9 dicembre forconi

giovedì 7 settembre 2017

I PARADISI DEI CARAIBI RASI AL SUOLO DALL’URAGANO IRMA

A SAINT MARTIN, ISOLE VERGINI BRITANNICHE E BARBUDA IL 90% DEGLI EDIFICI È STATO DISTRUTTO. I MORTI SONO ALMENO 8, MA IL NUMERO CRESCERÀ

A PEZZI ANCHE IL MITICO AEROPORTO PRINCESS JULIANA, QUELLO DEGLI ATTERRAGGI DA BRIVIDO

DISTRUTTA ANCHE LA VILLA DI RICHARD BRANSON

VIDEO: UN AEREO VOLA NELL’URAGANO



VIDEO - L’URAGANO SU UN HOTEL DI SAINT MARTIN


1.IRMA: SI ABBATTE SU BARBUDA, 90% STRUTTURE DISTRUTTE
tortola isole vergini britannicheTORTOLA ISOLE VERGINI BRITANNICHE
 (ANSA) - L'uragano Irma si abbatte sui Caraibi e porta devastazione. Secondo quanto riferito dai media locali, quasi il 90% delle strutture dell'isola di Barbuda sarebbe stata distrutta. L'uragano si sta dirigendo ora verso Puerto Rico, dove il governatore si attende notevoli danni.

2.URAGANI: TRE NELL'OCEANO ATLANTICO, PRIMA VOLTA IN 7 ANNI
 (ANSA) - Per la prima volta in sette anni tre uragani si formano contemporaneamente nell'Oceano Atlantico. Mentre Irma si abbatte sui Caraibi a seguirle sono Jose e Katia, che in poche ore da tempeste tropicali sono diventati uragani.
saint martinSAINT MARTIN

3.IRMA: NUOVO BILANCIO, ALMENO 8 MORTI A SAINT MARTIN
 (ANSA) - È di almeno 8 morti e 21 feriti il bilancio ancora provvisorio sull'isola di Saint Martin dopo il passaggio dell'uragano Irma. Lo annuncia la Sicurezza civile. Si attendono le prime stime dei danni provocati dal ciclone.

saint martinSAINT MARTIN

4.IRMA: AL BUIO GRAN PARTE PUERTO RICO, BIMBO MUORE A BARBUDA
(ANSA-AP) - L'uragano Irma ha mandato in black out gran parte di Puerto Rico a causa delle raffiche di vento e delle intense piogge che stanno colpendo la zona. Le autorità inoltre stanno lottando per avere aiuto nei confronti delle piccole isole dei Caraibi devastate dall'uragano. Il primo ministro di Antigua e Barbuda, Gaston Browne, ha detto che circa quasi tutti gli edifici sono danneggiati e 1.400 abitanti sono senza casa. Browne ha anche aggiunto che un bimbo di due anni è rimasto ucciso mentre la famiglia tentava di fuggire da uno degli edifici danneggiati durante l'urgano.


VIDEO - UN AEREO VOLA NELL’URAGANO


5.FLORIDA, EVACUAZIONE E PAURA

saint martinSAINT MARTIN
È cambiato il bilancio delle vittime dell'uragano Irma: sono 8 i morti sull'isola francese caraibica di Saint-Martin, nelle Piccole Antille, 21 i feriti. Lo ha riferito il prefetto della vicina isola di Guadalupe, Eric Maire, precisando che il numero non è quello definitivo considerate le difficoltà di comunicazione con Saint-Martin e Saint-Barthélemy, le più colpite insieme a Barbuda, spazzate via da venti che hanno raggiunto oltre i 300 chilometri orari. Il 90 per cento delle isole è distrutto.

saint barthSAINT BARTH
La ministra francese per i Territori d'oltremare, Annick Girardin, è arrivata stamattina presto da Parigi sull'isola di Guadalupe, con oltre un centinaio di membri di squadre di salvataggio. Comparendo davanti alla stampa non ha parlato del bilancio delle vittime e si è limitata a riconoscere che "abbiamo danni estremamente importanti".


