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mercoledì 31 ottobre 2018

PIL - A SETTEMBRE CROLLO DI IMMATRICOLAZIONI DI AUTO (MA VANNO MALE IN TUTTA EUROPA) E INVESTIMENTI PER MACCHINARI


IL SETTORE IMMOBILIARE E’ FERMO E I CONSUMI DELLE FAMIGLIE SONO PIATTI 

ANCHE LE SCORTE INDUSTRIALI POTREBBERO ESSERSI RIDOTTE 

RESTA L'EXPORT, CHE PAGA LE TURBOLENZE DEL COMMERCIO MONDIALE 

LE MISURE DEL GOVERNO POSSONO RIALZARE IL PIL? 

Dario Di Vico per il “Corriere della Sera”

giovanni tria a porta a porta 4GIOVANNI TRIA A PORTA A PORTA
Lo zero nella casella del Pil del terzo trimestre non è stato un fulmine a ciel sereno, le previsioni degli addetti ai lavori si spingevano al massimo a ipotizzare un +0,1%. Che il momento sia grave è quindi opinione largamente diffusa anche perché, come spiega l'Istat, è stata l'industria a zavorrare la crescita.

Del resto basta un rapido giro d'orizzonte per veder coincidere statistiche e evidenze empiriche. Il mercato dell' automotive, vero grande protagonista della ripresa dal 2015 ad oggi, si è inceppato. Nel mese di settembre le immatricolazioni di auto nuove paragonate all' anno prima sono crollate del 25,4%, quelle degli autocarri del 21,7%.

Le vetture Fiat immatricolate sono passate da 33 mila unità a sole 18.700. Se alziamo la testa dal caso italiano ci accorgiamo però che per le quattroruote le cose vanno male in tutta Europa, con la sola eccezione di Croazia e Bulgaria. Settembre è stato nero per il mercato tedesco (addirittura -30,5%), per quello francese (-12,8%) e l' iberico (-17%).
di maio conte salvini 2DI MAIO CONTE SALVINI

L'altro potente driver della ripresa italiana era stato rappresentato dagli investimenti in macchinari ma proprio nei giorni scorsi i dati Ucimu sugli ordini interni di beni strumentali e robot hanno certificato un -15,3%. C'è da tenere presente che statisticamente il terzo trimestre '18 si confronta con un analogo periodo-record del '17 ma non c'è dubbio che l'adrenalina 4.0 legata al piano Calenda sia scesa di molto.

Chi ha rinnovato per tempo i macchinari ha indovinato il timing giusto, chi non l'ha fatto non trova attorno a sé quel clima di fiducia/accompagnamento necessari per superare dubbi e pigrizie. Se passiamo in rapida successione gli altri possibili motori della crescita non troviamo grandi appigli.

CROLLO DEL MERCATO IMMOBILIARECROLLO DEL MERCATO IMMOBILIARE
Il mondo del mattone con questi chiari di luna non si è potuto certo svegliare e anche i consumi delle famiglie sono piatti. Resta l'export che paga direttamente le turbolenze del commercio mondiale legate al revival del protezionismo. Infine non ci sono dati certi ma si ha l' impressione che anche le scorte industriali si siano ridotte: certe che il credito non potrà che restringersi le imprese fanno maggiore attenzione al capitale circolante e tirano indietro la mano.

Queste considerazioni si proiettano ben oltre le previsioni sul '18 - che dovrebbe chiudere con un incremento del Pil dell' 1,1% - ma compromettono seriamente il 2019. Il monitoraggio dei centri di ricerca indica un risultato finale pari a 0,8, se non peggio. E qui arriviamo all'incrocio con le scelte del governo Conte.

CASA IN VENDITA jpegCASA IN VENDITA
Come sappiamo la previsione governativa per il '19 è molto lusinghiera e parla di +1,5%, sappiamo anche come questo numero sia un mero alibi per giustificare con la Ue una manovra più larga dal lato della spesa. Ma la domanda che ci si deve porre è: le misure decise dal governo in che maniera possono muovere il Pil? Partiamo dalla revisione della legge Fornero: non dà maggiore liquidità ai pensionandi, anzi.

Un beneficio per la crescita potrebbe generarlo grazie a un effetto di sostituzione giovani-anziani che fosse largo perché a quel punto si amplierebbe la platea dei potenziali consumatori. Ma su questo esito pesano due interrogativi: l'implementazione dell'intera operazione non è immediata perché avverrà a 2019 in corso e non sappiamo in che proporzioni le imprese sostituiranno i pensionati.

