9 dicembre forconi: boss
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lunedì 11 marzo 2019

DOPO LA CATTURA DI MARCO DI LAURO, RESTANO IN CIRCOLAZIONE MATTEO MESSINA DENARO, GIOVANNI MOTISI DETTO “U PACCHIUNI”, IL CARCERIERE DI SOFFIANTINI ATTILIO CUBEDDU E ADRIANO GIACOBONE, UNO DEI CRIMINALI PIÙ RICERCATI DEL MONDO PER REATI AMBIENTALI, BRACCONAGGIO, COMMERCIO DI SPECIE ANIMALI PROTETTE, SMALTIMENTO DI RIFIUTI TOSSICI…


CON L'OMICIDIO DELLA DONNA DI UN ALTRO BOSS, AMMAZZATA DAL MARITO IERI MATTINA(1 Marzo 2019) A COLPI DI PISTOLA. LUI VA A COSTITUIRSI E…

LA SUA VITA IN QUESTI ANNI: NON A DUBAI A FARE IL GAGÀ, MA A CHIAIANO A MANGIARE LA PASTA CON DUE GATTI E LA FIDANZATA, SPARITA PURE LEI QUANDO UN GIORNO ''F4'' SI DICHIARO'

Giuseppe Crimaldi per ''il Mattino''

L' operazione scatta alle 15,58.
arrestato marco di lauroARRESTATO MARCO DI LAURO
Con il codice di massima urgenza 150 uomini tra poliziotti, carabinieri e finanzieri vengono mobilitati per un' operazione speciale. Il loro obiettivo è catturare Marco Di Lauro. La presenza del superboss di Secondigliano - primula rossa da ben 14 anni e nella classifica dei più pericolosi latitanti italiani stilata dal Viminale, secondo solo a Matteo Messina Denaro - viene data per sicura in via Emilio Scaglione, a metà strada tra Chiaiano e Marianella.

LA CATTURA
Ed è proprio lì, al piano rialzato del civico 424, in quella palazzina color ocra che si nasconde il figlio 39enne di Ciruzzo o milionario, l' uomo che riuscì a trasformare Secondigliano e Scampia nella succursale del narcotraffico sull' asse Sud America-Italia e nel più imponente supermercato dello spaccio di droga. Si parte a sirene spiegate ma si giunge sul posto senza segnali acustici. Con un' operazione da manuale le forze dell' ordine accerchiano il fabbricato: in quattro si arrampicano raggiungendo un terrazzino, una ventina di loro sale le scale ed entra nel covo.

Marco Di Lauro è senza scampo. Ha appena il tempo di capire che la corsa è arrivata a capolinea: gli agenti lo ammanettano mentre è ancora seduto a tavola, dove ha appena consumato un piatto di spaghetti al pomodoro, a due passi da un angolo adibito a palestra domestica (con tanto di panca, bilanciere e pesi). Non è armato, non ha documenti, ma - soprattutto - non è protetto da guardaspalle e tanto meno da impianti di videosorveglianza. Con lui c' è una ragazza bruna in vestaglia rosa, la sua compagna. «Pensate ai miei gatti, fate che non restino da soli stanotte», è la raccomandazione che rivolge a poliziotti e carabinieri. Fine della latitanza.

L' INDAGINE
l ultimo nascondiglio di marco di lauroL ULTIMO NASCONDIGLIO DI MARCO DI LAURO
Ma come si è arrivati alla svolta inattesa e improvvisa? Chi o che cosa ha incastrato il superlatitante? A fornire un dettaglio importante sarà lo stesso questore di Napoli, Antonio De Iesu, che in conferenza stampa illustra un particolare importantissimo. Premessa: intorno a mezzogiorno di ieri a Melito si verifica un terribile fatto di sangue. Un ex sorvegliato speciale considerato tra gli uomini più fidati del clan Di Lauro - il 40enne Salvatore Tamburrino - già coinvolto nella prima faida di Scampia - uccide a pistolettate la moglie. Poi, poco dopo, va a costituirsi in Questura con l' avvocato. A questo punto accade qualcosa.

Dichiara il questore: «Nel primo pomeriggio (e cioè subito dopo il femminicidio, ndr) c' è stata una inusuale fibrillazione dell' attività investigativa che ci ha consentito di fare degli intrecci per arrivare all' abitazione dove si nascondeva Marco Di Lauro. Vi posso dire solo questo». Ciò potrebbe voler significare che dopo l' omicidio si è scatenato un vortice forsennato di telefonate tra affiliati alla cosca, che si sarebbero passati la notizia; e poiché nel giro di persone intercettate da polizia e carabinieri c' erano almeno una quarantina di soggetti considerati potenziali fiancheggiatori di Marco, il cerchio si sarebbe chiuso.

l ultimo nascondiglio di marco di lauroL ULTIMO NASCONDIGLIO DI MARCO DI LAURO
È corsa anche voce che potrebbe essere stata una telefonata compiuta dallo stesso uxoricida a far restringere il cerchio intorno a Di Lauro, mentre si verifica l' ipotesi che un paio di ore prima della sua cattura Marco sarebbe transitato a bordo di un' auto che avrebbe percorso i Colli Aminei e Capodimonte, prima di giungere nel rifugio di via Scaglione.

