del petrolio, per ora non sul greggio in sé). La decisione di Pechino arriva dopo che gli Usa hanno deciso di applicare il 25% di dazi a 16 miliardi di merci cinesi dal prossimo 23 agosto.
E non a caso ieri il Wti americano ha preso un duro colpo durante la sessione di Wall Street cedendo il 3,5% e oggi in Asia scambia in leggero rialzo (+0,12%) a 67,7,02 dollari il barile perché gli ordini di petrolio dalla Cina sono nel frattempo calati. Intanto le esportazioni cinesi a luglio sono aumentate del 12,2% su base annua, oltre le attese degli economisti, mostrando un impatto limitato sulle nuove tariffe commerciali per ora. Il dato è stato migliore dell'aumento dell'11,2% di giugno e va oltre le attese degli analisti interpellati in un sondaggio Reuters per una crescita del 10%.
Oggi le borse cinesi non a caso stanno salendo con un buon ritmo, alle ore 8:10 italiane l'Hang Seng sale dell'1,2% e Shanghai balza del 2,08%, mentre Tokyo ha chiuso leggermente sotto la parità, -0,09%. Oro fermo a 1.221,9 dollari per oncia, valute in equilibrio rispetto alla chiusura di Wall Street di ieri, con l'euro a quota 1,1609 sul dollaro e lo yen a 110,99.
Un altro commento ufficiale delle scorse ore, firmato dal ricercatore Jia Xiudong del China Institute of International Studies e pubblicato nell'edizione internazionale del quotidiano People's Daily, ha avvertito che gli Stati Uniti stanno cercando di "sopprimere lo sviluppo della Cina". E che il governo di Pechino dovrebbe considerare "metodi non convenzionali" come il piano di stimolo usato durante la crisi finanziaria globale, se necessario, per sostenere la crescita economica.

Fonte: M.F.

