9 dicembre forconi: arrestata
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sabato 29 giugno 2019

Sea Watch forza il blocco: l'attracco a Lampedusa e l'arresto della comandante Carola. Sbarcati i migranti

La svolta nella notte con la nave ong che ha resistito a tre manovre di alt della Finanza. La Rackete rischia fino a 10 anni. Il ministro Milanesi: "La Libia non è un porto sicuro"

L'arresto di Carola Rackete, comandante delal Sea Watch, a Lampedusa (foto da Twitter)

TiscaliNews

Carcere e processo per direttissima. E' quel che rischia Carola Rackete, comandante della nave Sea Watch entrata nel porto di Lampedusa violando per l'ennesima volta l'alt intimatogli dalla Guardia di Finanza. E mentre avviene lo sbarco dei migranti dopo due estenuanti settimane di tensioni internazionali e braccio di ferro fra la Rackete e il ministro dell'Interno, Matteo Salvini, a far salire la tensione nel governo è il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Il quale ha preso posizione, ricordando che "la Libia non può considerarsi porto sicuro". 
La svolta nella notte
Con un blitz in piena notte, la Sea Watch dopo due settimane in mezzo al mare, come già si scriveva è entrata a Lampedusa. "Non ce la faccio più, devo portarli in salvo", ha detto la comandante Carola Rackete all'equipaggio comunicando la decisione che aveva preso. Una scelta che le è costata cara: i finanzieri, con la nave ormai ormeggiata in banchina, sono saliti a bordo e l'hanno arrestata per violazione dell'articolo 1100 del codice della navigazione: resistenza o violenza contro nave da guerra. E ora Rackete rischia una condanna da 3 a dieci anni. La decisione di non attendere più la comandante la prende poco dopo l'una di notte: accende i motori e fa rotta verso l'isola. Immediatamente la motovedetta della Guardia di Finanza che in questi ultimi due giorni è sempre rimasta accanto alla nave della ong le intima l'alt. Un ordine, dicono i finanzieri, ripetuto tre volte e sempre rimasto inascoltato. Quando è ormai evidente che la Sea Watch è entrata in porto, la motovedetta tenta un'ultima mossa, ponendosi tra la banchina e la nave per impedire l'attracco. Ma Carola non si ferma e porta la Sea Watch sempre più vicino. L'incidente viene evitato per un niente: la motovedetta e la nave si toccano per un'istante, l'imbarcazione della Gdf finisce contro la banchina e riesce però a sfilarsi senza conseguenze per l'equipaggio.
Applausi e indignazione
L'ingresso della nave è accolto sul molo dagli applausi dei sostenitori della Ong e dalle grida di un gruppo di lampedusani, guidati dall'ex vicesindaco dell'isola Angela Maraventano, che urlano vergogna. "Non si può venire a fare quello che si vuole, non venite nelle nostra isola se no succede il finimondo. Fate scendere i profughi e poi arrestateli tutti", ha gridato Maraventano più volte rivolgendosi alle forze dell'ordine. All'esponente leghista ha risposto l'ex sindaco Giusi Nicolini, anche lei sul molo: "Che vuoi tu, chi sei tu per decidere chi deve venire e chi no". Alle 2.50 i finanzieri sono saliti a bordo della nave per uscirne, tre minuti dopo, con la comandante, che è stata prelevata e fatta salire su un'auto tra gli applausi e qualche insulto. L'arresto è stato formalizzato poco dopo nella caserma della Guardia di Finanza: con la manovra compiuta, è la tesi degli investigatori, Carola ha fatto resistenza alle autorità e ha rischiato di provocare un incidente. Per questo è probabile che le venga contestato anche il tentato naufragio. "Non avevamo scelta - dice la portavoce della Ong Giorgia Linardi -. Alla comandante non è stata data nessuna soluzione nonostante avesse dichiarato da 36 ore lo stato di necessità. Era dunque sua responsabilità portare queste persone in salvo. La violazione non è stata del comandante, ma delle autorità che non hanno assistito la nave per sedici giorni".