FACCIA D' ANGELO
Al momento della cattura appariva solo più stempiato rispetto alle foto segnaletiche che lo ritraevano, fino a ieri, con un volto da adolescente. Una «faccia d' angelo», la sua, che gli avrebbe anche garantito di confondersi per anni rimanendo per lo più sempre nei dintorni del villino natìo, Mmiezo all' Arco, nel cuore della Secondigliano antica. Ora - come hanno spiegato il questore e il comandante provinciale dei carabinieri, colonnello Ubaldo Del Monaco - scattano altre indagini: quelle tese a ricostruire la fitta rete di complicità che hanno garantito all' uomo di sottrarsi per tanto tempo ai conti con la giustizia; a suo carico pende una condanna definitiva a 11 anni e 4 mesi per associazione a delinquere e un' ordinanza di custodia cautelare per traffico di droga. Anche la Guardia di Finanza proseguirà a concentrarsi sugli aspetti investigativi patrimoniali.

I COMPLIMENTI
Soddisfazione per l' arresto Di Lauro è stata espressa dal presidente della Camera, Fico, dal premier Conte, dai ministri dell' Interno Matteo Salvini e della Giustizia Alfonso Bonafede, oltre che dal presidente della Commissione antimafia Nicola Morra, dal sindaco di Napoli Luigi De Magistris e dal governatore della Campania Vincenzo De Luca.


LA VITA IN FUGA DI MARCO DI LAURO
Daniela De Crescenzo per ''il Mattino''

MARCO DI LAURO ARRESTATOMARCO DI LAURO ARRESTATO
Lo chiamano F4 e la sua è stata una vita in fuga. Marco Di Lauro, il quarto dei nove figli di Paolo Di Lauro, che Luigi Giuliano ironicamente soprannominò Ciruzzo O milionario, è diventato latitante a 25 anni. Per quattordici anni è stato un fantasma, ricercato dalle polizie di tutto il mondo, anche se l' accusa più terribile nei suoi confronti, quella di essere il mandante dell' omicidio di Attilio Romanò, vittima innocente della prima faida di Scampia, non è stata confermata dalla Cassazione: condannato in primo e in secondo grado, è adesso in attesa di un nuovo processo che si terrà alla terza sezione d' Assise davanti alla quale la suprema corte lo ha rinviato.

Difeso prima dall' avvocato Vittorio Giaquinto e poi da Sergio Cola, dovrebbe per ora scontare solamente 8 anni di galera per una sentenza passata in giudicato. Ma dovrà affrontare ancora molti procedimenti dall' esito incerto: il futuro che dovrà affrontare non sembra certo luminoso.

VITA NEL MISTERO
Nato nel 1980 diventò latitante nel 2005, e dal 2006 lo ricercavano le polizie di tutto il mondo. La sua è stata una vita avvolta nel mistero: fino a ieri, quando sono riusciti finalmente ad arrestarlo e a interrogarlo, gli inquirenti ritenevano che avesse un figlio a cui avrebbe dato il nome del nonno, Paolo. Poi lui e la sua compagna, Cira Marino, che era presente in casa al momento dell' arresto, hanno spiegato che quel bambino non era mai esistito.

Non ha avuto figli, il boss di Scampia. E non è nemmeno mai andato via dal suo quartiere.
Nei lunghi anni della latitanza c' è stato chi giurava fosse a Dubai, chi lo dava in Sud America, e invece lui abitava a pochi chilometri da Cupa dell' Arco, la casa di famiglia dove vive tuttora la madre, Luisa.

Marco Di LauroMARCO DI LAURO
Una cortina di fumo lo ha dunque circondato per quindici anni, probabilmente perché il suo destino è stato segnato nel giro di pochi mesi, quando, arrestati il padre e il fratello maggiore, Cosimo, morto il terzogenito, Domenico, in un incidente di moto, furono lui e Vincenzo (poi finito in manette e successivamente scarcerato per fine pena) a dover prendere le redini di un clan in guerra. A Vincenzo toccarono gli affari, a Marco la gestione delle piazze e dei soldati. Era il 2004, F4 era poco più di un ragazzino, quasi sconosciuto agli inquirenti, anche a quelli che, come la narcotici napoletana, i Di Lauro li seguono da sempre, ma per gli affiliati di Ciruzzo F4, era già un capo.

LA FAIDA
Il giovanissimo boss si era infatti trovato a gestire una situazione drammatica e a fronteggiare la coda della più sanguinosa tra le faide recenti: la prima battaglia di Scampia che costò più di cento vite, e molte vittime innocenti. Nel 2004, nella premiata società Amato-Di Lauro, capace di inondare di droga l' intero Mezzogiorno, si era aperta una crepa importante. Fino a quel momento l' impresa era stata gestita come una Spa con sette soci (Paolo Di Lauro, Raffaele Amato, Rosario Pariante, Raffaele Abbinante, Patrizio De Vitale, Antonio Leonardi, Enrico D' Avanzo) che investivano capitale per comprare e vendere direttamente la cocaina dai narcotrafficanti.

