9 dicembre forconi

martedì 15 marzo 2016

Hillary-Soros, la coppia demoniaca



Donald TrumpGrande è l’errore di credere che Soros non faccia parte dell'”arcipelago della cospirazione”, di cui Patrick Buchanan dà buona descrizione. (Ma accetta, se non conferma, la nostra ipotesi che avrebbe dovuto esserci Soros…): “…Così Breitbart.com è contento, il 9 marzo, di trasmettere la felice notizia. Ricorda l’essenza della lista di invitati, cercando invano il nome di Soros, che sembrava non essere stato invitato. Ed ecco invece un grande errore strategico“.
In realtà era presente, come un’ombra ispiratrice, tale strano personaggio la cui caratteristica essenziale è ovviamente satanica e sembra ispirare tutti gli altri suoi ben noti personaggi di speculatore e manipolatore ideologico.
È vero, Hillary-Soros è ovviamente presente in questa avventura della candidata Hillary Clinton, che si può immaginarla meglio come “coppia” satanica decisa a vincere le elezioni, e soprattutto a distruggere chiunque si metta di traverso alla candidata Clinton, accusandolo di corruzione senza prove, segnandolo con scandali e minacciose accuse, carattere archetipico dipendente dal sistema spinta all’estremo da un’arroganza disastrosa, venale e allucinata da hybris affettiva.
Certo, perché no un Soros candidato vicepresidente che traffica col suo certificato di nascita, scoprendo miracolosamente una nazionalità americanista poco dopo la nascita in Ungheria?

Infine, se lo prevedevamo da subito, è perché vi è la tesi molto ben documentata sui disordini fomentati (prima a Chicago il 11 marzo, poi anche a Dayton e Cleveland il giorno successivo, in attesa di altri) cercando di distruggere l’azione pubblica e populista del candidato Trump, che appaino ben orchestrati da Hillary-Soros, mentre prima la responsabilità sembrava attribuibile a Bernie Sanders, dato che i manifestanti anti-Trump lo salutavano.

Ecco il nodo dell’operazione…

ZeroHedge riassume il 12 marzo i commenti trasmessi da Infowars.com lo stesso giorno, su alcune osservazioni minacciose su futuri eventi fatte da Ilya Sheyman, direttore esecutivo di MoveOn.org Political Action, organizzazione finanziata da George Soros e la cui azione politica (come dice la parola?) è in gran parte orientata dallo stesso Soros.

(Sheyman) ha promesso che violenze e scontri si verificheranno nelle futuri manifestazioni elettorali di Trump”.

Trump e i capi repubblicani che lo sostengono, che hanno una retorica carica di odio, sono stati avvertiti dopo gli eventi di questa sera”, dice la pagina web MoveOn, finanziata da George Soros.

“A tutti coloro scesi in strada a Chicago, diciamo grazie per esservi alzati per dire basta. A Donald Trump e al GOP diciamo, benvenuti nelle elezioni generali”.

La manifestazione violenta di Chicago rappresenterebbe un avvertimento sul tipo di attività che l’organizzazione svolgerebbe cercando di “spegnere” i nemici politici ed eleggere Hillary Clinton o Bernie Sanders. Venerdì sera molti manifestanti gridavano “Bernie!” portando cartelli che annunciano il loro sostegno al socialista democratico. Il gruppo agisce come facciata dei ricchi democratici, fondato con l’aiuto del finanziere George Soros che donò 1,46 milioni di dollari per creare l’organizzazione. Linda Pritzker della famiglia Hyatt diede al gruppo una donazione di 4 milioni”.

L’interesse dell’intervento di Stone è che dà un’assai sostanziata interpretazione documentata sugli aggressori anti-Trump a Chicago, che non sarebbero stati ispirati e diretti da Sanders, ma indirettamente da Hillary-Soros.


Campaign For America's Future Holds Take Back America ConferenceInfowars.com poi evolve in particolare sull’interpretazione nella trasmissione televisiva del direttore Alex Jones, che riceveva Roger Stone, un tirapiedi ed noto investigatore del partito repubblicano.


Jones chiede maggiori dettagli… Stone continua: “Hillary Clinton ha dato mandato a certi membri del Congresso per avvicinarsi al miliardario John Lewis per fargli pagare parte di tale programma globale. Non solo a Chicago. Adesso vedremo tali dimostranti falsi, tali agenti, presentarsi in altre manifestazioni di Trump…. Questo è quanto sono pronto a dire…
hillary-georgesoros-020302Da qui si deduce che gli avversari di Trump, in questo caso e in questo senso, non si nascondo più, ma è più importante individuare con chiarezza e capirne le posizioni, e speculare sui loro obiettivi.
Questa versione è stata completamente ripresa dallo storico Eric Zuesse sul Washington blog, sempre il 12 marzo.
Anche in questo caso, come nel caso di Jones, inizialmente si sosteneva la tesi della responsabilità di Sanders, ma l’accettazione delle valutazioni di Stone è significativa per l’assenza di pregiudizi da filiazione ideologica:
Zuesse inizia dicendo che non condivide l’ideologia di Stone, che non gli piace e non gli piacciono i metodi, ma ne riconosce l’abilità investigativa. (“In altri termini: anche se non mi piace l’uomo e non sono d’accordo con la sua idea politica, rispetto le sue informazioni“). Zuesse riprende dal DVD la trasmissione di Jones, dandone una trascrizione rapida, permettendoci di capire meglio i dettagli della tesi.

Secondo Stone, si tratterebbe di un’operazione montata da Hillary-Soros, la coppia pensa di far passare l’operazione anti-Trump come opera di Sanders dividendo completamente gli elettori di Sanders da quelli di Trump, per scoraggiarli dal votarlo nelle elezioni generali.

