9 dicembre forconi

mercoledì 8 marzo 2017

LA CRISI DEI MISSILI SPARATI DA KIM JONG-UN CREA TENSIONI TRA CINA E COREA DEL SUD

SEUL VUOLE LO SCUDO MISSILISTICO USA, PECHINO SI OPPONE E ANNUNCIA BOICOTTAGGI 

LA MICCIA CHE PUO' FAR DETONARE LA BOMBA? 

TRUMP STA PENSANDO DI RIPORTARE IN COREA LE TESTATE NUCLEARI AMERICANE...

Angelo Aquaro per “la Repubblica”
LANCIO MISSILI COREA DEL NORDLANCIO MISSILI COREA DEL NORD

La terza guerra mondiale si prepara a 70 chilometri da qui, a Osan, la capitale delle basi che in tutto il paese ospitano 28mila soldati Usa, il compound dove già lunedì sera è arrivato il primo blocco di quel sistema antimissile Thaad che dovrebbe proteggere la Corea del Sud e tutto il mondo libero dalle minacce atomiche della Corea del Nord, e che Pechino vede invece come uno sfregio nel suo impero.

Ma provateci voi a vivere per settant'anni con l' incubo sotto il cuscino: chi si sognerebbe mai di rimproverare ai coreani di concentrarsi, per il momento, su tutto il resto? Sì, l'attenzione spasmodica per l'uscita dell'ottavo album di Psy, il rapper famoso per quella Gangnam Style che ha globalizzato il concetto di Super- Cafone, magari un giorno passerà alla storia com'è passata, e affondata, l'orchestrina del Titanic: amen. Ma adesso?

LANCIO MISSILI COREA DEL NORD 2LANCIO MISSILI COREA DEL NORD 2
Neppure i tg, a tarda sera, aprono più, dopo averlo fatto tutto il giorno, sulla crisi dei missili: qui sta per piovere la decisione della Corte Suprema sull'impeachment di Park Geun-hye, la presidente che si faceva plagiare dall'amica sciamana, e in tv fa audience il suo fotomontaggio da Maya desnuda, che orrore.

Peccato ci sia così poco da ridere. Moon Jae-in, il leader di sinistra in testa in tutti i sondaggi, perché in attesa del pronunciamento della Corte Suprema sull'impeachment qui siamo già in campagna elettorale, è insorto quando il presidente facente-funzioni Hwang Kyo-Ahn, dopo i missili di lunedì, ha chiamato Donald Trump per chiedergli di accelerare sullo scudo: mezza Corea è contraria, il Thaad non lo vuole, a decidere non può essere un governo in scadenza. Ma ormai è fatta.

TEST MISSILISTICO NORD COREANOTEST MISSILISTICO NORD COREANO
E nessuno può giurare quale sarà la prossima mossa. Ieri Pechino ha avvertito Seul e Washington: «Non proseguite sul sentiero sbagliato» del Thaad, noi siamo «pronti a prendere le misure necessarie per salvaguardare la nostra sicurezza: e le conseguenze le pagheranno Usa e Corea del Sud». Infatti.

Una guerra l'arrivo del mostro l'ha già provocata: e paradossalmente è quella con il più grande partner commerciale di Seul, cioè la Cina. Pechino ha promesso e sta attuando ritorsioni contro il made in Korea. Da quell'industria culturale di cui tra film, telefilm e K-pop (ariecco il rapper Psy) il Dragone si nutre, fino alla guerra mirata, per esempio, contro Lotte, la conglomerata sudcoreana che ha avuto la sventurata idea di vendere al governo il suo campo da golf per costruirci su la contraerea Usa. I supermercati Lotte in Cina chiudono uno dopo l'altro, il turismo verso Seul si spegne: a cominciare da quello verso gli hotel e i resort sempre di Lotte, qui un gigante dell'industria al pari di Samsung e LG.

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Situazione tesissima. Il Korean Times si augura che Cina e America si chiariscano ora che qui si precipiterà Rex Tillerson, il segretario di stato in tour la prossima settimana tra Tokyo, Seul e Pechino. Ma la visita, che preparerebbe l'incontro attesissimo tra Trump e Xi Jinping, non è stata nemmeno confermata: davvero si può fare ancora?

La situazione peggiora di ora in ora. Gli Usa ammettono che la pioggia di missili di lunedì, che il regime di Kim Jong-un ora dice era «indirizzata a colpire le basi degli aggressori imperialisti americani in Giappone », poteva essere anche peggiore. «Quattro sono i missili atterrati», ha rivelato Jeff Davis, il portavoce del Pentagono «ma può essersi trattato di un numero più alto». È la tecnica del Nord per "accecare" gli scudi: anche il sofisticatissimo Thaad?

MISSILI PATRIOT A TOKYO IN GIAPPONE ANTI COREAMISSILI PATRIOT A TOKYO IN GIAPPONE ANTI COREA
Di fronte a questo disastro figuriamoci se qui si commuovono più di tanto per la triste vicenda degli ostaggi di Pyongyang. 
«A tutti i cittadini malesi sarà temporaneamente proibito di lasciare il paese fino a che l'incidente avvenuto in Malesia sarà prontamente risolto», avverte il comunicato del Nord. Il primo ministro malese, Najiib Razak, insorge: «È ripugnante tenere i nostri cittadini in ostaggio».