saint martinSAINT MARTIN
L'uragano, categoria 5 su 5, ha raggiunto il nord del territorio americano di Porto Rico, dove vivono circa 3 milioni di abitanti. La metà della popolazione si trova senza elettricità. Ma Irma ora punta alla Florida: dopo l'evacuazione di alcune delle aree costiere della contea di Miami-Dade, anche il sindaco di Miami Beach ha ordinato di lasciare la zona. Il sud della Florida, secondo le previsioni meteo, rimane a rischio di essere attraversato o colpito direttamente. Si temono devastazioni superiori a quelle del 1992 causate dall'uragano Andrew. Le persone hanno fatto scorta di cibo e svuotato supermercati, le pompe di benzina sono esaurite.
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In tre comunicati stampa separati la Casa Bianca ha fatto sapere che "il presidente degli Stati Uniti Donald Trump è in comunicazione con i governatori della Florida, di Puerto Rico e delle Isole Vergini" e che le agenzie federali di gestione delle emergenze (Fema) "sono pronte a intervenire".

Ieri il Centro Nazionale Usa per gli uragani ha avvertito che una seconda tempesta tropicale atlantica, Josè, si sta rapidamente rafforzando e potrebbe trasformasi in uragano, categoria 1. Josè si dirige a nord-ovest verso le isole caraibiche già colpite. Un terzo uragano, Katia, si è formato nel Golfo del Messico. Il Messico ha già diffuso un'allerta per lo Stato di Veracruz.

Fonte: qui


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Il debito cinese è in una bolla.

Il debito cinese è in una bolla ed è ora di ammetterlo

Quello che era percepito “solo” come un rischio ora sta diventando una vera minaccia. Parliamo del debito cinese, una bolla speculativa pronta ad esplodere.

Non è una novità che il debito cinese sia considerato un rischio per la stabilità della finanza globale. Quello che invece è una novità è che la situazione è così compromessa che persino i dirigenti della Banca Popolare cinese sono disposti ad ammettere di essere in una bolla finanziaria. Anche le banche controllate dallo stato confessano di trovarsi in una pessima situazione: si tratta di banche in possesso di pesanti prestiti deteriorati, attivi in difficoltà e debiti insoluti.
Gli investitori sono talmente sicuri che il governo abbia la situazione del debito sotto controllo che le persone stanno investendo denaro in debiti a rischiopiuttosto che allontanarsene. La bolla è nel prezzo degli asset deteriorati e, soprattutto per coloro che non hanno una solida formazione finanziaria, c’è il rischio di cadere nelle trappole del mercato instabile delle fusioni e delle acquisizioni. Non solo fare soldi sarà impossibile, ma il rischio di perderli è altissimo.
C’è stato un incremento del numero di voci che si sono levate, dimostrando apertamente la loro preoccupazione per il debito del paese, ormai fuori controllo. Si tratta di una situazione molto rischiosa per la stabilità dell’intero sistema finanziario.
Le statistiche parlano da sole: il totale del debito della Cina è ormai vicino al 300% del PIL. Il settore bancario cinese è grande circa tre volte di più della sua economia. Il credito cresciuto in Cina è talmente grande che il margine di errore per stimarlo ora è vicino ai trilioni. Il debito societario cinese è attualmente di circa 18 trilioni di dollari, il 170% del PIL.

La gestione del debito cinese

Il debito in Cina viene riciclato in un complesso e opaco sistema di prestiti tra banche e “veicoli d’investimento cartolarizzati” o insiemi di prestiti rischiosi strutturati come pacchetti di ipoteche sotto forma di bond. Tutto ciò rende difficile vedere la parte di debito che vale la pensa investire o quanto si rischi l’implosione.
Alcuni si aspettano un collasso come quello della Lehman Brothers’.
Se davvero accadesse, l’economia cinese ne uscirebbe danneggiata, con effetti negativi per l’intera economia globale. D’altra parte, la soluzione potrebbe creare ancora più problemi. Le autorità cinesi hanno rafforzato la regolamentazione bancaria per ridurne l’influenza sul settore finanziario. Questo spingerà le aliquote di mercato ancora più in alto, rendendo ancora più difficile per i debitori riparare il proprio debito.
Fonte: qui

Gli USA non possono più continuare ad accumulare debito per consumare, tutto il resto (incluso Trump) è una conseguenza!


