9 dicembre forconi

sabato 17 novembre 2018

IL MISTERO DELL'AEREO DI 007 FRANCESI ESPLOSO IN VOLO NEI CIELI DI MALTA: CONTROLLAVA I MOVIMENTI DELLE ARMI TRANSALPINE DIRETTE AI LIBICI


GLI UOMINI DELL’INTELLIGENCE DI PARIGI DOVEVANO ASSICURARSI CHE FINISSERO NELLE MANI GIUSTE... 

LA VERSIONE UFFICIALE PARLAVA DI CONTROLLORI DEI FLUSSI MIGRATORI, MA ORA ARRIVA LA RIVELAZIONE DI UN GIORNALE MALTESE

Gabriele Carrer per la Verità

MACRON SERRAJ HAFTARMACRON SERRAJ HAFTAR
Nel bel mezzo della conferenza per la Libia, emergono dettagli sui movimenti dei servizi segreti francesi a Malta. Il giornale Malta Today ha pubblicato un' inchiesta sulle persone a bordo del piccolo aereo bimotore, un Fairchild Metroliner Mk III, che il 24 ottobre 2016 precipitò poco dopo il decollo dallo scalo internazionale di Luqa a Malta. Il velivolo esplose nell' impatto con il suolo e morirono le cinque persone a bordo. Si trattava di tre funzionari del Dgse, i servizi segreti francesi per l' estero, e due contractor della società lussemburghese Cae. Il governo maltese sostenne immediatamente che si trattasse di un volo di ricognizione per monitorare le rotte del traffico di droga ed esseri umani dalla Libia.

sarkozy gheddafiSARKOZY GHEDDAFI
In realtà i cinque, come ha ricostruito Malta Today, facevano parte di una cellula di nove uomini che - da una villetta a schiera in quel di Balzan, ricco comune di meno di 4.000 anime nel cuore dell' isola - controllava i movimenti delle armi francesi dirette in Libia. La loro missione era assicurarsi che finissero nelle mani giuste.

Lo scriveva l' allora segretario di Stato americano Hillary Clinton in una mail del 2 aprile 2011 (rivelata da Wikileaks 4 anni più tardi) destinata al suo fedele Sid, cioè il consigliere per lo politica estera, Sidney Blumenthal: la Francia di Nicolas Sarkozy, la stessa che sotto egida Nato intervenne con altri Paesi occidentali il 19 marzo 2011 per rovesciare il regime di Muammar Gheddafi, vendeva armi ai ribelli libici. E ha continuato a farlo, nonostante l' embargo delle Nazioni Unite, anche dopo il 2011.

Moftah Missouri con Sarkozy e GheddafiMOFTAH MISSOURI CON SARKOZY E GHEDDAFI
Malta Today racconta come l' abitazione sia stata smantellata in fretta e furia, lasciando cavi scoperti per le stanze. Ma in tempo: appena prima dell' arrivo dei magistrati e della polizia, il giorno stesso della tragedia dell' aereo. E oggi, a distanza di qualche giorno dal rapporto delle autorità francesi secondo cui l' incidente fu causato dalla scarsa manutenzione del velivolo, l' inchiesta del giornale contraddice quanto dichiarato ufficialmente dal governo della Valletta, che allora sostenne si trattasse di uomini coinvolti in un' operazione di sorveglianza doganale che andava avanti da soli cinque mesi. E la polizia maltese che indaga sul caso avanza dei dubbi sul rapporto francese.

hillary clintonHILLARY CLINTON
In realtà, in quell' abitazione di Balzan, affittata per 20.000 euro all' anno, viveva una squadra di nove membri degna di un film di spionaggio. Immaginate l' aereo in volo che trasmette le riprese dal vivo delle coste e del territorio della Libia; poi alcuni agenti che, seduti dietro i loro computer nelle stanze dalle villetta, elaborano le informazioni.