Intanto, però, anche lui ordina che i nordcoreani in Malesia non lascino il paese «fino a quando la sicurezza dei concittadini in Corea del Nord non sarà assicurata».

Gli scudi umani della guerra che verrà? I malesi sono prigionieri lassù al nord dopo la crisi scoppiata per l' assassinio, in Malesia, di Kim Jong-nam, il fratellastro del dittatore di Pyongyang. Che pasticcio.

Adesso dicono che Trump accarezzi l'ipotesi di riportare quaggiù, a mo' di deterrente, perfino qualche testatina nucleare. Pensate che proteste, allora, dai mandarini di Pechino, senza il cui aiuto non si risolverà mai questo incubo. In fondo non è così che nascono tutte le guerre?

Fonte: qui

lunedì 6 marzo 2017

Classifica economie più disastrate al mondo: Italia al 13° posto

La classifica dei Paesi con le condizioni economiche peggiori dal punto di vista dell’inflazione e della disoccupazione. Un indizio: ci sono anche l’Italia e la Grecia.

Crisi economica: la lista dei Paesi nelle condizioni peggiori - Il 2016 è stato un anno ricco di shock politici che, secondo diversi analisti, finiranno per sprigionare tutti i loro effetti disastrosi nel corso del 2017.
L’analisi che seguirà si basa su uno studio di Bloomberg condotto tramite l’ausilio del cosiddetto Misery Index, il quale ha messo insieme le stime 2017 sull’inflazione e sulla disoccupazione dei Paesi esaminati per stilare una classifica di quelli che si trovano nelle condizioni peggiori quest’anno. Nessuno sarà sorpreso di sapere che è il Venezuela ad aver ottenuto, per il terzo anno consecutivo, la medaglia d’oro in questa classifica dei Paesi più disastrati dal punto di vista economico (inflazione più disoccupazione), mentre forse qualcuno sarà sorpreso di sapere che nella lista sono presenti diversi Paesi UE, uno dei quali è ovviamente la Grecia.
Si noti, inoltre, come secondo il Misery Index di Bloomberg il Paese meno disastrato in classifica sia la Thailandia, molto probabilmente per le modalità peculiari con cui viene calcolato il tasso di disoccupazione. Tenendo dunque presente come la seguente classifica si basi fondamentalmente su disoccupazione e inflazione, vediamo quali sono i Paesi, Grecia e Italia comprese, che possono vantare delle pessime condizioni economiche.

I Paesi più disastrati? La classifica dei primi 10

Come già accennato, la classifica dei Paesi più disastrati dal punto di vista dell’inflazione e della disoccupazione è capitanata dal Venezuela, Paese con un’inflazione a tre cifre (presto forse a quattro) che ha appena annunciato di essere rimasta con soli 10 miliardi di dollari. Ecco da chi è composto il resto della classifica dei Paesi più disastrati ed ecco le percentuali di inflazione e disoccupazione in ognuno di questi Stati.

(Fonte: Bloomberg)

I Paesi più disastrati: la classifica. Ecco dov’è l’Italia

Sono questi i 10 Paesi con le condizioni economiche peggiori di tutte. All’interno di questa top 10 si individuano ben due Paesi europei a noi molto vicini, la Spagna e la Grecia. Ma dov’è l’Italia? Per avere un’idea del ranking del nostro paese non occorre scorrere di molto la classifica prima citata. Il Paese è infatti al 13° posto con un Misery Index 2017 pari al 12,8%. Di seguito uno schema di sintesi dei primi 13 posti della classifica:

La classifica dei Paesi con le migliori economie

Oltre a fornire una panoramica delle peggiori economie sulla base del Misery Index, Bloomberg ha fatto notare quali siano gli Stati con le condizioni economiche migliori, sempre sulla base di disoccupazione e inflazione. Come già accennato, al primo posto di queste economie “migliori” c’è la Thailandia, anche se in questo caso si deve tenere conto delle modalità con cui lo Stato calcola il proprio tasso di disoccupazione. Ecco il resto della classifica, da leggere dal basso verso l’alto.

I Paesi con le economie più disastrate: chi sta peggiorando

Non tanto migliore di quella venezuelana è la situazione economica di alcuni Paesi dell’Europa centrale ed orientale. Esaminiamo la situazione più nel dettaglio. La Polonia è uno di quei Paesi che secondo il Misery Index registrerà un evidentissimo peggioramento delle condizioni economiche dal 45° al 28° posto in classifica. Più la posizione è vicina al podio, peggiore è la condizione economica dello Stato in questione.
Nonostante il tasso di disoccupazione abbia subito una lieve flessione dall’inizio della crisi economica, l’inflazione polacca è cresciuta all’1,8% a gennaio, il che ha scritto la parola fine al periodo di deflazione record vissuto dal Paese. Incrementi del genere sono stati osservati anche in Romania, Estonia, Lettonia e Slovacchia il che permetterà a questi Paesi di peggiorare il loro ranking nella classifica delle economie più disastrate.
A peggiorare sarà anche la posizione del Regno Unito dal 38° al 31° posto della classifica stilata tramite il già citato Misery Index. La colpa è ovviamente della Brexit che ha causato un crollo della sterlina ai minimi di 30 anni e di conseguenza un forte incremento dell’inflazione.

