9 dicembre forconi: Cosa nostra
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domenica 21 luglio 2019

IL NORD ITALIA E’ DIVENTATO LA CAPITALE FINANZIARIA DELLE MAFIA

LE ORGANIZZAZIONI CRIMINALI HANNO CAMBIATO PELLE: NON CERCANO PIU’ TAGLIAGOLE E MAZZIERI MA “FACILITATORI” E ARTISTI DEL RICICLAGGIO NEL MONDO DELLA FINANZA 
ECCO PERCHE’ I CLAN SI SONO STABILITI DOVE CI SONO I DENARI, TRA TORINO, MILANO E IL VENETO 
IL RUOLO DELLA MAFIA CINESE E DI QUELLA ALBANESE…
Giuseppe Scarpa per “il Messaggero”

cafiero de raho foto di baccoCAFIERO DE RAHO FOTO DI BACCO
Le mafie sono sempre più a caccia di soggetti che sappiano usare l'indice non per sparare ma per fare click su un mouse e spostare ingenti quantità di denaro da un paradiso off shore all'altro. Le organizzazioni criminali «cambiano pelle» e, grazie a «facilitatori» e «artisti del riciclaggio» si insinuano sempre più nel mondo della finanza, eleggendo il nord Italia come loro capitale finanziaria. L'allarme contenuto nella relazione sul secondo semestre del 2018 che la Direzione investigativa antimafia ha consegnato al Parlamento conferma quello che il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo Federico Cafiero de Raho ripete diverso tempo.

mafia arresti inzerilloMAFIA ARRESTI INZERILLO
Un modus operandi che funziona in Italia e all'estero, dove ormai le cosche - la ndrangheta soprattutto ma anche Cosa nostra - hanno impiantato strutture permanenti. Come veri e propri broker finanziari dunque, i mafiosi del 2019 variano il paniere dei propri investimenti. Ma per fare questo le cosche hanno bisogno di professionisti più che di picciotti. Ci sono decine di colletti bianchi, scrivono gli investigatori, «che prestano la loro opera proprio per schermare e moltiplicare gli interessi economico-finanziari»: personaggi capaci di gestire transazioni internazionali da località off shore. Mafia, Ndrangheta e camorra, dice la Dia, operano sempre più «secondo modelli imprenditoriali variabili», si legge nella relazione.
colpo ndranghetaCOLPO 'NDRANGHETA

I DATI
La conferma di questa mutazione è nei dati: il maggior numero di operazioni sospette si registra al nord Italia, nella parte più produttiva del Paese. Sono quasi la metà di quelle analizzate: il 46,3% contro il 33,8% del sud e il 18,7% del centro Italia. Uno scenario che sta mettendo in difficoltà la stessa legislazione antimafia. In sostanza, spiega la Dia, i fascicoli tendono a finire sempre nei distretti giudiziari in cui le mafie si sono storicamente sviluppate ma così facendo si ha una «limitata possibilità di perseguire l'azione illecita da parte dei distretti del centronord».

GRUPPI STRANIERI
La relazione indica poi un altro aspetto, le mafie straniere. Tra le organizzazioni criminali di matrice straniera presenti in Italia, quella albanese «continua ad apparire tra le più pericolose». La criminalità cinese, invece, è riuscita, nel tempo, a mantenere una fitta rete di rapporti ramificati su buona parte del territorio nazionale: la Toscana, innanzitutto con Prato e Firenze, la Lombardia, ma anche il Veneto, l'Emilia Romagna ed il Piemonte sono le regioni che annoverano le comunità cinesi più numerose.
ARRESTI MILANO NDRANGHETAARRESTI MILANO 'NDRANGHETA

Per la criminalità romena il traffico di stupefacenti, anche in concorso con soggetti criminali italiani, lo sfruttamento della prostituzione, la tratta di persone, l'intermediazione illecita dello sfruttamento della manodopera rimangono i reati di maggior interesse. Per quanto riguarda la criminalità sudamericana (boliviana, colombiana, venezuelana, dominicana, peruviana ed ecuadoriana) si confermano gli interessi nei traffici internazionali di droga, nello sfruttamento della prostituzione e nei reati contro il patrimonio e la persona.

