9 dicembre forconi: Mediobanca
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mercoledì 19 settembre 2018

UNICREDIT NESSUNA CESSIONE DI QUOTE MEDIOBANCA NE' FUSIONE CON SOC-GEN


IL GOVERNO E' OSTILE ALL'ENNESIMA SVENDITA AI FRANCESI. E COSI' IL PATTO SI RINNOVERA' PER ALMENO UN ALTRO ANNO (LO DICE PURE ENNIO DORIS) 

NAGEL TIRA UN SOSPIRO DI SOLLIEVO E SI ''PERMETTE'' PURE DI FARE LUI ACQUISTI IN FRANCIA: VUOLE CRESCERE NEL CAPITALE DI MESSIER MARIS, BANCA D’AFFARI FRANCESE SPECIALIZZATA IN FUSIONI

UNICREDIT RESTA IN MEDIOBANCA E FRENA SUL DOSSIER SOCIÉTÉ GÉNÉRALE

Alessandro Graziani per “il Sole 24 Ore”

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER
Il ceo di UniCredit Jean Pierre Mustier è orientato a rimanere ancora per un anno nel patto di sindacato di Mediobanca, rinunciando ad avvalersi della facoltà di disdetta anticipata entro il prossimo 30 settembre.

Dalla banca arriva il consueto «no comment» ma, stando a fonti finanziarie citate dall' agenzia Bloomberg, l' orientamento di Mustier - che ha la delega per la decisione finale - sarebbe di restare per un altro anno nel patto di Piazzetta Cuccia, che raggruppa il 28,47% del capitale. E il tema dovrebbe essere oggetto di un' informativa del ceo al prossimo board di UniCredit in calendario per il 20 settembre.

JEAN PIERRE MUSTIERJEAN PIERRE MUSTIER
La scelta dello status quo ha due motivazioni. La prima è che la quota dell' 8,4%, definita «finanziaria» e non strategica, ha un valore tuttora inferiore al prezzo di carico, pari a circa 10,2 euro per azione rispetto a una valutazione di mercato, ieri, di 9,03 euro.

Dovendola dunque mantenere ancora in portafoglio per evitare minusvalenze dalla vendita, è il ragionamento che si fa in UniCredit, meglio lasciarla ancorata al patto di controllo di Mediobanca che, la prossima primavera, giocherà un ruolo decisivo per il rinnovo integrale del consiglio di amministrazione della partecipata (13%) Assicurazioni Generali.

SEDE SOCIETE GENERALE A PARIGISEDE SOCIETE GENERALE A PARIGI



E proprio la volontà di restare agganciato alla partita del Leone di Trieste rappresenta il secondo motivo della probabile scelta di Mustier di rimanere per un anno in Mediobanca. È noto che il banchiere francese, anche per gli ottimi rapporti con il conterraneo ceo di Generali Philippe Donnet, considera la compagnia assicurativa un alleato finanziario in Italia e in Europa.

Alleanza che va ben oltre le partnership bancassicurative, che vedono i due gruppi operare insieme in vari paesi del Centro Est Europa. Tanto che quando a inizio 2017 Intesa Sanpaolo aveva tentato un avvicinamento a Generali, Mustier era stato tra i sostenitori delle barricate innalzate da Mediobanca.
elkette a bloomberg con jean pierre mustierELKETTE A BLOOMBERG CON JEAN PIERRE MUSTIER

Da allora molta acqua è passata sotto i ponti di quel che resta della grande finanza italiana alle prese, tra l' altro, con la nuova maggioranza di governo pentaleghista. Negli ultimi mesi lo storico asse UniCredit-Mediobanca si è sfilacciato e, come dimostrato in una serie di occasioni a partire dal riassetto del centro ospedaliero milanese Ieo (si veda altro articolo in pagina), Piazzetta Cuccia si è trovata più spesso in sintonia con Intesa Sanpaolo che con UniCredit.