È così che una fonte di Malta Today racconta le testimonianze raccolte dal magistrato inquirente Doreen Clarke, aggiungendo: «Contrariamente a quanto era stato detto pubblicamente, l' aereo non stava sorvegliando le rotte del traffico di droga e di essere umani, ma si stava assicurando che le armi francesi venissero consegnate alle persone giuste in Libia». E pensare che nel 2014, nonostante l' embargo sulle armi imposto dalle Nazioni Unite per impedire la fornitura a qualsiasi fazione libica che non fosse stata autorizzata dal comitato competente del Consiglio di Sicurezza Onu, la Francia riuscì a raggiungere i 9,1 miliardi di export di armi, un record storico.

haftar serrajHAFTAR SERRAJ
Non è stato possibile verificare se queste armi fossero proprietà del governo o se fossero state fornite da società private, ma quel che emerge dall' articolo di Malta Today è il fatto che non si trattava di sorveglianza doganale ma di affari legati alla vendita di armi alle fazioni libiche in guerra dopo il rovesciamento di Gheddafi. Bocche ufficialmente cucite tra chi indaga sulla faccenda: dal magistrato Clarke all' esperto incaricato dal tribunale fino alla società che vigila sul traffico aereo maltese, nessuno parla. E nessuno ha ancora chiarito dove siano finite le scatole nere e uno dei portatili ritrovati nell' abitazione ma spariti poco dopo che gli investigatori francesi arrivarono a Malta.

khalifa haftarKHALIFA HAFTAR
Ma ormai, con l' iniziativa italiana e soprattutto la vicinanza tra l' uomo forte della Cirenaica Khalifa Haftar e la Russia, Parigi sembra destinata a essere tagliata fuori dai giochi delle armi. Mosca è pronta sostenere il leader di Bengasi, come dimostrava la presenza di Evgenij Prigozhin, detto lo «chef di Vladimir Putin», l' uomo che coordina i mercenari russi della compagnia Wagner, durante le trattative tra lo stesso Haftar e il ministero della Difesa russo. A ribadire il concetto sono le indiscrezioni di alcuni giorni fa del tabloid britannico Sun, che riferiva di agenti del Gru - i servizi segreti militari russi - già presenti sia a Tobruk sia a Bengasi. Al fianco di Haftar c' è anche l' Egitto di Abdel Fattah Al Sisi. E con l' intesa tra il generale e Roma, pare avvicinarsi l' uscita di scena dei servizi francesi dallo scenario libico.

Fonte: qui

ITALIA-EUROPA, SCONTRO FRONTALE - SALVINI E DI MAIO PRONTI A METTERE IL VETO AL BILANCIO UE


IN CONSIGLIO DEI MINISTRI DUELLO TRA SAVONA E TRIA SULLA MANOVRA 

MATTARELLA SULL’ORLO DI UNA CRISI DI NERVI: VOLEVA CHE SI EVITASSE LO SCONTRO CON L’EUROPA E ORA TEME IL RISCHIO COMMISSARIAMENTO DEL PAESE

Marco Antonellis per Dagospia

MOAVERO DI MAIO SALVINI CONTE MATTARELLAMOAVERO DI MAIO SALVINI CONTE MATTARELLA
Mattarella ci ha sperato fino all'ultimo: secondo i consiglieri del Quirinale la rottura tra il governo gialloverde e la Commissione europea si doveva, anzi poteva evitare. Ma a nulla sono valse le ripetute sollecitazioni, riservate e informali, dei consiglieri del Colle nei confronti di chi ha da tempo scelto la strada del "realismo politico", Giancarlo Giorgetti in primis (sempre più in sintonia politica con il grillino Buffagni).