Il deficit commerciale cumulato USA dal 1980 al 2014 è pari a circa 10.5k mld USD; al 2017 si stima sia circa 11.5-12k mld USD. Tale valore va paragonato al debito federale, attorno a 20k mld USD. Ossia l’aumento del debito federale USA va di pari passo all’essere cicala (…)
I media ci nascondono molte cose. In realtà la tecnica è più elaborata: ci inondano di notizie inutili a maggior ragione se fanno presa sulla gente, di norma baggianate (magari sullo scandaletto di turno o su Igor il terribile inventato da qualche servizio segreto occidentale) per nascondere la vera radice dei problemi, o più semplicemente i problemi veri.
Ad esempio, gli USA: da lustri coi loro consumi – e con corrispondenti deficit della bilancia commerciale e delle partite correnti – stanno contribuendo ad arricchire mezzo mondo, in particolare i paesi esportatori di merci, ad es. la Germania e la Cina. Il problema è che da circa 30 anni tali consumi USA sono a credito ovverosia gli americani si indebitano regolarmente per consumare. Lo possono fare per un complesso insieme di ragioni che può essere condensato nel fatto di aver vinto l’ultima guerra ovvero di essere il paese in aggregato economicamente e militarmente più forte del mondo. E dunque con il privilegio di stampare carta verde sempre meno tangibile come merce di scambio per preziose merci fisiche.
Il problema è che dopo 8 anni di Obama – che ha circa raddoppiato il debito federale con parallelo indebolimento del primato geostrategico americano – gli USA sono al limite della sopportazione da debito, non possono più accumularne se non vogliono sprofondare sotto il suo peso (debito accumulato dagli USA con tutti i paesi, vedasi oltre – dico io, come si fa a non dare ragione a Trump… , ndr-).
Dunque devono ridurre i consumi se vogliono tornare grandi o semplicemente per restare al top della solidità aggregata globale (ossia, in aggregato: economica, tecnologica, militare, politica). Trump è semplicemente il mezzo per portare tali correttivi che inevitabilmente andranno a svantaggio dei paesi grandi esportatori come Germania ed in misura minore Cina*, paesi che se gli USA (e gli UK, che nella sostanza patiscono lo stesso male americano e con il Brexit stanno seguendo lo stesso percorso Trumpista di redenzione da consumi e debito eccessivi sebbene in forma diversa) smettono di consumare rischiano la guerra civile interna per l’impossibilità di piazzare i propri prodotti ossia di occupare le loro maestranze nella manifattura.
In due parole, eccesso di offerta di beni dei paesi esportatori. Ossia deflazione crassa (Germania in primis assieme agli olandesi, chiedetevi perchè vanno sempre d’accordo, stessi interessi – notasi il surplus della bilancia dei pagamenti tedesca in proporzione al deficit della bilancia dei pagamenti USA che si evidenzia precisamente a partire dall’introduzione della moneta unica!!! -)
Chiaro, lo strumento che di norma viene usato per ridurre i consumi ed il deficit commerciale è la svalutazione della propria moneta. Infatti il dollaro sta letteralmente crollando (e con lui la sterlina).

