9 dicembre forconi: Fiscal compact
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mercoledì 10 ottobre 2018

L’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO BOCCIA IL DEF


"PREVISIONI DI CRESCITA TROPPO OTTIMISTICHE” 

L'AUDIZIONE DEL PRESIDENTE PISAURO E I MOTIVI DELLA MANCATA "VALIDAZIONE" 

LA PALLA PASSA A TRIA 

ECCO COSA PUO’ SUCCEDERE ORA 

CONTE: "LA MANOVRA NON CAMBIA, SI RAFFORZA" 

SALVINI E DI MAIO: "TIRIAMO TRANQUILLAMENTE E ORGOGLIOSAMENTE AVANTI"

Il M5s: "I tecnici dell'Ufficio parlamentare Bilancio nominati da Grasso e Boldrini"


Da ansa.it
"I numeri della manovra di bilancio non sono assolutamente in discussione, anzi la manovra stessa si rafforza con il piano di investimenti per il Paese di cui domani discuteremo insieme alle principali aziende di Stato nel corso della cabina di regia qui a Palazzo Chigi". Lo afferma il premier Giuseppe Conte. Di Maio-Salvini, manovra non cambia, andiamo avanti . Così i due vicepremier davanti a P.Chigi: 'Il tetto 2,4% resta'.

A vertice iniziato sulla manovra ha in scena un vero e proprio blitz, davanti Palazzo Chigi, di Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i due vicepremier e leader dei partiti di maggioranza. E' un blitz non programmato, tanto che i cronisti che seguivano il vertice sulla manovra nella sede del governo sono avvertiti solo pochi istanti prima. Di Maio esce in maniche di camicia, Salvini in giacca senza cravatta e i due, ad una manciata di minuti dalla bocciatura dell'Ubp della Nadef, assicurano davanti alle telecamere che sulla nota di aggiornamento "tiriamo tranquillamente e orgogliosamente avanti". I due vicepremier poi arrivano fino al limite della piazza antistante Palazzo Chigi dove, dietro le transenne che la separano da via del Corso, sono acclamati da una scolaresca che passava di lì. Subito dopo Di Maio e Salvini rientrano a Palazzo Chigi.
tria conte di maio salviniTRIA CONTE DI MAIO SALVINI

La bocciatura del Def da parte dell'ufficio parlamentare di bilancio? "Ascoltiamo tutti ma gli italiani ci chiedono di tirare dritto". Così risponde Matteo Salvini in una dichiarazione a piazza Colonna. "Cambiare" l'impostazione della manovra "sarebbe tradire i cittadini", afferma il leader M5s Luigi Di Maio.

PREVISIONI TROPPO OTTIMISTICHE
Gianni Trovati per www.ilsole24ore.com

Le previsioni di crescita alla base della manovra sono «troppo ottimistiche», e ci sono «forti rischi al ribasso» per la congiuntura debole e le «turbolenze finanziarie».
EUROPE THE FINAL COUNTDOWNEUROPE THE FINAL COUNTDOWN
È per queste ragioni che l'Ufficio parlamentare di bilancio, cioè l'Authority istituita dalla riforma dei conti attuativa del Fiscal Compact, ha negato la «validazione» del programma posto dal governo alla base della Nota di aggiornamento al Def. Arriva così, nell'audizione serale alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, la prima bocciatura ufficiale del documento governativo, criticato in commissione anche da Bankitalia e Corte dei conti. Ora basta che un terzo dei componenti della commissione, con una mossa scontata per l'opposizione, chieda al governo di tornare Parlamento per attivare il meccanismo del «comply or explain».

Il ministro dell'Economia, insomma, può adeguarsi alle indicazioni dei tecnici, con una revisione al ribasso delle stime di crescita che però imporrebbe di ripensare tutto l'impianto della manovra, oppure spiegare perché intende tenersi fedele ai numeri. Ma l'intoppo non è da poco.

L'agenda di Tria è fittissima. Secondo quanto risulta all’agenzia Radiocor, il ministro dell’Economia sarà costretto a un tour de force: risponderà infatti domani in Parlamento alle obiezioni formulate dall'Ufficio parlamentare di Bilancio. In serata, poi, partirà per Bali dove è in programma il meeting annuale del Fondo monetario fino a sabato 13.
salvini di maioSALVINI DI MAIO

Altrettanto proibitivo è il calendario della manovra, perché entro lunedì sera va inviato a Bruxelles il Draft Budgetary Plan, cioè il programma dettagliato delle misure della manovra che andrà all'esame della commissione. E la data europea non ammette proroghe.

L'unico precedente in materia non aiuta a trovare la strada percorribile. L'Upb bocciò nell'autunno del 2016 anche le previsioni di crescita elaborate dal governo Renzi, e l'allora ministro dell'Economia cambiò i numeri fissando nel progetto di bilancio per la Ue un deficit al 2,3% invece che all'1,9% indicato nella NaDef. Un po' più di disavanzo rendeva verosimili le stime di crescita esaminate dall'Authority italiana. Ma Padoan poteva farlo senza sforare le regole Ue. Tria non è nella stessa condizione.
tria conte di maio salvini casalinoTRIA CONTE DI MAIO SALVINI CASALINO

DEF BOCCIATO
Annalisa Cangemi per www.fanpage.it

Arriva la prima bocciatura per il Def: l'Ufficio parlamentare di bilancio non valida le previsioni macroeconomiche 2019 contenute nel quadro programmatico della Nota d'aggiornamento al Def, specificando che "i significativi e diffusi disallineamenti relativi alle principali variabili del quadro programmatico rispetto alle stime elaborate dal panel dei previsori rendono eccessivamente ottimistica la previsione di crescita sia del Pil reale (1,5%) sia di quello nominale (3,1%), variabile quest'ultima cruciale per la dinamica degli aggregati di finanza pubblica". A dirlo è il presidente, Giuseppe Pisauro, davanti alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato.