Ma lo strappo alla fine si è consumato, con buona pace del Quirinale. La lettera che è stata inviata a Bruxelles prima della mezzanotte di ieri era stata in un primo momento approvata in un incontro riservato tra il Premier Conte, i dioscuri Vicepremier Salvini e Di Maio ed il Ministro Tria e solo successivamente approvata formalmente in Consiglio dei Ministri. Il "dietro le quinte" del Cdm rivela però di un duro confronto-scontro tra il ministro dell'Economia, Giovanni Tria, e il responsabile degli Affari Europei, Paolo Savona.
di maio e salviniDI MAIO E SALVINI

Oggetto del contendere, ovviamente, la posizione da tenere nei confronti dell'Europa. Ma gli altri Ministri, in particolare i 5Stelle, hanno subito fatto muro mettendo in minoranza il povero Tria: la manovra non si tocca e con l'Europa si va allo scontro. L'umore del Capo dello Stato non è proprio dei migliori, rivela chi ha avuto modo di incontrarlo in queste ultime ore.

Per il Colle "il governo sta scherzando con il fuoco. Scommettere che l'Europa non possa fare all'Italia ciò che ha già fatto alla Grecia è un azzardo troppo grande". Insomma, per il  Quirinale il rischio commissariamento del  Paese è un'ipotesi ben presente e da non escludere affatto.
il ministro giovanni tria (2)IL MINISTRO GIOVANNI TRIA

Ma c'è di più perché nelle ultime ore sta prendendo sempre più forza l'idea, da parte di Salvini e Di Maio di porre il veto al bilancio Ue, forse già in occasione del prossimo Consiglio Europeo: "Se l'Europa continua di questo passo non potremo più farne a meno" si spiegava off the record a Palazzo Chigi. Insomma, quello che nelle scorse settimane sembrava solo una vaga minaccia dal sapore elettoralistico, rischia di diventare una clamorosa realtà.

Fonte: qui

L’inarrestabile crescita del debito in dollari

Gli ultimi dati pubblicati dalla Bis sull’andamento della liquidità internazionale confermano la crescita robusta dell’indebitamento internazionale in dollari americani, che aveva raggiunto quota 11,5 trilioni al giugno 2018, in aumento del 6% rispetto allo stesso periodo di un anno fa.
Una crescita guidata in gran parte dal mercato obbligazionario. Le emissioni, infatti, sono aumentate dell’8,5% rispetto a un anno fa, assai più dei prestiti, cresciuti appena del 2,5%. Ciò significa che la domanda degli acquirenti di debito denominato in dollari, ma emesso fuori dagli Stati Uniti, è ancora forte. E ciò malgrado l’ormai avviatissima normalizzazione monetaria Usa renda questo debito assai più rischioso di quanto non fosse fino a un paio di anni fa.  Ciò per la semplice ragione che il rafforzamento del dollaro sposta sulle spalle dei debitori anche il rischio del cambio. Se si considera che circa 3,7 trilioni di questo debito è stato emesso da paesi emergenti, si ha una rappresentazione più chiara dei rischi annidati in questa crescita del credito denominato in dollari, che però evidentemente non bastano a moderarne la domanda.
Nei dodici mesi finiti a giugno 2018, infatti, la crescita del credito alle EME è stata del 7%, con la componente obbligazionaria cresciuta del doppio (+14%). Un dato che non rappresenta l’esposizione complessiva verso questi paesi. “Le stime – spiega infatti la Bis – non includono i prestiti effettuati tramite foreign exchange swaps/forwards che creano un debito simile a quello obbligazionario. Questi prestiti hanno una dimensione simile e probabilmente eccedono il debito contratto tramite obbligazioni e prestiti”. Detto in parole semplici, il debito degli emergenti quotato in dollari, aggiungendo anche gli accordi di swap e forward contratti sul mercato valutario, potrebbe sfiorare gli otto trilioni.
Anche il debito in euro, sebbene per quantità inferiori, fa la sua parte. L’eurodebito concesso ai prenditori fuori dall’eurozona è cresciuto del 7%, sempre nei dodici mesi finiti a giugno 2018, e quota ormai 3,1 trilioni. La crescita, al contrario di quanto avviene per il debito denominato in dollari, è guidata dai prestiti (+8%) più che dalle obbligazioni (+6%).
Questi andamenti si associano a una volatilità, espressa dall’indice VIX relativamente bassa.
I mercati finanziari, insomma, sono ancora stabili. Ciò non vuol dire che non siano seduti su un barile di polvere da sparo. Ma semplicemente che se ne infischiano. Per adesso.
Fonte: qui

