9 dicembre forconi: decreto
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venerdì 10 agosto 2018

La dignità a tempo determinato degli Industriali

Il Decreto Dignità di Di Maio non è piaciuto a nessuno. Mi sembra evidente.
Non è piaciuto a Confindustria che ha fatto sapere per voce del suo Direttore Generale Marcella Panucci, “così si disincentivano gli investimenti e si limita la crescita” senza però spiegarci in che modo un lavoratore che da 2 anni è confermato attraverso proroghe “flessibili” non abbia tutte le carte in regola per essere assunto regolarmente. Né tantomeno ci spiega per quale motivo – proprio lei che è a capo del più grande Centro di Divulgazione Comunicativa di Industria 4.0 e dintorni (più “dintorni”, direi) attraverso centinaia di Convegni autopromossi negli ultimi due anni – assimili ad una logica propedeutica i necessari investimenti di un’azienda per essere competitiva sui mercati di tutto il mondo con le altrettanto necessarie assunzioni di personale selezionato per rendere operativa tale competitività.
Non è piaciuto ad Assolavoro, l’Associazione delle Agenzie per il Lavoro presieduta dal Direttore di un’Agenzia per il Lavoro che, dopo anni di tavolate con tutti i Governi possibili, hanno goduto prima dell’abbrutimento della Legge Treu sul lavoro interinale abolendo a loro favore le 3 condizioni necessarie alla somministrazione (che permettevano sì un beneficio della flessibilità aziendale ma anche la tutela dei lavoratori), poi sono riusciti ad ottenere benefici straordinari (come l’assegno di ricollocazione nell’ordine dei 30.000 euro da spendere nelle APL) permettendo alle ex Agenzie interinali, divenute dei Centri di Consulenza a tutto tondo, di incrementare notevolmente la propria presenza nonché i fatturati.
Giusto per ricordarlo, queste erano le condizioni della prima legge sul lavoro interinale:
  • sostituzione di lavoratori assenti per qualsiasi ragione (compresa malattia o ferie) con l’esclusione dei lavoratori in sciopero, sospesi o con orario ridotto che hanno diritto al trattamento di integrazione salariale;
  • temporanea utilizzazione in qualifiche particolari non previste dai normali assetti produttivi dell’azienda;
  • motivazioni previste dal CCNL della categoria di appartenenza dell’impresa utilizzatrice, stipulati dai sindacati maggiormente rappresentativi.
Vietando l’abuso dell’utilizzo della flessibilità nelle aziende:
  • che sono state interessate, nei 12 mesi precedenti, da licenziamenti collettivi che abbiano interessato lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce la fornitura, salvo che la stessa non avvenga per sostituire lavoratori assenti con diritto alla conservazione del posto;
  • nelle quali sono in corso sospensioni dal lavoro o riduzioni d’orario con diritto al trattamento di integrazione salariale, che interessano lavoratori adibiti alle mansioni cui si riferisce la fornitura;
  • che svolgono lavorazioni che richiedono una sorveglianza medica speciale o lavori particolarmente pericolosi in quanto comportano un rischio di grave infortunio (es.: manipolazione di materie esplodenti in attività di produzione, deposito e trasporto) o di tecnopatia grave derivante dall’esposizione ad agenti cancerogeni (amianto, cloruro di vinile monomero, ecc.).
Il Decreto Dignità non è piaciuto all’Associazione dei Direttori del Personale che, sebbene sempre attivi sul fronte del cambiamento, del welfare e dell’equilibrio fra vita professionale e lavoro, vedono di cattivo occhio questo cambiamento che prevede un sicuro miglioramento delle condizioni psicologiche dei loro dipendenti a tempo che avrebbero un sicuro impatto sull’equilibrio fra vita personale (non dovendo fare due o anche tre lavori per sbarcare il lunario) e professionale.
Non entro nel merito della proposta politica permettendomi un giudizio di merito sulla evidente impreparazione tecnica di Di Maio e Company (a loro sfavore), ma anche sulla evidente impreparazione politica (a loro favore) che in situazioni come queste li tiene lontani (a nostro favore) da lobby e tavoli di lavoro già apparecchiati per scambi di favore e opportunità che sono tali unilateralmente. Perché l’abolizione dell’Art 18, la legge Fornero, i contratti a tutele crescenti, i voucher utilizzati in un certo modo, Garanzia Giovani e altre meravigliose invenzioni la cui ingenuità applicativa non mi ha mai convinto, non sono stati di certo ideati a favore dei lavoratori.
Vorrei evitare di ripetere le dichiarazioni di Di Maio con cui non condivido alcuna appartenenza politica (se non per un’evidente delusione d’amore con l’area politica che una volta faceva leva su etica e valori. Una volta…), ma mi sembra evidente che ci sia un divario logico ed etico nelle velate minacce della DG di Confindustria nel dichiarare che le aziende non investiranno più, non comprendendo quale sia per un’azienda la differenza fra “usare un collaboratore in forma flessibile” e “assumere un dipendente in pianta stabile” se stiamo parlando della stessa persona che in quell’azienda sta lavorando ormai da un tempo troppo lungo per essere definito “di prova”, se sta ricoprendo un ruolo preciso all’interno di un organigramma aziendale e se in questa relazione sta vincendo solo una parte: la possibilità di lasciare a casa le persone con più leggerezza, non avendo vincoli contrattuali.
