9 dicembre forconi: Malesia
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lunedì 21 maggio 2018

Come il Mossad esegue omicidi mirati in tutto il mondo




Lo scienziato palestinese Fadi Al-Batsh,

assassinato in Malesia dal Mossad



Una sparatoria mortale in Malesia evidenzia la politica dell'agenzia israeliana di spionaggio rivolta agli assassini di  funzionari palestinesi. 
L'assassinio dello scienziato palestinese di 35 anni Fadi Al-Batsh nella capitale malese, Kuala Lumpur, ha rivelato un programma segreto di assassini mirati dipalestinesi, considerati una minaccia da Israele.
Al-Batsh ha studiato ingegneria elettrica a Gaza prima di conseguire un dottorato sullo stesso argomento in Malesia. Si è specializzato in economia dei sistemi elettrici ed energetici e ha pubblicato numerosi articoli scientifici sull'argomento.
Hamas ha detto che Al-Batsh era un membro di spicco del gruppo e ha accusato il Mossad, l'agenzia israeliana di intelligence, di essere dietro l'assassinio.
Secondo Hamas, Al-Batsh era un membro "leale" e "uno scienziato membro dei giovani ricercatori della Palestina" che ha fatto "contributi significativi" e partecipato a forum internazionali nel campo dell'energia.

Il padre di Al-Batsh disse ad Al Jazeera che sospettava che il Mossad fosse dietro l'assassinio di suo figlio, e chiese alle autorità malesi di chiarire questa trama omicida il prima possibile.
Secondo il giornalista investigativo israeliano Ronen Bergman, uno dei principali esperti di intelligence israeliani e autore del libro Rise and Kill First: The Secret History of Israel's Targeted Assassinations, l'assassinio di Al-Batsh porta tutti i segni di un'operazione del Mossad.
"Il fatto che gli assassini abbiano usato una motocicletta per uccidere il loro bersaglio, usato in molte altre operazioni del Mossad, e che l'operazione sia stata eseguita in modo pulito e professionale, lontano da Israele, indica il coinvolgimento del Mossad", ha detto Bergman ad Al Jazeera in una telefonata.

Identificazione del bersaglio

Identificare un bersaglio per l'assassinio da parte dell'intelligence israeliana di solito comporta diversi passaggi istituzionali e organizzativi all'interno del Mossad, dell'apparato di intelligence israeliano e della leadership politica.
A volte l'obiettivo è identificato da altri servizi nazionali e militari.
Ad esempio, Al-Batsh avrebbe potuto essere identificato come bersaglio attraverso una raccolta di informazioni generali tramite unità all'interno delle organizzazioni militari israeliane e spionistiche che seguono Hamas.





Omaggio a Fadi al-Batsh a Gaza




Al-Batsh avrebbe potuto essere identificato anche attraverso altre operazioni di intelligence israeliane e le loro reti di spionaggio in tutto il mondo.
Fonti hanno riferito ad Al Jazeera che le comunicazioni di Hamas tra Gaza, Istanbul (Turchia) e Beirut (Libano) sono strettamente monitorate dalle reti di intelligence israeliane. Quindi, la selezione iniziale di Al-Batsh potrebbe essere stata fatta attraverso questi canali.
Gli amici di Al-Batsh che hanno parlato con Al Jazeera, a condizione di mantenere l'anonimato, hanno affermato di non aveva nascosto i suoi legami con Hamas. "Era conosciuto nella comunità palestinese per i suoi legami con Hamas", ha detto un amico.

Il processo dell'assassinio

Dopo che Al-Batsh fu identificato come bersaglio, il Mossad avrebbe quindi valutato le risorse dell'intelligence per decidere se doveva essere ucciso, quali sarebbero stati i benefici del suo assassinio e il modo migliore per eseguirlo.
Una volta che il file sul bersaglio è completato dall'unità specializzata del Mossad, riporta i risultati ai capi del comitato dei servizi segreti, composto dai capi delle organizzazioni israeliane di intelligence, e conosciuto con l'acronimo ebraico VARASH o Vaadan Rashei Ha-sherutim.