Il motivo della mancata validazione è da rintracciare nella deviazione "significativa" della regola sul saldo strutturale a cui si aggiunge una deviazione significativa "anche per la regola della spesa": "Nel caso lo sforzo di bilancio per il 2019 venisse confermato nel Documento programmatico di bilancio (DPB) e se tale sforzo fosse giudicato dalla Commissione Ue chiaramente al di sotto di quanto raccomandato dal Consiglio a luglio (aggiustamento strutturale di 0,6 punti), essa potrebbe considerare come ‘particolarmente grave' il mancato rispetto delle regole del Patto".
giovanni triaGIOVANNI TRIA

Il presidente Pisauro ha poi sottolineato che l'incidenza sul Pil degli investimenti dovrebbe aumentarne dall'1,9 per cento del 2018 al 2,3 per cento nel 2021, "obiettivo certamente condivisibile ma particolarmente ambizioso se raffrontato all'andamento recente". Secondo l'Ufficio parlamentare di bilancio i dati mostrano come gli investimenti presentino tassi di variazione negativi dal 2010 al 2017 e nel 2018 dovrebbero registrare una riduzione del 2,2 per cento a fronte di un incremento previsto nel Def del 2,5 per cento. Nella Nota si programmano invece aumenti degli investimenti del 16 per cento nel 2019, 10,7 per cento nel 2020 e 7,1 per cento nel 2021.

Fonte: qui

P.S.
"L'Ufficio Parlamentare di Bilancio si è rifiutato di validare la nostra Nota al Def, che per la prima volta dopo tanti anni presenta stime di crescita prudenti".










Lo si legge sulla pagina Facebook del Movimento 5 Stelle, che attacca: "Ricordiamo bene chi ha nominato Giuseppe Pisauro, Alberto Zanardi e Chiara Goretti, rispettivamente Presidente e consiglieri dell'Ufficio Parlamentare di Bilancio, organismo teoricamente indipendente che valuta le previsioni macroeconomiche e di finanza pubblica del governo. Furono Pietro Grasso e Laura Boldrini nell'aprile 2014, durante il governo Renzi. Cosa potevamo aspettarci da un organismo che risponde ancora ad una ex maggioranza oggi ridotta a rabbiosa opposizione?".

IL MINISTRO DELL’ECONOMIA CONFERMA LE PREVISIONI DEL DEF: SECONDO TRIA L’UFFICIO PARLAMENTARE DI BILANCIO HA SBAGLIATO I CONTEGGI SUL DISINNESCO DELLE CLAUSOLE IVA

TRIA, GOVERNO CONFERMA PREVISIONI DEF
giovanni triaGIOVANNI TRIA
(ANSA) - "A seguito della mancata validazione del quadro macro economico programmatico da parte dell'Ufficio parlamentare di bilancio il Governo ritiene opportuno confermare le previsioni contenute nella NaDef". Lo ha detto il ministro dell'economia, Giovanni Tria, in audizione alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato dopo la mancata validazione della Nota di aggiornamento al Def da parte dell'Upb.

TRIA: STIME ANALISTI BASATE SU INFORMAZIONI OBSOLETE
(ANSA) - "Ciò di cui si dovrebbe discutere è unicamente il delta tra il quadro tendenziale e quello programmatico e non la misura in cui la previsione ufficiale si distacca dalle previsioni di analisti o istituzioni internazionali.

triaTRIA
Tali previsioni sono state pubblicate in tempi diversi e sulla base di informazione parziali e obsolete alla luce delle scelte di politica economica del governo". Lo ha detto il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, dopo la bocciatura della Nadef da parte dell'Upb e la pubblicazione delle stime del Fmi.

Rispondendo ai rilievi dell'Ufficio parlamentare di bilancio sul quadro programmatico, Tria ha insistito in particolare sul diverso 'conteggio' degli effetti del disinnesco delle clausole Iva. "Dalle osservazioni dell'Upb sembrerebbe che la maggior parte degli analisti abbia incorporato la completa disattivazione delle clausole Iva negli scenari elaborati già prima della presentazione della NaDef, prospettando un tasso di crescita del Pil reale intorno all'1,0 per cento", ha sottolineato il ministro.
lettera ue triaLETTERA UE TRIA

Non così per il governo. "In realtà nelle stime del Mef la disattivazione delle clausole Iva è incorporata nel quadro programmatico", ha spiegato ancora Tria, evidenziando che proprio il disinnesco avrà un impatto positivo sul Pil. A questo punto quindi, ha concluso, "il moltiplicatore delle altre misure risulta ben inferiore all'unità" ritenuta eccessiva dal panel di analisti a cui fa riferimento l'Upb.