Le posizioni di Trump sul libero scambio (trattati TPP e TPIP) sono molto vicine a quelle di Sanders, soprattutto nella campagna del Michigan, facendo temere, nel campo della Clinton più precisamente, la diserzione in massa per Trump degli elettori democratici di Sanders, se si opporranno alle elezioni generali, come è probabile ora, Clinton e Trump.
Ecco le note che Zuesse trascrive dall’intervista a Stone:
Stone: “Penso che tutti nel Paese ormai sappiano di queste proteste violente (al raduno di Trump) incolpandone i sostenitori di Bernie Sanders…. è una falsa bandiera.

Questi manifestanti sventolano una falsa bandiera. Non sono per nulla sostenitori di Sanders.

È un’operazione diretta dai sostenitori di Hillary Clinton, pagati da George Soros e Move-On, da David Brock di Media Matters for America, finanziato sempre da Soros, e anche dal miliardario solitario Jonathan Lewis.

Ora Lewis è stato indicato dal Miami New Times come l”uomo del mistero’.
Ha ereditato circa un miliardo di dollari dal padre Peter Lewis… (fondatore della Progressive Insurance Company). Di Jonathan Lewis è interessante notare che ha ritirato il sostegno al Comitato Nazionale Democratico per il disegno di legge sull’immigrazione che pensa sia ingiusta per i gay. In ogni caso, è un’operazione di Hillary Clinton.

L’idea qui, molto chiaramente, è dividere gli elettori economici di Sanders da quelli di Trump.

In altre parole, gli elettori che hanno perso il lavoro a causa del NAFTA e degli altri accordi commerciali internazionali avviati dai globalisti di questo Paese, che ora si rendono conto che questi elettori sono potenzialmente, quando Sanders sarà fuori gioco, voti per Trump, e questo è il motivo per cui si denigra Trump, definendolo razzista e bigotto; essenzialmente tutta una bufala. Si tratta di una mossa diretta, tra l’altro, da Brock.

Brock era una volta mio amico e compagno di lotta per la libertà; ma si avvicinò al lato oscuro, ai Clinton, pagandolo con molti, molti, molti soldi; e questo è, purtroppo, il suo piccolo sporco trucco, purtroppo per loro vi sono fughe sulla loro operazione, le mie fonti sono tra le migliori.

L’intera manovra di Chicago è un’operazione di Hillary Clinton. E, francamente, non vedo Bernie Sanders averne a che fare. Non sono d’accordo con Bernie, ma lo rispetto, e questo non è opera sua o della sua campagna.

Jones qui continua a spiegare il motivo per cui rispetta i rapporti investigativi di Stone, quindi dice:

“Quando ho visto tutte queste magliette con Bernie e i sostenitori di Bernie dire ‘Attacchiamo!’ e che, si sa, sparano in aria con le pistole dicendo ‘Sosteniamo Bernie!’, chiaramente è un modo per attaccarlo, facendolo apparire un rivoluzionario radicale, e per mettere sotto buona luce Hillary, e anche far sembrare Trump un razzista, cosa su cui media giocano.

Hai assolutamente ragione….

Per chiarirsi: si hanno fonti interne che dicono che ciò sia opera di Media Matters di Soros/Brock, che ammettono sia gestito dalla Casa Bianca dove hanno incontri settimanali con l’ex-capo della transizione di Obama…. Abbiamo visto la corsa alla guerra questa estate, quest’autunno, per cercare di offuscare l’intera elezione; è a questo che si vuole arrivare; è questa la salva di apertura…”

a-sith-lords-regrets
Stone: “Penso che Hillary sappia che Trump perderebbe i voti di certi dirigenti repubblicani se fosse candidato. D’altra parte, non importa, a causa della sua sovrapposizione. In questo momento in Ohio, democratici e indipendenti della valle di Mahoning, dove queste persone hanno perso il lavoro a causa dei grandi accordi commerciali globalisti, sono in coda per votare Donald Trump nelle primarie repubblicane, cosa legale in Ohio con alcuni documenti. E abbiamo visto questa stessa sovrapposizione nel Michigan. Così si c’erano sostenitori della Clinton essere elettori economici di Bernie, non tra gli elettori di estrema sinistra, dove lei non passa; ma non tifano per Hillary, sono operai che hanno solo capito di esser stati espulsi dall’economia del nuovo ordine mondiale, un bersaglio ovvio per Trump; già si vede che ne è pietrificata; così, questa piccola manovra, questo sporco trucco di David Brock risolve due problemi in una volta: aiuta ad abbattere Bernie, coinvolgendo tutte queste persone nelle violenze; e squalifica anche Trump nel voto futuro, dipingendolo come razzista o bigotto.
 

Il tutto è una danza kabuki. E penso che sia molto importante che Trump capisca che non è la campagna di Sanders che interrompe le sue manifestazioni; è un’operazione di Hillary Clinton”.

Che sia MovOn.org o MediaMatters.org si tratta di organizzazioni del “Fronte” di Soros, dove Soros ha il segreto dell’organizzazione.

Il fatto è che tali organizzazioni a malapena nascondono i loro piani per una campagna d’intimidazione che può essere definito “terrorismo”, a malapena soft. Tale sfacciataggine e tali azioni, data la popolarità di Trump, rendono difficile credere che tali istigatori possano sperare di fermarne all’improvviso la corsa alle primarie; possiamo anche considerare l’ipotesi opposta, che gli attacchi posano rafforzare la popolarità di Trump (dopo la riunione annullata di Chicago), dopo tale attacco Trump ha attirato grandi folle in Ohio (20000 persone a Dayton, 25000 a Cleveland) dandogli una copertura mediatica nazionale straordinaria.
Inoltre, (gli stessi avversari) sembrano dare per scontato che Trump andrà all’elezione finale e quasi non ne nascondono la soddisfazione; quando Sheyman afferma su MovOn.org: “a Donald Trump e al GOP diamo il benvenuto alle elezioni generali (cioè, nella fase finale delle elezioni presidenziali), sembra fare una dichiarazione di guerra più che sfidare al confronto elettorale.

