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lunedì 15 luglio 2019

Le fazioni libiche in guerra costruiscono eserciti di agenti stranieri a Washington

La guerra civile libica infuria nel suo ottavo anno, quando il signore della guerra Khalifa Haftar  getta l'assedio  a Tripoli, la capitale della nazione e sede del governo sostenuto dalle Nazioni Unite. 
L'attacco di Haftar ha intensificato la violenza che ha afflitto il paese dopo la caduta del dittatore di lunga data Muammar Gheddafi nella primavera araba del 2011. L'esercito nazionale libico di Haftar, che controlla oltre i  due terzi del territorio nazionale , è accusato di  dozzine di crimini di guerra , tra cui un micidiale attacco aereo su un centro di detenzione di migranti di Tripoli, mentre molte nazioni in tutto il mondo  spostano le loro alleanze verso il signore della guerra e lontano dal Governo appoggiato dall'ONU.
A quasi 5.000 miglia di distanza a Washington, la battaglia infuria su un fronte diverso: sia il governo libico che i ribelli hanno stipulato accordi multimilionari con importanti lobbisti DC perché mirano a conquistare il sostegno dei politici americani.
Il leader ribelle Khalifa Haftar partecipa alla Conferenza per la Libia a Palermo, in Italia. Fonte immagine: Tullio Puglia / Getty Images
Lasciato alle prese con l'attacco di Haftar,  Mercury Public Affairs  e  Prime Policy Group hanno  aggiunto almeno 17 agenti stranieri alle operazioni di influenza straniera per il  governo libico  dall'inizio di maggio. Le assunzioni includono l'ex rappresentante  John Tanner  (D-Tenn.), Un fedele sostenitore della House Foreign Affairs Committee e vice presidente del Prime Policy Group, e  Edward Cox , ex consigliere senior del senatore in pensione  Orrin Hatch  (R-Utah ). 
Il governo ha  accettato  di pagare Mercury 2 milioni di $  all'anno per mantenere i loro servizi . Prime Policy Group, d'altra parte, afferma di aver fatto un accordo verbale per lavorare su base  pro-bono . 
"Una Libia unificata e democratica è nel miglior interesse dei libici e promuove gli obiettivi di sicurezza degli Stati Uniti", ha detto l'organizzazione in un  comunicato stampa .
L'esercito nazionale libico di Haftar ha stipulato un contratto con cinque agenti e agenti stranieri presso la Linden Government Solutions, una società del Texas guidata dall'ex dirigente dell'amministrazione Bush Stephen Payne. L'accordo, riportato per la prima volta  dall'AP , includerà ufficialmente incontri con funzionari statunitensi, "costruzione di coalizioni internazionali e pubbliche relazioni generali".
Payne ha una lunga storia con la travagliata nazione nordafricana. Ha visitato nel 2011 l'ex rappresentante  Curt Weldon (R-Penn.) Prima della caduta di Gheddafi, contribuendo a negoziare la liberazione di tre giornalisti imprigionati. Allo stesso tempo, stava  finanziando  la visita di Weldon nella speranza che l'ex membro del Congresso potesse convincere Gheddafi a dimettersi. Payne ha stretti legami con tre figli di Gheddafi.
L' accordo di un anno con Linden vale circa 2 milioni di $. Sebbene non menzionate esplicitamente nel contratto, entrambe le parti possono avere un interesse per l'abbondante petrolio libico, poiché Payne e il consulente legale Brian Ettinger hanno  profondi legami  nei mercati internazionali dell'energia e Haftar ha recentemente  acquisito il controllo  di El Sharara, il più grande giacimento petrolifero della Libia.
L'amministrazione Obama ha ferventemente appoggiato il governo di accordo nazionale,  dicendo che  la partnership americana con il governo "è nell'interesse della sicurezza nazionale americana nella nostra lotta contro l'ISIS". Mentre gli Stati Uniti e altre grandi potenze hanno nominato per anni il sostegno al governo nazionale di Tripoli , il successo militare di Haftar ha fatto molti riconsiderare in cui si trovano loro alleanze . 
L'amministrazione Trump appare divisa su quale lato a sostenere, con il presidente come riferito lodare il signore della guerra per le sue vittorie contro i gruppi islamici e  incoraggiando  marcia il libico dell'esercito nazionale su Tripoli in una  telefonata aprile . Anche il consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton ha  incoraggiato  l'attacco di Haftar, secondo fonti diplomatiche.
Il sostegno della Casa Bianca per Haftar si scontra con la posizione ufficiale del Dipartimento di Stato, che è ancora a favore del governo libico. Il 7 aprile, il Segretario di Stato Mike Pompeo ha  condannato  l'attacco di Haftar e ha esortato entrambe le parti a perseguire una soluzione diplomatica.
"Abbiamo chiarito che ci opponiamo all'offensiva militare delle forze di Khalifa Haftar e sollecitiamo l'immediato arresto di queste operazioni militari contro la capitale libica", ha detto Pompeo in un comunicato all'epoca.  
Ma a metà aprile, gli Stati Uniti hanno  rifiutato di sostenere una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell'ONU che chiede un cessate il fuoco a livello nazionale, unendosi alla Russia, un alleato di Haftar, per sconfiggere la risoluzione. Gli Stati Uniti non hanno fornito una ragione per il rifiuto.
L'improvviso favore di Trump per Haftar sarebbe stato il risultato delle intense pressioni del principe ereditario saudita Mohammed Bin Salman e del presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi . L'Arabia Saudita  e l'  Egitto , insieme agli  Emirati Arabi Uniti  e alla  Russia , appoggiano Haftar e l'esercito nazionale libico.
La Francia ha anche supportato segretamente Haftar, con le  notizie che  scoppiano mercoledì che i missili anticarro recuperati presso una base dell'esercito nazionale libico appartengono alle forze speciali francesi che lavorano nella regione. La nazione ha significativi investimenti petroliferi in Libia che ora sono sotto il controllo di Haftar.
Haftar è stato un giocatore di potere in Libia dal 1969, quando, da giovane ufficiale dell'esercito,  prese parte al golpe di Gheddafi  contro la monarchia libica. Fu nominato uno dei migliori consiglieri militari di Gheddafi poco dopo.
Haftar si  rivoltò contro Gheddafi dopo che il dittatore aveva sconfessato la sua escursione militare sanzionata nel vicino Ciad. Si è unito al gruppo nazionale di opposizione appoggiato dalla CIA per la salvezza della Libia prima di fuggire dal paese dopo un  fallito  tentativo di colpo di stato nel 1996.
Haftar trascorse i successivi  vent'anni  nel nord della Virginia, sospettando che la sua vicinanza alla  CIA , che organizzò numerosi tentativi di assassinio contro Gheddafi, indicasse una relazione in corso. Continua a detenere la cittadinanza americana.
Haftar è  tornato  in Libia nel 2014 e ha formato silenziosamente un esercito per opporsi alle  milizie islamiste sparse per tutta la nazione lacerata dalla guerra, ottenendo il sostegno della  neo-costituita  Camera dei rappresentanti libici. 
Nel 2015 è diventato comandante dell'esercito nazionale libico, che in seguito si è  diviso in due fazioni: una a sostegno del governo della Camera dei Rappresentanti con sede nella città orientale di Tobruk e l'altra, l'esercito libico, a sostegno dell'ONU. Governo di Accordo Nazionale.
Le forze di Haftar hanno svolto un ruolo importante nell'indebolire l'ISIS e altri estremisti, riprendendo le principali città di  Bengasi  nel 2017 e  Derna  nel 2018. Ora le forze di Haftar mirano a spazzare via il governo di Accordo Nazionale per il potere prendendo Tripoli.