DEF: TRIA, +0,6% PIL DA MANOVRA, +0,3 REDDITO-PENSIONI
(ANSA) - L'impatto sul tasso di variazione del Pil della manovra è di 0,6 punti percentuali nel 2019. Lo ha detto il ministro Tria che ha 'spacchettato' gli effetti delle misure. Nel 2019 l'Iva (costo 12,5 miliardi) spinge la crescita di 0,2 punti; reddito di cittadinanza e anticipo pensionistico costano 16 miliardi (+0,3 Pil); la flat tax 600 milioni (+0,1 Pil); gli investimenti 3,5 miliardi (+0,2 Pil); incentivi a investimenti e p.a. 1,8 miliardi (+0,1% Pil); spese indifferibili 2,3 miliardi (+0,1). Le coperture (6,9 mld tagli; 8,1 mld entrate) riducono il pil di 0,4 punti.

MANOVRA 2019 DA 36,7 MILIARDI
(ANSA) - Il conto delle misure della manovra prevede interventi per 36,7 miliardi nel 2019. E' quanto emerge dai dati forniti dal ministro dell'Economia Giovanni Tria in commissione Bilancio. Le coperture sono realizzate per 22 miliardi da maggior deficit e da 15 miliardi di tagli e maggiori entrate.
salvini di maioSALVINI DI MAIO

TRIA, FAREMO DI TUTTO PER RECUPERARE FIDUCIA MERCATI
 (ANSA) - "Sappiamo tutti che lo spread attuale ma anche quello dell'anno scorso non riflette e non rifletteva i fondamentali dal punto di vista della sostenibilità del debito. Il governo vuole recuperare la fiducia e cercherà di fare di tutto per recuperare la fiducia. Non possiamo però pensare: non abbiamo fiducia e allora non facciamo manovre di crescita. Nessun governo può porsi su questo piano". Lo ha sottolineato il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, in Commissione Bilancio.

SALVINI, SPREAD A 400? NOI TIRIAMO DRITTI
EUROPE THE FINAL COUNTDOWNEUROPE THE FINAL COUNTDOWN
(ANSA) - "Non prendo in considerazione l'ipotesi e nessun numero, noi tiriamo dritti fino a che i giovani italiani non smetteranno di emigrare per trovare lavoro". Così Matteo Salvini a chi chiedeva se fosse ipotizzabile una modifica alla manovra se lo spread arrivasse a 400, come detto dal ministro Savona. "Non abbiamo paura di niente e di nessuno - ha aggiunto - quando leggeranno i numeri e i dati per gli investimenti, sono sicuro che tutti gli investitori scommetteranno sulla crescita dell'Italia".

ADESSO È GIALLO SULLA FLAT TAX. SALVINI: "TRIA SBAGLIA I CALCOLI"
Luca Romano per www.ilgiornale.it

I conti non tornano. Ancora duello sulle cifre nel governo. Questa volta a far scattare il duello tutto interno all'esecutivo sono le risorse detsinate alla flat tax.

il ministro dell economia giovanni tria (1)IL MINISTRO DELL ECONOMIA GIOVANNI TRIA
La misura principe della Lega che è entrata nel Def di fatto dovrebbe portare ad una sostanziale riduzione delle tasse. Ma attenzione: le stime dichiarate dal ministro dell'Economia Tria e quelle di Salvini non combaciano. Il titolare di via XX Settembre di fatto davanti al Parlamento rispondendo ai rilievi dell'Ufficio per il Bilancio ha affermato: "L'avvio della flat tax ha un ammontare di 0,6 miliardi nel 2019, 1,8 nel 2020 e 2,3 nel 2021 con un effetto "contenuto" sulla variazione del Pil che raggiunge 0,1 punti percentuali nel 2021".

tria conte di maio salviniTRIA CONTE DI MAIO SALVINI
Fate attenzione a questa cifra: 0,6 miliardi ovvero 600 milioni. Il ministro degli Interni ha un'opinione totalmente diversa e così manda un messaggio chiaro al ministro dell'Economia: "Non 600 milioni di euro come stimato dal ministro dell’Economia Tria ma ammonta a 1 miliardo e 700 milioni la riduzione fiscale prevista in manovra. Lunedì arriverà il decreto fiscale, i numeri saranno scritti e non mentono", ha affermato il titolare del Viminale a margine della cerimonia per il 40esimo anniversario della costituzione dei Nocs della Polizia. Insomma il Def continua ad agitare le acque del governo e di fatto è ancora braccio di ferro tra il Tesoro e Salvini sulle risorse da destinare per la riduzione del macigno fiscale su famiglie e imprese.

Fonte: qui



domenica 15 luglio 2018

Industria italiana: qual è la causa del declino?



Negli ultimi anni si sono formate due opinioni contrapposte sulle cause della decadenza economica e industriale italiana. Schematizzando drasticamente, una riconduce tali cause all’integrazione economica e valutaria europea (Uem), l’altra assolve quest’ultima, escludendo di conseguenza l’utilità di una uscita del nostro Paese dall’euro e dalla Ue. Secondo quest’ultima visione il declino italiano sarebbe imputabile esclusivamente alla mancanza di una politica industriale, collegata alla fragilità della struttura industriale italiana, caratterizzata da imprese nane, poco orientate all’export, scarsamente innovative e concentrate in settori produttivi maturi (agroalimentare, turismo, beni di lusso).

