9 dicembre forconi

lunedì 3 dicembre 2018

Il rischio mattone che cova nelle banche tedesche

L’inverno sta arrivando, viene da pensare leggendo l’intervento di Claudia Buch, che ha presentando l’ultimo Financial stability report della Bundesbank. “L’estate è stata inusualmente lunga e calda – dice la vice presidente – ma adesso è arrivata alla fine, visto che le stagioni vanno e vengono”, dice riecheggiando un vecchio adagio che ogni economista di buon senso dovrebbe iscrivere nel proprio immaginario. Se non altro per disintossicarsi dal pensiero pernicioso che ha nutrito l’economia dell’ultimo cinquantennio, ossia che sia davvero possibile crescere per sempre. Non è così, ovviamente. Anche la Germania, ossia uno degli esperimenti di politica economica meglio riusciti, paga dazio all’inesorabilità del ciclo e della congiuntura, che facilmente diventa avversi dopo aver arriso benigni per tanto tempo. Se n’è avuto un avviso con la crescita negativa dell’ultimo trimestre registrata dalla Germania, frutto di tante contingenze fra le quali l’incattivirsi del commercio internazionale, la vicenda Brexit, ancora irrisolta, e le tensioni geopolitiche. Ciò malgrado, “i tempi sono ancora buoni sul fronte economico”, aggiunge la Buch, visto che “l’economia si sta ancora espandendo a passo robusto, i tassi di interessi sono ancora bassi e i prezzi degli asset sono alti e la volatilità nei mercati finanziari è relativamente bassa”. E tuttavia i semi dell’inverno sono per ogni dove, pronti a germinare gelate capaci di far battere i denti anche a un’economia robusta come quella tedesca.
Proprio di questo si occupa il rapporto della Banca, che sbircia nei recessi dove di solito si annidano e prosperano i rischi, ossia il sistema finanziario. Le banche tedesche non hanno patito meno delle altre la tormenta nel tempo della crisi. Oggi semmai rimane da capire quanto siano attrezzate per superare i rigori della brutta stagione, quando arriverà. Perché a far la differenza fra un inverno e un brutto inverno, in fondo, è solo il modo in cui ci si prepara ad affrontarlo. Sappiamo per ora che “l’affermazione di una forte crescita e di bassi tassi di interesse hanno contribuito all’accumulo di vulnerabilità e che questa tendenza è continuata fino ai giorni nostri”, come ci dice la Buch. Questo paradosso sorprenderà alcuni, ma non quelli – e sono tanti – che sanno bene che ogni ciclo scrive, dispiegandosi, la storia della sua fine. Il resto dovremo scoprirlo, ma mentre stiamo a guardare è utile ricordare che il sistema finanziario tedesco cova problemi specifici. E siccome tutto si tiene,  nulla racconta meglio dei rischi per la stabilità del sistema finanziario tedesco di semplice dato: “I prezzi degli immobili – spiega il rapporto – in Germania sono aumentati costantemente dall’inizio della crisi finanziaria, non solo nei centri urbani. Secondo le stime della Bundesbank, i prezzi degli immobili superano i livelli che sarebbero giustificati da fattori fondamentali come i modelli regionali o demografici di circa il 15-30%”.
Una sopravvalutazione che diventa ancora più evidente se si guarda l’indice dei prezzi residenziali e soprattutto quello riferito alle sette maggiori città, dove i prezzi rispetto all’indice 100 del 2010 risultano cresciuti dell’80%.