Nave sotto sequestro e migranti sbarcati

Subito dopo aver portato via Carola, i militari e gli uomini della Polizia sono saliti a bordo per notificare il provvedimento di sequestro della nave. E a bordo sono saliti anche i medici e i volontari dell'Unhcr e dell'Oim, per un primo screening sanitario e per fornire ai migranti le prime informazioni. I 4' migranti al sorgere dell'alba hanno messo finalmente piede a terra. Non prima di aver abbracciato uno ad uno i volontari di Sea Watch.

Milanesi contro la linea di Salvini

Nel mentre a rendere massima la tensione nel governo sul caso Sea Watch è stato il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Queste le sue parole in risposta ad una domanda durante l'incontro alla Farnesina con l'inviato Onu Ghassan Salamé: "La definizione di porto sicuro viene dalle convenzioni internazionali, queste condizioni per la Libia non ci sono. Non siamo noi a dirlo. So che da questo nascono varie precisazioni di carattere mediatico su convergenze di posizioni o meno, ma è un dato di fatto del diritto internazionale. Gli interventi della Guardia costiera libica vanno collegati all’esercizio del diritto-dovere di sovranità di quello Stato. Bisogna, inoltre, ricordare che le missioni di addestramento della Guardia costiera libica vengono effettuate anche nell’ambito di missioni dell’Unione Europea". Immediata la reazione del Pd, per bocca, tra gli altri, di Alessandro Alfieri, capogruppo in Commissione Esteri: "Milanesi ha spiegato bene che la Libia non e un porto sicuro. Dovrebbe spiegarlo bene al suo collega Salvini, che vorrebbe rispedire in Libia tutte le persone migranti che dalla Libia affrontano viaggi della speranza verso l’Europa". 

venerdì 15 febbraio 2019

E’ STATA ARRESTATA LA 21ENNE ANTONELLA FAUNTLEROY, AMICA DI DESIRÉE MARIOTTINI E FINORA TESTIMONE DELL’INDAGINE


SAREBBE STATA LEI AD ACCOMPAGNARE LA RAGAZZINA NELLO STABILE DI VIA DEI LUCANI, LE HA CEDUTO METADONE E STUPEFACENTI, PIÙ VOLTE. SAPEVA CHE ERA MINORENNE E L'HA PORTATA NEL CAPANNONE LA NOTTE IN CUI È MORTA, DOPO UN'INTERA GIORNATA DI VIOLENZE

Michela Allegri per “il Messaggero”

ANTONELLA FAUNTLEROYANTONELLA FAUNTLEROY
Ha accompagnato Desirée nello stabile di via dei Lucani, le ha ceduto metadone e stupefacenti, più volte. Sapeva che quella ragazzina di Cisterna di Latina aveva solo 16 anni. E l' ha portata nel capannone abbandonato nel quartiere San Lorenzo anche la notte in cui è morta, stroncata da un mix letale di droghe e psicofarmaci e dopo un' intera giornata di violenze. C' è una svolta nell' inchiesta sul decesso di Desirée Mariottini: finisce in manette una delle testimoni chiave dell' indagine.

Si tratta di Antonella Fauntleroy, ventunenne cittadina della Repubblica Botswana, amica della sedicenne. È stata arrestata dalla Squadra Mobile ieri all' alba. Si nascondeva nel vano lavanderia di uno stabile in borgata Finocchio. È accusata di cessione continuativa e aggravata di stupefacenti alla minore e ora si trova nel carcere di Rebibbia.
l'esclusiva di 'giallo' su desiree 6L'ESCLUSIVA DI 'GIALLO' SU DESIREE

Avrebbe dato droghe alla ragazzina anche nei giorni precedenti la sua morte, avvenuta nella notte tra il 18 e il 19 ottobre. Restano intanto in carcere i quattro componenti del branco che, per l' accusa, avrebbe stuprato e ucciso la sedicenne. Sono indagati per omicidio volontario e violenza sessuale di gruppo. Uno di loro, Yusif Salia, interrogato, aveva detto che Antonella era la sua fidanzata.