Non vorremmo pensare che il ruolo del Direttore delle Risorse Umane si sia trasformato da quella che dovrebbe essere la figura che in azienda garantisce continuità, crescita delle persone, sviluppo organizzativo ad un mero burocrate amministrativo che si misura con i suoi colleghi sui tagli del personale e sulle relazioni con i sindacati, eppure è allarmante se questi ritengono i vincoli ai contratti a tempo “non più attuali“, dando ad intendere che l’attualità coincida oggi con la necessità di contrattare a tempo in qualsiasi momento, per qualsiasi occasione e a favore di UNA SOLA DELLE PARTI.
Peggio ancora si giustifica la necessità di contratti a termine per “fronteggiare l’impossibilità di pianificare azioni a causa dell’imprevedibilità dei mercati” e in totale accordo con il tono di voce di Confindustria anche qui si paventano non ben precisate “ricadute su aziende e lavoratori” ma soprattutto “il favoreggiamento dell’emersione del lavoro nero“.
Se riguardo ai primi due oracoli può rispondere solo il tempo (alla faccia del cambiamento, dell’evoluzione e della trasformazione delle imprese!), riguardo alla terza ipotesi non mi è sembrato vedere dichiarazioni altrettanto sanguigne quando emerse il numero spropositato di voucher utilizzati in seguito alle modifiche di ben tre Governi (Sacconi, Fornero, Poletti). Governi abitualmente accondiscendenti nei confronti delle Associazioni di Categoria a fronte di dati che in maniera incontestabile dimostrarono l’emersione del lavoro nero a sei zeri.
In definitiva mi sembra che sotto certi aspetti si sia concordata da più parti una linea comunicativa che tende a minimizzare una modalità di intervenire che sicuramente è in pieno “stile 5 stelle”, ma dall’altra parte è molto più disruptive (termine che va molto di moda nelle aziende a patto che non le coinvolga direttamente, a quanto pare) di quanto non sembri proprio perché sposta i centri di controllo.
Di certo il Decreto non è perfetto ed è evidente una certa ingenuità nel trattare alcuni argomenti. È evidente, per esempio, che una deroga ai contratti collettivi di riferimento vada fatta (per esempio nel caso di aziende che vivono di flussi come il turismo) e che la reintroduzione dei voucher senza un elemento di controllo non andrà a risolvere quegli abusi che abbiamo già ampiamente visto.
D’altro canto mi viene da fare una riflessione molto critica nell’interpretazione imprenditoriale di questi Gruppi di Potere (nel senso puramente grammaticale del termine. Anche qui non vorrei dare adito a ipotesi errate di conformità politiche da parte dei retropensieristi più tenaci che sono arrivati fin qui e mi avranno già dato del “Grillino” almeno 10 volte).
Il rischio di impresa non può essere delegato a chi non partecipa alle imprese in quote societarie. Lo sanno bene i manager e gli imprenditori che oggi storgono la bocca di fronte ad una richiesta di presa di responsabilità in toto da parte delle aziende. Sono gli stessi manager che nelle lezioni delle business school amano ricordare Olivetti e i grandi imprenditori (fermi giustamente agli anni ’70, poiché di quelli non se n’è più visto nemmeno uno) che condividevano l’impresa ma se ne assumevano rischi e benefici.
La precarietà si combatte con la stabilità. Nonostante certi minestroni che ho visto in giro per la rete nel misero tentativo di fare squadra spostando l’attenzione come sempre su “qualcosa di più urgente” (che è poi l’anticamera dell’immobilismo), fin quando le banche, le istituzioni e le aziende stesse misurano la stabilità economica con un contratto di lavoro a tempo indeterminato per permettere alle Persone di costruirsi un futuro, non si può derogare da questo.
La sostenibilità di un’azienda si misura con l’attenzione alle Persone. Piani di welfare sbandierati a destra e sinistra, belle parole ai convegni, titoli incoerenti di Persone al Centrosulle slide delle convention non rendono un’azienda sostenibile. La sostenibilità inizia quando le Persone si sentono sostenute, non sospese.
La crescita di un’azienda avviene attraverso il senso di appartenenza. Non si può pensare di creare valore se la prima preoccupazione quando si assume una persona è sapere come la si potrà licenziare. Un collaboratore in prestito è un ostaggio che ha famiglia da mantenere e bollette da pagare. È naturale che, il giorno stesso in cui entrerà in azienda, starà già guardando fuori.
Riscuotere gli incentivi statali e poi produrre all’estero è scorretto. E per quanto mi riguarda è giustissimo che tali incentivi siano restituiti con gli interessi.
Gli imprenditori che conoscevano i propri dipendenti per nome e cognome non avevano i dati che abbiamo noi oggi a disposizione, le proiezioni e i sostegni informatici. Eppure riuscivano a pianificare. Quando sbagliavano la pianificazione, ci rimettevano di tasca propria. Appellarsi alla liquidità dei mercati è un’ammissione di incapacità manageriale e la conseguenza di un management impoverito da mancanza di formazione, stimoli e senso di appartenenza. 
Una piccola parentesi voglio aprirla, in merito ad un aspetto che all’interno del Decreto Dignità riguarda le società di gioco d’azzardo. Se siamo arrivati al punto in cui Confindustria ritiene necessario fare fronte all’emorragia di tessere che ormai da qualche anno stanno svuotando le casse dell’Associazione, sostenendo apertamente quella che è una vera e propria piaga sociale ormai conclamata, mi sembra che non ci sia più alcun dubbio che stiamo sostituendo i valori con gli interessi.
Credo sia arrivato il momento di smetterla di giocare con il lavoro e che ognuno si assuma le responsabilità e risponda del ruolo che ricopre al netto di qualsiasi parte politica, se siamo ancora capaci di pensare con la nostra testa e di immaginarci nei panni di chi genera valore per noi e per le nostre imprese.