Più di 1.000 persone  sono morte da  quando Haftar ha lanciato l'offensiva di Tripoli ad aprile. Il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha  ribadito i suoi appelli per una soluzione diplomatica in mezzo all'escalation della violenza.

giovedì 24 gennaio 2019

MERKEL E MACRON SI FANNO L'EUROPA PRIVATA


BELPIETRO: “AD AQUISGRANA, HANNO DATO VITA A UN ASSE CHE PREVEDE UN RECIPROCO VANTAGGIO 

UN'INTESA SU SICUREZZA, FORMAZIONE, UNIVERSITÀ E INDUSTRIA. OGNI COSA PASSERÀ PRIMA AL VAGLIO DI PARIGI E BERLINO E POI SARÀ TRASMESSA AI PARTNER EUROPEI 

I FRANCESI SONO ATTENTI AI PRINCIPI: LIBERTÉ, EGALITÉ E FRATERNITÉ SONO NEL LORO DNA, MA ANCHE DANÉ, SOPRATTUTTO SE ALL'ELISEO CI STA CHI DI MESTIERE LAVORAVA PER ROTHSCHILD”

Maurizio Belpietro per “la Verità”

belpietroBELPIETRO
Francia e Germania si fanno gli affari loro e li chiamano Europa. Sì, i due Paesi ormai non stanno neanche più a fare la fatica di nascondere il patto che li lega. Se prima, da amanti clandestini, si spalleggiavano senza darlo troppo a vedere, spartendosi i posti che contano in Europa e prendendo le decisioni a seconda dei rispettivi interessi, adesso hanno celebrato il matrimonio ufficiale. Uno sposalizio che ovviamente ha lasciato fuori dalla porta tutti gli altri, Italia compresa.

Altro che Europa a due velocità o Europa di serie A e di serie B. Ormai siamo all'ufficializzazione del fatto che l'Europa è a guida francotedesca e tutti gli altri Paesi seguono a ruota ciò che è stato deciso a Parigi o a Berlino. Il che - diciamoci la verità - potrebbe persino essere accettabile se le cose funzionassero a meraviglia per tutti.

merkel macronMERKEL MACRON
Cioè se, appaltando le decisioni alla coppia Macron-Merkel, anche gli altri Paesi ne traessero vantaggio. Per quanto ci consta, infatti, se l'economia andasse a gonfie vele, la disoccupazione fosse al minimo e l'immigrazione rimanesse sotto controllo, potremmo addirittura rallegrarci che le decisioni siano prese da francesi e tedeschi al posto nostro. In fondo sarebbe un modo per farci levare le castagne dal fuoco dagli altri.

