9 dicembre forconi: Totò Riina
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giovedì 23 maggio 2019

CAPITANO ULTIMO DEMOLISCE LA TRATTATIVA STATO-MAFIA


"UN’INDAGINE SBAGLIATA, UN MODO FORSE INVOLONTARIO, MA OSTINATO, DI RIDIMENSIONARE LA VITTORIA DELLO STATO ATTRAVERSO UNA SERIE DI CONGETTURE MAI DIMOSTRATE, DI DISTRARRE L’OPINIONE PUBBLICA CON MISTERI SUGGESTIVI, MA FALSI, PER IGNORARE QUELLI VERI" 

"DA MORI HO AVUTO TUTTI I MEZZI NECESSARI" 

"CASELLI NON E' MAI STATO INGANNATO DA ME" 

''NESSUNO SI È SOGNATO DI INDAGARE COME MAI LA MAFIA E RIINA L’ABBIANO FATTA FRANCA PER TRENT’ANNI''

Con la mafia non si tratta
Un capitolo di “Fermate il capitano Ultimo”, il nuovo libro di Pino Corrias (ChiareLettere) in libreria da domani 23 maggio

pino corriasPINO CORRIAS
Ultimo ha sempre considerato la trattativa Stato-mafia un’indagine sbagliata, un modo forse involontario, ma ostinato, di ridimensionare la vittoria dello Stato attraverso una serie di congetture mai dimostrate, di distrarre l’opinione pubblica con misteri suggestivi, ma falsi, per ignorare quelli veri. Compreso quello della buona convivenza tra i molti poteri in Sicilia –l’economia, la mafia, la massoneria, le istituzioni – che talvolta hanno rotte di navigazione differenti, ma più spesso stanno in scia senza troppe interferenze.

Quello di Ultimo è uno sfogo covato per anni. Dice: «Nessuno si è sognato di indagare come mai la mafia e Riina l’abbiano fatta franca per trent’anni. Nessuno ha indagato se c’erano complicità o coperture dentro il Palazzo di giustizia, dentro le istituzioni, dentro le forze politiche».

capitano ultimo a 'non e' l'arena' 4CAPITANO ULTIMO A 'NON E' L'ARENA'
Si chiede: «Perché nessuno ha preso in considerazione il dossier “Mafia e appalti”? Perché non c’era un’attività investigativa costante su Riina e i suoi complici? Chi ha deciso di non controllare la moglie ogni volta che partoriva alla clinica Noto, nel centro di Palermo? Come mai nessuno l’ha seguita, intercettata? È successo per reciproca convenienza, per quieto vivere, per paura? Non lo so, anche se vorrei saperlo. Ma è un fatto che tantissimi di quelli rimasti muti e coperti per trent’anni si siano scatenati contro Falcone quando è finito il maxiprocesso, e contro di noi appena abbiamo preso Riina. E allora chi copre chi?

CAPITANO ULTIMO CON L AQUILACAPITANO ULTIMO CON L AQUILA
«Mi ricordo che, quando preparavamo la missione a Palermo, tanti brillanti investigatori ci dicevano: “State perdendo il vostro tempo. A Palermo è impossibile fare i pedinamenti. La mafia ha mille occhi”. E ci guardavano con aria di sufficienza. Ma quello che fino al giorno prima della cattura era considerato impossibile – stanare dal suo covo il capo dei capi – il giorno dopo è diventato un gioco da ragazzi: ve lo hanno consegnato. Anzi, peggio: è stata la contropartita per un tradimento delle istituzioni.
PIERO GRASSO E GIANCARLO CASELLIPIERO GRASSO E GIANCARLO CASELLI

«E chi ha tradito? I carabinieri, dice la sentenza. In cambio di cosa? Della benevolenza dei politici? Quali? Oppure per ottenere soldi, onore, carriera? Proviamo a calcolare i vantaggi incassati: Mori, Subranni e De Donno sotto inchiesta per una ventina di anni, processati tre volte, poi alla fine condannati. Io sotto processo, assolto e infine archiviato in un sottoscala dove mi impediscono di lavorare. I miei uomini umiliati e dispersi.