Cina, fra il socialismo e il mercato c’è di mezzo Confucio

Chiunque abbia letto Von Mises avrà abbondanza di argomenti per sostenere la profonda inconciliabilità fra l’idea dell’interventismo, che nelle analisi dell’economista austriaco non può che condurre inevitabilmente al socialismo, e quella del liberalismo che trova nell’economia di mercato, basata sulla proprietà dei mezzi di produzione e la divisione del lavoro, la sua declinazione compiuta. Come ogni schematizzazione anche questa va presa con giudizio e tuttavia non può essere ignorata, per la semplice circostanza che ha rimato il dibattito pubblico occidentale per più di due secoli. Ancora oggi si sentono parole che rievocano questo confronto che somiglia a uno scontro fra superstizioni. Gli adoratori dello stato onnipotente e onnisciente e quelli del mercato che quantomeno fa meno danni dello stato all’economia per la semplice ragione che alloca in maniera più efficiente le risorse che, per definizione stessa dell’economia, sono scarse.
Ora non ci sarebbe alcun bisogno di ricordare questo epico scontro culturale se intanto all’orizzonte del potere globale non si avvedesse il prepotente sorgere della Cina, che secondo alcune stime pubblicate nell’ultimo staff report del Fmi, dal 2030 supererà la produzione Usa divenendo di fatto la prima economia del mondo.
Chiunque conosca la storia cinese sa bene che questa non è una novità. La Cina è stata per secoli, in epoche diverse, la prima economia del mondo. Le sue numerose epopee imperiali, che si sono articolate nell’arco di un paio di millenni, hanno visto sorgere grandi potentati economici basati sostanzialmente sul commercio internazionale. La Cina commerciava seta con la Roma imperiale in epoca Han, arrivava nell’Asia centrale in epoca Tang, penetrava nel Medio Oriente in epoca Song e diventava una potenza globale in epoca Ming e ancor di più sotto il dominio mancese dell’epoca Qing. Le navi cinesi partivano dal Mare cinese meridionale dirette verso l’India e la Persia prima dell’anno mille o navigavano il Grande Canale imperiale. Gli europei hanno imparato dai cinesi la tecnica dei compartimenti stagni dei natanti. Gli imperatori dell’epoca Song incoraggiavano i mercanti a svolgere quelle attività che non erano appannaggio del monopolio statale e consentivano la messa in circolazione della prima cartamoneta. Ciò per dire che applicare la categoria socialismo vs libero mercato all’economia cinese rischia di essere fuorviante. Gli imperi cinesi infatti, pure se fra notevoli saliscendi, si sono sempre ispirati alla filosofia confuciana, che è innanzitutto una pratica di governo basata su alcuni principi morali, che fra le altre cose prevedeva la selezione per esame dei funzionari pubblici. Esami letterari. I letterati cinese erano quello che oggi chiameremo una casta, per quanto illuminata. La tradizione confuciana è molto diversa da quella occidentale. Le varie scuole succedute al maestro, tuttavia, hanno qualcosa in comune: la scarsa considerazione che nutrono per gli affari economici nel contesto degli affari di stato. Semplificando molto, potremmo dire che in economia i confuciani erano teorici del laissez faire, ma sotto l’egida di un governo fortemente centralizzato e a forte vocazione burocratica che spesso sponsorizzava spedizioni all’estero alla ricerca di nuove vie di collegamento.
La tradizione confuciana in Cina ha oltre 2.500 anni. Il fatto che oggi la Cina si dica socialista e dica di volersi aprire al mercato, meglio se globale, non deve ingannare. La Cina fa quello che ha sempre fatto. Ricostruisce un impero dopo un periodo di dissoluzione e usa parole che noi possiamo capire per presentarsi al mondo. La rivoluzione socialista cinese è servita a dare unità al paese. La globalizzazione e il mercato sono gli strumenti che la Cina ha sempre usato per sostenere la sua enorme popolazione. Anche qui un dato serve meglio di ogni ragionamento. Da quanto nel 1978 i comunisti cinesi diedero il via all’epoca delle riforme e all’apertura verso l’esterno i poveri cinesi sono diminuiti di 800 milioni di unità.
Notate l’impennata del pil pro capite da inizio 2000, quando i cinesi entrarono nel WTO, ossia nel commercio globale. Altresì che la diminuzione dei poveri andava avanti già da quasi tre decenni.
Ragionare sul futuro della Cina, specie oggi che il governo ha annunciato un nuovo pattern di sviluppo basato sulla qualità della crescita piuttosto che sulla quantità, significa iniziare a pensare non più in termini di socialismo e liberalismo, ma di confucianesimo. E poi conoscere meglio la sua storia. C’è solo da imparare.
(1/segue)
Fonte: qui

Mai il Pd coi Cinque Stelle»: Renzi si prepara alla battaglia finale

Chi pensava che con il tempo Matteo Renzi si arrendesse e si preparasse a fare un (vero) passo indietro, ha sbagliato a capire. L’ex segretario del Pd è più combattivo che mai e non ha alcuna intenzione di «consegnare il partito a chi lo vuole riportare indietro di dieci anni». L’ha ribadito, giovedì sera, con una prova muscolare: una cena in un villone sull’Aventino (scelta tutt’altro che casuale) a Roma, dove ha riunito i “suoi” parlamentari per lanciare un messaggio a tutto il Pd: «Noi non adiamo da nessuna parte», avrebbe detto l’ex segretario in riferimento alla possibilità di una scissione. «Dobbiamo vincere il congresso perché dobbiamo riportare le nostre idee al centro dell’agenda politica. È l’unico modo perché il Pd torni ad essere competitivo, l’alternativa è la sua scomparsa».

Nonostante nell’area renziana i distinguo non manchino, il leader ha dettato la linea, sgombrando il campo da possibili fughe in avanti di chi, ancora, sostiene che l’esperienza del Pd è ormai al capolinea e continua a guardare non tanto a Macron (che nel frattempo è in caduta libera di consensi anche in patria) ma a una forza dalla spiccata impostazione liberale in materia di diritti ma decisamente liberista dal punto di vista della dottrina economica di riferimento.