Così si pone la questione se il vero obiettivo, almeno di Soros, non sia un’altra guerra civile, ma certamente va oltre la competizione elettorale.

(È sicuro che il campo di Trump non rimarrà a lungo senza prendere provvedimenti, che Trump lo voglia o meno; già proposte per costituire milizie per proteggere i raduni pro-Trump circolano su Internet.)

Soros, dietro ogni sovversione del sistema, ha già dimostrato di saper indurire la formula iniziale (passando dalle “rivoluzioni colorate” abbastanza soft all’“istigazione” di quelle molto più hard, come Majdan); perché non dovrebbe inasprirla seguendo la formula di Kiev?

A quale scopo tutto ciò?

Dato che Soros è coinvolto, molte cose sono possibili, anche la mera volontà satanico-nichilistica di distruzione… finalmente si cominciano a misurare le implicazioni del grande collasso della crisi generale del sistema.Clinton-Soros-Sanders

Philippe Grasset, Dedefensa, 13 marzo 2016

lunedì 14 marzo 2016

LA GERMANIA SI RIBELLA A DRAGHI: BANCHE, COMMERCIO, INDUSTRIA PRONTE A BOICOTTARE LA BCE. ''E' UNA CATASTROFE'' DICONO.

ar_image_4738_lvenerdì 11 marzo 2016
BERLINO - Che non sarebbero piaciute ai tedeschi, era già chiaro prima che Draghi le annunciasse ieri. Basti dire che il quotidiano Welt aveva sparato in prima pagina questo titolo: "Draghi intende danneggiare la Germania?".
Quando poi si sono risapute, l'intero blocco finanziario-industriale della Germania ha imbracciato il fucile e ha iniziato a sparare addosso al Governatore della Bce. Le misure rese note da Draghi hanno fatto ribellare l'intero Paese: i provvedimenti sono "catastrofici" per il popolo tedesco, è il commento comune.
E gli attacchi contro il presidente italiano dell'Eurotower impugnano sempre piu' apertamente l'idea dello scontro nord-sud Europa. D'altra parte, anche Draghi ha affrontato il difficile rapporto coi tedeschi personalmente, passando a sua volta all'attacco in conferenza stampa ieri a Francoforte: "Immaginate se non avessimo fatto niente, avessimo incrociato le braccia dicendo 'nein zu allen', no a qualsiasi cosa. Oggi ci ritroveremmo con una disastrosa deflazione".
Ma il tema della deflazione lascia indifferenti la maggior parte degli economisti tedeschi, che in tutta risposta, insieme al potentissimo circuito delle Sparkassen - le Casse di Risparmio delal Germania - vogliono addirittura boicottare i depositi alla Bce, per evitare i tassi negativi, ulteriormente abbassati da Draghi a -0,4%.
"Per il popolo tedesco e' una catastrofe", ha detto senza mezzi termini il presidente della BGA, la Confederazione del Commercio estero e all'Ingrosso, Anton Boerner. "I risparmiatori tedeschi vengono espropriati", ha aggiunto sottolineando che l'effetto del pacchetto-Draghi in concreto è una "gigantesca redistribuzione dal nord verso il Sud".
Dal punto di vista politico, aggiunge il numero uno del commercio tedesco, sono misure che hanno "un potenziale esplosivo, e non aiutano a risolvere i problemi degli Stati indebitati".
Sulla stessa lunghezza d'onda anche il presidente dell'Ifo - il centro studi economici più autorevole della Germania - Hans-Werner Sinn, secondo il quale Draghi salva le banche zombie del sudeuropa. "Il fatto che la Bce decida ora di dare crediti di lunga scadenza alle banche a rischio fallimento del Sud Europa a un tasso negativo dello 0,4% dimostra ancora una volta che questa porti avanti una politica fiscale della redistribuzione per il salvataggio di banche zombie e stati vicini al fallimento".
Per Sinn "questa non e' politica monetaria, ed e' sempre piu' difficile per la Bce venderla come tale". La Bce, ha concluso "coperta dalla Corte di Giustizia europea, si spinge a osare sempre di nuovo oltre i limiti il suo mandato".
E aggiunge il presidente delle Sparkassen Georg Fahrenschon: "le decisioni della Bce rappresenteranno un peso per un numero sempre maggiore di persone nell'eurozona". Mentre la spinta sul Quantitative Easing "aumenta la dose di veleno", facendo delle banche centrali le maggiori creditrici dei loro Stati".
Anche la politica si e' espressa, con una presa di posizione del vicecapogruppo dell'Unione in Bundestag Ralph Brinkhaus, che ha insistito come sempre sulle responsabilita' dei governi: "il pacchetto della Bce non risolve i problemi economici dell'Europa". Senza riforme fatte in modo coerente, le misure di Draghi "cadranno nel vuoto". Il governo di Angela Merkel come sempre tace, per non violare l'indipendenza della Bce. Ma Wolfgang Schaeuble ha fatto trapelare il proprio malumore al G20, riferito oggi dalla Faz. La Germania non puo' certo essere "felice" delle misure di Draghi.
Ora, solo chi pensa che in fondo si tratta comunque di parole, può sottovalutare la totale ribellione tedesca alla Bce. La Germania invece per abitudine e per stile quando prende una posizione netta, la mantiene. Draghi ora ha un potente nemico. Così potente, che per lui è iniziato davvero il conto alla rovescia. Berlino vuole la sua testa, e ha molti strumenti a disposizione per ottenerla, a partire dalla minaccia per niente retorica di abbandonare l'euro.
Tra poco si vota, in Germania. E c'è un partito, Alternativa per la Germania, che al primo punto del proprio programma ha esattamente questo.
Fonte: qui

domenica 13 marzo 2016

LI CHIAMANO NPL O CREDITI DETERIORATI. Ue: chi sta messo peggio?

