9 dicembre forconi

lunedì 30 aprile 2018

VIDEO: LE FORZE ARMATE USA SONO RIUSCITE A METTERE LE MANI SUI FILMATI SCARTATI (PER RIDICOLAGGINE) DAL CALIFFATO DELL'ISIS PER I LORO VIDEO DI PROPAGANDA

GOFFI ADDESTRAMENTI, ESERCIZI GINNICI SCOORDINATI, CAPITOMBOLI EPICI E BERSAGLI MANCATI ...

VIDEO: LE IMMAGINI SCARTATE DAI JIHADISTI PER I FILMATI DI PROPAGANDA




isis 6ISIS 
L'ultima cosa che i leader dell'Isis avrebbero voluto è che quei filmati finissero nelle mani dell'esercito americano: intere clip girate per essere inserite negli "epici" video di propaganda dello Stato islamico e poi scartate impietosamente perché le uniche cose epiche che mostravano erano le figuracce e le castronerie dei propri combattenti che, in quelle scene censurate, incappavano in errori così maldestri e talmente marchiani da infangare l'immagine del loro esercito.
isis 8ISIS 

Per sfortuna dei terroristi, invece, le Forze armate Usa in Afghanistan sono riuscite a mettere le mani su quei video e ne hanno tratto una sintetica compilation di 4 minuti che ridicolizza i "terribili" combattenti islamici: addestramenti marziali effettuati nel nord-ovest dell'Afghanistan, che dovrebbero mostrare tutta la loro efficienza e le loro capacità, finiscono invece per sottolineare dilettantismo e goffaggine.

isis 7ISIS 
Si va dagli esercizi ginnici sincronizzati, durante i quali tutti finiscono per andare fuori tempo, alle prove di salto a cavalcioni dei compagni, nel corso delle quali molti inciampano e si schiantano l'uno contro l'altro, mentre alcuni ricevono botte in testa; dagli ingloriosi scivoloni durante un'escursione sulle montagne al soldato che fa proclami minacciosi con in testa un passamontagna con buchi per gli occhi tagliati così male che il soldato stesso deve tirare in continuazione il copricapo per riuscire a vedere qualcosa; per finire con due militanti che combattono in allenamento tirando più pugni e calci a vuoto che contro il bersaglio.
isis 3ISIS 

Stars and Stripes ha comunicato che il video è stato rilasciato la scorsa settimana da una task force Usa per le operazioni speciali in Afghanistan, dove la filiale dell'Isis è conosciuta come Isis-Khorasan Province dal 2015, quando invase ampie zone delle province orientali di Nangarhar e Kunar per poi spingersi a nord del Paese ed effettuare diversi attacchi nella capitale Kabul.

isis 1ISIS 
L'anno scorso le forze afghane e statunitensi hanno avviato una massiccia campagna per spingere l'Isis fuori dalla regione, riconquistando gran parte del territorio, ma senza riuscire a sradicare completamente il gruppo dall'Afghanistan. Si calcola che l'Isis, alla fine dell'anno scorso, nella zona potesse contare su circa tremila combattenti, molti dei quali stranieri.

Nell’interesse italico, avanti con un governo M5S+PD: entro un anno sarà il disastro economico


