9 dicembre forconi: fame
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mercoledì 2 maggio 2018

SONO 850 MILIONI LE PERSONE CHE CAMPANO CON UN PUGNO DI RISO AL GIORNO.

''PRODURRE PIU’ CIBO “GENETICAMENTE MODIFICATO” SERVE A POCO. MEGLIO NON BUTTARE LA VERDURA'' 

LE GUERRE FANNO SCHIZZARE LA BUSTA DELLA SPESA: IN SIRIA I PREZZI CRESCIUTI DELL’800%

Milena Gabanelli per il “Corriere della Sera

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Per una vita sana e attiva l' organismo mediamente ha bisogno di 2.100 calorie al giorno. Per dare un' idea: 100 grammi di latte corrispondono a 47 calorie, di pane 250, riso 300, maiale 171, manzo 115, cavolo 40, cipolla 40, banana 89, mela 52. Bene, oggi 815 milioni di persone mettono nello stomaco poco più di un pugno di riso al giorno. I dati del rapporto Fao, Ifad, Unicef, Wfp, Who mostrano un fenomeno in crescita: 38 milioni di affamati in più rispetto al 2015.

Numeri che vengono confusi e inghiottiti dentro una preoccupazione più generale: se oggi 815 milioni di persone non mangiano, come si potrà sfamare un pianeta che nel 2050 sfiorerà i 10 miliardi di abitanti? La risposta dell' industria e delle agenzie internazionali è una sola: bisogna produrre più cibo. Intanto vediamo dove oggi si soffre la fame e perché.

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La crisi alimentare più grave al mondo si consuma in Yemen, e coinvolge 17 milioni di persone. Tre anni di conflitti hanno reso l' accesso al cibo sempre più difficile. Sette anni di guerra in Siria hanno fatto impennare il prezzo degli alimenti dell' 800%, portando 6,5 milioni di siriani a soffrire la fame, insieme ai 7 milioni che vivono nella regione del Lago Ciad, diventata rifugio di terrorismi e persecuzioni.

Guerre e guerriglie sono la causa di malnutrizione nella Repubblica Centrafricana, nella Repubblica Democratica del Congo, in Nigeria, Niger, Sud Sudan, Libia, Sahel centrale, Afghanistan. Poi ci sono gli choc climatici che colpiscono l' Etiopia, la Somalia, il Senegal, la Mauritania, il Burkina Faso e il Pakistan. A causa delle continue inondazioni e dell' alto tasso di povertà, milioni di persone hanno la pancia vuota in Bangladesh, Myanmar, Mongolia e in vaste aree rurali dell' India.

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La popolazione mondiale oggi è di 7,5 miliardi, salirà a 8,6 nel 2030, a 9,8 nel 2050. Questo mostra un rallentamento nella crescita demografica, con un' unica eccezione: l' Africa, che arriverà da sola a costituire il 50% dei 2,3 miliardi in più attesi fra 32 anni. In particolare si stima che la Nigeria diventerà il Paese più popoloso al mondo (oggi è il settimo). Sulla base di questi indicatori la Fao ha valutato che sarà necessario aumentare la produzione del 50%.

Da tempo i colossi della chimica fanno leva sul tema «fame nel mondo» per espandere le coltivazioni ogm, più recentemente la ricerca scientifica investe in quello che viene definito «il cibo del futuro»: nuovi alimenti capaci di soddisfare la domanda scoraggiando gli allevamenti intensivi. L' ultimo studio che ha come obiettivo «alleviare la fame nel mondo» arriva dalla Finlandia, dove un gruppo di ricercatori ha creato delle proteine in laboratorio partendo dall' energia rinnovabile.

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Il cofondatore di Google, Sergey Brin, ha finanziato la produzione dell' hamburger in laboratorio. Una carne un po' costosa, ma a basso impatto ambientale. Con una tecnica simile negli Stati Uniti c' è chi sta riuscendo a moltiplicare l' albume facendo a meno delle galline. La Fondazione «Bill&Melinda Gates», sta investendo negli incroci di mucche e polli per arrivare a «migliorare la produttività delle razze di bestiame disponibili per gli allevatori in Africa». Stanno nascendo gli allevamenti su larga scala di insetti: sono nutrienti, molto proteici, si riproducono velocemente e si adattano a qualsiasi habitat.