Jim Rickards: The Debt Bomb Is Ready To Explode


Jim says the debt bomb has been a long time in the making, but it is finally getting ready to explode. Here are the details…
The great Chinese growth slowdown has been proceeding in stages for the past two years. The reason is simple. Much of China’s “growth” (about 25% of the total) has consisted of wasted infrastructure investment in ghost cities and white elephant transportation infrastructure.
That investment was financed with debt that now cannot be repaid. This was fine for creating short-term jobs and providing business to cement, glass and steel vendors, but it was not a sustainable model since the infrastructure either was not used at all or did not generate sufficient revenue.
China’s future success depends on high-value-added technology and increased consumption. But shifting to intellectual property and the consumer means slowing down on infrastructure, which will slow the economy.
In turn, that means exposing the bad debt for what it is, which risks a financial and liquidity crisis. China started to do this last year but quickly turned tail when the economy slowed. Now the economy has slowed so much that markets are collapsing.
But doesn’t China have over $1 trillion of reserves to prop up its financial system?
On paper, that’s true. But in reality, China is “short” U.S. dollars. The Chinese may have $1.4 trillion of U.S. Treasury securities in its reserve position, but they need those assets possibly to bail out their banking system or defend the yuan.
Meanwhile, the Chinese banking sector, which in many ways is an extension of the state, owes $318 billion in U.S. dollar-denominated deposits of commercial paper.
From a bank’s perspective, borrowing in dollars is going short dollars because you need dollar assets to back up those liabilities if the original lenders want their money back. For the most part, the banks don’t have those assets because they converted the dollar to yuan to prop up local real estate Ponzis and local corporations.
There’s not much left over to bail out the corporate, individual and real estate sectors.
This is all part of a global “dollar shortage” attributable to Fed tightening, both in the forms of higher rates but also a reduction in base money.
A dollar shortage seems implausible in a world where the Fed printed $4.4 trillion. But while the Fed was printing, the world borrowed over $70 trillion (on top of prior loans), so the dollar shortage is real. The math is inescapable.
So the Chinese debt bomb that has been a long time in the making is finally getting ready to explode. The economy is slowing, debt is exploding and the trade war with Trump has hurt China’s exports needed to earn dollars to pay the debts.
The defaults are beginning to pile up. Several large corporations and regional governments have defaulted recently.
China’s leaders have panicked at the slowdown and have started the credit flow again with lower interest rates, higher bank leverage and more debt-financed, government-directed infrastructure spending.
Of course, this solution is strictly temporary. All it does is postpone the day of reckoning and make the debt crisis worse when it does arrive.
With every passing day, a Chinese financial collapse draws closer. The rest of the world will not escape the consequences.
When the crisis strikes in full force, possibly in 2019, the rest of the world will not be spared.