Il VARASH discuterà dell'operazione e contribuirà con consigli e suggerimenti. Tuttavia, non ha l'autorità legale per approvare un'operazione. Solo il primo ministro israeliano ha questo potere.
Secondo Bergman, i primi ministri israeliani preferiscono generalmente non prendere la decisione da soli per motivi politici.



"In generale, il Primo Ministro coinvolge uno o due altri ministri nell'approvazione della decisione, che spesso include il ministro della Difesa", ha dichiatato Bergman.
Una volta ottenuta l'approvazione, l'operazione ritorna al Mossad per la pianificazione e l'esecuzione, che potrebbero richiedere settimane, mesi e persino anni, a seconda dell'obiettivo.

L'unità di Caesarea

Caesarea è una succursale operativa sotto copertura del Mossad che si occupa dell'impiantazione e della gestione delle spie principalmente nei paesi arabi e in tutto il mondo.
L'unità è stata creata nei primi anni '70, uno dei suoi fondatori era una famosa spia israeliana di nome Mike Harari.
Cesarea usa il suo vasto anello di spionaggio negli Stati arabi e in tutto il Medio Oriente per raccogliere informazioni e condurre una sorveglianza contro obiettivi attuali e futuri.
Harari ha quindi creato la sua unità più letale, conosciuta in ebraico come Kidon ("baionetta"), composta da assassini professionisti specializzati in operazioni di assassinio e sabotaggio.
I membri di Kidon vengono spesso recuperati dalle sezioni militari israeliane incluso l'esercito e le forze speciali.
È probabile che i membri di Kidon abbiano assassinato Al-Batsh a Kuala Lumpur, hanno riferito fonti a Al Jazeera.
Il Mossad non ha preso di mira non i leader e gli operativi palestinesi, ma anche quelli siriani, libanesi, iraniani ed europei.

Uccisioni mirate

Caesarea è l'equivalente del CIA Special Activities Center (SAC), che è stato chiamato Special Activities Division prima della sua riorganizzazione e modifica del nome nel 2016.
La CIA conduce le sue missioni paramilitari top secret - che includono uccisioni mirate - attraverso il suo SOP (Special Operations Group), che fa parte del SAC e presenta alcune somiglianze con il Kidon israeliano.
Bergman scrive che fino al 2000, l'anno che ha dato il via alla seconda intifada nei territori palestinesi occupati, Israele aveva condotto più di 500 operazioni di assassinio che hanno provocato la morte di oltre 1.000 persone, tra cui passanti.
Durante la seconda intifada, Israele ha effettuato 1.000 operazioni aggiuntive di cui 168 hanno avuto successo, scrive nel suo libro.
Da allora, Israele ha effettuato almeno altre 800 operazioni per assassinare i leader civili e militari di Hamas nella Striscia di Gaza e all'estero.

Cooperazione araba con il Mossad

Il Mossad mantiene legami organizzativi e storici formali con alcuni servizi di intelligence arabi, in particolare le agenzie di spionaggio giordana e marocchina.
Più recentemente e alla luce delle alleanze mutevoli nella regione e delle crescenti minacce da parte di attori armati non statali, il Mossad ha ampliato i suoi legami con le agenzie di intelligence arabe per includere alcuni stati del Golfo e l'Egitto. Il Mossad mantiene un centro regionale per le operazioni in Medio Oriente nella capitale giordana Amman.

Quando il Mossad tentò di assassinare il leader di Hamas Khaled Meshaal ad Amman nel 1997 spruzzando una micidiale dose di veleno nel suo orecchio, il defunto re Hussein minacciò di revocare il trattato di pace con Israele, e chiudere la stazione dell'agenzia di spionaggio ad Amman e rompere i legami israelo-giordano, spingendo così Israele a fornire l'antidoto che salvò la vita di Meshaal.

