9 dicembre forconi

mercoledì 27 giugno 2018

LUCA LANZALONE, L'UOMO CHE HA DOVUTO DIMETTERSI DALLA PRESIDENZA DI ACEA ERA NEL CUORE DEL SISTEMA PENTASTELLATO

DALLA MONTAGNA DI CARTE DELL'INCHIESTA SALTA FUORI, TRA UNA CATERVA DI OMISSIS, ANCHE UNA TELEFONATA IN CUI LANZALONE SI VANTA DI AVER TROVATO UNA SOLUZIONE AL PROBLEMA DEL PAGAMENTO DELLA PIATTAFORMA ROUSSEAU, VERO CUORE DEL SISTEMA DEL M5S, DA PARTE DEI DEPUTATI GRILLINI

Francesco Bonazzi per la Verità

Non sarà facile scaricare Luca Lanzalone, l' uomo che sussurrava le nomine ai 5 stelle dopo essere entrato nel giro di Luigi Bisignani, attraverso l' immobiliarista di «Stadio capitale» Luca Parnasi. I vertici del Movimento, da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio in giù, dopo gli arresti hanno cercato di appioppare l' errore politico di puntare sull' avvocato genovese alla sindaca Virginia Raggi.
LANZALONELANZALONE

Ma la prima cittadina di Roma non ci sta a prendersi tutto il fango e ha detto ai magistrati che l' ingaggio del rampante Lanzalone le è stato suggerito da Adriano Bonafede, avvocato toscano un tempo in buoni rapporti con il Pd e oggi niente meno che ministro della Giustizia, e da Riccardo Fraccaro, che ha preso il posto di Maria Elena Boschi ai Rapporti con il Parlamento.

Peccato che dalla montagna di carte dell' inchiesta romana salti fuori, tra una caterva di omissis, anche una telefonata in cui Lanzalone si vanta di aver trovato una soluzione al problema del pagamento della piattaforma Rousseau da parte dei deputati grillini.
parnasi giorgetti lanzalonePARNASI GIORGETTI LANZALONE
Insomma, l' uomo che ha dovuto frettolosamente dimettersi dalla presidenza di Acea era nel cuore del sistema pentastellato.

Il 9 marzo scorso, il primo mercoledì dopo la semivittoria di domenica 4 marzo, Beppe Grillo e Davide Casaleggio scendono a Roma insieme ai vertici della piattaforma Rousseau per catechizzare i nuovi deputati.

L' incontro, blindatissimo per la consueta fobia nei confronti della carta stampata, ha come scopo quello di illustrare le potenzialità rivoluzionarie della piattaforma, che consente anche un dialogo diretto con gli elettori. Un sistema che ha attirato e attira l' interesse di molti leader politici all' estero, per come permette di disintermediare i classici meccanismi novecenteschi di formazione del consenso, dalle televisioni in giù, utilizzando al meglio le potenzialità della Rete.

LANZALONE E LUIGI DI MAIOLANZALONE E LUIGI DI MAIO
E come aveva rivelato Il Foglio del 31 gennaio scorso, «l' articolo 6 del regolamento obbliga tutti i nuovi eletti in Parlamento a versare una tassa mensile da 300 euro a Rousseau (che fanno almeno 3 milioni di euro in 5 anni). Il movimento è così legato mani e piedi, giuridicamente, economicamente e tecnicamente, a un' associazione privata su cui non ha nessun potere o vigilanza». Vista dall' altra parte, però, una struttura del genere garantisce formalmente il pieno distacco tra la Casaleggio & associati e l' Associazione Rousseau, anche se gli uomini sono poi più o meno gli stessi.

LUCA LANZALONELUCA LANZALONE
Ebbene è in questo contesto assai delicato che va letta l' intercettazione dei carabinieri delle ore 12:55 di venerdì 1 giugno, il giorno in cui entra in carica il governo gialloblù affidato a un altro avvocato esterno al Movimento, il professor Giuseppe Conte. Al telefono sono Luca Lanzalone, ora ai domiciliari per presunta corruzione, e un certo Luciano, che usando un telefono dello studio legale Lanzalone è con ogni probabilità il socio Luciano Costantini.

Il presidente di Acea, che la sera prima dell' arresto verrà intercettato mentre partecipa a una rara cena romana di Casaleggio, scambia notizie con il socio su quello che accade ai vertici del M5s. Ecco la sintesi riportata nelle carte dagli uomini dell' Arma: «Luca chiede se ha notizie dei loro amici e Luciano dice che segue la cosa con Davide.
Luciano dice di aver proposto che gli eletti devono pagare i 5 stelle e il Movimento fa un accordo con Rousseau. Discutono della vicenda».
LANZALONE RAGGI DI MAIOLANZALONE RAGGI DI MAIO

Come si vede, a meno che si tratti di due avvocati che millantano entrature e coinvolgimenti in affari che non li riguardano, il tenore della conversazione, al momento riportata solo per riassunto, ci consegna l' immagine di un Lanzalone chiamato a offrire soluzioni giuridiche su una vicenda di importanza capitale per la prima forza politica della nazione.

Perché Rousseau è il centro di tutto e il vero cuore del sistema (vincente) del M5s. Che finisca in qualche modo nelle mani di uno che si consegna al primo palazzinaro romano che passa, con corredo di Luigi Bisignani e faccendieri vari, è un po' allarmante per tanti deputati che stanno ancora disciplinatamente aspettando istruzioni per il versamento dei famosi 300 euro.
grillo casaleggioGRILLO CASALEGGIO

Già, perché dal 9 marzo a oggi, non risulta che siano state decise le modalità dell' obolo Rousseau per i nostri eletti. Probabilmente, l' arresto di Lanzalone-Mr. Wolf ha interrotto anche questa partita, oltre a chissà quali nomine «alla romana» nelle società pubbliche. Il pagamento diretto dei 300 euro a Rousseau, da parte di deputati e senatori, sarebbe il metodo più semplice, in teoria.