Tanto che a fine luglio, dopo un "franco e cordiale" confronto con l' ad di Mediobanca Alberto Nagel sul caso Ieo, l' ipotesi che Mustier uscisse da Mediobanca appariva concreta. Con rischi di instabilità nell' azionariato delle Generali, accentuati dall' asse stabilito proprio sullo Ieo da UniCredit con Leonardo Del Vecchio, azionista della compagnia triestina con una quota di circa il 3%.
GENERALIGENERALI

In quei giorni qualche grande banca d' affari internazionale è arrivata a simulare la fattibilità di un' Opa di UniCredit su Mediobanca, scorporando la quota Generali. Ipotizzando poi, come ha fatto pochi giorni fa Equita sim, un' offerta con un prezzo a premio del 15%. Scenario già valutato dal board di UniCredit nell' era Ghizzoni ma destinato a rimanere per ora confinato nella fantafinanza, anche perché contrario a tutte le affermazioni pubbliche di Mustier che ha sempre detto di non puntare a crescere ancora in Italia ma, piuttosto, ad accentuare la vocazione da banca paneuropea.

NAGEL MUSTIER1NAGEL MUSTIER1
Anche su questo versante però la scelta non pare imminente. L' ipotesi di un matrimonio alla pari con Société Générale (già tentata da Profumo e naufragata sulla scelta della sede in Italia o in Francia) resta un dossier aperto.

A inizio giugno, subito dopo il rinnovo del board di SocGen presieduto dall' italiano Lorenzo Bini Smaghi, sembrava che i contatti potessero subire un' accelerazione. Ma oggi, dopo l' insediamento del nuovo Governo italiano, il tentativo pare essere rinviato. Soprattutto dopo la crisi dello spread BTp-Bund e le difficoltà della Turchia, dove UniCredit è presente tramite YapiKredi, che rischiano di indebolire negozialmente il gruppo italiano sulle valutazioni e i concambi.

mediobanca nagelMEDIOBANCA NAGEL
Senza contare che l' unione SocGen-UniCredit creerebbe una «super-Sifi» (banca di interesse sistemico)che, secondo gli analisti,necessiterebbe di alcuni miliardi di capitale in più. È molto probabile dunque che anche il dossier aggregazioni per UniCredit slitti ormai al 2019, quando prima di fine anno la banca presenterà il nuovo piano industriale triennale. In coincidenza con la scadenza naturale del patto di sindacato di Mediobanca.

Tutto rinviato di un anno? Non proprio. A primavera le Generali dovranno rinnovare il board. Il ceo Donnet si presenta alla scadenza forte dei dividendi assegnati ai soci nel triennio. Se, come pare, già a novembre il board approverà il suo nuovo piano industriale triennale, la riconferma dovrebbe essere acquisita.
MEDIOBANCAMEDIOBANCA

Resta il nodo presidenza, che potrebbe riaccendere il contenzioso tra gli azionisti di Generali. Il presidente uscente Gabriele Galateri ha la stima di tutti, ma non può essere rieletto perchè ha superato i 70 anni previsti dallo statuto come tetto massimo (76 anni per i consiglieri di amministrazione).

L' ipotesi di convocare un' assemblea straordinaria ad hoc per modificare lo statuto pare per ora accantonata, nel timore (non ingiustificato) che gli investitori istituzionali non gradiscano interventi «ad personam». Si vedrà più avanti se la scelta del dopo Galateri andrà via liscia o sarà l' occasione per riaccendere il confronto nell' azionariato di Generali e di UniCredit in Mediobanca.

MEDIOBANCA: DORIS, FINO A SETTEMBRE 2019 TRANQUILLI NEL PATTO
ennio e il figlio massimo dorisENNIO E IL FIGLIO MASSIMO DORIS

(Radiocor) -  'Noi fino a settembre dell'anno prossimo siamo la' tranquilli. Poi vedremo'. Cosi' il presidente di Banca Mediolanum, Ennio Doris, ha escluso una disdetta anticipata al patto di sindacato di Mediobanca. 'Noi siamo investitori di lungo termine, strategici', ha aggiunto. Banca Mediolanum ha circa il 3,3% dell'istituto di Piazzetta Cuccia.