Nel suo libro, Bergman cita le fonti del Mossad che dicono che il generale Samih Batikhi, a capo dello spionaggio giordano a quel tempo, fosse arrabbiato con il Mossad per non averlo informato del complotto perché avrebbe voluto pianificare l'operazione insieme.
Un altro paese arabo che ha forti legami con il Mossad sin dagli anni '60, è il Marocco, secondo la ricerca di Bergman.
"Il Marocco ha ricevuto preziose informazioni e assistenza tecnica da Israele, e in cambio [il defunto re] Hassan ha permesso agli ebrei del Marocco di emigrare in Israele e ha autorizzato il Mossad a stabilire una stazione nella capitale Rabat, dalla quale può spiare i paesi arabi", scrive Bergman.
La cooperazione raggiunse un tale picco che il Marocco permise al Mossad di installare microfoni nelle sale riunioni e nelle stanze private dei capi di stato arabi e dei loro comandanti militari durante il summit della lega araba tenuto in Rabat nel 1965.
Il vertice era stato convocato per stabilire un comando militare arabo congiunto.

I metodi della CIA e del Mossad

A differenza del Mossad e di altre organizzazioni di intelligence israeliane che hanno un ampio margine per decidere chi uccidere, la CIA statunitense segue un laborioso processo legale a più livelli che coinvolge l'Ufficio del Procuratore Generale della CIA (Office of General Counsel OGC). Il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e l'Ufficio legale della Casa Bianca.

L'esecuzione di un'operazione di assassinio mirata da parte della CIA si basa in definitiva sull'autorizzazione presidenziale attraverso un documento legale spesso redatto dall'ufficio del Procuratore generale e dal dipartimento di giustizia, il Presidential Finding Authorization (PFA).

Questo documento conferisce il potere legale grazie al quale la CIA può eseguire missioni di assassinio mirate.
Un processo di revisione a vari livelli, condotto principalmente dagli avvocati del Dipartimento di Giustizia, della Casa Bianca e della CIA, avrà luogo prima che il Presidente firmi il PFA.
Si stima che Barack Obama, in quanto presidente degli Stati Uniti, abbia autorizzato circa 353 uccisioni mirate, principalmente sotto forma di attacchi di droni.
Il suo predecessore George W. Bush ha autorizzato circa 48 omicidi mirati.

Il processo giuridico

Un ex funzionario della CIA ha dichiarato ad Al Jazeera a condizione di mantenere l'anonimato che "la CIA non decide chi uccidere"
"Il processo giuridico rende molto difficile per la CIA uccidere qualcuno solo perché la CIA lo considera malevolo", ha detto.
La maggior parte delle uccisioni mirate della CIA comportano attacchi con droni e si basano sul permesso del presidente.

Parlando con Al Jazeera, l'ex capo delle operazioni Robert Baer ha dichiarato: "La Casa Bianca deve firmare per un'operazione di assassinio mirata, soprattutto se si tratta di un obiettivo di alto valore".
"Il caso è diverso, tuttavia, se l'operazione è condotta su un campo di battaglia o durante una guerra come in Afghanistan e in Iraq, in questo caso, gli ufficiali sul campo hanno un margine legale maggiore per eseguire i loro omicidi. mirati".

Nel Mossad, la legalità dell'assassinio di qualsiasi obiettivo è molto più liberale e non implica vincoli legali simili a quelli seguiti dalla CIA, secondo fonti vicine al processo.
"Fa parte della loro politica nazionale", ha detto Baer, ​​riferendosi alla politica di assassini mirati.


Ali Younes علي يونس : How Mossad carries out assassinations
Data dell'articolo originale: 22/04/2018



Traduzione per TLAXCALA di Alba Canelli

mercoledì 11 aprile 2018

Olio di palma: come costruire un embargo commerciale


L’Occidente ha scoperto negli ultimi anni un nuovo nemico, meno appariscente ma non meno insidioso della Russia di Vladimir Putin: è l’olio di palma, che si nasconde in dolciumi e prodotti per la cosmesi. A quest’olio vegetale, apprezzato per le caratteristiche chimico-fisiche e la resa per ettaro, sono state imputate le accuse più svariate: dalla natura cancerogena alla distruzione delle foreste pluviali. Le solite ong inglesi, le star di Hollywood e l’Unione Europea si sono mobilitate per limitarne l’utilizzo, causando un ribasso dei prezzi e la reazione dei maggiori produttori mondiali, Indonesia e Malesia. Quella contro l’olio di palma è una vera guerra commerciale, con cui il blocco euro-atlantico ricatta i Paesi del Sud-est asiatico che oscillano tra Cina e “Occidente”.