Ma i commercialisti del Movimento hanno fatto presente a Luigi Di Maio e soci che si potrebbe porre un problema di Iva da pagare, visto che Rousseau fornisce senza alcuna ombra di dubbio dei servizi ai deputati grillini. Ai quali però non si può chiedere, dopo il prelievo forzoso per le spese legali del Movimento, di versare pure l' Iva su questa piattaforma imposta dall' alto.

grillo casaleggio altafiniGRILLO CASALEGGIO ALTAFINI
Ecco quindi che assume valore la «soluzione Wolf», che in sostanza è una triangolazione esentasse: l' onorevole semplice paga al Movimento la sua quota, questo «compra» i servizi di Rousseau, come fossero cancelleria o servizi di telefonia, e chi gestisce la piattaforma milanese ottiene il suo compenso. Se andrà a finire così, fossimo Lanzalone, una bella parcella a Di Maio la emetteremmo. Gli servirà per le spese legali.

Fonte: qui




“LANZALONE HA DIMOSTRATO SPREGIUDICATEZZA E PERVICACIA NELL’ASSERVIRE LA PROPRIA FUNZIONE AGLI INTERESSI DEL PRIVATO” 

IL GIP HA DETTO NO ALLA RICHIESTA DI LIBERTA’ PER L’AVVOCATO: “HA DIMOSTRATO DI GODERE DI UNA RETE DI RELAZIONI ASSAI AMPIA E DI UNA NOTEVOLE CAPACITA’ DI INFLUENZARE LE DECISIONI DI ORGANI DI VERTICE DELLA POLITICA” 

IL DETTAGLIO DELLE MOTIVAZIONI

Maria Elena Vincenzi per “la Repubblica - Roma”
LANZALONELANZALONE

Le motivazioni per il no alla richiesta di libertà "Spregiudicato e al centro di relazioni politiche Da lui spiegazioni smentite da prove schiaccianti" Luca Lanzalone ha dimostrato «spregiudicatezza e pervicacia nell' asservire la propria pubblica funzione agli interessi del privato» . E per questo « il concreto pericolo di recidiva e di inquinamento probatorio appaiono assai elevati e in nulla scemati dalle sue dimissioni quale presidente di Acea» .

Sono perentorie le parole con le quali il gip Maria Paola Tomaselli ha detto no all'attenuazione della misura per Lanzalone, finito ai domiciliari il 13 giugno scorso per l' inchiesta sullo stadio della Roma dei carabinieri del nucleo investigativo coordinati dalla Procura.
LANZALONE E RAGGILANZALONE E RAGGI

Il giudice, citando anche le audizioni dei testimoni, prime fra tutte quella della sindaca Virginia Raggi e del dg del Campidoglio Franco Giampaoletti (ma anche quella del dg della Roma Mauro Baldissoni), stigmatizza il potere di cui l'ex presidente Acea godeva in Comune. «Lanzalone - scrive il magistrato - ha dimostrato di godere di una rete di relazioni assai ampia e di una notevole capacità di influenzare le decisioni di organi di vertice della politica e dell'amministrazione, nonché di una notevole disinvoltura nel ricorrere, per svolgere la sua attività di consulenza legale, anche a intestazioni fittizie».
LUCA LANZALONELUCA LANZALONE

Per il magistrato, il quadro probatorio è solido. Anzi, si è addirittura rafforzato dopo gli arresti. «All'esito delle ulteriori acquisizioni operate dall' ufficio del pubblico ministero- si legge nell' ordinanza - è stata confermata la qualità di funzionario di fatto di Lanzalone e l'incarico di natura pubblicistica rivestito nell' amministrazione capitolina».

Insomma, a dispetto della sua linea difensiva, l'avvocato genovese per il gip (così come per il procuratore aggiunto Paolo Ielo e per il sostituto Barbara Zuin che ne hanno chiesto l' arresto) era a tutti gli effetti un pubblico ufficiale. Elemento che confermerebbe il motivo per il quale il costruttore Luca Parnasi lo " gratificava" con consulenze di ogni tipo.

LANZALONE E VIRGINIA RAGGILANZALONE E VIRGINIA RAGGI
Per di più, secondo il giudice, Lanzalone ha mentito nel corso del suo interrogatorio di garanzia, un' istruttoria fiume durata quasi sette ore durante la quale l'avvocato genovese ha negato ogni addebito. «Le giustificazioni addotte da Lanzalone in relazione alle utilità ricevute, tra l' altro, appaiono in taluni casi inverosimili e sempre contraddette dai dati probatori esistenti». Proprio per questo « il quadro indiziario sussistente non appare in nulla ridimensionato, ma semmai aggravato dalle più recenti acquisizioni».

Insomma, di essere scarcerato non se ne parla. Nonostante le dimissioni dalla presidenza di Acea. Tutti questi elementi, conclude il gip, « unitamente all' assenza di alcuna consapevolezza in ordine all' illiceità della condotta contestatagli, così come è emerso dalla negazione da parte del pervenuto delle proprie responsabilità anche a fronte di palesi evidenze probatorie, rendono inidonee a salvaguardare le rappresentato esigenze cautelari misure diverse da quelle degli arresti domiciliari che sola limita in maniera sostanziale la libertà di movimento e di contatto dell' indagato».

Fonte: qui

COSA LEGA SALVINI A BELSITO? GIORGETTI

IL GIANNILETTA PADANO C’ERA E CONTINUA A ESSERCI. ORA COME SOTTOSEGRETARIO ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO E BRACCIO DESTRO DI SALVINI, PRIMA COME UOMO DEI RAPPORTI CON GLI INDUSTRIALI CHE PORTAVANO DENARO ALLE CASSE DEL CARROCCIO 

LA RAGNATELA DI RAPPORTI PUBBLICATA DALL’''ESPRESSO'', LE DICHIARAZIONI DI BELSITO DAL CARCERE, I RAPPORTI CON PARNASI E…

Giovanni Tizian e Stefano Vergine per "L’Espresso"

giancarlo giorgettiGIANCARLO GIORGETTI
C' è un passato che ritorna nella nuova Lega di Matteo Salvini. C' è la continuità politica con il vecchio partito di Bossi rappresentata da un volto, quello di Giancarlo Giorgetti, l' eminenza grigia, il Gianni Letta padano, l' uomo cerniera tra big dell' imprenditoria e il partito fin dai tempi del Senatur. E c' è il mistero del tesoro scomparso, i 48 milioni di euro frutto della truffa sui rimborsi elettorali. Soldi pubblici che- come stabilito dai giudici di Genova- dovrebbero tornare allo Stato ma che non si trovano più.