Le ragioni di questa crescita esuberante sono diverse. Ma ancora una volta l’immobiliare conferma la sua vocazione di polarizzatore della crescita e insieme dei rischi che questa porta con sé. Il boom del prezzi immobiliari alla fine è riuscito a raggiungere anche la Germania, che l’aveva scampato nei primi anni Duemila. E ciò ha generato conseguenze importanti che coinvolgono il sistema finanziario che volente o nolente, di questi rischi è il terminale principale. Le banche infatti non hanno solo incorporato rischi di credito, ma anche un notevole rischio da interesse. “Negli ultimi anni, – recita il rapporto – le banche hanno sempre più concesso prestiti con scadenze più lunghe e tassi di interesse a scadenza fissa. Ad esempio, il 45% dei nuovi prestiti alle famiglie per l’acquisto di abitazioni ha periodi di blocco dei tassi d’interesse superiori a dieci anni”. Detto in soldoni, prezzi sopravvalutati implicano possibilità di cali degli asset che indeboliscono il valore dei collaterali dei prestiti bancari. Tassi di interessi bloccati per dieci anni significa che le banche non possono “scaricare” sui clienti le tensioni dell’aumento del costo del denaro che arriveranno con l’aumento dei tassi, una volta che ci sarà. In sostanza tutto ciò implica maggiori pressioni sui bilanci delle banche, che in questi anni hanno pompato credito senza risparmiarsi.
All’apparenza non sembra così. La crescita del credito sul pil è stata continua dal 2010, pari al 4,4% annuo alla fine del terzo quarto 2018, ma è risultata al di sotto del tasso annuo di lungo periodo che dal 1980 quota il 4,8%. Ma il problema è che il tasso aggregato nasconde parecchie diversità fra le varie categorie di banche. “La quota di mercato delle casse di risparmio è cresciuta dal 30% all’inizio del 2010 al 33% nel terzo trimestre 2018. Quella delle cooperative di credito è aumentato dal 20% al 25% nello stesso periodo, mentre le banche commerciali sono rimaste invariate quota di circa il 25%”. Quindi le banche più piccole sono quelle che hanno elargito più credito e ci sono evidenze che lo abbiano fatto allentando notevolmente gli standard di erogazione. I rischi, insomma, trovano terreno assai fertile, pure se mitigati dalla circostanza che le famiglie hanno visto calare regolarmente il livello dei loro debiti, al 50% del pil a fine 2017, a fronte di un livello medio del 58% nell’eurozona.
Rimane il fatto che “un improvviso aumento dei tassi di interesse – scrive la Banca – potrebbe far finire sotto pressione molte istituzioni contemporaneamente. Principalmente le banche di piccole e medie dimensioni, alcune delle quali hanno notevolmente ampliato la loro trasformazione delle scadenze negli ultimi anni”. E d’altronde, se tale aumento dei tassi non ci fosse, sarebbe peggio per altre istituzioni finanziarie: “Altre parti del sistema finanziario – assicuratori o fondi – sarebbero colpite in modo simile e potrebbero non essere in grado di compensarne l’impatto”, dice la Buch. L’estate è stata lunga – il periodo di crescita più lungo dalla riunificazione -, ma l’inverno sta arrivando e il sistema finanziario tedesco si trova d’improvviso di fronte a rischi concreti che attendono di essere testati, con le banche in prima linea, “stressate” dal lungo ciclo immobiliare, e assicuratori e fondi a seguire, “stressati” dal lungo ciclo di tassi bassi. Il combinato disposto del calo dei corsi immobiliari associato al rialzo dei tassi somiglia, in tal senso, alla tempesta perfetta per il sistema finanziario tedesco. Le tempeste, d’altronde, capitano sempre d’inverno.
Fonte: qui

