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lunedì 17 giugno 2019

DEUTSCHE BANK, IN UNA PESANTE E PREOCCUPANTE CRISI, AVVIA UN’AMPIA RISTRUTTURAZIONE DELLE SUE ATTIVITÀ DI TRADING NEGLI USA

SECONDO IL “FINANCIAL TIMES” L’ISTITUTO TEDESCO HA INTENZIONE DI CREARE UNA BAD BANK DA RIEMPIRE CON 50 MILIARDI DI DOLLARI DI ATTIVITÀ “RISCHIOSE”, CIOÈ I CONTRATTI DERIVATI 

DOPO AVER PER ANNI GIOCATO A FARE LA BANCA DI INVESTIMENTO, RIEMPIENDOSI DI TITOLI TOSSICI, L’OBIETTIVO È TORNARE AL RETAIL E ALLA GESTIONE PATRIMONIALE… 

DEUTSCHE BANK: FT, PENSA A CREAZIONE BAD BANK DA 50 MLD DOLLARI


Il colosso bancario tedesco Deutsche Bank ha avviato un'ampia ristrutturazione delle sue attività di trading negli Usa, allontanandosi dal modello dell'investment banking. Lo rivela il Financial Times, secondo il quale l'amministratore delegato di Deutsche, Christian Sewing avrebbe in mente la creazione di una bad bank, dove far confluire fino a 50 miliardi di dollari di attività finanziarie rischiose non core (in particolare derivati di vecchia data), che dovranno essere custodite o vendute.

Christian Sewing Deutsche BankCHRISTIAN SEWING DEUTSCHE BANK
La ristrutturazione prevede il forte ridimensionamento o la chiusura delle attività di trading al di fuori dall'Europa. La decisione finale su tutto ciò, secondo il Ft, che cita fonti vicine alla banca, è ancora in sospeso. L'obiettivo di Sewing sarebbe quello di spostare il cuore delle attività di Deutsche dall'investment banking al retail e alla gestione patrimoniale. Secondo il Ft Sewing dovrebbe annunciare le decisioni della banca a fine luglio. L'entità delle attività finanziarie non core su cui intervenire "continua ad oscillare" rivelano le fonti al Ft, secondo cui si tratterebbe di asset per almeno 30 miliardi di dollari, o ancora più probabilmente per 40-50 miliardi di dollari, pari al 14% del bilancio di Deutsche. "I tagli devono essere radicali", spiega una fonte di spicco della banca. "Ha senso per noi avere questi beni congelati a lungo termine, in un'unità non core".

Fonte: qui

giovedì 11 ottobre 2018

BP CHIAMA ENI PER RICOMINCIARE LE ESPLORAZIONI NEL PAESE IN CUI GLI IDROCARBURI VALGONO IL 95% DELLE ENTRATE GOVERNATIVE E IL 96% DELL'EXPORT


IL PRESIDENTE DELLA LIBICA NATIONAL OIL CORPORATION (NOC), L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI BP, BOB DUDLEY, E L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI ENI, CLAUDIO DESCALZI, HANNO FIRMATO IERI A LONDRA UNA LETTERA D’INTENTI

Michele Arnese per www.startmag.it

La britannica Bp chiama l’italiana Eni per ricominciare le esplorazioni in Libia.
Il gruppo inglese punta dunque sull’expertise del gruppo italiano, presente nel Paese africano dal 1959, il secondo dopo l’Egitto per produzione con 280mila barili al giorno.
Non è solo un’alleanza industriale. C’è anche un valore geopolitico nell’accordo italo-inglese sulla Libia. Sullo sfondo, infatti, c’è la presenza della francese Total nello stesso Paese. E la conferenza per la Libia che l’Italia sta organizzando a Palermo il 12 e 13 novembre, dopo le fibrillazioni Italia-Francia per alcune accelerazioni di Macron (qui fatti, indiscrezioni e approfondimenti di Start Magazine).