Per governare non basta l’onestà: per il M5S possiamo stare abbastanza certi sulla loro integrità mentre per il PD è meglio stendere un velo pietoso, dal compagno G(reganti) dei tempi andati in Tangentopoli alla famiglia Renzi indagata per false fatturazioni dei nostri giorni, passando per lo scandalo coop rosse nella gestione dei migranti dell’inchiesta Roma Capitale, gli esempi di malcostume e corruttele varie a sinistra si sprecano.
Quello che è certo – e lo dico non nascondendo la mia simpatia per la politica quanto meno onesta dei giovani parvenu – è che non basta essere di buoni propositi per poter portare risultati, ci vuole anche la competenza.
Purtroppo il M5S è – sigh – un’accozzaglia di persone certamente di buona volontà ma anche assolutamente non preparata. Lavoravo un po’ di tempo fa per i ministeriali francesi e mi ricordo una persona carinetta che lavorava in un ruolo chiave senza averne le doti, nonostante il buon titolo di studio: alla mia domanda sul perchè una persona di fatto stupidotta veniva messa a ricoprire – con regolari danni – un ruolo così importante fu che, visto che era stupidotta, la si manipolava facilmente e nel caso le si faceva prendere tutte le colpe. Capito il messaggio, vero?
Ora, riassumo: il M5S vuole attuare provvedimenti che abbisognano di coperture, tante. Ad esempio il reddito di cittadinanza, per altro negato e cancellato recentemente in Finlandia dopo aver fatto da apripista negli scorsi anni. A parte l’immoralità di dare soldi a chicchessia per non lavorare, bisogna comprendere che per dare soldi a pioggia bisogna averli, i soldi. E se non li si ha bisogna trovarli. Visto che dall’EUropa non si vuole uscire né lato PD né lato M5S (accettando dunque di sottostare ai parametri austeri di Maastricht, senza lamentarsi dell’asimmetria di trattamento ad esempio col gigantesco surplus tedesco, tecnicamente parimenti fuori parametri), appunto, per distribuire tali e tanti soldi a pioggia ai cittadini bisognerà necessariamente mettere nuove tasse. O tagliare i costi, che per come sono messi i conti statali significa risparmiare su sanità e pensioni, di gran lunga le due poste più importanti nel computo delle uscite statali.
Or dunque, ipotizzando anche solo di tagliare le pensioni, ad esempio andando a cancellare la quota retributiva, che conseguenze si avrebbero? A parte il malcontento popolare, che non farà fatica ad estendersi ai figli che dovranno aiutare finanziariamente i genitori le cui entrate verranno ridotte per legge, a livello economico le ricadute saranno disastrose in quanto causeranno un’ulteriore riduzione dei consumi interni, già asfittici. E ridurre i consumi significa ridurre il PIL. E riducendo il PIL a parità di debito – cosa non scontata, visto che con il reddito di cittadinanza tenderà a salire -, il rapporto debito/PIL esploderà costringendo l’EUropa austera a chiedere il rientro nei parametri austeri. Ossia ulteriori maggiori tasse e via dicendo… una spirale!
Altra possibilità, tassare anche la prima casa di abitazione e/o raddoppiare l’IMU per gli immobili a copertura del reddito di cittadinanza (come non casualmente suggerisce la francese Lagarde, messa da Sarkozy a capo dell’FMI ai tempi del golpe ordito dall’estero contro l’Italia nel 2011): come risultato sarebbe la stessa cosa, le maggiori tasse ridurrebbero i consumi della gente, dunque giù PIL e su rapporto debito/PIL, con conseguenti richiami EUropei.
L’unica arma rimasta è tagliare le pensioni e/o una imposta patrimoniale… Ma gli stranieri (ho detto francesi e tedeschi) vorranno le aziende italiane!!
Ultima soluzione, attaccare il capitale immobilizzato, ovvero i risparmi delle famiglie, ossia quella quota di denaro che ognuno tiene da parte per affrontare le tante incertezze del futuro. In una parola, imposta patrimoniale sui risparmi delle famiglie. Risultato: encore, minori consumi come risultato della paura di non avere più cuscinetti di protezione.
Alla fine la soluzione teoricamente ottimale per un governante assai cinico sarebbe solo quella di trovare il modo di aumentare le tasse – ad esempio sul patrimonio privato [improduttivo per lo Stato], ossia il risparmio delle famiglie – senza però far scendere il PIL ossia senza far scendere i consumi.
Per fare questo esiste una soluzione: si chiama dittatura. Ossia da una parte mettere ad esempio l’IMU sulla prima casa, raddoppiare l’IMU in generale con la revisione del catasto, tagliare le pensioni retributive e la sanità e dall’altra parte obbligare le persone a consumare, per legge. Per fare questo basta mettere multe che somiglino ad espropri con il fine di costringere chiunque a consumare, a spendere: ad esempio, se non rinnovi la tua casa ogni anno, magari a fronte di nuove norme ambientali, ti mettiamo una multa che la casa alla fine te la devi vendere. O ti costringiamo a cambiare l’auto a benzina con una elettrica, facendoti indebitare (anche se l’auto elettrica inquina di più di quella a combustione interna, ndr). O ti imponiamo consumi obbligati, ad esempio un contributo obbligatorio sulle assicurazioni obbligatorie [che esiste già] ad esempio. O aumentiamo le accise su elettricità, benzina, e via dicendo. O magari obbligando a targare ed assicurare anche le biciclette. O qualche amenità simile: risultato, mazziato al primo giro chi potrà scapperà dall’Italia.
Ma anche per questo c’è la soluzione, mettere una tassa su chi emigra, come in Giappone: chi se ne va dal paese deve pagare il conto, facile no? Quando dicevo dittatura….
In tutto questo, lo avete capito, la strada verso la fine non solo del benessere italico ma anche dell’Italia unita, come paese in pace e benestante, è segnata. Infatti vediamo proprio in questi giorni continui sequestri di esplosivi ed armi contrabbandati da est europei (soprattutto bosniaci) in Italia: ben ricordando che gli americani di turno che volessero far arrivare armi in Italia, beh, loro ce l’hanno già in loco (dalla guerra in Serbia, solo chi non ha i mezzi in loco e non vuol fa sapere cosa sta facendo – oltre a parlare molto probabilmente francese/tedesco – si serve di ex jugoslavi come corrieri, …), non vedo altra possibilità che dietro a tali traffici “esplosivi” ci siano francesi e tedeschi, nell’ottica dell’attacco finale al benessere italico ed alla pace sociale per prendersi le spoglie di quello che resta, tempo altri due o tre anni di governi che non fanno gli interessi italiani ma stranieri, magari questa volta non attraverso politici corrotti come negli scorsi anni ma questa volta con quelli non preparati (ho detto M5S?).
Ricordatelo sempre, l’annientamento di un paese segue tre fasi, in serie: annientamento economico, politico ed alla fine geostrategico. L’esplosivo in arrivo alle frontiere dimostra che siamo entrati nell’ultima fase.
Dunque avanti col carro e coi buoi, avanti con un “governo epilogo” di una nazione che fu ricca ed importante, avanti verso la miseria di una coalizione PD e M5S. L’unica consolazione è che al prossimo giro la Lega avrà la maggioranza assoluta – e state certi che andrà a punire corporalmente i traditori politici precedenti rimasti in Italia, peccato che la maggior parte di loro farà come Enrico Letta scappando all’estero -. Purtroppo, ormai, a tale punto il danno sarà definitivo.
Come ben capite, per riffa o per raffa una deriva autoritaria in Italia nei prossimi 5 anni è praticamente certa.