Il governo Maduro di comprendonio


Quindi, pare che i nostri scappati di casa, spinti a più miti consigli dall’eventualità di perdere l’accesso al mercato già a gennaio, siano intenzionati a modificare la Manovra del Popolo. Da quanto emerge in queste ore, tuttavia, non si tratterebbe di nulla di sostanziale ma dell’abituale tentativo di smerciare pacchi nel parcheggio dell’autogrill, che pare essere diventata l’attività prevalente degli italiani nel rapporto con la realtà. Un vero peccato che quest’ultima non si faccia turlupinare.
I nostri eroi hanno comunque già fatto sapere che aspettano le “relazioni tecniche” su reddito e pensioni
«[…] al fine di quantificare con precisione le spese effettive. Le somme recuperate saranno riallocate, privilegiando la spesa per investimenti»
Proviamo a decodificare. Intanto, fa davvero tenerezza che si invochi, esattamente come per la Tav e le altre grandi opere contestate, “il parere dei tecnici”. Avevo già evidenziato questo mezzuccio tattico, tempo addietro. Quella che appare come l’abdicazione della politica è in realtà la sua riaffermazione, visto che si va avanti sin quando il “tecnico” non sputa i “numerini” giusti. Questo però vale quando si ha un uditorio ed un elettorato di analfabeti funzionali, che attendono l’ipse dixit “tecnico”, ma è assai difficile che si riesca a prendere per i fondelli i “tecnocrati europei”. A tecnico, tecnico e mezzo, in pratica.
Ciò premesso, cosa “riallochiamo”, quindi? I cosiddetti risparmi delle due misure-bandiera, dopo averle opportunamente ridimensionate. Sino a che punto? Questo non è dato sapere. Potremmo ad esempio far accedere a Quota 100 solo i soggetti che riescono a cantare a testa in giù una hit dello Zecchino d’Oro, a scelta, per scremare ulteriormente la platea. Oppure potremmo mettere finestre di uscita strettissime, verso ottobre del prossimo anno, chissà.
Certo, le cose sarebbero molto semplificate se si “desecretasse” il provvedimento sulle pensioni, visto che sono riusciti a dire anche quello, con la motivazione di sottrarlo alle critiche di Tito Boeri e non solo alle sue. Ma anche così, alla fine i “tecnici” dovranno dirci quante nuove assunzioni saranno prodotte da questa “rimodulazione”, per la famosa staffetta generazionale che non lo era. Superfluo segnalare che la Commissione Ue vorrà poi sapere quello che pure io gradirei conoscere, in quanto contribuente di questo paese: quale sarà l’impatto di lungo termine del nuovo regime pensionistico sul debito pubblico?
Sul reddito di cittadinanza, stessa canzoncina: i pentastellati non vedono l’ora di fare un bel decreto legge prima di San Silvestro, con i suoi requisiti di necessità ed urgenza, per differire le prime mance ad aprile, giusto in tempo per le elezioni europee? Ebbene sì, e troveranno molti gonzi pronti a difenderli, anche se gli importi disponibili saranno cifre poco più che simboliche, con buona pace dei famosi 780 euro e multipli per scala di equivalenza familiare. Eppure vi ricordate che le coperture c’erano, e pure bollinate dagli odiati tecnici della Ragioneria? Eh.
Due parole anche per il Tecnico Supremo, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria: scusi, professore, ma riduciamo il deficit ed al contempo teniamo ferma l’ipotesi di crescita 2019 a 1,5%? E che moltiplicatori stiamo usando, quindi? Non è che ci squalificano per doping mentre tentiamo di imitare i nuotatori della DDR?
Su tutto, i nostri eroi puntano al fatto che la Commissione Ue sia composta di analfabeti funzionali come la maggioranza degli italiani, e pertanto che non si accorga che questo giochetto di riduzione degli esborsi per il 2019 fa gonfiare in modo spaventoso quelli del 2020, a cui si sommerà il ritorno delle clausole di salvaguardia. Per non parlare delle coperture, che sono in larghissima misura anticipazioni di gettito, e quindi apriranno una voragine sempre nel mitologico 2020.
Come scrive oggi Paolo Baroni su La Stampa:
«I numeri del resto parlano chiaro: il maggior deficit ammonta infatti a 21,8 nel 2019, a 26,8 nel 2020 e a 25,3 nel 2021. Al netto della sterilizzazione dell’Iva da 21,8 scendiamo a 9,4 nel 2019, mentre sia nel 2020 che nel 2021 ci attestiamo a quota 21,3 miliardi. Se poi volessimo azzerare l’Iva anche dopo il 2019 l’impegno per le casse dello Stato sarebbe pari a 21,9 miliardi l’anno venturo, per poi esplodere negli ultimi due anni: a quota 40,4 miliardi nel 2020 e a quota 40,8 miliardi nel 2021. Insomma una bella ipoteca anche sugli anni futuri»
Quindi, coperture risibili per effetti perlopiù permanenti.  Allora, riassumiamo:
  • Gli scappati di casa se la fanno addosso per timore di perdere l’accesso ai mercati;
  • Quindi cercano di vendere la fontana di Trevi alla Commissione Ue ed agli altri paesi dell’Unione;
  • Manipolano e comprimono gli esborsi per il 2019, nel disperato tentativo di arrivare alle elezioni di maggio (per fare cosa, è sempre meno chiaro);
  • Così facendo, non incidono sul deficit-Pil strutturale ma depotenziano l’impatto espansivo delle misure, che viene peraltro già soffocato anche dall’esplosione dello spread;
Che accadrà, quindi? Non saprei, ma partirei dalla premessa che gli interlocutori dei caciottari italiani non hanno l’anello al naso. Una volta fissata questa premessa metodologica, potete inferire. Ed anche infierire, direi. Ad esempio, che un esecutivo abilissimo a manipolare un popolo alquanto bue, sia alla fine il purissimo distillato del medesimo, in termini di facoltà cognitive. Un governo Maduro di comprendonio, in pratica, visto che non riesce a capire che questa manovra va semplicemente buttata nello sciacquone.
Fonte: qui

domenica 2 dicembre 2018

Emmanuel Macron finito, i "gilet gialli" vogliono la sua testa. L'esperto: "Scenario italiano", trema l'Europa

"Gli tagliamo la testa". I gilet gialli che hanno preso d'assalto Parigi parlano di "decapitazione del Re", ma la metafora si traduce in un più brutale, e banale, "far fuori il presidente". È Emmanuel Macron il vero bersaglio della clamorosa ondata di scontri di piazza che da settimane sta devastando la Francia. Solo ieri, nella capitale, un centinaio di fermi e altrettanti feriti. 