Una storia a cui L' Espresso ha dedicato diverse inchieste e copertine. E che ora si arricchisce di un nuovo, importante particolare: il collegamento diretto tra le società dei fedelissimi di Salvini e la holding lussemburghese sospettata dai magistrati e dalla Guardia di finanza di aver avuto un ruolo nel riciclaggio del tesoro leghista. Denaro che potrebbe far parte del malloppo scomparso dai radar dopo la sentenza di condanna per Bossi e Francesco Belsito, il tesoriere che ha firmato la truffa sui rimborsi.
salvini giorgettiSALVINI GIORGETTI

È un' ipotesi, per ora. Un' ipotesi sui cui stanno lavorando i finanzieri del Nucleo tributario di Genova, in base alla quale la procura ligure ha inviato una rogatoria alle autorità del Granducato.

Ma torniamo a Giorgetti. L' uomo buono per tutte le stagioni della Lega. Il demoleghista, come lo hanno ribattezzato scherzando alcuni suoi amici. C' era e aveva un peso nel regno di Bossi. Si racconta che durante i consigli federali, il commercialista di Cazzago Brabbia fosse uno dei pochissimi a cui il Capo permetteva di parlare. Ma Giancarlo c' era e contava anche nei momenti successivi allo scandalo della truffa dei rimborsi, quando segretario era Roberto Maroni.
matteo salvini, giancarlo giorgetti, gian marco centinaioMATTEO SALVINI, GIANCARLO GIORGETTI, GIAN MARCO CENTINAIO

Oggi, con Matteo Salvini al potere, con un partito che ha abbracciato l' internazionale sovranista, lui è ancora lì. Magari un po' recalcitrante di fronte agli ammiccamenti riservati da Matteo ai neofascisti, vagamente imbarazzato davanti alle dichiarazioni no euro dei vari Borghi e Bagnai, ma sempre presente.

Uno dei pochissimi della vecchia guardia ad aver resistito. E come ha sempre fatto, anche oggi continua a manovrare dietro le quinte, con il suo stile felpato e l' aria da brav' uomo. Tanto da essersi guadagnato pure la fiducia di Sergio Mattarella.

GIANCARLO GIORGETTI VINCENZO SPADAFORAGIANCARLO GIORGETTI VINCENZO SPADAFORA
Insomma il bocconiano Giorgetti c' era e continua a esserci, ora con un ruolo più prestigioso che mai: sottosegretario alla presidenza del Consiglio. A lui si deve anche l' avvicinamento a Salvini di Luca Parnasi, l' imprenditore finito in carcere con l' accusa di corruzione, il costruttore romano che nelle intercettazione definisce il ministro dell' Interno «amico fraterno».

Ma Parnasi è soprattutto intimo di Giancarlo. Si conoscono da moltissimi anni, erano vicini di casa a Roma. Lo rivelano gli atti della procura di Roma che sta indagando sull' immobiliarista che avrebbe dovuto costruire il nuovo stadio della Roma. E che, come rivelato dal nostro giornale due mesi e mezzo fa, ha finanziato l' associazione Più Voci fondata dal tesoriere della Lega, Giulio Centemero. Il professionista scelto personalmente da Salvini, l' uomo considerato - parola di Parnasi - «il braccio destro di Matteo».
parnasi giorgetti lanzalonePARNASI GIORGETTI LANZALONE

Giorgetti e Parnasi sono in confidenza, almeno questo risulta dalle informative dei carabinieri. Un esempio su tutti: ad appena otto giorni dal trionfo leghista del 4 marzo, Giorgetti, vice del segretario del partito, partecipa a una cena riservata a casa del costruttore, in una delle zone più esclusive della Capitale.

Il sottosegretario ha precisato che più che di cena si è trattato di un aperitivo, un bicchiere di vino e qualche fetta di salame. Il valore di questa riunione conviviale, però, prescinde dalla tipologia di cibo consumato. Perché attorno al tavolo sedeva anche Luca Lanzalone, l' avvocato genovese ingaggiato dai Cinquestelle per chiudere l' affare stadio della Roma e diventato un vero e proprio consigliori del gotha del movimento di Di Maio. Un incontro a tre, che per la riservatezza con cui Parnasi ne parla ha insospettito gli investigatori.

giorgetti bossiGIORGETTI BOSSI
Non sappiamo ancora cosa si siano detti perché alla nota dei carabinieri seguono cinque pagine di «Omissis», informazioni coperte ancora da segreto istruttorio. Di certo, subito dopo il voto del 4 marzo Giorgetti e Parnasi discutono di alleanze, si scambiano opinioni sulla situazione politica. In una telefonata il costruttore chiede a Lanzalone se «Di Maio è al corrente del lavoro fatto con Giorgetti».

E poi ancora: «Se ha bisogno io parlo direttamente con Matteo, ma in questo momento Giancarlo ha la...». Per dire che il futuro sottosegretario alla presidenza del Consiglio era l' uomo con cui parlare in quella delicata fase di formazione del governo. Insomma, Parnasi è a suo agio con la nuova Lega sovranista di Salvini. E forse sarà per questo che tra il 2015 e il 2016 ha deciso di versare 250 mila euro all' associazione Più Voci.

salvini al quirinale con giorgettiSALVINI AL QUIRINALE CON GIORGETTI
Un contributo dato ai leghisti, senza passare direttamente dal partito. Su questo finanziamento, le giustificazioni sono discordanti. Parnasi sostiene di averlo offerto per la campagna elettorale delle comunali di Milano, mentre il tesoriere del partito esclude sia stato usato per attività politiche, anzi all' Espresso ha dichiarato che sono serviti a sostenere la libertà di informazione di Radio Padania.

calderoli - giancarlo giorgettiCALDEROLI - GIANCARLO GIORGETTI



Intanto, la procura di Roma e quella di Genova hanno instaurato un coordinamento investigativo proprio sul finanziamento scovato dall' Espresso a fine marzo scorso. I pm che indagano su Parnasi e lo stadio, insieme ai colleghi che cercano il tesoro svanito della Lega. I soldi spariti e quelli arrivati magicamente a una sconosciuta associazione.