Incombe sull’Occidente una nuova minaccia, meno appariscente ma non meno insidiosa della Russia di Vladimir Putin. Non vogliamo occuparci, infatti, degli agenti russi che si aggirano per l’Inghilterra avvelenando col gas nervino avversari e traditori, né degli hacker russi che sabotano elezioni e centrali elettriche, né degli organi di stampa del Cremlino che manipolano le fragili opinioni pubbliche occidentali, né delle affascinanti spie slave che si infilano nel letto di militari, politici e dirigenti per carpire i segreti dell’apparato militar-industriale nemico. No, vogliamo occuparci di un nemico più subdolo, più infido, più occulto: può colpire quando consumiamo la prima colazione, quando mordiamo una merendina, quando usiamo un prodotto di cosmesi. Sì, è lui: il nuovo nemico dell’Occidente è l’olio di palma, estratto dai polposi frutti della Elaeis guineensis, una famelica pianta che cresce nelle esotiche e barbare zone equatoriale.






















Contro questo olio vegetale, apprezzato dall’industria alimentare per le proprietà chimico-fisiche (stabilità, neutralità e adattabilità e diversi processi) e l’elevata resa per ettaro (3,4 tonnellate per ettaro, rispetto ai 0,58 dell’olio di girasole e ai 0,32 dell’olio di oliva1), sono state scagliate negli ultimi anni le accuse più svariate ed infamanti: è nocivo alla salute, anzi è addirittura cancerogeno, è responsabile della distruzione delle foreste pluviali, è prodotto ricorrendo al lavoro minorile2, è causa della “silenziosa strage degli oranghi3”, etc. etc. La campagna mediatica è stata così violenta da costringere le industrie a correre ai ripari: chi ha potuto eliminarlo senza inconvenienti, si è prontamente accodato aggiungendo il logo “no palm oil” sulle confezioni, chi non ha trovato un succedaneo adatto, non ha potuto che difenderne l’utilizzo, lanciando pubblicità dove si mostrano soleggiati ed ordinati campi di palme, da cui frutti è spremuto il brillante e fluido olio.


L’improvvisa acredine generalizzata contro un olio vegetale, la mobilitazione così vasta del media (il solo Huffington Post Italia ha dedicato all’argomento una cinquantina di articoli negli ultimi tre anni4), l’allarmismo per una presunta minaccia che nessuno aveva mai percepito prima, destano di per sé diversi sospetti.



Sospetti che crescono ulteriormente se si analizza l’origine della accuse: è lo stesso milieu dell’affare Regeni, sebbene declinato in chiave ambientalistica. Si tratta delle consuete organizzazioni non governativa basate a Londra, da sempre braccio “umanitario” delle politiche liberal: Amnesty International che accusa i produttori di olio di palma di violazione dei diritti umani, Greenpeace che imputa alla coltivazione della palma i cambiamenti climatici che uccidono (nel solo Sud-est asiatico) 110.000 persone all’anno5, il WWF che vede nell’olio di palma una minaccia per tigri, oranghi, foreste tropicali ed il pianeta stesso6. E poi l’immancabile battage delle riviste liberal, dei divi di Hollywood, dei volti più o meno della cultura.



Proseguendo il nostro parallelismo con l’affare Regeni, salta poi all’occhio la prontezza con cui il mondo politico si è piegato alla campagna mediatica contro l’olio di palma. Le istituzioni occidentali, specie quelle marcatamente “liberal” come l’Unione Europea, hanno spostato la battaglia sul piano politico-diplomatico, compiendo talvolta mosse fin troppo azzardate: nel 2015, l’EFSA (Autorità europea per la sicurezza alimentare) accusò l’olio di palma di contenere sostanza cancerogene7, allarmando i consumatori e generando centinaia di articoli sulla “Nutella che provoca il cancro”, salvo poi ammettere a distanza di tre anni che la dose giornaliera consumata mediamente è innocua. Ma intanto l’Unione Europea, che consuma una quantità di olio di palma 4,5 volte superiore agli USA ed è perciò il maggiore mercato di sbocco al mondo8, non si è fermata: dopo aver allarmato i consumatori di dolciumi, Bruxelles ha messo nel mirino l’olio di palma nella veste di biocarburante, minacciando lo scorso gennaio di proibirne l’uso entro il 2021.