ARRESTI MILANO NDRANGHETAARRESTI MILANO 'NDRANGHETA
Questi gruppi, evidenzia la Dia, «rappresentano un costante punto di riferimento, anche per la mafia autoctona». Tra i vari gruppi, resta alta la pericolosità delle «gang» dei latinos, le cosiddette pandillas, diffuse nelle aree metropolitane di Genova e Milano. Anche i gruppi criminali del centro- nord Africa stanziati nel nostro Paese interagiscono, spesso, con cittadini italiani o di altre nazionalità, in particolare per il traffico e lo spaccio.

SEQUESTRI
MAFIA CINESEMAFIA CINESE
Inoltre dalla relazione emerge come i sequestri e le confische eseguiti dalla Dia sono aumentati nel 2018, rispetto al 2017, rispettivamente di oltre il 400% e di oltre il 1000%. Si tratta di «risultati importanti che, sommati a quelli conseguiti dal 1992, hanno permesso alla Dia di sequestrare patrimoni per oltre 24 miliardi di euro e di confiscarne per oltre 11 miliardi di euro, con più di 10.500 persone arrestate». «L'aggressione ai patrimoni, sia che maturi in ambito penale o della prevenzione, rappresenta il vero punto di forza per contrastare le mafie nel mondo».

Fonte: qui

giovedì 6 dicembre 2018

ARRESTATO SETTIMO MINEO, L' EREDE DI RIINA CHE AVEVA RICOSTRUITO LA CUPOLA



CON LUI, PRESO INSIEME A 46 MAFIOSI, ERANO TORNATE LE VECCHIE REGOLE: "SI È FATTA UNA COSA MOLTO SERIA CON BELLA GENTE” 

IL NUOVO CAPO DEI CAPI NON USAVA CELLULARI, INCONTRAVA PER STRADA LE PERSONE A CUI DOVEVA PARLARE. DI LUI DICONO: "LO ZIO SETTIMO È DEVOTO"

Valentina Raffa per il Giornale
settimo mineoSETTIMO MINEO

Ottant' anni ben portati, gioielliere, Settimo Mineo, capo mandamento di Pagliarelli, è l' erede di Totò Riina, il capo dei capi. Cosa nostra si era riorganizzata, designando il suo vertice. E lo Stato, attraverso i carabinieri del Comando provinciale di Palermo, coordinati dalla Dda di Palermo, ha mandato tutto per aria, sgominando la neo costituita Commissione provinciale di Cosa nostra palermitana.

Le manette sono scattate per 46 fra boss e gregari ritenuti a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni consumate e tentate, con l' aggravante di avere favorito Cosa nostra, e altri reati risultato di quattro distinti procedimenti penali. Sono usciti uno a uno dalla caserma mandando baci e strizzatine d' occhio ai familiari che in lacrime attendevano il passaggio. Oltre a Mineo, tra gli arrestati figurano tre componenti della Cupola: il rappresentante del mandamento di Porta Nuova, Gregorio Di Giovanni, del mandamento di Misilmeri-Belmonte, Filippo Salvatore Bisconti, e di Villabate, Francesco Colletti, tutti scarcerati di recente, dopo avere scontato condanne per mafia.

settimo mineoSETTIMO MINEO
Il colpo inferto è pesantissimo.
Basti pensare che Cosa nostra non aveva più riunito la Commissione dall' arresto nel 93 di Riina, unico in potere di farlo. Un primo tentativo di riorganizzare il massimo organismo mafioso fondato negli anni '50 e deputato ad assumere le decisioni importanti, era già stato stroncato dai carabinieri, ma la mafia si era rialzata e la Cupola si è riunita lo scorso 29 maggio in un luogo rimasto segreto. «Si è fatta una bella cosa molto seria con bella gente Grande. Gente di paese, gente vecchia, gente di ovunque». Colletti parla al suo autista Filippo Cusimano, uomo d' onore, senza sapere di essere intercettato.