In Libia il settore degli idrocarburi rappresenta il 95% delle entrate governative e il 96% dell’export in valore.
Il Paese possiede le più grandi riserve di petrolio africane e si piazza al nono posto per riserve mondiali (stimate in 48,363 milioni di barili, cui si aggiungono 1,505 miliardi di metri cubi di gas). Ma tutte le infrastrutture, dai pozzi alle pipelines, dalle raffinerie ai terminali, si trovano immerse in una delle atmosfere più esplosive del Pianeta, ha sottolineato di recente il ricercatore Luca Longo.

CHI HA FIRMATO L’INTESA IN LIBIA FRA ENI E BP
eni in libiaENI IN LIBIA
Il presidente della libica National Oil Corporation (Noc), Mustafa Sanalla, l’amministratore delegato di Bp, Bob Dudley, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato ieri a Londra una lettera d’intenti che avvia il processo di assegnazione a Eni di una quota del 42,5% nell’Exploration and Production Sharing Agreement di Bp in Libia, con l’obiettivo di rilanciare le attività di esplorazione e sviluppo e di promuovere un ambiente favorevole agli investimenti nel paese, si legge in un comunicato di Eni e Bp.

I DETTAGLI DELL’INTESA
Eni entrerà nelle aree contrattuali A e B (onshore) e C (offshore) diventando operatore, ruolo svolto ora dal colosso inglese che detiene una quota dell’85% in ogni blocco, mentre la Libyan Investment Authority ha il 15 per cento.

eni libiaENI LIBIA
LA TEMPISTICA
L’intento delle parti è di finalizzare ed eseguire tutti gli accordi necessari entro la fine dell’anno per avviare le attività di esplorazione nel 2019.

LO SCENARIO
L’annuncio arriva in una fase delicata per la Libia, condizionata dalla persistente incertezza politica, e sancisce l’asse italo-inglese nelle attività oil&gas del paese. La futura produzione dell’Epsa potrà beneficiare delle importanti sinergie con le infrastrutture di Eni-Noc già esistenti e del contributo di Mellitah Oil&Gas (Mog).

IL COMMENTO DI DESCALZI
«Questo di oggi è un importante traguardo che darà la possibilità di liberare il potenziale esplorativo della Libia riavviando le operazioni dell’EPSA sospese dal 2014. Inoltre, contribuisce a creare un contesto attrattivo per gli investimenti, volto a ripristinare i livelli di produzione e le riserve di idrocarburi del paese attraverso le infrastrutture già esistenti in Libia», ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi.

LE PAROLE DEL PRESIDENTE DEL GRUPPO LIBICO NOC
TOTALTOTAL
«Questo accordo è un chiaro segnale e un riconoscimento da parte del mercato delle opportunità che la Libia offre e rafforzerà il nostro outlook di produzione. La garanzia di sviluppo sociale derivante dall’accordo è un segno importante del nostro impegno comune nei confronti dei nostri collaboratori e delle comunità nei territori dove operiamo. Confidiamo che questa iniziativa possa condurre a ulteriori investimenti nel paese e facilitare un aumento dei livelli di produzione», ha dichiarato il presidente del colosso petrolifero statale libico Noc, Mustafa Sanalla.

IL COMMENTO DI BP
«Questo è un passo importante verso il nostro ritorno a operare in Libia. Riteniamo che lavorare a stretto contatto con Eni e con la Libia ci consentirà di anticipare il riavvio dell’esplorazione in queste aree promettenti», ha detto l’amministratore delegato di BP, Bob Dudley.

LA PRODUZIONE DI ENI
Robert DudleyROBERT DUDLEY
La produzione di Eni nel Paese è arrivata a un livello di produzione di 384 mila barili al giorno, picco storico raggiunto nel 2017. Numeri che certo non hanno fatto piacere a Total, così come gli ottimi rapporti tra l’ad Claudio Descalzi e il presidente Sarraj. I contratti in essere, inoltre, hanno scadenze ancora lunghe, al 2042 per le produzioni a olio e al 2047 per quelle a gas. Anche il recente start-up del progetto di Bahr Essalam Fase 2, che completa lo sviluppo del più grande giacimento a gas in produzione nell’offshore libico, ha contribuito a consolidare il primato di Eni.