Il declino italiano, tempi e cifre

Il primo aspetto da chiarire è se e in quale misura il declino italiano, nel Pil e nella manifattura, si sia manifestato nel periodo precedente all’introduzione dell’euro nel 2002. La dinamica del Pil non denota una marcata tendenza al declino, almeno in confronto alla Germania e alla Ue, prima dell’euro (Fig.1). La crescita media annua dell’Italia tra 1995 e 2007 è analoga a quella della Germania (1,5% contro 1,6%), mentre è inferiore, ma non di molto, rispetto a quella della Ue tra 1995 e 2001 (1,7% contro 2,4%). La divergenza tra l’Italia, da una parte, e la Ue e soprattutto la Germania, dall’altra, inizia dopo l’introduzione dell’euro, accelera con lo scoppio della crisi nel 2007-2008, ma si approfondisce solamente a partire dal 2011. Ad ogni modo, tra 2007 e 2017, l’Italia decresce mediamente per anno dello 0,6%, mentre la Ue cresce dello 0,8% e la Germania dell’1,2%.

Fig. 1 – Andamento del Pil di Italia, Germania, e Ue (2010=100, dati a prezzi concatenati; 1995-2017)
Fig.1moro
Fonte: database Eurostat

La divergenza successiva al 2011 fu dovuta all’impossibilità, di fronte alla maggiore crisi dal dopo guerra, a manovrare sui tassi di cambio e sui tassi d’interesse, e all’imposizione di una rigidissima austerità da parte del governo di Mario Monti e di quelli successivi, in ottemperanza ai trattati europei ed in particolare al Fiscal compact. Inoltre, il regime di cambi fissi introdotto con l’euro ha favorito la Germania – che ha registrato una sottovalutazione del tasso reale di cambio nel 2014 tra il 5% e il 15%[i] –  spingendone le esportazioni. L’Italia, invece, ne è stata svantaggiata, e ha dovuto procedere a una drastica contrazione della sua base produttiva e occupazionale e alla riduzione del costo del lavoro per poter recuperare competitività nelle esportazioni. Sono state proprio la forte ristrutturazione e l’austerity, combinate insieme, a deprimere pesantemente il mercato interno, che a sua volta ha inciso sul crollo del Pil dopo il 2011.

Fig. 2 – Performance relativa di industria e manifattura italiana su quella tedesca (valore aggiunto a prezzi costanti italiano in% quello tedesco)
Fig.2
Fonte: database Unctad

Tuttavia, se osserviamo la performance relativa della manifattura italiana nei confronti di quella tedesca, l’impatto negativo dei cambi fissi, sebbene sia stato più marcato dopo la crisi, appare evidente anche in precedenza (Fig.2). L’incidenza del valore aggiunto italiano su quello tedesco cresce quasi ininterrottamente dal 1970 (31%) fino al 1997 (57,5%), anno in cui il cambio della lira verso il marco viene portato ai livelli che saranno fissati con l’euro. Dopo il 1997 inizia il declino, che porta l’incidenza della manifattura italiana su quella tedesca a livelli non molto superiori a quelli del 1970 (38,3%). Quanto abbiano pesato i cambi fissi sui livelli di produzione della manifattura è evidente dal confronto con l’industria, che cresce fino al 2005, subendo un vero e proprio crollo solo a partire dal 2010. Infatti, nell’industria hanno un peso importante le costruzioni, che non hanno risentito dell’introduzione dei cambi fissi, perché, a differenza della manifattura, non sono rivolte all’export. Le costruzioni, invece, hanno risentito del crollo del mercato interno, dovuto soprattutto alla brusca riduzione degli investimenti pubblici, imposti dalla Ue. Infatti, si può osservare come la curva dell’industria declini bruscamente a partire dal 2010-2011.

Fig. 3 – Andamento degli investimenti fissi lordi Italia, Germania e Ue (2010=100; dati a prezzi concatenati; 1995-2017)
fig.3
Fonte: database Eurostat

L’impatto combinato sull’Italia della ristrutturazione del sistema produttivo e del venire meno dello stimolo della spesa pubblica risulta evidente anche nel divario, creatosi dopo il 2010, tra gli investimenti fissi di Germania e Ue, da una parte, e dell’Italia, dall’altra parte, che è ancora più marcato di quello osservabile nel Pil (Fig. 3).

Fig. 4 – Andamento della spesa pubblica di Italia, Germania e Ue (2010=100, valori nominali, 1995-2016)
fig.4
Fonte: database Eurostat

Del resto, la spesa pubblica italiana risulta congelata durante tutto il periodo successivo allo scoppio della crisi (Fig. 4). La crescita media annua della spesa pubblica italiana passa dal 4,1% del periodo 1995-2007 all’1,1% del periodo 2007-2017. Ciò significa che, considerando l’inflazione, la spesa rimane in termini reali quantomeno ferma ai livelli pre-crisi. Viceversa la crescita della spesa pubblica tedesca aumenta dal -0,1% al 2,9%, mentre quella francese rallenta ma in modo molto più ridotto dell’Italia, dal 3,6% al 2,4%[ii].
L’euro – cioè i cambi fissi e l’alienazione alla Bce dell’emissione di liquidità e della determinazione dei tassi di interesse – nonché i vincoli imposti al bilancio pubblico dai trattati europei rendono rigida una economia e incapace della necessaria flessibilità in caso di shock esterni, come è avvenuto proprio dopo il 2007-2011 nell’area euro in occasione di una crisi globale. Tale rigidità strutturale si manifesta inevitabilmente proprio in concomitanza con lo scoppio di crisi strutturali, portando alla deflazione salariale e alla drastica contrazione della base produttiva.