giovedì 19 luglio 2018

CONFINDUSTRIA TORNA ALL’ATTACCO E SCATENA LA REAZIONE DI DI MAIO: "FANNO TERRORISMO PSICOLOGICO. SONO GLI STESSI CHE GRIDAVANO ALLA CATASTROFE SE AVESSE VINTO IL NO AL REFERENDUM, POI SAPPIAMO COME È FINITA"

CONFINDUSTRIA: “IL DECRETO DIGNITÀ VA CORRETTO: GLI EFFETTI SULL’OCCUPAZIONE SARANNO PEGGIORI DELLE STIME” 


VINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIAVINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIA
Gli effetti saranno peggiori delle stime. Confindustria torna a criticare il decreto dignità(siamo alle solite ricette economiche, di compressione dei diritti dei salari dei lavoratori, fallimentari per l'economia!!!) e nella relazione preparata per l’audizione che si tiene oggi in Commissione Lavoro alla Camera, lo ribadisce a chiare lettere. «Il ritorno delle causali (contenuto nel decreto, ndr) comporterà un aumento del contenzioso, che le riforme degli anni scorsi avevano contribuito ad abbattere (le cause di lavoro sui contratti a termine sono passate da oltre 8mila nel 2012 a 1.250 nel 2016, ndr)».

«Il fatto che per contratti tra i 12 e i 24 mesi sia richiesto alle imprese di indicare le condizioni del prolungamento — spiegano gli industriali — esponendole all’imprevedibilità di un’eventuale contenzioso, finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull’occupazione oltre quelli stimati nella Relazione tecnica al Decreto» in cui si fa riferimento a un abbassamento della durata da 36 a 24 mesi.

Salta la causale per i contratti stagionali
di maioDI MAIO
Ma non solo. Secondo l’associazione «la sola abolizione dei voucher sembrerebbe spiegare una quota consistente, attorno al 15%, dell’aumento del lavoro a termine intervenuto dal secondo trimestre 2017. Il recente aumento dell’occupazione temporanea - ha osservato direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, nel corso dell’audizione - deve essere letto altresì alla luce delle modifiche normative intervenute in materia di lavoro negli ultimi anni, ovvero l’abrogazione dei contratti di collaborazione a progetto e del lavoro accessorio regolato tramite voucher».

Secondo Confindustria, «i dati non sembrano quindi supportare la preoccupazione di un aumento della precarietà del lavoro legata a comportamenti opportunistici da parte delle imprese. Al contrario, la quota di aumento del lavoro temporaneo spiegato dalla corrispondente riduzione di collaborazioni e lavoro accessorio è verosimilmente associata a una diminuzione della precarietà, anziché al temuto aumento».
VINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIAVINCENZO BOCCIA CONFINDUSTRIA

La replica di Di Maio
Ma Luigi Di Maio, che già nei giorni scorsi si era scagliato contro le critiche evocando addirittura sabotaggi nei confronti del governo, replica su Facebook: «Confindustria oggi dice che con il Decreto Dignità ci saranno meno posti di lavoro. Sono gli stessi che gridavano alla catastrofe se avesse vinto il no al Referendum, poi sappiamo come è finita. Sappiamo come finirà anche in questo caso» ha scritto il ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico. «Non possiamo più fidarci - aggiunge - di chi cerca di fare terrorismo psicologico per impedirci di cambiare.

marcella panucciMARCELLA PANUCCI

Il Decreto Dignità combatte il precariato per permettere agli italiani, soprattutto ai più giovani, di iniziare a programmare un futuro. Cioè permette di creare quelle condizioni che sono la base per fare impresa, per rilanciare i consumi e per creare un circolo virtuoso».