Da qui, lato EUropeo, la necessità tedesca di riaccendere i consumi in patria o nei paesi vicinali – dell’EU – per compensare i minori consumi prospettici anglosassoni, magari grazie ai consumi dei migranti di fatto pagati dai paesi EU che li ospitano, appunto per consumare. Chiaro, tali migranti devono concentrarsi non in Germania ma nei paesi obiettivo dell’austerità i quali a loro volta incrementeranno ulteriormente il proprio debito per tale fine. Spero tutto sua più chiaro in relazione a quanto accaduto in Italia e Grecia negli scorsi anni, due paesi decisamente filo USA – Roma– se non apertamente ostili a Berlino – Atene -…
Ora, definiamo quale è il vero problema per coloro che sono contrari al trumpismo ossia al fatto che l’America torni grande -, problema che in parte affligge precisamente i paesi che impongono l’austerità in EUropa, i cd. globalisti ovvero i grandi esportatori -: un presidente USA indipendente e che non abbisogna di soldi e potere di norma resi disponibili post presidenza dal deep state per avere seguito i suoi indirizzi. In due parole Donald J. Trump. 
L’altro enorme ostacolo per i globalisti – che come abbiamo visto sono capitanati da Berlino nel post presidenza Obama, come candidamente confessato dall’ex inquilino della Casa Bianca nel suo ultimo viaggio in terra teutonica – deriva dall’enorme potere di Trump a livello istituzionale, sebbene questo aspetto sia accuratamente taciuto dai media sussidiati.
Come ci ricorda il grande Jim Rickards, a breve (con il controllo della Fed e della politica monetaria del dollaro [basso], da inizio 2018) il corrente presidente USA avrà il controllo totale del Paese, da qualsiasi parte lo si guardi, ossia :
– Il controllo della Casa Bianca post repulisti (ora), 
– la maggioranza repubblicana della Corte Suprema – in espansione, per questione di età [Trump probabilmente nominerà altri due o tre membri – (ora) 
– la maggioranza (in espansione, visti i risultati delle elezioni di sostituzione di deputati e senatori post elezione presidenziale) di Camera e Senato (e a maggior ragione nel 2018), 
– la maggioranza dei governatori votanti della Fed ossia della politica monetaria (da febbraio 2018),
– Il controllo di CIA e FBI per il tramite di suoi delegati diretti (ora),
– oltre ad una maggioranza spropositata in termini di governatori repubblicani nei vari Stati, con un vantaggio che non si ricorda dai tempi della guerra civile americana (ora).
A questo si aggiunga un enorme seguito popolare interno che, a dispetto delle balle propinateci dei media EUropei – allineati purtroppo agli interessi tedeschi -, gli permette di stare ragionevolmente al sicuro rispetto ad eventuali colpi di coda poco democratici degli avversari politici interni, molto vicini ad interessi stranieri contrari – ricordo – al fatto che gli USA tornino grandi (…). Non ho citato il supporto degli alti ranghi Militari, ma ciò è pleonastico.
Insomma, nel bene o nel male Trump può davvero cambiare radicalmente lo status quo ed i suoi avversari (globali e/o interni) ne sono terrorizzati. Con tutte le implicazioni del caso a livello mondiale, non dimentichiamoci che gli USA sono ancora l’unico trendsetter strategico globale. Ecco perché il presidente USA mediaticamente viene attaccato senza soluzione di continuità (appunto per evitare che implementi i piani per cui è stato votato). 
Di un cosa potete però stare certi: il dollaro debole, lo strumento principe per ridurre consumi eccessivi e deficit commerciali iperbolici americani continuerà a svalutarsi, proprio perché negli interessi (pragmatici) USA. E aggiungo, con le buone o con le cattive.
Anche a costo di rivalutare l’oro di Fort Knox di 25 volte (ossia mandando il dollaro a 1.50 ed oltre contro euro, oggi è a 1.20, ad inizio anno era a 1.05; si può implicare una svalutazione ulteriore del 20-25%). Per altro frantumando così il progetto della moneta unica.
Tutto torna.
Segnatevelo.
MD

Fonte: Scenari Economici
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*il surplus commerciale procapite tedesco è circa 20 volte maggiore di quello cinese

ZAIA: “MA QUALE 'NO VAX'. SIAMO NOI CHE INFORMIAMO LE SCUOLE SE I BAMBINI SONO VACCINATI O MENO, MICA IL CONTRARIO”