DI MATTEO ANTONIO INGROIA MARCO TRAVAGLIO MARCO LILLO GIANCARLO CASELLI jpegDI MATTEO ANTONIO INGROIA MARCO TRAVAGLIO MARCO LILLO GIANCARLO CASELLI
«E i mafiosi che vantaggi hanno avuto dalla trattativa? Riina e Provenzano sono morti in carcere. Bagarella è sepolto al 41 bis. L’unico che ha scampato l’ergastolo e gode di immensi privilegi è Giovanni Brusca, che ha sulle mani il sangue di cento omicidi, compresi quelli di Giuseppe Di Matteo, sciolto nell’acido, e di Falcone, ucciso dal suo tritolo. Per lui niente regime speciale e molti permessi perché si è pentito, ha aiutato le indagini e ha trattato con i magistrati. Quindi sì, Brusca la trattativa l’ha fatta. Anzi, ne ha fatte due: prima con lo Stato quando faceva le stragi, e poi con la procura quando si è lasciato il passato alle spalle e ha intrapreso la seconda trattativa, lavandosi il sangue dalle mani.
BRUSCABRUSCA
Dunque non un assassino, ma un genio del male e poi del bene. «E i magistrati? Qualche procura o qualche procuratore è finito sotto inchiesta a causa della trattativa? Non mi risulta. Il dottor Gian Carlo Caselli è andato in pensione con tutti gli onori, com’era giusto. Il dottor Pietro Grasso è salito fino ai vertici delle istituzioni, venendo nominato presidente del Senato. Il dottor Giuseppe Pignatone è andato a dirigere la Procura di Roma. Gli altri sono al loro posto, a parte il povero Ingroia che si è messo nei guai da solo, tutti bravi e brillanti investigatori.
CASA RIINACASA RIINA

«Era una trattativa che andava fatta, quella con Brusca? O quella che fece Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia, con il boss Pietro Aglieri per convincerlo a pentirsi? Credo proprio di sì. Tutto quello che serve per disarticolare la mafia va tentato. Proprio come ha fatto il generale Mori quando è andato a sondare Vito Ciancimino.

ARRESTO DI TOTO RIINAARRESTO DI TOTO RIINA
Anche lui cercava una chiave, una luce investigativa, una strada per capire e per colpire. Ma mentre incontrava don Vito a Roma organizzava la mia partenza per Palermo, anche se tutti ci dicevano che era una missione impossibile, che avremmo fallito, che Palermo era un labirinto dove c’erano mille complicità che coprivano le serrature.
GENERALE MORIGENERALE MORI

Eppure Mori mi ha dato tutti i mezzi necessari, tutti gli uomini, tutta la libertà di provare la strada della pura investigazione, dell’accerchiamento e dell’attacco. E lo ha fatto mentre trattava? Sì, certo. «Sondare la zona grigia per trovare una chiave d’accesso a Cosa nostra e nello stesso tempo preparare le armi per distruggerla sono due momenti della stessa strategia. «Mettere sotto inchiesta quella doppia strategia, trasformarla in un cedimento alla mafia – o addirittura in favoreggiamento – è una distorsione della realtà. Una distorsione pericolosa che fa solo l’interesse di chi con i sistemi criminali ci vuole convivere per trarne lavoro e prestigio.

ARRESTO DI TOTO RIINAARRESTO DI TOTO RIINA
«Cosa succederebbe se un giornale cominciasse a scrivere che un personaggio come il commercialista Piero Di Miceli entra ed esce dalla Procura di Palermo quando gli pare, che ha assunto la nuora del giudice Vittorio Aliquò e che ci sono almeno due pentiti di mafia, come Francesco Paolo Anzelmo e Calogero Ganci, che raccontano la vicinanza tra questo personaggio e certi magistrati? Niente la prima volta, niente la seconda, ma forse alla terza qualcuno aprirebbe un’indagine. Ci sarebbero le smentite, le polemiche. Ma intanto l’indagine diventerebbe un’inchiesta, magari affidata alla Procura di Caltanissetta. E dopo dieci anni, un processo. E dopo un processo, un altro.
PROVENZANO RIINA CIANCIMINOPROVENZANO RIINA CIANCIMINO

Magari tutti basati su insinuazioni, sospetti e maldicenze più che su prove. «Per carità, penso che sia giusto fare i processi, mettere tutto in discussione, indagare, verificare, eccetera. Ma quando un’inchiesta diventa una persecuzione non mi sta più bene.