I Paesi con le economie più disastrate: chi sta migliorando

Secondo l’analisi di Bloomberg, a migliorare nel 2017 sarà in particolar modo la Norvegia che riuscirà ad osservare un tale calo dell’inflazione da farla passare dal 29° al 47° posto. Si ricordi che più un Paese è lontano dal podio e meglio è per la sua economica. Il Perù dovrebbe passare dal 17° al 30°, mentre altri Stati in miglioramento dovrebbero essere Hong Kong, Taiwan, Pesi Bassi, Cina, Ecuador e Russia che dovrebbero guadagnare almeno 9 posizioni ciascuna.
Fonte: qui

domenica 5 marzo 2017

LA NUOVA FIERA DI ROMA E’ SULL’ORLO DEL CRAC

I DEBITI SONO ARRIVATI A 200 MILIONI 

L'AREA DELLA VECCHIA FIERA, CHE SERVIVA PER PAGARE I FORNITORI, NON È STATA MAI VENDUTA. 

E LA NUOVA? 

STA CADENDO A PEZZI. SENZA CONTARE CHE 23 DIPENDENTI RISCHIANO IL LICENZIAMENTO

Loredana Di Cesare per www.ilfattoquotidiano.it

NUOVA FIERA DI ROMA 6NUOVA FIERA DI ROMA 6
Qual è il destino della Nuova Fiera di Roma? Il sogno Veltroniano, un investimento di 355 milioni di euro per il polo espositivo della Capitale che doveva competere con le maggiori realtà fieristiche europee sta per crollare sotto il peso dei debiti – arrivati a 200 milioni, di cui 70 milioni d’interessi con Banca Unicredit – e dei pesanti danni strutturali dei padiglioni. Ora Fiera di Roma è in procedura prefallimentare: “Se entro luglio non troviamo i soldi per pagare i fornitori, falliamo”, dice lapidario Mauro Mannocchi, amministratore unico di Fiera. Il piano per evitare il crack prevede il licenziamento di 23 dipendenti su 76.

La “cattedrale nel deserto” situata tra la Capitale e l’aeroporto di Fiumicino, che spicca più per sconfinatezza che per bellezza, ed edificata nel 2006 dai costruttori romani della famiglia Toti della Lamaro Costruzioni, proprietari dei terreni, si estende su un’area di 390mila mq, di cui circa la metà è occupata da ben 14 padiglioni espositivi.

Il progetto del nuovo polo fieristico, detenuto al cento per cento dalla holding Investimenti Spa, società i cui soci sono Camera di Commercio di Roma (58,5%), Comune di Roma (21,7%) e Regione Lazio (9,8%), doveva finanziarsi con la vendita della vecchia Fiera di Roma, chiusa da oltre dieci anni e in stato di abbandono. Si tratta di un’operazione subordinata all’adozione di una variante urbanistica, ancora oggi in alto mare e che rischia di naufragare. A distanza di dieci anni non si conoscono le sorti della vecchia struttura ormai nel degrado e abbandono di via Cristoforo Colombo. O meglio, la proposta del Comune prevede un cambio di destinazione d’uso con aumento di cubature su circa 75 mila metri quadrati. Mentre da un sopralluogo effettuato da un tecnico incaricato dal Municipio VIII in cui ricade la struttura, la superficie complessiva degli edifici è di 44 mila mq.
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Il regalo di cubature – su un’area trentamila mq in più – viene denunciato da Andrea Catarci di Sel, presidente del VIII Municipio: “E’ una proposta irricevibile – afferma il minisindaco– perché con l’aumento si va nella direzione della cementificazione”.

In poche parole, la vecchia fiera ha perso appeal negli anni e la sua valorizzazione deve passare per la speculazione edilizia, altrimenti nessuno comprerà l’area. Parallelamente la Nuova Fiera sta letteralmente cadendo a pezzi: dei 14 padiglioni, 10 sono agibili: quattro sono chiusi da diversi anni: crepe profonde nei muri, pavimenti dissestati, percorsi pedonali diroccati, e porte scardinate, risultato del progressivo sprofondamento dei terreni. Da quando sono iniziati questi fenomeni di diffuso dissesto? “Immediatamente, dalla consegna del cantiere” – spiega Mannocchi intervistato da IlFattoQuotidiano.it

Se non bastasse, per salvare la barca che affonda Mannocchi chiede 100 milioni per fermare i danni strutturali.  Soldi (tantissimi) che, secondo il manager, dovrebbe sborsare Lamaro Costruzioni che “ha fatto male i lavori”  e che nel frattempo ha aperto un contenzioso con Investimenti spa per cautelarsi dal rischio di pagare le manutenzioni. In questo magma di responsabilità compare anche Stefano Perotti – arrestato dalla Procura di Firenze per corruzione nell’ambito dell’inchiesta “Sistema”, accaparrandosi una fetta di appalti sulla nuova fiera di Roma. Era il 2004 e la Spm Consulting di Perotti vince il bando per l’alta sorveglianza dei lavori.

