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domenica 21 luglio 2019
IL NORD ITALIA E’ DIVENTATO LA CAPITALE FINANZIARIA DELLE MAFIA

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sabato 20 luglio 2019
I NIGERIANI SANNO MIMETIZZARSI SUI BARCONI E STRINGONO ALLEANZE CON LA MAFIA
IL CAPO DELLA SQUADRA MOBILE DI TORINO, MARTINO: “HANNO CODICI CRIMINALI TRAMANDATI DA CAPO A SOTTOPOSTO IN VIA PIRAMIDALE. GLI AFFILIATI RIESCONO A MIMETIZZARSI TRA LA POPOLAZIONE COMUNE, ALCUNI DI LORO HANNO ANCHE UN LAVORO STABILE E CONDUCONO UNA VITA NORMALE”
“LA FURIA DELLA MAFIA NIGERIANA E’ NELLA LORO ‘BIBBIA VERDE’”
L'INTERVISTA MARCO MARTINO «LA FURIA DEI CLAN NIGERIANI NELLA LORO BIBBIA»
Fabio Amendolara per “la Verità”
Quando l'uomo del clan ha dettato l'indirizzo, gli investigatori hanno capito subito che poteva trattarsi di roba seria. Hanno intercettato il pacco partito dalla Nigeria e hanno fatto quella che definiscono «una scoperta preziosissima per l' inchiesta».
Un libro. La Green Bible, la bibbia verde della mafia nigeriana, con i suoi comandamenti, le sue regole e la scala gerarchica. E, così, gli investigatori della Squadra mobile di Torino che l' altro giorno, insieme ai colleghi di Bologna, hanno smantellato un clan che si era ben radicato all' ombra della Mole, hanno scoperto che in molti casi i codici sono identici a quelli delle mafie tradizionali italiane.
«Hanno capi che chiamano don, proprio come da noi. E codici criminali che abbiamo trovato scritti in quel libro e tramandati da capo a sottoposto in via piramidale». Il primo dirigente della polizia di Stato Marco Martino guida la Squadra mobile di Torino, una delle prime città che ha fatto i conti con la mafia nigeriana. Quello di giovedì scorso, infatti, non è che l' ultimo blitz. Qui è da tempo che gli investigatori tengono d' occhio i nigeriani. Seguono le loro mosse. E hanno anche ottenuto la collaborazione di un pentito che, esattamente come in una inchiesta siciliana, li ha accompagnati nel mondo oscuro del clan dei Maphite, che a Torino era anche spaccato in due: da un lato c' era la Famiglia latina e dall' altro la Famiglia vaticana.
Dottor Martino, che livello di infiltrazione avete riscontrato nel tessuto sociale?
«A volte gli affiliati riescono a mimetizzarsi tra la popolazione comune, alcuni di loro hanno anche un lavoro stabile e conducono una vita assolutamente normale».
Ciò non toglie che siano molto pericolosi e, come sottolineato negli atti dell'inchiesta, sono anche aumentati numericamente dopo gli sbarchi a Lampedusa.
«Sono pericolosi e molto violenti. Già nei riti di affiliazione si denota una crudeltà fuori dal comune, con prove durissime da superare prima di riuscire a ottenere la fiducia del gruppo e dei capi. Noi siamo intervenuti in un momento di crisi, proprio mentre i rapporti all' esterno del gruppo si stavano surriscaldando e la situazione poteva diventare esplosiva».
C'erano problemi con qualche mafioso locale?
«No, anzi, con uomini della criminalità organizzata italiana abbiamo riscontrato qualche contatto che stiamo approfondendo e buone relazioni collaborative».
Allora cominciavano a dar fastidio ad altri nigeriani?
«Uno dei gruppi non riconosceva all' altro la possibilità di affiliare nuovi uomini e non accettava la presenza di un altro capo sul territorio».
Litigavano, insomma.
«Non esattamente. In realtà le questioni si consumavano nel gruppo di appartenenza, ma gli animi cominciavano a surriscaldarsi. E mentre li ascoltavamo con i più potenti mezzi che la normativa antimafia ci mette a disposizione abbiamo scoperto fitti collegamenti con cellule estere»
Erano eterodiretti?