“LE IENE” SBRANANO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA SULLA PRESENZA A CASA SUA DI IMMA, UNA GIOVANE CHE LUI DEFINISCE “UNA CARA AMICA” MA CHE DA UNA BREVE CHIACCHIERATA CON LA TELECAMERA NASCOSTA PARE ESSERE UNA BABY SITTER E DOMESTICA. NON IN REGOLA




Gian Antonio Stella per il Corriere della Sera



fico con la compagna Yvonne De rosaFICO CON LA COMPAGNA YVONNE DE ROSA
Passi per l’auto blu: imposta dalla scorta. Passi per il senso unico preso contromano per seminare l’inviato insistente: amen. L’intervista data alle Iene in onda stasera, però, rischia di mettere in serie difficoltà Roberto Fico.

Tempestato di domande fastidiose sulla presenza a casa sua e della sua compagna di una giovane che lui definisce «una cara amica» ma che da una breve chiacchierata con la telecamera nascosta pare essere una baby sitter e domestica. Non in regola. 

fico pizzaFICO PIZZA
Le stime dell’Inps e dell’Inail parlano di una buona metà di colf e badanti in nero, larghe aree del Paese vivono questo tipo di illegalità come veniale, innocentisti e colpevolisti finiranno per schierarsi... Non bastasse, il botto scoppia nel pieno della polemica politica più rovente.
«Fake a orologeria»
Di là la pagina Facebook Matteorenzinews chiedeva già ieri perché Mediaset non avesse «dato seguito all’annuncio della puntata preparata dalle Iene» su «presunte irregolarità rispetto al contratto di una collaboratrice domestica».

Di qua altri parleranno di «fake a orologeria» fatte uscire proprio ora da una trasmissione che è nota per tanti scoop indigesti a Berlusconi ma comunque appartiene all’odiato Cavaliere, che vede i grillini come la peste. Proprio adesso, poi! Certo è che il servizio di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti titolato «Roberto Fico: auto blu e colf in nero?», in onda stasera su Italia uno, è duro.

Non tanto nel racconto iniziale in cui una «fonte» anonima dalla voce storpiata accusa il giovane presidente della Camera e la sua compagna Yvonne di farsi aiutare da anni da una ragazza, Imma, «che abita nel palazzo accanto» e «lavora in casa» e «quel che le viene proposto quello accetta, perché è una ragazza che ha bisogno di lavorare». Fin là potrebbero esser solo veleni.

È il contrasto tra le cose dette dal presidente di Montecitorio e quelle dette dalla ragazza a essere sorprendente.

FICOFICO
«Con contratto? Senza contratto?»
Iena: «Lei ha mai avuto collaboratori a qualunque titolo che fossero in situazioni di contratto “borderline”?».

Fico, sorridente: «Ho una collaboratrice domestica in questa casa a Roma, assunta con regolare contratto». Iena: «Invece nella casa in cui vive a Napoli? Lì com’è la situazione?» Fico: «Tranquilla». Iena: «Non ci sono collaboratori domestici?» Fico: «No, non ce ne sono». Iena: «Mai stati?» Fico: «No». Iena: «Con contratto, senza contratto?» Fico: «No».

ROBERTO FICO E YVONNE DE ROSAROBERTO FICO E YVONNE DE ROSA
L’inviato delle Iene gli dice che a lui risulta di quella signora... Fico: «Me la faccia conoscere tranquillamente questa persona, oppure se c’è una persona che ha qualcosa da dire sulla casa della mia famiglia giustamente lo dica e vediamo».

Irrompe nel servizio uno spezzone dell’intervista alla ragazza con una telecamera nascosta. «Anche tu abiti qui?» «No, io lavoro qua. Faccio la baby sitter». «Vabbè però hai il contratto, no?» «Sì, questo sì. Ci tengono molto a queste cose».

«Ma quali contributi»
Caso chiuso? Tutto chiarito? No. Perché, ignaro di quanto ha detto incautamente la giovane Imma (come fosse stata istruita a rispondere così, sospettano le Iene), Fico tira diritto sulla sua versione. E alla domanda su cosa la ragazza faccia a casa sua spiega: «È una vicina, abita dove abita Yvonne, è una carissima amica sua e si aiutano a vicenda».

Iena: «Lei non sa se c’è un rapporto di lavoro, una prestazione di lavoro che andrebbe regolarizzata?». Fico: «Sono persone che hanno un’amicizia insieme molto forte e molto bella». Iena: «Cioè non fa dei lavoretti a casa, la spesa, le faccende domestiche, non fa niente di tutto questo?». Fico: «Durante la settimana, se vanno a fare la spesa insieme possono andare a fare la spesa insieme. Se a Imma serve la macchina per fare dei servizi suoi, può fare un altro servizio a Yvonne. È questo il punto, ma nella tranquillità proprio».