IL GOVERNATORE DEL VENETO: 'NON VIOLIAMO ALCUNA LEGGE. MA SE LA LORENZIN CI DIMOSTRA CHE ABBIAMO SBAGLIATO, PRONTI A CAMBIARE'


Renato Benedetto per il Corriere della Sera

vacciniVACCINI
«Non cerchiamo la rissa». Luca Zaia preferisce sorvolare su chi, soprattutto dal Pd, lo ha attaccato, giudicando lo scontro con il governo «irresponsabile», «pericoloso», un «gioco sulla pelle dei bambini». Però, chiarisce il presidente della Regione Veneto, «la ministra Lorenzin non deve cercare la rissa con noi, non deve dipingerci come no vax. Io non ho mai fatto incontri con comitati del genere. Sono favorevole ai vaccini e se avessi un figlio lo vaccinerei».

Messo nero su bianco le premesse, il governatore leghista prova a chiudere la polemica: «Abbiamo solo applicato la legge». È questa la replica a Beatrice Lorenzin, che aveva definito il decreto della Regione Veneto per una moratoria fino al 2019-20 sui vaccini per asili e nidi un «atto contro la legge». «Io ho soltanto chiesto ai miei, al direttore generale della Sanità, all' assessore, di attenuare l' impatto del provvedimento del governo, di introdurre gradualmente gli obblighi, per non vedere bimbi in strada lasciati fuori da asili e nidi. Mi hanno detto che questo spazio di due anni, prima di applicare gli obblighi, è previsto dal testo. Se il governo ci dimostra che abbiamo sbagliato a leggere, siamo pronti a cambiare».
zaia al congresso della legaZAIA AL CONGRESSO DELLA LEGA

Ma l' onere della prova è tutto a carico dell' esecutivo: «Anche oggi (ieri, ndr ) mi hanno confermato che la legge ha questo vulnus. Se Lorenzin prova che invece la legge è scritta bene e ha ragione lei, chapeau , mi adeguo». Però in ogni caso la ministra - che aveva detto: «Saranno responsabili in caso di epidemie» - non deve «minacciare una delle migliori sanità in Italia», avvisa Zaia. I virus, certo, ne sanno poco di confini regionali e federalismo, si diffondono e basta. Ma «se scoppia un' epidemia in Italia scoppia da qualche altra parte, in zone dove l' anagrafe dei vaccini è un' opinione, non in Veneto».

Perché quando si parla di quanto nella sua Regione è stato fatto in tema di vaccini, Zaia inizia un lungo elenco: «Abbiamo performance di copertura superiori alla media nazionale. Siamo gli unici ad avere una anagrafe dei vaccini informatizzata, è tutto online, scriviamo a casa ai genitori quando è il momento di fare un richiamo». E aggiunge, riferendosi al decreto del governo: «In Veneto siamo noi che informiamo i presidi sulla copertura vaccinale dei bambini nelle loro classi, non viceversa».
lorenzinLORENZIN

Le leggi che riguardano le scuole, insiste il governatore, ci sono già: «Dal 2016, se arriva un bimbo non vaccinato può essere inserito solo in una classe dove è garantita la copertura del 95% dei bambini. Non possono esserci classi che stanno sotto questo limite, in linea con le indicazioni dell' Oms». Per spiegarlo con una metafora, «noi abbiamo un' auto perfetta e lucida - dice il leghista - e non deve diventare come quella scassata delle altre».

SCUOLA ELEMENTARE jpegSCUOLA ELEMENTARE
E rendere il vaccino obbligatorio, secondo il governatore, questa auto la «scassa». Perché il perno del sistema Veneto è la libertà vaccinale, prevista già dal 2007. «E non abbiamo l' anello al naso. In quindici Paesi europei l' obbligo non esiste, parliamo di Germania, Regno Unito, Spagna, Paesi del Nord». E l' obbligo «porta solo a ingrossare le fila dei no vax, un movimento di pensiero che si sta sottovalutando»: «Prima erano una piccola frangia, oggi sono di più: cittadini che prima facevano il vaccino di default, oggi hanno dubbi, alimentati da questo dibattito. Come si fa a dire che il problema si risolve non facendo iscrivere i bimbi a scuola? I bimbi non vaccinati sono gli stessi che si incontrano al parco a giocare, anche se sono fuori dagli asili».