Mancanza di politica industriale, c’entra qualcosa la Uem?

Quanto detto sopra non significa che l’Italia non sconti la mancanza di una politica industriale da prima che l’euro venisse introdotto. Dobbiamo, però, considerare che l’indirizzo di politica economica dei governi italiani è stato condizionato dal “vincolo esterno” europeo (privatizzazioni comprese) sin dagli anni ’80 e ’90, prima mediante lo Sme e poi con l’obiettivo di realizzare le condizioni per poter entrare nella moneta unica. Ma la domanda giusta da farsi è un’altra: è possibile, all’interno dell’euro, mettere in pratica una politica industriale, soprattutto se questa è basata sul ruolo centrale del pubblico e sulle specificità di un singolo Stato? La risposta non può che essere negativa. Senza la possibilità di utilizzare gli strumenti di politica monetaria, alienati alla Bce, non è possibile sviluppare una politica economica, tantomeno una politica di massiccio intervento pubblico, che, fra l’altro entrerebbero in contrasto anche con l’articolo 107 sugli aiuti di stato del Trattato sul funzionamento dell’Ue (TFUE). Del resto, la politica economica dei singoli stati è di competenza dell’Unione, come stabilito all’articolo 119 del TFUE:
“L’azione degli Stati membri e dell’Unione comprende, alle condizioni dei trattati,  l’adozione di una politica economica che è fondata sullo stretto coordinamento delle politiche economiche degli stati membri (…). Parallelamente, alle condizioni e secondo le procedure previste dai trattati, questa azione [quella di definire una politica economica] comprende una moneta unica, l’euro, nonché la definizione di una politica monetaria e di cambio uniche che abbiano l’obiettivo principale di mantenere stabili i prezzi (…). Queste azioni dell’Unione e degli stati membri implicano il rispetto dei seguenti principi direttivi: prezzi stabili, finanze pubbliche e condizioni monetarie sane affinché la bilancia dei pagamenti sia sostenibile.”

La fragilità industriale italiana  e l’euro

L’economia e le imprese italiane certamente presentano delle fragilità, soprattutto nei confronti della Germania, che nella manifattura ha oltre 4mila imprese sopra i 250 addetti, contro le 1200 italiane, le cui dimensioni medie per valore aggiunto sono appena il 70% delle tedesche[iii]. Ma l’economia e la manifattura italiane sono davvero così fragili? È vero che le imprese italiane non esportano? 
La verità è che la bilancia commerciale italiana realizza surplus crescenti dal 2012, mentre quelle di Francia, Spagna e Regno Unito sono sempre in deficit. Il surplus commerciale italiano nel 2017 è in valore assoluto il terzo della Ue (dopo quello tedesco e quello dei Paesi Bassi, che però è gonfiato dalle riesportazioni, soprattutto tedesche, dal porto di Rotterdam). Il valore dell’export italiano sul Pil è passato dal 27,4% del 2007 al 30% del 2016; il suo incremento medio annuo tra 2002 e 2017 è del 3,2%, cioè oltre il doppio di quello francese, in particolare la sua crescita tra 2009 e 2017 raggiunge il 4,9% annuo.
Altra questione: l’Italia ha bisogno della Uem e della Ue mentre la Germania ne ha molto meno bisogno, avendo sostituito l’export intra-Ue con quello extra-Ue, specialmente verso la Cina? In realtà, tutti i paesi della Uem hanno diminuito la loro quota di export di beni intra-Ue, a causa del crollo dei mercati domestici, determinata dalla austerity. La quota dell’export intra-Ue sul totale dell’Italia è diminuita tra 2002 e 2017 (55,6%) di circa 6 punti percentuali analogamente alla Germania, la cui quota di export intra-Ue però rimane superiore a quella dell’Italia (58,5%). È vero che le imprese italiane concentrano la produzione in settori arretrati o comunque tradizionali come l’alimentare e i beni di lusso? Tra 2007 e 2016 il maggiore incremento della produzione di valore aggiunto nel manifatturiero si è realizzato nel settore alimentare, in effetti maturo e a bassa tecnologia, ma un forte incremento si è registrato anche nei macchinari, a medio-alta tecnologia, e nei settori ad alta tecnologia della chimica, del farmaceutico e della produzione di Pc, strumenti ottici e elettronici. 