IL RUOLO DELLA FRANCESE TOTAL
Se l’Eni continua a restare il primo operatore libico, la francese Total appare decisa a consolidare la sua presenza.
Total ha interessi nel campo di Mabrouk, nella zona centro-orientale e collegato con la raffineria e il terminale di Es Sider, ma anche – insieme alla spagnola Repsol – nei campi occidentali di El Sharara (NC-115 e NC-186) collegati allo snodo petrolifero di Zawiya vicino a Tripoli. In mare c’è il giacimento di Al-Jurf collegato al terminale di Farwah.
descalziDESCALZI

In marzo la compagnia francese ha acquistato dall’americana Marathon Oil il 16% del giacimento di Waha (in Cirenaica) per 450 milioni di dollari. Un accordo però non ritenuto valido dal governo di Tripoli e dalla Noc. Negli anni 70 produceva tre milioni di barili al giorno. Nel volgere di 10 anni, con gli opportuni investimenti, avrebbe le carte in regola per sorpassare quel livello, ha scritto il Sole 24 Ore.

La francese Total – ha ricostruito mesi fa il ricercatore Luca Longo – ha interessi nel campo di Mabrouk, nella zona centro-orientale e collegato con la raffineria e il terminale di Es Sider, ma anche – insieme alla spagnola Repsol – nei campi occidentali di El Sharara (NC-115 e NC-186) collegati allo snodo petrolifero di Zawiya vicino a Tripoli. In mare c’è il giacimento di Al-Jurf collegato al terminale di Farwah.

Fonte: qui

sabato 1 settembre 2018

'OPEN ARMS' CESSA I SALVATAGGI DEI MIGRANTI AL LARGO DELLA LIBIA E SI RITIRA IN SPAGNA: “SIAMO STATI CRIMINALIZZATI"


NON RESTA NESSUNA ORGANIZZAZIONE NON GOVERNATIVA PER I SALVATAGGI NEL MEDITERRANEO CENTRALE

open armsOPEN ARMS
La ong spagnola Open Arms ha annunciato che cessa i salvataggi dei migranti al largo della Libia e si ritira in Spagna, denunciando una “criminalizzazione delle ong” nel Mediterraneo centrale. “Nel corso delle prossime settimane, Proactiva Open Arms si unirà alle operazioni di salvataggio nello Stretto di Gibilterra e nel Mare di Alboran” che separano Marocco e Spagna, che sono coordinate dalla guardia costiera spagnola, ha annunciato la ong in un comunicato.

“Le intense campagne di criminalizzazione delle ong nel Mediterraneo centrale e l’avvio di politiche disumane hanno provocato non solo la chiusura dei porti di Italia e Malta, ma la paralisi di numerose organizzazioni umanitarie di salvataggio, come pure l’aumento del flusso migratorio verso il sud della Spagna”, scrive la ong per motivare la sua decisione. La missione di Proactiva Open Arms, che comincerà nelle prossime settimane, si prolungherà “finché la pressione migratoria durerà nel sud della Spagna e finché sembrerà necessario”, aggiunge. 
PROACTIVA OPEN ARMSPROACTIVA OPEN ARMS


Superando Italia e Grecia, la Spagna è diventata quest’anno la prima porta di accesso all’Europa per i migranti che rischiano la vita in mare. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), circa 28mila sono arrivati da gennaio a bordo di imbarcazioni di fortuna, cioè più o meno tanti quanti erano arrivati via terra e via mare in Spagna nell’intero 2017. Il nuovo governo italiano, composto da Movimento 5 Stelle e Lega, nel corso dell’estate ha chiuso i porti italiani alle navi delle ong attive nel Mediterraneo centrale per portare soccorso ai migranti. Ragion per cui Proactiva Open Arms ha dovuto, per tre volte, fare sbarcare i migranti salvati al largo della Libia in porti spagnoli, cioè Barcellona, Palma di Maiorca e Algesiras.