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Insieme alla montagna di debiti e ai problemi strutturali, non mancano anche quelli organizzativi. Nel 2009, dopo soli otto mesi di mandato, si dimette l’amministratore delegato della controllante Investimenti spa, Luigi Mastrobuono, sostituito solamente a gennaio scorso da Carlo Paris. Paris, indicato dal sindaco Ignazio Marino, doveva essere l’uomo del miracolo. Peccato però che rischia di battere il record del suo predecessore: Marino ha chiesto le sue dimissioni nelle scorse settimane. Contattato via mail per un’intervista, risponde con un laconico: “Credo che sia più prudente non espormi”. Anche se nei giorni scorsi ha dichiarato che la “Fiera è a un passo dal fallimento”.  A mancare è anche il direttore generale Vincenzo Alfonsi, che poco dopo l’insediamento di Paris lascia la sua poltrona. Sembra che abbia lasciato per essersi opposto al taglio del suo stipendio. Dal 2008 è assente un ufficio acquisti e dal 2012 è assente il direttore commerciale. E non mancano esempi di gestione poco cauta. Un esempio su tutti è l’accordo con Roma solare, società privata che ha coperto tutti i 14 padiglioni con i suoi pannelli fotovoltaici. Ebbene, anche i quattro padiglioni chiusi e inagibili devono consumare comunque energia elettrica. I trasformatori sono sempre in funzione, producendo alti ricavi per la green utility e alti costi per Fiera di Roma.

Cadono teste e va a picco anche il fatturato della Fiera di Roma che passa da 36 milioni nel 2010 a 21,7 milioni nel 2014. E di conseguenza salgono i debiti nei confronti dei fornitori, che se non pagati, come dice Mannocchi “la Fiera di Roma fallisce”. E luglio è il termine per saldare tutto. “Il tribunale fallimentare – aggiunge l’amministratore unico – ci ha concesso il concordato preventivo e se entro luglio non ripianiamo i conti, andiamo tutti a casa”. Per ora però, a casa andranno solo i dipendenti, che hanno proclamato uno sciopero per il 9 giugno prossimo in vista di un congresso internazionale di medicina.
NUOVA FIERA DI ROMANUOVA FIERA DI ROMA

VECCHIA FIERA DI ROMAVECCHIA FIERA DI ROMA
All’inizio del 2015 Fiera di Roma apre la mobilità per 23 lavoratori che terminerà proprio il 9 giugno. “Non siamo in grado di mantenere i livelli occupazionale e ahimè devo licenziare”, si giustifica Mannocchi. Troppi soldi. Il sindaco Ignazio Marino vuole liberarsi della zavorra cercando di uscire dalla Fiera di Roma perché non la considera un asset strategico della Capitale. Davanti alle telecamere de ilfattoquotidiano.it non ha voluto rispondere alle nostre domande. Il governatore Nicola Zingaretti (Pd) invece parla ai nostri microfoni di “grande pasticcio che dura da anni”, affermando di prendersi l’impegno con i lavoratori “Siamo persone serie, non mandiamo a casa nessuno”. Anche se rivendica di essere socio in piccola parte.
Fiera DI RomaFIERA DI ROMA

Riceviamo e pubblichiamo
La delibera da me proposta e approvata in giunta non ha carattere finanziario ma di sostenibilità urbanistica, ed è finalizzata a restituire a Roma e ai suoi cittadini una parte della città che, da un decennio, versa nel degrado. La metà dei 7,3 ettari dell’ex Fiera sono destinati ad attrezzature, servizi e verde per il Municipio 8, il consiglio ha votato a favore della presente delibera.
VECCHIA FIERA DI ROMAVECCHIA FIERA DI ROMA

La quota destinata all’edificazione, di 75.000 mq, è sensibilmente inferiore a quella prevista dalla delibera della Giunta Alemanno, che prevedeva 91.300 mq, ed è anche al di sotto delle previsioni della giunta Veltroni, 87.900 mq. La scelta della trasformazione e rigenerazione urbana compiuta dalla giunta Marino è più difficile di quella dell’espansione edilizia perché va ad incidere nella città abitata, ma è l’unica alternativa vera al consumo del territorio.
Distinti saluti
Prof. Giovanni Caudo
Assessore alla Trasformazione e rigenerazione urbana di Roma

Fonte: qui

SEQUESTRO MORO - LE TESTIMONIANZE INEDITE DI ALCUNI EX BRIGATISTI

PER ESSERE SICURI DI NON AVERE PROBLEMI DI PARCHEGGIO AL MOMENTO DI “CONSEGNARE” IL CADAVERE DI ALDO MORO, I BRIGATISTI ROSSI DECISERO CHE UNO DI LORO ANDASSE LA SERA PRIMA A OCCUPARE IL POSTO IN VIA CAETANI CON LA SUA MACCHINA

Giovanni Bianconi per il “Corriere della Sera”

aldo moro repubblicaALDO MORO REPUBBLICA
Per essere sicuri di non avere problemi di parcheggio al momento di «consegnare» il cadavere di Aldo Moro, al centro di Roma, i brigatisti rossi decisero che uno di loro andasse a occupare il posto la sera prima in via Caetani; con la sua macchina, ché altre a disposizione non ce n' erano in quel momento e rubarne una sarebbe stato rischioso. Una Renault 6 verde, spostata e portata via quando arrivò la Renault 4 rossa con il suo carico di morte.

E in via Mario Fani, dove Moro era stato rapito, i terroristi si mossero con una certa sicurezza anche perché alcuni di loro avevano già fatto appostamenti quando, prima di arruolarsi nelle Br, volevano sparare a Pino Rauti, il deputato missino che abitava proprio in quella strada e che la mattina del 16 marzo 1978 fu uno dei primi a dare l' allarme telefonando al 113.