O per lo meno per provarci. Peccato, però, che l'asse Parigi-Berlino arrivi quando i due partner si dimostrano pieni di acciacchi e tutti e due zoppicanti. In Francia traballa Macron dietro la spinta del gilet gialli, dello scandalo Benalla e, soprattutto, dell' inefficacia dei provvedimenti economici voluti dal presidente-banchiere. Il debito pubblico è pari al nostro, anche se in rapporto al Pil risulta più basso.

MERKEL MACRON1MERKEL MACRON1
E però, con un deficit sopra il 3 per cento (che ovviamente ai nostri cugini non viene contestato, a differenza di quanto capita a noi) è inevitabile che i conti peggiorino. Anche la cancelliera di ferro sembra un po' arrugginita. Angela Merkel ormai è arrivata a fine corsa, prova ne sia che ha dovuto cedere lo scettro del suo partito, annunciando che questo è il suo ultimo mandato alla guida del governo tedesco. La parabola discendente, però, non riguarda solo la donna che ha dominato l' Europa negli ultimi 15 anni, ma anche la Germania, che da locomotrice del continente si è trasformata in un vagone con il freno a mano tirato.

merkel macronMERKEL MACRON
Costi dell' energia alti, un sistema di welfare messo a dura prova, salari ridotti al minimo, immigrazione che comincia a dare problemi anche per via del terrorismo. Risultato: per i tedeschi la vita all' orizzonte appare un po' meno rosea. Per dirla in poche parole, sono finiti i tempi in cui Nicolas Sarkozy e Angela Merkel si davano di gomito, come Stanlio (il francese) e Ollio (la tedesca). All' epoca, quando al governo c'era Silvio Berlusconi, i due si comportavano da compari, prendendo per i fondelli l'Italia. Ma adesso che rischia di toccare il fondo, la coppia scoppiata Francia-Germania prova a sostenersi a vicenda, sottoscrivendo una specie di patto di mutuo soccorso.

Ad Aquisgrana, Macron e Merkel hanno deciso di dar vita a un asse che prevede un reciproco vantaggio. Tanto per cominciare, si spartiranno un seggio all' Onu, quasi che l'importante sgabello sia un affare privato fra loro. Una poltrona di scambio che la Francia si era conquistata come Paese vincitore della Seconda guerra mondiale e che ora mette a disposizione delle terga della rappresentante di un Paese che quel conflitto non solo perse, ma scatenò. Il patto della seggiola prevede anche un' intesa su una serie di temi come la sicurezza, la formazione professionale, l'università e pure l' industria.

MARCON MERKELMARCON MERKEL
Dunque, su tutto ciò che conta. Politica estera, politica economica, politica migratoria, ogni cosa passerà prima al vaglio di Parigi e Berlino e poi sarà trasmessa agli altri partner europei perché ne prendano atto, possibilmente senza troppe discussioni.

Ovviamente, dietro a ciò ci sono interessi precisi nel settore degli armamenti, in quello della cantieristica e della tecnologia. Perché, come si sa, i francesi sono molto attenti ai principi. Liberté, egalité e fraternité sono nel loro dna, ma anche dané, soprattutto se all' Eliseo ci sta chi di mestiere lavorava per Rothschild.

MACRON MERKELMACRON MERKEL
Detto questo, perfino uno come Romano Prodi comincia ad accorgersi della fregatura. Qualche tempo fa se n'è uscito con una confessione in cui si diceva convinto che Francia e Germania si stessero per spartire l'Europa. «La prima si è presa il monopolio della politica estera, la seconda quella economica». Secondo l'ex presidente Ue, così «invece di avere un' Europa con un motore a due pistoni, abbiamo due motori con un pistone ciascuno». Visto ciò che sta accadendo non gli si può dare torto. Anche perché in mezzo ai due pistoni ci sono tanti pistola che si ostinano a non capire che l' Ue si è trasformata in un comitato d' interessi. I loro.

Fonte: qui

giovedì 11 ottobre 2018

BP CHIAMA ENI PER RICOMINCIARE LE ESPLORAZIONI NEL PAESE IN CUI GLI IDROCARBURI VALGONO IL 95% DELLE ENTRATE GOVERNATIVE E IL 96% DELL'EXPORT


IL PRESIDENTE DELLA LIBICA NATIONAL OIL CORPORATION (NOC), L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI BP, BOB DUDLEY, E L’AMMINISTRATORE DELEGATO DI ENI, CLAUDIO DESCALZI, HANNO FIRMATO IERI A LONDRA UNA LETTERA D’INTENTI

Michele Arnese per www.startmag.it

La britannica Bp chiama l’italiana Eni per ricominciare le esplorazioni in Libia.
Il gruppo inglese punta dunque sull’expertise del gruppo italiano, presente nel Paese africano dal 1959, il secondo dopo l’Egitto per produzione con 280mila barili al giorno.
Non è solo un’alleanza industriale. C’è anche un valore geopolitico nell’accordo italo-inglese sulla Libia. Sullo sfondo, infatti, c’è la presenza della francese Total nello stesso Paese. E la conferenza per la Libia che l’Italia sta organizzando a Palermo il 12 e 13 novembre, dopo le fibrillazioni Italia-Francia per alcune accelerazioni di Macron (qui fatti, indiscrezioni e approfondimenti di Start Magazine).