In realtà, il sospetto che la Lega abbia beneficiato di finanziamenti illeciti non è nuovo. Così come nuovo non è il ruolo di Giorgetti in queste trame finanziarie, almeno secondo un verbale di interrogatorio sui presunti fondi neri del partito.

Giancarlo GiorgettiGIANCARLO GIORGETTI



A raccontare apertamente ai magistrati del ruolo dell' attuale sottosegretario alla presidenza del consiglio è stato per la prima volta cinque anni fa Francesco Belsito, tesoriere del partito ai tempi di Bossi, condannato in primo grado per truffa e appropriazione indebita proprio per la vicenda dei 48 milioni di euro che i magistrati italiani stanno adesso cercando di sequestrare. Belsito non è mai stato in grado di provare le accuse rivolte a Giorgetti, motivo per cui la vicenda è stata archiviata. D' altra parte - secondo la sua versione - si trattava di pagamenti in nero, quindi difficili da tracciare.

IL CORO DEL VERTICE DELLA LEGA BOSSI CALDEROLI GIORGETTIIL CORO DEL VERTICE DELLA LEGA BOSSI CALDEROLI GIORGETTI
È il 29 maggio 2013. Nel carcere milanese di San Vittore, dove è detenuto in quel momento, Belsito incontra i pm di Milano Alfredo Robledo, Roberto Pellicano e Paolo Filippini. Racconta della sua nomina a tesoriere della Lega, incarico ereditato dallo storico cassiere padano Maurizio Balocchi. «Mi era stato detto da Balocchi», si legge nella trascrizione dell' interrogatorio, «che da sempre gli imprenditori portavano denaro in nero al partito.

UMBERTO BOSSI E BELSITOUMBERTO BOSSI E BELSITO


Questi rapporti erano intrattenuti principalmente da Giorgetti. Ricordo un episodio riferitomi da Balocchi circa un versamento di contante proveniente da Lombardi Cerri, consigliere di Finmeccanica in quota Lega, così come ricordo un altro episodio, riferitomi sempre da Balocchi, di un altro versamento per la costruzione della Marina dell' Aeroporto di Genova da parte dell' imprenditore che si era occupato dei lavori, imprenditore del quale non ricordo il nome».

Belsito passa ai rapporti tra imprenditori e dirigenti leghisti di cui lui stesso è stato testimone. Riferisce di incontri tra Giorgetti e il costruttore Salini. E cene con l' industriale Cremonini (patron dell' omonimo gruppo alimentare), il quale all' epoca si mostrò disponibile a finanziare il partito.

lega ladrona bossi belsito foto e baraldiLEGA LADRONA BOSSI BELSITO FOTO E BARALDI
Belsito spiega ai pm come pure le aziende a controllo pubblico fossero coinvolte in questo giro. «I finanziamenti provenienti da tali nomine potevano essere fatti alla luce del sole o in nero, passando personalmente dagli esponenti politici. Balocchi», aggiunge Belsito, «mi diceva ad esempio che il senatore Fruscio finanziava personalmente Giorgetti».

Dario Fruscio, commercialista come Giorgetti e parlamentare della Lega dal 2006 al 2008, in quegli anni è stato in effetti membro del cda di aziende a controllo pubblico come Eni e Sviluppo Italia (l' attuale Invitalia).

Impossibile trovare riscontri sulle parole di Belsito. L' archiviazione ha sepolto ogni cosa. Senza considerare il fatto che buona parte delle accuse necessitava per lo meno della conferma di Balocchi, il quale intanto è deceduto. Il vecchio e il nuovo, dicevamo.

ALEMANNO STORACE GIORGETTIALEMANNO STORACE GIORGETTI
Bossi e Salvini. Le ombre passate del finanziamento illecito e i sospetti attuali. Tutte ipotesi, tutto da provare. Quel che è certo è Giorgetti. Cambia tutto ma lui è sempre lì, un passo dietro la prima fila, abbastanza vicino per conoscere ogni segreto, abbastanza lontano per non rimanerne coinvolto. Sempre in mezzo alle cose che contano, però. Come la gestione della cassa, i soldi del partito.

salvini sull aereo militare verso la libiaSALVINI SULL AEREO MILITARE VERSO LA LIBIA

Il tesoriere della Lega oggi è Centemero, 39 anni, commercialista sveglio e accorto. Proprio come Giancarlo. Tre settimane fa, quando gli avevamo chiesto conto dei possibili legami tra il partito e sette piccole imprese italiane controllate da una holding lussemburghese, la Ivad, lui aveva risposto sicuro: «Nessun collegamento diretto o indiretto con la Lega».

La curiosità nasceva dal fatto che le sette aziende sono registrate presso lo studio contabile di Andrea Manzoni e Alberto Di Rubba, compagni di università di Centemero ma soprattutto responsabili amministrativi del gruppo Lega alla Camera e al Senato. Lo studio in questione è quello di via Angelo Maj, a Bergamo, dove ha sede anche l' associazione Più voci foraggiata dal costruttore romano sotto inchiesta.

FRANCESCO BELSITOFRANCESCO BELSITO


«Nessun collegamento diretto o indiretto con la Lega», avevano ribadito Manzoni e Di Rubba. Analizzando i documenti societari delle imprese emerge però un dato che mette in dubbio le rassicurazioni dei cassieri di Salvini. Secondo la procura di Genova, che sta indagando per il possibile riciclaggio dei 48 milioni di rimborsi elettorali frutto di truffa, alcuni di questi milioni sono stati fatti uscire dall' Italia per finire nella disponibilità di una società lussemburghese, la Pharus Management Lux, la quale poi avrebbe trasferito il denaro (3 milioni è l' ipotesi investigativa) su conti italiani collegati alla Lega.