Il movimento popolare, senza capi né guru carismatici, è la cosa più simile alla "rivolta" mai vista in Europa negli ultimi anni. Un mix di Forconi e M5s, ma molto più radicale e, se necessario, violento. Non a caso secondo il politologo Jérome Fourquet, intervistato dal Messaggero, "la Francia sta entrando in uno scenario all'italiana" perché al di là delle poche migliaia di "ultrà" in piazza a Parigi "il 70% della popolazione francese (ripeto: il 70 per cento) sostiene il movimento dei Gilets Jaunes". È "l'espressione collettiva e globale di un rifiuto del potere al governo", e numericamente è clamorosamente sovrapponibile ai voti che oggi raccoglierebbero, insieme, M5s e Lega, le due forze anti-sistema arrivate al potere in Italia. Ed è ancora più significativo che questo movimento abbia trovato così tanto vigore nel Paese il cui leader, Macron, è visto da Bruxelles e dagli europeisti come il baluardo contro l'ondata sovranista sull'Unione attesa per maggio. Più che un paradosso, un antipasto di ribaltone.
Fonte: qui

For The First Time In 25 Years, China Has To Make A Choice Between External Stability And Growth

Back in August 2 we reported of a historic event for China's economyfor the first time in its modern history, China's current account balance for the first half of the year had turned into a deficit. And while the full year amount was likely set to revert back to a modest surplus, it was only a matter of time before one of the most unique features of China's economy - its chronic current account surplus - was gone for good.
Fast forward to this weekend, when as part of its summary of Top Macro Trades for 2019, UBS wrote that the loss of China's current account cushion, softening domestic activity, and upcoming tariffs mean that "for the first time in 25 years, China would have to make a choice between external stability and growth."
Still, with many policy levers still available, China is likely to avoid uncontrolled depreciation, but with little carry protection, UBS believes that it makes sense to remain defensive on the CNY, especially as many currency strategists expect the trade war between the US and China to get worse, pushing the Yuan below Beijing's "redline" of 7.00 vs the dollar.
Which brings us to one of UBS' top recommended themes and trades for 2019, namely "China Stimulus" represented by going long Chinese stocks, and short the Yuan.
As UBS explains, Beijing's dilemma is that Chinese easing now has to balance conflicting demands between external stability and growth. This according to the Swiss bank, "should lead to a welcome, but more limited, stimulus in this cycle and more emphasis on domestic than foreign spending. In turn, this easing cycle will likely provide more benefit to domestic assets rather than traditional China satellites."
In equities, the direct expression of this theme is to be long China A-shares versus EM ex-China, with UBS expecting the coming infrastructure spending in China to have a larger impact on domestic equities than on EM in aggregate, and China equities should have more upside.
Meanwhile, from a portfolio perspective, long USD/CNY combines well with the equity trade, because in the base case, Chinese equites can perform well as the currency weakens. In a more adverse scenario for Chinese equities, the equity trade would likely perform poorly, but USD/CNY should be a good hedge.
To get a sense of the sensitivity between the relative strength of the Yuan and equities, UBS shows the following chart mapping the impact of a 1% change in the USDCNY on global stocks.
Finally, to complete its thematic recommendation, UBS adds a fixed income leg in the form of long Asia HY versus short Asia IG position as "slower Chinese growth, a weaker CNY, and a tight onshore credit environment should push Asia credit spreads wider, but HY should fare relatively better given extreme valuations." Then again, many said the same thing for the US junk bond market until it finally cracked earlier this month...
Fonte: qui

Victims Of The Same Ponzi Scheme: GE & GM Are Telling Us The US Economy Is In HUGE Trouble