FLAT TAXFLAT TAX
Passiamo al reddito di cittadinanza e anche in questo caso non conosciamo la tempistica dell'attuazione. Il provvedimento è rivolto alle famiglie a basso reddito e di conseguenza potrebbe avere effetti sui consumi tipici di un paniere di base, alimentari e abbigliamento. In che misura alla fine ciò influisca positivamente sul Pil ovviamente non si può prevedere.

Infine la manovra contiene 3,5 miliardi di investimenti pubblici e in questo caso però congiurano nell'alimentare lo scetticismo degli analisti due motivazioni, la tradizionale difficoltà a scaricare a terra velocemente la spesa per investimenti per le lungaggini amministrative e la diatriba sulle infrastrutture che divide le due anime del governo.

Fonte: qui

domenica 15 luglio 2018

Industria italiana: qual è la causa del declino?



Negli ultimi anni si sono formate due opinioni contrapposte sulle cause della decadenza economica e industriale italiana. Schematizzando drasticamente, una riconduce tali cause all’integrazione economica e valutaria europea (Uem), l’altra assolve quest’ultima, escludendo di conseguenza l’utilità di una uscita del nostro Paese dall’euro e dalla Ue. Secondo quest’ultima visione il declino italiano sarebbe imputabile esclusivamente alla mancanza di una politica industriale, collegata alla fragilità della struttura industriale italiana, caratterizzata da imprese nane, poco orientate all’export, scarsamente innovative e concentrate in settori produttivi maturi (agroalimentare, turismo, beni di lusso).

Il declino italiano, tempi e cifre

Il primo aspetto da chiarire è se e in quale misura il declino italiano, nel Pil e nella manifattura, si sia manifestato nel periodo precedente all’introduzione dell’euro nel 2002. La dinamica del Pil non denota una marcata tendenza al declino, almeno in confronto alla Germania e alla Ue, prima dell’euro (Fig.1). La crescita media annua dell’Italia tra 1995 e 2007 è analoga a quella della Germania (1,5% contro 1,6%), mentre è inferiore, ma non di molto, rispetto a quella della Ue tra 1995 e 2001 (1,7% contro 2,4%). La divergenza tra l’Italia, da una parte, e la Ue e soprattutto la Germania, dall’altra, inizia dopo l’introduzione dell’euro, accelera con lo scoppio della crisi nel 2007-2008, ma si approfondisce solamente a partire dal 2011. Ad ogni modo, tra 2007 e 2017, l’Italia decresce mediamente per anno dello 0,6%, mentre la Ue cresce dello 0,8% e la Germania dell’1,2%.

Fig. 1 – Andamento del Pil di Italia, Germania, e Ue (2010=100, dati a prezzi concatenati; 1995-2017)
Fig.1moro
Fonte: database Eurostat

La divergenza successiva al 2011 fu dovuta all’impossibilità, di fronte alla maggiore crisi dal dopo guerra, a manovrare sui tassi di cambio e sui tassi d’interesse, e all’imposizione di una rigidissima austerità da parte del governo di Mario Monti e di quelli successivi, in ottemperanza ai trattati europei ed in particolare al Fiscal compact. Inoltre, il regime di cambi fissi introdotto con l’euro ha favorito la Germania – che ha registrato una sottovalutazione del tasso reale di cambio nel 2014 tra il 5% e il 15%[i] –  spingendone le esportazioni. L’Italia, invece, ne è stata svantaggiata, e ha dovuto procedere a una drastica contrazione della sua base produttiva e occupazionale e alla riduzione del costo del lavoro per poter recuperare competitività nelle esportazioni. Sono state proprio la forte ristrutturazione e l’austerity, combinate insieme, a deprimere pesantemente il mercato interno, che a sua volta ha inciso sul crollo del Pil dopo il 2011.

Fig. 2 – Performance relativa di industria e manifattura italiana su quella tedesca (valore aggiunto a prezzi costanti italiano in% quello tedesco)
Fig.2
Fonte: database Unctad

Tuttavia, se osserviamo la performance relativa della manifattura italiana nei confronti di quella tedesca, l’impatto negativo dei cambi fissi, sebbene sia stato più marcato dopo la crisi, appare evidente anche in precedenza (Fig.2). L’incidenza del valore aggiunto italiano su quello tedesco cresce quasi ininterrottamente dal 1970 (31%) fino al 1997 (57,5%), anno in cui il cambio della lira verso il marco viene portato ai livelli che saranno fissati con l’euro. Dopo il 1997 inizia il declino, che porta l’incidenza della manifattura italiana su quella tedesca a livelli non molto superiori a quelli del 1970 (38,3%). Quanto abbiano pesato i cambi fissi sui livelli di produzione della manifattura è evidente dal confronto con l’industria, che cresce fino al 2005, subendo un vero e proprio crollo solo a partire dal 2010. Infatti, nell’industria hanno un peso importante le costruzioni, che non hanno risentito dell’introduzione dei cambi fissi, perché, a differenza della manifattura, non sono rivolte all’export. Le costruzioni, invece, hanno risentito del crollo del mercato interno, dovuto soprattutto alla brusca riduzione degli investimenti pubblici, imposti dalla Ue. Infatti, si può osservare come la curva dell’industria declini bruscamente a partire dal 2010-2011.

