9 dicembre forconi: Meng Wanzhou
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lunedì 24 dicembre 2018

È scoppiata la guerra mondiale e non ce ne siamo accorti

Non quella commerciale, quella vera. E non lo dico io, lo dicono le borse. Guardate l’ultima settimana e lo vedrete anche voi. L’arresto da parte dei canadesi di Meng Wanzhou (figlia del fondatore di Hauwei e direttrice finanziaria della medesima), su richiesta americana, è l’atto formale dell’inizio della guerra, che non si combatterà con missili e cannoni, ma con l’hi-tech. Cominciamo da alcune dati: per ora tutti gli smartphone  hanno come sistemi operativi  IOS (Apple), Android (Google) e Window (Microsoft). Ovvero tutti “girano” su piattaforme americane. Qualche anno fa il governo americano chiese ad Apple il modo di craccare i telefoni di terroristi Isis che erano stati catturati. Apple rispose picche, ci fu qualche strascico poi un opportuno silenzio. Dopo un po’ di tempo saltò fuori che i telefoni di molti politici di primaria importanza (Angela Merkel fra tanti), erano “spiati” da agenzie statali americane. Anche qui, data la notizia, non ci fu molto scandalo. Tradotto. Tutti i telefoni sono “spiabili” e tutti lo sanno. Non ci possono fare niente e se la mettono via. O forse no: Huawei ha dichiarato che entro il 2021 i suoi telefoni avranno un sistema operativo nuovo e non useranno più Android: casualmente qualche giorno dopo questo annuncio Trump  ha affermato che Huawei spiava i suoi clienti e che la loro tecnologia NON doveva essere acquistata. Proprio ora che si sta cablando il mondo con il 5G e che vede i cinesi vincenti, per ora, sui mercati di Europa, Africa ed Asia.

Sarebbe, per gli USA una sconfitta enorme, perché ora possono sapere tutto di tutti (e non parlo di me o voi, ma di dati sensibili di carattere tecnologico, militare, economico, oltre che personale, per le persone che contano), domani no, saranno in concorrenza con i cinesi. Altro che dazi e barriere doganali, bazzecole al confronto. Per questo la notizia dell’arresto della signora Meng è stata secretata per 5 giorni e per questo i cinesi hanno fatto finta di nulla: l’arresto era contemporaneo ai colloqui tra Trump e Xi Jinping, che trattavano la tregua di 90 giorni sui dazi appunto, e inoltre le accuse americane per l’arresto della signora erano generiche e una richiesta di estradizione formale con imputazioni specifiche ad oggi non è pervenuta.  Perché gli USA ormai sopravvivono per la loro forza militare e metterla in discussione non è, per loro, concepibile. Ma i russi mettono in pista nuovi missili, meno intercettabili e se ne catafottono dei trattati di non proliferazione. Come gli americani se ne sono sbattuti dei trattati e delle promesse di non fare entrare nella Nato i paesi di ex influenza sovietica. I cinesi li stanno attaccando sul piano della tecnologia di avanguardia e dello spionaggio telematico, senza trascurare la corsa nello spazio in cui  sono  attivi. Sembra il finale del film di Leone “ il buono, il brutto e il cattivo”, un duello in cui allora sapevo già come sarebbe andata a finire, ma oggi non sapendo chi è il buono, anzi, sapendo che non c’è e che i brutti sono anche cattivi (e viceversa) le preoccupazioni sono non poche. Anche perché, nel frattempo, noi pirloni europei lasciamo fare, non sviluppiamo niente, continuiamo a produrre le nostre auto e per venderle diciamo di sì a tutti. Ovvero per vendere tecnologia obsoleta, e neanche di lunga durata, buttiamo a mare il nostro futuro. E saremo servi di tutti, perché alla fine in queste guerre magari non si saprà chi ha vinto, ma chi ha perso di sicuro, perché gli verrà portato il conto da pagare.

Fonte: qui


mercoledì 12 dicembre 2018

Perché il caso Huawei è il guanto di sfida degli Usa alla Cina (e al resto del mondo, noi compresi)





Dietro l'arresto di Meng Wanzhou ci sono motivi commerciali, tecnologici, geopolitici, di intelligence. La Cina ha messo in discussione il ruolo dell’America come unica superpotenza, e Washington ha risposto. Mettendo in guardia tutti gli altri, Europa compresa