VACCINI TREVISOVACCINI TREVISO
Poco importa che la Lombardia, guidata dal collega leghista Maroni, abbia fatto retromarcia. «Noi siamo l' unica Regione che ha fatto ricorso alla Corte costituzionale. Il tempo sarà galantuomo». Già, anche se si dovesse adeguare adesso alle direttive del governo, se anche la moratoria dovesse essere dischiarata illegittima, la partita vera è per il governatore veneto il ricorso alla Corte costituzionale contro la legge che impone l' obbligo dei vaccini.

E, certo, è facile pensare che questo tema riecheggerà nella campagna elettorale in vista del referendum sull' autonomia, che il Veneto celebrerà il 22 ottobre insieme alla Lombardia: «Noi chiediamo più autonomia al referendum - spiega Zaia -. Per noi è una perdita di autonomia rinunciare a un modello che stiamo attuando e che funziona meglio che altrove».

Fonte: qui

mercoledì 6 settembre 2017

Il petrolio farà la fine del carbone: a 15 dollari al barile entro il 2040


Il petrolio farà la fine del carbone: a 15 dollari al barile entro il 2040

Il boom dell’auto elettrica sta rivoluzionando il modo di muoverci su quattro ruote, e potrebbe contribuire anche ad abbassare il prezzo del petrolio.

Recentemente il Fondo Monetario Internazionale ha pubblicato un report dal titolo «Cavalcando la transizione energetica: il petrolio oltre il 2040» (Riding the Energy Transition: Oil Beyond 2040) nel quale si analizza il ruolo delle auto elettriche nei prossimi anni e il loro impatto sul prezzo del petrolio.
Quello che più sorprende di questo resoconto è la sua conclusione. Si legge infatti che se dovesse verificarsi un rapido aumento delle vendite di auto elettriche, i prezzi del petrolio potrebbero scendere ai livelli della quotazione del carbone - circa 15 dollari al barile nel 2040.

Petrolio a 15 dollari al barile nel 2040

Al di là del fatto che ci si aspetta una diminuzione della domanda globale di petrolio, la rivoluzione dei trasporti è un altro dei motivi che porteranno ad un cambio profondo nel mercato del greggio.
Il petrolio ha ormai perso la sua prerogativa come unica fonte di combustibile per il trasporto su strada e, sebbene possa essere utilizzato anche in altri modi, non è più considerato “l’oro nero”. Si sta già trovando a competere con sostanze “sorelle” come il gas naturale, il carbone, l’energia nucleare e le rinnovabili.
Nel momento in cui dovesse perdere la sua esclusività sui veicoli a motore, il petrolio potrebbe diventare il nuovo carbone, con ampie riserve recuperabili e una domanda molto elastica rispetto a quella attuale. In uno scenario in cui il petrolio perdesse il suo ruolo di principale combustibile per i trasporto, secondo quanto si legge nel documento, il suo prezzo cadrebbe considerevolmente, fino ad arrivare intorno ai 15 dollari al barile. Attualmente il prezzo del greggio si aggira intorno ai 50 dollari al barile.