Alla cena erano presenti circa 120 parlamentari (gli stessi che qualche settimana fa sottoscrissero la famosa lettera di Lorenzo Guerini che impegnava il Pd a mettere da parte qualsiasi idea di apertura ai Cinque Stelle), alcuni eurodeputati, consiglieri regionali e amministratori locali. Un modo per far vedere, a chi considera la corrente renziana ormai minoritaria nel partito, che in realtà i numeri parlano ancora chiaro.«Siamo la maggioranza di questo partito – ha detto Renzi – non riusciranno a ridurci in minoranza. Non facciamoci intimorire». D’altronde la composizione dei gruppi parlamentari rappresenta perfettamente le (contestatissime) scelte che lo stessi Renzi fece al momento della composizione delle liste elettorali.

È così che l’ex segretario e i suoi fedelissimi si stanno preparando alla “madre di tutte le battaglie”, il prossimo congresso del Pd, per cui non c’è ancora una data, ma che si svolgerà prima delle elezioni europee. «Sono carico, pronto a battermi per non regalare il partito a chi vuole fare l’accordo con i Cinque Stelle», ha avvertito Renzi, esaltando i suoi commensali. Ma ai tanti che ancora sperano in un suo impegno in prima persona, per ora ha risposto un secco “no”. Almeno per il momento, l’ex premier non pensa ad una sua candidatura. Ma invita a non farsi condizionare da questo, parlando apertamente di «un nostro candidato, donna o uomo che sia, che, se vogliamo e ci impegniamo, vincerà il congresso».

Per la prima volta in tutti questi anni, la corrente renziana è pronta a darsi un’organizzazione strutturale, che vada al di là del Giglio Magico di stretta osservanza, con i colonnelli Luca Lotti e Maria Elena Boschi a fare il bello e il cattivo tempo. «Dobbiamo farci trovare pronti – ha detto Renzi – perché questo governo non durerà ancora molto». L’appuntamento principe del caldo autunno renziano sarà la Leopolda fiorentina, che si svolgerà dal 19 al 21 ottobre. Sarà una sorta di raduno per rivendicare l’orgoglio renziano, un vero e proprio appuntamento di corrente, un bunker ben diverso da quell’evento di apertura alle energie del Paese che era nelle sue prime edizioni. Ed è proprio su questo concetto che si concentrano le critiche degli avversari interni. Quando Nicola Zingaretti scrive su Facebook che il Pd deve cambiare radicalmente la sua organizzazione e abbandonare una volta per tutte la balcanizzazione delle correnti, sembra il primo Renzi (come gli fanno notare i suoi fan) ma in realtà si rivolge principalmente proprio a Renzi.

Spiega un parlamentare del Pd, una volta parte integrante della maggioranza: «Matteo è ormai prigioniero di se stesso e i suoi fedelissimi restano aggrappati perché sanno che senza di lui non esistono. Vivono in una bolla che però sta esplodere. Hanno tutti contro e non hanno alcuna volontà di ricucire alcun rapporto: le forze di governo, le forze della società che si stanno mobilitando contro l’asse giallo-verde, le pur elettoralmente misere forze di sinistra-sinistra. Gli unici con cui mantengono aperti i canali sono i berlusconiani, con l’assurda ambizione di creare un fronte dei moderati. Dentro il partito si fanno forti con i numeri dei gruppi parlamentari ma non si accorgono che ormai l’aria è cambiata, come dimostrano i profili delle uniche facce vincenti del Pd in giro per l’Italia. Possono pure pensare di rivincere il congresso ma ormai la presa che hanno nella società tende all’irrilevanza». Sarà un lungo, lunghissimo autunno in casa dem.