Nel caso Huawei - più precisamente, l'arresto avvenuto lo scorso giovedì 6 dicembre della direttrice della società cinese Meng Wanzhou - confluiscono aspetti di diverso ordine che si incastrano fra loro: commerciale, tecnologico, geopolitico e di intelligence.
In primo luogo c’è la guerra commerciale fra Usa e Cina per la conquista di quote di mercato. Come si sa Trump ha dato il via alla guerra commerciale con la Cina (e con l’Europa) per sostenere l’industria automobilistica americana e mantenere le promesse elettorali agli Stati del rust belt che gli avevano consegnato la vittoria nel 2016. Nel summit di Buenos Aires, era uscita dal cilindro una tregua dei 90 giorni nell’applicazione dei dazi doganali, certo. Ma proprio in quella stessa serata era partito il mandato d’arresto per Meng Wanzhou, direttrice finanziaria del gruppo, prontamente eseguito dallo zelante suddito canadese cui era immediatamente rivolta la domanda di estradizione. Come dire che l’accordo era limitato, solo una momentanea tregua su un singolo tratto del fronte, mentre la guerra proseguiva (e con rinnovato slancio) in altra parte di esso. Gli Usa non accettano l’idea di essere scalzati dalla Cina in settori decisivi sia sul piano commerciale che strategico e sono pronti ad una guerra senza limiti per impedire che ciò accada.
In secondo luogo c’è la delicatissima partita per il dominio tecnologico. In questi trenta anni, la Cina è enormemente cresciuta grazie ad esasperate pratiche di reverse engeneering ma anche grazie ad accordi commerciali con le aziende occidentali che decidevano di delocalizzare nel loro paese e che prevedevano l’obbligo cella condivisione dei segreti tecnologici. Oggi la Cina non è più la grande fabbrica per prodotti low cost del mondo: non più jeans, giocattoli e mattoni a buon mercato, ma anche produttore high tech ed a livelli decisamente buoni. E la Huawei è un fiore all’occhiello: nel mercato degli smartphone suoi prodotti sono al secondo posto mondiale, immediatamente dietro la sud coreana Samsung e davanti alla Apple. In questo risultato c’è tanto effetto dello spionaggio industriale quanto lo sviluppo della ricerca locale, senza dimenticare l’accesso privilegiato alle terre rare, indispensabili per questi prodotti e delle quali la Cina detiene circa il 90% dei giacimenti attualmente attivi.
In terzo luogo c’è l’aspetto geopolitico che non si limita allo scontro con l’Iran al quale Tramp ha voluto rinnovare le sanzioni, ribaltando le decisioni del suo predecessore. Dentro c’è una questione particolare di grande importanza: gli Usa pretendono che le loro leggi abbiano una efficacia extraterritoriale, e, per esempio, ritengono che anche soggetti di altri paesi siano tenuti ad applicare le norme di embargo decise unilateralmente. Il presupposto è che, siccome le transazioni internazionali sono eseguite in dollari ed il dollaro è moneta Usa, questo implica che ogni soggetto debba accettare le sanzioni Usa per poter usare i dollari necessari alla transazione e poter accedere alla clearing house dove registrare l’accordo.
Nel caso specifico, sembrerebbe che la Huawei avvia fornito all’Iran, attraverso una società di comodo, materiale coperto da sanzioni della comunità internazionale. Può anche darsi, come può darsi che i prodotti contenessero elementi di tecnologia americana, ma, anche in questo caso, in base a quale principio giuridico il mandato d’arresto per Meng Wanzhou è stato emesso da una Procura americana? E tanto più, in base a quale norma debba essere un tribunale americano a giudicarla? Quale altro paese potrebbe fare la stessa cosa?
Da questo punto di vista, la mossa americana non è rivolta solo contro una importante manager cinese (ed, attraverso essa, contro la Cina), ma ha un contenuto di “avvertimento” all’ Europa e al Giappone. Sin qui c’erano stati casi simili (prevalentemente sanzioni economiche contro banche europee che avevano concesso crediti al’Iran in violazione alle norme sull’embargo) , ma non erano stati toccati soggetti delle altre due grandi potenze mondiali, Cina e Russia. Ora, con questa mossa, gli Usa esigono il tacito riconoscimento di super potenza mondiale anche nei confronti della Cina. La cosa acquista particolare peso e significato ove si tenga presente che nelle prossime settimane l’Europa dovrà decidere se rinnovare le sanzioni alla Russia per la questione ucraina e, a questo proposito, la crisi del mar d’Azov è giunta come il cacio sui maccheroni, con i russi che sono cascati pienamente nella provocazione tesagli. Il messaggio del caso Huawei serve anche nei confronti dei governi italiano e tedesco, semmai volessero farsi promotori della fine o anche solo di una attenuazione delle sanzioni. E questo conferma che gli Usa hanno nel Dipartimento della Giustizia il loro braccio operativo nella guerra economica, strumento attraverso il quale gli Usa esercitano un dominio anche politico.