Quando il generale Subranni viene accusato dalla moglie di Borsellino di essere punciutu, cioè mafioso, perché lei lo ha sentito dire una sera da suo marito, come fai a difenderti? Quando l’assoluzione di Mori per la mancata cattura di Provenzano viene ignorata e le stesse carte ritornano nel processo sulla trattativa Stato-mafia, con gli stessi testimoni, gli stessi episodi, fino a ottenere una condanna che non sarebbe stata possibile in origine, non sono più sicuro che si stia cercando la verità, quanto piuttosto un capro espiatorio. Allo stesso modo, la mia assoluzione per la mancata perquisizione della villa di Riina avrebbe dovuto dissipare i sospetti una volta per tutte, ma non ha fatto altro che alimentarne di nuovi».
capitano ultimoCAPITANO ULTIMO


Continua Ultimo: «Caselli non è stato ingannato da me, che gli ho sempre detto la verità, ma da quei magistrati che hanno fatto marcia indietro sulla storia della perquisizione e lo hanno convinto a fare altrettanto. Li ha assecondati anche se sapeva benissimo che, se quel pomeriggio del 15 gennaio 1993 avesse ordinato di perquisire tutte le ville e tutti gli inquilini di via Bernini, di via della Regione Siciliana, di piazzale Kennedy, noi l’avremmo fatto perché lui era il responsabile dell’indagine, e non avremmo mai disatteso un suo ordine.


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«Ma la verità è che stiamo tutti parlando di nulla e sul nulla. Dieci minuti dopo l’arresto, i mafiosi sapevano che Riina era stato catturato. Davanti alla sua auto c’era una staffetta in motorino che, mentre noi ci infilavamo nel traffico di Palermo, stava già avvertendo tutti i boss che aspettavano Riina per una riunione.

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È una cosa che è stata raccontata anni dopo dai pentiti, ma che era immaginabile, perché a Palermo la mafia ha davvero mille occhi. «Se ci fosse stato veramente qualcosa di importante nella villa – qualche carta, qualche fantomatico elenco di complici – sarebbe sparito in quei minuti: Ninetta Bagarella lo avrebbe nascosto, distrutto o magari usato per qualche ricatto. Mentre noi saremmo riusciti a organizzare la perquisizione molte ore dopo e saremmo dovuti entrare in forze dentro al comprensorio perché ancora non sapevamo qual era la villa e tutti gli inquilini di via Bernini erano sospettabili. Sarebbe stato un rastrellamento. Quindi di cosa stiamo parlando?». Fonte: qui

martedì 5 marzo 2019

“NEL 1993 IL SISDE VOLEVA FAR EVADERE TOTÒ RIINA”

E’ LA RIVELAZIONE DEL PENTITO PASQUALE NUCERA AL PROCESSO “’NDRANGHETA STRAGISTA” CHE DESCRIVE UN PIANO STILE “EL CHAPO”: LA ’NDRANGHETA AVREBBE DOVUTO ASSOLDARE MERCENARI SERBI E UN PILOTA DI ELICOTTERO. CI SAREBBE STATA ANCHE UNA RIUNIONE, A MONTECARLO DOVE PEZZI INFEDELI DELLO STATO SI SAREBBERO INCONTRATI CON UN AGENTE LIBICO, IL FIGLIO DEL BOSS MICO LIBRI E VITTORIO CANALE, STORICO AMBASCIATORE DELLA COSCA DE STEFANO IN COSTA AZZURRA…

barillari toto' riinaBARILLARI TOTO' RIINA
Attraverso le cosche calabresi, il Sisde voleva fare evadere Totò Riina sei mesi dopo la sua cattura a Palermo nel gennaio 1993. A riferirlo è il pentito Pasquale Nucera, sentito ieri nel processo “’ndrangheta stragista” che vede imputati i boss Giuseppe Graviano e Rocco Filippone, accusati dell’attentato ai carabinieri Fava e Garofalo rientrante nelle “stragi continentali”.