L’Ocse: sorpresa, 6 americani su 10 non possiedono niente

Anche quest’estate in televisione è arrivato l’immancabile ciclo dei film di “Rocky”. Pur essendo ogni produzione sostanzialmente uguale all’altra, Sylvester Stallone riesce sempre a catturare l’attenzione di chi ha un briciolo d’ambizione. Come fa? Non certo per i muscoli o la capacità di stare davanti ad una telecamera, se è vero che ieri come oggi ci sono attori ben più atletici e bravi a recitare. Nessuno però  ha saputo incarnare il sogno americano meglio di lui. Balboa è un uomo di umili origini e “solo” che contro ogni previsione riesce ad affermarsi in un mondo difficile e competitivo come quello americano. Un sogno alla portata di tutti: basta impegnarsi. Questo messaggio è affascinante; tutto l’Occidente ne è stato contagiato e sognare è gratis. A soli 40 anni dall’uscita del primo “Rocky”, gli americani si svegliano però dai sogni hollywoodiani e cominciano a fare due conti. Per capire se una società sta progredendo o meno occorre infatti paragonarla con altre simili per sistema produttivo, servizi, cultura, religione, nonchè col proprio passato. E’ ovvio che non possiamo mettere a confronto il tenore di vita dell’americano medio con quello di un pakistano, anche se c’è sempre qualche imbecille ideologizzato che lo fa. Fatta questa doverosa premessa, vediamo.
Negli Usa la disoccupazione si aggira oggi al 4% rispetto a una media europea doppia (9%). Quindi gli Usa hanno visto migliorare questo dato rispetto a qualche anno fa, durante il periodo della crisi dei mutui subprime, ma i salari minimi negli Stati Uniti sono scesi di un terzo in termini reali rispetto agli anni Settanta mentre in un paese come la Francia sono saliti di quattro volte. Inoltre, chi rimane senza lavoro in America non gode di ammortizzatori sociali, in buona sostanza, mentre negli altri paesi occidentali gli amministratori e l’opinione pubblica sono stati più bravi a tenere sotto controllo le disuguaglianze resistendo all’idea di convertire l’economia di mercato in una società di mercato. In poche parole, settori chiave come l’educazione, la sanità e la sicurezza sono stati sottratti alla deregulation più becera. La minaccia esiste e si fa sempre più grande, sia chiaro, ma rispetto agli Stati Uniti sono ancora rose e fiori. Come ripeto sempre fino alla nausea, la povertà e la ricchezza sono concetti, e non situazioni oggettive. Lo so che a molti questo ragionamento sembra ostico e controintuitivo, ma se nel mondo tutti morissero di fame mediamente attorno ai 30 anni, nessuno di costoro direbbe che è “povero”. Povertà e ricchezza, insomma, sono due facce della stessa medaglia: non può esserci la ricchezza se non c’è la povertà, e viceversa.
La situazione più intelligente, sic stantibus rebus, è quella di appianare il più possibile le disuguaglianze, perchè sono queste che rendono orrenda la povertà. Oggi davanti ai supermercati possiamo trovare un barbone che dichiara di fare 3 pasti al giorno ed è in sovrappeso, ma nessuno sano di mente si azzarderebbe a sostenere che egli non sia povero. Completamente rovesciata era la situazione nell’immediato dopoguerra italiano, ad esempio, quando essere in sovrappeso e mangiare tre volte al giorno era un lusso riservato a pochi fortunati. Ma vediamoli questi americani – impiegati al 96% – che razza di esistenza conducono. I dati Ocse sulla disuguaglianza ci dicono che il paese dove è in condizioni più radicali è l’America (Usa) e quelli dove è minore sono il Giappone e poi l’Italia. Ciò puo anche destare sorpresa, ma è nei numeri e accade per il semplice fatto che Giappone e Italia hanno molto debito pubblico, ma poco debito privato. A rendere povere le persone è il debito privatoPovertà negli Usanon il debito pubblico. A meno che, come sta accadendo in Italia, non si decida a tavolino che anche il debito pubblico diventi un problema cedendone la gestione a speculatori, banchieri privati ed economisti rimasti fermi alle ricette ottocentesche.
Nello studio dell’Ocse, si vede chiaramente come la concentrazione della ricchezza non sia in mano alla classe media, che ne detiene appena il 30%. Il grosso degli americani è povero, nel senso che ha un lavoro magari, ma non ha beni nella propria disponibilità, al netto dei debiti contratti. Un altro studio del 2015 della Google Consumer Survey ha infine rivelato che 6 americani su 10 hanno meno di mille dollari sul conto corrente e che 1 su 5 il conto proprio non ce l’ha. A possedere un immobile (quasi sempre preso a debito con mutuo) sono solo il 63,5% degli statunitensi, contro il 74% per cento degli italiani. Insomma, se per le multinazionali americane la pacchia continua ed anzi aumenta, per l’americano medio le scelte economiche degli ultimi decenni, da Ronald Reagan in poi, sono state un autentico disastro che rivela, attraverso i dati sul debito privato, la reale possibilità per Rocky di comprare villa con piscina ad Adriana. In questo modello, pur caratterizzato oggi da alta occupazione, non è possibile affrontare con serenità nessun tipo di spesa imprevista né, in particolare, pensare di accumulare fortuna attraverso risparmi e investimenti.
(Massimo Bordin, “Il 60% degli americani non possiede nulla”, dal blog “Micidial” del 25 luglio 2018).