MEDIOBANCA INTERESSATA ALLA BANCA FRANCESE MESSIER MARIS


MESSIER MARISMESSIER MARIS
Mediobanca sarebbe interessata a un’alleanza con Messier Maris, banca d’affari francese specializzata in fusioni, acquisizioni, ristrutturazioni aziendali e operazioni di private equity. A scriverlo è "Les Echos", secondo il quale le trattative sarebbero tutt’ora però in una fase preliminare.
JEAN-MARIE MESSIERJEAN-MARIE MESSIER





L’idea è che piazzetta Cuccia possa gradualmente crescere nel capitale dell’istituto francese. Si tratta di un istituto che attualmente conta sedi tra Parigi, New York e Londra. Secondo il sito del quotidiano francese, Messier Maris & Associés potrebbe essere valutata complessivamente intorno ai 160 milioni di euro.

Fonte: qui

giovedì 9 agosto 2018

Mediobanca e Generali, la nuova prova che il capitalismo italiano è morto

Elliott smentisce, ma Mediobanca resta comunque facilmente aggredibile e Generali a portata di tiro. Non si è creata difesa di quel che resta del capitalismo italiano. 





Piazzetta Cuccia, sede di Mediobanca (Lapresse)

Saranno contenti i molti “antitaliani”, quelli per i quali l’Italia migliore sarebbe un’Italia in cui si parlasse tedesco: sta di fatto che le voci borsistiche divampate nelle ultime 48 ore su Mediobanca altro non confermano - per ora - se non che è verosimile e agevolissimo per chiunque, con poco più di un soffio, destabilizzare quel che resta della vecchia alta finanza italiana e arraffarne i pochi gioielli rimasti. Disfattismo? Proviamo a capire.
Dunque il fondo Elliott - che ha smentito, ma questo conta zero perché sui mercati tutti smentiscono sempre, anche mentendo, se possono farlo all’ombra dei formalismi sulla concretizzazione procedurale di decisioni sempre prese prima e fuori dagli organi preposti! - vorrebbe fare soldi sull’accrocchio di poterucolo rimasto attorno a Piazzetta Cuccia. Avrebbe rastrellato l’1% di Mediobanca (capirai: 79 milioni di euro, meno di Ronaldo) per andare in assemblea, aggregare intorno a sé un altro po’ di malmostosi e imporre una scissione del pacchetto di riferimento che Mediobanca controlla nelle Assicurazioni Generali, il 13,2%, che poi da solo vale un terzo di tutta la capitalizzazione borsistica di Mediobanca.
Abbiamo detto che Elliott ha smentito. Ha smentito anche Paolo Scaroni, ex capo dell’Eni ed oggi presidente del Milan, nonché consigliere Telecom in quota fondo Elliott, che secondo alcune voci sarebbe andato a trovare il ministro Tria per comunicargli (ma che c’entrerebbe, nel caso, Tria?) dell’imminente offensiva del fondo: e se ha smentito anche Scaroni, che notoriamente smentisce e non mentisce, allora sarà proprio così. Mai andato da Tria, che neanche conosce, e non sa cosa si perde (Tria).
E dunque, la chiudiamo qui? Eh, no! Sarebbe troppo facile! Il punto è semplicissimo, e qui c’azzecca con gli “antitaliani”. Il punto è che non tanto Elliott - in fondo un attore piccolino, dal basso dei suoi appena 34 miliardi di dollari di patrimonio gestito - ma uno qualunque dei grandi attori della finanza mondiale, sia bancari che assicurativi e finanziari, colossi da centinaia di miliardi di capitalizzazione, di patrimonio e talvolta di cash, volendo potrebbe starnutire e prendersi Mediobanca e Generali in un colpo solo.
Perché? Sarebbe semplice prendersela con Alberto Nagel, colpevole semmai (ma verso se stesso) di essere amministratore delegato di Mediobanca da troppo tempo - indocile alle memorabili raccomandazioni di Monti, quando il bocconiano capo degli antitaliani disse che il posto fisso è monotono: a lui certamente non si può rimproverare un eccessivo attivismo, ma ha pur sempre fatto aumentare di molto la capitalizzazione, circa un terzo in più dal 2013, e ha appena archiviato un esercizio con quasi una miliardata di utile netto. No, il punto è un altro: che ci vuoi fare, con un capitalismo giocattolo come quello italiano?