Il ruolo dell’auto elettrica

Facciamo un passo indietro. Nell’anno 1900, le auto elettriche costituivano un terzo delle automobili esistenti negli USA: erano silenziose, facili da utilizzare e adatte al traffico urbano. La richiesta di elettricità richiamò addirittura l’attenzione di Thomas Edison e Ferdinand Porsche (quest’ultimo avrebbe sviluppato il primo modello di auto ibrida nel 1901). I veicoli elettrici furono i protagonisti almeno fino al 1910, fino a quando la Ford T non scalzò tutti gli altri modelli, auto elettriche comprese.
La Ford T infatti costava circa il 40% in meno di una macchina elettrica nel 1912: il basso costo si accompagnava al netto miglioramento della rete viaria. Era poi molto più facile installare distributori di benzina nelle aree rurali piuttosto che la rete elettrica. La scoperta di nuovi pozzi, poi, portarono a una caduta del prezzo del petrolio e l’auto elettrica perse definitivamente la sua competitività, per poi scomparire del tutto intorno agli anni ’30.
Tuttavia, l’auto elettrica sembra pronta a tornare, man mano che il suo livello di efficienza migliora, specialmente per quanto riguarda le batterie utilizzate. 
Le prospettive future delll’auto elettrica sono differenti:
  • l’OPEC ha predetto che le auto con combustibile alternativo saranno solo il 6% in tutto il mondo nel 2040. Nel 2016 questa cifra è stata rivista al rialzo, fino ad arrivare al 22%;
  • Bloomberg New Energy Finance (BNEF) ha calcolato che saranno 7,4 milioni i veicoli elettrici sulle strade entro il 2020 e il 25% di tutte le automobili nel 2040;
  • BNP Paribas calcola un 25% entro il 2030.

Fasi di transizione energetica

Lo sceicco Zaqui Yamani, ex ministro dell’Arabia Saudita, ha commentato:
“l’età della pietra è finita ma non per mancanza di pietre. Allo stesso modo, l’era del petrolio finirà ma non per mancanza di petrolio”.
Dagli anni della rivoluzione industriale abbiamo assistito a numerose fasi di transizione energetica. Per primo il legno, che da principale combustibile dpassò da un 90% al 30% dal 1850 al 1895. Sorte contraria ebbe il carbone, che saltò dal 9% al 65%. Il carbone fu a sua volta sostituito dal petrolio e dal gas tra il 1910 e il 1955. Nel giro di quarant’anni la percentuale di carbone utilizzato si è ridotta dal 77% al 28%, mentre la percentuale combinata di petrolio e gas è salita dal 9% al 65%.
Attualmente, il documento del Fondo Monetario Internazionale segnala che, dopo l’esame dei recenti sviluppi nei trasporti e nell’energia rinnovabile, “il petrolio come combustibile principale per il trasporto e come importante fonte di energia in generale potrebbe avere vita breve”, molto più corta di quel che si pensava.
È questa l’ultima era del petrolio, nella quale il petrolio diventerà il nuovo carbone? In pochi negherebbero che la transizione energetica proceda a pieno regime. Il progresso tecnologico del fracking, tecnica base per l’industria dello shale oil, ha portato ad una riduzione dei costi di produzione di oltre il 50%. Anche l’uso del petrolio per unità del PIL mondiale è diminuito di un 40% dal 1980. L’Agenzia Internazionale per l’Energia ha previsto una diminuzione nella percentuale dell’energia mondiale proveniente dal petrolio e dal carbone, che raggiungerà rispettivamente il 26% e il 25% entro il 2040.
Finora si è parlato di futuro, ma quali sono i dati attuali? La prossima transizione energetica potrebbe verificarsi nei prossimi 10/25 anni, quando le auto elettriche rimpiazzeranno i veicoli a motore così come i veicoli a motore rimpiazzarono le carrozze e i cavalli più di un secolo fa.
Fonte: qui

Allarme siccità, in secca le sorgenti del Po: niente acqua su Monviso

Allarme siccità, in secca le sorgenti del Po: niente acqua su Monviso

Ai 2.020 metri di quota del Pian del Re, accanto alla pietra scolpita con la celebre frase «Qui nasce il Po», dalla roccia non esce una goccia d’acqua. 