Fig. 3 – Andamento degli investimenti fissi lordi Italia, Germania e Ue (2010=100; dati a prezzi concatenati; 1995-2017)
fig.3
Fonte: database Eurostat

L’impatto combinato sull’Italia della ristrutturazione del sistema produttivo e del venire meno dello stimolo della spesa pubblica risulta evidente anche nel divario, creatosi dopo il 2010, tra gli investimenti fissi di Germania e Ue, da una parte, e dell’Italia, dall’altra parte, che è ancora più marcato di quello osservabile nel Pil (Fig. 3).

Fig. 4 – Andamento della spesa pubblica di Italia, Germania e Ue (2010=100, valori nominali, 1995-2016)
fig.4
Fonte: database Eurostat

Del resto, la spesa pubblica italiana risulta congelata durante tutto il periodo successivo allo scoppio della crisi (Fig. 4). La crescita media annua della spesa pubblica italiana passa dal 4,1% del periodo 1995-2007 all’1,1% del periodo 2007-2017. Ciò significa che, considerando l’inflazione, la spesa rimane in termini reali quantomeno ferma ai livelli pre-crisi. Viceversa la crescita della spesa pubblica tedesca aumenta dal -0,1% al 2,9%, mentre quella francese rallenta ma in modo molto più ridotto dell’Italia, dal 3,6% al 2,4%[ii].
L’euro – cioè i cambi fissi e l’alienazione alla Bce dell’emissione di liquidità e della determinazione dei tassi di interesse – nonché i vincoli imposti al bilancio pubblico dai trattati europei rendono rigida una economia e incapace della necessaria flessibilità in caso di shock esterni, come è avvenuto proprio dopo il 2007-2011 nell’area euro in occasione di una crisi globale. Tale rigidità strutturale si manifesta inevitabilmente proprio in concomitanza con lo scoppio di crisi strutturali, portando alla deflazione salariale e alla drastica contrazione della base produttiva.

Mancanza di politica industriale, c’entra qualcosa la Uem?

Quanto detto sopra non significa che l’Italia non sconti la mancanza di una politica industriale da prima che l’euro venisse introdotto. Dobbiamo, però, considerare che l’indirizzo di politica economica dei governi italiani è stato condizionato dal “vincolo esterno” europeo (privatizzazioni comprese) sin dagli anni ’80 e ’90, prima mediante lo Sme e poi con l’obiettivo di realizzare le condizioni per poter entrare nella moneta unica. Ma la domanda giusta da farsi è un’altra: è possibile, all’interno dell’euro, mettere in pratica una politica industriale, soprattutto se questa è basata sul ruolo centrale del pubblico e sulle specificità di un singolo Stato? La risposta non può che essere negativa. Senza la possibilità di utilizzare gli strumenti di politica monetaria, alienati alla Bce, non è possibile sviluppare una politica economica, tantomeno una politica di massiccio intervento pubblico, che, fra l’altro entrerebbero in contrasto anche con l’articolo 107 sugli aiuti di stato del Trattato sul funzionamento dell’Ue (TFUE). Del resto, la politica economica dei singoli stati è di competenza dell’Unione, come stabilito all’articolo 119 del TFUE:
“L’azione degli Stati membri e dell’Unione comprende, alle condizioni dei trattati,  l’adozione di una politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli stati membri (…). Parallelamente, alle condizioni e secondo le procedure previste dai trattati, questa azione [quella di definire una politica economica] comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione di una politica monetaria e di cambio uniche che abbiano l’obiettivo principale di mantenere stabili i prezzi (…). Queste azioni dell’Unione e degli stati membri implicano il rispetto dei seguenti principi direttivi: prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane affinché la bilancia dei pagamenti sia sostenibile.”