Italy-Nonperforming-Loans-Yearly-121615SONO PIU' ESPLOSIVI I TITOLI TOSSICI (DERIVATI ECC.) O I "CREDITI DETERIORATI"?

NOTA: LA CRISI E' DOVUTA AL FATTO CHE LA MONETA VIENE EMESSA A DEBITO, CREATA DAL NULLA ATTRAVERSO IL MECCANISMO DELLA RISERVA FRAZIONARIA, E QUESTO HA  COMPORTATO DOPO DECENNI DI POLITICHE DI AFFIDAMENTO CORROTTE, 2 DIVERSE FOLLIE, IN SENO AI SISTEMI BANCARI "OCCIDENTALI":

  1. NEI PAESI DEL SUD EUROPA, PRINCIPALMENTE ITALIA E GRECIA, CREDITI A PIOGGIA VERSO PSEUDO-IMPRENDITORI("AMICI DEGLI AMICI") LEGATI A CORDATE POLITICO/MASSONICHE/SINDACALI;

  2. NEGLI ALTRI PAESI: ESAGERATE ESPOSIZIONI A LEVA SU CONTRATTI "CAPESTRO" DERIVATI E LA NECESSITA' DI MANIPOLARE(TRUFFARE) I MERCATI PER EVITARE I RELATIVI DEFAULT, UN ESEMPIO SU TUTTI, LA TRUFFA AL LIBOR DI LONDRA.

Sono considerati Non-performing loans (Npl) i "crediti deteriorati" in pancia alle banche, ovvero  i crediti per i quali la riscossione è incerta sia sotto il profilo del rispetto della scadenza che per l’ammontare dell’esposizione —quindi sofferenze e incagli di cittadini e aziende indebitatisi con le banche medesime.

Sotto questo profilo, a causa delle depressione economica nonché delle politiche austeritarie e pro-cicliche adottate dal governo Monti in poi, le banche italiane stanno messe male, anzi malissimo —saremmo a 300 miliardi di euro.
Non fosse stato per il Quantitative easing della Bce —grazie al quale le banche han potuto utilizzare la moneta offerta da Francoforte a tassi irrisori per poi acquistare titoli di Stato a più alto rendimento— molte banche italiane sarebbero già andate in default.
In questo contesto si può comprendere la dimensione dello scontro con Berlino ed il "Partito tedesco" i quali ammoniscono che le banche italiane avrebbero in pancia troppi titoli di stato e dovranno allinearsi senza fiatare alle norme sul bail-in entrate in vigore il 1 gennaio.
In estrema sintesi: l'esecuzione dei vincoli del bail-in e l'obbligo alle banche italiane di ricapitalizzarsi contestualmente sbarazzandosi di una parte consistente dei titoli di stato, mentre ha già messo in moto una fuga dei depositi verso l'estero, significherebbe farne precipitare il valore favorendo la loro acquisizione da parte di colossi bancari esteri (anzitutto tedeschi e francesi), altre banche semplicemente fallirebbero.
Nelle tabelle accanto gli attivi delle banche rispetto al Pil di alcuni paesi Ue —indice sicuro del livello di finanziarizzazione sistemica
Ma come stanno le cose con i sistemi bancari degli altri paesi della Unione europea? Ci giunge in soccorso un recentissimo studio de Il Sole 24 Ore.
Cosa si evince? Che se consideriamo quanto pesano titoli derivati o meglio tossici sui bilanci delle banche la situazione è a dir poco allarmante.

Le banche europee (per non considerare quelle a stelle e strisce) stanno messe peggio delle nostre.

Comprese quelle tedesche, che di derivati in bilancio ne hanno a bizzeffe.

 

Degno di nota che il governo tedesco —mentre impedisce a Roma ogni "aiuto di stato" alle banche locali e vorrebbe che queste si sbarazzassero dei titoli pubblici di debito—, per proteggere le proprie, ha adottato da poco una riforma delle legge fallimentare che le mette al riparo da eventuali bolle sui derivati ed i titoli tossici.[1]

NOTE
 
[1] In Germania la direttiva europea sulla risoluzione delle banche ha comportato la modifica alla legge fallimentare. Nella primavera del 2015 il Parlamento ha varato una riforma che introduce un elemento nuovo: le obbligazioni senior (quelle tradizionali) dal 2017 saranno “indebolite” e rese di fatto subordinate rispetto ad altre passività operative non garantite della banca. Per esempio i depositi (anche quelli sopra i 100mila euro) e le passività derivanti da operazioni di derivati.

 

Questo significa che se una banca dovesse fallire, verrebbero “bruciate” prima le azioni, poi le obbligazioni subordinate e poi quelle «senior».

Queste ultime, grazie alla riforma della legge fallimentare, verrebbero dunque aggredite prima dei depositi e delle esposizioni in derivati.

 
La logica di questa scelta è duplice.
 

Da un lato si proteggono i conti correnti e le operazioni in derivati, perché sotto di loro si crea un “cuscinetto” di titoli aggredibili prima.