«MI BUCHI TU?»
Molti testimoni hanno parlato di lei. Hanno detto che ha aiutato la sedicenne a procurarsi e assumere le sostanze in via dei Lucani. «L' ho vista più volte dentro lo stabile - è una delle testimonianze - So che in un' altra circostanza ha schiaffeggiato Desirée per ragioni di droga e in un' occasione l' aveva bucata». E ancora: «Ho sentito Desirée dire ad Antonella: Mi buchi te? Mi fai te? Fallo visto che già l' hai fatto l' altra volta».
DESIREE MARIOTTINI E LA MADREDESIREE MARIOTTINI E LA MADRE

Nei verbali agli atti dell' inchiesta si legge che alcuni dei presenti avrebbero litigato con la Fauntleroy, accusandola di avere portato in quello stabile diventato un covo di tossici e spacciatori una ragazza giovanissima. Nella perquisizione effettuata contestualmente all' arresto gli inquirenti hanno sequestrato metadone e psicofarmaci.

DESIREE MARIOTTINIDESIREE MARIOTTINI




La Fauntleroy è stata ascoltata più volte dal procuratore aggiunto Maria Monteleone e dal pm Stefano Pizza, titolari del fascicolo. In uno degli ultimi verbali, si era rifiutata di parlare di Marco Mancini, il pusher indagato per avere ceduto droga al branco - non è coinvolto nell' omicidio -. Aveva detto che era un suo «amichetto» e che non voleva metterlo nei guai.

DESIREE MARIOTTINIDESIREE MARIOTTINI
Poi, però, aveva deciso di ritrattare: «Quella sera hanno cominciato a cuocere la cocaina e a fumarla e c' ero io, Muriel, Giovanna, Paco, Ibrahim, un nord africano, un senegalese e c' era anche Marco, la stessa persona di cui la volta precedente non vi ho voluto riferire, ma che portava sul posto, in cambio di droga, alcuni psicofarmaci». Aveva anche raccontato: «Il padre di Desirée mi voleva conoscere per ringraziarmi». E aveva fornito dettagli sul branco: «Ho visto Yusif che ha dato del metadone a Desirée... Paco invece non ha avuto alcuno scrupolo e ha iniziato a fornire sia eroina, che crack, che cocaina cruda, nonché psicofarmaci».

Fonte: qui

sabato 5 gennaio 2019

Mangiatoia migranti - Interrogata per due ore dal gip, la Giuntoli resta ai domiciliari

La presidente di Astir respinge le accuse fornendo al giudice e ai pm la sua versione sulla gestione dei centri accoglienza. Gli immigrati sono stati trasferiti tutti in altre strutture
di Francesco Albonetti
PRATO. Una gestione dell’accoglienza migranti definita "un po’ casalinga" dalla Procura, con accordi verbali per assegnare responsabilità agli operatori nelle varie strutture, ma senza un’investitura ufficiale e fissata per contratto. È quanto emerso durante l’interrogatorio di garanzia di Loretta Giuntoli, presidente di Astir e legale rappresentante delle cooperative Astirforma e Verdemela, che si trova agli arresti domiciliari dalla vigilia di Natale con l'accusa di frode nelle pubbliche forniture e di minacce nei confronti di alcuni dipendenti, nell'ambito dell'inchiesta della procura sulla gestione dei Centri di accoglienza straordinaria ai migranti.
Giuntoli ha risposto a tutte le domande del gip Francesca Scarlatti e a quelle dei pubblici ministeri Egidio Celano Laura Canovai, un interrogatorio durato un paio di ore. Il difensore Nicola Badiani, almeno per il momento, non ha chiesto la revoca della misura cautelare, per cui Loretta Giuntoli, 72 anni, resta agli arresti domiciliari. Già si erano avvalsi della facoltà di non rispondere gli altri due indagati, il legale rappresentante della cooperativa Humanitas Roberto Baldini e il diacono Alberto Pintus, quest'ultimo vice-direttore della Caritas diocesana, interdetti per nove mesi dalla professione.
Otto sono i Cas - centri di accoglienza straordinaria - sotto la lente della Digos: tre a Prato, tre a Carmignano, due a Poggio a Caiano. Un centinaio di profuhi gestiti oltre che dalle cooperative presiedute da Loretta Giuntoli, dalla cooperativa Humanitas, anche questa riconducibile al Consorzio Astir. Le accuse riguardano una serie di violazioni sulla convenzione stipulata dalle coop sociali con la prefettura nel periodo di emergenza sbarchi, quando ai territori veniva chiesto dallo Stato un aiuto consistente sul fronte dell’accoglienza.
Quelle più gravi riguardano la fornitura di servizi ai profughi: un pasto al giorno anziché i tre previsti, pulizie inesistenti e nessun servizio di lavanderia. Alcuni richiedenti asilo sarebbero stati costretti a recuperare le lenzuola dalla spazzatura per coprirsi e ad accendere fuochi in giardino per cucinare. L’altra violazione contestata è il mancato servizio giornaliero e periodico di pulizia e igiene dei Cas. Ciliegina sulla torta: secondo quanto ricostruito dalla Procura, dei 35 euro assegnati dalla Prefettura per ciascun richiedente asilo, solo la metà sarebbe stata destinata alla gestione dei centri accoglienza.
La Giuntoli durante l’interrogatorio si è difesa puntando soprattutto sul fatto che non era lei ad occuparsi direttamente della gestione dei centri. Ha risposto anche all’altra accusa, cioè di aver minacciato i dipendenti chiamati a riferire in questura che avrebbero potuto perdere il posto. Frattanto la Prefettura negli ultimi giorni dell’anno ha trasferito in altre strutture tutti i migranti, anche gli ultimi sei rimasti a Poggio e Carmignano.