ARRESTO DI MARCO DI LAURO IL QUESTORE DI NAPOLIARRESTO DI MARCO DI LAURO IL QUESTORE DI NAPOLI
Dalla fine degli anni Novanta, in scena entrò Raffaele Imperiale, il booker della cocaina latitante a Dubai, l' uomo che ha consegnato due tele di Van Gogh rubate al museo di Amsterdam: Lelluccio Ferrarelle, come lo chiamano i suoi, comprava droga da uno stoccatore, Erich Van de Bunt, e riforniva uno degli azionisti (Amato) che da quel momento cominciò a governare un canale in proprio creando una holding capace di dominare il mercato facendo fuori tutti i concorrenti.

COSIMO
Paolo Di Lauro, uomo d' affari d' esperienza, si accorse presto che i conti non quadravano: qualcosa si era inceppato nel meccanismo accuratamente costruito in anni e anni di traffici e morti ammazzati. Per mettere Amato nell' angolo chiese di cambiare la composizione societaria della Droga Spa creando una quota per il figlio Cosimo, poi fu costretto alla latitanza per un mandato di cattura e la gestione del business di famiglia passò proprio al primogenito. F1 tentò di trasformare i soci del padre in dipendenti.

E scoppiò la guerra. Con gli arresti del padre e del fratello e la fine delle ostilità, a Marco toccò gestite un clan sempre più in difficoltà, colpito dai pentimenti, le diserzioni, i sequestri dei beni, l' ultimo proprio qualche giorno fa. Di lui si dice che non abbia una mente imprenditoriale come Vincenzo, ma che non sia nemmeno una testa calda come Cosimo.

F4 ha vissuto in fuga, ma Carlo Puca, nel libro Il Sud deve morire, racconta che non si è mai rassegnato alla solitudine. Un giorno a casa della fidanzata Cira Marino, si presentarono tre plenipotenziari del boss per farle un discorso chiarissimo: «Il tuo uomo ti ama, vuole vivere per sempre con te, solo che il suo futuro è segnato: resterà latitante per il resto dei suoi giorni. Sei pronta a nasconderti da tutto e da tutti?». La ragazza disse sì e da quel giorno sparì pure lei. Fino a ieri quando gli agenti sono entrati dalla finestra in un appartamento di via Scaglione.
MARCO DI LAUROMARCO DI LAURO



DOPO DUE FAIDE E 69 MORTI AMMAZZATI SECONDIGLIANO È IL REGNO DEI «GIRATI»
Giuseppe Crimaldi per ''il Mattino''


LO SCENARIO
Quattordici anni, eppure sembra ieri. Nella storia che racconta la ferocia criminale di una camorra nera, spietata, servirebbero più capitoli per ricostruire il ruolo del clan Di Lauro. Fino alla fine degli anni 90 Secondigliano e Scampia sono sotto il saldo dominio di Paolo, il capostipite, l' uomo che dietro le attività commerciali di pellame celava lo scettro del numero uno dei narcotrafficanti a Napoli, e non solo a Napoli. Abile, scaltro, Ciruzzo o milionario commise forse un solo errore strategico: quello di consentire a suo figlio Cosimo gli affari di famiglia.
Quelli illeciti, ovviamente.

LA MATTANZA
SECONDIGLIANOSECONDIGLIANO
Il resto è storia Tristemente nota. Con l' esplosione di una terrificante guerra di camorra dichiarata dagli «scissionisti», un tempo fedeli servitori dei Di Lauro, i quali decisero che al banchetto degli affari di droga un posto a capotavola spettasse anche a loro. Ne scaturì un bagno di sangue, con tanto di omicidi che colpirono anche degli innocenti. Due faide a distanza di poco tempo. Omicidi, ma non solo. Per riconquistare una piazza di spaccio, gli scissionisti della prima ora usarono le bombe, le micidiali «ananas», armi in dotazione agli eserciti della ex Jugoslavia, Armi che avrebbero potuto provocare una strage.

Stando alla ricostruzione fatta dalla Dda di Napoli, in tutto erano sei gli ordigni a disposizione del cartello formato dagli Abete-Abbinante-Notturno, per dare inizio alla riconquista della piazza del Lotto G nelle case celesti. In meno di dieci anni furono 69 gli omicidi.

I «GIRATI»
RIONE TERZO MONDO SECONDIGLIANO NAPOLIRIONE TERZO MONDO SECONDIGLIANO NAPOLI
Parliamo di un decennio perché nell' ottobre del 2010, quando cioè i Di Lauro apparivano relegati nella enclave del «Rione dei Fiori» ad un ruolo quasi marginale rispetto ai nemici scissionisti, scoppia la seconda faida di Scampia. Inizialmente vi fu una guerra interna tra gli scissionisti: gli Amato-Pagano da un lato, e gli Abete-Abbinante-Notturno-Aprea dall' altro.