MATTEO SALVINI CON LA MELA IN BOCCAMATTEO SALVINI CON LA MELA IN BOCCA
L' Espresso è in grado di rivelare che dietro le sette imprese italiane c' è anche un uomo della Pharus, la società finanziaria lussemburghese che avrebbe fatto da sponda per il presunto riciclaggio milionario. Si chiama Vito Luciano Mancini, classe '78, laurea in Bocconi e un passato in Unicredit, oggi residente nel Granducato.

Mancini è azionista con una piccola quota della SevenBit di Bergamo, la società che attraverso la Seven Fiduciaria detiene il controllo delle sette aziende registrate presso lo studio di Manzoni e Di Rubba.
Roberto Maroni Giancarlo GiorgettiROBERTO MARONI GIANCARLO GIORGETTI



La ragnatela è complicata, ma ciò che conta è che il professionista pugliese da cinque anni - dal maggio 2013 - è anche un manager della Pharus Management Lux SA, la società lussemburghese al centro del presunto riciclaggio. Non solo. Nel suo curriculum Mancini dichiara di lavorare anche per la Arc Asset Management Sa. È un'altra società lussemburghese tra i soci della SevenBit, quindi tra i proprietari delle sette Srl italiane domiciliate presso lo studio dei cassieri della Lega. I professionisti di via Angelo Maj, le menti dell' associazione Più voci, al servizio del partito di Salvini.

Fonte: qui

ROHANI E PUTIN CORRONO A CONGRATULARSI CON ERDOGAN PER LA VITTORIA ALLE ELEZIONI

E’ IL TRIANGOLO IRAN-RUSSIA-IRAN, A CUI SI AGGIUNGONO IL QATAR, LA PALESTINA, BOSNIA E L’AZERBAIGIAN 

E A SORPRESA SONO ARRIVATE LE CONGRATULAZIONI DI THERESA MAY. MOTIVO? LA GRAN BRETAGNA PUNTA A…

Giordano Stabile per “la Stampa”

Il più veloce è stato il presidente azero Haydar Aliyev, quando ancora il conteggio preliminare era in corso e Recep Tayyip Erdogan non si era ancora affacciato dal tetto del suo pullman elettorale parcheggiato sul Bosforo. Il primo fra gli europei, nella tarda serata di domenica, è stato invece il premier ungherese Viktor Orban. E ieri mattina sono arrivate le congratulazioni dei presidenti di Russia e Iran, Vladimir Putin e Hassan Rohani.

Una mappa delle alleanze del neoeletto «iper-presidente» turco può essere tracciata anche dalla prontezza con cui i leader mondiali si sono complimentati. Ed è una mappa che tiene insieme «uomini forti» europei, il nuovo triangolo Ankara-Mosca-Teheran, e i dirigenti dei Paesi arabi e musulmani che più puntano sul ritrovato dinamismo della Turchia in Medio Oriente, primi fra tutti i palestinesi.

PUTIN ERDOGAN SAN PIETROBURGOPUTIN ERDOGAN SAN PIETROBURGO
LINEE COMUNI
Nella lunga notte elettorale, man mano che le contestazioni dell'opposizione si smorzavano finché il candidato rivale Muharrem Ince concedeva la vittoria, i messaggi dei capi di Stato hanno accompagnato Erdogan nella sua spola fra Istanbul e Ankara, un tour de force di comizi per ribadire la sua leadership prima ancora che arrivassero i risultati definitivi e ufficiali.
PUTIN ERDOGANPUTIN ERDOGAN

Fra gli «alleati» spicca certo l'Ungheria di Orban, campione dell' Europa «cristiana» e nemico di ogni forma di immigrazione. I due leader però sono accomunati da una ricetta politica molto simile, che unisce conservatorismo a sfondo religioso al liberalismo spinto in economia, e accentramento dei poteri nell' esecutivo. Orban è tra i più duri oppositori dell' ingresso di Ankara nella Ue ma certo apprezza il «muro» eretto da Erdogan che ha bloccato, dietro lauto compenso, il flusso dei rifugiati siriani verso il Vecchio Continente.

GLI AMICI DI SEMPRE
PUTIN ERDOGANPUTIN ERDOGAN
A parte i Paesi dell' Est, compresa la Bosnia con il presidente musulmano Bakir Izetbegovic, pochi altri in Europa hanno mostrato giubilo per la rielezione del reiss mentre la telefonata di Vladimir Putin era scontata. Lo Zar si è congratulato per «la grande autorità politica» ribadita dal risultato elettorale e dal «consenso di massa» e ha auspicato di «mantenere una stretta cooperazione» sulla Siria.

Il dossier siriano è il più difficile sul fronte mediorientale, e anche il mondo islamico è spaccato in due di fronte alla rielezione del leader turco. I Paesi turcofoni, con il presidente azero e quello uzbeko Shavkat Mirziyoyev fra i primi a congratularsi, hanno legami storici e culturali che si sono rafforzati dopo il crollo dell' Urss.
il presidente iraniano rohani si gode l iran ai mondialiIL PRESIDENTE IRANIANO ROHANI SI GODE L IRAN AI MONDIALI

LA LINEA ROSSA
Fra i leader arabi i più rapidi a farsi vivi sono stati l' emiro del Qatar Tamim bin Hamad Al Thani e il presidente palestinese Abu Mazen, seguito più tardi dal leader di Hamas Ismail Haniyeh. Da quando Erdogan ha dichiarato Gerusalemme «la linea rossa» per tutti i musulmani i ritratti del reiss sono comparsi sempre più spesso fra i dimostranti palestinesi, di tutti gli schieramenti. Il presidente turco ha invitato per due volte i leader dell' Organizzazione per la cooperazione islamica a Istanbul e ha guidato il fronte più acceso contro il trasferimento dell' ambasciata americana nella Città santa.