America’s twin economic “generals” are both in very deep trouble, and they are signaling huge trouble in the US economy. Here are the details…
America’s twin economic “generals” are both in very deep trouble.  General Electric was founded in 1892, and it was once one of the most powerful corporations on the entire planet.  But now it is drowning in so much debt that it may be forced into bankruptcy.  General Motors was founded in 1908, and at one time it was the largest automaker that the world had ever seen.  But now it is closing a bunch of factories and laying off approximately 14,000 workers as it anticipates disappointing sales and a slowing economy.  If the U.S. economy really was “booming”, both of these companies would probably be thriving.  But as you will see below, both of them have been victimized by the exact same Ponzi scheme, and both firms are sending us very clear signals that the U.S. economy is heading for troubled waters.
Whenever you hear the word “restructuring”, that is always a sign that things are not going well for a company.
And it turns out that GM’s “restructuring” is actually going to cost the firm 3.8 billion dollars
General Motors said Monday it plans to effectively halt production at a number of plants in the U.S. and Canada next year and cut more than 14,000 jobs in a massive restructuring that will cost up to $3.8 billion.
Of course GM doesn’t have 3.8 billion dollars just lying around, and so they are actually going to have to borrow money in order to close these plants and lay off these workers.
Needless to say, President Trump is not very happy with General Motors right now…
Trump said he spoke Monday with GM’s CEO, Mary Barra, and ‘I told them, “you’re playing around with the wrong person”.’
He told reporters as he left the White House for a pair of political rallies in Mississippi that the United States ‘has done a lot for General Motors. They better get back to Ohio, and soon.’
There is no way that Mary Barra should have ever been made CEO of General Motors, and now the entire world is getting to see why.
In addition to the elimination of about 6,000 factory jobs, GM will also be cutting about 8,000 “white collar jobs”
In addition to the production cuts, GM said it will reduce its North American white-collar workforce by about 8,000. The deadline passed last week on a voluntary buyout for those workers, and GM spokesman Pat Morrissey told the Free Press that only 2,250 employees have asked to take the offer, meaning as many as 5,750 workers could be cut if the company keeps to its announced total. Analysts told the Free Press to expect involuntary cuts in January.
So why is General Motors doing this?
After all, if the U.S. economy really is “booming” that should mean increased sales for all of the major automakers in the coming years, right?
Unfortunately, the truth is that hard times are already here for automakers.  In fact, Bob Lutz told CNBC that “we’ve got a demand problem on cars”…
Former GM Vice Chairman Bob Lutz said the automaker historically would have raised sales incentives to try to sell more cars before resorting to plant closures.
“Nowadays GM looks at the hard reality, says we’ve got a demand problem on cars, what are we going to do about it. We have to shut some facilities and move production to truck plants,” Lutz said on CNBC’s “Halftime Report. ” “So I think what we are seeing is a fast-acting and reality-oriented GM management.”
In other words, sales are not good and so now is the time to shut down factories.
Of course GM is not the only one that is shutting down facilities and laying off workers.  If you doubt this, please see my previous article entitled “U.S. Job Losses Accelerate: Here Are 10 Big Companies That Are Cutting Jobs Or Laying Off Workers”.
But if General Motors had been much wiser with their money, they wouldn’t have had to initiate a “restructuring” so quickly.
Over the past four years, General Motors spent a staggering 13.9 billion dollars on stock buybacks.
GM executives were able to prop up the stock price for a while, but at this point the stock is down about 10 percent from where it was four years ago.  The following comes from Wolf Richter
During this four-year period in which GM blew, wasted, and annihilated nearly $14 billion on share buybacks, the price of its shares, including today’s 5.5% surge – getting rid of workers is always good news for shares – fell 10%.
These stock buybacks are a massive Ponzi scheme, and everyone that was involved in blowing such a giant mountain of cash at GM should be fired.
And now thousands of hard working Americans are going to lose their jobs, but it didn’t have to happen.
General Electric has also been victimized by the exact same Ponzi scheme, and at this point they are in a struggle for survival which they are probably going to lose.
On Monday the stock slid another couple of percent, and so far this year it is down a total of 58 percent
Not a day passes lately without GE stock getting hit by some unexpected development, and today was no exception.
GE shares, which are down 58% YTD, dropped over 2% on Monday, after sliding as much as 4.1% earlier in the session and approaching its financial crisis low of $6.66, following a research report by Gordon Haskett analyst John Inch which prompted fresh questions about the treatment of goodwill at GE Capital.
In the end, GE is probably heading for total collapse.
But if GE had not blown 40 billion dollars on stock buybacks in recent years, they would be in far, far better shape.  The following comes from the Marketwatch articlethat I quoted the other day…
GE was one of Wall Street’s major share buyback operators between 2015 and 2017; it repurchased $40 billion of shares at prices between $20 and $32. The share price is now $8.60, so the company has liquidated between $23 billion and $29 billion of its shareholders’ money on this utterly futile activity alone. Since the highest net income recorded by the company during those years was $8.8 billion in 2016, with 2015 and 2017 recording a loss, it has managed to lose more on its share repurchases during those three years than it made in operations, by a substantial margin.
Even more important, GE has now left itself with minus $48 billion in tangible net worth at Sept. 30, with actual genuine tangible debt of close to $100 billion. As the new CEO Larry Culp told CNBC last Monday: “We have no higher priority right now than bringing those leverage levels down.”
Combined, General Electric and General Motors have blown more than 53 billion dollars on stock buybacks, and now both companies are in huge trouble.
The executives that gutted the finances of both firms by engaging in these sorts of Ponzi tactics should all be fired and should never be hired by anyone else in the corporate world.
For years, big corporations have been borrowing massive amounts of money to fund reckless stock buybacks, and that has helped to fuel an amazing bull market run.
But now the game is imploding, and the unraveling of this massive Ponzi scheme is not going to be pretty.
About the author: Michael Snyder is a nationally syndicated writer, media personality and political activist. He is publisher of The Most Important News and the author of four books including The Beginning Of The End and Living A Life That Really Matters.