Fonte: qui

venerdì 7 dicembre 2018

CANADA: ARRESTATA IERI MENG WANZHOU


USA: BOLTON, INFORMATO SUBITO DI ARRESTO LADY HUAWEI 
(ANSA) -  John Bolton, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto alla radio Npr che era stato informato dell'arresto sabato scorso a Vancouver, su richiesta delle autorità americane, di Meng Wanzhou, vicepresidente e capo finanziario del colosso delle telecomunicazioni cinesi Huawei, nonché figlia del suo fondatore Ren Zhengfei. Bolton ha però detto di non sapere se Donald Trump è stato avvisato personalmente dell'arresto, avvenuto lo stesso giorno in cui stava negoziando al G20 con il presidente cinese Xi Jinping la tregua sui dazi.
DONALD TRUMP XI JINPINGDONALD TRUMP XI JINPING

TRUDEAU, NESSUNA INTERFERENZA POLITICA SUL CASO HUAWEI 
(ANSA-AP) -  "Posso assicurare a tutti che siamo un Paese con un sistema giudiziario indipendente e che le autorità competenti hanno preso le decisioni su questo caso senza alcun coinvolgimento o interferenza politica". Lo ha detto il premier canadese Justin Trudeau in merito all'arresto della top manager di Huawei Meng Wanzhou, avvenuto in Canada nell'ambito di un'indagine Usa. Trudeau ha anche detto di essere stato informato con qualche giorno di preavviso dell'intenzione delle autorità canadesi di arrestarla.



Meng WanzhouMENG WANZHOU
1 - L’ARRESTO CHE FA LITIGARE USA E CINA
Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera

Oggi il tribunale di Vancouver decide se autorizzare l' estradizione negli Stati Uniti di Meng Wanzhou, la figlia del fondatore di Huawei, l' azienda cinese leader mondiale delle telecomunicazioni. Ieri, intanto, i mercati finanziari si sono inabissati un po' ovunque, da Wall Street alle piazze europee, Milano compresa. E' il segnale delle preoccupazioni suscitate dall' arresto di Wanzhou, 46 anni, che ricopre la carica di direttore finanziario del gruppo. Gli investitori temono che ora si possa riaccendere lo scontro economico e politico tra Cina e Stati Uniti, vanificando la tregua sui dazi concordata da Donald Trump e Xi Jinping a Buenos Aires, lo scorso primo dicembre.

E' lo stesso giorno in cui le autorità canadesi hanno arrestato la manager, su richiesta del Dipartimento della Giustizia americano. Le indagini sono condotte dalla procura del Distretto orientale di Brooklyn, a New York. Gli inquirenti sospettano che Huawei, attraverso una società di Hong Kong, abbia fornito materiale dell' americana Hewlett-Packard all' Iran, violando i divieti imposti da Washington.
La triangolazione sarebbe cominciata nel 2016, appoggiandosi, sembra, ad alcune banche internazionali.