I principali investitori in Cina sono gli europei, non gli Usa

Un approfondimento pubblicato da Bofit, ci comunica un’informazione molto interessante che dice molto su come stia cambiando la geografia degli interessi economici globali. Il dato, che non ha bisogno di molti commenti, è che la guerra commerciale con gli Usa non ha impedito alla Cina di continuare a ricevere corposi flussi di investimenti diretti esteri (FDI) nei primi nove mesi del 2018, pure al netto di alcune discrepanze fra le diverse misurazioni statistiche. I numeri diffusi dal ministro per il commercio estero cinese (MCO) riportano infatti che gli afflussi netti hanno raggiunti quota 98 miliardi fra gennaio e settembre di quest’anno, il 6% in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Tuttavia i dati della bilancia dei pagamenti differiscono notevolmente da quelli del ministero. Secondo i primi, gli afflussi nei primi sei mesi del 2018 avrebbero raggiunto i 126 miliardi, più del doppio rispetto al primo semestre del 2017.
Ma aldilà di queste differenze, connesse probabilmente ai diversi metodi di misurazione adottati, il dato interessante è un altro: “Il 9% dei flussi di investimenti diretti arriva dall’Ue mentre gli Usa contribuiscono per il 2%”. A quanto pare la promessa cinese di aprirsi sempre più agli investimenti esteri al momento convince gli europei assai più che gli americani, certamente meno motivati a causa della guerra commerciale fra i due paesi che “ha forzato molte compagnie straniere a dislocare i propri investimenti fuori dalla Cina”.
In effetti i dati sui deflussi sono abbastanza eloquenti. I dati del ministero del commercio estero li quantificano i 89 miliardi nei primi nove mesi dell’anno, in crescita del 6% rispetto allo stesso periodo del 2017. Il grosso si è concentrato nei primi sei mesi, mentre nel terzo trimestre i deflussi sono diventati negativi.
Dal canto suo anche la Cina ha rallentato gli investimenti diretti esteri. Secondo i dati del China global investment tracker (CGIT) nei primi nove mesi del 2018 Pechino ha investito all’estero solo 56 miliardi di dollari, ben 101 in meno rispetto allo stesso periodo del 2017, quando però i cinesi avevano effettuato un mega acquisto da 43 miliardi del colosso svizzero Syngenta. Ma anche qui si osserva una interessante circostanza: il 35% degli investimenti cinesi è andata all’Europa e solo il 10% agli Usa, leggermente meno che nel 2017. Europa e Cina, evidentemente, condividono molti più interessi. Usa e Cina sempre meno.
Fonte: qui

BRUXELLES BACCHETTA RENZI E GENTILONI: “SIAMO STATI MOLTO GENTILI CON L’ITALIA, CHE NEGLI ULTIMI 3 ANNI HA POTUTO SPENDERE 30 MILIARDI GRAZIE ALLA FLESSIBILITÀ”

IL TRATTAMENTO RICEVUTO DAI GOVERNI PD E IL DETTAGLIO CHE NON VA IGNORATO: SE SI APRIRÀ UNA PROCEDURA DI INFRAZIONE, SI CONTESTERÀ IL DEBITO DEL 2017, QUANDO AL GOVERNO NON C’ERANO SALVINI E DI MAIO… MA IL PD!!!
Estratto dell’articolo di Marco Bresolin per “la Stampa”

renzi junckerRENZI JUNCKER
La Commissione europea fa mea culpa sulla flessibilità concessa negli ultimi anni ad alcuni Stati per ragioni politiche. Riconosce di averne «abusato, talvolta in modo inappropriato, per esempio quando si è trattato di stabilizzare una situazione politica». Il collegio dei commissari è giunto a questa conclusione nella seduta del 10 ottobre scorso, nella quale c’è stata una discussione sul Patto di Stabilità e sugli errori commessi nella sua applicazione. I contenuti emergono dal verbale della riunione, nel quale non vengono citati esplicitamente i Paesi oggetto della riflessione. Anche se ce n’è uno in particolare che ha goduto di un’interpretazione elastica delle regole. 

«L’Italia è il Paese che più di tutti ha beneficiato della flessibilità», ripete costantemente Jean-Claude Juncker. «Negli ultimi tre anni - ha ricordato più volte - l’Italia ha potuto spendere 30 miliardi grazie alla flessibilità. Siamo stati molto gentili con l’Italia». Nella riunione del 10 ottobre (nella quale erano assenti Federica Mogherini e Pierre Moscovici), Valdis Dombrovskis ha fatto mettere a verbale che «in futuro il ricorso alla flessibilità dovrà essere meno frequente in caso di ripresa economica». 