SU 96MILA PENSIONI VERSATE DALL'INPS AGLI IMMIGRATI BEN 60MILA SONO DI TIPO ASSISTENZIALE.



IL 60% DEGLI EXTRACOMUNITARI, CHE PRENDE UNA PENSIONE, IN ITALIA INCASSA UN ASSEGNO SENZA AVER MAI LAVORATO

QUINDI NON SORRETTI DA CONTRIBUTI VERSATI IN PRECEDENZA...

Claudio Cartaldo per il Giornale

immigratiIMMIGRATI
I dati arrivano dall'Osservatorio sui cittadini extracomunitari. Si tratta di un ufficio compreso all'interno dell'Inps che analizza l'impatto degli immigrati sul nostro sistema pensionistico.

Tema su cui tanto si è dibattutto e che vede Matteo Salvini e Tito Boeri (guarda caso) su due fronti diversi. Il primo, pronto a ribadire che gli stranieri non vadano accolti tutti. Il secondo, convinto che saranno i migranti a pagarci l'assegno di riposo dal lavoro.

inps-3INPS-3


Chi ha ragione e chi torto? I dati ad oggi sembrano dirci che per ora sono gli italiani a pagare tante pensioni agli stranieri. Al sistema assicurativo pubblico sono registrati ben 2.259.000 immigrati su un totale di circa 6 milioni di extracomunitari residenti nel Belpaese. A incassare già un assegno sono in 90mila e sei su dieci - secondo quanto riporta La Verità - non avrebbero il sussidio coperto da contributi versati in passato. Tradotto: a pagargli la pensione sono gli italiani con le loro tasse.

IMMIGRATI AUTOBUSIMMIGRATI AUTOBUS
Dei due milioni e rotti di stranieri iscritti all'Inps, 1.700.000 sono attualmente occupati e percepiscono un reddito di tipo dipendente, mentre altri versano i contributi in base alle leggi per i lavoratori autonomi. Tutto giusto. Peccato che nel 2017 l'Inps abbia pagato qualcosa come 96.743 pensioni a cittadini extracomunitari e di questi ben 60mila incassano una pensione assistenziale, ovvero non coperta da contributi versati in precedenza. Molto spesso, fa notare La Verità, si tratta di "ricongiunti con gli immigrati, in altri di stranieri giunti in Italia ma che non hanno maturato nonostante l'età un numero di contributi necessari per ricevere una pensione". A questi 60mila vanno aggiunti poi altre 10mila persone che incassano assegni ti tipo indennitario, tipo le invalidità da infortunio o simili. E siamo già a circa 70mila. Solo il 29% dunque avrebbe la pensione coperta dai contributi, anche se in questa quota rientrano anche le pensioni di invalidità, di vecchiaia ecc ecc.

INPS BOERIINPS BOERI
Infine, bisogna considerare anche i percettori di prestazioni di sostegno al reddito che sono 120mila. Ovvero persone che hanno un reddito ridotto e che vengono aiutati dalla collettività.

Fonte: qui

PERCHE’ IL LADRO UCCISO NON ERA IN CELLA?


IL 29ENNE MOLDAVO AMMAZZATO MENTRE TENTAVA DI INTRUFOLARSI NELL’AZIENDA DI FREDY PACINI VICINO AREZZO AVEVA UNA SFILZA DI PRECEDENTI E SU DI LUI PENDEVA UN ORDINE DI CARCERAZIONE 

IL GOMMISTA TOSCANO SOTTO ACCUSA PER AVER SPARATO AL RAPINATORE: "HA DETTO UN SACCO DI BUGIE. I FURTI DENUNCIATI SONO SOLO 6, NON 38" 

SALVINI: “COSA CAMBIA? ASSURDO COLPEVOLIZZARE CHI SI È SOLO DIFESO”

Nino Materi per il Giornale
fredy paciniFREDY PACINI

E così, tanto per non farci mancare nulla, è partito il «toto-denunce». «Trentotto»? No, «sei»; anzi, «quattro».
Sulla ruota della sfortuna si danno i numeri: ci sarebbe da giocarseli, se non fosse che qui siamo dinanzi a una storia drammatica: un uomo (il ladro) ammazzato e un altro uomo (la vittima del furto) ora sospettato di aver ecceduto nel difendersi, «percependo un tasso di pericolo superiore a quello reale»; come se, in quei momenti terribili, le vittime pesare emozioni e reazioni col bilancino del codice penale.