La nuova faida vide quindi contrapposto il cartello degli scissionisti a una sua fazione interna, i cui componenti vennero ribattezzati i «Girati» (cioè traditori). Ed ecco comparire il gruppo della Vannella Grassi (dal nome della zona di Secondigliano dove il neonato clan aveva il suo quartier generale). Con il tempo i boss della compagine criminale - Petriccione, Magnetti e Mennetta - fecero una scelta di campo, alleandosi con i Di Lauro. Alla fine, gli scissionisti furono costretti ad abbandonare le Vele di Scampia riparando su Melito.

Sarebbero dunque i Girati, a gestire gli affari sporchi - droga ma anche racket - nei quartieri della periferia nord di Napoli. A riprova di ciò, proprio due giorni fa, la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Napoli ha sequestrato al solo Magnetta beni per oltre 400mila euro.

Ragazzi a SecondiglianoRAGAZZI A SECONDIGLIANO
Le indagini patrimoniali proseguono. E adesso - dopo la cattura di Marco Di Lauro - c' è chi si chiede chi comanderà a Secondigliano e Scampia.

2 Marzo 2019

Fonte: qui

LO CERCAVANO IN ASIA, MA ERA A SOTTO CASA: ARRESTATO A NAPOLI IL SUPERLATITANTE MARCO DI LAURO, AL SECONDO POSTO TRA I RICERCATI DOPO MESSINA DENARO 
VIDEO: IL SUO ULTIMO COVO E LA FOLLA DI CURIOSI 
FIGLIO DEL BOSS  PAOLO DI LAURO, DETTO CIRUZZO 'O MILIONARIO, ERA IN FUGA DAL 2004. SUL SUO CAPO PENDE UN ERGASTOLO PER OMICIDIO


arrestato marco di lauroARRESTATO MARCO DI LAURO
Asia, Sudamerica ed Europa: lo hanno cercato dovunque ma alla fine era a Napoli in un'abitazione di Chiaiano, in via Emilio Scaglione 424, a pochi chilometri dalla sua roccaforte di Secondigliano. Cosi è finita la latitanza di Marco Di Lauro, inserito nell'elenco dei ricercati del ministero dell'Interno al secondo posto subito dopo Matteo Messina Denaro.

Oggi ha 38 anni ma era solo un ragazzo quando fece perdere le sue tracce, 14 anni fa nel corso della «notte delle manette» quando mille uomini dello Stato invasero i quartieri Scampia e Secondigliano coadiuvati dagli elicotteri ed eseguirono 53 ordinanze. Ricercato anche in campo internazionale, secondo gli inquirenti, Marco Di Lauro avrebbe intrapreso la ricostruzione del clan guidato dal padre Paolo Di Lauro detto Ciruzzo 'o Milionario.

Quarto figlio del boss Paolo Di Lauro, era latitante dal 7 dicembre 2004, quando sfuggì al maxi blitz nella notte delle manette: sul suo capo pende un ergastolo per l'omicidio dell'innocente Attilio Romanò, ucciso per errore nel gennaio del 2005 nell'ambito della prima faida di Scampia.

Di Lauro non era armato e non ha opposto resistenza», ha detto il questore di Napoli, Antonio De Iesu, sceso dai suoi uffici per accogliere i suoi uomini che, insieme all'Arma dei carabinieri e alla Guardia di Finanza, hanno condotto l'operazione nel pomeriggio. Soddisfatto anche il comandante provinciale dei carabinieri di Napoli, colonnello Ubaldo Del Monaco, che ha evidenziato che l'azione si è svolta sotto il coordinamento della Dda di Napoli guidata dal procuratore Melillo. «Siamo contenti», ha aggiunto Del Monaco. 

MARCO DI LAURO ARRESTATOMARCO DI LAURO ARRESTATO
Di Lauro è arrivato in questura a bordo di un'auto civetta della polizia, mentre dall'alto un elicottero sorvegliava la zona. «Bravi, bravi» è l'incitamento che si è levato dai presenti, un centinaio di persone, mentre alcuni degli agenti che hanno partecipato all'operazione si sono abbracciati manifestando soddisfazione per il lavoro svolto. 


TRE I SUPERLATITANTI RIMASTI OLTRE DI LAURO
 (ANSA) - Marco Di Lauro, latitante dal 2004, dopo un maxi blitz che passerà alla storia come la "notte delle manette" e a cui Di Lauro scampò, era tra i quattro superlatitanti di massima pericolosità inseriti in una lista redatta dal Gruppo integrato interforze per la ricerca dei latitanti più pericolosi (GIIRL) della Direzione centrale della polizia criminale e inseriti nel sito del ministero dell'Interno.

Marco Di LauroMARCO DI LAURO
Ora la lista - che fino a pochi anni fa contava numerosissimi esponenti di mafia, camorra, 'ndrangheta, Sacra Corona Unita - si è assottigliata fino a riportare solo tre nomi: per Cosa Nostra quello di Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, che deve scontare l'ergastolo e di Giovanni Motisi, anche lui destinatario dell'ergastolo e ricercato dal 1998. Per l'anonima sequestri è ancora ricercato Attilio Cubeddu, latitante dal 1997, che deve scontare 30 anni in via definitiva. Curbeddu non fece rientro, al termine di un permesso, nella Casa Circondariale di Badu è Carros (NU), dove era ristretto, per sequestro di persona, omicidio e lesioni gravissime.