«Più che altro erano controllati, ma questo è un po' ciò che accade anche con altre cellule sparse sul territorio italiano».
E magari finivano proprio all'estero i flussi finanziari.
«Esatto. E senza lasciare traccia. Niente conti corrente, niente carte di credito. E neanche money transfer. Usavano il classico metodo degli spalloni con la 24 ore. Abbiamo monitorato una partenza in aereo prenotata solo poche ore prima, proprio perché rendendola improvvisa diventava meno verificabile».
Era l'incasso della droga?
«È una delle attività prevalenti, insieme allo sfruttamento della prostituzione. C'erano aree della città completamente nelle loro mani. Tanto che, in un caso, cominciavano a innervosirsi gruppi di cittadini pachistani che in un quartiere gestiscono dei negozi. Ma i nigeriani sono violenti anche al loro interno. Abbiamo scoperto una notevole capacità d' intimidazione e ai capi veniva riconosciuta molta autorevolezza».
Torniamo ai codici.
«Per indicare la città di Torino, ad esempio, veniva usato un codice numerico. E per rendersi riconoscibili ai loro connazionali, gli affiliati Maphite indossavano baschi o abiti di colore verde. Una forma di comunicazione non verbale, diretta ad altri rappresentanti della comunità nigeriana che, riconoscendo quei simboli sapeva esattamente con chi aveva a che fare. È stato possibile capirci qualcosa proprio grazie alla bibbia verde che abbiamo intercettato. Ogni gesto è ben catalogato nel libro ed è riconosciuto da tutta la comunità».
E poi c'è un collaboratore di giustizia.
«Che ha dato un altro importante contributo non senza correre dei rischi. Nel gruppo, infatti, cominciavano a sospettare qualcosa ed erano diventati diffidenti».
Avete trovato armi?
«I nigeriani, è risaputo, prediligono le armi bianche, coltelli, machete, roncole. A Bologna, durante, le perquisizioni è saltato fuori qualcosa. Ma questo non vuol dire che sia una mafia meno pericolosa. Per fortuna è ancora molto rozza e, pur presentando tutte le caratteristiche dei clan, è ancora a livello embrionale, ossia il momento giusto per intervenire e provare a debellarla».
SANNO MIMETIZZARSI SUI BARCONI E STRINGONO ALLEANZE CON LA MAFIA
F. Ame. per “la Verità”
La mafia nigeriana è oggi diffusa in tutta Italia. Dal mercato palermitano di Ballarò, ormai controllato dai nigeriani con il placet di Cosa nostra, alla Mole torinese, dove non manca la 'ndrangheta, che a volte lavora con gli africani. E per la prima volta il fenomeno trova consacrazione in un capitolo a sé della relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia.
I nigeriani, al di là delle pratiche primitive e tribali, come i riti voodoo, «declinano in maniera sorprendente grandi capacità nell' impiego di tecnologie avanzate e nella realizzazione di sistemi finanziari paralleli, grazie ai quali fanno affluire, verso la terra di origine, ingenti somme di denaro acquisite con le attività illegali».
È una delle valutazioni della Dia. Fa affari con la droga e la tratta di persone ridotte in schiavitù e «non di rado», si legge nella relazione, «mimetizzate fra i flussi di immigrati clandestini». La Dia ricorda che anche in Nigeria, dove Boko Haram continua a diffondersi, esistono posizioni estremiste filo islamiche e invita per questo motivo a riservare la massima attenzione verso i nostri istituti di pena «per evitare che si alimentino percorsi di radicalizzazione».
Con la magistratura nigeriana c' è da tempo un costante scambio di dati e informazioni», sottolinea la Dia, «nell' auspicio che tutto ciò porti a investigazioni più mirate e maggiormente efficaci». La cooperazione giudiziaria, però, che deve cominciare anzitutto dall' Unione europea. E quando le sinergie funzionano il contrasto riesce al meglio.
D' altra parte, quello dell' infiltrazione della mala africana non è un fenomeno isolato.