Rispondendo alle domande del procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, il collaboratore di giustizia descrive un progetto di evasione stile “El Chapo”: la ’ndrangheta avrebbe dovuto assoldare mercenari serbi e un pilota di elicottero.
TOTO RIINATOTO RIINA

Ci sarebbe stata anche una riunione, a Montecarlo dove pezzi infedeli dello Stato, già coinvolti nell’inchiesta sullo scandalo dei fondi neri del Sisde, si sarebbero incontrati con un agente libico, il figlio del boss Mico Libri e Vittorio Canale, storico ambasciatore della cosca De Stefano in Costa Azzurra. A quella riunione Pasquale Nucera non partecipò ma accompagnò proprio Vittorio Canale che, in quel periodo, lo stava ospitando a Nizza, nell’hotel “Panoramic”, “una vera e propria base per ‘ndrangheta e Cosa nostra”.

GIUSEPPE GRAVIANOGIUSEPPE GRAVIANO
Sono passati più di vent’anni da quando Nucera ha deciso di saltare il fosso facendo trovare, a largo delle coste calabresi, la nave militare “Laura C”, affondata agli inizi del Novecento con tonnellate di tritolo diventato poi l’arsenale della ’ndrangheta. Alcuni nomi non li ricorda. Altri invece ce l’ha impressi nella mente come quello di Licio Gelli conosciuto a Roma in un incontro organizzato per discutere dell’appalto sul doppio binario che collegava Reggio Calabria a Saline ioniche.

Quando il pm lo incalza rivive tutte le situazioni e incastra le circostanze come aveva già fatto davanti ai magistrati di Palermo e Firenze. Era il luglio 1993 quando – dichiara il pentito – si svolse una riunione in un albergo di Montecarlo”. A quell’incontro “c’era un agente libico e c’era Broccoletti, uomo dei servizi deviati”. Il nome di battesimo non lo fa, ma il riferimento è a Maurizio Broccoletti, l’ex direttore amministrativo del Sisde, allontanato nel 1991 dagli apparati di sicurezza e coinvolto nello scandalo dei fondi neri.
Maurizio BroccolettiMAURIZIO BROCCOLETTI

L’agente libico, invece, per il pentito Nucera è un personaggio che, “fino a 4 o 5 anni fa lavorava con il petrolio, la benzina di contrabbando che veniva venduta a parecchi distributori gestiti dalla ’ndrangheta e da cosa nostra”. “Ho accompagnato Vittorio Canale a quell’incontro in cui Broccoletti e l’agente libico lo avevano incaricato di organizzare l’evasione di Salvatore Riina dal carcere. – dichiara Nucera – Gli avevano dato una prima rata di acconto di 100mila dollari. Forse di più. Soldi che dovevano servire ad assoldare un gruppo di 20 mercenari e un pilota di elicottero”.

Questo compito spettava proprio a Pasquale Nucera perché era in contatto con i mercenari che nel 1991 avevano combattuto la guerra del Golfo. In Iraq, infatti, c’era pure il pentito: “Sono stato lì 22 giorni”. È per questo che – aggiunge – a me diedero l’incarico di gestire i rapporti con i mercenari che servivano per l’evasione di Riina”. Nucera fornisce i loro nomi: “Sono andato a Belgrado. Dovevano essere serbi. Gli dovevo presentare alcuni mercenari di Milosevic come Vinco, Machilla, Luis e Alain”.
Antonino ScopellitiANTONINO SCOPELLITI

I rapporti tra le cosche calabresi e quelle siciliane stanno dietro pure all’omicidio del giudice Antonino Scopelliti consumato nel 1991. La decisione di uccidere il magistrato, che in Cassazione avrebbe dovuto rappresentare l’accusa nel maxi-processo a Cosa Nostra, fu presa in un summit a Villa San Giovanni dove i boss calabresi incontrarono “il commercialista di Riina, Mandalari”, e un tale “Santoro”. In realtà, quest’ultimo era “Leoluca Bagarella”. Non ha dubbi il pentito Nucera: “’Ndranghetisti e massoni hanno deciso di eliminare il giudice Scopelliti”.