Immediata è arrivata la replica dei due maggiori produttori mondiali di olio di palma, Malesia ed Indonesia, che di fronte a questo embargo mascherato hanno minacciato di bloccare a loro volta l’importazione di prodotti europei: “Indonesia, Malaysia condemn European move to limit palm oil use” scriveva l’agenzia Reuters lo scorso gennaio.

Già, perché Indonesia e Malesia producono insieme il 90% dell’olio di palma a livello mondiale, olio di cui l’Unione Europea è di gran lunga il maggior acquirente. La coltivazione della palma è una colonna portante dell’economia dei due Paesi, contribuendo al 2,5% del PIL di Giacarta10 e al 6% del PIL di Kuala Lampur11. Sopratutto, la produzione è suddivisa in milioni di piccoli-medi coltivatori (più di 6 milioni tra Indonesia e Malesia) il cui benessere dipende dalla coltivazione della palma. Un’intera classe sociale è passata dalla condizione di povertà allo stato di piccola borghesia grazie all’olio di palma: si tratta, tra l’altro, di elettori. Elettori che rappresentano la base dei governi attualmente in carica nei due Paesi del Sud-Est asiatico. Di più, la minaccia di Bruxelles di proibire l’uso di olio di palma come biocarburante, è piombata proprio nel pieno della campagna elettorale malese, che vede il premier Najib Razak cercare la riconferma. “Months away from Malaysian election, EU’s move stirs discontent in palm groves” scriveva la solita Reuters a febbraio12, evidenziando come la mossa della UE sia un macigno sulle spalle del premier Razak, considerato che il 10% dei malesi vive della coltivazione di olio di palma.

Il 90% della produzione mondiale concentrato in due Paesi, il maggior consumatore (la UE) che promette di tagliarne drasticamente l’importazione, adducendo come motivazione le accuse lanciate dalle solite ong inglesi: non potrebbe essere, la campagna contro l’olio di palma, un tentativo di destabilizzare la Malesia e l’Indonesia?

Dopotutto esistono due modi di imporre un embargo: quello formale, impedendo alle merci di superare fisicamente le frontiere, e quello informale, demonizzando le merci prodotte dall’avversario o proibendo la vendita per motivi ambientalistici-sanitari. L’esito è lo stesso: l’economia del Paese preso di mira va in cancrena, la disoccupazione sale, la politica entra in ebollizione e si prepara il terreno al cambio di regime. È una tecnica, quella dell’embargo, che le potenze marittime usano dalla notte dei tempi per “strangolare” i nemici, impedendogli di approvvigionarsi all’estero o di vendere i loro prodotti.

La campagna contro olio di palma, quindi, come un embargo neppure troppo velato contro Kuala Lampur e Gicarta? Ma manca il movente…

Ci arriviamo.

Come è ben visibile nella cartina sottostante, il 90% della produzione mondiale di olio di palma è concentrata in due Paesi equatoriali situati in una delle zone più cruciali del mondo: Malesia ed Indonesia si trovano rispettivamente a Nord e Sud dello Stretto di Malacca, da cui transita l’80% del petrolio importato dalla Cina13. Per le potenze atlantiche mantenere nella propria sfera di influenza questi due Paesi del Sud-est asiatico è perciò di importanza strategica: consente un controllo indiretto sul braccio di mare più prezioso del XXI secolo. A essere sinceri, sia la Malesia che l’Indonesia non sono molto inclini a restare nell’orbita angloamericana: il richiamo della Cina si sente. E da anni.