 
Dall'altro si evita che le banche siano costrette ad emettere tanti nuovi bond subordinati per creare un adeguato “cuscinetto” di titoli (Tlac).
 

Questo protegge i conti correnti e i derivati (molto presenti nelle banche tedesche), ma ha creato contenziosi con gli obbligazionisti senior (che sono investitori istituzionali)

Fonte: qui

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venerdì 11 marzo 2016

Come in Italia così in Grecia: lo scandalo dei mutui facili della Banca Popolare

12801385_975396472526524_2105247659574753599_nL’ennesimo scandalo scoperto in Grecia. Era stato insabbiato prima dell’arrivo di Tsipras. Soldi dei risparmiatori dati in prestito ad imprenditori amici ma senza garanzie. Un buco da 15 miliardi

Uno dei motivi alla base della crisi greca è il fiume di miliardi che lo stato greco ha dovuto sborsare dal 2008 ad oggi per evitare il crollo del suo sistema bancario.

Un sistema bancario gestito dal solito pugno di oligarchi, sì…sempre loro, che si serviva dei soldi dei risparmiatori per concedere prestiti non garantiti a imprenditori “amici” e a società in cui essi stessi avevano partecipazioni, dirette o indirette.

Si tratta di mutui molto consistenti che vengono dati senza le necessarie garanzie. Vengono definiti “thalassodania”, termine intraducibile in italiano e costituito dalle due parole “thalassa” (mare) e “dania” (mutui), perchè come il mare sono di proporzioni smisurate.
Se è vero che il mare non si può raccogliere e contenere da nessuna parte, così è impossibile riscuotere questi mutui ipertrofici.

Fra le banche che hanno elergito “thalassodania” spicca la Banca Popolare di Andrea Vgenopoulos.

La sua banca non si limitò a concedere mutui non garantiti ad imprenditori amici ma anche a tre monasteri ortodossi che complessivamente hanno ottenuto mutui per oltre 300 milioni di euro.

Vgenopoulos era particolarmente generoso nel concedere mutui senza le dovute garanzie anche a società di cui era azionista.

In base ai dati esaminati, fino al 2012 le perdite della Banca Popolare ammontano a 2 miliardi e mezzo di euro nel migliore dei casi, nel peggiore a 15 miliardi.

Il giornalista Kostas Vaxevanis, lo stesso che fu arrestato per aver pubblicato l’allora “top secret” lista Lagarde. mette a segno un’altro colpo rendendo noti i nomi degli oligarchi greci “miracolati” da Vgenopoulos e dalla sua banca.
Gli aspetti di questa vicenda sono utili per comprendere quanto è complesso dil fenomeno “diaplokì” in Grecia.

La diaplokì, che è anche questa una parola intraducibile in italiano, è l’intreccio di interessi fra i diversi tipi di potere che gestiscono il paese, quello politico, quello dei media e quello economico.

Al vertice di tutto ci sono gli oligarchi greci che hanno sostenuto il sistema politico attraverso un uso spudorato dei media e con “thalassodania” concessi ai partiti politici di riferimento (ammontano a centinaia di milioni i mutui concessi a Nea Dimokratia e PASOK), venendo poi ricambiati dal sistema politico con favori di ogni genere, agevolazione negli appalti pubblici, frequenze televisive gratuite, mancati controlli, garanzia di immunità ecc…

Un ruolo oscuro nella diaplokì appartiene anche alla magistratura, o almeno ad una parte di essa. E’ stato anche colpa di magistrati compiacenti se la diaplokì ha potuto agire indisturbata per decenni.

Tornando alla Banca Popolare, per ben due anni due magistrati della sezione anticorruzione, Antonis Eleftherianòs e Yannis Dragacis, hanno indagato sulla gestione della Banca Popolare da parte di Vgenopoulos e dei suoi collaboratori. Ma qualche mese fa gli atti processuali gli vennero letteralmente sfilati di mano e proprio quando stavano per essere emessi i primi avvisi di garanzia. Il giudice della Corte d’Appello Gheorghia Tsatanis richiamò a sè tutta l’istruttoria reclamandone la competenza, per poi, in un secondo momento, archiviare l’indagine senza procedere a nessuna imputazione.
Il dirottamento dell’indagine venne denunciato con un’interpellanza in parlamento da un gruppo di deputati di SYRIZA. Il viceministro della Giustizia competente per la lotta alla corruzione, Dimitris Papanghelopoulos, definì la sottrazione dell’inchiesta ai due magistrati anticorruzione un “golpe giudiziario”.
Pochi giorni fa la Tsatanis(per coprire gli "amici degli amici"!!!) ha denunciato all’Areopago e sulla stampa, “interferenze e pressioni” del viceministro che l’avrebbe pressantemente invitata a restituire l’inchiesta ai colleghi dell’anticorruzione. Nel frattempo l’Areopago ha avviato un procedimento disciplinare nei confronti del magistrato.
Sempre grazie a Vaxevanis e alla sua rivista HOT DOC cominciano a trapelare notizie riguardo alla Tsatanis e si scopre così che come magistrato si è occupata di altri due clamorosi scandali che hanno monopolizzato in passato le prime pagine dei giornali greci, quello noto come “ scandalo del Vatopedio” e quello sulle forniture militare del programma SONAC .
In entrambi i casi i nomi coinvolti sono quelli di personaggi di primo piano di Nea Dimokratia, partito per il quale nelle ultime elezioni politiche è stata candidata la figlia del giudice nonchè suo marito (in passato governatore sempre per lo stesso partito) con un evidente conflitto di interessi.
Fonte: qui

giovedì 10 marzo 2016

Londra, la banca va in fallimento ? Il manager va in galera. Proprio come da noi…

914a2aea-1d62-4e59-8b5f-2e397352b0ac_xlÈ entrata in vigore, in Gran Bretagna, la legge che prevede il carcere per i banchieri che provocano il fallimento delle loro società con comportamenti scorretti. Fortemente voluta dal Cancelliere dello Scacchiere, George Osborne, la nuova legge vuole dimostrare che «il governo ha appreso la lezione del passato».