Nuovo inserto flash con Imma: «Quindi i contributi te li pagano?» «Sì». Di nuovo la Iena a Fico: «I contributi?». Fico: «Ma quali contributi? Se ci fosse un rapporto di lavoro tra Imma e Yvonne ok ma...». Nuovo flash con Imma: «Faccio i turni da mezzogiorno alle tre e dalle sei alle sette e mezzo. Dal lunedì al venerdì».
FICOFICO

E via così, tra le rassicurazioni di Fico e i flash della ragazza. Come questo: «E adesso quanto prendi?». «Cinquecento». O ancora: «Io alla fine me ne volevo pure anda’. Sono rimasta solo per l’affetto più che altro per la bambina, perché me la sono cresciuta»... Polemiche assicurate. Veleni che sgocciolano. Tic, tic, tic... Ci mancavano proprio, di questi tempi. Fonte: qui

Da Giappone, Ue e Usa gli allarmi per una tempesta sui mercati

Guardando a quanto accade in Giappone, in Europa e negli Stati Uniti sembra emergere un forte timore per un nuovo tsunami finanziario

Lapresse




















Lapresse

«In un qualche momento nei prossimi cinque anni, raggiungeremo il nostro obiettivo di inflazione al 2%. Una volta raggiunto quel livello, cominceremo a discutere su come normalizzare gradualmente le condizioni monetarie… Per raggiungere l’obiettivo del 2% di inflazione, penso che dovremo continuare con una forte politica di allentamento monetario ancora per un po’ di tempo. Inoltre, il protezionismo, la contrazione della politica monetaria inaspettatamente veloce in alcune nazioni e le tensioni geopolitiche in Medio Oriente e Corea del Nord pongono dei rischi potenziali». Chi ha detto queste parole nel fine settimana, intervista da Sara Eisen di Cnbc? Haruhiko Kuroda, governatore della Bank of Japan. 
Signori, se avevate bisogno di un’ulteriore conferma non solo del fallimento totale delle politiche di monetizzazione del debito poste in essere come risposta alla crisi, ma anche del fatto che un nuovo tsunami è ormai all’orizzonte, eccola a voi. Perché non stiamo parlando di una Banca centrale come le altre, bensì del soggetto che negli ultimi quattro anni ha comprato anche l’aria, ha devastato il mercato obbligazionario sovrano più grande del mondo, eliminando dal trading qualsiasi soggetto che non fosse proprio la Bank of Japan, ha in pancia Etf e titoli azionari in quantità tale da prefigurare quella del Giappone come un’economia socialista e metà delle sue imprese come statali de facto e che, soprattutto, ha già rinviato di un anno, dal marzo appena trascorso a quello del 2019, l’orizzonte temporale statutario per raggiungere il mitologico 2% di inflazione. 
Ora, non un passante, ma il titolare di quella politica sciagurata, dichiara senza vergogna alla principale emittente televisiva economica del mondo che quell’orizzonte sia amplierà ancora, offrendo come orizzonte temporale quello un pochino vago dei prossimi 5 anni! Nel frattempo, avanti di questo passo, per quel giorno in Giappone non ci sarà più un solo asset o una sola security che non figuri come contabilizzata - non si sa a quale prezzo e in base a quale criterio valutativo - nel bilancio della Bank of Japan. Di fatto, Kuroda ha detto ciò che nessuno ha il coraggio di dire, pur essendo ancora troppo cauto per usare il nome reale: proseguire per altri 5 anni con acquisti diretti significa distruggere il concetto stesso di mercato, ma, soprattutto, spalancare le porte alla sola opzione che rende possibile un delirio monetario simile, l’helicopter money, ovvero lo stimolo espansivo perenne, sine die. 
Capito perché, nonostante tutto quanto sta accadendo, il Nikkei non barcolla e non deraglia? Perché c’è la certezza che la Banca centrale resterà prestatore di prima e ultima istanza praticamente senza soluzione di continuità, almeno fino a quando l’imponderabile non rimetterà a posto le cose, per miracolo. O, più facilmente, fino a quando lo schema Ponzi non andrà in testacoda, aprendo la porta a un’altra lost decade per l’economia nipponica. Questo grafico mi pare spieghi la situazione meglio di mille parole. 
E che dire della Bce? Anzi, della Vigilanza dell’Eurotower, la stessa che ha spaventato a morte le banche di mezza Europa, italiane in testa, con i suoi nuovi criteri di accantonamento rispetto ai non-performance loans a bilancio? Sembrava una riforma non necessaria ma addirittura vitale, un qualcosa per cui valeva la pena andare alla guerra con il presidente dell’Europarlamento, quell’Antonio Tajani che per giorni ha vestito i panni del difensore del nostro sistema bancario dalle angherie contabili e sui requisiti di quella Bce guidata anch’essa da un italiano. E cosa è successo l’altro giorno? La Vigilanza sarebbe pronta ad arrendersi, la nuova regolamentazione verrebbe accantonata a causa delle «reazioni negative della politica»: da quando una Banca centrale, a fronte di un problema che ritiene dirimente e strutturale, cede di fronte alle pressioni politiche? Oltretutto, a livello di Europarlamento, dove formalmente può contare sull’intransigenza della Germania, incarnata dalla Bundesbank in sede di board Bce: vuoi vedere che, al netto di tutte le criticità dell’economia tedesca di cui vi ho parlato negli ultimi giorni, il buon Jens Weidmann è diventato meno intransigente e puntiglioso? Difficile, infatti, trovare un’altra spiegazione a un dietrofront simile. 
Certo, formalmente la Nouy ha parlato di una discussione in merito che verrà affrontata in tempi rapidi e che porterà a una decisione definitiva entro giugno, quindi lasciando aperto uno spiraglio all’intransigenza, ma si tratta solo di salvare la faccia, un formalismo che sa di contentino: i dati macro europei parlano chiaro, altro che avvicinamento al picco della crescita, come dichiarato da Mario Draghi nel suo ultimo discorso al Fmi, qui siamo già ben oltre la fase massima del ciclo e i fondamentali sono in fase più che iniziale di deterioramento, soprattutto nelle economie più forti. Detto fatto, ciò che pareva indifferibile e inemendabile, diventa di colpo facoltativo, rimandabile e oggetto di discussione: qualcosa non va e, come sempre, il picco al rialzo del Libor è stato anticipatore di tensione nel settore bancario. 
Se si arriva a una marcia indietro simile, significa che alle porte - in caso davvero si fosse intervenuti con quella regolamentazione così stringente - c’era una crisi potenziale di liquidità capace di congelare del tutto l’interbancario e costringere la Bce ad aste straordinarie, nuove Ltro con il Qe ancora attivo: di fatto, come sanguinare nella vasca degli squali, i ribassisti si sarebbero fiondati a scommettere contro i titoli azionari più sensibili all’argomento, vedi gli istituti italiani e spagnoli in primis. Ma tranquilli, va tutto bene, la ripresa è sostenuta sostenibile e sincronizzata a livello globale. Ah, dimenticavo, si sta avvicinando al suo picco ma non c’è ancora da preoccuparsene. Volete l’ultima riprova rispetto a quanto le cose stiano andando bene? Pronti, ovviamente arriva dagli Usa, la patria della narrativa dell’ottimismo economico. 
Questo grafico è basato sui dati del Fitch Auto Abs Index, il quale ci dice che a febbraio le delinquencies oltre i 60 giorni relative a clienti subprime su acquisti di automobili sono salite al 5,76%, il massimo da 22 anni e peggio del dato raggiunto durante la crisi finanziaria del 2008. Ma come, in America la disoccupazione è circa al 4%, il petrolio - pur in risalita post-Siria - rimane ai minimi storici, i tassi di interesse sono ancora bassissimi per le medie storiche e gli indici di Wall Street fanno faville: com’è che ci troviamo di fronte a questa massa di clientela subprime, ovvero di gente in palese difficoltà di credito personale? Forse finora ci hanno venduto uno storytelling fasullo? 
 