Fonte: qui

giovedì 11 gennaio 2018

È MORTO ALL’OSPEDALE DI PARMA STEFANO GANCI, UNO DEI FEDELISSIMI DI TOTÒ RIINA: STAVA SCONTANDO L’ERGASTOLO

PARTECIPO’ A DIVERSI OMICIDI FRA CUI QUELLO DEL CONSIGLIERE ISTRUTTORE ROCCO CHINNICI E DEL VICEQUESTORE NINNI CASSARÀ 

FU CONDANNATO A 26 ANNI PER AVER FATTO PARTE DEL COMMANDO AUTORE DELLA STRAGE DI VIA D’AMELIO DOVE MORÌ PAOLO BORSELLINO   


È morto all’ospedale di Parma Stefano Ganci, uno dei fedelissimi di Totò Riina, che stava scontando l’ergastolo nel carcere della città emiliana, ma non in regime di 41 bis. Il decesso è avvenuto negli ultimi giorni del 2017 dopo una degenza di alcuni giorni a causa di una crisi cardiaca sopraggiunta come complicanza di una grave patologia di cui l’uomo soffriva da tempo. Secondo indiscrezioni la Procura di Parma avrebbe disposto, come da prassi, l’autopsia. La salma lascerà la città emiliana per la Sicilia nei prossimi giorni. 
PAOLO BORSELLINOPAOLO BORSELLINO

FECE PARTE DEL COMMANDO CHE UCCISE BORSELLINO 

Ganci era un superkiller di Cosa Nostra e stava scontando l’ergastolo per avere partecipato a diversi omicidi fra cui quello del consigliere istruttore Rocco Chinnici e del vicequestore Ninni Cassarà. Era stato anche condannato a 26 anni per aver fatto parte del commando autore della strage dove morì Paolo Borsellino. 

Rocco ChinniciROCCO CHINNICI

Il collaboratore di giustizia Antonino Galliano raccontò, durante un interrogatorio davanti al giudice Nino Di Matteo che Stefano Ganci – pochi minuti prima dell’attentato al giudice Borsellino, in via D’Amelio – aveva detto “senti il botto” annunciando quello che sarebbe accaduto di lì a poco, cosa che sapeva perché era parte del gruppo che pedinò Borsellino la mattina del 19 luglio 1992.
NINNI CASSARANINNI CASSARA'






Suo padre, Raffaele Ganci, 86 anni, è anche lui all’ergastolo per diversi omicidi tra cui quello di Carlo Alberto Dalla Chiesa: capo del mandamento Noce, era nella “Commissione provinciale” di Cosa Nostra che ordinò gli assassinii di Falcone e Borsellino. Tra l’altro la famiglia Ganci gestiva una macelleria in Via Lo Jacono, a Palermo, a pochi passi dalle dimore di Chinnici e Falcone, di cui potevano seguire i movimenti. L’altro figlio di Raffaele, Calogero Ganci, anche lui killer di Cosa Nostra, si è pentito nel 1996, collaborando con la giustizia.

Fonte: qui

venerdì 17 novembre 2017

TOTÒ RIINA È MORTO: 24 ANNI AL 41BIS SENZA MAI RIVELARE I SUOI SEGRETI.

I SUOI FAMILIARI HANNO POTUTO INCONTRARLO CON UN PERMESSO SPECIALE NELLE ULTIME ORE DI VITA 

‘U CURTU’ ERA UN PICCOLO PADRINO CHE DICHIARÒ GUERRA ALLE GERARCHIE MAFIOSE IMPONENDOSI A COLPI DI MITRAGLIETTE, TRITOLO E ‘TRAGEDIE’, PER POI FARE LO STESSO CON LO STATO E LE SUE ISTITUZIONI. SECONDO LA DIA ERA ANCORA IL BOSS DI COSA NOSTRA

1. MAFIA: È MORTO TOTÒ RIINA

Toto Riina e Ninetta BagarellaTOTO RIINA E NINETTA BAGARELLA
(ANSA) - E' morto alle 3.37 nel reparto detenuti dell'ospedale di Parma il boss Totò Riina. Ieri aveva compiuto 87 anni. Operato due volte nelle scorse settimane, dopo l'ultimo intervento era entrato in coma. Riina, per gli inquirenti, nonostante la detenzione al 41 bis da 24 anni, era ancora il capo di Cosa nostra.