Per il fallimento della banca, maximulta a carcere fino a 7 anni

La legge, che riguarda i top manager di istituti di credito e banche di investimento, punisce tutte quelle condotte, come la sbagliata gestione del rischio, che anche “solo” per negligenza portano a perdite mettendo a rischio l’impresa e, soprattutto, i suoi clienti. Per i casi più gravi sono previste una pena fino a sette anni di carcere e multe senza limiti che potranno essere attinte anche dai bonus e dagli stipendi.

Osborne: «Giusto il carcere per il top manager colpevole»

Il conservatore Osborne ha parlato della nuova legge come dell’«ultima pietra miliare nel mio piano per garantire che il sistema delle banche britannico operi ai più alti standard possibili». «È assolutamente corretto che un senior manager che con le sue azioni provoca il fallimento della sua banca affronti il carcere», ha rivendicato il Cancelliere dello Scacchiere, che ormai tempo fa paragonò i manager che provocano il fallimento di una banca ai ladri. «È sbagliato che le persone che rubano in un negozio siano messe in galera e che ai cattivi banchieri, invece, non sia chiesto di pagare il conto», disse il Cancelliere, lanciando la campagna che poi avrebbe portato.
Fonte: qui

martedì 8 marzo 2016

2050: Odissea sulla Terra

Il tempo degli umani è scandito dal susseguirsi delle generazioni. L’arco temporale fra una generazione e la successiva, convenzionalmente fissato in 35 anni, dà la misura di come è cambiato il mondo da quando i nostri genitori avevano la nostra età ad oggi. Allo stesso modo siamo portati a guardare al futuro immaginando le vite dei nostri figli quando essi avranno l’età che noi abbiamo oggi. Mi è sembrato allora interessante provare a rivolgere uno sguardo all’anno 2050, cioè ad una generazione da oggi, tentando di estrapolare alcuni dei trend che oggi osserviamo a livello globale in materia di economia, energia ed emissioni di gas serra, con l'obiettivo di prefigurare l'entità delle trasformazioni necessarie a scongiurare gli impatti più gravi dei cambiamenti climatici.
Partiamo dall’economia. E’ notizia recente che la Banca Mondiale ha rivisto al ribasso le stime per la crescita economica globale del 2016, portandola al 2,9% rispetto al 3,4% previsto in precedenza. Le ragioni di una revisione al negativo delle previsioni sono note e non mi soffermerò su questo. Faccio solo notare che una crescita di questa entità del PIL mondiale è la media fra gli aumenti dei paesi emergenti – che seppure in forte difficoltà crescono del 5-7% – e quelli non lontani dallo zero dei paesi sviluppati. Supponendo che questo tasso di crescita annuale si mantenga invariato per i prossimi 34 anni (la qual cosa suona tutt’altro che entusiasmante per il mainstream economico-finanziario e per i leader politici, che si ostinano a sognare crescite ben più sostenute), nel 2050 la ricchezza complessiva delle economie mondiali sarà aumentata di 2,6 volte rispetto ad oggi.
Se consideriamo che la popolazione mondiale sarà di circa 9 miliardi di persone rispetto agli attuali 7,3, questo dato si traduce in un aumento medio pro-capite di 2,1 volte. E’ ovviamente del tutto verosimile che, per quanto lo scandaloso divario fra una esigua minoranza di superricchi e una maggioranza di poveri possa ancora aumentare, gran parte della nuova ricchezza generata sarà destinata ai paesi in via di sviluppo.
Passiamo ora all’energia. Può un simile aumento di ricchezza avvenire senza una crescita parallela dei consumi di energia? Ovviamente no, e neanche su questo mi dilungo.
Osservo solo che, visti i miglioramenti da attendersi in tema di efficienza energetica, i tassi di crescita dell’energia primaria globale saranno con ogni probabilità sensibilmente inferiori all’aumento del PIL immaginato prima.
Nell’ultimo decennio l'energia consumata nel mondo è cresciuta in media del 2,1% l’anno, nonostante la profonda recessione che ha colpito l’economia mondiale.
Ipotizzando dunque una leggera ripresa dei consumi combinata ad ulteriori progressi nell’uso efficiente dell’energia, ho voluto tentativamente immaginare una crescita dell’energia primaria mondiale del 2% l’anno fino al 2050, anche in questo caso a quasi esclusivo beneficio dei popoli in via di sviluppo la cui popolazione aumenterà rapidamente.
Ne risulta al 2050 un raddoppio del fabbisogno di energia rispetto ad oggi.
Con mia sorpresa, ho scoperto che questa grossolana previsione è perfettamente in linea con lo scenario dipinto da Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani in una loro pregevole rassegna appena pubblicata, nella quale viene considerato ottimale un consumo medio pro-capite annuo al 2050 pari a 2,8 tonnellate equivalenti di petrolio (tep) contro il valore di 1,8 registrato nel 2014. I due studiosi argomentano che il valore di 2,8 tep pro-capite deve ritenersi adeguato sulla base di indicatori che correlano il livello di sviluppo umano di una data popolazione con il suo consumo di energia. Si è visto, ad esempio, che paesi come la Nigeria o il Ciad, che presentano elevati tassi di mortalità infantile, hanno un consumo pro-capite di soli 0,1 tep, e che la mortalità diminuisce con l’aumentare della disponibilità di energia fino ad un livello approssimativamente pari a 3 tep, oltre il quale non vi sono ulteriori apprezzabili miglioramenti. Si deve rimarcare come il valore di 2,8 tep considerato desiderabile è comunque largamente inferiore agli attuali consumi pro-capite di paesi come gli USA o il Canada, pari rispettivamente a 7,2 e 9,4 tep.
Dunque, a meno di incrementi strepitosi nell'efficienza energetica (su cui comunque si deve continuare ad investire) o di un collasso dell'economia globale, si può ipotizzare un consumo mondiale di energia al 2050 pari a 25.200 Mtep (2,8 tep x 9 miliardi), che è appunto circa il doppio di quello, pari a 12.928 Mtep, calcolato al 2014 dalla BP Statistical Review of World Energy 2015.
Quale potrà essere il mix delle fonti energetiche a quella data? Non certo quello attuale che vede le fonti fossili giocare un ruolo del tutto predominante. Come sottolineato fino alla noia in questo blog, se vogliamo avere delle chances di contenere a livelli ancora accettabili il riscaldamento globale dobbiamo accelerare la transizione già in atto dalle fonti fossili alle rinnovabili. Pertanto mi sono chiesto quale dovrà essere l’entità dell’incremento annuo da qui al 2050 della quota di energia primaria proveniente dalle rinnovabili non idroelettriche, ed ho provato a fase dei semplici conti.
Ipotizzando che l’apporto percentuale di energia idroelettrica e nucleare, attualmente pari rispettivamente al 7% e al 4%, rimanga invariato (il che vuol dire prevedere comunque un raddoppio del loro contributo in valore assoluto, cosa per nulla scontata considerando per un verso i programmi di smantellamento di molte centrali nucleari nei prossimi vent'anni e per l’altro i limiti alla crescita dell’idroelettrico dovuti alla crescente penuria di acqua in vaste aree del pianeta causata proprio dai cambiamenti climatici), otteniamo gli scenari illustrati nella Tabella 1.
Scenario_transizione
Come si vede, per ribaltare l’attuale egemonia delle fonti fossili non è sufficiente neanche un incremento annuo delle rinnovabili del 10%, che lascerebbe ancora una quota maggioritaria a petrolio, gas e carbone.
La situazione invece si ribalterebbe con un aumento annuo del 12%, che farebbe lievitare le rinnovabili ai 2/3 del totale.
 