Il meglio deve ancora arrivare, perché quanto sto per raccontarvi vi dice chiaro e tondo una cosa: non conta come stanno davvero le dinamiche, conta come le si fa percepire al pubblico. E, soprattutto, conta cosa si omette di dire. Il Wall Street Journal, nella sua infinita perfidia, due settimane fa si è posto una domanda, prendendo in esame la quantità di finanziamenti record erogata a clientela subprime da una finanziaria leader del settore, Exeter Finance: dove ha preso quei soldi, poi allegramente elargiti a persone fortemente a rischio? Guardate questo grafico e avrete una risposta: Exeter ha potuto beneficiare della “generosità” di due player di primaria importanza come Wells Fargo e Citigroup, i quali hanno prestato alla finanziaria in esame qualcosa come 1,4 miliardi di dollari per garantire credito al consumo a clientela subprime. 
 
Il grafico parla drammaticamente chiaro: tra il 2010 e la fine del 2017, i prestiti bancari verso Exeter e altre finanziarie non bancarie è salito di sei volte, raggiungendo il record di quasi 345 miliardi di dollari. A oggi, questa categoria rappresenta la maggiore fra I prestiti bancari verso aziende. Com’era la storiella della lezione del 2008 che era stata recepita? Com’era il fatto che non c’era più posto per l’azzardo morale nell’economia americana? 
E se quest’altro grafico ci mostra l’esposizione indiretta delle principali banche Usa verso prestiti subprime, qualche dato scritto può risultare utile: Wells Fargo è esposta per 81 miliardi, quando nel 2010 lo era per soli 13,4; Citigroup per 30 miliardi contro i 4,1 di otto anni fa; Bank of America 30 miliardi, a fronte dei 2,8 miliardi del 2010; JP Morgan 28 miliardi contro i precedenti 10,4 del 2010, mentre Goldman Sachs e Morgan Stanley sono esposte rispettivamente per 22 e 16 miliardi, mentre non sono disponibili i dati del 2010. Non parliamo di noccioline, qui. E, oltretutto, quel denaro è andato a finanziare prestiti dichiaratamente subprime, quindi a forte rischio di restituzione. Ma qui non si parla solo di automobili, bensì anche di credito al consumo in generale e, soprattutto mutui: quindi, se non paghi, scatta il pignoramento dell’immobile, un bene tangibile che diventa assets a garanzia di quel prestito. E a prezzo di saldo, come acquisto. 
 