 «Dopo anni di precariato, e di leggi che hanno massacrato i lavoratori, è ormai evidente che queste politiche non hanno aiutato nessuno: né i lavoratori, né gli imprenditori. Sono convinto che gli effetti del Decreto Dignità porteranno anche Confindustria a questa conclusione», osserva il ministro che conclude il post dicendo «siamo dalla parte dei cittadini, e non faremo nessun passo indietro. Stateci vicino!». Fonte: qui

mercoledì 18 luglio 2018

LUIGI DI MAIO PROPRIO NON LEGGE LE EMAIL

ALTRO CHE 'MANINA': LA COMUNICAZIONE SUGLI 80MILA POSTI DI LAVORO PERSI IN 10 ANNI ERA SULLA SCRIVANIA DEL MINISTRO SEI GIORNI PRIMA DELLA BOLLINATURA DELLA RAGIONERIA GENERALE. QUINDI NESSUN COMPLOTTO DA PARTE DELL'INPS

Alessandro Barbera per www.lastampa.it

Luigi di Maio comprende solo ora - e lo ammette lui stesso - quanto sia complicata l’arte del governare. Procedure, autorizzazioni, nulla osta, pareri e affini. Dopo aver denunciato l’esistenza di una «manina» che all’ultimo momento avrebbe introdotto una stima «non scientifica» (cit. Giovanni Tria) sull’impatto occupazionale del decreto dignità (ottomila occupati in meno all’anno), il superministro del Lavoro ha scaricato ogni responsabilità sul presidente dell’Inps Tito Boeri, capo della struttura che ha realizzato quella stima. 

SALVINI DI MAIO CONTESALVINI DI MAIO CONTE
Ma rimuovere Boeri prima della scadenza del mandato (a gennaio 2019) non è possibile, perché la presidenza dell’Istituto di previdenza non è soggetta alle regole dello spoil system: «La legge non ci consente di rimuoverlo», ammette il ministro. C’è di più: farebbe un errore, perché non c’è stata nessuna «manina» che ha tramato contro di lui. Tutto è avvenuto alla luce del sole, ogni procedura è stata rispettata e i collaboratori di Di Maio hanno avuto la stima una settimana prima della pubblicazione del testo del decreto in Gazzetta Ufficiale. Una settimana prima, non 24 ore, come apparso in alcune ricostruzioni: La Stampa ha i documenti che lo provano.  

tito boeriTITO BOERI
Tutto inizia il due luglio, quando l’ufficio legislativo del ministero del Lavoro scrive all’Inps per chiedere di predisporre «con la massima urgenza» la platea dei lavoratori coinvolti «al fine di quantificare il minor gettito contributivo». Detto fatto: quattro giorni dopo, il sei luglio, la segreteria tecnica di Boeri spedisce all’ufficio legislativo del ministero quanto richiesto. Mail certificata e testo non lasciano dubbi: la scheda che stima impietosamente il calo degli occupati è sul tavolo del ministero sei giorni prima della bollinatura da parte della Ragioneria generale dello Stato, il 12 luglio. 

La relazione tecnica verrà ritoccata il giorno prima della pubblicazione in Gazzetta su richiesta della stessa Ragioneria - accade l’11 di luglio - ma per ragioni che non hanno nulla a che vedere con quella stima: il funzionario della Rgs, che per mestiere è chiamato a verificare le coperture finanziarie di ogni provvedimento, chiede di quantificare gli effetti del decreto sul sussidio di disoccupazione.

Dunque nessun giallo, nessun complotto, e d’altra parte sarebbe stato incredibile da parte dell’Inps - che dipende funzionalmente dal ministero del Lavoro - un atteggiamento diverso. Al professore milanese non resta che il peccato originario: quello di essere stato nominato a quell’incarico dall’ex premier ora all’opposizione, Matteo Renzi. Ma è poco più di un peccato originario: basta chiedere a chi in quei mesi ha avuto l’occasione di assistere alle conversazioni fra Boeri e il leader Pd. 