Fonte: qui

venerdì 29 giugno 2018

ROMA, L’ANNUNCIO DEMENZIALE DELL’ASSESSORE AI SERVIZI SOCIALI DI ROMA, LAURA BALDASSARRE (EX DIRIGENTE DELL’UNICEF): “TERZA VIA TRA LA RUSPA DI SALVINI E L’ASSISTENZIALISMO”


Simone Canettieri per "il Messaggero"

CASSONETTI ZINGARICASSONETTI ZINGARI
«Tra la ruspa del ministro Matteo Salvini e il mantenimento dello status quo, che sembra spinto da un certo mondo dell' associazionismo compreso quello cattolico, esiste una terza via sulla questione rom: ed è la strada che stiamo percorrendo. Legalità e anche inclusione nella società: ecco perché stiamo attivando tutti gli strumenti possibili, compreso un contributo da 5mila euro per chi apre un' attività. Si tratta di accompagnamento al lavoro attraverso i centri di orientamento, una misura che abbiamo approvato un anno fa e che intendiamo potenziare».

CAMBIAMENTO
LAURA BALDASSARRELAURA BALDASSARRE
Laura Baldassarre, assessore ai Servizi Sociali di Roma, è stata a lungo dirigente dell' Unicef, prima di approdare nella giunta di Virginia Raggi. Sui rom i fatti però sembrano sposarsi con i buoni propositi: il piano per la chiusura del primo campo nomadi della Capitale, il River, va avanti a singhiozzo e con polemiche. Su 420 abitanti solo 150 se ne sono andati, e di questi una minima parte, davvero residuale, ha accettato il ventaglio di offerte del Comune (dal buono affitto al rimpatrio assistito).

sgombero campo rom riverSGOMBERO CAMPO ROM RIVER




In compenso, il direttore della Caritas di Roma, monsignor Enrico Feroci, ha definito lo sgombero di questi giorni «disumano». E anche la Comunità di Sant' Egidio ha lanciato un appello alla sindaca per fermare la rimozione dei moduli abitativi (entro sabato vanno tutti tolti, poi verranno staccate le utenze).

sgombero campo rom river 9SGOMBERO CAMPO ROM RIVER



«Dobbiamo fare una scelta di civiltà e lancio un appello a tutti: alle famiglie e soprattutto al mondo dell' associazionismo. Bisogna dire - dice ancora l' assessore Baldassarre - chi si schiera con lo status quo e chi invece vuole cambiare modello. Le comunità religiose posso darci una mano. Per esempio, la prima famiglia che ha accettato il contributo per l' affitto sono Testimoni di Geova. Monsignor Feroci forse si è fatto ingannare da foto e riprese fatte circolare ad hoc».

ZINGARI ELEMOSINAZINGARI ELEMOSINA



In questi giorni rimbalzano le immagini di moduli abitativi devastati per non far più entrare le famiglie. E subito si può pensare che questa accelerazione e questa violenza visiva siano frutto della nuova intesa di governo Lega-M5S.

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«Tutt' altro - continua l' assessore -quei moduli abitativi sono del Comune e da tempo i rom sanno che devono essere rilasciati. Peccato che le famiglie abbiano rifiutato, nonostante le misure messe in piedi dall' amministrazione, misure che altri romani non hanno mai avuto».

VIRGINIA RAGGIVIRGINIA RAGGI



Baldassarre tiene a sottolineare, mentre si lancia in appelli, due fatti abbastanza noti: il sistema dei campi «venne introdotto dal ministro Roberto Maroni dieci anni fa e l' Unione Europea ci obbliga a superarlo, per fortuna». Non solo, dietro la gestione di questi ghetti - a Roma sono 7 i campi autorizzati e una decina quelli tollerati per un totale di 5mila persone - si celavano gli affari di Buzzi e Carminati, il mondo di mezzo che diceva: «Con gli zingari si fanno più soldi che con la droga».
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Dunque facendosi forza su questi assi, Baldassarre e quindi Raggi provano a cambiare paradigma. Senza salire sulla ruspa di Salvini. «Non serve l' approccio assistenzialista, non serve la ruspa. Anzi, a questo proposito: una cosa sono le parole, un' altra i fatti, che come stiamo vedendo hanno una loro complessità».