La fragilità industriale italiana  e l’euro

L’economia e le imprese italiane certamente presentano delle fragilità, soprattutto nei confronti della Germania, che nella manifattura ha oltre 4mila imprese sopra i 250 addetti, contro le 1200 italiane, le cui dimensioni medie per valore aggiunto sono appena il 70% delle tedesche[iii]. Ma l’economia e la manifattura italiane sono davvero così fragili? È vero che le imprese italiane non esportano? 
La verità è che la bilancia commerciale italiana realizza surplus crescenti dal 2012, mentre quelle di Francia, Spagna e Regno Unito sono sempre in deficit. Il surplus commerciale italiano nel 2017 è in valore assoluto il terzo della Ue (dopo quello tedesco e quello dei Paesi Bassi, che però è gonfiato dalle riesportazioni, soprattutto tedesche, dal porto di Rotterdam). Il valore dell’export italiano sul Pil è passato dal 27,4% del 2007 al 30% del 2016; il suo incremento medio annuo tra 2002 e 2017 è del 3,2%, cioè oltre il doppio di quello francese, in particolare la sua crescita tra 2009 e 2017 raggiunge il 4,9% annuo.
Altra questione: l’Italia ha bisogno della Uem e della Ue mentre la Germania ne ha molto meno bisogno, avendo sostituito l’export intra-Ue con quello extra-Ue, specialmente verso la Cina? In realtà, tutti i paesi della Uem hanno diminuito la loro quota di export di beni intra-Ue, a causa del crollo dei mercati domestici, determinata dalla austerity. La quota dell’export intra-Ue sul totale dell’Italia è diminuita tra 2002 e 2017 (55,6%) di circa 6 punti percentuali analogamente alla Germania, la cui quota di export intra-Ue però rimane superiore a quella dell’Italia (58,5%). È vero che le imprese italiane concentrano la produzione in settori arretrati o comunque tradizionali come l’alimentare e i beni di lusso? Tra 2007 e 2016 il maggiore incremento della produzione di valore aggiunto nel manifatturiero si è realizzato nel settore alimentare, in effetti maturo e a bassa tecnologia, ma un forte incremento si è registrato anche nei macchinari, a medio-alta tecnologia, e nei settori ad alta tecnologia della chimica, del farmaceutico e della produzione di Pc, strumenti ottici e elettronici. 

Nell’export la crescita maggiore, tra 2015 e 2016, si registra nel farmaceutico (con una quota sul totale del 5,1%) e nei mezzi di trasporto (11,4%). Il settore più importante dell’export è quello dei macchinari e apparecchi, sia come quota (18,2%), sia come contributo al surplus commerciale (48 miliardi di euro su circa 51 totali nel 2016), non certo l’alimentare, che raggiunge una quota del 7,6%[iv].
Soprattutto, bisognerebbe chiedersi se e come l’introduzione dell’euro ha aiutato a affrontare le fragilità, vere o presunte, della struttura delle imprese italiane. La manifattura (non i servizi) ha raggiunto una maggiore competitività, ma non certo perché l’euro ha permesso di far ricorso, attraverso l’eliminazione delle svalutazioni competitive, a strumenti competitivi più “sani”. La competitività è stata incrementata più che mediante l’innovazione e la tecnologia, soprattutto mediante una feroce ristrutturazione del tessuto imprenditoriale che ha distrutto, insieme al mercato interno, moltissime imprese e posti di lavoro. Tra 2008 e 2015, nella manifattura il 15,3% delle imprese (il 22,3% delle piccole imprese) e il 18% dei loro addetti è stato eliminato dal mercato, mentre il valore aggiunto è rimasto quasi stabile (+0,6%), sebbene solo in termini nominali. In questo modo, cioè a causa della espulsione di massa di lavoratori dalla produzione, la produttività apparente per addetto tra 2007 e 2016 è aumentata del 20,6% (più che in Francia, Spagna e Germania)[v]; le dimensioni aziendali – che vanno viste in termini di valore aggiunto più che in termini di addetti (dato il peso delle espulsioni dal lavoro e l’aumento dei settori ad alta intensità di capitale) – delle sopravvissute sono aumentate tra 2008 e 2015 del 18,8%.
Le esportazioni italiane dipendono solo dalla qualità e non dai costi e quindi dal prezzo? In effetti, alcuni settori hanno persino potuto aumentare i prezzi relativi dell’export, come l’abbigliamento e soprattutto la pelletteria, riducendo la loro quota mondiale. Però, i crescenti saldi della bilancia commerciale italiana derivano, oltre che dalla diminuzione della crescita dell’import, a causa della contrazione della capacità di acquisto di famiglie e imprese, dall’incremento della crescita dell’export, a causa dell’aumento della produttività e della riduzione del costo del lavoro, dovuto alle controriforme del mercato del lavoro e alla realizzazione di un esercito di riserva industriale[vi]

Ciò ha permesso un aumento della competitività di prezzo, mediante una riduzione del valore unitario dell’export, il cui indice generale è sceso da 201 nel 2008 a 176,5 nel 2016[vii]. Il calo è più evidente nel tessile, nell’elettronica (componenti e di consumo), nel chimico-farmaceutico e nei macchinari[viii]. Proprio questi ultimi due settori hanno non solo ridotto il loro valore unitario relativo ma lo hanno fatto più della media Ue, migliorando le loro quote di mercato mondiale e fornendo il maggiore contributo alla formazione e all’ampliamento dei surplus commerciale italiano (Fig. 5).