I rapporti con Israele sono peggiorati quasi al livello del 2010, dopo l' incidente della Mavi Marmara ma Erdogan non ha voluto, come chiedevano nazionalisti e repubblicani, tagliare i rapporti economici con la Stato ebraico. Non c'è solo la geopolitica nella testa del leader turco. Più urgente è la crisi economica, con la lira turca che ieri si è ripresa appena un po' e l'inflazione che comincia a mordere i redditi della nuova classe media.

ABU MAZENABU MAZEN
Per questo le congratulazioni forse più gradite sono state quelle della premier britannica Theresa May. Con la Brexit alle porte Londra conta di stringere legami economici e militari sempre più stretti con la Turchia, un mercato alternativo. May ed Erdogan hanno appena firmato una accordo per sviluppare assieme un futuro cacciabombardiere «invisibile».
Fra Washington e Mosca si potrebbe inserire a sorpresa il vecchio impero britannico.

Fonte: qui

MACRON HA INCONTRATO, A CASINA VALADIER SUL PINCIO, IL PREMIER CONTE.

Della situazione dei migranti nel Mediterraneo si è parlato in un incontro ufficioso di ieri a Roma tra il presidente della Francia ed il presidente del Consiglio italiano

Un lungo colloquio del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, con il presidente francese Emmanuel Macron. I due, secondo quanto confermano fonti governative, si sono incontrati ieri a Casina Valadier a Roma e al centro del faccia a faccia vi è stato il nodo dei migranti a pochi giorni dal Consiglio europeo di Bruxelles.    

Il presidente Macron si trova a Roma insieme alla moglie Brigitte per una visita ufficiale in Vaticano. E, in una conferenza stampa oggi in Vaticano il presidente della Francia ha confermato l'incontro con Conte. "È stato un colloquio proficuo sui migranti ed eurozona. Non abbiamo parlato di politica italiana". Il tema delle migrazioni riguarda tutti. È stato uno scambio proficuo e interessante su come rispondere nella maniera più efficace possibile alla questione dei flussi", ha detto il presidente francese Macron tornando sull'incontro di ieri sera. "Nessuno può dire che la Francia è egoista", ha aggiunto il presidente francese sottolineando che il suo paese è da inizio anno il secondo in Europa per domande d'asilo. "Oggi - ha aggiunto in conferenza stampa - non c'è una crisi migratoria. C'è una crisi politica interna all'Europa dovuta ai movimenti secondari" dei migranti che si spostano dai paesi di primo arrivo. "Quando si parla dell'Italia - ha ribadito - la situazione è che c'è stata una diminuzione dell'80% negli sbarchi nell'ultimo anno". Macron: Lifeline ha finito per fare il gioco degli scafisti Il presidente francese Emmanuel Macron ha in seguito criticato l'ong tedesca Lifeline, la cui nave carica di migranti è bloccata di fronte a Malta, per aver "agito contravvenendo tutte le regole" e ignorando la guardia costiera libica e (per aver) "fatto il gioco degli scafisti". "Non si può accettare questa situazione a lungo termine perché in nome della solidarietà umanitaria non significa che non ci sia più alcun controllo. Alla fine facciamo il gioco degli scafisti riducendo il costo dei rischi del transito", ha indicato il presidente francese, dopo aver annunciato che la Francia accoglierà una parte dei migranti sulla nave dell'ong. 

Fonte: qui

martedì 26 giugno 2018

TUTTE LE NOVITÀ DEL “DECRETO DIGNITÀ” DI LUIGI DI MAIO

SLITTA LA FATTURA ELETTRONICA 

STRETTA (MINI) SUI CONTRATTI A TERMINE, STOP AL REDDITOMETRO, SPESOMETRO E SPLIT PAYMENT, PENSATE PER ARGINARE L'EVASIONE DELL'IVA 

ARRIVA LA NORMA CONTRO LE DELOCALIZZAZIONI

Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera”

LUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTELUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTE
Dopo una lunga serie di annunci quotidiani, dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri il primo vero provvedimento di legge del nuovo governo. Si tratta del cosiddetto «decreto dignità», presentato dal vice premier Luigi Di Maio, che in realtà segue un piccolo decreto ad hoc, quello sulla sospensione dei temini per i processi al tribunale di Bari, da tempo inagibile.

LUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTEE sul quale il governo ha accelerato per la necessità di inserire nel testo il rinvio dell' obbligo di fatturazione elettronica per i carburanti, che altrimenti sarebbe scattato sabato prossimo. Proprio domani è in calendario uno sciopero dei benzinai che contestano la misura, ma la protesta dovrebbe essere cancellata oggi dopo un incontro al ministero.
LUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTE

L' obbligo di fatturazione elettronica sarà rinviato al primo gennaio del 2019. Riguarda 6 milioni di italiani che hanno la partita Iva. «Questa categoria - spiega Di Maio - si è trovata ad essere prescelta per sperimentare la misura, in anticipo su tutte le altre». Si comincia con una proroga, dunque. Che potrebbe essere accompagnata da altri rinvii ancora in fase di studio, ad esempio sulla gestione commissariale dell' Ilva che potrebbe essere allungata almeno di un mese. Ma nel decreto ci sono anche altre novità, importanti. A partire dalla stretta sui contratti a termine, di fatto liberalizzati dal governo Renzi.

Gli interventi dovrebbero essere due: la riduzione da 5 a 4 delle proroghe e la reintroduzione delle causali, cioè del motivo per cui si usa il contratto a termine invece di quello stabile, cominciando dalla prima proroga. Non ci dovrebbero essere, invece, altri paletti che pure erano stati presi in considerazione negli ultimi giorni, come la riduzione da tre a due anni della durata massima dei contratti o l' aumento delle indennità da pagare al lavoratore in caso di licenziamento con il nuovo contratto a tutele crescenti.

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L' inversione di rotta rispetto al Jobs act resta. Ma è meno netta rispetto alle attese sia per il timore che un intervento troppo deciso potrebbe avere effetti sull' andamento del Pil, già in frenata. Sia per la resistenza dell' alleato di governo, la Lega, su una misura non proprio gradita dal suo elettorato storico, i piccoli imprenditori del Nord.