«Si è inserita perfettamente nel territorio italiano, avviando importanti sinergie criminali con le organizzazioni mafiose del Paese, diventando anch' essa un' associazione di stampo mafioso e, a volte, impressionando persino la criminalità locale», scrivono gli analisti dell' antimafia. Come a Castel Volturno (Caserta), «luogo legato a membri dell' organizzazione Eiye per dimora, transito, legami familiari, episodi delittuosi e altro».
L' area, fortemente inquinata dalla presenza del clan dei Casalesi, «può essere sicuramente considerata, da almeno tre decenni», valuta la Dia, proprio l' espressione della coesistenza tra gruppi camorristici e criminalità nigeriana. Quest' ultima è riuscita a imprimere a quel territorio l' immagine, anche a livello mediatico, di una sorta di free zone, punto nevralgico dei traffici internazionali di droga e della massiva gestione della prostituzione su strada, favorita anche dalla disponibilità alloggiativa, talvolta abusiva, da parte di proprietari del posto senza scrupoli».
La coesistenza tra la mafia locale e quella africana non è mai stata indolore.
Già nel 1990 le conflittualità culminarono nella cosiddetta strage di Pescopagano, frazione di Castel Volturno, quando, sotto i colpi della camorra, rimasero uccise cinque persone, un italiano e quattro stranieri, nel corso di un assalto armato eseguito all' interno di un bar. «L' obiettivo della camorra casertana era eliminare la presenza di extracomunitari dediti allo spaccio sul litorale domitio», ricorda la Dia. Ma alla fine non c' è riuscita. I nigeriani sono ancora lì, più forti di prima.
La Corte di Cassazione ne aveva già sottolineato i tratti tipici della mafiosità, rappresentati dal vincolo associativo, dalla forza di intimidazione, dal controllo di parti del territorio e dalla realizzazione di profitti illeciti. Il tutto, sommato a una componente mistico religiosa, a codici di comportamento ancestrali. Che restano sempre collegati alla madre patria. Fonte: qui
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venerdì 18 gennaio 2019
LA MAFIA NIGERIANA GESTISCE (IN ITALIA) IL TRAFFICO DEGLI ORGANI
TUTTI I SEGRETI DEL NUOVO ORRENDO BUSINESS SU CUI STA INDAGANDO PURE L'FBI
IL CENTRO È A CASTEL VOLTURNO. PARLA UNA TESTIMONE: “LÌ FANNO GLI ESPIANTI...”
NEL MIRINO UN TIZIO CHE SI FA CHIAMARE "PAPA GIOVANNI" CHE GESTISCE UN PUNTO DI SELEZIONE DI "VITTIME POTENZIALI"..
Fabio Amendolara per “la Verità”
Le prime riunioni si sono svolte la scorsa estate a Roma, all' ambasciata Usa, luogo in cui un magistrato di collegamento per le questioni internazionali e un funzionario dell' Fbi hanno incontrato un sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia e il pool napoletano che indaga sulla criminalità organizzata nigeriana. In quelle occasioni è avvenuto un primo scambio di notizie riservate, senza però scoprire troppo le carte.
Gli statunitensi hanno chiesto informazioni sugli affari della mala nera nel litorale Domizio, terra di camorra e di mafia nigeriana, e gli investigatori napoletani hanno appreso che un flusso di denaro, proveniente con molta probabilità da un traffico internazionale di droga, faceva andata e ritorno con i money transfer e con i più occulti sistemi finanziari del deep web tra Castel Volturno e Gaeta e le metropoli Usa di Atlanta, New York City e Chicago. Con qualche passaggio, tutto ancora da approfondire, il denaro transitava anche in Canada. Un bel po' di bigliettoni verdi che passavano fra le mani dei boss dei gruppi più noti della mafia nigeriana: quelli dei Vicking, degli Eiyes e dei Black axe, tutti attivi anche in Italia, soprattutto in quell' area della Campania.