L' EMERGENZA
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In questa terza via, che è quella che vuole percorrere il Campidoglio M5S in chiave di contraltare alla Lega, rimane l' emergenza dei campi nella Capitale. Entro il 2020 dovranno essere chiusi altri due centri: Barbuta e Monachina.
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L' esperimento pilota del River procede con estrema fatica. «Alla Barbuta - continua l' assessore - abbiamo scoperto che c' erano 60 bambini che non erano mai andati a scuola. Per questo dico: non bisogna mai abbandonarsi al peggio. Certi facili profeti non vanno ascoltati: si può cambiare il sistema, puntando sulla legalità e l' inclusione».

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Tra i vari strumenti finanziari dall' Europa ci sono appunto i contributi per gli affitti (pagati direttamente dall' amministrazione) e il rimpatrio assistito (soprattutto per chi viene dall' Est Europa). Per tutti gli altri c' è la possibilità di un contributo affinché si trovino un lavoro. Non è assistenzialismo questo? «No, stiamo potenziando i nostri centri - conclude l' assessore - dobbiamo mettere più persone possibili nelle condizioni di uscire volontariamente dal ghetto fisico e mentale in cui vivono».

Fonte: qui

domenica 29 aprile 2018

Deutsche Bank: è crollato l’utile netto. Tonfo del titolo

La prima trimestrale di Deutsche Bank ha rivelato un forte crollo dell’utile netto. Cosa ha influito sui conti del colosso tedesco e, di conseguenza, sull’andamento delle azioni societarie?

L’utile netto trimestrale di Deutsche Bank è crollato e ha trascinato nel baratro le azioni societarie in avvio di sessione.
Nei primi tre mesi dell’anno la flessione dell’utile è risultata del 79% e ha visto scendere il dato dai 575 milioni di euro del pari periodo 2017 a quota 120 milioni di euro. L’utile ante imposte del colosso tedesco è risultato di 432 milioni di euro (contro gli 878 milioni della prima trimestrale 2017).
A scendere, comunque, non sono stati soltanto gli utili ma anche i ricavi. Nel periodo di riferimento il dato è scivolato del 5% su quota 7 miliardi di euro. L’apprezzamento dell’euro rispetto al dollaro USA e i minori ricavi nel Corporate & Investment Bank hanno determinato in misura maggiore l’andamento dei conti trimestrali di Deutsche.
Anche il Common Equity Tier 1 ratio al 13,4% si è discostato dal 14,0% rilevato alla fine del 2017.

Il 2018 sarà l’anno dei tagli per Deutsche Bank

Di fronte ad una trimestrale non propriamente brillante, Deutsche Bank ha comunicato la sua intenzione di procedere ad una riduzione significativa della forza lavoro. Le suddette operazioni prenderanno il via già nel corso dell’anno corrente e si concentreranno sui settori meno redditizi per l’istituto tedesco, con particolare riferimento alle attività in Asia e negli Stati Uniti.
“Nel riallocare le risorse e migliorare l’efficienza del capitale e del bilancio, la banca ridimensionerà altre aree in cui il board ritiene che Deutsche Bank non abbia più un vantaggio competitivo e sostenibile nel mutato contesto di mercato”,
hanno fatto sapere dall’istituto.
I tagli riguarderanno soprattutto l’investment banking e avranno l’obiettivo di ridurre i costi adjusted sotto la soglia dei 23 miliardi di euro.
Come molti avevano previsto, a risentire in misura maggiore della prima trimestrale 2018 sono state le azioni Deutsche Bank, che hanno inaugurato l’odierna sessione di Borsa con una decisa flessione di quasi 4 punti percentuali. Gli ultimi mesi non sono stati certamente facili per il colosso tedesco, che dopo una chiusura di 2017 non particolarmente brillante ha dovuto anche dire addio al CEO John Cryan.
Al momento della scrittura le azioni Deutsche stanno scambiando con un ribasso del 3,68% su quota 11,56 euro.
Fonte: qui