IL FURGONE «DI SCORTA»
IL CORPO DI ALDO MORO FOTO ANSAIL CORPO DI ALDO MORO FOTO ANSA
La via di fuga per portare l'ostaggio nella «prigione del popolo» dove restò chiuso per 55 giorni è stata ripercorsa metro dopo metro da uno degli assalitori: vie secondarie e poco frequentate, di cui altri militanti che parteciparono all' azione erano stati frequentatori abituali: una faceva la maestra d' asilo da quelle parti, un altro aveva un negozio di caccia e pesca nella zona.

Tutto filò liscio, e non ci fu bisogno di utilizzare un furgone parcheggiato lungo il tragitto, per eventuali emergenze che non si verificarono. Sono alcuni particolari contenuti in Brigate rosse - Dalle fabbriche alla campagna di primavera (DeriveApprodi, pag. 534, euro 28), primo volume di un lavoro condotto da Marco Clementi, Elisa Santalena e Paolo Persichetti, due storici di professione e un «ricercatore indipendente» (Persichetti) che ha la particolarità di aver aderito alle Br-Unione dei comunisti combattenti, e per questo è stato arrestato, condannato e ha scontato la pena dopo essere stato estradato dalla Francia.

aldo moroALDO MORO
Gli autori hanno potuto contare sulle testimonianze inedite di alcuni ex brigatisti non pentiti né dissociati, ma soprattutto hanno consultato per mesi le carte trasmesse all' Archivio di Stato dagli apparati di sicurezza in seguito alle direttive degli ex presidenti del Consiglio Prodi e Renzi, che hanno tolto il segreto su molta documentazione relativa ai cosiddetti «anni di piombo».

È la prima ricerca di questo tipo, la cui conclusione porta a sostenere che il sequestro Moro fu la logica evoluzione della strategia messa in campo dalle Br all' inizio degli anni Settanta, e il suo epilogo la tragica ma quasi inevitabile conseguenza della contrapposizione frontale fra lo Stato e i partiti che lo rappresentavano da un lato, e i terroristi dall' altro.

ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLIALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI
Senza misteri che nasconderebbero patti segreti, verità indicibili, collaborazioni occulte e inquinamenti dell' azione brigatista. Una sorta di contro-inchiesta rispetto a quella condotta dalla nuova commissione parlamentare incaricata di provare a svelare nuovi segreti del caso Moro, ancora in attività e già foriera di scoperte e ulteriori acquisizioni; ultima in ordine di tempo le modalità dell' esecuzione di Moro la mattina del 9 maggio: con l' ostaggio colpito a morte non quando era già rannicchiato nel bagagliaio della Renault 4, come riferito finora dai terroristi, ma seduto sul pianale e poi caduto all' indietro. Una sorta di fucilazione.
ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLIALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI

I dossier di dalla Chiesa Nel libro ci si sofferma su altri aspetti, come la centralità di un altro «covo» romano brigatista rispetto a quello molto noto di via Gradoli scoperto durante i 55 giorni, in via Chiabrera, al quartiere Ostiense, dove si svolse la riunione operativa dell' 8 maggio in cui si assegnarono i compiti per l' indomani. E vengono contestati e ribaltati, anche sulla base dei documenti redatti all' epoca dalle forze di polizia, alcuni presunti misteri come quelli relativi al ritrovamento delle macchine utilizzate dai brigatisti per il sequestro, o alla scoperta del corpo di Moro.

Dagli atti consegnati dall' Arma dei carabinieri emerge l' attività del Nucleo speciale guidato dal generale dalla Chiesa, ricomposto nell' estate del '78. Dalle relazioni semestrali inviate al ministro dell' Interno, si evince una vastissima operazione di raccolta dati e schedature a tappeto, con «più di 16.161 fascicoli e circa 19.780 schede personali, che oggi purtroppo non risultano consultabili (potrebbero anche essere andati distrutti), 9.200 servizi fotografici, di cui 7.391 riferentisi a soggetti e 1.451 a luoghi di interesse operativo».
ALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLIALDO MORO IL COVO BR DI VIA GRADOLI

La maggior parte dei fascicoli riguardavano attività svolte a Roma (4.916) e Milano (4.200), ma anche a Napoli (2.100), Torino, Genova, Firenze, Padova e altre città.
Consultabili sono invece, presso la Fondazione Gramsci, i verbali delle Direzioni del Pci, nelle quali i dirigenti scelsero non solo di sposare da subito la cosiddetta «linea della fermezza», ma di non attribuire alcuna attendibilità a ciò che Moro scriveva dal carcere brigatista in cui era segregato.

«Bisogna negare valore alle cose che ha detto e potrà dire, ciò gioverà alla nostra posizione», sintetizzò Emanuele Macaluso nella riunione del 30 marzo. Fu uno dei passaggi chiave del fronte del rifiuto su cui si ritrovarono i partiti di governo, con l' eccezione finale dei socialisti che provarono a smarcarsi. Storie che avvinghiarono l' Italia di 39 anni fa, e oggi si arricchiscono di dettagli e punti di vista di allora su cui ci si continua a interrogare.

Fonte: qui
Aldo MoroALDO MORO

sabato 4 marzo 2017

Agli Obama 60 milioni di dollari per scrivere le loro memorie

Un contratto con l'ex presidente e l'ex first lady per due libri sulla loro vita

Vale 60 milioni di dollari, all'incirca 57 milioni di euro il contratto che la casa editrice Penguin Random House ha firmato con l'ex presidente Barack Obama e l'ex first lady Michelle, per due libri in cui raccontare le loro memorie.
"L'azienda ha acquistato i diritti di pubblicazione mondiale per due libri", ha spiegato la Penguin, aggiungendo che saranno loro in persona a scriverli, presumibilmente dunque senza utilizzare un ghostwriter.