Nell’export la crescita maggiore, tra 2015 e 2016, si registra nel farmaceutico (con una quota sul totale del 5,1%) e nei mezzi di trasporto (11,4%). Il settore più importante dell’export è quello dei macchinari e apparecchi, sia come quota (18,2%), sia come contributo al surplus commerciale (48 miliardi di euro su circa 51 totali nel 2016), non certo l’alimentare, che raggiunge una quota del 7,6%[iv].
Soprattutto, bisognerebbe chiedersi se e come l’introduzione dell’euro ha aiutato a affrontare le fragilità, vere o presunte, della struttura delle imprese italiane. La manifattura (non i servizi) ha raggiunto una maggiore competitività, ma non certo perché l’euro ha permesso di far ricorso, attraverso l’eliminazione delle svalutazioni competitive, a strumenti competitivi più “sani”. La competitività è stata incrementata più che mediante l’innovazione e la tecnologia, soprattutto mediante una feroce ristrutturazione del tessuto imprenditoriale che ha distrutto, insieme al mercato interno, moltissime imprese e posti di lavoro. Tra 2008 e 2015, nella manifattura il 15,3% delle imprese (il 22,3% delle piccole imprese) e il 18% dei loro addetti è stato eliminato dal mercato, mentre il valore aggiunto è rimasto quasi stabile (+0,6%), sebbene solo in termini nominali. In questo modo, cioè a causa della espulsione di massa di lavoratori dalla produzione, la produttività apparente per addetto tra 2007 e 2016 è aumentata del 20,6% (più che in Francia, Spagna e Germania)[v]; le dimensioni aziendali – che vanno viste in termini di valore aggiunto più che in termini di addetti (dato il peso delle espulsioni dal lavoro e l’aumento dei settori ad alta intensità di capitale) – delle sopravvissute sono aumentate tra 2008 e 2015 del 18,8%.
Le esportazioni italiane dipendono solo dalla qualità e non dai costi e quindi dal prezzo? In effetti, alcuni settori hanno persino potuto aumentare i prezzi relativi dell’export, come l’abbigliamento e soprattutto la pelletteria, riducendo la loro quota mondiale. Però, i crescenti saldi della bilancia commerciale italiana derivano, oltre che dalla diminuzione della crescita dell’import, a causa della contrazione della capacità di acquisto di famiglie e imprese, dall’incremento della crescita dell’export, a causa dell’aumento della produttività e della riduzione del costo del lavoro, dovuto alle controriforme del mercato del lavoro e alla realizzazione di un esercito di riserva industriale[vi]

Ciò ha permesso un aumento della competitività di prezzo, mediante una riduzione del valore unitario dell’export, il cui indice generale è sceso da 201 nel 2008 a 176,5 nel 2016[vii]. Il calo è più evidente nel tessile, nell’elettronica (componenti e di consumo), nel chimico-farmaceutico e nei macchinari[viii]. Proprio questi ultimi due settori hanno non solo ridotto il loro valore unitario relativo ma lo hanno fatto più della media Ue, migliorando le loro quote di mercato mondiale e fornendo il maggiore contributo alla formazione e all’ampliamento dei surplus commerciale italiano (Fig. 5).

Fig. 5 – Variazione del valore unitario relativo dell’export di Italia e Ue (mondo=1)
fig.5
Fonte: ITC, Trade competitiveness map

Inoltre, il calo del costo del lavoro ha permesso il miglioramento della redditività delle imprese sopravvissute. Tra le imprese della manifattura al di sopra dei 250 addetti il margine operativo lordo sul fatturato è passato dal 5,8% del 2008 al 7,5% del 2015, rimanendo superiore a quello delle omologhe tedesche[ix].

Euro e crisi dell’accumulazione capitalistica

L’euro rappresenta, in questa fase storica e nelle condizioni dell’Europa occidentale, uno strumento decisivo nella riorganizzazione della produzione di profitto. Sergio Marchionne ha individuato le cause della sovraccapacità produttiva dell’industria europea nella resistenza alla eliminazione, durante le crisi precedenti, di imprese e impianti ridondanti[x]. Tali resistenze furono favorite dai meccanismi di riequilibrio monetari (ad esempio le svalutazioni) e dall’intervento statale, incluso il welfare, che attutì l’effetto depressivo dei licenziamenti sul costo del lavoro. Questo discorso vale in particolar modo per l’Italia, in cui l’incidenza di piccole e medie imprese è maggiore. In occasione dell’ultima crisi, invece, questi fattori di resistenza alla distruzione di mezzi di produzione e forza lavoro sono stati neutralizzati dall’euro e dall’austerity. L’euro è certamente servito a affrontare alcuni limiti competitivi del capitale italiano, ma nel modo sbagliato o, più precisamente, nel modo che ha favorito lo la ripresa dei profitti dello strato di vertice del capitale, quello di grandi dimensioni e multinazionale, scaricandone i costi sul lavoro salariato e sulle imprese più piccole o che lavorano sul mercato domestico.

L’euro ha favorito l’applicazione di tutte quelle misure che storicamente il capitale impiega per contrastare il calo di redditività degli investimenti: la creazione di un ampio esercito di riserva (disoccupati, precari e sottoccupati), il taglio del salario – diretto, indiretto (welfare) e differito (pensioni) -, l‘aumento del saggio di sfruttamento della forza lavoro, la centralizzazione dei capitali, l’export di merci e investimenti produttivi. Questo, però, non sarebbe stato realizzabile senza la modifica dei rapporti di forza fra le classi all’interno dello Stato e quindi senza la rimodulazione del funzionamento dello Stato nazionale mediante la delega di alcune sue funzioni strategiche al livello sovranazionale europeo. In questo modo, l’integrazione europea ha consegnato al capitale una capacità di riorganizzazione dei rapporti sociali complessivi inedita nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale.  Il risultato è la ripresa dell’accumulazione, almeno per il momento, guidata dallo strato superiore del capitale, quello maggiormente integrato a livello sovrannazionale, al costo, però, della maggiore distruzione di capacità produttiva manifatturiera dal ’29, di una economia nazionale in stagnazione strutturale e in presenza di livelli occupazionali e salariali permanentemente depressi.