Fonte: qui

sabato 30 giugno 2018

LA PROPOSTA DI DI MAIO DI BLOCCARE LA PUBBLICITA’ DELLE SOCIETA’ DI SCOMMESSE FA AGITARE LA LEGA

IL DIVIETO ASSOLUTO COSTA 200 MILIONI DI EURO L’ANNO: LA MISURA PIU’ COSTOSA DEL PACCHETTO A CUI IL GOVERNO STA LAVORANDO

A. Bas. per “il Messaggero”

Luigi Di Maio spinge, vuole portare a casa a ogni costo lo stop alla pubblicità e alle sponsorizzazioni da parte delle società di scommesse. Nella Lega, invece, dopo la levata di scudi arrivata dal mondo del calcio, inizierebbe a serpeggiare un certo malumore. Lo stesso Matteo Salvini, negli ultimi due giorni, sarebbe stato subissato di telefonate.

salvini di maioSALVINI DI MAIO
Lunedì il testo dovrebbe essere esaminato in un pre-consiglio dei ministri in vista del varo previsto in settimana, dove potrebbero emergere alcune criticità. Resta da sciogliere il nodo delle coperture finanziarie. Il divieto assoluto, sul modello di quanto avviene per il fumo, della pubblicità dei giochi, secondo le stime della Ragioneria generale, avrebbe un impatto di poco superiore ai 200 milioni di euro l' anno.

Potrebbe essere la misura più costosa del pacchetto al quale il governo sta lavorando. I tecnici del ministero dello Sviluppo avrebbero provato a bussare anche alle porte del ministero della Salute per trovare le coperture con la richiesta di ridurre il Fondo sanitario nazionale.

IL RAGIONAMENTO
Il ragionamento fatto sarebbe abbastanza semplice: lo stop alle scommesse ridurrebbe la ludopatia, e dunque sarebbero necessari meno fondi per le cure. La proposta sarebbe già stata rimandata al mittente. Un altro capitolo riguarda la compatibilità del divieto con le norme comunitarie e quelle costituzionali.

lo spot di claudio amendola per le scommesse onlineLO SPOT DI CLAUDIO AMENDOLA PER LE SCOMMESSE ONLINE
«Il problema», ha spiegato ad Agimeg l'esperto di legislazione dei giochi Paolo Leone, «potrebbe avere rilevanza costituzionale laddove si proibisce tout court, limitando quindi l' esercizio di impresa. Nel caso del tabacco», prosegue l' esperto, «è scientificamente provato il suo impatto nocivo sulla salute. Nel caso del gioco, invece, non si può parlare di danni alla salute in assoluto. Comprare, ad esempio, un Gratta & Vinci o fare una partita al Bingo non comporta alcun danno alla salute. E' sempre l' abuso ad essere dannoso, non il prodotto in se stesso. Sarebbe come vietare la pubblicità del Brunello di Montalcino, o altri prodotti vinicoli, perché ci sono gli alcolizzati».

I grillini intanto difendono a spada tratta il provvedimento in preparazione. Ieri è intervenuto il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega all'editoria, Vito Crimi. Il gioco d' azzardo, ha detto, «nuoce gravemente alla salute», questo è chiaro al Movimento 5 Stelle e tutti ne devono essere consapevoli.
SCOMMESSE ON LINESCOMMESSE ON LINE


«Finalmente», ha aggiunto il sottosegretario, «abbiamo la possibilità di dire stop alla pubblicità del gioco d' azzardo e sarà fatto nel decreto dignità annunciato dal ministro Luigi Di Maio. La lotta alla povertà», ha proseguito, «passa anche dalla lotta al gioco d' azzardo e alla sua diffusione, ed è arrivato il momento di dire basta alla sua diffusione tra le fasce più deboli sfruttando i canali della sponsorizzazione e della pubblicità».

Sulla stessa linea anche il sottosegretario all' interno, sempre del Movimento Cinque Stelle, Luigi Gaetti. Il suo pensiero lo ha affidato a un tweet: «Altro azzardo: stop totale a pubblicità e sponsorizzazioni è segnale legalità. Come spiegano la Direzione antimafia e la Consulta anti-usura della Cei anche l' azzardo legale è levatrice delle cosche».

Fonte: qui

venerdì 29 giugno 2018

GIÀ CON IL SUO PRIMO DECRETO (FORTEMENTE VOLUTO DA DI MAIO), IL GOVERNO SI TROVA DAVANTI ALLE SUE SPINE: LE RISORSE E LA COMPATIBILITÀ DEI DUE ELETTORATI DI LEGA E 5 STELLE

MA ALLA BASE DEL RINVIO DEL PROVVEDIMENTO C’È SOPRATTUTTO UN PROBLEMA DI COPERTURE E DI RAPPORTI TRA IL MINISTRO “TECNICO” DELL’ECONOMIA (IN QUOTA MATTARELLA) E I DUE LEADER POLITICI…

Lina Palmerini per www.ilsole24ore.com
Già con il suo primo decreto (fortemente voluto da Di Maio), il Governo si trova davanti alle sue spine: le risorse e la compatibilità dei due elettorati di Lega e 5 Stelle. Infatti c’è stato un rinvio del provvedimento che, anche se breve, conta per la motivazione che è proprio la difficoltà di trovare le coperture finanziarie.