Infine, l’aspetto dell’intelligence.
La Huawei si muove su un terreno di diretto interesse politico e militare, avendo accesso ai nodi delle comunicazioni attraverso la fornitura di parti della componentistica (per l’Italia la questione riguarda la rete Sparkle che serve la Telecom) il che ovviamente significa la possibilità di tenere sotto controllo le comunicazioni sia istituzionali che private di ben più di mezzo mondo. E, infatti, la Huawei lavora a stretto contatto sia con l’Armata Popolare di Liberazione cinese sia con i vari organismi di intelligence del paese e, proprio per questo, ha ripetutamente goduto di quei sostanziosi aiuti bancari, incoraggiati dal governo, che ne hanno consentito la rapida ascesa. Dunque, non stupisce che essa fosse nel mirino dei servizi americani ben prima del caso di questi giorni ed è del tutto intuitivo che, attraverso la Huawei, la Cina eserciti una massiccia opera di spionaggio a livello mondiale. Sin qui gli americani non hanno torto nell’avvertire il pericolo, se non fosse che loro non sono affatto da meno sullo stesso piano: ci siamo dimenticati della faccenda di Echelon? O di quando venne fuori che la Cia spiava i cellulari di tutti i capi di governo europei, compresa la Merkel? O i cento altri casi di spionaggio di massa dei servizi Usa? Il fatto è che agli americani non dà per nulla fastidio lo spionaggio: quello che non gli sta bene è che a farlo siano altri.
Tutto questo premesso, si capisce bene quale sia la portata dell’episodio che non va disgiunto dalla questione dei dazi o da altri aspetti della guerra economica che oggi vede gli Usa impegnati contro la Cina, come ieri contro il Giappone, domani chissà…
E questo significa che ci sarà una risposta cinese. Forse è il caso di ricordare che sono stati proprio due alti ufficiali dello Stato Maggiore cinese a teorizzare la guerra senza limiti, o se preferite, la guerra asimmetrica. Per cui è del tutto plausibile attendersi qualche contrattacco cinese proprio in vista della “pax economica” mondiale che gli Usa intendono come pax americana ma che a Pechino è vista in termini diversi. È realistico che assisteremo ad un complesso tira e molla per cui da un lato la Cina farà concessioni sul piano dello scambio commerciale, per riequilibrare il rapporto con gli Usa, ma dall’altro si muoverà su altri piani. Ad esempio quello monetario: quanti bond americani sono ancora nelle casseforti della banca centrale cinese? E quanti dollari liquidi? Potremmo assistere ad una improvvisa immissione sul mercato di queste riserve.
Ma anche sul piano politico è facile attendersi delle reazioni: a parte il consolidato rapporto con la Russia, occorrerà vedere come si muoverà Pechino verso l’India e l’Indonesia. Non il Giappone, che, almeno per ora, sembra allineato agli Usa nel boicottare Huawei, ma questo non è detto che basti. Ad esempio potremmo assistere ad un allargamento ad India e Indonesia della “Comunità di Shanghai” prefigurando una sorta di mercato comune asiatico che cambierebbe gli equilibri del mondo globale.
Per ora non resta che attendere e vedere.
Fonte: qui

venerdì 7 dicembre 2018

CANADA: ARRESTATA IERI MENG WANZHOU


USA: BOLTON, INFORMATO SUBITO DI ARRESTO LADY HUAWEI 
(ANSA) -  John Bolton, il consigliere per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha detto alla radio Npr che era stato informato dell'arresto sabato scorso a Vancouver, su richiesta delle autorità americane, di Meng Wanzhou, vicepresidente e capo finanziario del colosso delle telecomunicazioni cinesi Huawei, nonché figlia del suo fondatore Ren Zhengfei. Bolton ha però detto di non sapere se Donald Trump è stato avvisato personalmente dell'arresto, avvenuto lo stesso giorno in cui stava negoziando al G20 con il presidente cinese Xi Jinping la tregua sui dazi.
DONALD TRUMP XI JINPINGDONALD TRUMP XI JINPING

TRUDEAU, NESSUNA INTERFERENZA POLITICA SUL CASO HUAWEI 
(ANSA-AP) -  "Posso assicurare a tutti che siamo un Paese con un sistema giudiziario indipendente e che le autorità competenti hanno preso le decisioni su questo caso senza alcun coinvolgimento o interferenza politica". Lo ha detto il premier canadese Justin Trudeau in merito all'arresto della top manager di Huawei Meng Wanzhou, avvenuto in Canada nell'ambito di un'indagine Usa. Trudeau ha anche detto di essere stato informato con qualche giorno di preavviso dell'intenzione delle autorità canadesi di arrestarla.