Di incontri successivi ce ne sono stati diversi. A luglio anche a Napoli, in Procura, nell' ufficio del capo, Giovanni Melillo. È il procuratore in persona a coordinare l' indagine, in attesa che dal Csm arrivi la nomina di un nuovo aggiunto, il terzo che nella Direzione distrettuale antimafia andrà ad affiancare Filippo Beatrice e Giuseppe Borrelli, magistrati di lungo corso nel contrasto alla criminalità organizzata.
UN'IPOTESI SPAVENTOSA
Qui, in via Grimaldi, a un passo da Poggioreale, chiusi negli uffici dei pm, ci sono, sotto chiave, i documenti dell' inchiesta giudiziaria sulla nuova mala nigeriana che tiene in scacco Castel Volturno e il litorale Domizio. E tra verbali e informative del Servizio centrale operativo della polizia di Stato e delle squadre mobili che ricostruiscono gli affari tradizionali, traffici di droga e di esseri umani e sfruttamento della prostituzione, è spuntato un racconto che ha tracciato una nuova pista: una nigeriana ha parlato di vendita di organi. Di mattatoi veri e propri: a Gazzanise, Villa Literno e Sant' Antimo.
Una zona descritta dallo scrittore Sergio Nazzaro come «il più grande esperimento sociale libero da ogni regola». Un' area geografica multiculturale e multirazziale senza Stato e nella quale camorra e mala nigeriana hanno assunto il pieno controllo. Il posto migliore per nascondere una delle «cliniche degli orrori», come le ha definite la donna nigeriana parlando con Mary Liguori, cronista del Mattino da sempre in trincea contro la camorra che per prima ha raccontato dell' esistenza dell' indagine.
La nigeriana è ben inserita a Castel Volturno, paese del litorale in cui, stando alle stime ufficiali, vivono 1.236 nigeriani, ai quali bisogna aggiungere i clandestini, e aveva un marito criminale che la sfruttava. Poco più di un anno fa ha avuto il coraggio di denunciarlo e l' ha fatto arrestare. È stata lei a svelare di quei ragazzi, almeno tre, alcuni dei quali suoi conoscenti, che per 5.000 euro hanno venduto un rene. E ha indicato una delle improvvisate cliniche, in viale Fiume Oglio a Castel Volturno, nella quale ora non c' è più nulla ma che, a dire della testimone, fino a qualche tempo fa ospitava un medico esperto in trapianti.
In giro ormai su questa storia c' è molto chiacchiericcio. Anche tra le forze dell' ordine (dove c' è pure chi sostiene che la donna, alla quale pare piacciano le telecamere, sia in cerca di visibilità). Ma è una coincidenza inquietante che qualcuno, confermando quella ipotesi, dica che lì prima ci abitava un egiziano. E si sa che gli espiantatori professionisti di organi siano proprio al Cairo. In Egitto, dove il commercio di organi è proibito, la situazione è ben nota anche alle autorità.
In un articolo del luglio 2018 la Reuters riportava questa notizia: il Tribunale criminale del Cairo ha condannato 37 persone per traffico d' organi. Era una banda di medici, infermieri e procacciatori di vittime e clienti, molti dei quali con regolare licenza, sgominata nel 2016 grazie a un' inchiesta su cliniche e ospedali privati. Nell' operazione erano stati sequestrati anche milioni di dollari. Ma quella dell' egiziano al civico 7 di via Fiume Oglio a Castel Volturno potrebbe essere anche solo una mera coincidenza.
Il racconto dell' orrore che parte dal litorale si arricchisce ogni giorno di nuovi particolari. Giampiero Casoni, cronista giudiziario esperto dei meccanismi mafiosi dell' area aversana per averli raccontati per anni sulle agenzie di stampa dell' Alto Casertano, scrive addirittura di un «centro di cernita» per gli sventurati candidati all' espianto. E lo localizza a Lago Patria, dove, al centro delle attenzioni degli inquirenti, secondo fonti interne a chi sta indagando, ci sarebbe la figura di un certo Abu, che in Italia avrebbe anche adottato un curioso nom de guerre a metà fra lo ieratico e il paradossale: «papa Giovanni».