Fonte: qui

[i] Imf, Germany. Country Report n. 14/216, July 2014.
[ii] Elaborazioni su dati Eurostat, General government expenditure by function (COFOG).
[iii] Elaborazioni su dati Eurostat, Annual enterprise statistics for special aggregates of activities (NACE Rev. 2).
[iv] Istat, Annuario 2017, cap. 15, Tav. 15.2.
[v] Istat, Rapporto annuale 2018, Cap. 1, Fig. 1.31.
[vi] Istat, Rapporto sulla competitività dei settori, 2017, p. 6. “A partire dal 2014 si osserva un sostanziale recupero della competitività di prezzo attraverso il costo del lavoro, favorito anche dai provvedimenti di decontribuzione attuati nel 2015. Ciò ha portato a una parziale riduzione del cospicuo differenziale con la Germania accumulato negli anni precedenti. Nell’ultimo biennio, la crescita del valore aggiunto manifatturiero (quasi +5 per cento) è stata la più sostenuta tra le economie Eur4.”
[vii] Indice 2000=100. Unctad, Merchandise: Trade value, volume, unit value, terms of trade indices and purchasing power index of exports, annual, 1980-2016.
[viii] ITC, Trade competitiveness map, Trade performance index, Relative unit value of export.
[ix] Eurostat, Industry by employment size class, (Nace Rev.2, B-E).

[x] J. Ewing and B. Vlasic, Europe’s auto industry has reached day of reckoning, “The New York Times”, July 25 2012.

lunedì 29 agosto 2016

LA CAMPANA TEDESCA SUONA A MORTO

I consiglieri economici della Merkel, cosiddetti "i Cinque saggi", capeggiati da Lars Feld [nella foto],  se ne sono usciti con una proposta sulla ristrutturazione del debito pubblico italiano che ricalca il meccanismo del bail-in bancario. 

Ai piani alti del Palazzo tedesco, dando per scontato che il Fiscal compact non funzioni si pensa oramai al dopo Eu e al dopo euro. 

La strategia è semplice: "si salvi chi può". Un messaggio anche per Draghi e la Bce:  "quando la finiamo con il Quantitative easing?".


Ai tedeschi piace l'euro, almeno fino a quando continuerà a dargli i ben noti vantaggi che sappiamo. Ancor di più, ai tedeschi piacciono gli euri. Quelli che gelosamente custodiscono nelle loro casseforti, e che non intendono proprio scucire. Neppure se ciò dovesse servire a salvare l'euro, inteso questa volta come moneta unica dei 19 paesi dell'eurozona.

Ho l'impressione che vista da Berlino questa contraddizione tra euro ed euri cominci ad esser cosa seria assai. L'ultima notizia che ci giunge da quelle parti ce ne dà una conferma piuttosto lampante. Come riferisce Federico Fubini sul Corsera, il Consiglio tedesco degli esperti economici ha già in canna un colpo assai pesante per affondare le economie del Sud Europa, quella italiana in primo luogo.

Attenzione, perché il suddetto "Consiglio" non è un Think tank come tanti. No, questo organismo è composto da cinque economisti nominati direttamente dal governo di Berlino. I cinque non sono lì solo per "pensare", ma soprattutto per proporre. E le loro proposte dettano spesso le linee guida dell'azione di Schauble e Merkel.

In ogni caso l'ultima propostina è stata varata, ed ha un titolo abbastanza ghiotto: «Un meccanismo per regolare la ristrutturazione dei debiti sovrani». Ora, tra i nostri lettori nessuno sarà così ingenuo da pensare che questi rispettabili signori si occupino del debito di casa loro. 
In tutta evidenza la proposta ha per oggetto i debiti degli altri paesi dell'eurozona, quelli della sponda sud in maniera specifica. 

D'altronde in Europa c'è chi, come il governo italiano, deve chiedere il permesso anche per andare in bagno a casa propria, e chi può invece decidere sul destino di interi popoli riunendosi comodamente tra vecchi amici a Berlino. Il documento reca in calce la firma di Lars Feld, un tipo di cui ci siamo già occupati qui.

La proposta è molto semplice: abbiamo messo in campo il bail in bancario? 


Bene, adesso è il momento di passare al bail in sui titoli di Stato. 


Tutti sanno ormai che il bail in bancario prevede che uno Stato possa salvare una banca solo dopo che a tale salvataggio abbiano partecipato gli azionisti, gli obbligazionisti ed i correntisti sopra i centomila euro. Tralasciando qui per brevità i dettagli tecnici, l'importante è capire il principio ispiratore, quello secondo cui i creditori debbono pagare la loro parte per risanare una banca. 

Un principio in apparenza accettabile, se non fosse che tra i cosiddetti "investitori" vi sono spesso risparmiatori sostanzialmente ignari del meccanismo infernale in cui hanno collocato i loro averi. E se non fosse che grazie a tale meccanismo si tende a mandare in rovina il sistema bancario di alcuni paesi, anche per poterci poi mettere le mani sopra con qualche spicciolo.