In Libia il settore degli idrocarburi rappresenta il 95% delle entrate governative e il 96% dell’export in valore.
Il Paese possiede le più grandi riserve di petrolio africane e si piazza al nono posto per riserve mondiali (stimate in 48,363 milioni di barili, cui si aggiungono 1,505 miliardi di metri cubi di gas). Ma tutte le infrastrutture, dai pozzi alle pipelines, dalle raffinerie ai terminali, si trovano immerse in una delle atmosfere più esplosive del Pianeta, ha sottolineato di recente il ricercatore Luca Longo.

CHI HA FIRMATO L’INTESA IN LIBIA FRA ENI E BP
eni in libiaENI IN LIBIA
Il presidente della libica National Oil Corporation (Noc), Mustafa Sanalla, l’amministratore delegato di Bp, Bob Dudley, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, hanno firmato ieri a Londra una lettera d’intenti che avvia il processo di assegnazione a Eni di una quota del 42,5% nell’Exploration and Production Sharing Agreement di Bp in Libia, con l’obiettivo di rilanciare le attività di esplorazione e sviluppo e di promuovere un ambiente favorevole agli investimenti nel paese, si legge in un comunicato di Eni e Bp.

I DETTAGLI DELL’INTESA
Eni entrerà nelle aree contrattuali A e B (onshore) e C (offshore) diventando operatore, ruolo svolto ora dal colosso inglese che detiene una quota dell’85% in ogni blocco, mentre la Libyan Investment Authority ha il 15 per cento.

eni libiaENI LIBIA
LA TEMPISTICA
L’intento delle parti è di finalizzare ed eseguire tutti gli accordi necessari entro la fine dell’anno per avviare le attività di esplorazione nel 2019.

LO SCENARIO
L’annuncio arriva in una fase delicata per la Libia, condizionata dalla persistente incertezza politica, e sancisce l’asse italo-inglese nelle attività oil&gas del paese. La futura produzione dell’Epsa potrà beneficiare delle importanti sinergie con le infrastrutture di Eni-Noc già esistenti e del contributo di Mellitah Oil&Gas (Mog).

IL COMMENTO DI DESCALZI
«Questo di oggi è un importante traguardo che darà la possibilità di liberare il potenziale esplorativo della Libia riavviando le operazioni dell’EPSA sospese dal 2014. Inoltre, contribuisce a creare un contesto attrattivo per gli investimenti, volto a ripristinare i livelli di produzione e le riserve di idrocarburi del paese attraverso le infrastrutture già esistenti in Libia», ha dichiarato l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi.

LE PAROLE DEL PRESIDENTE DEL GRUPPO LIBICO NOC
TOTALTOTAL
«Questo accordo è un chiaro segnale e un riconoscimento da parte del mercato delle opportunità che la Libia offre e rafforzerà il nostro outlook di produzione. La garanzia di sviluppo sociale derivante dall’accordo è un segno importante del nostro impegno comune nei confronti dei nostri collaboratori e delle comunità nei territori dove operiamo. Confidiamo che questa iniziativa possa condurre a ulteriori investimenti nel paese e facilitare un aumento dei livelli di produzione», ha dichiarato il presidente del colosso petrolifero statale libico Noc, Mustafa Sanalla.

IL COMMENTO DI BP
«Questo è un passo importante verso il nostro ritorno a operare in Libia. Riteniamo che lavorare a stretto contatto con Eni e con la Libia ci consentirà di anticipare il riavvio dell’esplorazione in queste aree promettenti», ha detto l’amministratore delegato di BP, Bob Dudley.

LA PRODUZIONE DI ENI
Robert DudleyROBERT DUDLEY
La produzione di Eni nel Paese è arrivata a un livello di produzione di 384 mila barili al giorno, picco storico raggiunto nel 2017. Numeri che certo non hanno fatto piacere a Total, così come gli ottimi rapporti tra l’ad Claudio Descalzi e il presidente Sarraj. I contratti in essere, inoltre, hanno scadenze ancora lunghe, al 2042 per le produzioni a olio e al 2047 per quelle a gas. Anche il recente start-up del progetto di Bahr Essalam Fase 2, che completa lo sviluppo del più grande giacimento a gas in produzione nell’offshore libico, ha contribuito a consolidare il primato di Eni.