Continua la guerra USA contro Cina ma con armi differenti



Come ho scritto ieri nel post sul treno che rischia di deragliare e che potete rivedere cliccando su questa scritta, il buon Donald Trump impaurisce i mercati e non solo, con le sue proposte garibaldine di aumentare addirittura i dazi doganali nei confronti della Cina, portandoli dal 10% al 25% sul 40 % dei beni oggetti di esportazioni verso gli USA.
(…) Gli Stati Uniti stanno valutando la possibilità di alzare dal 10 al 25% i dazi proposti lo scorso giugno su 200 miliardi di dollari di importazioni cinesi, ossia sul 40% circa dei beni che la nazione asiatica invia ogni anno in quella americana. (…) Gli Usa stanno cercando di capire “quali strumenti appropriati usare per fare cambiare alla Cina il suo comportamento” in campo commerciale, giudicato “terribile e ingiusto”. Non è chiaro quale sia stato il fattore che ha spinto il presidente americano a chiedere allo Ustr di ipotizzare il rialzo dei dazi in questione. Forse la recente svalutazione dello yuan, pari al 6% negli ultimi due mesi, anche questa una contromisura adottata da Pechino per difendersi dalle minacce Usa. (…) L’incremento al 25% dal 10% dei dazi su import cinese per 200 miliardi, ha concluso Lighthizer, “è pensato per dare all’amministrazione opzioni addizionali per incoraggiare la Cina a modificare le sue politiche e il suo comportamento lesivi e ad adottare politiche che portino a mercati più giusti e alla prosperità per tutti i nostri cittadini”. Peccato che solo poche ore prima Pechino avesse chiarito che “il pressing e le minacce” Usa non sono affatto gradite. (Source) 
Ed è proprio questo il punto. Arrivare ad un tavolo di trattative, ma gli USA vogliono portare la Cina a fare la prima mossa (mettendola quindi in situazione di debolezza), oppure a costringerla per sfinimento (economico).
Intanto gli effetti sulle borse e sui mercati continuano.
Guardate l’effetto sull’indice di borsa Shanghai Comp. e sul cross CNY contro USD.
In circa 80 giorno lo Yuan cinese si svaluta contro USD per circa il 10%. Svalutazione competitiva che ha irritato il buon Donald.
Ma l’indice di borsa cinese ne patisce le conseguenze in modo molto enfatizzato.
La guerra, come era prevedibile, al momento la vince Trump. I conti però si faranno alla fine e, se si continua cosi, alla fine la guerra la perderanno (perderemo) tutti.
Fonte: qui