Resta però l’interrogativo principale: al netto dell’azzardo e della natura dichiaratamente banditesco/speculativa dell’operazione, com’è che il mercato non ha sottolineato con attività di short selling, l’azzardo preso da quelle banche che hanno prestato liquidità a rischio? Semplice, quei prestiti subprime sono stati letteralmente “nascosti”, anzi “mascherati”, al mercato utilizzando il trucco più vecchio e semplice del mondo: Exeter e le altre finanziarie beneficiare dei prestiti bancari, infatti, fanno tutto ciò che è legalmente nelle loro facoltà per tenere quell’esposizioni fuori dai bilanci e, soprattutto, per cartolarizzarle al massimo. In questo modo - e in un déjà vuassoluto del 2008 - creano asset-backed securities subprime che vengono suddivise in trance e vendute come bond agli investitori, mentre le finanziarie detengono la parte più rischiosa del trade e subiscono le prime perdite. Allo stesso tempo, però, questo tipo di operazione suscita enorme interesse per la parte di cartolarizzazione con il rating più alto: a quel punto, Exeter utilizza quanto introitato per ripagare le linee di credito e questo crea le condizioni per nuovo business, fa crescere la compagnia e garantisce sempre maggiori prestiti alla clientela subprime, la quale nel frattempo è cresciuta ulteriormente. 
Le banche, nel frattempo, rimangono esposte unicamente per la linea di credito originale che hanno con Exeter e i suoi prestiti, di fatto garantendosi un lucroso business legato ai differenziali sugli interessi e alle commissioni. Ovviamente, finché i consumatori subprime in questione non cominciano a fare default a tassi maggiori di quanto messo in preventivo: che il primo grafico ci dica che questo è proprio quel caso? Ma tranquilli, va tutto bene, quando banche di quel livello si prestano a schemi Ponzi di questo genere, caricandoci sopra scommesse di miliardi (generosamente offerti a costo zero dalla Fed, tra l’altro) significa proprio che l’economia è sana e l’orizzonte sereno e sgombro da nubi. 
Credeteci, non costa nulla. E fa fare bella figura nei salotti buoni, dove potreste incontrare il Rampini, il Riotta o il Severgnini di turno. 
Fonte: qui

domenica 29 aprile 2018

FINO ALLA SEPARAZIONE LA COREA DEL NORD ERA PIÙ SVILUPPATA DI QUELLA DEL SUD, POI È ARRIVATO IL REGIME DEI KIM

E OGGI PYONGYANG È IN FONDO A TUTTE LE CLASSIFICHE GLOBALI SULLA QUALITÀ DELLA VITA  GRAZIE AL CAPITALISMO SEUL È 352 VOLTE PIÙ RICCA DI 60 ANNI FA, MENTRE DALL’ALTRA PARTE DEL 38° PARALLELO LE PERSONE MUOIONO DI FAME (TRANNE KIM) …

Mauro Frasca per Libero Quotidiano

KIM JONG UN E MOON JAE INKIM JONG UN E MOON JAE IN
Si incontrano oggi il presidente sud-coreano Moon Jae-in e il «comandante supremo» del Nord, Kim Jong-un. È il primo vertice intercoreano che non si svolge a Pyongyang ma in territorio sudcoreano: in una sala conferenze al secondo piano della Casa della pace di Panmunjeom. Ed è un faccia a faccia in cui ovviamente il mondo spera per spazzare via i foschi scenari di guerra nucleare che aleggiano sulla penisola coreana negli ultimi anni, ma che mette anche a drammatico confronto un Paese che è stato diviso nella scelta tra capitalismo e comunismo. Con risultati impressionanti.

kim jong unKIM JONG UN
Vediamo ad esempio le componenti di quell'indice di sviluppo umano che fu inventato nel 1990 e che è utilizzato dall' Onu fin dal 1993 per valutare la qualità della vita nei Paesi membri. Una cosa che va premessa è che al momento della separazione era il Nord la parte più sviluppata della penisola, rispetto al Sud. Nel 1945 il 65% dell'industria pesante stava al Nord, anche se in compenso il Sud aveva il 69% dell'industria leggera, il 63% dell'agricoltura e l'81% del commercio. La guerra del 1950-53 aveva ridotto entrambi i territori a un deserto devastato, ma grazie agli ingenti aiuti dati da Mosca e da Pechino per la ricostruzione negli anni '50 la crescita del Nord arrivò a livelli impressionati da 30% l'anno.
kim il sung propagandaKIM IL SUNG PROPAGANDA

Solo dal 1965 la crescita del Sud iniziò a superare quella del Nord, e ancora fino all'inizio degli anni '70 il Nord aveva un reddito pro-capite più alto. Ma già nel 1979 il reddito pro capite del Sud era diventato il triplo del Nord.