L' inchiesta, però, è già abbondantemente uscita dal perimetro giudiziario. L'ambasciata cinese in Canada ha chiesto l' immediato rilascio di Wanzhou.
MENG WANZHOU - HUAWEIMENG WANZHOU - HUAWEI
A Capitol Hill, invece, la notizia è stata accolta con favore sia dai repubblicani che dai democratici. Da tempo Huawei è sospettata di complicità negli attacchi informatici contro gli Stati Uniti. Non a caso, nell' agosto scorso, Donald Trump ha vietato l' acquisto per l' amministrazione statunitense di telefonini Huawei e Zte, altro big cinese.


MENG, IL PAPA’ E IL PARTITO. DAI CAVI ANTI TOPI ALL’IMPERO DEI TELEFONINI
Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera

Ma chi è l' ingegner Ren Zhengfei e perché gli americani pensano tanto male di lui da voler arrestare la figlia? 

La sua (la loro Huawei) ha 180 mila dipendenti e nella prima metà dell' anno ha avuto ricavi per 41 miliardi di euro; le proiezioni indicano che chiuderà il 2018 a quota 200 milioni di smartphone venduti, scavalcando Apple. 

Ed è in campo per la fornitura delle reti 5G, la quinta generazione dei telefonini. Ren è un eroe per i cinesi, un capitano d' industria partito alla conquista del mondo globalizzato per contribuire al progresso tecnologico dando la supremazia alla Repubblica popolare. Per gli americani invece Huawei è la quinta colonna dell' impero cinese che muove le sue pedine mischiando hacker, spionaggio e penetrazione commerciale.

A Pechino pensano che l' arresto di Meng Wanzhou sia parte di un complotto, per fermare l' ascesa di Huawei e sabotare la tregua dei 90 giorni tra Trump e Xi.
huaweiHUAWEI

È il 1983 e Ren Zhengfei, classe 1944, viene congedato dal genio dell' Esercito perché il reparto è sciolto; un ingegnere, non un militare, sottolinea la biografia ufficiale, con un rango pari a vice comandante di reggimento. Ren a 40 anni potrebbe essere uno dei tanti nel guado delle riforme di Deng Xiaoping, senza più lo stipendio statale. Nel 1987 usa un piccolo capitale, meno di tremila euro al cambio di oggi, per mettersi in proprio sfruttando l' apertura all' economia di mercato nella zona speciale di Shenzhen, a quei tempi un paesone vicino a Hong Kong, l' avanzatissima colonia britannica; Ren ebbe l' idea di comprare centraline telefoniche a Hong Kong e di venderle nelle campagne intorno a Shenzhen, dove i telefoni erano rari, i topi si mangiavano i cavi e le linee saltavano. Ren, abituato a ingegnarsi, accoppiò alle centraline Made in Hong Kong i robusti cavi militari a prova di roditore. Il primo successo.

Il passato di Ren pesa ancora oggi sulla valutazione Usa.
HUAWEI P20 PROHUAWEI P20 PRO
Sospettano che non abbia mai troncato i rapporti con il potere politico e sia pronto a mettere la sua tecnologia al servizio del Partito. Risposta da Huawei: «Un altro esempio di protezionismo, sinofobia e discriminazione fondata sul Paese dove è basato il quartier generale di un' azienda. Ma Huawei non è la Cina; Huawei è Huawei».

Che Ren sia nazionalista non c' è dubbio (e non è peccato): Huawei significa «La Cina agisce». Si dice che l' ingegnere abbia dovuto aspettare a lungo prima di avere la tessera del Partito, ottenuta nel 1978 a 34 anni. In una rara intervista ha detto: «Sui diritti umani rispondo che in Occidente ci sono voluti diversi secoli di progressi, noi avanziamo passo dopo passo». E' membro del Congresso nazionale, e il giuramento di fedeltà mette il Partito al primo posto, anche davanti all' impresa privata.