Tra gli arrestati "eccellenti", catturati in questi anni e inseriti nella lista dei latitanti di massima pericolosità, spiccano i nomi di Michele Zagaria, arrestato per camorra nel 2011, di Antonio Iovine, arrestato nel 2010 a Casal di Principe e anch'egli boss di camorra; di Giovanni Strangio, esponente della 'ndrangheta arrestato nel 2009 nei Paesi Bassi, di Giuseppe Bellocco, catturato nel 2007 in Calabria e appartenente alla 'ndrangheta, di Giuseppe Morabito, preso nel 2004 in Calabria. Tra i superlatitanti c'era ovviamente anche il nome di Salvatore Riina, ricercato dal 1969 e arrestato nel 1993. E' morto nel novembre 2017.

Fonte: qui

DOPO LA CATTURA DI MARCO DI LAURO, RESTANO IN CIRCOLAZIONE MATTEO MESSINA DENARO, GIOVANNI MOTISI DETTO “U PACCHIUNI”, IL CARCERIERE DI SOFFIANTINI ATTILIO CUBEDDU E ADRIANO GIACOBONE, UNO DEI CRIMINALI PIÙ RICERCATI DEL MONDO PER REATI AMBIENTALI, BRACCONAGGIO, COMMERCIO DI SPECIE ANIMALI PROTETTE, SMALTIMENTO DI RIFIUTI TOSSICI…

Grazia Longo per “la Stampa”

MARCO DI LAUROMARCO DI LAURO
Due mafiosi di «Cosa nostra», un criminale sardo dell'«Anonima sequestri» e uno piemontese specializzato in reati ambientali e traffico di rifiuti tossici. Dopo l'arresto del camorrista Marco Di Lauro, la top 5 dei latitanti più ricercati d' Italia si è ridotta a quattro.

Il boss dei boss, il più pericoloso della lista della Direzione centrale per la polizia criminale è senza ombra di dubbio Matteo Messina Denaro. È l'unico italiano a essere stato annoverato dalla rivista Forbes, nel 2011, tra i dieci fuggitivi più ricercati al mondo. Carabinieri e polizia lavorano assiduamente per trovarlo e secondo alcuni è lui il capo assoluto di Cosa Nostra dopo l' arresto di Bernardo Provenzano del 2006.

messina denaroMESSINA DENARO
La figura di Messina Denaro - 57 anni, noto come «u siccu», «il magro», sparito nel nulla nel '93, l' anno delle bombe a Milano, Firenze e Roma - è circondata da un alone di leggende. Alcuni collaboratori di giustizia, per esempio, sono convinti che il mafioso nato in provincia di Trapani si muova indisturbato proprio nella sua terra, la Sicilia.

E c' è persino chi giura di averlo notato allo stadio Barbera mentre assisteva alla partita Palermo-Sampdoria. Mentre qualcun altro lo ha avvistato al mare in Grecia insieme alla compagna Maria. Per non parlare delle ipotesi su interventi di chirurgia estetica facciale per cambiarne i tratti fisiognomici, e di plastica sostitutiva dei polpastrelli per cancellare le impronte digitali. Secondo altri, poi, Messina Denaro si sottoporrebbe a costanti sedute di dialisi a causa di gravi problemi ai reni.

GIOVANNI MOTISI DETTO U PACCHIUNIGIOVANNI MOTISI DETTO U PACCHIUNI
Dal '98 è invece ricercato il palermitano sessantenne Giovanni Motisi, «u pacchiuni», «il grasso». Contro di lui accuse di omicidio, dal 2001 per associazione di tipo mafioso e dal 2002 per strage. Tre anni fa è stato inserito nella lista dei criminali più ricercati dall' Europol e pare sia scappato in Francia. Killer di fiducia di Totò Riina, è ritenuto tra coloro che parteciparono al primo incontro per decidere di ammazzare il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa.
Attilio CubedduATTILIO CUBEDDU

L' ultimo bandito dell' Anonima Sequestri, Attilio Cubeddu, 72 anni, è latitante da 22 anni. Dopo aver preso parte in Toscana ed Emilia Romagna ai rapimenti di Cristina Peruzzi, Ludovica Rangoni Machiavelli e Patrizia Bauer, venne arrestato e condannato a 30 anni. Ma dopo un permesso premio, nel '97, non rientrò in carcere. E durante la fuga riprese a fare il sequestratore. Fu lui il custode dell' ostaggio Giuseppe Soffiantini.
Adriano GiacoboneADRIANO GIACOBONE



Chiude l' elenco della Criminalpol Adriano Giacobone, nato a Tortona in provincia di Alessandria 62 anni fa. È uno dei criminali più ricercati del mondo per reati ambientali, bracconaggio, commercio di specie animali protette, smaltimento di rifiuti tossici. È accusato anche di bancarotta fraudolenta, detenzione illegale di armi da fuoco, rapimento, furto e violenza. Si sono perse le sue tracce a metà degli Anni 80.