Idee, progetti e prodotti che porteranno ritorni economici ai Paesi più ricchi e alle multinazionali, senza spostare di una virgola l' origine del problema. Le più gravi «food crisis» nel mondo non sono causate dalla mancanza di cibo, ma dai conflitti armati che distruggono le infrastrutture, rendono impossibili le coltivazioni, impediscono le forniture, causano la chiusura di attività, interrompono l' occupazione e l' assistenza sanitaria, provocano recessioni economiche, e di conseguenza rendono proibitivo l' accesso ai mercati per l' acquisto del cibo.

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A questo si aggiungono le calamità naturali: cicloni e siccità hanno obbligato lo scorso anno 19 milioni di persone a spostarsi. Cyril Lekiefs, senior food security di Action contre le Faim, l' organizzazione internazionale che si occupa da decenni del tema, non ha dubbi: «Queste soluzioni sono destinate ai consumatori che vivono nel nord del mondo, l' hamburger di laboratorio non arriverà mai alle persone che campano con un dollaro al giorno».

L' unico modo per sfamare queste popolazioni oggi è quello di portargli da mangiare. Unicef, il principale fornitore di alimenti terapeutici pronti all' uso, sta investendo in tecnologia per rafforzare le infrastrutture, l' accesso ai servizi e alle informazioni. La Commissione Ue invece ci mette i soldi, ed è il più grande donatore al mondo: 750 milioni di euro nel 2016, e incoraggia la distribuzione dei voucher direttamente nei villaggi.

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Considerando che nei prossimi anni il grosso aumento demografico riguarderà proprio le zone rurali, disagiate e instabili dell' Africa, cosa si pensa di fare? Gli choc climatici e i conflitti si risolvono (o si arginano) solo ripensando modelli di sviluppo che passano da accordi internazionali, e con una più equa distribuzione della ricchezza. Senza questa precondizione, nessuno potrà arrestare la fame, e quindi i flussi migratori.

Mentre l' 11% della popolazione mondiale è malnutrita, 600 milioni di persone sono obese, e 1,3 miliardi sovrappeso. Secondo l' Organizzazione delle Nazioni Unite per l' Alimentazione e l' Agricoltura, ogni anno un terzo di tutta la produzione alimentare viene buttata prima che arrivi al consumo. Vale a dire 1,3 miliardi di tonnellate di cibo per un valore globale di un trilione di dollari l' anno. Secondo la Ong Action contre la fame «già oggi abbiamo la capacità di nutrire 10 miliardi di persone sulla terra. La fame non è un problema tecnico. È un problema politico».

Fonte: qui

domenica 29 aprile 2018

FINO ALLA SEPARAZIONE LA COREA DEL NORD ERA PIÙ SVILUPPATA DI QUELLA DEL SUD, POI È ARRIVATO IL REGIME DEI KIM

E OGGI PYONGYANG È IN FONDO A TUTTE LE CLASSIFICHE GLOBALI SULLA QUALITÀ DELLA VITA  GRAZIE AL CAPITALISMO SEUL È 352 VOLTE PIÙ RICCA DI 60 ANNI FA, MENTRE DALL’ALTRA PARTE DEL 38° PARALLELO LE PERSONE MUOIONO DI FAME (TRANNE KIM) …

Mauro Frasca per Libero Quotidiano

KIM JONG UN E MOON JAE INKIM JONG UN E MOON JAE IN
Si incontrano oggi il presidente sud-coreano Moon Jae-in e il «comandante supremo» del Nord, Kim Jong-un. È il primo vertice intercoreano che non si svolge a Pyongyang ma in territorio sudcoreano: in una sala conferenze al secondo piano della Casa della pace di Panmunjeom. Ed è un faccia a faccia in cui ovviamente il mondo spera per spazzare via i foschi scenari di guerra nucleare che aleggiano sulla penisola coreana negli ultimi anni, ma che mette anche a drammatico confronto un Paese che è stato diviso nella scelta tra capitalismo e comunismo. Con risultati impressionanti.