La figlia Meng Wanzhou, 46 anni, a capo delle finanze globali e vicepresidente del consiglio d' amministrazione, ha raccontato che cominciò come assistente al ricevimento dei clienti e segretaria, nel 1993. Meng (ha scelto il cognome della madre divorziata) ha due lauree, Informatica e Management aziendale: è il volto del gruppo all' estero e si fa chiamare anche Sabrina Meng. Dalle sue mani passano ogni anno 20 miliardi per ricerca e sviluppo.

huaweiHUAWEI
La stampa di Hong Kong ora rivela frasi di un suo discorso interno ai manager, in ottobre, nel quale avrebbe detto: «Siamo sotto attacco Usa»; «In alcuni casi si può accettare il rischio di non osservare leggi che ci legano le mani». Si dice che possa essere lei a prendere la guida di Huawei quando Ren si ritirerà. Lui scherzando ha detto che dopo vorrebbe «aprire un caffé, o magari un ristorante e possedere una fattoria tutta mia». Ma sulla successione sostiene che in azienda non c' è mai stato e mai ci sarà nepotismo. Un capitalista vecchio stampo, con caratteristiche cinesi.


MENG, DA SEGRETARIA A STAR HI-TECH E ALL' ESTERO SI FA CHIAMARE SABRINA
Francesco Malfetano per “il Messaggero

Nel mondo occidentale la conoscono come Sabrina o Cathy, in Cina come la Principessa di Huawei. Meng Wanzhou, 46enne direttrice di finanziaria del colosso di Shenzen arrestata ieri dalle autorità statunitensi, è il nuovo volto della tech war in corso tra Stati Uniti e Cina. Sabrina, come pare preferisca essere chiamata, non è solo la responsabile delle finanze e la vice presidente di Huawei, soprattutto è la figlia del fondatore dell' azienda asiatica Ren Zhengfei, uno degli uomini più importanti della Cina nonché ex ingegnere dell' esercito di Liberazione Popolare di Pechino e membro eletto del 12 ° Congresso Nazionale del Partito Comunista.

Huawei Richard YuHUAWEI RICHARD YU
INFLUENZA
In altre parole Meng è una delle figure femminili di spicco all' interno della sempre più nutrita élite cinese, come riconosciuto anche da Forbes che, nel 2017, l' ha inserita all' ottava posizione tra le più influenti donne cinesi.

La 46enne, che porta il cognome della madre secondo la tradizione delle famiglie di alto rango del Paese, è anche da molti considerata la vera erede del settantaquattrenne Zhengfei, nonostante questo abbia spesso dichiarato che nessuno dei figli sapesse prendere il suo posto.
HENRY CAVILL PRESENTA IL P9 HUAWEI 3HENRY CAVILL PRESENTA IL P9 HUAWEI

Dopo un breve periodo in una banca di investimenti, è entrata in Huawei con il ruolo di segretaria nel 1993. Vale a dire a 6 anni dalla nascita del gruppo a Shenzhen, capitale del Guandong, sud-est del Paese, che poi diverrà simbolo del cambiamento voluto da Deng Xiaoping.

Un cambiamento che Huawei, anche grazie a Meng che intanto si era laureata all' Università di Huazhong di Scienze e Tecnologia, è riuscita a cavalcare prima nella modernizzazione delle infrastrutture di telecomunicazione poi approfittando della strategia di sostegno ai produttori nazionali che Pechino scelse di adottare dal 1996.
Da quel punto in poi è iniziata l' ascesa globale del colosso cinese che - nonostante le accuse di collaborazionismo con il Governo - è riuscito ad imporsi come secondo produttore mondiale di smartphone e una delle aziende più avvantaggiate nella corsa alla costruzione delle infrastrutture per il 5G.

Fonte: qui

giovedì 19 luglio 2018

DONNA ARRESTATA A WASHINGTON CON L’ACCUSA DI ESSERE UNA SPIA RUSSA

LA 29ENNE AVREBBE AVUTO LEGAMI CON IL CREMLINO TRAMITE UN BANCHIERE RUSSO. 