La nuova Cupola aveva ristabilito le vecchie regole di mafia, riportandole in una «cosa scritta» in cui viene sottolineato come i contatti fra i mandamenti debbano essere tenuti solo dai reggenti. «Nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri - dice Colletti - Perché là dentro, quando si decide una cosa, io non posso dire di no Siamo tutte persone perbene, tutti saggi, non ce ne deve essere timore quando si deve fare qualcosa cosa». Parole che fanno comprendere come la riunione abbia rappresentato lo spartiacque rispetto a Riina, che aveva bandito la «democrazia» assumendo potere decisionale.
blitz contro nuova cupola - arresto settimo mineo 7BLITZ CONTRO NUOVA CUPOLA - ARRESTO SETTIMO MINEO 7

Altra regola a cui tiene Mineo è che ogni capo mandamento risponde dei suoi uomini. Lui è guardingo, non usa cellulari, incontra per strada le persone a cui deve parlare. «Lo zio Settimo è devoto» dicono di lui. E la sua è stata una vita dedicata a Cosa nostra, guadagnandosi pure la stima di Riina. Nel 1982 subì un agguato, in cui morì il fratello Giuseppe, e sei mesi prima era stato ucciso il fratello Antonino. Fu arrestato grazie alle dichiarazioni di alcuni pentiti e fu condannato a 7 anni nel primo maxi processo, ridotti in appello a 5 anni e 4 mesi. «Cado dalle nuvole» aveva risposto al giudice Giovanni Falcone che lo aveva fatto arrestare nel 1984. Mineo era tornato in cella nel 2006 e aveva scontato una condanna a 11 anni. «Con l' operazione odierna è stata disarticolata la nuova Cupola.

settimo mineoSETTIMO MINEO
Emerge dalle indagini dice il colonnello Di Stasio, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo - come Cosa nostra sia ancora viva, arrivando a ricostituire l' organo collegiale Provinciale e continuando a controllare il territorio e gestire gli innumerevoli business».

Fonte: qui

venerdì 17 novembre 2017

TOTÒ RIINA È MORTO: 24 ANNI AL 41BIS SENZA MAI RIVELARE I SUOI SEGRETI.

I SUOI FAMILIARI HANNO POTUTO INCONTRARLO CON UN PERMESSO SPECIALE NELLE ULTIME ORE DI VITA 

‘U CURTU’ ERA UN PICCOLO PADRINO CHE DICHIARÒ GUERRA ALLE GERARCHIE MAFIOSE IMPONENDOSI A COLPI DI MITRAGLIETTE, TRITOLO E ‘TRAGEDIE’, PER POI FARE LO STESSO CON LO STATO E LE SUE ISTITUZIONI. SECONDO LA DIA ERA ANCORA IL BOSS DI COSA NOSTRA

1. MAFIA: È MORTO TOTÒ RIINA

Toto Riina e Ninetta BagarellaTOTO RIINA E NINETTA BAGARELLA
(ANSA) - E' morto alle 3.37 nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma il boss Totò Riina. Ieri aveva compiuto 87 anni. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l'ultimo intervento era entrato in coma. Riina, per gli inquirenti, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, era ancora il capo di Cosa nostra.

Riina era malato da anni, ma negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate tanto da indurre i legali a chiedere un differimento di pena per motivi di salute. Istanza che il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto a luglio. Ieri, quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss. Riina stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93, nel Continente.
riina1RIINA1

Sua la scelta di lanciare un'offensiva armata contro lo Stato nei primi anni '90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell'omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. A febbraio scorso, parlando con la moglie in carcere diceva: "sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere".