In Italia il rischio di trasformare la tragedia in commedia è sempre alto, e questa vicenda del gommista «pistolero» Fredy Pacini di Monte San Savino (Arezzo) ne è l'ennesima riprova. I titoloni in prima pagina che qualche giorno fa accompagnarono la notizia li ricordiamo tutto: «Commerciante spara e uccide il ladro. Aveva già subito 38 furti».

io sto con fredy striscione di solidarieta al gommista aretino che ha ucciso un ladroIO STO CON FREDY STRISCIONE DI SOLIDARIETA AL GOMMISTA ARETINO CHE HA UCCISO UN LADRO
Ora si scopre che le denunce presentate negli ultimi quattro anni dal signor Pacini sono «appena» sei, di cui «solo» due a seguito di un furto consumato (nelle altre quattro si sarebbe trattato di «semplici» tentati furti). Attenti alle parole: «solo», «appena», «semplici»; termini dietro cui si cela chi guarda il dito e ignora la luna. Ne è convinto il ministro dell'Interno, Matteo Salvini: «Ma cosa cambia se le denunce sono 38 o 6? La verità è che un onesto lavoratore si è difeso perché si è sentito in pericolo di vita aggredito all'interno della sua proprietà». Ma le inchieste giudiziarie servono anche a questo: ad accertare verità che i titoli di giornali non possono decodificare in tempo reale. Ma la domanda resta? È un elemento decisivo o no che Pacini abbia «mentito» sul numero delle denunce presentate? Cosa cambia questa circostanza rispetto all'episodio specifico in cui un moldavo di 29 anni ha perso la vita?
la rimessa di fredy paciniLA RIMESSA DI FREDY PACINI

Il comandante del nucleo operativo dei carabinieri di Arezzo, Giovanni Rizzo, precisa all'Agi: «A noi risultano sei denunce da parte di Pacini dal 2014 a oggi, che diventano forse una decina andando più indietro negli anni. Certo, non 38», come invece dichiarato da Pacini che, per sentirsi più sicuro, aveva deciso di restare in azienda anche di notte.

la rimessa di fredy paciniLA RIMESSA DI FREDY PACINI




Ieri l'esito dell'autopsia sul corpo del moldavo ucciso: «È stato raggiunto da un proiettile alla gamba e da un altro all'altezza di un fianco». Il commerciante toscano, 57 anni, è indagato per eccesso colposo di legittima difesa, ma non ha ancora risposto alle domande del pm.

fredy paciniFREDY PACINI
Pacini più volte in passato aveva raccontato di essere «esasperato per i continui furti», e così quando ha visto il moldavo (un pregiudicato, latitante e dalla falsa identità sul passaporto) entrare nella sua ditta «impugnando un piccone», ha fatto fuoco con la sua Glock semiautomatica «mirando alle gambe». Uno dei cinque proiettile esplosi ha però reciso l'arteria femorale, e il moldavo è morto dissanguato mentre il complice è fuggito. L'avvocato del commerciante è sicuro: «È stata legittima difesa». Pacini dice: «Ho il cuore a pezzi, ma sono tranquillo con la coscienza. Ringrazio le migliaia di persone che su Facebook mi sostengono». Ma per lui l'incubo continua.

fredy paciniFREDY PACINI
IL LADRO UCCISO DOVEVA ESSERE IN CELLA
Simona Pletto per Libero Quotidiano


Altro che ladruncolo incensurato come lui stesso faceva sembrare utilizzando un passaporto col cognome della moglie (Tonjoc) e diversi alias. Vitalye Mircea, questo il vero nome del moldavo 29enne sorpreso e ucciso martedì notte mentre tentava di intrufolarsi nella azienda di Fredy Pacini a Monte San Savino (Arezzo) insieme ad almeno due complici, era un ladro professionale, e come tale aveva una sfilza di precedenti per reati commessi in Italia dal 2011 ad oggi. E non certo da solo.
la rimessa di fredy paciniLA RIMESSA DI FREDY PACINI






Nel suo "curriculum" ci sono innumerevoli furti commessi in aziende e in abitazioni tra la Lombardia, il Veneto, il Piemonte e l' Emilia Romagna; e ci sono tanti altri reati a suo carico, tra cui riciclaggio, danneggiamenti e persino lesioni personali, a riprova della pericolosità dell' individuo che il commerciante toscano si è trovato davanti, con un piccone nelle mani, prima di sparare.

io sto con fredy striscione di solidarieta al gommista aretino che ha ucciso un ladro 2IO STO CON FREDY STRISCIONE DI SOLIDARIETA AL GOMMISTA ARETINO CHE HA UCCISO UN LADRO
Non solo: su Vitalye Mircea dal 2015 gravava un ordine di carcerazione emesso dalla Procura di Milano, per un residuo di pena di tre anni che avrebbe dovuto scontare in cella. Eppure da una quarantina di mesi era libero. Libero di continuare a delinquere, libero magari di tornare in quel capannone in provincia di Arezzo, già violato diverse volte dai ladri, attirati dall' alto valore delle biciclette da corsa custodite all' interno.