PER GLI INVESTIGATORI ERA STATA INCARICATA DI APRIRE “UN CANALE SEGRETO” PER ARRIVARE A TRUMP

Guido Olimpio per www.corriere.it
maria butina 5MARIA BUTINA 5
Maria Butina, nonostante abbia solo 29 anni, ha già fatto molte cose. Ha aperto un negozio di mobili in Siberia, ad Alta Krai, quindi lo ha venduto per trasferirsi a Mosca dove si è lanciata nella politica. Due anni dopo avrebbe iniziato una nuova vita, più intrigante e densa di contatti, fino ad entrare nel grande gioco del Russiagate.

Per gli investigatori statunitensi questa ragazza dai capelli rossi, tenace e intraprendente, è «un’agente di influenza» russa incaricata di aprire «un canale segreto» per arrivare fino a Donald Trump. Accusa severa che si è tramutata in un atto di incriminazione e nel successivo arresto, avvenuto di gran fretta nel timore che potesse scappare dagli Stati Uniti, il suo terreno di caccia.

La giovane russa — se sono fondati gli addebiti — ricorda altre semi-spie sguinzagliate dal Cremlino in questi anni. Persone capaci di muoversi in ambienti diversi, abili nel tessere legami, costruire amicizie, agire in profondità. Molto humint, ossia molto fattore personale, e poca tecnologia. Tante feste e party, congressi e persino raduni di preghiera, incontri aperti, non missioni mascherate. L’importante è trovare il sentiero giusto, quello che conduce lontano. E nella terra delle Colt Maria Butina si è lanciata nelle braccia della lobby delle armi, la National Rifle Association. Ed ecco le foto che la ritraggono a fiere con pistole, fucili e cappello da cowboy.

Maria ButinaMARIA BUTINA
Coltivando relazioni con dirigenti dell’Nra, frequentando membri importanti come Paul Erickson del South Dakota, presenziando ad ogni occasione possibile la «rossa» sarebbe riuscita a far breccia. Non certo per sua unica iniziativa. Il sospetto dell’investigatore speciale Robert Mueller è che dietro la Butina ci sia innanzitutto Alexander Toshin, figura di rilievo della Banca centrale russa, suo boss e gancio diretto con il Cremlino. Esaminando computer e cellulare dell’arrestata l’Fbi ha trovato le tracce dei report con la quale informava il referente. Un aggiornamento costante di quanto combinava in riva al Potomac e nelle sue incursioni nei corridoi dell’establishment.

Lavorando sotto la luce del sole e delle telecamere, Maria avrebbe lanciato una serie di passi per rinsaldare l’amicizia con ambienti repubblicani e in particolare con l’entourage del candidato più gradito a Putin, Donald Trump. Viaggi in Russia, cene, ma anche rapidi colloqui hanno fatto da cornice. Ma, insieme a questi aspetti non certo misteriosi, c’è un lato più oscuro, quello di possibili finanziamenti, fronte sul quale c’è ancora da scavare malgrado la pista dei soldi non sia sempre facile da dimostrare.
donald trump vladimir putinDONALD TRUMP VLADIMIR PUTIN

Sono intrecci che si sommano ad altri, non meno complicati, sempre sull’asse Mosca-Washington, con molti intermediari impegnati nel far crescere l’asse Vladimir-Donald. Nei mesi scorsi si è parlato di un ruolo di un principe degli Emirati Arabi, insieme all’ex fondatore della Blackwater, Erik Prince. Giri con una tappa esotica alle Seychelles, prospettive di affari, amicizie interessate. Non scopriamo certo nulla, denaro e politica (alta o bassa) in questo caso procedono sullo stesso binario, qualsiasi gesto ha un costo. Sono favori uniti a investimenti sul futuro.

Maria Butina ora è in mezzo a tutto ciò. Si difende sostenendo di essere una appassionata d’armi, nega azioni malevole, non vuole certo passare per una pericolosa Mata Hari. Magari potrà portare come prova le dichiarazioni di Trump per dimostrare che il capo della Casa Bianca non ha bisogno di essere condizionato dagli 007 russi, la sua «passione»per Putin è evidente. Se non ci riuscirà deve essere pronta ad una condanna: rischia cinque anni di prigione. E in quel caso dovrà sperare in un gesto di clemenza oppure in uno scambio di spie.

Fonte: qui