Dai 79 dollari pro capite del 1960, un livello da Africa sub-sahariana, la Corea del Sud nel 2017 era cresciuta a 29.891: 27esima tra le 187 economie considerate dalla stima del Fmi. L' Italia era 25esima, ma la previsione ricavata dagli stessi dati del Fmi è che entro la fine di quest' anno i sud-coreani dovrebbero superarci.

42 VOLTE PIÙ RICCHI
kim jong un 2KIM JONG UN 
La Corea del Nord sta fuori da questa classifica, così come sta fuori quella della Banca Mondiale. Sta invece in quella delle Nazioni Unite del 2016, dove i Paesi considerati sono 193. Lì la Corea del Sud è al posto numero 30: 27.785 dollari. La Corea del Nord al posto numero 176: 665. Cioè, seguendo il capitalismo invece del comunismo, i sud-coreani sono diventati 352 volte più ricchi di quanto non fossero all' inizio del percorso, e 42 volte più ricchi dei nord-coreani. Ovvia l'obiezione: non si può paragonare il potere di acquisto di Paesi diversi. Infatti Fmi e Banca Mondiale fanno anche una stima a parità di potere d'acquisto, ma anche lì la Corea del Nord non è presente.
kim jong un 1KIM JONG UN 

Poiché l'Onu non fa questo calcolo, bisogna allora servirsi di una stima della Cia, secondo cui la Corea del Sud nel 2017 era 33esima su 198 economie esaminate, con 39.400 dollari equivalenti pro capite. La Corea del Nord era invece 184esima, con 1700. Comunque, i sud-coreani restano 20 volte più ricchi.

Ma i soldi non sono tutto, è l' altra possibile obiezione. Per questo è stato infatti inventato il già citato Indice di Sviluppo Umano. E pure sotto questo punto di vista la Corea del Sud sta piazzata molto meglio che come reddito pro-capite: nel 2016 18esima su 188, con indice 0,901. Meglio di noi, che siamo 26esimi con 0,887. Anche qui, la Corea del Nord stava fuori classifica. Bisogna ricorrere a una stima alternativa per ricavarne un indice da 0,564, che corrisponde a un 195esimo posto.

corea del nord 9COREA DEL NORD 

Questo significa ad esempio che un sud-coreano può aspettarsi di vivere in media 12 anni in più di un nord-coreano. Su 183 Paesi, la Corea del Sud era infatti nel 2015 undicesima, con una aspettativa di vita da alla nascita da 82,16. In Italia siamo sesti, con 82,7. In Corea del Nord sono 109esimi, con 70,34.

Anche come Indice di Istruzione nel 2012 la Corea del Sud era undicesima: 0,865. Incomparabilmente meglio del nostro 33esimo posto, a 0,790. Ma, di nuovo, la Corea del Nord stava fuori classifica. E qui nessuno si è neanche azzardato a fare il calcolo alternativo. Ricordiamo che il Niger, ultimo tra i Paesi stimati, è a 0,198.

LA FAME
bambini nordcoreaniBAMBINI NORDCOREANI
C' è pure un Indice Globale della Fame, non stimato dall' Onu ma dall' International Food Policy Research Institute. Secondo quest' alttro strumento la Corea del Nord è 93esima su 110 Paesi considerati. In compenso, qui è la Corea del Sud che sta fuori classifica. Da ricordare che mentre nel 1998 il padre di Kim Jon-un spendeva 100 milioni di dollari per festeggiare il suo compleanno, i nord-coreani morivano di fame come mosche: 250.000 per le ammissioni ufficiali; vari milioni secondo i calcoli di varie ong.
corea del nord 2COREA DEL NORD 
Stima media, 2-2,1 milioni di morti. Poi la situazione si è un po' ristabilita, ma secondo la Fao nel 2006-08 i sud-coreani erano stati al 51esimo posto al mondo come consumo di calorie giornaliero pro-capite: 3040. Un terzo in più dei nord-coreani, 155esimi su 172 Paesi considerati con 2110.

corea del nord 3COREA DEL NORD 




Un effetto di questa differenza di nutrizione si vede nell'altezza media. Secondo le cifre ufficiali, in Corea del Sud la statura media tra i 19enni nel 2012 era di 178 cm. per i maschi e di 160 per le femmine; in Corea del Nord sempre tra i 19enni era di 1,72 per i maschi e 1,59 per le femmine. Ma le cifre calcolate sui nord-coreani fuggiaschi davano addirittura una media di 1,65 per gli uomini e di 1,54 per le donne.

Fonte: qui

The Crash Of 1929: "Can It Happen Again?"