Al momento non ci sono maggiori dettagli né sul titolo delle due opere né sul loro contenuto. Per l'ex Presidente questo sarebbe il terzo libro, dopo I sogni di mio padre e L'audacia della speranza, pubblicati nel 1995 e nel 2006, entrambi prima del primo mandato alla Casa Bianca.
L'ex first lady ha all'attivo soltanto un libro, American grown, di tutt'altro argomento: giardinaggio e alimentazione.
Per Markus Dohle, ad della casa editrice, i due "con le loro parole e la loro leadership hanno cambiato il mondo".

Fonte: qui

domenica 19 febbraio 2017

CACCIATO - L’EX CONSIGLIERE PER LA SICUREZZA, MICHAEL FLYNN, PRESE I SOLDI PER UN’INTERVISTA DEL 2015 DA UN’EMITTENTE RUSSA. E NON POTEVA FARLO

SILURATO

IL SOSTITUTO HARWARD, EX NAVY SEALS, INDIVIDUATO DA TRUMP HA RINUNCIATO, PERCHE' VOLEVA PORTARE IL SUO STAFF 

ARRIVA UN NUOVO DIRETTORE COMUNICAZIONE ALLA CASA BIANCA

Da Ansa

FLYNNFLYNN
Si complica la posizione Michael Flynn: il Pentagono non ha trovato alcun documento indicante che l'ex consigliere per la sicurezza nazionale avesse ricevuto un'autorizzazione per accettare soldi da un governo straniero prima del viaggio a Mosca a fine 2015 per una intervista retribuita in occasione del gala per i 10 anni della tv filo Cremlino Russia Today, dove sedette vicino a Putin.

Lo scrive il Wsj citando una lettera del segretario facente funzioni dell'esercito Robert Speer inviata a Elijah Cummings, deputato dem della commissione controllo. Era stato lo stesso Flynn a riferire di essere stato pagato, e bene, per quell'intervista ed ora Cummings vuole sapere quanto: per questo ha chiesto i dati al suo agente. ''Stiamo tentando di accertare l'ammontare percepito dal gen. Flynn per la sua apparizione, la fonte del finanziamento e se possa aver ricevuto altri pagamenti da altre fonti straniere per ulteriori impegni'', ha spiegato. La Costituzione vieta ai militari in pensione di ricevere soldi da governi stranieri senza l'autorizzazione del Congresso.

HARWARDHARWARD
Il viceammiraglio Robert Harward, scelto dal presidente americano Donald Trump come consigliere per la Sicurezza nazionale al posto del dimissionato Michael Flynn, avrebbe declinato l'offerta.

Un possibile motivo sarebbe legato al fatto che Harward aveva posto come condizione quella di portarsi il suo team. Se la notizia data da alcuni media Usa fosse confermata, si tratterebbe dell'ennesima tegola per l'amministrazione Trump. In particolare Harward si sarebbe rifiutato di tenere il vice di Flynn, K.T.McFarland, cui Trump aveva promesso di conservare il posto, e dopo un giorno di braccio di ferro avrebbe preferito rinunciare.

NAVY SEALNAVY SEAL
Ex Navy Seal, Harward, 60 anni, ha servito come vice del commando centrale Usa sotto l'attuale capo del Pentagono, James Mattis, di cui era considerato un amico e alleato. In precedenza era stato vice comandante generale del comando per le operazioni speciali congiunte a Fort Bragg, in North Carolina. Harward aveva guidato truppe sia in Iraq che in Afghanistan per sei anni dopo l'11 settembre. Sotto George W. Bush, aveva fatto parte del National Security Council come direttore strategico e delle politiche anti terrorismo.
james mattisJAMES MATTIS

Dopo il forfait del vice ammiraglio Robert Harward per sostituire il 'dimissionato' Michael Flynn, travolto dal Russiagate, Donald Trump ha fatto sapere via twitter di avere in lista il gen. Keit Kellogg, che temporaneamente ricopre già la carica di consigliere per la sicurezza nazionale ed è "molto in gioco", ed altri tre candidati, che non ha menzionato. Kellogg è stato anche consigliere di politica estera per Trump durante la campagna elettorale. Il tycoon non ha precisato quando intende procedere alla nomine ma si presume presto, per colmare un vuoto in una posizione chiave.

Mike DubkeMIKE DUBKE
Mike Dubke, è stato poi scelto come nuovo Direttore della comunicazione della Casa Bianca, secondo quanto riferisce la Cnn online citando in forma anonima due funzionari dell'amministrazione e affermando che la nomina dovrebbe essere ufficializzata oggi. La notizia è riportata anche da Fox News, secondo cui Dubke - che dovrebbe prendere il posto di Jason Miller, che fece un passo indietro poco dopo esser stato scelto lo scorso dicembre - era già ieri alla Casa Bianca.

La nomina di Dubke, nota la Cnn, dovrebbe alleggerire la pressione sul portavoce Sean Spicer, che finora oltre a svolgere il suo lavoro ha anche dovuto fare le funzioni di Direttore della comunicazione, due incarichi che normalmente sono separati. Dubke è stato coinvolto nella politica locale, statale e federale sin dal 1988, secondo quanto si legge nella sua bibliografia pubblicata nel sito web della Crossroads Media.