kim jong unKIM JONG UN
Vediamo ad esempio le componenti di quell'indice di sviluppo umano che fu inventato nel 1990 e che è utilizzato dall' Onu fin dal 1993 per valutare la qualità della vita nei Paesi membri. Una cosa che va premessa è che al momento della separazione era il Nord la parte più sviluppata della penisola, rispetto al Sud. Nel 1945 il 65% dell'industria pesante stava al Nord, anche se in compenso il Sud aveva il 69% dell'industria leggera, il 63% dell'agricoltura e l'81% del commercio. La guerra del 1950-53 aveva ridotto entrambi i territori a un deserto devastato, ma grazie agli ingenti aiuti dati da Mosca e da Pechino per la ricostruzione negli anni '50 la crescita del Nord arrivò a livelli impressionati da 30% l'anno.
kim il sung propagandaKIM IL SUNG PROPAGANDA

Solo dal 1965 la crescita del Sud iniziò a superare quella del Nord, e ancora fino all'inizio degli anni '70 il Nord aveva un reddito pro-capite più alto. Ma già nel 1979 il reddito pro capite del Sud era diventato il triplo del Nord.

Dai 79 dollari pro capite del 1960, un livello da Africa sub-sahariana, la Corea del Sud nel 2017 era cresciuta a 29.891: 27esima tra le 187 economie considerate dalla stima del Fmi. L' Italia era 25esima, ma la previsione ricavata dagli stessi dati del Fmi è che entro la fine di quest' anno i sud-coreani dovrebbero superarci.

42 VOLTE PIÙ RICCHI
kim jong un 2KIM JONG UN 
La Corea del Nord sta fuori da questa classifica, così come sta fuori quella della Banca Mondiale. Sta invece in quella delle Nazioni Unite del 2016, dove i Paesi considerati sono 193. Lì la Corea del Sud è al posto numero 30: 27.785 dollari. La Corea del Nord al posto numero 176: 665. Cioè, seguendo il capitalismo invece del comunismo, i sud-coreani sono diventati 352 volte più ricchi di quanto non fossero all' inizio del percorso, e 42 volte più ricchi dei nord-coreani. Ovvia l'obiezione: non si può paragonare il potere di acquisto di Paesi diversi. Infatti Fmi e Banca Mondiale fanno anche una stima a parità di potere d'acquisto, ma anche lì la Corea del Nord non è presente.
kim jong un 1KIM JONG UN 

Poiché l'Onu non fa questo calcolo, bisogna allora servirsi di una stima della Cia, secondo cui la Corea del Sud nel 2017 era 33esima su 198 economie esaminate, con 39.400 dollari equivalenti pro capite. La Corea del Nord era invece 184esima, con 1700. Comunque, i sud-coreani restano 20 volte più ricchi.

Ma i soldi non sono tutto, è l' altra possibile obiezione. Per questo è stato infatti inventato il già citato Indice di Sviluppo Umano. E pure sotto questo punto di vista la Corea del Sud sta piazzata molto meglio che come reddito pro-capite: nel 2016 18esima su 188, con indice 0,901. Meglio di noi, che siamo 26esimi con 0,887. Anche qui, la Corea del Nord stava fuori classifica. Bisogna ricorrere a una stima alternativa per ricavarne un indice da 0,564, che corrisponde a un 195esimo posto.

corea del nord 9COREA DEL NORD 

Questo significa ad esempio che un sud-coreano può aspettarsi di vivere in media 12 anni in più di un nord-coreano. Su 183 Paesi, la Corea del Sud era infatti nel 2015 undicesima, con una aspettativa di vita da alla nascita da 82,16. In Italia siamo sesti, con 82,7. In Corea del Nord sono 109esimi, con 70,34.

Anche come Indice di Istruzione nel 2012 la Corea del Sud era undicesima: 0,865. Incomparabilmente meglio del nostro 33esimo posto, a 0,790. Ma, di nuovo, la Corea del Nord stava fuori classifica. E qui nessuno si è neanche azzardato a fare il calcolo alternativo. Ricordiamo che il Niger, ultimo tra i Paesi stimati, è a 0,198.