Prendiamo il caso della Malesia: un Paese tanto piccolo (conta meno della metà della popolazione italiana) quanto strategico, perché consente alla Cina di raggiungere Singapore via ferrovia. È la stessa Malesia che negli ultimi anni ha subito due dei peggiori disastri aerei della storia, a distanza ravvicinata: il Malaysia Airlines 370, scomparso nell’Oceano indiano l’8 marzo del 2014, e il Malaysia Airlines 17, abbattuto nei cieli dell’Ucraina Orientale il 14 luglio 2014. Due disastri aerei “anomali” per la dinamica, due distrai aerei che colpiscono la stessa compagnia nell’arco di quattro mesi, due disastri aerei che si abbattano sul premier Najib Razak colpevole, come evidenziammo nelle nostre analisi, di intessere legami troppo forti con la Cina e perciò “punito” ripetutamente con attacchi terroristici. Dal 2014 la situazione non è cambiata: gli investimenti cinesi si riversano copiosi in Malesia, concretizzandosi in una serie di infrastrutture strategiche che avvicinano Pechino ai porti dell’Oceano Indiano ed al porto più prezioso della regione, Singapore14. La campagna contro l’olio di palma è perciò l’ultimo degli attacchi (dopo i disastri aerei, gli scandali mediatico-giudiziari, le accuse di corruzione, etc. etc.) sferrato al premier Najib Razak, grande fautore dell’avvicinamento alla Cina.

Il discorso è analogo nel caso dell’Indonesia. Il presidente indonesiano Joko Widodo che ha duramente protestato contro la decisione dell’Unione Europea (coincidente anche in questo caso con una serie di importanti elezioni locali) per bandire l’olio di palma come biocarburante, è lo stesso accusato di atteggiarsi da “dittatore” per il pugno di ferro contro gli islamisti15 ed è lo stesso, sopratutto, che ha aperto il Paese agli investimenti cinesi, inserendo Giacarta a pieno titolo nella “Nuova Via della Seta” di Pechino16. L’embargo informale contro l’olio di palma, colonna portante dell’economia locale, è pertanto un colpo sferrato dall’establishment atlantico sia contro la Malesia che contro l’Indonesia, colpevoli di divincolarsi dalla tutela angloamericana.

Di fronte a sfide geopolitiche di portata planetaria, nessuno può tirarsi indietro: consumare Nutella e dolciumi a base di olio di palma, è obbligatorio.

















mercoledì 8 marzo 2017

LA CRISI DEI MISSILI SPARATI DA KIM JONG-UN CREA TENSIONI TRA CINA E COREA DEL SUD

SEUL VUOLE LO SCUDO MISSILISTICO USA, PECHINO SI OPPONE E ANNUNCIA BOICOTTAGGI 

LA MICCIA CHE PUO' FAR DETONARE LA BOMBA? 

TRUMP STA PENSANDO DI RIPORTARE IN COREA LE TESTATE NUCLEARI AMERICANE...

Angelo Aquaro per “la Repubblica”
LANCIO MISSILI COREA DEL NORDLANCIO MISSILI COREA DEL NORD

La terza guerra mondiale si prepara a 70 chilometri da qui, a Osan, la capitale delle basi che in tutto il paese ospitano 28mila soldati Usa, il compound dove già lunedì sera è arrivato il primo blocco di quel sistema antimissile Thaad che dovrebbe proteggere la Corea del Sud e tutto il mondo libero dalle minacce atomiche della Corea del Nord, e che Pechino vede invece come uno sfregio nel suo impero.

Ma provateci voi a vivere per settant'anni con l' incubo sotto il cuscino: chi si sognerebbe mai di rimproverare ai coreani di concentrarsi, per il momento, su tutto il resto? Sì, l'attenzione spasmodica per l'uscita dell'ottavo album di Psy, il rapper famoso per quella Gangnam Style che ha globalizzato il concetto di Super- Cafone, magari un giorno passerà alla storia com'è passata, e affondata, l'orchestrina del Titanic: amen. Ma adesso?

LANCIO MISSILI COREA DEL NORD 2LANCIO MISSILI COREA DEL NORD 2
Neppure i tg, a tarda sera, aprono più, dopo averlo fatto tutto il giorno, sulla crisi dei missili: qui sta per piovere la decisione della Corte Suprema sull'impeachment di Park Geun-hye, la presidente che si faceva plagiare dall'amica sciamana, e in tv fa audience il suo fotomontaggio da Maya desnuda, che orrore.