Fonte: qui

Unicredit e lo Stadio Roma, grattacieli e 700 milioni di debiti: la saga dei Parnasi

Il fondatore Sandro era comunista, come i Marchini. Il figlio Luca: macché palazzinari, sviluppiamo progetti.

Ma gran parte dei beni del gruppo sono ormai in mano a Unicredit 
Il padre era il grande vecchio Sandro, ex stagnaro e comunista, che si era fatto le ossa nel dopoguerra costruendo palazzine nel mare sterminato della periferia. Il figlio è il pargolo d'oro, Luca, cresciuto a pane e mattone, ad dell'impero di famiglia. E ora sono un po' come i Marchini, i nuovi “calce e martello”. Simpatie “rosse” e grandi affari nello scenario della Roma del primo e del secondo millennio. Il loro nome - Parnasi - sale sul proscenio dell'affaire nuovo stadio della Roma. Con un'altra storia che intreccia affari e politica.

Sandro, nel mondo dei re del mattone all'ombra del Cupolone, lo ricordano tutti. E' scomparso lo scorso anno, lasciando vuota dopo una vita la sua stanza nel quartier generale di Parsitalia di via Tevere. Bassino, capelli candidi, voce roca, un rullo compressore. Che, prima da solo e poi con Luca alla sua destra, ha conquistato mezza Roma. A suon di mattoni, s'intende. Per dirne qualcuna, chi non vede correndo sulla Colombo verso il mare il colosso di Euroma 2, il mega centro commerciale, e poi accanto le due mastodontiche torri dell’Eur, i “grattacieli” disegnati dal mago architetto Purini? Certo, perché una delle armi affilate dei Parnasi, father and son, è stata proprio quella delle grandi firme. A cominciare dall'Eur per finire alle Torri del nuovo stadio, opera della matita dell'archistar Libeskind e adesso al centro dell'ok korral con il coriaceo urbanista anti-cemento Berdini.

Ma torniamo all'impero. Le case a Marino, l'altro centro commerciale di Pescaccio, gli appartamenti nell'ex rimessa Atac a Tiburtina, con Bnl-Paribas. Poi Serpentara, Torrino, Tor Vergata, Porta di Roma. E pensare che papà Sandro i due colpi li aveva fatti comprando all'asta pezzi da novanta, come  Sogene e Generali immobiliare che erano state di Michele Sindona, e, dal fallimento del catanese Graci, proprio i terreni delle attuali torri dell'Eur.

E adesso? Luca, quarant'anni, sportivo,  maniaco dell'understatement, sposato con la bellissima Christiane Filangieri, attrice di fiction, lui che se pronunci la parola “palazzinaro” diventa una belva, si ritrova, con il suo Colosseo giallorosso, al centro della bagarre e sotto i riflettori. “Sono uno sviluppatore” dice spesso. Di progetti, s'intende. E di alleanze strategiche. Non erano presenti con papà Sandro alle iniziative elettorali del sindaco Marino? E non hanno partecipato negli anni scorsi al tentativo di rinascita dello storico “Paese Sera”?

Anche perché il rivale di sempre, l'imperatore dei re del mattone Francesco Gaetano Caltagirone, che lo vede come il fumo negli occhi, dalle pagine dei suoi giornali attacca ad alzo zero. Luca vende alla fine del 2012 per 263 milioni uno dei suoi grattacieli dell'Eur per farlo diventare la nuova sede della Provincia?  Le polemiche infiammano per mesi le giornate romane. Per non parlare dell'avventura dello stadio della Roma. Romanista? Lo è da sempre, da quando abitava al Fleming vicino a casa di Roberto Pruzzo, dai giorni in cui l'amico pescatore di Fiumicino Teseo gli parlava della “magica”, anche se, racconta “i miei zii sono tutti laziali”.

Ma negli ultimi tempi, oltre alla scommessa che traballa sullo stadio, oltre che all'inchiesta giudiziaria aperta sull'acquisto dei terreni di Tor Di Valle da da una società poi fallita, ha dovuto pensare soprattutto ai debiti. Consegnando alla fine gran parte dei suoi beni al primo creditore: Unicredit, cedendo a Capital Dev (di cui Unicredit detiene la totalità delle azioni) le sue partecipazioni immobiliari, dalla Parsec alla Samar, proprietaria di terreni al Fleming a Cave Nuove, titolare di un progetto di sviluppo del Pescaccio che può raggiungere i 245mila metri quadrati. Tutti diritti edificatori che saranno messi in 
vendita da Unicredit per rientrare della spaventosa esposizione del gruppo Parnasi: 700 milioni di euro.

Per questo il pargolo d'oro cresciuto nei cantieri non molla. L'affare stadio, per il quale si è alleato anche con il colosso Pizzarotti, non lo può perdere.

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#SALUTAMESTOSTADIO! DOPO LA RIVOLTA DELLA BASE E DEL GRUPPO M5S IN COMUNE LA RAGGI SI PREPARA AD AZZERARE IL PROGETTO DELLO STADIO DELLA ROMA: “TUTTO DA RIFARE” 

L’OBIETTIVO È UN DOCUMENTO PER CHIEDERE A PALLOTTA E SOCI UN NUOVO PIANO CHE PREVEDA UN TAGLIO NETTO DI CUBATURE

Simone Canettieri Mauro Evangelisti per il Messaggero

virginia raggi james pallottaVIRGINIA RAGGI JAMES PALLOTTA
L' operazione azzeramento prende forma: in Comune è sempre più forte l' idea di ritirare la delibera sulla pubblica utilità dello stadio di Tor di Valle. A quel punto il progetto e l' iter amministrativo sarebbero tutto da rifare. «Lunedì - spiegano fonti parlamentari del M5S - potrebbe esserci il colpo di scena: il ritiro dell' atto».