Insomma, lo slittamento del Consiglio dei ministri che ieri avrebbe dovuto vararlo, avviene su un punto che è “il tema” di questo Governo: dove trovare i soldi per quelle misure fiscali che sono una parte importante del Dl dignità. 

SALVINI DI MAIO FLINSTONESSALVINI DI MAIO FLINSTONES
Ancora ieri il testo del decreto lasciava in sospeso le cifre ma quegli spazi in bianco sono – appunto – uno dei nodi di un Esecutivo nato su grandi impegni politici a cui non possono corrispondere altrettanti impegni finanziari. Questo comporta pure che in queste ore si va misurando il rapporto – e l’equilibrio - tra un ministro “tecnico” come Tria e i due ministri e “capi politici” Salvini e Di Maio. Da che parte si strapperà la coperta?

Al Mef si trovano quindi a dover superare il primo passaggio stretto tra le promesse scritte nel contratto di programma e il reperimento di risorse, e il modo in cui verrà gestito sarà un precedente per la partita più grande della legge di bilancio.
DELVOX TRIA SALVINI DI MAIODELVOX TRIA SALVINI DI MAIO

In ballo non c’è solo l’ansia di Luigi Di Maio di rincorrere Salvini e mettere in campo le proposte dei 5 Stelle ma c’è il ruolo del ministro dell’Economia, quale saranno i suoi spazi di manovra, i suoi possibili sì e no alle pressioni della politica.

Un conto è fare interviste in cui si rassicurano i mercati e si tiene a bada l’Europa e soprattutto lo spread, altra cosa è la dura trattativa quotidiana con i leader che spingono per finanziare le loro promesse. Il predecessore di Tria – Padoan - ne sa qualcosa visto che pure lui ha dovuto assecondare i vari bonus di Renzi di cui forse non era proprio convinto.
SALVINI DI MAIO CONTESALVINI DI MAIO CONTE

Ma se quella della compatibilità delle risorse è il grande rebus di questo Governo e del contratto che l’accompagna, l’altro spigolo riguarda la competizione tra i due elettorati di Lega e 5 Stelle. Anche qui il decreto dignità ne offre un assaggio. Perché l’ultimo testo che girava ieri va a colpire una base elettorale che è prevalentemente leghista, fatta cioè di imprese non solo grandi ma anche medie e piccole.

luigi di maio e matteo salviniLUIGI DI MAIO E MATTEO SALVINI




C’è la stretta sui contratti a termine, leggermente ritoccata al ribasso sui costi ma con una normativa più severa sulle causali, e c’è un giro di vite sulle delocalizzazioni e sullo staff leasing.

Un pacchetto che pesa su quel ceto produttivo, del Nord e del Centro, che guarda a Salvini e che potrebbe cominciare a dubitare della rappresentanza dei loro interessi affidata al ministro dell’Interno.

luigi di maio matteo salviniLUIGI DI MAIO MATTEO SALVINI
E potrebbe cominciare a misurarlo più sui provvedimenti economici che non sugli annunci anti-sbarchi. Il credito nei suoi confronti è ancora aperto, come si è visto ieri all’assemblea di Confartigianato dove si è sentito come il vento soffiasse verso la Lega più che i 5 Stelle: è stato bocciato il reddito di cittadinanza e invece ha preso applausi la flat tax. Ma questo derby tra vicepremier sarà giocato in autunno al grande tavolo della legge di bilancio.

Fonte: qui

ECCO CHI SONO GLI AUTORI DELLE CONTESTATE NORME IN GESTAZIONE PER IL 'DECRETO DIGNITÀ'.

SONO PASQUALE TRIDICO, MARCO BARBIERI E PIERGIOVANNI ALLEVA. I LORO PROFILI...

pasquale tridico luigi di maioPASQUALE TRIDICO LUIGI DI MAIO

Chi sono i tre moschettieri del lavoro? Gli autori delle contestate norme in gestazione per il decreto Dignità? Chi sono gli ispiratori del colpo di mano sul Jobs Act che mira a restringere la flessibilità e a rendere sempre più difficili i contratti a termine? Dagospia è in grado di rivelarlo, nonostante il segreto (e la trasparenza?) imposto dal ministro “al primo impiego” Luigi Di Maio. Un terzetto, dicono i maligni, con un programma più a sinistra di Potere Operaio.