In the 4th of February, we published a blog entry detailing the similarities of the current stock market environment with that before the stock market crash in 1987. On February 5th, the Dow Jones Industrial Average (DJIA) experienced the worst daily point decline of its history. Since then, the stock market has recovered, but are we out of the woods?
At the aforementioned entry, we also warned that the situation in the global economy actually resembles more of the time before the Great Depression than that before of the Black Monday in 1987. Worryingly, the same holds for the US equity markets. In fact, almost all of the developments that led to the Great Crash of 1929 are already visible in the US. We may thus be heading towards the worst asset market crash in 90 years.
Prequisites: The ‘Roaring Twenties’
The 1929 crash marked the end of the ‘Roaring Twenties’. The era got its name from consumer and stock market booms driven by the automobile and building sectors. The gold standard and the neutralization of all gold purchases from abroad by the newly created central bank, Federal Reserve or Fed, controlled the consumer price inflation. Due to low inflation, Fed had only limited incentives to intervene on the speculation by increasing the short-term interest rates. The easy credit era was let to persist fueling the boom in the consumer durables, commercial property market, automobile industry and the stock markets.
The tide switched in January 1928. The Fed decided that the boom had gone far enough and started to raise its discount rate and sell its holdings of government securities in effort to stem the speculation. But, rising money market rates made the brokers’ loans viable options for the bank loans because the former were mostly funded by the large balance sheets of corporations. The call loan rates were also clearly higher than the Fed discount rate, which meant that banks were able to borrow cheaply from the Fed and earn a nice margin on loans to investors. The higher interest rates set by Fed thus increased both the bank and non-bank funds available for stock market speculation. Contrary to the aim of the Fed, the financial conditions eased further and the speculation increased. The twenties kept on roaring.
The Great Crash
In 4 December 1928, President Coolidge had given a reassuring State of the Union speech and 1929 started with positive expectations. The stock market kept rising and the consumer boom continued. It was a common belief that earnings and dividends are growing because of the systematic industrial application of the science together with the development of modern management technologies and business mergers. Still, the first half of 1929 was marked with increasing volatility.
By the summer a dubious mood started to creep. The dividend growth was solid but the economy started to look mature. The first hints about the approaching recession arrived in July 1929 as the index of the industrial production of the Fed diminished. Mixed news and rising interest rates in the US and abroad warned of a looming recession. In September, the stock market started to drift downwards. The fear of a recession started to set in.
On Thursday October 24, after a turbulent week, the prices hovered for all while at the start, but then fell rapidly and the stock ticker started to lag behind. The prices kept falling and the ticker fell further behind. The pace of the sell orders grew at an increasing rate and by eleven o’clock a ferocious selling had gripped the market. A few selected quotations given by the bond ticker showed that the that the current values were far below the now seriously lagging tape. Margin calls started to roll in and many investors were forced to liquidate their stock holdings. The increasing uncertainty made the investors even more scared and by eleven-thirty there was a sheer panic. The frenzy of selling could even be heard outside the New York Stock Exchange, where crowds gathered.
At noon, the reporters learned that several notable bankers had gathered at the office of the J.P. Morgan & Company. At one thirty, the vice-president of the New York Stock Exchange (NYSE), Richard Whitney, appeared on the trading floor and started to make large purchases of variety of stocks (starting from the Steel post). This had a clear message: the bankers had stepped in. The effect was imminent. The fear eased and the stocks rallied.
On Friday, the volume of trading was large, but the prices held up. During the weekend, there was a sense of relief. The disaster had been avoided and the actions of the bankers were celebrated. But then came Monday.
On Monday, October 28, the market opened to uneasy tranquility which was quickly broken. The selling started, then accelerated, and by noon the market was in a full panic mode. The bankers gathered again but the savior was never seen on the floor. Heavy selling continued throughout the day, and the market melted down, with the DJIA closing down by almost 13 percentage points for the day. After the close, there was not a word from the bankers or from anyone else, for that matter. During the night, a panic spread through the nation.
On Tuesday, October 29, the selling orders flooded the NYSE in the open. The prices plunged right from the start, feeding the panic. The sell orders from all over the country overwhelmed the ticker and sometimes even the traders. During the day, massive blocks of stocks were sold indicating that the ”big players” (banks, investment funds etc.) were liquidating. During the worst selling periods, there was a countless number of the selling orders but no buyers. This meant that, at times, the markets were in a complete free fall. There was a brief rally before the end of trading but despite this, the ”Black Tuesday” was one of the most brutal days at the NYSE with the DJIA falling by 11 % with heavy volumes.  Within a week, DJIA had lost 29 % of its value.

The daily closing values of Dow Jones Industrial Average during the year 1929. Source: GnS Economics, MacroTrends

Are we in a time loop?
The crash of 1929 marked the end of a long stock market boom fed by several years of easy credit. Because inflation was low for most of the 1920’s, Fed did not bother to curb the speculation by rising rates and when it did, the rise was too little too late. The signals for an upcoming recession broke the highly over-valued stock market in 1929. Actually, for example the dividends grew even in the last quarter of 1929 but the faith for the future of the market was broken and the investors panicked.
Currently, we are in a situation where, according to several metrics, the stock market is the most over-valued in the history of the NYSE. The central banks, with their orthodox and unorthodox monetary policies, have fed the asset market mania for nine years now but, currently, they are in a tightening cycle. Moreover, the global economy is in a risk of a dramatic slowdown.
This indicates that the main components of the crash of 1929: an over-valued stock market, a central bank tightening cycle (higher interest rates) and a slowing economy are almost all present in the US. We will thus soon know how well the history rhymes.
The historical accounts are based on the “The Great Crash 1929“ by John K. Galbraith, “The stock market boom and crash of 1929 revisited” by Eugene White and on “Lessons from the 1930’s Great Depression” by Nicholas Crafts and Peter Fearon.
Submitted by GnS Economics