Confermate le altre misure annunciate nei giorni scorsi. Lo stop non solo al redditometro, di fatto già abbandonato, che consente di stimare il reddito del contribuente in base alle sue spese. Ma anche allo spesometro e allo split payment, due misure pensate per arginare l' evasione dell' Iva, la cui cancellazione potrebbe far scendere le entrate pubbliche.

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Nel decreto ci sarà anche la norma contro le delocalizzazioni, anche questa più realistica rispetto agli annunci dei giorni scorsi. Il meccanismo si dovrebbe applicare alle aziende italiane ed estere con almeno mille dipendenti che hanno ricevuto contributi pubblici. E che spostano fuori dall' Unione europea gli impianti con il risultato di ridurre il personale. Sarebbero obbligate a trovare un acquirente in grado di garantire i livelli occupazionali. Altrimenti dovrebbero restituire i contributi ricevuti e, la vera novità sarebbe questa, pagare una sanzione pari al 2% del loro fatturato.

Confermato anche l' intervento sui giochi con lo stop alla pubblicità per i giochi d'azzardo. Alcune limitazioni erano state già introdotte due anni fa, lasciando però piena libertà sulle tv a pagamento. I dettagli devono essere ancora definiti ma stavolta il divieto dovrebbe essere generale.

Fonte: qui

La tempesta perfetta in arrivo dai mercati metterà fine al governo Conte

Dazi e immigrazione hanno monopolizzato le cronache. Tutto studiato. Per coprire le brutte notizie che arrivano da Wall Street e DB. Specie per l'Italia. 


Facciamo un test: quale notizia dall’America ha monopolizzato la vostra attenzione mercoledì? Ovviamente, il dietrofront di Donald Trump sulla divisione delle famiglie di immigrati al confine con il Messico, dopo che le immagini virali dei bambini piangenti chiusi nelle gabbie come animali hanno fatto indignare il mondo. Non pensiate che sia un caso. Non è un caso che la questione immigrazione, seppur con sfumature differenti, stia infiammando e monopolizzando il dibattito pubblico e politico contemporaneamente sia negli Usa che in Europa: fateci caso, non si parla d’altro.
Per noi italiani, poi, la questione appare addirittura vitale per il governo giallo-verde, visto che si profila uno scontro senza precedenti fra Roma e il resto dei membri Ue in vista della riunione preparatoria di domenica e del vertice europeo della prossima settimana, fondamentale per la tenuta stessa dell’Unione quanto il whatever it takes di Mario Draghi. Di colpo, torna il problema immigrazione. Sulle due sponde dell’Atlantico. Curioso.
E poi, davvero pensate che Donald Trump era indebolito e ulteriormente macchiato nell’immagine da questa vicenda? Tutt’altro, ha ottenuto il massimo. Perché l’intera tragicommedia delle ultime 72 ore fa riferimento a un copione preciso: vi pare normale, infatti, che la First Lady attacchi il marito via Twitter su un tema di questa sensibilità? Va bene il “fuoco amico”, ma c’è un limite. Anzi, in questo caso c’è un fine: quello di dare il via a un classicissimo di Hollywood, ma anche delle strategie di dissimulazione, ovvero il gioco delle parti del poliziotto buono e quello cattivo. Cosa scriveva Melania Trump nel suo tweet? Che occorreva governare con le leggi, ma anche con il cuore e, soprattutto, che si auspicava un accordo bipartisan sulla materia a livello parlamentare. E l’ha ottenuto. Ma è il marito ad aver cercato quel risultato, altrimenti irraggiungibile, anche solo per ragioni meramente ideologiche e tattiche da parte del fronte Democratico. E cosa ha permesso di fare a Trump il trambusto globale, soprattutto social, di quelle immagini strazianti? Di rendere noto al mondo ciò di cui il mondo era stato tenuto all’oscuro, debitamente: che la pratica della divisione delle famiglie non solo è in atto negli Usa, sistematicamente, dall’era Clinton, ma che uno dei suoi utilizzatori più convinti e frequenti è stato il Premio Nobel per la pace, Barack Obama. Nessuno lo sapeva, oggi lo sanno tutti.
Controinformazione indotta, roba orwelliana, ma che diventa pratica semplice semplice al tempo dei social network. Un colpo politicamente da maestro, a cinque mesi dalle elezioni di medio-termine e con la pistola del Russiagate ormai completamente scarica nelle mani del procuratore Mueller e dei Democratici. Non c’è stato nulla di spontaneo in quanto accaduto negli Stati Uniti negli ultimi tre giorni.
E lo stesso vale per la Ue. Pensateci: chi mai avrebbe pensato possibile una sfida alla leadership come quella lanciata sul tema migranti dal ministro dell’Interno e leader bavarese, Horst Seehofer, ad Angela Merkel? Oltretutto, dopo sei mesi di travagli post-elettorali per arrivare a un governo il meno raffazzonato possibile, ma pur sempre di coabitazione con la Spd, un rospo davvero duro da digerire per la Csu. Il tutto con la Baviera che, a ottobre, andrà al voto e potrebbe, se passerà indenne il test del vertice europeo, rimettere in discussione il cancellierato, in caso di cattivo risultato a favore di AfD per l’eccessivo lassismo dell’alleato Cdu riguardo al tema dei respingimenti.
E l’Italia? All’angolo, almeno formalmente. O, quantomeno, in ordine sparso, visto che Salvini ha fatto sponda proprio con il ribelle Seehofer e il governo austriaco (presidente di turno dell’Unione da luglio) per la linea dura, contando anche sull’appoggio – politicamente e mediaticamente scomodo da gestire – del Gruppo di Visegrad, i Paesi di ex influenza sovietica che hanno detto da subito no alla politica delle quote. Nel mezzo, Emmanuel Macron, pronto a capitalizzare le debolezze e gli scontri altrui, forte di una stabilità interna quasi da Re Sole, garantitagli dai poteri eccezionali post-Bataclan messi in Costituzione e da un’opposizione francese, di destra e sinistra, tanto belligerante a parole quanto evanescente nei fatti.
Insomma, come vedete, c’è molto sotto il pelo dell’acqua dell’ufficialità. Ad esempio, per Donald Trump c’è questo.
Il fatto che la scelta di scatenare, almeno formalmente, una guerra commerciale contro la Cina non solo ha di fatto colpito solo l’Europa, almeno a livello di dazi sui metalli, ma ha visto Pechino inviare, silenziosamente, un promemoria molto chiaro a Washington, in caso pensasse di andare davvero fino in fondo: nella prima metà di quest’anno, infatti, gli investimenti diretti cinesi negli Stati Uniti sono calati del 92% su base annua, con accordi e contratti chiusi per un controvalore di soli 1,8 miliardi di dollari, il minimo da sette anni a questa parte.
Come dire, adesso come la finanzia la politica del Make America great again, con le carte revolving dei cittadini subprime pignorati? O con il deficit, spedendo la ratio debito/Pil alle stelle e obbligando il Treasury a emissioni record l’anno prossimo, di fatto drenando dollari da un mercato globale che già li tratta come pietre preziose, vista la scarsità di collaterale liquido in biglietti verdi e la scelta suicida della Fed, che sta già cominciando a dissanguare i mercati emergenti?
Ma il caos migranti e l’indignazione di massa per i bimbi piangenti strappati alle famiglie al confine con il Messico serve a coprire anche altro, ad esempio questo.
Negli ultimi quattro giorni Wall Street ha patito il più grande short-squeeze della storia, ovvero i titoli più soggetti a scommesse ribassiste sul mercato azionario Usa hanno registrato invece aumenti del 20% negli ultimi due mesi e ora è arrivato il momento della grande ricopertura, un qualcosa che rimanda echi del 2000 e, soprattutto, del 2007.
Scommetto che, presi come eravate a commuovervi per i bimbi messicani, vi è sfuggita un’altra cosa: con la chiusura di mercoledì, il Dow Jones ha registrato sette rossi consecutivi, la peggior striscia di performance da 18 mesi. Eppure i mercati parlano solo di mercato Usa che viaggia come una locomotiva: basta scatenare altre “priorità” e quando arrivano le brutte notizie, si fa presto a farle sparire. O nasconderle per bene.
E l’Europa? E l’Italia? Per la prima, bastano questi due grafici(ed il terzo).