La Cina avverte: sarà una lunga guerra. Interviene la PboC

Pechino si rifiuta di "diventare un vassallo economico degli Stati Uniti" e annuncia dazi contro gli Usa (anche parti di auto) per 60 miliardi di dollari. Si muove la Banca popolare cinese per bloccare le scommesse degli hedge fund contro lo yuan. Borse miste e altalenanti. L'euro scende ancora
Dopo un weekend di rivendicazioni da parte del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, che ha detto di aver già avuto la meglio a Wall Street nella guerra commerciale con la Cina, Pechino ha risposto attraverso i media statali avvertendo che è pronta a a "guerra di lunga durata". E che non teme di sacrificare gli interessi economici a breve termine, secondo quanto è scritto in un editoriale del Global Times di ieri sera. Lo riporta l'agenzia Bloomberg. "Considerando le irragionevoli richieste degli Stati Uniti, una guerra commerciale è un atto che mira a schiacciare la sovranità economica della Cina, cercando di costringerla a diventare un vassallo economico degli Stati Uniti".
Alle ore 7:40 italiane il Nikkei è in leggero rosso, per lo 0,09%, Hong Kong scambia positiva per lo 0,43% e Shanghai perde lo 0,89%. Oro fermo a 1,233,3 dollari l'ocia, petrolio Wti americano in rialzo dello 0,325 a 68,71 dollari il barile. Dopo i dati sull'occupazione di venerdì, sale ancora il dollaro e l'euro scambia in ribasso dello 0,11% a 1,1555 e lo yen cede lo 0,06% a 111,32.
Dopo che la settimana scorsa il presidente americano Trump aveva annunciato 200 miliardi aggiuntivi di tariffe al 25% sui beni cinesi, Pechino ha risposto nel weekend anticipando 60 miliardi di dazi di ritorsione fra il 5% e il 25% su merci in arrivo dagli Usa fra le quali anche parti di auto. Venerdì si è mossa anche la Banca popolare cinese avvertendo gli hedge fund che scommettere ancora contro lo yuan, caduto ai minimi negli ultimi 14 mesi, è pericoloso e si possono bruciare le mani.
La PboC ha quindi aumentato il requisito di riserva su alcune posizioni lunghe in valuta estera, rendendo più costoso puntare contro lo yuan. "Un rapido indebolimento della valuta cinese rischia di scatenare deflussi nel settore residenziale e destabilizzare i prezzi degli immobili", hanno scritto gli analisti di JP Morgan in una nota.
Intanto sale ad almeno 91 il numero delle persone morte a causa del terremoto di magnitudo 6.9 che ha colpito nelle scorse ore l'isola di Lombok, in Indonesia. Centinaia i feriti. Vari edifici sono stati danneggiati. La National Disaster Mitigation Agency ha però fatto sapere che il bilancio è destinato a salire dato che i soccorritori non sono ancora riusciti a raggiungere alcune delle zone maggiormente colpite dal sisma.
Il sisma di Lombok, che si trova a est di Bali, ha provocato danni a molti edifici che sono completamente o parzialmente crollati. La Farnesina fa sapere che "al momento non si registrano segnalazioni di connazionali feriti o irreperibili dopo il sisma". A quanto si è appreso, l'Unità di crisi della Farnesina e la rete diplomatica in Indonesia sono mobilitate e stanno fornendo indicazioni e ogni possibile assistenza agli italiani in vacanza a Bali, Lombok e Gili.

Fonte: M.F.

Mediobanca e Generali, la nuova prova che il capitalismo italiano è morto

Elliott smentisce, ma Mediobanca resta comunque facilmente aggredibile e Generali a portata di tiro. Non si è creata difesa di quel che resta del capitalismo italiano. 





Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (Lapresse)

Saranno contenti i molti “antitaliani”, quelli per i quali l’Italia migliore sarebbe un’Italia in cui si parlasse tedesco: sta di fatto che le voci borsistiche divampate nelle ultime 48 ore su Mediobanca altro non confermano - per ora - se non che è verosimile e agevolissimo per chiunque, con poco più di un soffio, destabilizzare quel che resta della vecchia alta finanza italiana e arraffarne i pochi gioielli rimasti. Disfattismo? Proviamo a capire.
Dunque il fondo Elliott - che ha smentito, ma questo conta zero perché sui mercati tutti smentiscono sempre, anche mentendo, se possono farlo all’ombra dei formalismi sulla concretizzazione procedurale di decisioni sempre prese prima e fuori dagli organi preposti! - vorrebbe fare soldi sull’accrocchio di poterucolo rimasto attorno a Piazzetta Cuccia. Avrebbe rastrellato l’1% di Mediobanca (capirai: 79 milioni di euro, meno di Ronaldo) per andare in assemblea, aggregare intorno a sé un altro po’ di malmostosi e imporre una scissione del pacchetto di riferimento che Mediobanca controlla nelle Assicurazioni Generali, il 13,2%, che poi da solo vale un terzo di tutta la capitalizzazione borsistica di Mediobanca.
Abbiamo detto che Elliott ha smentito. Ha smentito anche Paolo Scaroni, ex capo dell’Eni ed oggi presidente del Milan, nonché consigliere Telecom in quota fondo Elliott, che secondo alcune voci sarebbe andato a trovare il ministro Tria per comunicargli (ma che c’entrerebbe, nel caso, Tria?) dell’imminente offensiva del fondo: e se ha smentito anche Scaroni, che notoriamente smentisce e non mentisce, allora sarà proprio così. Mai andato da Tria, che neanche conosce, e non sa cosa si perde (Tria).
E dunque, la chiudiamo qui? Eh, no! Sarebbe troppo facile! Il punto è semplicissimo, e qui c’azzecca con gli “antitaliani”. Il punto è che non tanto Elliott - in fondo un attore piccolino, dal basso dei suoi appena 34 miliardi di dollari di patrimonio gestito - ma uno qualunque dei grandi attori della finanza mondiale, sia bancari che assicurativi e finanziari, colossi da centinaia di miliardi di capitalizzazione, di patrimonio e talvolta di cash, volendo potrebbe starnutire e prendersi Mediobanca e Generali in un colpo solo.
Perché? Sarebbe semplice prendersela con Alberto Nagel, colpevole semmai (ma verso se stesso) di essere amministratore delegato di Mediobanca da troppo tempo - indocile alle memorabili raccomandazioni di Monti, quando il bocconiano capo degli antitaliani disse che il posto fisso è monotono: a lui certamente non si può rimproverare un eccessivo attivismo, ma ha pur sempre fatto aumentare di molto la capitalizzazione, circa un terzo in più dal 2013, e ha appena archiviato un esercizio con quasi una miliardata di utile netto. No, il punto è un altro: che ci vuoi fare, con un capitalismo giocattolo come quello italiano?
Guardiamo ai soci di Mediobanca. C’è Unicredit, con l’8,42%, che è una public company controllata per il 64% da investitori istituzionali tra i quali batte tricolore italiano solo il 3%: capirai il presidio nazionale. C’è Bollorè, con il 7,8%, il francese più saldamente abbarbicato sulle scatole di tutte le istituzioni italiane, traditore contrattuale di Fininvest, azionista congelato in Telecom, sotto inchiesta in Africa per le sue gestioni... dinamiche dei porti, insomma un personaggino coi fiocchi. C’è Blackrock, con il 5%, vendibile per definizione al miglior offerente... E quest’arlecchinata di azionisti stranieri dovrebbe difendere Mediobanca? Non scherziamo.
Il fatto è che per quanto, nonostante (o forse grazie a?) la prudente gestione di Nagel la banca che fu di Cuccia funzioni bene, non interessa a nessuno. Nonostante la gallinella dalle uova d’oro triestina di cui custodisce un rotondo 13,2%. Perché? Perché dentro i forzieri della Gallina-Generali c’è tanto di quel debito pubblico italiano - una buona metà dei 450 miliardi di attivi - che uno starnuto dello spread, un colpetto di tosse della Bce, e gli equilibri patrimoniali si destabilizzano.
Ora, diciamolo: ma vi pare il momento, questo, di scherzare col fuoco? Con i mercati che già puntano i fucili sulla prossima Legge di bilancio? Per carità, lasciamo perdere. Quel che resta è che - va detto - il capitalismo italiano non c’è più. E se per concludere diamo un’occhiata agli altri soci delle Generali, non si sa se massaggiarsi lo stomaco per il dolore o per le risate. Al 4%, dopo Mediobanca, nell’azionariato triestino c’è il gruppo Caltagirone, un uomo solo al comando, Francesco Gaetano, 73 anni, intenditore di numismatica cemento e palazzine; poi con poche azioni di meno Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, altro uomo solo al comando, un virgulto di 83 anni, così attento alla perpetuazione del gruppo per omnia secula seculorum da aver accuratamente segato via i figli dalla successione gestionale; c’è Edizione dei Benetton, anche lì un club Acqua di Fiuggi guidato da Luciano (83 anni) e Gilberto Benetton (77), impegnati su aeroporti, autostrade, ristoranti e pullover. E c’è l’ex gruppo De Agostini, investito in giochi legali soprattutto americani e family office, un eccellente cedolificio, pronto a far progetti strategici e difese nazionali delle Generali come a bere olio di ricino ogni mattino per colazione.
Insomma: non è che con questi pretoriani che si difenderebbe il Leone di Trieste da un eventuale assalitore. Quel Leone si difende da solo, con il peso della sua criniera di Btp. Poi non c’è da stupirsi se una masnada di giovanotti sovranisti populisti, nazionalisti e malpancisti come gli attuali governanti gialloverdi invocano il ritorno dello Stato imprenditore, l’unico a conti fatti ad aver creato valore in Italia con un po’ di investimenti industriali veri negli anni d’oro - lontanissimi - dell’Iri e dell’Eni. Peccato che i 110 miliardi di euro incassati dallo Stato di Prodi e Ciampi vendendo e anche svendendo le partecipazioni statali al capitale straniero abbiano azzerato le riserve dello Stato padrone senza naturalmente sanare il debito pubblico, che casualmente è ancora al 132% del Pil. E peccato che lo Stato padrone abbia le pezze sui pantaloni.
Quasi quasi, se questo signor Elliott ci molla due dollari non guasta. Ultimi giorni, occasionissime, approfittatene.
Fonte: qui