Il più famoso è Pasquale Tridico, docente di Economia del Lavoro all’Università di Roma Tre, 43 anni, campano, cv internazionale come quello del premier Conte, che Di Maio aveva presentato prima delle elezioni del 4 marzo come possibile ministro del Lavoro. Lavora sotto traccia, anche per non smentire quanto incautamente aveva dichiarato a Repubblica: “Nella nuova alleanza tra 5 Stelle e Lega, finalizzata alla formazione del nuovo governo non mi trovo per motivi prima ideologici e ora programmatici, ho un'altra sensibilità e avrei preferito un'altra direzione".
pasquale tridicoPASQUALE TRIDICO

Il secondo è Marco Barbieri, 59 anni, di Bari, giuslavorista e avvocato, già assessore al Lavoro nella giunta pugliese guidata da Nichi Vendola. Nel 2009 viene sacrificato nel rimpasto di giunta imposto dalle inchieste sulla sanità avviate dalla Procura di Bari.

marco barbieriMARCO BARBIERI







Dirigente di Sinistra Italiana-Leu, si mostra molto vicino alle tesi del M5S fino a dichiarare che “LeU è irrilevante in Parlamento, i Cinquestelle hanno dichiarato di volersi alleare o a destra, con la Lega, o a destra col Pd. Vedremo le misure che attueranno se davvero andranno al Governo. Loro promettono in forma vaga ed ondivaga alcune cose che noi caldamente vorremmo. La prima è il ripristino dell’articolo 18, ma dovremo vedere in che modo. La seconda riguarda la proposta di legge sul reddito di cittadinanza. Anche qui può essere che la loro misura si presenti come il bidone del ReD di Michele Emiliano. Magari i Cinque Stelle fanno una cosa seria col reddito di cittadinanza, ma se lo fanno come Emiliano si tratterà di una misura parziale, squilibrata e tutt’altro che universale, che dà troppi vantaggi alle imprese e pochi ai cittadini”.
marco barbieri con nichi vendolaMARCO BARBIERI CON NICHI VENDOLA

Il terzo moschettiere è Piergiovanni Alleva, 61 anni, nato ad Ascoli Piceno ma da sempre a Bologna, professore di diritto del Lavoro all’Università delle Marche. Dal 1987 è presidente della Consulta giuridica della Cgil. Responsabile per il Lavoro del nuovo Partito Comunista, ha aderito prima alla lista Tsipras e poi è stato eletto nel Consiglio Regionale dell’Emilia-Romagna per la lista L’Altra E-R. Un terzetto da sfondamento a sinistra che preoccupa non poco le imprese e che ha fatto scattare la reazione non solo di Confindustria ma anche di Confcommercio.


martedì 26 giugno 2018

TUTTE LE NOVITÀ DEL “DECRETO DIGNITÀ” DI LUIGI DI MAIO

SLITTA LA FATTURA ELETTRONICA 

STRETTA (MINI) SUI CONTRATTI A TERMINE, STOP AL REDDITOMETRO, SPESOMETRO E SPLIT PAYMENT, PENSATE PER ARGINARE L'EVASIONE DELL'IVA 

ARRIVA LA NORMA CONTRO LE DELOCALIZZAZIONI

Lorenzo Salvia per il “Corriere della Sera”

LUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTELUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTE
Dopo una lunga serie di annunci quotidiani, dovrebbe arrivare in Consiglio dei ministri il primo vero provvedimento di legge del nuovo governo. Si tratta del cosiddetto «decreto dignità», presentato dal vice premier Luigi Di Maio, che in realtà segue un piccolo decreto ad hoc, quello sulla sospensione dei temini per i processi al tribunale di Bari, da tempo inagibile.

LUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTEE sul quale il governo ha accelerato per la necessità di inserire nel testo il rinvio dell' obbligo di fatturazione elettronica per i carburanti, che altrimenti sarebbe scattato sabato prossimo. Proprio domani è in calendario uno sciopero dei benzinai che contestano la misura, ma la protesta dovrebbe essere cancellata oggi dopo un incontro al ministero.
LUIGI DI MAIO GIOVANNI TRIA GIUSEPPE CONTE

L' obbligo di fatturazione elettronica sarà rinviato al primo gennaio del 2019. Riguarda 6 milioni di italiani che hanno la partita Iva. «Questa categoria - spiega Di Maio - si è trovata ad essere prescelta per sperimentare la misura, in anticipo su tutte le altre». Si comincia con una proroga, dunque. Che potrebbe essere accompagnata da altri rinvii ancora in fase di studio, ad esempio sulla gestione commissariale dell' Ilva che potrebbe essere allungata almeno di un mese. Ma nel decreto ci sono anche altre novità, importanti. A partire dalla stretta sui contratti a termine, di fatto liberalizzati dal governo Renzi.