L'ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui è imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Ieri, nel giorno del suo 87esimo compleanno, il figlio Giuseppe Salvatore, che ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ha pubblicato un post di auguri su FB per il padre.
TOTO RIINATOTO RIINA


2. «'U CURTU», IL BOSS DELLE STRAGI DA CORLEONE HA SFIDATO LO STATO SENZA MAI SVELARE I SUOI SEGRETI - L' ASCESA CRIMINALE IMPOSTA COL SANGUE, FINO AI MORTI DEL 1992

Giovanni Bianconi per il ‘Corriere della Sera

E così la parabola terrena e mafiosa di Totò Riina sembra davvero finita. Di sicuro quella di capomafia, come in qualche modo certifica la decisione del ministro della Giustizia Orlando di derogare alle regole ferree del «41 bis» consentendo a moglie e figli di stargli vicino (compreso Salvo, «libero vigilato»). Ma è una fine raggiunta da «guida di Cosa nostra» tuttora riconosciuta dagli altri uomini d' onore, come hanno scritto gli analisti della Dia nella loro ultima relazione.

ARRESTO DI TOTO RIINAARRESTO DI TOTO RIINA
È stato il boss che ha imposto la sua dittatura dentro Cosa nostra, il piccolo padrino che ha scalato le gerarchie imponendosi a colpi di mitragliette, tritolo e «tragedie», e dichiarò guerra allo Stato. Per obbligarlo a una nuova convivenza, dopo quella con la vecchia mafia che lui aveva piegato ai suoi voleri.

Con gli omicidi e le stragi del 1992 sferrò l' attacco più violento, uccidendo gli ex amici come Salvo Lima e Ignazio Salvo, e i nemici storici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tra i pochi a capire da prima la pericolosità della sua strategia. Per Riina si rivelò un errore fatale: lo Stato, quel che ne restava dopo Capaci e via D' Amelio, fu costretto a reagire come mai aveva fatto prima, e le cosche dovettero subire una controffensiva mai vista. Trattativa o non trattativa, l' ala terroristica e corleonese fu travolta e sgominata. A cominciare proprio dalla caduta del «capo dei capi», primo arrestato eccellente di una stagione cominciata nel gennaio 1993.
ARRESTO DI TOTO RIINAARRESTO DI TOTO RIINA

Su quell' arresto, nonostante i processi conclusi con le assoluzioni, le zone d' ombra non si sono mai dissipate del tutto.
Ma anche le ipotesi e le illazioni più «dietrologiche» sulla fine di quella venticinquennale latitanza fanno comunque parte di una sconfitta. Magari a vantaggio di una mafia diversa, meno violenta e forse più insidiosa, ma comunque sconfitta. Arrivata però dopo una stagione di sangue e di trame che ha provocato montagne di cadaveri, ricatti e svolte drammatiche nella storia repubblicana.

toto riinaTOTO RIINA
Anche in quel drammatico 1992: le morti di Falcone e Borsellino, insieme alle inchieste su Tangentopoli, hanno deviato in maniera irreversibile il corso della politica italiana.
E lui, 'u curtu che si credeva grande, ha continuato a considerarsi un vincitore fino alla fine.

Negli ultimi venticinque anni di galera e di processi ha lasciato parole e immagini in cui s' è solo incensato. Dalle prime apparizioni nelle aule giudiziarie, quando sfidava i pentiti nei confronti (sebbene ne uscisse regolarmente battuto), alle dichiarazioni contro i giudici e i «comunisti» che lo volevano incastrare a ogni costo, fino all' autonarrazione affidata alle microspie che registravano i suoi colloqui con il figlio maggiore Giovanni, mafioso ergastolano pure lui.
salvo riinaSALVO RIINA

«Tu sai che papà se la cava, tu pensa sempre che papà è fenomenale - gli disse in un incontro del 2010 -. Sono un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, sono estero... Nella storia, quando poi non ci sono più, voialtri dovete dire e dovete sapere che avete un padre che non ce n' è sulla terra, non credete che ne trovate, un altro non ce n' è perché io sono di un' onestà e di una correttezza non comune».

salvo riina a porta a porta da bruno vespa 8SALVO RIINA A PORTA A PORTA DA BRUNO VESPA 
I figli diranno ciò che vorranno, ma la storia della mafia guidata da Totò Riina è quella di un' organizzazione criminale aggredita al suo interno dal boss corleonese cresciuto a suon di bombe (vide scoppiare la prima quando suo padre saltò in aria nel 1943 mentre cercava di estrarre la polvere da un ordigno inesploso lasciato dagli americani, uccidendo se stesso e il figlio più piccolo), che dopo aver fatto fuori i mafiosi di «tradizione palermitana» decise di decapitare i vertici istituzionali della Sicilia.