Dà di matto in strada e scarica estintore su un autista: fermato dai Carabinieri

Genova – Ha dato in in escandescenze nei gabbiotti Amt di Brignole minacciando tutti e arrivando a scaricare un estintore su un controllore.
La notizia è riportata da Genova Quotidiana, diretto da Monica Di Carlo che sull’episodio scrive: L’uomo, un africano in stato di ebbrezza, è stato atterrato e ammanettato dai militari della stazione di Carignano arrivati tempestivamente dopo che aveva fatto il diavolo a quattro nel fuggi fuggi generale.
Non ha opposto forte resistenza. Sul posto sono arrivate cinque auto dei carabinieri. È successo ieri pomeriggio.
L’uomo ha prima provato a entrare nella saletta autisti di piazza Verdi ma non c’è riuscito. È entrato allora nella sala adiacente dei controllori e ha iniziato a dare di matto facendo roteare un estintore per aria che poi ha scaricato su un dipendente Amt. Per fortuna del malcapitato si trattava di un estintore a schiuma e non a polveri.
L’africano è stato denunciato per ubriachezza manifesta e contro di lui è stato emesso un ordine di allontanamento. Dopo un ora, gli esami fatti al Galliera hanno messo in luce che aveva un tasso di alcol nel sangue pari a 3 milligrammi per litro, un dato da coma etilico.
Fonte: qui