La conferma che, nelle ipotesi date, il tasso di aumento del 10% è insufficiente a contenere il riscaldamento globale viene dall’elaborazione riassunta nella Tabella 2, nella quale sono riportate le presumibili variazioni delle emissioni di CO2 in funzione dei diversi tassi di crescita delle rinnovabili.
Secondo questo calcolo approssimativo, solo un incremento ininterrotto non inferiore al 12% annuo fino al 2050 può garantire una consistente riduzione delle emissioni in linea con quanto stimato nello scenario RCP2.6 dell’IPCC (quello che dà buone probabilità di contenere l’aumento delle temperature al 2100 sotto i 2°C), che infatti stima al 60% la quota necessaria di energia “low-carbon” al 2050.
 
Dobbiamo a questo punto interrogarci sulla reale fattibilità di un aumento, anno dopo anno per 35 anni, del 12% della quota rinnovabili non idroelettriche.
Per la verità, il 12% è proprio l’aumento complessivo registrato nel 2014 rispetto al 2013 secondo le statistiche BP. E' possibile mantenere per tanto tempo un incremento così sostenuto?
 
E’ facile comprendere che si tratta di un’impresa immane, che in assenza di innovazioni tecnologiche dirompenti richiederebbe la produzione e l’installazione forsennata di moduli fotovoltaici, pale eoliche e centrali solari termodinamiche per molti anni e in ogni angolo del globo (compatibilmente con l'insolazione e la ventosità).
 
Anche con il massimo supporto politico possibile, che peraltro oggi non c'è, una crescita impetuosa di un singolo comparto industriale per un tempo così lungo presenta enormi ostacoli. Secondo l’ultimo rapporto della International Energy Agency (IEA), in assenza di forti stimoli politici ed economici è da attendersi un rallentamento dell’attuale trend di crescita delle rinnovabili sia nei paesi sviluppati che in quelli emergenti, a causa di persistenti barriere di accesso ai mercati, difficoltà di integrazione nelle reti elettriche, mancanza di incentivi adeguati e persistenza di sussidi alle fonti fossili. Va poi ricordato che quasi tutta l’espansione delle rinnovabili registrata finora si riferisce alla produzione di elettricità: i settori dei trasporti e del riscaldamento continuano ad essere dominati dalle fonti fossili, e tutto lascia pensare che lo saranno ancora per parecchi anni.
 
Oltre ad una certa stabilità economica (tutt’altro che garantita in tempi nei quali la volatilità dei mercati la fa da padrona e il rischio di un nuovo shock globale è dietro l'angolo), all'assenza di conflitti su vasta scala e ad una sufficiente tenuta degli equilibri ecologici fondamentali, il prerequisito fondamentale perché una scommessa così azzardata possa essere vinta è la disponibilità ancora per parecchi anni di energia a basso costo (per uscire dalle fonti fossili abbiamo bisogno delle fonti fossili, come è stato già spiegato in un precedente post), necessaria per la produzione di una mole imponente di dispositivi e impianti di energia rinnovabile e relative infrastrutture di supporto.
 
L’attuale congiuntura che vede le quotazioni del greggio ai minimi da molti anni è una preziosa opportunità e deve costituire uno stimolo a potenziare gli sforzi produttivi.
 