Guardiamo ai soci di Mediobanca. C’è Unicredit, con l’8,42%, che è una public company controllata per il 64% da investitori istituzionali tra i quali batte tricolore italiano solo il 3%: capirai il presidio nazionale. C’è Bollorè, con il 7,8%, il francese più saldamente abbarbicato sulle scatole di tutte le istituzioni italiane, traditore contrattuale di Fininvest, azionista congelato in Telecom, sotto inchiesta in Africa per le sue gestioni... dinamiche dei porti, insomma un personaggino coi fiocchi. C’è Blackrock, con il 5%, vendibile per definizione al miglior offerente... E quest’arlecchinata di azionisti stranieri dovrebbe difendere Mediobanca? Non scherziamo.
Il fatto è che per quanto, nonostante (o forse grazie a?) la prudente gestione di Nagel la banca che fu di Cuccia funzioni bene, non interessa a nessuno. Nonostante la gallinella dalle uova d’oro triestina di cui custodisce un rotondo 13,2%. Perché? Perché dentro i forzieri della Gallina-Generali c’è tanto di quel debito pubblico italiano - una buona metà dei 450 miliardi di attivi - che uno starnuto dello spread, un colpetto di tosse della Bce, e gli equilibri patrimoniali si destabilizzano.
Ora, diciamolo: ma vi pare il momento, questo, di scherzare col fuoco? Con i mercati che già puntano i fucili sulla prossima Legge di bilancio? Per carità, lasciamo perdere. Quel che resta è che - va detto - il capitalismo italiano non c’è più. E se per concludere diamo un’occhiata agli altri soci delle Generali, non si sa se massaggiarsi lo stomaco per il dolore o per le risate. Al 4%, dopo Mediobanca, nell’azionariato triestino c’è il gruppo Caltagirone, un uomo solo al comando, Francesco Gaetano, 73 anni, intenditore di numismatica cemento e palazzine; poi con poche azioni di meno Leonardo Del Vecchio, patron di Luxottica, altro uomo solo al comando, un virgulto di 83 anni, così attento alla perpetuazione del gruppo per omnia secula seculorum da aver accuratamente segato via i figli dalla successione gestionale; c’è Edizione dei Benetton, anche lì un club Acqua di Fiuggi guidato da Luciano (83 anni) e Gilberto Benetton (77), impegnati su aeroporti, autostrade, ristoranti e pullover. E c’è l’ex gruppo De Agostini, investito in giochi legali soprattutto americani e family office, un eccellente cedolificio, pronto a far progetti strategici e difese nazionali delle Generali come a bere olio di ricino ogni mattino per colazione.
Insomma: non è che con questi pretoriani che si difenderebbe il Leone di Trieste da un eventuale assalitore. Quel Leone si difende da solo, con il peso della sua criniera di Btp. Poi non c’è da stupirsi se una masnada di giovanotti sovranisti populisti, nazionalisti e malpancisti come gli attuali governanti gialloverdi invocano il ritorno dello Stato imprenditore, l’unico a conti fatti ad aver creato valore in Italia con un po’ di investimenti industriali veri negli anni d’oro - lontanissimi - dell’Iri e dell’Eni. Peccato che i 110 miliardi di euro incassati dallo Stato di Prodi e Ciampi vendendo e anche svendendo le partecipazioni statali al capitale straniero abbiano azzerato le riserve dello Stato padrone senza naturalmente sanare il debito pubblico, che casualmente è ancora al 132% del Pil. E peccato che lo Stato padrone abbia le pezze sui pantaloni.
Quasi quasi, se questo signor Elliott ci molla due dollari non guasta. Ultimi giorni, occasionissime, approfittatene.
Fonte: qui