Fig. 5 – Variazione del valore unitario relativo dell’export di Italia e Ue (mondo=1)
fig.5
Fonte: ITC, Trade competitiveness map

Inoltre, il calo del costo del lavoro ha permesso il miglioramento della redditività delle imprese sopravvissute. Tra le imprese della manifattura al di sopra dei 250 addetti il margine operativo lordo sul fatturato è passato dal 5,8% del 2008 al 7,5% del 2015, rimanendo superiore a quello delle omologhe tedesche[ix].

Euro e crisi dell’accumulazione capitalistica

L’euro rappresenta, in questa fase storica e nelle condizioni dell’Europa occidentale, uno strumento decisivo nella riorganizzazione della produzione di profitto. Sergio Marchionne ha individuato le cause della sovraccapacità produttiva dell’industria europea nella resistenza alla eliminazione, durante le crisi precedenti, di imprese e impianti ridondanti[x]. Tali resistenze furono favorite dai meccanismi di riequilibrio monetari (ad esempio le svalutazioni) e dall’intervento statale, incluso il welfare, che attutì l’effetto depressivo dei licenziamenti sul costo del lavoro. Questo discorso vale in particolar modo per l’Italia, in cui l’incidenza di piccole e medie imprese è maggiore. In occasione dell’ultima crisi, invece, questi fattori di resistenza alla distruzione di mezzi di produzione e forza lavoro sono stati neutralizzati dall’euro e dall’austerity. L’euro è certamente servito a affrontare alcuni limiti competitivi del capitale italiano, ma nel modo sbagliato o, più precisamente, nel modo che ha favorito lo la ripresa dei profitti dello strato di vertice del capitale, quello di grandi dimensioni e multinazionale, scaricandone i costi sul lavoro salariato e sulle imprese più piccole o che lavorano sul mercato domestico.

L’euro ha favorito l’applicazione di tutte quelle misure che storicamente il capitale impiega per contrastare il calo di redditività degli investimenti: la creazione di un ampio esercito di riserva (disoccupati, precari e sottoccupati), il taglio del salario – diretto, indiretto (welfare) e differito (pensioni) -, l‘aumento del saggio di sfruttamento della forza lavoro, la centralizzazione dei capitali, l’export di merci e investimenti produttivi. Questo, però, non sarebbe stato realizzabile senza la modifica dei rapporti di forza fra le classi all’interno dello Stato e quindi senza la rimodulazione del funzionamento dello Stato nazionale mediante la delega di alcune sue funzioni strategiche al livello sovranazionale europeo. In questo modo, l’integrazione europea ha consegnato al capitale una capacità di riorganizzazione dei rapporti sociali complessivi inedita nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale.  Il risultato è la ripresa dell’accumulazione, almeno per il momento, guidata dallo strato superiore del capitale, quello maggiormente integrato a livello sovrannazionale, al costo, però, della maggiore distruzione di capacità produttiva manifatturiera dal ’29, di una economia nazionale in stagnazione strutturale e in presenza di livelli occupazionali e salariali permanentemente depressi.

Fonte: qui

[i] Imf, Germany. Country Report n. 14/216, July 2014.
[ii] Elaborazioni su dati Eurostat, General government expenditure by function (COFOG).
[iii] Elaborazioni su dati Eurostat, Annual enterprise statistics for special aggregates of activities (NACE Rev. 2).
[iv] Istat, Annuario 2017, cap. 15, Tav. 15.2.
[v] Istat, Rapporto annuale 2018, Cap. 1, Fig. 1.31.
[vi] Istat, Rapporto sulla competitività dei settori, 2017, p. 6. “A partire dal 2014 si osserva un sostanziale recupero della competitività di prezzo attraverso il costo del lavoro, favorito anche dai provvedimenti di decontribuzione attuati nel 2015. Ciò ha portato a una parziale riduzione del cospicuo differenziale con la Germania accumulato negli anni precedenti. Nell’ultimo biennio, la crescita del valore aggiunto manifatturiero (quasi +5 per cento) è stata la più sostenuta tra le economie Eur4.”
[vii] Indice 2000=100. Unctad, Merchandise: Trade value, volume, unit value, terms of trade indices and purchasing power index of exports, annual, 1980-2016.
[viii] ITC, Trade competitiveness map, Trade performance index, Relative unit value of export.
[ix] Eurostat, Industry by employment size class, (Nace Rev.2, B-E).