Riina era malato da anni, ma negli ultimi tempi le sue condizioni erano peggiorate tanto da indurre i legali a chiedere un differimento di pena per motivi di salute. Istanza che il tribunale di Sorveglianza di Bologna ha respinto a luglio. Ieri, quando ormai era chiaro che le sue condizioni erano disperate, il ministro della Giustizia ha concesso ai familiari un incontro straordinario col boss. Riina stava scontando 26 condanne all'ergastolo per decine di omicidi e stragi tra le quali quella di viale Lazio, gli attentati del '92 in cui persero la vita Falcone e Borsellino e quelli del '93, nel Continente.
riina1RIINA1

Sua la scelta di lanciare un'offensiva armata contro lo Stato nei primi anni '90. Mai avuto un cenno di pentimento, irredimibile fino alla fine, solo tre anni fa, dal carcere parlando con un co-detenuto, si vantava dell'omicidio di Falcone e continuava a minacciare di morte i magistrati. A febbraio scorso, parlando con la moglie in carcere diceva: "sono sempre Totò Riina, farei anche 3.000 anni di carcere".

L'ultimo processo a suo carico, ancora in corso, era quello sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, in cui è imputato di minaccia a Corpo politico dello Stato. Ieri, nel giorno del suo 87esimo compleanno, il figlio Giuseppe Salvatore, che ha scontato una pena di 8 anni per mafia, ha pubblicato un post di auguri su FB per il padre.
TOTO RIINATOTO RIINA


2. «'U CURTU», IL BOSS DELLE STRAGI DA CORLEONE HA SFIDATO LO STATO SENZA MAI SVELARE I SUOI SEGRETI - L' ASCESA CRIMINALE IMPOSTA COL SANGUE, FINO AI MORTI DEL 1992

Giovanni Bianconi per il ‘Corriere della Sera

E così la parabola terrena e mafiosa di Totò Riina sembra davvero finita. Di sicuro quella di capomafia, come in qualche modo certifica la decisione del ministro della Giustizia Orlando di derogare alle regole ferree del «41 bis» consentendo a moglie e figli di stargli vicino (compreso Salvo, «libero vigilato»). Ma è una fine raggiunta da «guida di Cosa nostra» tuttora riconosciuta dagli altri uomini d' onore, come hanno scritto gli analisti della Dia nella loro ultima relazione.

ARRESTO DI TOTO RIINAARRESTO DI TOTO RIINA
È stato il boss che ha imposto la sua dittatura dentro Cosa nostra, il piccolo padrino che ha scalato le gerarchie imponendosi a colpi di mitragliette, tritolo e «tragedie», e dichiarò guerra allo Stato. Per obbligarlo a una nuova convivenza, dopo quella con la vecchia mafia che lui aveva piegato ai suoi voleri.

Con gli omicidi e le stragi del 1992 sferrò l' attacco più violento, uccidendo gli ex amici come Salvo Lima e Ignazio Salvo, e i nemici storici come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tra i pochi a capire da prima la pericolosità della sua strategia. Per Riina si rivelò un errore fatale: lo Stato, quel che ne restava dopo Capaci e via D' Amelio, fu costretto a reagire come mai aveva fatto prima, e le cosche dovettero subire una controffensiva mai vista. Trattativa o non trattativa, l' ala terroristica e corleonese fu travolta e sgominata. A cominciare proprio dalla caduta del «capo dei capi», primo arrestato eccellente di una stagione cominciata nel gennaio 1993.
ARRESTO DI TOTO RIINAARRESTO DI TOTO RIINA