Meng WanzhouMENG WANZHOU
1 - L’ARRESTO CHE FA LITIGARE USA E CINA
Giuseppe Sarcina per il “Corriere della Sera

Oggi il tribunale di Vancouver decide se autorizzare l' estradizione negli Stati Uniti di Meng Wanzhou, la figlia del fondatore di Huawei, l' azienda cinese leader mondiale delle telecomunicazioni. Ieri, intanto, i mercati finanziari si sono inabissati un po' ovunque, da Wall Street alle piazze europee, Milano compresa. E' il segnale delle preoccupazioni suscitate dall' arresto di Wanzhou, 46 anni, che ricopre la carica di direttore finanziario del gruppo. Gli investitori temono che ora si possa riaccendere lo scontro economico e politico tra Cina e Stati Uniti, vanificando la tregua sui dazi concordata da Donald Trump e Xi Jinping a Buenos Aires, lo scorso primo dicembre.

E' lo stesso giorno in cui le autorità canadesi hanno arrestato la manager, su richiesta del Dipartimento della Giustizia americano. Le indagini sono condotte dalla procura del Distretto orientale di Brooklyn, a New York. Gli inquirenti sospettano che Huawei, attraverso una società di Hong Kong, abbia fornito materiale dell' americana Hewlett-Packard all' Iran, violando i divieti imposti da Washington.
La triangolazione sarebbe cominciata nel 2016, appoggiandosi, sembra, ad alcune banche internazionali.

L' inchiesta, però, è già abbondantemente uscita dal perimetro giudiziario. L'ambasciata cinese in Canada ha chiesto l' immediato rilascio di Wanzhou.
MENG WANZHOU - HUAWEIMENG WANZHOU - HUAWEI
A Capitol Hill, invece, la notizia è stata accolta con favore sia dai repubblicani che dai democratici. Da tempo Huawei è sospettata di complicità negli attacchi informatici contro gli Stati Uniti. Non a caso, nell' agosto scorso, Donald Trump ha vietato l' acquisto per l' amministrazione statunitense di telefonini Huawei e Zte, altro big cinese.


MENG, IL PAPA’ E IL PARTITO. DAI CAVI ANTI TOPI ALL’IMPERO DEI TELEFONINI
Guido Santevecchi per il “Corriere della Sera

Ma chi è l' ingegner Ren Zhengfei e perché gli americani pensano tanto male di lui da voler arrestare la figlia? 

La sua (la loro Huawei) ha 180 mila dipendenti e nella prima metà dell' anno ha avuto ricavi per 41 miliardi di euro; le proiezioni indicano che chiuderà il 2018 a quota 200 milioni di smartphone venduti, scavalcando Apple. 

Ed è in campo per la fornitura delle reti 5G, la quinta generazione dei telefonini. Ren è un eroe per i cinesi, un capitano d' industria partito alla conquista del mondo globalizzato per contribuire al progresso tecnologico dando la supremazia alla Repubblica popolare. Per gli americani invece Huawei è la quinta colonna dell' impero cinese che muove le sue pedine mischiando hacker, spionaggio e penetrazione commerciale.

A Pechino pensano che l' arresto di Meng Wanzhou sia parte di un complotto, per fermare l' ascesa di Huawei e sabotare la tregua dei 90 giorni tra Trump e Xi.
huaweiHUAWEI

È il 1983 e Ren Zhengfei, classe 1944, viene congedato dal genio dell' Esercito perché il reparto è sciolto; un ingegnere, non un militare, sottolinea la biografia ufficiale, con un rango pari a vice comandante di reggimento. Ren a 40 anni potrebbe essere uno dei tanti nel guado delle riforme di Deng Xiaoping, senza più lo stipendio statale. Nel 1987 usa un piccolo capitale, meno di tremila euro al cambio di oggi, per mettersi in proprio sfruttando l' apertura all' economia di mercato nella zona speciale di Shenzhen, a quei tempi un paesone vicino a Hong Kong, l' avanzatissima colonia britannica; Ren ebbe l' idea di comprare centraline telefoniche a Hong Kong e di venderle nelle campagne intorno a Shenzhen, dove i telefoni erano rari, i topi si mangiavano i cavi e le linee saltavano. Ren, abituato a ingegnarsi, accoppiò alle centraline Made in Hong Kong i robusti cavi militari a prova di roditore. Il primo successo.