il sostegno a fredy paciniIL SOSTEGNO A FREDY PACINI










Martedì notte, però, non hanno fatto i conti con la disperazione del signor Pasini, che da tempo, esasperato dalle continue visite dei ladri, aveva deciso di dormire dentro alla sua ditta per tutelare il frutto del suo lavoro. Quando ha sentito il rumore dei vetri infranti, è sceso dalla sua branda e dall' alto del soppalco dove si era ricavato una stanzetta per vigilare i suoi beni, ha visto i due ladri. Uno si era già introdotto all' interno, l' altro invece ha subito rinunciato ad entrare ed è fuggito.

la rimessa di fredy paciniLA RIMESSA DI FREDY PACINI
Fredy Pacini ha impugnato la sua pistola Glock calibro 9 ed ha iniziato a sparare cinque colpi mirando verso il basso; due di questi hanno raggiunto il ginocchio e l' arteria femorale di Vitalye. Quest' ultimo proiettile, rimasto all' interno della coscia, è stato letale: il moldavo - lo ha stabilito ieri l' autopsia eseguita dal medico legale Mattia Benvenuti dell' università di Siena -, è morto per una emorragia interna.

RIMBALZO ACCIDENTALE 

Tra le ipotesi che dovranno essere chiarite presto, attraverso un sopralluogo da parte dei periti e del pm Andrea Claudiani, nel capannone di Fredy Pacini, c' è anche quella di un rimbalzo accidentale del proiettile fatale finito nella coscia del ladro. La Tac eseguita ieri sul cadavere del 29enne, avrebbe infatti tracciato una traiettoria che non escluderebbe l' ipotesi della deviazione. Sarà inoltre importante capire se i colpi sparati abbiano raggiunto frontalmente (teoria più accreditata) o alle spalle il ladro.

fredy paciniFREDY PACINI
Intanto ieri Pacini, 57 anni, sposato e padre di due figlie, ha varcato la soglia della Procura di Arezzo per essere interrogato dal pm Claudiani, cui è affidata l' inchiesta. A carico del gommista è stato aperto un fascicolo per l' ipotesi del discusso reato "eccesso colposo di legittima difesa".

Provato dal lutto che ha colpito la sua famiglia (giovedì notte è morto il suocero e ieri si sono celebrati i funerali), sfinito dal pressing mediatico e dall' idea comunque di aver ucciso un uomo (anche se ha dichiarato «Ho avuto paura, quel ladro avanzava spavaldo. Sono dispiaciuto ma mi sento nel giusto perché ho difeso la mia persona e il mio patrimonio»), ha pianto davanti al pm e si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Una decisione, questa, suggerita anche dai suoi legali Alessandra Cheli e Giacomo Chiuchini del Foro di Arezzo, perché: «Preferiamo aspettare l' esito dell' autopsia (attesa entro 60 giorni, ndr), dopodiché il signor Pacini parlerà con i magistrati. Del resto in questo momento è molto provato, e forse non è in grado di affrontare un interrogatorio».

Resta il mistero del piccone, trovato fuori dal capannone dai carabinieri della Compagnia di Cortona guidati dal capitano Monica Dallari, intervenuti subito sul posto.

LA SORELLA 

Sul fronte delle indagini prosegue la caccia ai complici. Una piccola svolta è stata data dalla sorella di Vitalye.

SALVINI CON LE MANI NEI CAPELLISALVINI CON LE MANI NEI CAPELLI
La giovane, che vive al Nord Italia, ha riconosciuto la foto del fratello pubblicata sui giornali e ieri mattina si è presentata alle forze dell' ordine dicendo, appunto, di essere la sorella del ladro ucciso. Sono scattati subito i controlli, per capire se stava raccontando il vero, e alla fine sono emersi nuovi particolari.

Il passaporto con regolare visto e con un ingresso in Italia segnato appena due mesi fa, non corrispondeva alla vera identità dell' uomo. Il documento che mostrava, infatti, era quello con il cognome della moglie, per deviare i controlli. In realtà, si è scoperto attraverso un incrocio di dati, che Vitalye era un ladro seriale latitante. Insomma, il colpo alla azienda di rivendita gomme e bici da corsa di Fredy Pacini, era di certo uno dei tanti.

il caso di fredy pacini vitalie tonjocIL CASO DI FREDY PACINI VITALIE TONJOC
Gli investigatori hanno già individuato il secondo complice, quello fuggito poco prima degli spari, e sono sulle sue tracce. In queste ore si analizzano anche le celle telefoniche e i filmati delle telecamere di sorveglianza per dare un nome al terzo complice che ha fatto da palo.

L' obiettivo, è comunque quello di arrivare alla banda di moldavi di cui Vitalye faceva parte.

Fonte: qui