Fonte: qui

giovedì 6 dicembre 2018

ARRESTATO SETTIMO MINEO, L' EREDE DI RIINA CHE AVEVA RICOSTRUITO LA CUPOLA



CON LUI, PRESO INSIEME A 46 MAFIOSI, ERANO TORNATE LE VECCHIE REGOLE: "SI È FATTA UNA COSA MOLTO SERIA CON BELLA GENTE” 

IL NUOVO CAPO DEI CAPI NON USAVA CELLULARI, INCONTRAVA PER STRADA LE PERSONE A CUI DOVEVA PARLARE. DI LUI DICONO: "LO ZIO SETTIMO È DEVOTO"

Valentina Raffa per il Giornale
settimo mineoSETTIMO MINEO

Ottant' anni ben portati, gioielliere, Settimo Mineo, capo mandamento di Pagliarelli, è l' erede di Totò Riina, il capo dei capi. Cosa nostra si era riorganizzata, designando il suo vertice. E lo Stato, attraverso i carabinieri del Comando provinciale di Palermo, coordinati dalla Dda di Palermo, ha mandato tutto per aria, sgominando la neo costituita Commissione provinciale di Cosa nostra palermitana.

Le manette sono scattate per 46 fra boss e gregari ritenuti a vario titolo responsabili di associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsioni consumate e tentate, con l' aggravante di avere favorito Cosa nostra, e altri reati risultato di quattro distinti procedimenti penali. Sono usciti uno a uno dalla caserma mandando baci e strizzatine d' occhio ai familiari che in lacrime attendevano il passaggio. Oltre a Mineo, tra gli arrestati figurano tre componenti della Cupola: il rappresentante del mandamento di Porta Nuova, Gregorio Di Giovanni, del mandamento di Misilmeri-Belmonte, Filippo Salvatore Bisconti, e di Villabate, Francesco Colletti, tutti scarcerati di recente, dopo avere scontato condanne per mafia.

settimo mineoSETTIMO MINEO
Il colpo inferto è pesantissimo.
Basti pensare che Cosa nostra non aveva più riunito la Commissione dall' arresto nel 93 di Riina, unico in potere di farlo. Un primo tentativo di riorganizzare il massimo organismo mafioso fondato negli anni '50 e deputato ad assumere le decisioni importanti, era già stato stroncato dai carabinieri, ma la mafia si era rialzata e la Cupola si è riunita lo scorso 29 maggio in un luogo rimasto segreto. «Si è fatta una bella cosa molto seria con bella gente Grande. Gente di paese, gente vecchia, gente di ovunque». Colletti parla al suo autista Filippo Cusimano, uomo d' onore, senza sapere di essere intercettato.

La nuova Cupola aveva ristabilito le vecchie regole di mafia, riportandole in una «cosa scritta» in cui viene sottolineato come i contatti fra i mandamenti debbano essere tenuti solo dai reggenti. «Nessuno è autorizzato a poter parlare dentro la casa degli altri - dice Colletti - Perché là dentro, quando si decide una cosa, io non posso dire di no Siamo tutte persone perbene, tutti saggi, non ce ne deve essere timore quando si deve fare qualcosa cosa». Parole che fanno comprendere come la riunione abbia rappresentato lo spartiacque rispetto a Riina, che aveva bandito la «democrazia» assumendo potere decisionale.
blitz contro nuova cupola - arresto settimo mineo 7BLITZ CONTRO NUOVA CUPOLA - ARRESTO SETTIMO MINEO 7

Altra regola a cui tiene Mineo è che ogni capo mandamento risponde dei suoi uomini. Lui è guardingo, non usa cellulari, incontra per strada le persone a cui deve parlare. «Lo zio Settimo è devoto» dicono di lui. E la sua è stata una vita dedicata a Cosa nostra, guadagnandosi pure la stima di Riina. Nel 1982 subì un agguato, in cui morì il fratello Giuseppe, e sei mesi prima era stato ucciso il fratello Antonino. Fu arrestato grazie alle dichiarazioni di alcuni pentiti e fu condannato a 7 anni nel primo maxi processo, ridotti in appello a 5 anni e 4 mesi. «Cado dalle nuvole» aveva risposto al giudice Giovanni Falcone che lo aveva fatto arrestare nel 1984. Mineo era tornato in cella nel 2006 e aveva scontato una condanna a 11 anni. «Con l' operazione odierna è stata disarticolata la nuova Cupola.

settimo mineoSETTIMO MINEO
Emerge dalle indagini dice il colonnello Di Stasio, comandante provinciale dei carabinieri di Palermo - come Cosa nostra sia ancora viva, arrivando a ricostituire l' organo collegiale Provinciale e continuando a controllare il territorio e gestire gli innumerevoli business».