L' indiscrezione non è confermata dal Comune, ma sono in corso virate a U. Se martedì la sindaca Raggi sembrava vicino all' intesa con i proponenti del maxi intervento dello stadio di Tor di Valle, ora il vento è cambiato. E in Campidoglio, di fronte alla rivolta non solo della base e dei consiglieri regionali pentastellati, ma anche del gruppo M5S in Comune, si prepara il colpo di scena.

A suon di pareri legali. L' obiettivo: annullare la delibera 132, varata dell' amministrazione Marino a dicembre del 2014, ed esigere dai proponenti la presentazione di un nuovo progetto, che tagli drasticamente le cubature (ora 1 milione di metri) per ricondurle dentro al Piano regolatore.
STADIO ROMA TOR DI VALLESTADIO ROMA TOR DI VALLE

Per questo negli ultimi mesi si sono susseguite tre differenti richieste all' Avvocatura del Comune per capire se in caso di annullamento della delibera davvero i consiglieri comunali rischierebbero di dovere pagare il danno economico a Eurnova e Parsitalia, le società che si occupano del maxi progetto edilizio. Bene, proprio in queste ore è stato completato il terzo parere, che rassicurerebbe la maggioranza M5S. Dunque, l' exit strategy è pronta: annullamento della delibera, ai proponenti si chiederà di presentare un nuovo progetto che riveda drasticamente al ribasso le cubature senza variante al Piano regolatore.

IL TWEET DI VIRGINIA RAGGI SULLO STADIO DEL 2014IL TWEET DI VIRGINIA RAGGI SULLO STADIO DEL 2014
Ben oltre quel taglio di circa il 20 per cento che era stato ipotizzato martedì quello che aveva causato la reazione stizzita di Paolo Berdini, che aveva formalizzato le dimissioni. Perché sono tre i pareri? C' era già stato una richiesta, nelle settimane scorse, che comunque metteva in guardia di fronte al possibile risarcimento del danno per le spese di progettazione ai privati.

STADIO ROMASTADIO ROMA
Non solo: il 13 febbraio, proprio la sera prima delle dimissioni, a sorpresa Berdini aveva inviato una seconda richiesta all' Avvocatura del Comune in cui puntava il dito sul fatto che la legge sugli stadi richiede che sia formalizzato il fatto che l' impianto è destinato a una società sportiva e questo elemento, secondo l' ex assessore, andava chiarito. A questa richiesta però l' Avvocatura non ha dato risposta poiché poi il giorno successivo Berdini ha annunciato le dimissioni. Arriviamo così all' ultima puntata: Virginia Raggi capisce che su questo tema rischia di perdere la fiducia della sua maggioranza.

luca parnasi e baldissoni in campidoglio incontrano la raggiLUCA PARNASI E BALDISSONI IN CAMPIDOGLIO INCONTRANO LA RAGGI
Chiede quindi all' Avvocatura di capire quali siano le possibili conseguenze in caso di annullamento della delibera su Tor di Valle, quella che oggi è oggetto delle valutazioni della conferenza dei servizi in Regione e che dovrà chiudersi entro il 3 marzo. In conferenza dei Servizi è depositato un parere negativo di Roma Capitale sul progetto per lunedì è attesa la revoca della delibera.

La Raggi, assediata dalla base e da gran parte dei consiglieri comunali, lavora per il ritiro. Tenendo aperto anche un canale con la Roma e i costruttori per arrivare a una intesa in un nuovo progetto, che rivede anche le opere pubbliche, e si torna in consiglio comunale a votare la pubblica utilità. Ovviamente, i tempi si allungano. Finora sono già passati più di due anni.

STADIO ROMA FOTOMONTAGGISTADIO ROMA FOTOMONTAGGI
Ma a spingere sul ritiro della delibera c' è anche il parere consegnato l' altro giorno dal gruppo consiliare regionale del Movimento 5 Stelle, frutto non solo dei legali pentastellati, ma anche della consulenza di Ferdinando Imposimato, presidente onorario della Corte di Cassazione, uno di quelli che compare nel pantheon di M5S, tanto che fu anche proposto come candidato a presidente della Repubblica.
virginia raggi james pallottaVIRGINIA RAGGI JAMES PALLOTTA

Questo parere è perentorio: non si può variare la classificazione dell' area da r4 a r3 (quella sul rischio idrogeologico) fino a quando non saranno state realizzate le opere di messa in sicurezza; la modifica del progetto, vale a dire il taglio delle cubature del 30 per cento ipotizzato nell' incontro con i proponenti della settimana scorsa, non può essere fatta all' interno dello stesso progetto e della stessa conferenza dei servizi; le opere concesse ai privati per garantire l' equilibrio-economico finanziario, secondo i legali del Movimento 5 Stelle della Regione, devono essere funzionali alla fruibilità degli impianti. 

Ragionamenti che stanno spingendo il Campidoglio ad accarezzare il tasto «reset».

Fonte: qui