Su quell' arresto, nonostante i processi conclusi con le assoluzioni, le zone d' ombra non si sono mai dissipate del tutto.
Ma anche le ipotesi e le illazioni più «dietrologiche» sulla fine di quella venticinquennale latitanza fanno comunque parte di una sconfitta. Magari a vantaggio di una mafia diversa, meno violenta e forse più insidiosa, ma comunque sconfitta. Arrivata però dopo una stagione di sangue e di trame che ha provocato montagne di cadaveri, ricatti e svolte drammatiche nella storia repubblicana.

toto riinaTOTO RIINA
Anche in quel drammatico 1992: le morti di Falcone e Borsellino, insieme alle inchieste su Tangentopoli, hanno deviato in maniera irreversibile il corso della politica italiana.
E lui, 'u curtu che si credeva grande, ha continuato a considerarsi un vincitore fino alla fine.

Negli ultimi venticinque anni di galera e di processi ha lasciato parole e immagini in cui s' è solo incensato. Dalle prime apparizioni nelle aule giudiziarie, quando sfidava i pentiti nei confronti (sebbene ne uscisse regolarmente battuto), alle dichiarazioni contro i giudici e i «comunisti» che lo volevano incastrare a ogni costo, fino all' autonarrazione affidata alle microspie che registravano i suoi colloqui con il figlio maggiore Giovanni, mafioso ergastolano pure lui.
salvo riinaSALVO RIINA

«Tu sai che papà se la cava, tu pensa sempre che papà è fenomenale - gli disse in un incontro del 2010 -. Sono un fenomeno. Tu lo sai che io non sono normale, non faccio parte delle persone uguali a tutti, sono estero... Nella storia, quando poi non ci sono più, voialtri dovete dire e dovete sapere che avete un padre che non ce n' è sulla terra, non credete che ne trovate, un altro non ce n' è perché io sono di un' onestà e di una correttezza non comune».

salvo riina a porta a porta da bruno vespa 8SALVO RIINA A PORTA A PORTA DA BRUNO VESPA 
I figli diranno ciò che vorranno, ma la storia della mafia guidata da Totò Riina è quella di un' organizzazione criminale aggredita al suo interno dal boss corleonese cresciuto a suon di bombe (vide scoppiare la prima quando suo padre saltò in aria nel 1943 mentre cercava di estrarre la polvere da un ordigno inesploso lasciato dagli americani, uccidendo se stesso e il figlio più piccolo), che dopo aver fatto fuori i mafiosi di «tradizione palermitana» decise di decapitare i vertici istituzionali della Sicilia.

RIINA BAGARELLA COI FIGLI AL MARERIINA BAGARELLA COI FIGLI AL MARE
La «mattanza» che tra il 1979 e il 1983 ha tolto di mezzo i responsabili della politica, della magistratura e delle forze dell' ordine sull' isola non ha precedenti in nessun Paese occidentale. Provocando dubbi negli altri mafiosi, che per esempio hanno continuato a interrogarsi sui reali motivi che portarono all' uccisione del prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa, assassinato prima ancora che potesse fare qualcosa di concreto, mentre trovava i principali ostacoli all' interno dello Stato, più che nelle cosche.
toto riinaTOTO RIINA

Ma in quella specie di autobiografia consegnata nel 2013 al suo compagno di passeggio in carcere, nonché alle «cimici» nascoste in cortile, non ci sono spiegazioni ai suoi comportamenti. Solo autoesaltazione, nuovi progetti di morte contro i «magistrati persecutori» e recriminazioni contro capimafia meno «onesti» e intelligenti di lui; per esempio il latitante Matteo Messina Denaro, accusato di pensare solo a se stesso abbandonando i detenuti.

TOTO RIINA IN CARCERETOTO RIINA IN CARCERE
Ma fino alla fine ha voluto giocare il ruolo del più furbo. Forse consapevole (senza mai ammetterlo, però) di fare parte di un gioco più grande, ma gratificato dal ruolo ritagliato per se stesso. Già abbastanza sovradimensionato rispetto a un «corto» come Totò Riina.

Fonte: qui