Fonte: qui

giovedì 27 settembre 2018

L'EX PADRINO DI FORCELLA, LUIGI GIULIANO, HA DECISO DI RACCONTARE I SEGRETI DELLA CAMORRA IN UN LIBRO SCRITTO COL GIORNALISTA SIMONE DI MEO


QUARANT'ANNI DI SEGRETI, MISTERI E INTRIGHI: DALL'ARRIVO DI MARADONA A NAPOLI FINO AI RAPPORTI CON GIGI D'ALESSIO E I NEOMELODICI, DALLA GUERRA CONTRO I CUTOLIANI AL CONTRABBANDO DI SIGARETTE 





LUIGI GIULIANOLUIGI GIULIANO
Ha deciso di rompere il silenzio che lo accompagna dagli inizi del Duemila e di raccontare quarant'anni di storie, intrighi, misteri e segreti l'ex capo dei capi della camorra napoletana. È impegnato su tre fronti Luigi Giuliano, quello che un tempo era chiamato 'o rre di Forcella. Sta lavorando infatti a un libro di memorie scritto insieme al giornalista Simone Di Meo, a una biografia musicale in coppia col musicista Ludovico Piccinini, e a una sceneggiatura per un film, con la collaborazione dell'attore Edoardo Velo.

SIMONE DI MEOSIMONE DI MEO








«Dall'arrivo di Diego Armando Maradona a Napoli, al secondo e chiacchieratissimo scudetto perso dagli azzurri, nelle ultimissime giornate del campionato 1987-1988, fino ai rapporti con Gigi D'Alessio e altri importanti neomelodici, alla guerra contro la Nco di Raffaele Cutolo, all'epoca del contrabbando di sigarette – spiega Di Meo a Dagospia – i ricordi di Giuliano, oggi uomo libero dopo aver deciso di collaborare con la magistratura, spaziano dal Dopoguerra fino ai giorni nostri e intrecciano incredibili vicende personali con i grandi avvenimenti accaduti nella città di Napoli». Per ora, Giuliano è tornato al suo primo amore rilasciando, su YouTube, la canzone «Era di notte». 

MARADONA E IL BOSS LUIGI GIULIANOMARADONA E IL BOSS LUIGI GIULIANO

martedì 7 agosto 2018

IL BOSS DELLA MAFIA CALABRESE PORTA IL QUADRO DELLA MADONNA E I CARABINIERI FERMANO LA FESTA DELLA MADONNA DELLA NEVE A ZUNGRI, NEL VIBONESE.

Carlo Macrì per il ''Corriere della Sera''

zungri processione madonna della neveZUNGRI PROCESSIONE MADONNA DELLA NEVE
Tra i dodici portatori della sacra effige della «Madonna della neve», portata in processione in occasione della festa patronale, a Zungri, nel Vibonese, c' era anche il boss del paese: Giuseppe Accorinti. La sua presenza non è sfuggita ai carabinieri in servizio d' ordine mischiati tra circa mille fedeli, al seguito della Madonna.
Tra loro il sindaco del paese, Francesco Galati e il parroco don Giuseppe La Rosa, detto Pippo.

La partecipazione del boss Accorinti con alle spalle un pedigree di reati gravi, come l' associazione mafiosa, ha costretto le forze dell' ordine, guidate dal maggiore della compagnia di Tropea Dario Solito, a intervenire e bloccare la processione. L' iniziativa dei carabinieri ha scatenato l' ira dei fedeli, c' è stata una protesta piuttosto animata, ma tutto si è ricomposto quando è stato spiegato loro il motivo del provvedimento. La confusione generata ha permesso, nel frattempo, al boss di allontanarsi.

zungri festa della madonna della neveZUNGRI FESTA DELLA MADONNA DELLA NEVE
C' è da dire che Giuseppe Accorinti, attualmente non ha nessuna pendenza con la giustizia, ma per gli inquirenti resta sempre la figura di vertice della cosca di Zungri. La processione comunque, dopo qualche tempo, ha potuto concludere il suo percorso con l' arrivo in chiesa del quadro della Madonna. «Quanto è accaduto è certamente un fatto increscioso. Si è verificata qualche falla nello svolgimento della manifestazione; purtroppo accade, a volte, che circostanze di questo tipo non possano essere previste nell' immediatezza, ma nel momento in cui si verificano è necessario intervenire con risolutezza», ha spiegato monsignor Luigi Renzo, vescovo di Mileto.

Il parroco di Zungri - ultimo comune italiano in ordine alfabetico, conosciuto per le Grotte degli Sbariati - e il sindaco, così come gli organizzatori dei festeggiamenti sono stati sentiti dai carabinieri che hanno inviato una relazione alla procura di Vibo Valentia.

Don «Pippo» La Rosa è lo stesso sacerdote che lo scorso anno si rese protagonista di un episodio che scatenò una feroce polemica sui social. Il parroco mentre si trovava a casa sua vedendo apparire in quell' istante sullo schermo del televisore l' immagine di Susanna Camusso, leader della Cgil, prese una pistola giocattolo e gliela puntò contro.
E come se non bastasse fece anche un commento: «Io questa me la farei. Fuori». Il gesto del sacerdote è stato postato da un amico su Facebook.
zungri festa della madonna della neveZUNGRI FESTA DELLA MADONNA DELLA NEVE

Don Pippo allora parlò di uno «scherzo e di un equivoco» e dopo aver cancellato il post, lo sostituì con una foto del Papa.
«Io c' ero ma non mi sono accorto di nulla», ammette il sindaco Galati. «Ho appreso della vicenda dai giornalisti. Dico solo che la nostra è una comunità laboriosa e rispettosa della legalità».