RIINA BAGARELLA COI FIGLI AL MARERIINA BAGARELLA COI FIGLI AL MARE
La «mattanza» che tra il 1979 e il 1983 ha tolto di mezzo i responsabili della politica, della magistratura e delle forze dell' ordine sull' isola non ha precedenti in nessun Paese occidentale. Provocando dubbi negli altri mafiosi, che per esempio hanno continuato a interrogarsi sui reali motivi che portarono all' uccisione del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato prima ancora che potesse fare qualcosa di concreto, mentre trovava i principali ostacoli all' interno dello Stato, più che nelle cosche.
toto riinaTOTO RIINA

Ma in quella specie di autobiografia consegnata nel 2013 al suo compagno di passeggio in carcere, nonché alle «cimici» nascoste in cortile, non ci sono spiegazioni ai suoi comportamenti. Solo autoesaltazione, nuovi progetti di morte contro i «magistrati persecutori» e recriminazioni contro capimafia meno «onesti» e intelligenti di lui; per esempio il latitante Matteo Messina Denaro, accusato di pensare solo a se stesso abbandonando i detenuti.

TOTO RIINA IN CARCERETOTO RIINA IN CARCERE
Ma fino alla fine ha voluto giocare il ruolo del più furbo. Forse consapevole (senza mai ammetterlo, però) di fare parte di un gioco più grande, ma gratificato dal ruolo ritagliato per se stesso. Già abbastanza sovradimensionato rispetto a un «corto» come Totò Riina.

Fonte: qui

martedì 20 dicembre 2016

Un altro colpo alla mafia di Messina Denaro: 11 arresti e 3 imprese sequestrate


Undici arresti, tre imprese sequestrate perché attraverso prestanome erano nelle mani di Cosa nostra, un altro duro colpo contro la latitanza del boss Matteo Messina Denaro. Ad infliggerlo è stata Squadra Mobile di Trapani che ha scoperto l’infiltrazione della mafia targata “Messina Denaro” in due importanti appalti a Mazara del Vallo: la realizzazione di un parco eolico e la maxi ristrutturazione dell’ospedale. Gli arresti sono stati disposti dal gip del Tribunale di Palermo, è stata accolta la richiesta della Procura antimafia che ha coordinato l’inchiesta.  


Quella condotta la scorsa notte è la prosecuzione dell’indagine “Ermes” quella che nell’agosto 2015 vide finire in manette i fedelissimi capi mafia e “postini” del latitante Matteo Messina Denaro. Adesso con l’odierno blitz denominato “Ermes 2” sono stati arrestati gli imprenditori che ottenevano appalti o sub appalti col sostegno di Cosa nostra. In manette anche insospettabili, factotum tra mafia e imprese. L’indagine ha confermato i saldi contatti tra il clan mafioso di Mazara del Vallo, retto dall’anziano ora sotto processo Vito Gondola, e la potente cosca di Castelvetrano e ha svelato gli accordi per spartirsi gli appalti sotto le direttive del capo mafia Matteo Messina Denaro latitante dal giugno del 1993. Settanta gli uomini della Polizia di Stato di Trapani, Palermo, Mazara del Vallo e Castelvetrano che sono stati impegnati nell’operazione. Alle 11 si terrà la conferenza stampa in Questura a Trapani per illustrare i contenuti dell’indagine. Tra gli arrestati un illustre rampollo, Epifania Agate, figlio del defunto padrino di Mazara, Mariano Agate, e due imprenditori, Carlo e Giuseppe Loretta. 

Fonte: La Stampa