È opinione diffusa a Bruxelles e in altre capitali che i governi guidati da Matteo Renzi e Paolo Gentiloni abbiano ricevuto un trattamento particolare. Nell’autunno del 2016 la Commissione decise di non calcare troppo la mano con Roma per non danneggiare l’esecutivo alla vigilia del referendum costituzionale. L’anno successivo, la resa dei conti è stata nuovamente rinviata perché alle porte c’erano le Politiche. Ecco a cosa si riferiscono i commissari quando riconoscono di aver abusato della flessibilità per «stabilizzare una situazione politica». Anche se, a conti fatti, il sostegno politico di Bruxelles si è rivelato inutile. Sia per il referendum, sia per le Politiche 2018. E pure per quanto riguarda i conti pubblici: tra il 2015 e il 2018 il deficit strutturale non è affatto migliorato, anzi è cresciuto di anno in anno (da 0,5% del Pil a 1,8%), mentre il debito italiano non si è praticamente mosso (da 131,6% a 131,1% in tre anni). 

Il governo Conte ha presentato una manovra totalmente fuori dai parametri Ue, con una deviazione «senza precedenti» ed è per questo che la Commissione aprirà una procedura sul debito

Ma c’è un particolare che non andrebbe ignorato: Bruxelles contesterà all’Italia di aver violato la regola del debito nel 2017. Quando al ministero del Tesoro c’era Pier Carlo Padoan. 

Il 23 maggio di quest’anno, infatti, la Commissione ha pubblicato il rapporto sul nostro debito. Nel quale scrive: «L’Italia non ha rispettato il parametro per la riduzione del debito né nel 2016 (scostamento del 5,9% del Pil) né nel 2017 (scostamento del 5,1% del Pil)». E allora perché non ha deciso di aprire subito una procedura a maggio? 
Perché ha riconosciuto alcuni «fattori significativi», tra i quali la «sostanziale conformità con il percorso di aggiustamento verso l’obiettivo a medio termine, una volta considerata la tolleranza concessa per gli eventi inconsueti». Tradotto: l’Italia - anche grazie alla flessibilità per migranti e terremoto - ha rispettato le richieste annuali di correzione e ha così evitato la procedura. Oggi, con l’intenzione annunciata dall’attuale governo di non considerare i vincoli Ue, cadono queste attenuanti. Ragion per cui la Commissione riscriverà il rapporto pubblicato a maggio e constaterà la violazione della regola del debito nel 2017. Spianando la strada alla procedura.  

Il nuovo documento è atteso per mercoledì prossimo, mentre lunedì il caso-Italia sarà discusso all’Eurogruppo. Oggi è invece in agenda un Ecofin dedicato ai negoziati con l’Europarlamento per il bilancio Ue del 2019, ma il ministro Giovanni Tria non ci sarà: l’Italia sarà rappresentata dall’ambasciatore presso l’Ue, Maurizio Massari. Non sarà l’unico, ma al tavolo ci saranno alcuni ministri (l’austriaco per esempio), mentre altri governi manderanno i sottosegretari (come la Germania). «Sarò l’unico politico italiano presente» dice Daniele Viotti, relatore del bilancio ed eurodeputato Pd. Nella delegazione, infatti, non ci saranno nemmeno gli europarlamentari di Lega e M5S. 

Fonte: La Stampa

tajani gentiloni da JunckerTAJANI GENTILONI DA JUNCKER

L’Area Schengen ormai è fallita. L’Europa del Nord chiude i confini


Schengen è stata per anni uno dei pilastri dell’Unione europea. La libertà di movimento dei cittadini europei fra uno Stato membro e l’altro è considerata una delle basi di questa Europa. E l’assenza di confini, sognata da no-borders ma anche dai paladini dell’europeismo, giace ormai nel dimenticatoio, travolta dagli eventi che hanno colpito ormai definitivamente la tenuta dell’Unione europea.