[x] J. Ewing and B. Vlasic, Europe’s auto industry has reached day of reckoning, “The New York Times”, July 25 2012.

mercoledì 25 maggio 2016

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E’ IL PEGGIOR RISULTATO DAL 2013: PESA IL CROLLO DELLE ATTIVITA’ ESTRATTIVE (-39,5%) A CAUSA DELLA CRISI DELL’ILVA. MALE ANCHE TESSILE E ABBIGLIAMENTO (-9,8%)

Brusca frenata per l’industria italiana e questa volta vanno male anche le auto: primo calo dal dicembre 2013, -6,5% su base annuale.

La maggiore diminuzione colpisce la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-22,4%)

INDUSTRIA
INDUSTRIA
A marzo il fatturato dell’industria italiana è calato del 3,6% rispetto allo stesso mese del 2015, il peggiore calo su base annuale a partire dall’agosto 2013. A trascinarlo verso il basso sono stati il crollo delle attività estrattive (-39,5%) e della fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati, insieme al tessile e abbigliamento (-9,8%) e alla metallurgia (-9,4%).
A sorpresa, ha però perso terreno anche quel settore auto che nel 2015 aveva invece trainato la debole ripresa del pil: il comparto, ha fatto sapere l’istituto durante il briefing con i giornalisti, ha fatto segnare un -6,5 per cento, primo cedimento dal dicembre del 2013. La fabbricazione di mezzi di trasporto nel suo complesso (nella voce sono comprese navi, locomotive e aerei) resta invece in progresso del 5,1%.
INDUSTRIA 2
INDUSTRIA
Risultato: l’indice destagionalizzato dei ricavi dell’industria tocca il minimo da due anni a questa parte. Fatto 100 il livello del 2010, a marzo 2016 si scende a quota 96. Non un segnale incoraggiante per la ripresa italiana, anche se l’andamento dell’industria a marzo è già inglobato nello stentato andamento del pil nel primo trimestre, quando ha segnato un aumento dello 0,3% contro il +0,5% medio dell’Eurozona.
industria hi tech
INDUSTRIA
A pesare è probabilmente lo stallo dell’Ilva e del suo indotto, mentre è da escludere l’effetto del sequestro del centro oli Eni di Viggiano, visto che risale al 31 marzo. La contrazione del fatturato è sintesi della flessione del 2,6% sul mercato interno e di un lieve incremento (+0,1%) su quello estero.
ILVA
ILVA
Ma il dato scende anche su base mensile, con una flessione rispetto a febbraio dell’1,6%. E ancora, si registra il segno meno anche considerando la variazione tra l’ultimo trimestre del 2015 e i primi tre mesi del 2016: in questo caso, la contrazione è dell’1,1%.
Risultano in contrazione mese su mese anche gli ordinativi (-3,3%), che invece, rispetto all’anno precedente, crescono dello 0,1%. Il calo su base mensile è verificato sia sul mercato interno (-1,5%), sia su quello estero (-5,8%).
A contribuire al crollo del fatturato dell’industria è stata anche la componente interna dell’energia e, in particolare, la maggiore diminuzione colpisce la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-22,4%).
IMPIANTO ILVA A TARANTO
IMPIANTO ILVA A TARANTO
Invece gli incrementi più rilevanti si registrano nella fabbricazione di computer e prodotti di elettronica (+6,5% sull’anno), i mezzi di trasporto (+5,1%, nonostante il calo degli autoveicoli del 6,5%) e i prodotti farmaceutici (+4,9%). Su base congiunturale, gli indici segnano incrementi per l’energia (+3,2% sul mese) e cali per i beni strumentali, i beni intermedi (-2,5% per entrambi) e i beni di consumo (-0,6%).