Inutile cercare conferme in questure o tra i magistrati.
L' indagine sul traffico di organi è top secret. Il capo della Direzione nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, al momento non si sbottona, ma ammette: «Sebbene non ci siano ancora riscontri completi in serie giudiziaria, terremo alta la guardia anche su questo inquietantissimo sospetto, da non sottovalutare».
Parole sibilline per dire che il racconto è credibile, ma che la magistratura ci sta ancora lavorando.
SALTO DI QUALITÀ
Fatto sta che questa storia ha messo in luce una nuova inquietante realtà: la mafia nigeriana ha fatto un salto di qualità. Gli espianti sono sempre esistiti nel loro ambiente. È un fenomeno diffuso, legato a pratiche religiose e magiche che in Nigeria stanno provando a contrastare anche con la legislazione.
Ora, però, i boss africani sembrano aver capito che c' è un business e che si può lucrare anche sugli organi. E così, oltre alla prostituzione e al traffico di droga, la mafia nigeriana, che stando alle stime della Procura antimafia, dopo Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra e Sacra corona unita (ossia le mafie tradizionali), si è attestata come quinta mafia, pare sia entrata a gamba tesa anche nel mercato degli espianti.
È dal 2016 che l'Fbi sta lavorando su una segnalazione: un sospetto impiego di organi di dubbia provenienza in ospedali americani. I federali sono partiti dai rapimenti di ragazzini tra i 14 e i 17 anni, spesso orfani, da avviare alla prostituzione. Epicentri le periferie di Lagos e Benin City. D'altra parte, a Lagos, la più popolosa città della Nigeria, la polizia nigeriana ha trovato più volte donne segregate e costrette a mettere al mondo figli poi destinati al traffico di bambini, al mercato del sesso o alla compravendita di organi. Individuati i protagonisti del traffico e seguendo i flussi economici, i federali si sono imbattuti in un gruppo di nigeriani che ha scelto come domicilio Castel Volturno e che, paradosso, si trova in Italia con i documenti in regola.
«Gente arrivata dalla Nigeria molti anni fa e che sarebbe in contatto con i boss neri delle città statunitensi», ricostruisce la giornalista del Mattino. È in questo punto che si annodano l' indagine americana e quella dell' antimafia napoletana. «È vero», sottolinea il procuratore Cafiero de Raho, «a Castel Volturno la mafia nigeriana fa affari sporchi, soprattutto con lo sfruttamento della prostituzione, del lavoro nero e con lo spaccio di droga». Il traffico di organi lo tiene fuori. Per ora.
Fonte: qui
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domenica 1 luglio 2018
LA DIA A CASA DELL’EX NUMERO DUE DEL SISDE, BRUNO CONTRADA: CERCAVA DOCUMENTI UTILI ALL'INCHIESTA SULL'OMICIDIO DI NINO AGOSTINO, POLIZIOTTO CON LEGAMI CON GLI 007, TRUCIDATO NEL 1989 INSIEME ALLA MOGLIE IDA, INCINTA DI 5 MESI
A MANDARE GLI AGENTI DA CONTRADA È STATA LA PROCURA GENERALE DI PALERMO CHE IPOTIZZA…
Lara Sirignano per “il Messaggero”
Dei quattro l' unico vivo è lui: Bruno Contrada, ex numero due del Sisde marchiato da una condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, revocata un anno fa dalla Cassazione. Gli altri tre, Emanuele Piazza, Nino Agostino e Giovanni Aiello, tutti a libro paga dei Servizi, sono morti. Due ammazzati, uno d' infarto.
Destini legati, protagonisti di gialli irrisolti scritti in un'epoca in cui la linea di demarcazione tra buoni e cattivi, a Palermo, poteva essere assai sottile. Storie che oggi tornano a incontrarsi. La Dia ha bussato ieri a casa Contrada: cercava documenti utili all' inchiesta sull' omicidio di Agostino, poliziotto con legami con gli 007 trucidato nel 1989 insieme alla moglie Ida, incinta di 5 mesi, a Villagrazia di Carini, nel palermitano.