I primi otto mesi del 2017 sono stati i meno «piovosi» dal 1800


La sorgente del Po in secca (Ansa)La sorgente del Po in secca (Ansa)
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Le sorgenti del Po sono in secca. Un evento che si registra raramente, conseguenza delle siccità che ha colpito il Piemonte, e non solo. Ai 2.020 metri di quota del Pian del Re, alla base del Monviso, accanto alla pietra scolpita con la celebre frase «Qui nasce il Po», dalla roccia non esce una goccia d’acqua. Poco più a valle diversi rivoli si uniscono per dare vita al torrente destinato a diventare il fiume più lungo d’Italia, lungo 652 chilometri.
Il record del 2017
Da dicembre 2016 ad agosto 2017 è stato registrato un deficit di piogge del 40% rispetto al passato e questi primi otto mesi dell’anno - dicono gli esperti - sono stati i più secchi dal 1800. «Le scarse precipitazioni estive - sottolinea il climatologo del Cnr Michele Brunetti - non hanno fatto altro che peggiorare una condizione di siccità già molto grave alla chiusura della stagione primaverile che, con un deficit di quasi il 50% rispetto alle precipitazioni medie primaverili, è risultata la terza più secca di sempre. A parte le importanti precipitazioni che hanno caratterizzato il Centrosud nel mese di febbraio, è da dicembre 2016 che le precipitazioni risultano sotto la media sull’intero territorio nazionale, tanto che, se consideriamo le precipitazioni cumulate sulle ultime tre stagioni (i 9 mesi da dicembre 2016 ad agosto 2017), siamo di fronte a un deficit di precipitazioni di quasi il 40%, senza grosse differenze tra nord e sud e, se le confrontiamo con le medesime tre stagioni dal 1800 ad oggi, quelli di quest’anno risultano i 9 mesi più secchi di sempre». In futuro la siccità, secondo il climatologo Massimiliano Fazzini, docente delle Università di Camerino e Ferrara, non è destinata a migliorare. «Durante le future estati - è il suo allarme - avremo sempre meno acqua e di peggiore qualità. Regioni come Puglia, Sicilia e Sardegna dovranno mettere in campo processi di desalinizzazione utilizzando così l’acqua del mare». «Dobbiamo iniziare - è il suo monito - a non sprecare l’acqua quando ci laviamo. Considerando i modelli climatici futuri, problemi di tale portata per il Centro Italia non dovrebbero esserci».
Agosto il mese più caldo dal 1800
La siccità è ovviamente collegata con le temperature sopra la media e si è quindi accentuata quest’estate, risultata - secondo Brunetti - seconda solo a quella del 2003. Mentre il mese di agosto è stato il terzo più caldo per l’Italia dal 1800, con un’anomalia di 2.53 gradi sopra alla media. Più caldi sono stati solo l’agosto del 2012 e del 2003, con anomalie di più 2.56 gradi e più 3.86 gradi rispettivamente. Il caldo dell’ultimo mese, assieme alle temperature eccezionalmente alte del mese di giugno (il secondo più caldo di sempre con un’anomalia di +3.22°C) e a un luglio non eccezionale ma comunque tra i 10 più caldi di sempre, hanno portato l’estate 2017 ad essere seconda solo a quella eccezionalmente torrida del 2003 (anomalia di +2.48°C quella di quest’anno contro +3.76°C dell’estate 2003).

Fonte: qui

I Brics pensano alla creazione di una propria criptovaluta

I Paesi dei Brics stanno discutendo la possibilità di creare una propria criptovaluta in alternativa agli altri strumenti di pagamento, ha dichiarato ai giornalisti il presidente del fondo degli investimenti diretti della Federazione Russa Kirill Dmitriev.
"Un altro argomento che è stato discusso presso la commissione Finanze sono state le criptovalute, inoltre potrebbe essere discussa la creazione di una propria criptovaluta come alternativa agli altri strumenti di pagamento. Questo è qualcosa in discussione nel quadro del forum di business dei Brics," — ha detto Dmitriev.
Ha osservato che ora l'attenzione sui pagamenti tra i vari Paesi dell'organizzazione è focalizzata sulle monete nazionali.
"Ma anche le criptovalute stanno cominciando ad essere discusse come uno dei meccanismi possibili per il calcolo delle transazioni, in alcuni casi potrebbe essere necessario e risultare una buona alternativa al dollaro e ad altri strumenti di pagamento", ha aggiunto.
Fonte: qui