Lo stesso giochino Lars Feld e soci lo vogliono ripetere con i debiti pubblici. In questo caso è in ballo il ruolo dell'Esm (European Stability Mechanism), il cosiddetto "fondo salvataggi europeo". In questo fondo i tedeschi hanno ovviamente la quota principale, e l'obiettivo della loro iniziativa è proprio quello di evitare ogni forma —fosse pure la più modesta— di condivisione del debito. 

La proposta dei Cinque è infatti netta: prima dell'intervento dell'Esm, gli Stati debbono ristrutturare il debito, sospendendo come prima misura i rimborsi dei titoli di Stato quando un governo dovesse chiedere aiuto al fondo europeo.


Ora, che prima o poi si renda necessaria una ristrutturazione del debito in paesi come l'Italia è cosa fin troppo ovvia. Ma che le regole di questo intervento vengano decise a Berlino sembrerebbe davvero troppo. Eppure la pretesa è proprio questa. 

Quali sarebbero le conseguenze per l'Italia, ma non solo, se la Germania (come di solito avviene) riuscisse anche in questo caso ad imporsi? La risposta è assai semplice. 


Così come il bail in bancario ha finito per mettere in ginocchio un sistema già in forte difficoltà per il lascito di 8 anni di crisi economica, l'eventuale bail in dei titoli di Stato avrebbe come primo effetto l'aumento dei tassi di interesse e dunque del costo del debito. In altre parole tornerebbe d'attualità il signor spread, tanto più che —molti se lo dimenticano ma la scadenza è ormai prossima— il quantitative easing della Bce dovrebbe terminare (o comunque rallentare) nel marzo del prossimo anno. 

Come noto, l'aumento dello spread non è solo uno svantaggio per paesi come l'Italia, ma è pure un vantaggio diretto per quelli come la Germania, che oltre a godere di tassi negativi sui titoli del proprio debito  ci guadagnano pure in competitività. 

Capite quanto sono disinteressati i Cinque? 

E quanto è solidale l'Europa?


«Voi italiani dovrete colpire i risparmi privati. E forse vi servirà un salvataggio Ue», affermava Lars Feld, braccio destro di W. Schauble in un'intervista al Corriere della Sera del 19 dicembre del 2015.
Qui accanto Il Sole 24 Ore del giorno grida allo scandalo

Se le ragioni tedesche sono tanto chiare quanto bieche, bisogna però chiedersi qual è lo scenario che fa da sfondo alle proposte dei consiglieri della Merkel. E qui la campana suona a morto, quantomeno per il fiscal compact. Mettendo il lutto, Fubini non può fare a meno di riconoscerlo. «La Germania» —ci informa— «semplicemente sta smettendo di credere al patto di stabilità ed ai suoi bizantini rituali». 

E ancora: «Lo scetticismo verso l'architettura del fiscal compact europeo è talmente profondo che poco sotto il testo di Feld e colleghi propone di non tenere conto del fatto che un Paese sia già soggetto - o no - a una procedura di Bruxelles sui suoi conti. La valutazione del fondo salvataggi sulla sostenibilità del debito di un governo - si legge - dev'essere "indipendente"». 

Insomma, a Berlino non si fidano troppo neppure della solitamente fida Commissione UE.

Dopo aver messo in luce i sicuri rischi di destabilizzazione economica della normativa proposta, uno sconsolato Fubini così conclude: «Ma l'obiettivo del documento di oggi non è stabilizzare l'area euro: è ridurre al minimo i fondi che la Germania rischia di dover trasferire per salvare altri Paesi in futuro». Di chi si stia parlando lo esplicita graziosamente il dott. Feld: «Grandi economie avanzate come l'Italia sono probabilmente troppo grandi per essere salvate in ogni caso».

La campana tedesca suona dunque a morto per l'economia italiana? 

Certamente sì, ma suona a morto anche per il fiscal compact, e dunque necessariamente anche per l'euro. 


Del fiscal compact abbiamo sempre evidenziato la sua insostenibilità - ed i fatti ci hanno dato ragione, come il patetico mendicare decimali di Renzi dimostra piuttosto bene. 


Ma abbiamo anche sempre detto un'altra cosa: che, per quanto folle, quel meccanismo era necessario per l'oligarchia eurista per tentare di salvare la moneta unica. 


Senza condivisone del debito, solo una sua forzosa convergenza (a questo doveva servire il fiscal compact) avrebbe potuto quantomeno allungare i tempi dell'agonia dell'euro.


Adesso il massimo pensatoio in terra di Germania prende atto dell'irrealizzabilità di quel disegno. Quando ne prenderanno atto i "pensatori" di casa nostra non sappiamo. Quel che sappiamo è che l'ora della verità si avvicina. 

E che le oligarchie europee non molleranno la presa sui popoli solo perché dovranno prima o poi mollare la loro moneta. 

A dispetto del totale fallimento del progetto monetario, per non parlare di quello politico che faceva da sfondo, quando il momento decisivo giungerà il loro piano sarà quello di mantenere in piedi, magari rafforzandola, la gabbia di regole che hanno costruito per assicurarsi il dominio su una società frantumata e impoverita, non solo materialmente, dalla spietata applicazione dei loro dogmi neoliberisti.

Dobbiamo impedirglielo. Ma per farlo occorre una risposta ed una forza politica. Il tempo stringe e conosciamo le difficoltà. Alternative però non ce ne sono.


Leonardo Mazzei

Fonte: qui