IL RUOLO DELLA FRANCESE TOTAL
Se l’Eni continua a restare il primo operatore libico, la francese Total appare decisa a consolidare la sua presenza.
Total ha interessi nel campo di Mabrouk, nella zona centro-orientale e collegato con la raffineria e il terminale di Es Sider, ma anche – insieme alla spagnola Repsol – nei campi occidentali di El Sharara (NC-115 e NC-186) collegati allo snodo petrolifero di Zawiya vicino a Tripoli. In mare c’è il giacimento di Al-Jurf collegato al terminale di Farwah.
descalziDESCALZI

In marzo la compagnia francese ha acquistato dall’americana Marathon Oil il 16% del giacimento di Waha (in Cirenaica) per 450 milioni di dollari. Un accordo però non ritenuto valido dal governo di Tripoli e dalla Noc. Negli anni 70 produceva tre milioni di barili al giorno. Nel volgere di 10 anni, con gli opportuni investimenti, avrebbe le carte in regola per sorpassare quel livello, ha scritto il Sole 24 Ore.

La francese Total – ha ricostruito mesi fa il ricercatore Luca Longo – ha interessi nel campo di Mabrouk, nella zona centro-orientale e collegato con la raffineria e il terminale di Es Sider, ma anche – insieme alla spagnola Repsol – nei campi occidentali di El Sharara (NC-115 e NC-186) collegati allo snodo petrolifero di Zawiya vicino a Tripoli. In mare c’è il giacimento di Al-Jurf collegato al terminale di Farwah.

Fonte: qui

mercoledì 29 agosto 2018

IL DUO TRIA-GERACI È A PECHINO A PROMUOVERE LA CAUSA ITALIANA. CON LORO C'È PURE FABRIZIO PALERMO DELLA CDP, CHE HA FIRMATO ACCORDI CON LA BANK OF CHINA SULL'EXPORT E CON LA SOCIETÀ DELLA RETE ELETTRICA CINESE

SNAM E TERNA SONO PER IL 35% IN MANO AL DRAGONE 
ECCO SU COSA PUNTERANNO IL MINISTRO DEL TESORO E IL SOTTOSEGRETARIO ALLO SVILUPPO ECONOMICO
TRIA, SPREAD NON RISPECCHIA SOLIDITÀ ITALIA
giovanni triaGIOVANNI TRIA
 (ANSA) - "Lo spread attuale non risponde ai fondamentali e alla solidità dell'Italia. Ricordo che l'Italia ha un surplus primario da vent'anni. Ritengo che l'andamento sia anche dovuto ad una fase di incertezza tipica del periodo estivo. Ma nelle sue linee generali è già stato definito il rispetto delle regole di finanza pubblica''. E' quanto ha affermato il ministro dell'Economia, Giovanni Tria parlando con i giornalisti durante la sua missione in Cina.

CDP: ACCORDO CON BANK OF CHINA SU EXPORT IMPRESE ITALIANE
 (ANSA) - Cassa depositi e prestiti e Bank of China hanno siglato un accordo preliminare di collaborazione su export e internazionalizzazione delle imprese italiane in Cina. L'intesa, siglata alla presenza del ministro dell'Economia e delle Finanze Giovanni Tria in visita a Pechino, è finalizzata a favorire "un'attiva collaborazione" tra le due istituzioni in ambiti quali il sostegno alle esportazioni, il finanziamento di progetti infrastrutturali e di sostenibilità ambientale, le attività sui mercati dei capitali e la condivisione di esperienze e competenze, guardando - si legge in una nota - a una maggiore conoscenza dei rispettivi modelli operativi.
fabrizio palermoFABRIZIO PALERMO

SNAM: MEMORANDUM CON SOCIETÀ RETE CINA SU TECNOLOGIE 'GREEN'
 (ANSA) - Snam ha sottoscritto oggi con State Grid International Development (SGID), controllata al 100% da State Grid Corporation of China, la più grande utility energetica al mondo, un memorandum of understanding per valutare una serie di possibili opportunità di collaborazione in Cina e a livello internazionale, in particolare in relazione agli utilizzi delle nuove tecnologie per ridurre le emissioni di CO2.

Il memorandum è stato firmato all'Ambasciata d'Italia a Pechino dall'ad di Snam, Marco Alverà, e dal presidente di SGID, Hu Yuhai, nell'ambito della missione del Ministero dell'Economia e delle Finanze in Cina, alla presenza del ministro Giovanni Tria e dell'amministratore delegato della Cdp, Fabrizio Palermo. Tra le iniziative allo studio, si legge nella nota, figurano "la realizzazione di impianti di biogas e biometano finalizzati alla produzione di elettricità da fonti rinnovabili nelle zone rurali della Cina", a cui Snam contribuirà "mettendo a disposizione il proprio know how".

Il memorandum prevede inoltre di valutare "eventuali opportunità di partnership nella ricerca e sviluppo sul gas rinnovabile, nella mobilità sostenibile e in progetti congiunti elettricità-gas" nonché "possibili collaborazioni in altri due paesi nei quali opera SGID, Australia e Portogallo, nell'ambito della manutenzione e ottimizzazione delle reti di trasporto e dei siti di stoccaggio del gas naturale".

conte e triaCONTE E TRIA
"Questa iniziativa - commenta Alverà - conferma la leadership di Snam e dell'Italia nel settore energetico e in particolare nello sviluppo di nuove fonti rinnovabili come il biometano e nell'innovazione per la sostenibilità ambientale. Siamo molto contenti di poter lavorare con un'azienda leader come SGID. Snam è pronta a mettere a disposizione la sua esperienza, le sue competenze e le sue persone per dare un contributo alla transizione energetica della Cina, che sta puntando con decisione a una maggiore sostenibilità ambientale aumentando la quota del gas nel proprio mix energetico".