Peccato ci sia così poco da ridere. Moon Jae-in, il leader di sinistra in testa in tutti i sondaggi, perché in attesa del pronunciamento della Corte Suprema sull'impeachment qui siamo già in campagna elettorale, è insorto quando il presidente facente-funzioni Hwang Kyo-Ahn, dopo i missili di lunedì, ha chiamato Donald Trump per chiedergli di accelerare sullo scudo: mezza Corea è contraria, il Thaad non lo vuole, a decidere non può essere un governo in scadenza. Ma ormai è fatta.

TEST MISSILISTICO NORD COREANOTEST MISSILISTICO NORD COREANO
E nessuno può giurare quale sarà la prossima mossa. Ieri Pechino ha avvertito Seul e Washington: «Non proseguite sul sentiero sbagliato» del Thaad, noi siamo «pronti a prendere le misure necessarie per salvaguardare la nostra sicurezza: e le conseguenze le pagheranno Usa e Corea del Sud». Infatti.

Una guerra l'arrivo del mostro l'ha già provocata: e paradossalmente è quella con il più grande partner commerciale di Seul, cioè la Cina. Pechino ha promesso e sta attuando ritorsioni contro il made in Korea. Da quell'industria culturale di cui tra film, telefilm e K-pop (ariecco il rapper Psy) il Dragone si nutre, fino alla guerra mirata, per esempio, contro Lotte, la conglomerata sudcoreana che ha avuto la sventurata idea di vendere al governo il suo campo da golf per costruirci su la contraerea Usa. I supermercati Lotte in Cina chiudono uno dopo l'altro, il turismo verso Seul si spegne: a cominciare da quello verso gli hotel e i resort sempre di Lotte, qui un gigante dell'industria al pari di Samsung e LG.

LANCIO MISSILI COREA DEL NORD 3LANCIO MISSILI COREA DEL NORD 3
Situazione tesissima. Il Korean Times si augura che Cina e America si chiariscano ora che qui si precipiterà Rex Tillerson, il segretario di stato in tour la prossima settimana tra Tokyo, Seul e Pechino. Ma la visita, che preparerebbe l'incontro attesissimo tra Trump e Xi Jinping, non è stata nemmeno confermata: davvero si può fare ancora?

La situazione peggiora di ora in ora. Gli Usa ammettono che la pioggia di missili di lunedì, che il regime di Kim Jong-un ora dice era «indirizzata a colpire le basi degli aggressori imperialisti americani in Giappone », poteva essere anche peggiore. «Quattro sono i missili atterrati», ha rivelato Jeff Davis, il portavoce del Pentagono «ma può essersi trattato di un numero più alto». È la tecnica del Nord per "accecare" gli scudi: anche il sofisticatissimo Thaad?

MISSILI PATRIOT A TOKYO IN GIAPPONE ANTI COREAMISSILI PATRIOT A TOKYO IN GIAPPONE ANTI COREA
Di fronte a questo disastro figuriamoci se qui si commuovono più di tanto per la triste vicenda degli ostaggi di Pyongyang. 
«A tutti i cittadini malesi sarà temporaneamente proibito di lasciare il paese fino a che l'incidente avvenuto in Malesia sarà prontamente risolto», avverte il comunicato del Nord. Il primo ministro malese, Najiib Razak, insorge: «È ripugnante tenere i nostri cittadini in ostaggio».

Intanto, però, anche lui ordina che i nordcoreani in Malesia non lascino il paese «fino a quando la sicurezza dei concittadini in Corea del Nord non sarà assicurata».

Gli scudi umani della guerra che verrà? I malesi sono prigionieri lassù al nord dopo la crisi scoppiata per l' assassinio, in Malesia, di Kim Jong-nam, il fratellastro del dittatore di Pyongyang. Che pasticcio.

Adesso dicono che Trump accarezzi l'ipotesi di riportare quaggiù, a mo' di deterrente, perfino qualche testatina nucleare. Pensate che proteste, allora, dai mandarini di Pechino, senza il cui aiuto non si risolverà mai questo incubo. In fondo non è così che nascono tutte le guerre?

Fonte: qui