Lo scenario potrebbe mutare in peggio nel giro di pochi anni man mano che la disponibilità di giacimenti ad alto ERoEI andrà a scemare, e a quel punto tutto sarà più difficile e imprevedibile.
Lo sforzo collettivo della nuova generazione di giovani può cambiare il mondo. E’ già accaduto in passato e può accadere ancora.
La missione assomiglia ad una nuova odissea, non nello spazio ma sulla Terra, dove però non ci sarà nessun misterioso monolite nero a guidarci.
Se fallirà, sarà soprattutto a causa delle scelte sbagliate della nostra generazione, che non potrà mai perdonarsi di aver lasciato un pianeta così malridotto ai nostri figli.
Stefano Ceccarelli
Da Stop Fonti Fossili

mercoledì 2 marzo 2016

MONTI? LETTA? RENZI? SEMPRE PEGGIO!

matteo-renzi-enrico-310980EUROSTAT E ISTAT BASTONANO RENZI: I DATI SULL’OCCUPAZIONE ERANO MIGLIORI CON ENRICO LETTA PREMIER

NEL GENNAIO 2014 L’ITALIA ERA AL 21° POSTO IN EUROPA PER LA DISOCCUPAZIONE: ORA E’ AL 23°, SORPASSATA DA SLOVACCHIA E BULGARIA -

Matteo, salutaci il jobs act: anche sulla disoccupazione giovanile rispetto alla media dei 28 paesi europei l’Italia è stata peggiore con Renzi rispetto a Letta.

C’erano a inizio 2014 18,30 punti più della media d’Europa, oggi la distanza si è allargata a 19,70 punti

Franco Bechis per www.limbeccata.it
CONFRONTO LETTA RENZI
CONFRONTO LETTA RENZI

Il confronto fra i due è impietoso. A due anni di distanza l’unica differenza vera fra i risultati del governo di Enrico Letta e quelli del governo di Matteo Renzi è nel ciclo economico: era ancora incerto ai tempi di Letta, con molti paesi a pil calante, ed è positivo nell’epoca Renzi. Così va il mondo!

Rispetto alla media dell’area dell’euro e a quella dell’Europa a 28, in tutti i dati macroeconomici Letta batte Renzi. Il più confronto più clamoroso e inatteso, vista la prosopopea che ha accompagnato il job act, viene dai dati sulla disoccupazione forniti da Eurostat e Istat il 1 marzo 2016. Anche sul lavoro dunque Letta batte Renzi(E GIA' ERAVAMO AL DISASTRO ECONOMICO/SOCIALE!!!). Basta guardare la classifica europea, dove tutti i paesi sono messi sullo stesso piano di fronte al ciclo economico.
MATTEO RENZI NELL UFFICIO DI LETTA A PALAZZO CHIGI
PALLONARI A CONFRONTO
Nel gennaio 2014, ultimo mese del governo Letta, l’Italia era al 21° posto nella classifica europea sulla disoccupazione (che va dal paese più virtuoso, con meno disoccupati- all’epoca l’Austria, a quello più negligente, con più disoccupati, la Grecia che era al 28° posto). Aveva dietro di sè Bulgaria, Slovacchia, Portogallo, Cipro, Croazia, Spagna e Grecia. L’Italia aveva 0,90 punti di disoccupazione più della media dei paesi dell’euro e 2,10 punti in più della media dei 28 paesi europei.
CONFRONTO LETTA RENZI 2
CONFRONTO LETTA RENZI
A gennaio 2016 con il governo Renzi l’Italia è scivolata in classifica di due posizioni: è al 23° posto in Europa sulla disoccupazione (il più virtuoso è la Germania e al 28° posto c’è sempre la Grecia).

L’Italia è stata sorpassata dalla Slovacchia che stava due posizioni indietro con Letta e ora si trova due posizioni davanti, e pure dalla sorprendente Bulgaria che le stava subito dietro al 22° posto ed oggi è al 15° posto in classifica, otto posizioni davanti a Renzi.

Appena meno peggio il confronto Letta-Renzi sulla percentuale di disoccupazione giovanile. Il job act non ha migliorato nulla: l’Italia era quartultima in Europa e quartultima per disoccupazione giovanile resta, con il 25° posto su 28 nella classifica che va dal paese più virtuoso (la Germania) a quello meno (la Grecia). Rispetto alla media dell’area dell’euro l’Italia è restata più o meno distante uguale (oltre 17 punti percentuali).
LETTA E RENZI
PALLONARI NELLA FOTO
Rispetto alla media dei 28 paesi europei l’Italia è stata peggiore con Renzi rispetto a Letta: c’erano a inizio 2014 18,30 punti più della media d’Europa, oggi la distanza si è allargata a 19,70 punti. Quindi anche sul solo settore che faceva immaginare un passo diverso, Renzi ha avuto un passo da lumaca rispetto a Letta che lui accusava proprio per questo. E attenti, perchè l’Italia è quartultima, ma in due anni Cipro che era quintultima con 1,40 punti in meno è andata meglio, e ha quasi 8 punti di vantaggio rispetto all’Italia.
La Croazia, terzultima era a 8,1 punti dall’Italia ed ora è appena a 4,8 punti. La Spagna- penultima era a 12,9 punti dall’Italia ed  oggi è a 5,7 punti. E la Grecia era ultima a 17,3 punti dall’Italia ma oggi è appena a 8,7 punti da Renzi.

Non solo il job act non ha prodotto nulla rispetto al ciclo economico, ma non è nemmeno riuscito a fare stare l’Italia in linea con gli altri paesi europei…

Un altro clamoroso bluff del governo in carica…

Fonte: qui