Il primo ci dice un qualcosa di tecnico, ma che cercherò di spiegarvi in maniera semplice, visto che è di enorme gravità. Il 7 maggio scorso è emerso presso i regolatori il fatto che, nel primo trimestre di quest’anno, un gruppo di sconosciuti traders di Deutsche Bank è incorso in una perdita giornaliera pari a 12x sul VaR, ovvero 12 volte maggiore rispetto alla stima che gli analisti del gigante tedesco hanno fatto, ai fini della regolamentazione, per fissare il massimo gestibile di perdita giornaliera.
Avete presente il film Margin call? La logica è quella del buco nel sistema di valutazione di iscrizione a bilancio del valore degli assets scoperta dal giovane protagonista. Deutsche Bank è, di fatto, una bomba a mano innescata. Ed è, palesemente, sotto attacco speculativo Usa. Magari con l’aiuto di qualche fondo francese, quelli usati dalle grandi banche per le “operazioni coperte”: la cosa non mi stupirebbe affatto, conoscendo le mire e l’agenda politica dell’Eliseo.
Il secondo grafico parla da solo e ci dice quale sia il valore di magnitudo di Deutsche Bank, i cui assets sono ponderalmente pari al 45,3% del Pil tedesco con riferimento al dato dello scorso marzo. Non solo too big to fail, bensì big enough to destroy.
L’Italia? Ci ha pensato Goldman Sachs a dirci chiaro e tondo cosa ci aspetta con la fine del Qe, nel suo ultimo report. Lo dice questa tabella.
La tabella ci fa vedere che - nonostante gli strepiti della Bundesbank -, la politica pro-quota degli acquisti di titoli demandati dalla Bce alle varie Banche centrali vedrà l’anno prossimo la Germania in posizione invidiabile, visto che non solo le emissioni lorde di bond sovrani a lungo termine sono attese in calo, ma – vista la già sovrabbondanza di Bund detenuti - la Bundesbank reinvestirà circa 50-60 miliardi di quella carta nel suo portafoglio, continuando ad assorbire circa il 47% dell’offerta lorda attraverso acquisti nel mercato secondario anche l’anno successivo.
Non è così roseo il quadro italiano. Anzi, non lo è per niente. Il nostro Tesoro nel 2019 vedrà, infatti, la percentuale di emissioni più bassa assorbita dalla Bce a livello di eurozona, tanto che il settore privato (o le istituzioni estere) dovranno assorbire oltre l’80% delle nuove emissioni a lungo termine di titoli di Stato.
Cosa dite, lo faranno con questo governo e con la tensione che l’autunno porterà con sé, soprattutto se la Germania traballerà politicamente? E se sì, a quale premio di rischio, ovvero a quale livello di spread e quindi di aggravio dei costi per le nostre casse? E se il servizio del debito salirà alle stelle, con quali soldi lo pagheremo? Quelli accantonati per flat tax, reddito di cittadinanza o abolizione della legge Fornero? Ah no, impossibile, visto che non ci sono stanziamenti al riguardo, ma solo prospettive utopiche di maggiori entrate tramite condoni e misure una tantum o spesa a deficit. E pensate che con una situazione di insostenibilità del costo dei conti pubblici come quella prospettata da Goldman per il post-Qe, Bruxelles ci permetterà di spendere a deficit o di godere di altra flessibilità?
Siamo alle soglie della tempesta perfetta, ma nessuno pare saperlo. Perché nessuno lo dice. Ma nulla è come appare, ormai lo sapete. Prepariamoci all’arrivo della Troika come si deve. O, in subordine e in alternativa, a quello di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Comunque sia, questo governo, destinato a fare da capro espiatorio, ha i mesi contati. O le settimane.
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