Gli interventi dovrebbero essere due: la riduzione da 5 a 4 delle proroghe e la reintroduzione delle causali, cioè del motivo per cui si usa il contratto a termine invece di quello stabile, cominciando dalla prima proroga. Non ci dovrebbero essere, invece, altri paletti che pure erano stati presi in considerazione negli ultimi giorni, come la riduzione da tre a due anni della durata massima dei contratti o l' aumento delle indennità da pagare al lavoratore in caso di licenziamento con il nuovo contratto a tutele crescenti.

spesometro tiltSPESOMETRO TILT
L' inversione di rotta rispetto al Jobs act resta. Ma è meno netta rispetto alle attese sia per il timore che un intervento troppo deciso potrebbe avere effetti sull' andamento del Pil, già in frenata. Sia per la resistenza dell' alleato di governo, la Lega, su una misura non proprio gradita dal suo elettorato storico, i piccoli imprenditori del Nord.

Confermate le altre misure annunciate nei giorni scorsi. Lo stop non solo al redditometro, di fatto già abbandonato, che consente di stimare il reddito del contribuente in base alle sue spese. Ma anche allo spesometro e allo split payment, due misure pensate per arginare l' evasione dell' Iva, la cui cancellazione potrebbe far scendere le entrate pubbliche.

GIOCHI AZZARDO ONLINEGIOCHI AZZARDO ONLINE
Nel decreto ci sarà anche la norma contro le delocalizzazioni, anche questa più realistica rispetto agli annunci dei giorni scorsi. Il meccanismo si dovrebbe applicare alle aziende italiane ed estere con almeno mille dipendenti che hanno ricevuto contributi pubblici. E che spostano fuori dall' Unione europea gli impianti con il risultato di ridurre il personale. Sarebbero obbligate a trovare un acquirente in grado di garantire i livelli occupazionali. Altrimenti dovrebbero restituire i contributi ricevuti e, la vera novità sarebbe questa, pagare una sanzione pari al 2% del loro fatturato.

Confermato anche l' intervento sui giochi con lo stop alla pubblicità per i giochi d'azzardo. Alcune limitazioni erano state già introdotte due anni fa, lasciando però piena libertà sulle tv a pagamento. I dettagli devono essere ancora definiti ma stavolta il divieto dovrebbe essere generale.

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giovedì 24 maggio 2018

A ROMA UNA DONNA SFUGGE A UN TENTATIVO DI STUPRO: ECCO COME

“MI PALPEGGIAVA, CERCAVA DI SPOGLIARMI” 

L'AGGRESSORE E’ UN 20ENNE SENEGALESE: DOVEVA ESSERE ESPULSO E IN PASSATO AVEVA GIÀ VIOLENTATO ALTRE DONNE...

Sergio Rame per il GIornale
roma tentato stuproROMA TENTATO STUPRO

A mettere in salvo la donna sono state le sue grida di aiuto che hanno fatto accorrere alcuni passanti. Se non fossero intervenuti, il senegalese l'avrebbe brutalmente stuprata all'interno di un condominio del quartiere Nomentano.

Ha, comunque, fatto in tempo trascinare la 40enne per alcuni mentri e palpeggiarla nelle partiti intime. Lo stupratore africano è un ventenne. In Italia non doveva più starci perché, come fa sapere il Messaggero, alle spalle ha "un decreto di espulsione inottemperato e, soprattutto, precedenti per violenza sessuale".

"Mi palpeggiava, cercava di spogliarmi...". È stato a quel punto che la donna ha iniziato a urlare con tutto il fiato che aveva nei polmoni. L'immigrato le stava infilando le mani ovunque, dopo averla afferrata per strada e trascinata nell'androne di un palazzo. La vittima stava passando di là per andare, come fa ogni giorno, nel bar in cui lavora.

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Le urla hanno attirato un passante che ha tempestivamente messo in fuga il senegalese. Tutto quel trambusto ha attirato anche l'attenzione di una condomina che si è subito attaccata al telefono per chiamare la polizia.

L'immigrato, che era fuggito in direzione Batteria Nomentana, è stata acciuffato subito dalle forze dell'ordine. Quando poi l'hanno portato negli uffici del commissariato Porta Pia, hanno scoperto che si tratta di un clandestino. Nonostante il foglio di via, era ancora a zonzo per Roma. Non solo. Nonostante in passato avesse già violentato altre donne, era ancora in libertà. 
poliziaPOLIZIA

"Qualche giorno fa aveva dato fastidio ad altri passanti, ogni tanto chiedeva qualche spiccio - ha raccontato una della zona al Messaggero - noi donne abbiamo corso tutte un gran pericolo. Per fortuna la signora è stata aiutata, è riuscita a salvarsi e la polizia è intervenuta subito. Che questa volta, però, quel balordo resti in galera".

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