LE MISSIONI DI TRIA E GERACI IN CINA: LA NUOVA POLITICA ITALIANA A PECHINO

Dal 28 agosto al 2 settembre prossimo il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il sottosegretario del ministero dello Sviluppo Economico (Mise) Michele Geraci si recheranno in Cina per svolgere due importanti missioni parallele destinate a sviluppare le relazioni tra Roma e Pechino in una fase cruciale per il loro futuro.
MICHELE GERACIMICHELE GERACI

Quella italo-cinese è una relazione consolidata, un ponte tra Occidente e Oriente che negli anni a venire avrà la possibilità di essere rafforzata con importanti puntelli di natura economica: da tempo i Paesi europei mostrano grande cautela nel relazionarsi con i grandi progetti di Pechino, specie la tanto discussa Nuova via della seta, ma nel governo guidato da Giuseppe Conte non mancano le persone giuste a cui affidare il delicato dossier Cina. A Geraci e Tria, ben conosciuti negli ambienti di Pechino e fluenti nel parlare il mandarino, si aggiunge infatti anche Paolo Savona, che da decenni studia il decollo e il consolidamento economico dell’Impero di Mezzo.

La nuova task force del Mise con vista sulla Cina
Il 20 agosto scorso il Mise guidato da Luigi Di Maio ha annunciato la creazione della Task Force Cina, “un meccanismo operativo di lavoro, cooperazione e dialogo fra Governo, associazioni di categoria e società civile, volto all’elaborazione di una nuova strategia nazionale di sistema, destinata a rafforzare le relazioni economiche e commerciali con la Cina”, come si legge sul sito del dicastero.
gianni letta giovanni triaGIANNI LETTA GIOVANNI TRIA

Geraci, che ha insegnato per anni discipline finanziarie in tre diverse università cinesi, sarà il vertice della struttura di coordinamento e ha invocato un approccio sistemico nelle relazioni con Pechino, sottolineando come la Cina, “che ha lanciato il suo ambizioso programma di avanzamento tecnologico Made in China 2025 e che ha un immenso mercato interno sempre più desideroso di beni di qualità, presenta per l’Italia sia dei rischi (in quanto sempre più concorrente diretto nel comparto manifatturiero), ma anche delle imperdibili opportunità, sia sul piano dell’incremento del nostro export sia per quanto riguarda l’attrazione degli investimenti: è giunto il momento per l’Italia di cogliere queste opportunità e cavalcare l’onda cinese, invece di lasciarci travolgere da essa”.

In questo contesto si inserisce il grande obiettivo del viaggio di Geraci nell’Impero di Mezzo: magnetizzare investimenti in Italia, per esempio (e soprattutto) sul settore delle infrastrutture, che necessitano di un’iniezione enorme di capitali come dimostrato dai recenti fatti di Genova. Centrale nelle discussioni sarà sicuramente il tema del porto di Trieste, la cui amministrazione da tempo auspica l’apertura a Pechino che potrebbe trasformare il capoluogo giuliano in un importante hub commerciale di caratura globale. All’importante viaggio di Geraci si sovrapporrà l’altrettanto delicata missione di Tria, che incontrerà le sue controparti ufficiali cinesi per discutere dell’intervento di Pechino a sostegno del debito pubblico italiano.
MICHELE GERACIMICHELE GERACI

Il ruolo della Cina in Italia e la missione di Tria
Primo punto all’ordine del giorno nei colloqui di Tria con i principali esponenti della politica e dell’economia cinese sarà la possibilità che Pechino acquisti quote di debito pubblico italiano dopo la fine del quantitative easing, permettendo che esso rimanga in condizioni stabili e che il sistema Paese non manchi delle risorse volte a impostare politiche espansive.

Come dichiarato da Carlo Pelanda a Formiche, “in questo momento nel mercato globale si sta riducendo la liquidità perché le banche centrali, a parte quella giapponese, stanno man mano riducendo la massa di liquidità che era servita negli anni passati a comprare titoli di debito. In più c’è una fuga dei capitali verso il dollaro e una percezione dei rischi piuttosto elevata per l’Italia. Questo potrebbe portare a ridurre la platea di compratori di debito italiano”, e a rendere auspicabile un intervento cinese che, in ogni caso, Roma dovrebbe monitorare con cautela.

Numerosi Paesi, infatti, stanno precipitando nella cosiddetta “trappola del debito“, faticando a ripagare l’intervento economico cinese. Non dovrebbe essere questo il caso dell’Italia, che però dovrà essere in grado di mediare il suo oggettivo interesse nazionale, che porterebbe ad auspicare un’apertura crescente ai traffici verso Oriente, con i reali rapporti di forza delineati, in particolare, dal recente viaggio di Conte a Washington.
Sempre su Formiche si legge: “L’idea che la Cina possa aumentare l’esposizione verso il nostro debito (creando dunque una domanda che contribuisca a tenere sotto controllo il livello dei tassi) costituisce una prospettiva che risponde a una logica economica condivisibile ma, oltre una certa misura, rischiosa sotto il profilo degli equilibri politici internazionali (specie verso gli Usa), e decisamente non auspicabile per la sicurezza delle nostre infrastrutture strategiche”.