FACCIA DA MOSTRO
A mandare gli agenti dall' ex funzionario del Sisde è stata la Procura generale di Palermo che un anno fa ha avocato l' inchiesta sul delitto, dopo la richiesta di archiviazione presentata dalla Procura del capoluogo. Sospettati della morte di Agostino sono i boss Nino Madonia e Gaetano Scotto. Un terzo indagato, Giovanni Aiello, ex agente di polizia passato ai Servizi, detto faccia da mostro per una profonda ferita al volto, è morto un anno fa in Calabria. Un passato di addestramento militare in una base top secret in Sardegna, è stato descritto come una sorte di killer di Stato, uno che veniva usato dall'intelligence per le operazioni sporche.
Contrada e Aiello si conoscevano bene. Erano colleghi. Agostino avrebbe collaborato con loro nella caccia ai latitanti mafiosi. Come Emanuele Piazza, ucciso nel 1990 col metodo della lupara bianca in circostanze ancora oscure e mai più ritrovato. Solo che, secondo la ricostruzione della procura generale, a un certo punto Agostino avrebbe tentato di tirarsi indietro.
Era preoccupato, voleva cambiare ufficio «per non finire nel calderone», hanno raccontato i familiari che da anni chiedono la verità sull' omicidio. «Voleva andare via per timore di essere coinvolto in situazioni compromettenti scaturite da rapporti torbidi tra appartenenti alle forze dell' ordine e realtà criminali», scrivono i magistrati nel decreto di perquisizione. E qualcuno glielo avrebbe impedito uccidendolo.
I DUBBI DI NINO
Secondo gli inquirenti, dunque, dopo una prima collaborazione investigativa con Contrada e Aiello, Agostino avrebbe cominciato ad avere dubbi sulla natura delle relazioni tra i colleghi e boss di peso come i Galatolo e i Madonia - i pentiti raccontano di frequenti visite dei due poliziotti a casa del boss Vincenzo Galatolo - e avrebbe cambiato atteggiamento. Tanto che, raccontano sempre i collaboratori di giustizia, in Cosa nostra avevano preso a chiamarlo «cornutone».
La mafia temeva che Agostino parlasse? Questa pare l'ipotesi dei magistrati. Di certo l' agente è stato assassinato. E dopo qualche mese è sparito nel nulla Emanuele Piazza, amico della vittima che aveva cominciato a indagare sulla sua morte. I nomi di Piazza e Agostino sono stati tirati in ballo anche nel giallo del fallito attentato all' Addaura a Giovanni Falcone, del 21 giugno del 1989. I due agenti potrebbero aver visto uno dei Galatolo mettere sugli scogli l' esplosivo che avrebbe dovuto eliminare il magistrato. Il mafioso, vendendoli, si sarebbe buttato in acqua. Ma sulla scena dell' agguato sarebbero stati presenti anche altri 007. Il timore degli uomini dei Servizi e di Galatolo di essere stati riconosciuti da Piazza e Agostino sarebbe stato il movente dei due delitti.
A distanza di anni gli interrogativi restano aperti. Per la procura gli elementi raccolti non sarebbero stati tali da sostenere l' accusa in un processo. I colleghi della Procura generale, invece, hanno deciso di continuare a cercare, anche insospettiti da alcune frasi intercettate, dette da Contrada al figlio. «Non mettere in disordine. I fascicoli, le carte e i libri me li sistemo io poco alla volta», diceva a marzo l' ex poliziotto. Parole che hanno fatto pensare a documenti nascosti.
I DOCUMENTI
Ma dalla perquisizione i magistrati non avranno grande aiuto.
La Dia se ne è andata con un album di vecchie foto che ritraggono Contrada con l' ex capo della Mobile di Palermo Boris Giuliano e l' inizio di una lettera, mai spedita, indirizzata al pm Nino Di Matteo in cui l' ex 007 tentava di chiarire alcuni aspetti della sua deposizione sul delitto Agostino. «È una persecuzione giudiziaria», commenta il legale dell' ex funzionario di polizia, l' avvocato Stefano Giordano.
Fonte: qui
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