Deutsche Bank annuncia riassetto e tagli al personale

Revisione attività, ridimensiona business tassi Usa e azionario
Deutsche Bank annuncia riassetto e tagli al personale
Deutsche Bank, la sede a Francoforte
Ansa- Deutsche Bank annuncia una revisione delle sue attività di corporate e investment banking (Cib) e "una significativa riduzione della forza lavoro nel 2018" allo scopo di rispettare l'obiettivo di mantenere la base di costi sotto i 23 miliardi di euro nel 2018. La banca ridimensionerà le attività Usa sui tassi (Us rates) e riesaminerà le attività sul mercato azionario (Global Equities) "con l'aspettativa di ridurre la sua piattaforma".
Il riassetto prevede un focus maggiore sulle attività di banca commerciale e private, oltre che nell'asset management, così da stabilizzare la base di ricavi, e un ridimensionamento delle attività internazionali, in particolare negli Usa, con l'obiettivo di dedicarsi maggiormente alla clientela europea e a quelle aree di attività in cui l'istituto tedesco vanta una leadership. Salva l'Italia, indicata da Deutsche Bank come uno dei "mercati in crescita" nel campo della banca commerciale e private su cui focalizzarsi.
"Deutsche Bank è profondamente radicata in Europa, dove vogliamo fornire ai nostri clienti accesso al soluzioni globali di finanziamento e di tesoreria. Questo è quello su cui ci focalizzeremo in modo più deciso andando avanti", ha commentato il ceo Christian Sewing. "Ridisegnare la Corporate & Investment Bank" causerà "riduzioni del personale nelle regioni e nelle aree di attività coinvolte" "dolorose" ma "inevitabili per assicurare alla nostra banca competitività nel lungo periodo".
Deutsche Bank parla di "aggiustamenti strategici per traghettare la banca verso fonti di ricavo più stabili e rafforzare le linee di business core. Entro il 2021 - si legge - la banca prevede una sostenibile quota di ricavi di almeno il 50% dalla banca commerciale e private e dall'attività di asset management di Dws. Considerando anche i ricavi del Global Transaction Banking la quota di ricavi stabili dovrebbe attestarsi al 65%".
Nel trimestre i ricavi sono scesi a 7 miliardi (-5% sul 2017) e un utile di 120 milioni (-79%). "Dobbiamo agire in modo deciso e rivedere la nostra strategia. Non c'è tempo da perdere in quanto gli attuali ritorni non sono accettabili", ha detto Sewing.

domenica 1 maggio 2016

Banca d'Italia, bail-in peserebbe su 10% attività finanziarie



Il bail-in, cioè il contributo dei privati al salvataggio e liquidazione delle banche, colpirebbe poco più del 10% delle attività finanziarie delle famiglie. 

Lo calcola Banca d'Italia nel rapporto sulla stabilità finanziaria. "Si può stimare che il complesso degli investimenti delle famiglie in strumenti, diversi dalle azioni, che potrebbero essere interessati da misure di bail-in in caso di risoluzione rappresenti poco oltre il 10% delle attività finanziarie delle famiglie italiane: le obbligazioni subordinate pesano per meno dell'1%, quelle senior non garantite per il 4,3% e i depositi superiori a 100.000 euro per il 5,6%", si legge nel rapporto.

Naturalmente l'importo totale della ricchezza delle famiglie che potrebbe essere effettivamente coinvolto dipende dalle dimensioni della banca in dissesto, dal valore delle perdite, dall'ammontare di capitale detenuto, dalle necessità di ricapitalizzazione e dalle decisioni dell'autorità di risoluzione, che potrebbe escludere alcune passività in via discrezionale al fine di preservare la stabilità finanziaria.

Bail-in a parte, per Palazzo Koch la redditività delle banche italiane è in aumento, anche se rimane ancora inferiore a quella media delle altre banche europee, così come sta migliorando la situazione legata ai crediti non performanti, elemento che, unito agli strumenti messi in campo dallo Stato per far fronte alle difficoltà degli istituti di credito, sta sostenendo i titoli bancari. 