Conte deve incontrare al più presto Xi Jinping
Per approfondire tali sinergie e smussare le problematiche poste in evidenza serve, in ogni caso, un incontro ufficiale ad alti livelli: solo la figura del presidente del Consiglio Giuseppe Conte può avere il peso istituzionale necessario per dare profondità alla nuova politica cinese dell’Italia. E da questo punto di vista c’è da ritenere che  Xi Jinping avrebbe sicuramente interesse a parlare personalmente con il nuovo leader di Roma, dando continuità agli ottimi rapporti interpersonali che l’hanno unito a Sergio Mattarella, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni.
Michele GeraciMICHELE GERACI
Allo stato attuale delle cose, il primo vertice in cui Conte e Xi presenzieranno congiuntamente sarà il G20 di Buenos Aires di fine novembre. A quella data, dopo la visita alla Casa Bianca, da ospite di Donald Trump, Conte sarà reduce anche dal viaggio in Russia alla corte di Vladimir Putin, ove giungerà il 24 ottobre prossimo. A tanta sollecitudine verso Stati Uniti e Russia non è corrisposto, per ora, altrettanto zelo in direzione di Pechino. Ma l’Italia può e deve approfondire la dialettica bilaterale con un attore sempre più influente nella geopolitica e nella geoeconomia planetaria. Per dimostrare alla Cina di essere interessata a progetti d’ampio respiro e ribadire la sua autonomia decisionale. Tria e Geraci dovranno sondare il terreno per future, importanti missioni.


QUANTO E DOVE HA INVESTITO LA CINA IN ITALIA

Dal calcio alle quote in gruppi strategici, la Cina è dall'inizio del 2014 sempre più presente nell'industria italiana. È la fotografia che emerge nei giorni della visita a Pechino e Shanghai del ministro dell'Economia, Giovanni Tria, dal 27 agosto al 2 settembre.

Fca, Telecom Italia, Enel, Generali e Terna sono solo alcune delle realtà industriali italiane dove aziende cinesi hanno una partecipazione. Il picco degli investimenti si è verificato soprattutto tra il 2014 e il 2015, anno in cui il gigante della chimica cinese, China National Chemical, ha acquisito una quota di controllo in Pirelli per 7,3 miliardi di euro, l'operazione di acquisizione di un gruppo italiano da parte di un'azienda statale cinese a oggi più nota, se si esclude il mondo del pallone.
xi jinpingXI JINPING

La Cina è entrata nel Milan e nell'Inter, con l'acquisizione di una quota di maggioranza nel club nerazzurro nel 2016 da parte del gruppo Suning, e quella, tra luci e ombre, della totalità del Milan, per 740 milioni di euro, da parte di una cordata guidata dall'imprenditore cinese, Yonghong Li, al vertice del club fino a luglio scorso, e sul quale la Procura della Repubblica di Milano ha aperto un fascicolo per l'ipotesi di reato di false comunicazioni sociali. 

Gli investimenti cinesi hanno riguardato molte aziende italiane, di primo piano, e non solo. Tra questi, per citare i casi più importanti, si può ricordare l'investimento da 400 milioni di euro di Shanghai Electric in Ansaldo Energia e l'acquisizione del 35% di Cdp Reti da parte del colosso dell'energia elettrica di Pechino, China State Grid, per un valore complessivo di 2,81 miliardi di euro.

Interessati dalle mire cinesi sono stati anche i gruppi dell'agroalimentare, come il brand Filippo Berio, controllato da Salov, in cui il gruppo cinese Bright Food ha acquisito una quota di maggioranza; o quelli della moda, con il passaggio di Krizia al gruppo di Shenzhen, Marisfrolg. Tra gli investimenti più recenti, da ricordare, a fine 2017, l'acquisizione del gruppo biomedicale Esaote da parte di un consorzio nel quale figura anche Yufeng Capital, co-fondato dal patron di Alibaba, il gigante dell'e-commerce cinese, Jack Ma.

L'elenco degli investimenti cinesi è ancora lungo e l'aumento dell'interesse della Cina verso l'Italia negli ultimi anni non è sfuggita agli occhi degli osservatori più esperti: secondo uno studio pubblicato a inizio 2017 dal Mercator Institute for China Studies di Berlino e dal gruppo di consulenza Rhodium Group, tra il 2000 e il 2016, l'Italia è stata al terzo posto, tra i Paesi dell'Unione Europea, per le destinazioni degli investimenti cinesi, a quota 12,8 miliardi di euro. Hanno fatto meglio solo la Gran Bretagna, a quota 23,6 miliardi di euro, e la Germania, in seconda posizione, a quota 18,8 miliardi di euro. L'Italia ha surclassato anche la Francia, ferma a quota 11,4 miliardi di euro.