Fonte: qui

lunedì 14 marzo 2016

LA GERMANIA SI RIBELLA A DRAGHI: BANCHE, COMMERCIO, INDUSTRIA PRONTE A BOICOTTARE LA BCE. ''E' UNA CATASTROFE'' DICONO.

ar_image_4738_lvenerdì 11 marzo 2016
BERLINO - Che non sarebbero piaciute ai tedeschi, era già chiaro prima che Draghi le annunciasse ieri. Basti dire che il quotidiano Welt aveva sparato in prima pagina questo titolo: "Draghi intende danneggiare la Germania?".
Quando poi si sono risapute, l'intero blocco finanziario-industriale della Germania ha imbracciato il fucile e ha iniziato a sparare addosso al Governatore della Bce. Le misure rese note da Draghi hanno fatto ribellare l'intero Paese: i provvedimenti sono "catastrofici" per il popolo tedesco, è il commento comune.
E gli attacchi contro il presidente italiano dell'Eurotower impugnano sempre piu' apertamente l'idea dello scontro nord-sud Europa. D'altra parte, anche Draghi ha affrontato il difficile rapporto coi tedeschi personalmente, passando a sua volta all'attacco in conferenza stampa ieri a Francoforte: "Immaginate se non avessimo fatto niente, avessimo incrociato le braccia dicendo 'nein zu allen', no a qualsiasi cosa. Oggi ci ritroveremmo con una disastrosa deflazione".
Ma il tema della deflazione lascia indifferenti la maggior parte degli economisti tedeschi, che in tutta risposta, insieme al potentissimo circuito delle Sparkassen - le Casse di Risparmio delal Germania - vogliono addirittura boicottare i depositi alla Bce, per evitare i tassi negativi, ulteriormente abbassati da Draghi a -0,4%.
"Per il popolo tedesco e' una catastrofe", ha detto senza mezzi termini il presidente della BGA, la Confederazione del Commercio estero e all'Ingrosso, Anton Boerner. "I risparmiatori tedeschi vengono espropriati", ha aggiunto sottolineando che l'effetto del pacchetto-Draghi in concreto è una "gigantesca redistribuzione dal nord verso il Sud".
Dal punto di vista politico, aggiunge il numero uno del commercio tedesco, sono misure che hanno "un potenziale esplosivo, e non aiutano a risolvere i problemi degli Stati indebitati".
Sulla stessa lunghezza d'onda anche il presidente dell'Ifo - il centro studi economici più autorevole della Germania - Hans-Werner Sinn, secondo il quale Draghi salva le banche zombie del sudeuropa. "Il fatto che la Bce decida ora di dare crediti di lunga scadenza alle banche a rischio fallimento del Sud Europa a un tasso negativo dello 0,4% dimostra ancora una volta che questa porti avanti una politica fiscale della redistribuzione per il salvataggio di banche zombie e stati vicini al fallimento".
Per Sinn "questa non e' politica monetaria, ed e' sempre piu' difficile per la Bce venderla come tale". La Bce, ha concluso "coperta dalla Corte di Giustizia europea, si spinge a osare sempre di nuovo oltre i limiti il suo mandato".
E aggiunge il presidente delle Sparkassen Georg Fahrenschon: "le decisioni della Bce rappresenteranno un peso per un numero sempre maggiore di persone nell'eurozona". Mentre la spinta sul Quantitative Easing "aumenta la dose di veleno", facendo delle banche centrali le maggiori creditrici dei loro Stati".
Anche la politica si e' espressa, con una presa di posizione del vicecapogruppo dell'Unione in Bundestag Ralph Brinkhaus, che ha insistito come sempre sulle responsabilita' dei governi: "il pacchetto della Bce non risolve i problemi economici dell'Europa". Senza riforme fatte in modo coerente, le misure di Draghi "cadranno nel vuoto". Il governo di Angela Merkel come sempre tace, per non violare l'indipendenza della Bce. Ma Wolfgang Schaeuble ha fatto trapelare il proprio malumore al G20, riferito oggi dalla Faz. La Germania non puo' certo essere "felice" delle misure di Draghi.
Ora, solo chi pensa che in fondo si tratta comunque di parole, può sottovalutare la totale ribellione tedesca alla Bce. La Germania invece per abitudine e per stile quando prende una posizione netta, la mantiene. Draghi ora ha un potente nemico. Così potente, che per lui è iniziato davvero il conto alla rovescia. Berlino vuole la sua testa, e ha molti strumenti a disposizione per ottenerla, a partire dalla minaccia per niente retorica di abbandonare l'euro.
Tra poco si vota, in Germania. E c'è un partito, Alternativa per la Germania, che al primo punto del proprio programma ha esattamente questo.
Fonte: qui

domenica 14 febbraio 2016

LONDON SCHOOL OF ECONOMICS: ”TRA DIECI ANNI, L’ITALIA NON ESISTERA’ PIU’, TOTALMENTE DISTRUTTA DALL’EURO E DALLA UE”

Roma-degradata-980x360“Gli storici del futuro probabilmente guarderanno all’Italia come un caso perfetto di un Paese che è riuscito a passare da una condizione di nazione prospera e leader industriale in soli vent’anni in una condizione di desertificazione economica, di incapacità di gestione demografica, di rampate terzomondializzazione, di caduta verticale della produzione culturale e di un completo caos politico istituzionale. Lo scenario di un serio crollo delle finanze dello Stato italiano sta crescendo, con i ricavi dalla tassazione diretta diminuiti del 7% in luglio, un rapporto deficit/Pil maggiore del 3% e un debito pubblico ben al di sopra del 130%. E peggiorerà”.