LA FAME
bambini nordcoreaniBAMBINI NORDCOREANI
C' è pure un Indice Globale della Fame, non stimato dall' Onu ma dall' International Food Policy Research Institute. Secondo quest' alttro strumento la Corea del Nord è 93esima su 110 Paesi considerati. In compenso, qui è la Corea del Sud che sta fuori classifica. Da ricordare che mentre nel 1998 il padre di Kim Jon-un spendeva 100 milioni di dollari per festeggiare il suo compleanno, i nord-coreani morivano di fame come mosche: 250.000 per le ammissioni ufficiali; vari milioni secondo i calcoli di varie ong.
corea del nord 2COREA DEL NORD 
Stima media, 2-2,1 milioni di morti. Poi la situazione si è un po' ristabilita, ma secondo la Fao nel 2006-08 i sud-coreani erano stati al 51esimo posto al mondo come consumo di calorie giornaliero pro-capite: 3040. Un terzo in più dei nord-coreani, 155esimi su 172 Paesi considerati con 2110.

corea del nord 3COREA DEL NORD 




Un effetto di questa differenza di nutrizione si vede nell'altezza media. Secondo le cifre ufficiali, in Corea del Sud la statura media tra i 19enni nel 2012 era di 178 cm. per i maschi e di 160 per le femmine; in Corea del Nord sempre tra i 19enni era di 1,72 per i maschi e 1,59 per le femmine. Ma le cifre calcolate sui nord-coreani fuggiaschi davano addirittura una media di 1,65 per gli uomini e di 1,54 per le donne.

Fonte: qui

sabato 18 febbraio 2017

PAPA FRANCESCO: "C'E' UNA CULTURA CHE PERSEGUE LO SFRUTTAMENTO DELL'ESSERE UMANO ... "


«Le migrazioni non sono un pericolo». In visita all’Università Roma Tre, Papa Francesco – ha voluto replicare oggi a quanti dicono di voler difendere «l’identità cristiana dell’Europa e hanno paura che se arriva gente di altra cultura perdiamo l’identità europea». «L’Europa è stata fatta di invasioni, migrazioni ed è stata fatta artigianalmente, così. Le migrazioni non sono un pericolo sono una sfida per crescere», ha insistito Francesco che ha aggiunto: «E’ importante il problema dei migranti pensarlo bene oggi che c’è un fenomeno così forte: pensiamo ad Africa e Medio Oriente rispetto all’Europa. Dirlo non è far politica di parte: c’è la guerra e fuggono dalla guerra, c’è la fame e fuggono dalla fame.

Ma quale sarebbe la soluzione ideale? Che non ci siano fame e guerra. Che ci sia la pace e che si facciano investimenti in quei posti perchè si abbiano risorse per lavorare e guadagnarsi la vita. Ma attenzione: c’è una cultura che li fa soffrire, è il fatto di essere gente sfruttata. Noi in generale andiamo là per sfruttarli».

Per Papa Francesco, del resto, «il terrorismo islamico non esiste». Infatti, «nessun popolo è criminale, e nessuna religione è terrorista. Non esiste il terrorismo cristiano, non esiste il terrorismo ebraico e non esiste il terrorismo islamico», come ha scritto in un messaggio ai Movimenti popolari riunti in California. «Nessun popolo – ha affermato il Papa – è criminale o narcotrafficante o violento». Secondo Francesco, infatti, «ci sono persone fondamentaliste e violente in tutti i popoli e in tutte religioni, che si rafforzano anche con le generalizzazioni intolleranti, e si nutrono dall’odio e dalla xenofobia».

«I ragazzi che hanno fatto la strage a Zaventem erano belgi: nati in Belgio, immigrati di seconda generazione, ghettizzati non integrati», ha poi evocato nel discorso pronunciato a braccio nel cortile dell’Università Roma Tre, nel quale ha evocato la strage dell’aeroporto Zaventem, alla periferia di Bruxelles il 22 marzo dell’anno scorso. Nel suo ragionamento. Rispondendo a una domanda sul pericolo dell’invasione islamica postagli da una ragazza siriana che faceva parte del gruppo di profughi che il Pontefice ha portato con se da Lesbo lo scorso aprile, Papa Francesco ha affrontato anche il tema della disoccupazione giovanile «nella nostra cara Europa dove la liquidità dell’economia toglie la concretezza del lavoro e la cultura del lavoro, perchè non si può lavorare».

«I giovani – ha rilevato – non sanno cosa fare e io, giovane senza lavoro, ho l’amarezza nel cuore: dove mi porta? Alle addizioni che hanno una radice, o mi porta al suicidio? Lo dicono quelli che sanno le vere statistiche dei suicidi, che non si pubblicano. Le vere statistiche non si pubblicano». «Oppure – ha concluso il Papa – vado dall’altra parte e mi arruolo in un esercito terroristico. Almeno ho qualcosa da fare, dò senso alla mia vita».
FONTE: LIBERO