Il trend è mutato proprio alla fine del 2016, quando il governo cinese ha dato un taglio allo shopping sfrenato dei gruppi all'estero, per concentrare le attenzioni sui progetti di sviluppo industriale e su quelli che rientrano nell'iniziativa di sviluppo infrastrutturale tra Asia, Europa e Africa Belt and Road, lanciata dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013.
xi jinpingXI JINPING

Italia Cina investimenti commercio
 Industria economia Cina (Afp)
Boom dell'interscambio nel 2017 a 42 miliardi

Un interscambio in crescita del 9,2% nel 2017, a quota 42 miliardi di euro, e un deficit commerciale italiano in riduzione, sono tra i segnali più positivi nel rapporto tra Italia e Cina. L'Italia è sempre più presente in Cina, secondo gli ultimi numeri, che vedono un record assoluto delle esportazioni nel 2017, a quota 20,33 miliardi di dollari, con una crescita del 22,2% rispetto all'anno precedente, a fronte di un aumento delle importazioni dalla Cina del 10%, a 29,2 miliardi di dollari: il deficit commerciale è sceso per la prima sotto i nove miliardi di dollari e il valore dell'interscambio tra Roma e Pechino ha portato l'Italia a diventare il quarto partner della Cina all'interno dell'Unione Europea.

La tendenza si è confermata anche nel primo trimestre 2018, secondo i dati delle Dogane cinesi. Nei primi tre mesi dell'anno le importazioni della Cina dall'Italia sono cresciute del 18,62% su base annuale (pari a 4,98 miliardi di dollari), mentre le esportazioni cinesi verso l'Italia hanno segnato un balzo del 18,86%, a quota 7,48 miliardi di dollari di valore, per un interscambio complessivo di oltre dodici miliardi di dollari: in molti, però, ritengono che i margini per aumentare gli scambi siano ancora alti, soprattutto nei settori delle tecnologie verdi, dell'agroalimentare, dell'urbanizzazione sostenibile, dei servizi sanitari e del settore aerospaziale, individuati già nel 2014 come priorità nella cooperazione tra i governi dei due Paesi.

trump e xi jinping alla citta proibita piazza tien an menTRUMP E XI JINPING ALLA CITTA PROIBITA PIAZZA TIEN AN MEN
I settori di punta dell'export italiano nel 2017 sono quelli della meccanica strumentale, che lo scorso anno ha segnato un aumento del 24,8% rispetto al 2016, l'automobilistico, con una crescita dell'11,8%, e del farmaceutico, con un aumento del 9,09%. L'appuntamento da non perdere per mettere in mostra l'export italiano è quello del prossimo novembre quando, dal 5 al 10, si terrà a Shanghai la prima China International Import Expo, dove è prevista la partecipazione di circa 140 Paesi, secondo le stime cinesi, e la presenza del presidente cinese, Xi Jinping.

Le due missioni
Il viaggio in Cina del ministro dell'Economia, Giovanni Tria, che sarà a Pechino e Shanghai da domani al 2 settembre prossimi, sarà il primo banco di prova per il governo giallo-verde nell'ex Celeste Impero. La Cina ha mostrato finora fiducia nel nuovo esecutivo. Subito dopo la nascita del governo guidato da Giuseppe Conte, Pechino si è detta "felice di vedere la stabilità politica e sociale" in Italia, tramite la portavoce del Ministero degli Esteri, Hua Chunying, che ha ricordato la "tradizionale amicizia" che lega i due Paesi.

Pochi giorni dopo, in un messaggio di congratulazioni inviato a Conte dal primo ministro cinese, Li Keqiang, Pechino si è detta "pronta a lavorare con il nuovo governo italiano" con il quale c'è "una fiducia politica reciproca in costante crescita". Nel messaggio, il premier cinese non ha dimenticato di citare l'iniziativa Belt and Road, lanciata dal presidente cinese, Xi Jinping, nel 2013, per la connessione infrastrutturale di Asia, Europa e Africa, che ha auspicato di "allineare" alle strategie di sviluppo italiane.

giovanni tria e claudio borghiGIOVANNI TRIA E CLAUDIO BORGHI
L'interesse italiano sulla Cina si è manifestato concretamente con la creazione di una task force dedicata al Paese, nata nei giorni scorsi, su iniziativa del Ministero al Lavoro e allo Sviluppo Economico, e in particolare del vice presidente del Consiglio, Luigi Di Maio, e del sottosegretario Michele Geraci, nome quest'ultimo noto in Cina per la sua attività svolta come economista e direttore del China Economic Research Program presso la Nottingham University Business School China, prima di assumere l'incarico governativo.

Anche Geraci sarà in Cina negli stessi giorni di Tria: il suo sarà un ritorno che coinciderà, in parte, con la visita del ministro dell'Economia: i due saranno a Shanghai negli stessi giorni a cavallo tra fine agosto e l'inizio di settembre, prima dell'arrivo di Geraci a Pechino, per una visita che si concluderà il 7 settembre prossimo.

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