Il passato di Ren pesa ancora oggi sulla valutazione Usa.
HUAWEI P20 PROHUAWEI P20 PRO
Sospettano che non abbia mai troncato i rapporti con il potere politico e sia pronto a mettere la sua tecnologia al servizio del Partito. Risposta da Huawei: «Un altro esempio di protezionismo, sinofobia e discriminazione fondata sul Paese dove è basato il quartier generale di un' azienda. Ma Huawei non è la Cina; Huawei è Huawei».

Che Ren sia nazionalista non c' è dubbio (e non è peccato): Huawei significa «La Cina agisce». Si dice che l' ingegnere abbia dovuto aspettare a lungo prima di avere la tessera del Partito, ottenuta nel 1978 a 34 anni. In una rara intervista ha detto: «Sui diritti umani rispondo che in Occidente ci sono voluti diversi secoli di progressi, noi avanziamo passo dopo passo». E' membro del Congresso nazionale, e il giuramento di fedeltà mette il Partito al primo posto, anche davanti all' impresa privata.

La figlia Meng Wanzhou, 46 anni, a capo delle finanze globali e vicepresidente del consiglio d' amministrazione, ha raccontato che cominciò come assistente al ricevimento dei clienti e segretaria, nel 1993. Meng (ha scelto il cognome della madre divorziata) ha due lauree, Informatica e Management aziendale: è il volto del gruppo all' estero e si fa chiamare anche Sabrina Meng. Dalle sue mani passano ogni anno 20 miliardi per ricerca e sviluppo.

huaweiHUAWEI
La stampa di Hong Kong ora rivela frasi di un suo discorso interno ai manager, in ottobre, nel quale avrebbe detto: «Siamo sotto attacco Usa»; «In alcuni casi si può accettare il rischio di non osservare leggi che ci legano le mani». Si dice che possa essere lei a prendere la guida di Huawei quando Ren si ritirerà. Lui scherzando ha detto che dopo vorrebbe «aprire un caffé, o magari un ristorante e possedere una fattoria tutta mia». Ma sulla successione sostiene che in azienda non c' è mai stato e mai ci sarà nepotismo. Un capitalista vecchio stampo, con caratteristiche cinesi.


MENG, DA SEGRETARIA A STAR HI-TECH E ALL' ESTERO SI FA CHIAMARE SABRINA
Francesco Malfetano per “il Messaggero

Nel mondo occidentale la conoscono come Sabrina o Cathy, in Cina come la Principessa di Huawei. Meng Wanzhou, 46enne direttrice di finanziaria del colosso di Shenzen arrestata ieri dalle autorità statunitensi, è il nuovo volto della tech war in corso tra Stati Uniti e Cina. Sabrina, come pare preferisca essere chiamata, non è solo la responsabile delle finanze e la vice presidente di Huawei, soprattutto è la figlia del fondatore dell' azienda asiatica Ren Zhengfei, uno degli uomini più importanti della Cina nonché ex ingegnere dell' esercito di Liberazione Popolare di Pechino e membro eletto del 12 ° Congresso Nazionale del Partito Comunista.

Huawei Richard YuHUAWEI RICHARD YU
INFLUENZA
In altre parole Meng è una delle figure femminili di spicco all' interno della sempre più nutrita élite cinese, come riconosciuto anche da Forbes che, nel 2017, l' ha inserita all' ottava posizione tra le più influenti donne cinesi.

La 46enne, che porta il cognome della madre secondo la tradizione delle famiglie di alto rango del Paese, è anche da molti considerata la vera erede del settantaquattrenne Zhengfei, nonostante questo abbia spesso dichiarato che nessuno dei figli sapesse prendere il suo posto.
HENRY CAVILL PRESENTA IL P9 HUAWEI 3HENRY CAVILL PRESENTA IL P9 HUAWEI

Dopo un breve periodo in una banca di investimenti, è entrata in Huawei con il ruolo di segretaria nel 1993. Vale a dire a 6 anni dalla nascita del gruppo a Shenzhen, capitale del Guandong, sud-est del Paese, che poi diverrà simbolo del cambiamento voluto da Deng Xiaoping.

Un cambiamento che Huawei, anche grazie a Meng che intanto si era laureata all' Università di Huazhong di Scienze e Tecnologia, è riuscita a cavalcare prima nella modernizzazione delle infrastrutture di telecomunicazione poi approfittando della strategia di sostegno ai produttori nazionali che Pechino scelse di adottare dal 1996.
Da quel punto in poi è iniziata l' ascesa globale del colosso cinese che - nonostante le accuse di collaborazionismo con il Governo - è riuscito ad imporsi come secondo produttore mondiale di smartphone e una delle aziende più avvantaggiate nella corsa alla costruzione delle infrastrutture per il 5G.

Fonte: qui