Così Roberto Orsi, professore italiano emigrato a Londra per lavorare presso la London School of Economics, prevede il prossimo futuro del Belpaese.
Il termometro più indicativo della crisi italiana, secondo Orsi, è lo smantellamento del sistema manufatturiero, vera peculiarità del made in Italy a tutti i livelli: “Il 15% del settore manifatturiero in Italia, prima della crisi il più grande in Europa dopo la Germania, è stato distrutto e circa 32.000 aziende sono scomparse. Questo dato da solo dimostra l’immensa quantità di danni irreparabili che il Paese subisce. Questa situazione ha le sue radici nella cultura politica enormemente degradata dell’élite del Paese, che, negli ultimi decenni, ha negoziato e firmato numerosi accordi e trattati internazionali, senza mai considerare il reale interesse economico del Paese e senza alcuna pianificazione significativa del futuro della nazione”.
L’Italia – prosegue lo studioso della prestigiosa London School of Economics – non avrebbe potuto affrontare l’ultima ondata di globalizzazione in condizioni peggiori. La leadership del Paese non ha mai riconosciuto che l’apertura indiscriminata di prodotti industriali a basso costo dell’Asia avrebbe distrutto industrie una volta leader in Italia negli stessi settori. Ha firmato i trattati sull’Euro promettendo ai partner europei riforme mai attuate, ma impegnandosi in politiche di austerità. Ha firmato il regolamento di Dublino sui confini dell’UE sapendo perfettamente che l’Italia non è neanche lontanamente in grado (come dimostra il continuo afflusso di immigrati clandestini a Lampedusa e gli inevitabili incidenti mortali) di pattugliare e proteggere i suoi confini. Di conseguenza, l’Italia si è rinchiusa in una rete di strutture giuridiche che rendono la scomparsa completa della nazione un fatto certo”.
Degrado di RomaQuando si tratta di individuare le responsabilità, Orsi non ha dubbi nel puntare il dito contro la politica: “L’Italia è entrata in un periodo di anomalia costituzionale. Perché i politici di partito hanno portato il Paese ad un quasi collasso nel 2011, un evento che avrebbe avuto gravi conseguenze a livello globale.
Il Paese è stato essenzialmente governato da tecnocrati provenienti dall’ufficio dell’ex Presidente Repubblica, i burocrati di diversi ministeri chiave e la Banca d’Italia. Il loro compito è quello di garantire la stabilità in Italia nei confronti dell’UE e dei mercati finanziari a qualsiasi costo. Questo è stato finora raggiunto emarginando sia i partiti politici sia il Parlamento a livelli senza precedenti, e con un interventismo onnipresente e costituzionalmente discutibile del Presidente della Repubblica , che ha esteso i suoi poteri ben oltre i confini dell’ordine repubblicano”.
piazzale-partigiani-Degrado“L’interventismo dell’ex Presidente è stato particolarmente evidente – prosegue il professor Orsi – nella creazione del governo Monti e dei due successivi esecutivi, che sono entrambi espressione diretta del Quirinale. L’illusione ormai diffusa, che molti italiani coltivano, è credere che il Presidente, la Banca d’Italia e la burocrazia sappiano come salvare il Paese. Saranno amaramente delusi. L’attuale leadership non ha la capacità, e forse neppure l’intenzione, di salvare il Paese dalla rovina. Sarebbe facile sostenere che solo Monti ha aggravato la già grave recessione. Chi lo ha sostituito ha seguito esattamente lo stesso percorso: tutto deve essere sacrificato in nome della stabilità. I tecnocrati condividono le stesse origini culturali dei partiti politici e, in simbiosi con loro, sono riusciti ad elevarsi alle loro posizioni attuali: è quindi inutile pensare che otterranno risultati migliori, dal momento che non sono neppure in grado di avere una visione a lungo termine per il Paese. Sono in realtà i garanti della scomparsa dell’Italia”.
Micidiale.
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Fonte: www.quifinanza.it – che ringraziamo.