Il tasso di deterioramento dei prestiti continua a scendere, ha reso noto la Banca centrale, e il flusso di nuove sofferenze dovrebbe ridursi nei prossimi mesi. Inoltre, il tasso di copertura dei crediti deteriorati, pari al 45,4% alla fine del 2015, si dimostra in linea con quello medio delle principali banche europee e le garanzie sui crediti deteriorati sono superiori al valore a cui tali crediti sono iscritti nei bilanci delle banche.

Riguardo ai Npl, via Nazionale ha sottolineato che ulteriori incentivi allo sviluppo del mercato dei crediti deteriorati potranno venire dallo schema di garanzia dello Stato sulle cartolarizzazioni di crediti in sofferenza (Gacs) e dall'attività del fondo Atlante, a patto di superare i divari tra le valutazioni di banche e investitori che continuano a rappresentare un ostacolo allo sviluppo di questo mercato. 

A proposito di Atlante, è stato evidenziato che il mercato ha accolto positivamente il lancio del fondo. Dal 7 aprile, giorno in cui sono state diffuse le prime notizie sulla sua costituzione, al 26 dello stesso mese le quotazioni azionarie delle banche italiane sono aumentate in media del 20% e i premi medi dei credit default swap (Cds) si sono ridotti di circa 50 punti base. 

Sull'andamento in borsa dei titoli delle banche, ha ricordato Banca d'Italia, ha pesato proprio l'elevato ammontare di crediti deteriorati, ereditati dalla lunga recessione, oltre che l'incertezza degli investitori sull'esito di alcune operazioni di rafforzamento del capitale.

Da novembre i corsi azionari degli istituti di credito italiani sono diminuiti del 30% rispetto al 22% delle banche europee, e la loro volatilità è aumentata, con picchi di oltre il 40. I premi sui credit default swap (Cds) sono cresciuti da 170 a 260 punti base, rispetto all'intervallo da 80 a 130 per un campione di grandi banche europee.

Per quanto riguarda, invece, i titoli di Stato, la Banca centrale ha osservato che, con il venir meno delle tensioni sui mercati del debito sovrano e il restringimento del differenziale di rendimento corretto per il rischio tra i prestiti e i titoli, le banche hanno ridotto i titoli pubblici italiani in portafoglio.

Nei dodici mesi terminanti a febbraio i titoli pubblici si sono attestati a 375 miliardi, in calo di 27 miliardi (dal 10,9 al 10,5% del totale delle attività). Come per le altre banche europee, la riduzione degli investimenti si è arrestata nei primi mesi dell'anno in concomitanza con le tensioni sui mercati finanziari. 

Tuttavia, eventuali interventi di modifica sulle regole sul possesso dei bond nei bilanci delle banche dovranno evitare, con un disegno appropriato, ricadute negative sulla stabilità finanziaria. "Presso il comitato di Basilea per la vigilanza bancaria e il comitato economico e finanziario dell'Unione europea", ha ricordato l'Istituto centrale, "è in atto una valutazione della regolamentazione prudenziale sulle esposizioni degli intermediari ai titoli pubblici". 

Intanto sono migliorati anche i rapporti con la clientela dopo che sono rientrate le tensioni sulla raccolta di alcuni intermediari registrate all'inizio dell'anno a seguito della risoluzione della quattro banche avvenuta lo scorso novembre. "Non vi sono stati deflussi di depositi verso l'estero o altre forme di investimento. La liquidità del sistema bancario italiano è adeguata a far fronte a eventuali situazioni di stress. Sono, invece, aumentati i rendimenti delle obbligazioni subordinate, soprattutto per gli intermediari con una quota elevata di crediti deteriorati". 


Banca d'Italia ha quindi spiegato come "il costo medio della raccolta si è ridotto, riflettendo la politica monetaria espansiva. Le nuove operazioni di rifinanziamento annunciate in marzo garantiranno certezza sul costo e sulla disponibilità della raccolta, riducendo i rischi di ripercussioni sfavorevoli in caso di nuove tensioni sui mercati finanziari".

Fonte: qui