Quello di Zungri è soltanto l' ultimo episodio della serie legata alle ingerenze dei boss nelle processioni della 'ndrangheta e gli inchini dei portatori davanti alle abitazioni dei boss. Negli anni passati eventi di questo tipo si sono verificati a Oppido Mamertina, nel Reggino, a Sant' Onofrio e Stefanaconi, nel Vibonese. All' epoca i vescovi delle rispettive diocesi sospesero per un lungo periodo le processioni.

Fonte: qui
i carabinieri fermano la processioneI CARABINIERI FERMANO LA PROCESSIONE

venerdì 27 luglio 2018

L’INCREDIBILE ASCESA DEL BOSS GIUSEPPE CASAMONICA

SALVATO DALLA PRESCRIZIONE (SEI ANNI PER UNA SENTENZA DI APPELLO), SCARCERATO GIÀ PRIMA COME TOSSICODIPENDENTE, BENEFICIATO DAL MISTERIOSO SMARRIMENTO DELLA DENUNCIA DI UNA SUA VITTIMA, TRATTATO COME UN DELINQUENTE COMUNE PUR AVENDO UN GIÀ RICCO CURRICULUM CRIMINALE. 

IL CIELO LO AMA O QUALCUNO LO PROTEGGE?

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Salvato dalla prescrizione (sei anni per una sentenza di appello), scarcerato già prima come tossicodipendente (frequentava il locale dove spacciava la famiglia), beneficiato dal misterioso smarrimento della denuncia di una sua vittima, trattato come un delinquente comune pur avendo un già ricco curriculum criminale. La resistibile ascesa del boss Giuseppe Casamonica ha goduto di benevoli ostacoli, se non addirittura colpose agevolazioni. Circostanze raccolte dal pm Giovanni Musarò a corredo degli oltre 30 arresti eseguiti il 17 luglio contro il ramo della famiglia sinti che ha nel 46enne Bìtalo (padre di quattro figli e già nonno) il suo capo indiscusso.
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Già nel 1996 una sentenza contro il cassiere della Magliana, Enrico Nicoletti, indicava i Casamonica come i veri temuti esattori della famigerata associazione criminale. Eppure, racconta la pentita Debora Cerreoni all'inizio della sua collaborazione, maggio 2015, nessuna speciale sorveglianza c'è su di loro in carcere. «A Rebibbia - dice la donna fuggita dal clan - i colloqui con i bambini avvengono presso l'area verde, dove non c'è il rischio di essere intercettati».
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Ed è durante questi colloqui privati, hanno poi dimostrato le indagini, che Giuseppe impartisce alla sorella Liliana le indicazioni per gestire gli affari all'esterno. In quell' epoca Bìtalo sta scontando una condanna definitiva a 10 anni, che riconosce fin dal 2009 l'esistenza di una associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti con base in vicolo di Porta Furba.

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Ma la sua permanenza in carcere sarebbe potuta essere più lunga se non fossero intervenuti due fattori. Il primo è che una ulteriore condanna a sei anni del giugno 2008 (estorsione ai danni di una pizzeria sulla Tuscolana) non produce effetti perché la sentenza di secondo grado arriva solo nel 2014 e il reato viene dichiarato prescritto dalla Corte d' appello, che pure riconosce la «configurabilità dei delitti».

Il secondo alleggerimento della sua detenzione arriva in virtù di un'ordinanza del Tribunale di sorveglianza del marzo 2017, che accoglie la richiesta di trasferimento in una struttura di recupero per tossicodipendenti a Trivigliano, nel frusinate, per scontare l'ultimo anno di pena. Un affidamento in prova così motivato: «La misura appare idonea ad assicurare per il condannato una possibilità di recupero e il contenimento della sua pericolosità sociale (...) Egli non commette reati dal 2009 (era in carcere da quasi 10 anni, ndr)».
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La sua condizione di cocainomane, annota ancora il giudice, è aggravata dal fatto che «occupandosi della gestione di un locale notturno a Roma è entrato in contatto con ambienti sociali nei quali era diffuso e abituale l'uso di sostanza stupefacenti (...) La famiglia per lui rappresenta un valido sostegno». Un anno dopo, Bìtalo tornerà in carcere con l'accusa di gestire assieme a figli e familiari un traffico di droga, fornita dalla 'ndrangheta degli Strangio.
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Infine un episodio rimasto senza spiegazioni. Una delle vittime citate nell'ultima ordinanza, Ernesto Sanità, al quale è stata tolta la casa da Giuseppe Casamonica per pagare un debito, già nel giugno 2007 era andato in commissariato a denunciare. Denuncia regolarmente protocollata ma, come ricostruito dagli accertamenti chiesti dal pm, mai trasmessa in procura. «Suddetta carenza - annota l'informativa della questura - è da ricondursi al mancato sviluppo dell'indagine che avrebbe consentito l' identificazione completa dell' autore del fatto, per come può evincersi dagli elementi raccolti».

Fonte: qui