In teoria, i controlli alle frontiere tra i Paesi europei introdotti (soltanto temporaneamente) con la crisi dei rifugiati del 2015 dovevano essere scaduti la scorsa settimana. L’idea, almeno inizialmente, era che questi controlli fossero ripristinati solo per gestire la crisi. Niente di definitivo (a parole), ma solo una periodica ripresa dei controlli per monitorare l’ondata migratoria dalla Siria e non solo.

Di temporaneo però non c’è stato nulla. Anzi, proprio quei Paesi che bastonano i “cattivi” dell’Unione europea sul fronte dei bilanci e delle politiche migratorie, sono quelli che hanno continuato a prorogare i controlli alle frontiere. Così, i governi di Germania, Austria,Danimarca, Svezia e Norvegia hanno comunicato al Consiglio europeo di estendere per altri sei mesi i termini per la chiusura dei confini. Mentre la Francia ha già detto a ottobre che la proroga scadrà ad aprile. 

C’è chi ha parlato di sfiducia nei confronti dei Paesi che controllano il confine esterno dell’area Schengen, ovvero di Spagna, Grecia e Italia. C’è chi, come la Francia, utilizza il fattore “terrorismo”, dicendo che applica il controllo delle frontiere a causa della minaccia jihadista. Ma quello che conta è che oggi, sei Paesi dell’Unione europea se ne infischiano degli accordi di Schengen e di fatto, hanno blindato i confini.

Loro, non tutti. Ed è per questo che non solo gli altri Paesi dell’Unione europea sono contrariati, ma lo è la stessa Commissione. La libertà di movimento, insieme all’euro, è una sorta di totem dell’Unione europea. Che già di suo è fragile e indebolita, e adesso si vede colpita in uno dei suoi pilastri proprio dal nucleo duro dell’europeismo, in particolare da Francia e Germania. E proprio per questo motivo, Jean-Claude Juncker ha parlato di “un passo indietro per l’Europa”.

Il fatto che Bruxelles protesti, non significa però che gli Stati che hanno sospeso Schengen la seguano. I governi di questi Paesi hanno già fatto capire al Consiglio e alla Commissione che non sono affatto interessati a prendere in considerazione un ripensamento. E adesso, l’eccezione rischia di trasformarsi in regola, soprattutto perché l’Europa non ha alcuna forza (né probabilmente voglia) di imporre qualcosa a questi Stati. Può un’Europa guidata dall’asse franco-tedesco dire a Parigi e Berlino di aprire i confini? 

Con Angela Merkel gravemente indebolita dalle sconfitte elettorali soprattutto a causa della questione migranti, e con un Emmanuel Macron sotto assedio per le europee e con Marine Le Pen alle costole nei sondaggi, i due leader non faranno marcia indietro.
E così, l’Europa si ritrova a dover fare i conti con una realtà che non può cambiare. I governi più europeisti colpiscono al cuore proprio uno dei pilastri dell’Unione europea. Ma da questo si evince anche il pericoloso e ormai cristallino doppiopesismo di Bruxelles nei confronti degli Stati membri.

La domanda sorge spontanea. L’Unione europea si sarebbe comportata nello stesso modo se altri Stati membri avessero fatto lo stesso di Francia, Germania, Austria e altri Paesi? Immaginiamoci come sarebbe stata accolta la chiusura dei confini da parte dell’Italia, con un governo già profondamente critico nei confronti delle dinamiche europee. La risposta a questa domanda (purtroppo retorica) la conoscono tutti. Ma anche in questo si notano le gravi lacune di questa Europa, impegnata nei numeri, nelle cifre, ma soprattutto nella disparità di trattamento fra Stati dell’Europa mediterranea e Stati dell’Europa centrale e settentrionale. Vittimismo? No. Semplice constatazione.

Fonte: qui